Si sono presentati a nome della quarantina di amministratori del centrosinistra che hanno firmato la lettera per chiedere chiarimenti sull’esclusione di Serena Pellegrino, ex parlamentare di Sel, dal convegno (poi annullato) organizzato insieme alle Agende Rosse sulle ecomafie: ieri, sono stati ricevuti dal prefetto di Gorizia, che poi è il responsabile della esclusione. È stato lo stesso prefetto, Massimo Marchesiello, a specificare che è stato lui a curare i rapporti con i relatori, come a dire che il suo non sarebbe stato un “bavaglio” ma una legittima scelta, fatta per non coinvolgere la politica: in realtà al convegno erano invitate due candidate civiche vicine al centrodestra ma, secondo il prefetto, la loro presenza era giustificata dal fatto che sono entrambe “oggetto di minacce e intimidazioni mafiose nel nord Italia”. I firmatari della lettera volevano capire “cosa abbia determinato una simile, pericolosa, sbandata nell’assetto di marcia dell’apparato istituzionale dello Stato”. Il prefetto, a quanto pare, si è trincerato dietro le questioni organizzative. Ma si sarebbe reso disponibile ad organizzare un nuovo convegno sul tema delle ecomafie, stavolta con il coinvolgimento dell’ex deputata.
La nuova stagista di B. è la fidanzata di Rovazzi
Sarebbero stati proprio loro, peraltro, a presentargli la fanciulla. E quindi di Karina non si sa granché: poco più che ventenne, russa, prima di innamorarsi di Rovazzi era lanciata nella carriera di modella e indossatrice. Tutt’altro che “social”, ha cancellato qualce tempo fa il suo account Instagram con migliaia di followers e ora mantiene attivi solo profili privati, aperti esclusivamente agli amici.
Avremmo volentieri evitato di violare la riservatezza che si è imposta la ragazza, ma la comparsa della sua figura tra i collaboratori del “legislativo” di Forza Italia non è passata inosservata a Palazzo Madama. E non è ben chiaro quali siano le competenze professionali che abbiano permesso alla fidanzata di Rovazzi – con il suo background da modella – di accedere a un ufficio tecnico del Senato nelle file del partito di Berlusconi.
Al riguardo anche tra i parlamentari forzisti vige un certo riserbo, quando non un sincero stupore. “Sì, so che c’è una stagista nuova, non so chi sia. Non mi risultano modelle purtroppo. E non so nemmeno chi sia Rovazzi”, commenta il vicepresidente Lucio Malan. Altri, sebbene sotto anonimato, sono ancora più evasivi: “So che fa la stagista, mi dicono che stesse studiando alla Luiss (università privata di Roma, ndr), non so come sia arrivata qui. Ma non mettetela in croce”.
In assenza delle informazioni richieste a Forza Italia, non ci resta che scavare ancora più in basso. Abbiamo provato a informarci – lo confessiamo – anche abbeverandoci alla torbida fonte delle stories del cantante su Instagram (per i più anziani, di nuovo: brevi video in cui i meno anziani – famosi e non famosi – si mostrano per assecondare istinto e vanità, o nella migliore delle ipotesi per cazzeggiare e basta).
I due, Rovazzi e Karina, nelle loro storie ci hanno regalato qualche tenero momenti di complicità e alcuni simpatici sketch giocando con il dizionario online russo-italiano, ma nulla più. Girate a Milano, non alla Luiss di Roma, nelle stories con lady Rovazzi non vi è alcuna traccia di diritto parlamentare o altra forma politica, per quello che vale. Mistero.
Novella 2000, preoccupatissima, lanciava il suo sinistro allarme in un articolo del 7 febbraio: “Fabio Rovazzi: la fidanzata Karina Bezhenar è diventata un fantasma”. Leggiamo: “Se nel 2016, quando i due si conobbero e scelsero di intraprendere la loro relazione, Karina veniva definita dai rotocalchi modella e aspirante attrice, oggi le cose potrebbero essere cambiate. La giovanissima indossatrice ha quasi smesso di comparire al fianco del fidanzato, oscurando la sua pagina Instagram che un tempo contava più di 25 mila follower. Si direbbe che la coppia, o per meglio dire lei, abbia voluto drasticamente limitare le pubbliche apparizioni”. Se non altro, possiamo tranquillizzare i rotocalchi: Karina è riapparsa negli uffici del Senato.
Salvini: “Vinciamo a Firenze”. E sostiene l’amico di Nardella
“Uccidere il renzismo nella sua culla sarebbe molto bello”. Il clima che si respira proprio sotto al palco allestito in piazza dei Tigli a Firenze è quantomeno battagliero. Ieri mattina per aprire la campagna elettorale in vista delle amministrative e lanciare la candidatura del manager Ubaldo Bocci, in città è sbarcato addirittura lui, Matteo Salvini, l’uomo del momento (anche qui tutti lo chiamano “il capitano”). E per l’occasione il vicepremier non ha scelto la solita piazza della Signoria o l’ancora più celebre Santa Croce ma una periferia dimenticata da tutti: l’Isolotto, quartiere voluto da Giorgio La Pira, che oggi deve convivere con i suoi problemi di emarginazione sociale, immigrazione e insicurezza.
La mattinata di Salvini inizia, come sempre, fitta di impegni: a Lady Radio smentisce qualsiasi crisi di governo ipotizzata dai giornali e impone al ministro Tria di “dare una risposta veloce ai truffati delle banche”, poi incontra in centro a Firenze il “tridente” Bocci-Romiti-Spada (candidati a Firenze, Livorno e Prato) e riesce a trovare il tempo anche per un vis-à-vis con il prefetto Laura Lega (nomen omen).
Poi, intorno alle 12.30 Salvini sale sul palco dell’Isolotto sotto un sole estivo, accompagnato dalla sindaca di Cascina e segretario regionale del Carroccio, Susanna Ceccardi. La platea non è quella delle migliori occasioni, la piazza è mezza vuota: 450 persone al massimo, contando anche la cinquantina di manifestanti venuti per contestare il ministro, e non particolarmente rumorosi. Qualche applauso, qua e là, ma l’accoglienza che Firenze riserva al “capitano” è piuttosto fredda (spunta addirittura qualche striscione critico: “Firenze aperta ai migranti”).
“L’orario e il caldo non erano molto invitanti” dice al Fatto uno degli organizzatori. Ma Matteo Salvini non si fa impressionare e va subito all’attacco del renzismo, pur senza mai citare per nome e cognome Matteo Renzi, che qui ha fatto il bello e il cattivo tempo per anni: “Un fiorentino al governo c’è stato, magari di passaggio e ha fatto più danni della peste, con gli amici degli amici, cugini, cognati e banche”. Poi il solito j’accuse contro le cooperative rosse “che sfruttano i lavoratori a tre euro l’ora”, l’immigrazione incontrollata e il sindaco Dario Nardella che dovrebbe occuparsi di più di “parcheggi e sicurezza”. E per questo, ha continuato Salvini, “dopo decenni i fiorentini hanno un candidato che può vincere in una città che qualcuno ha preso per un circolo del Pd”: Ubaldo Bocci.
Eppure proprio il manager di 62 anni non è poi così lontano a quel mondo tanto disprezzato dal leader del Carroccio: per tutta la giornata di ieri su Facebook è circolata una sua foto abbracciato a Renzi e la sua amicizia con Marco Carrai, ma anche con lo stesso Nardella, è nota a tutti in città. Bocci può anche contare su una fitta rete di relazione nel mondo cattolico fiorentino e un ottimo rapporto con l’arcivescovo Giuseppe Betori che nel 2016 lo nominò nel cda di Radio Monte Serra (da cui si è dimesso). “Voglio essere il sindaco di tutti i fiorentini” ha esordito ieri Bocci, palesemente emozionato. Fino a pochi giorni fa, il manager era anche Presidente nazionale della Fondazione Unitalsi che, oltre ad organizzare il trasporto dei malati a Lourdes, si occupa da sempre di progetti di integrazione per i migranti. Non proprio il primo requisito per un discepolo del verbo salviniano. Per questo, negli ultimi giorni, la base leghista fiorentina non ha preso bene la sua candidatura. E forse non è stato un semplice scivolone quello in cui ieri, dal palco, è caduto il consigliere regionale della Lega, Jacopo Alberti: “il 26 maggio mandiamo a casa… Bocci”. Non Nardella. Ma Salvini non ci ha fatto caso: sceso dal palco si è concesso per quasi due ore ai selfie dei simpatizzanti prima di ripartire verso Como.
Unione civile tra due donne della Marina: gli auguri della Trenta
Si sono conosciutein Marina: una è comandante di nave, l’altra nocchiere. Rosa Maria e Lorella sono le due militari della Marina che si sono unite civilmente domenica a La Spezia vestite in alta uniforme. E oltre a quelli di amici e parenti, sono arrivati anche gli auguri della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta: “Sono stata davvero felice di vedere le immagini del vostro giorno più bello, con le famiglie riunite e tanta gioia nei vostri sguardi – ha scritto su Facebook la ministra, postando una foto della cerimonia, con le due donne sorridenti e la tradizionale sfilata finale sotto l’arco di spade dei colleghi ufficiali – Lorella e Rosy sono l’esempio di una importante evoluzione culturale, nelle Forze Armate e nel nostro Paese. Auguri ragazze!”.
Quella di domenica a La Spezia non è la prima unione omosessuale nei Corpi militari: già due anni fa un poliziotto ha detto sì in divisa al compagno con cui conviveva da anni. Lorella e Rosy, però, sono la prima coppia lesbica militare a unirsi civilmente.
L’odissea di chi adotta. In 6 mila senza rimborsi
Mentre il dibattito sulle adozioni divide Lega e Cinque Stelle, oltre seimila famiglie italiane stanno aspettando dalla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) i rimborsi previsti per chi ha adottato un bambino da un paese estero. Chi ottiene un’adozione internazionale, infatti, oltre alla deduzione di una parte delle spese sostenute dal reddito complessivo, può richiedere un rimborso alla Cai.
Come ha raccontato ieri Il Fatto, anche se inferiori agli anni scorsi, i fondi per i rimborsi sono stati stanziati lo scorso anno, ma le famiglie che hanno adottato dal 2012 al 2017 non hanno ancora ricevuto nulla. Non solo, ad alcune di queste è stato chiesto di ripresentare la documentazione già certificata e inviata alla Cai nell’anno di conclusione della pratica. “Un’assurdità che ci fa perdere altro tempo, visto che aspettiamo dal 2013 – spiega Gianluca Rocchi, segretario generale di Ufai, l’Unione famiglie adottive italiane –. Questi rimborsi, che saranno i più bassi di sempre, sono comunque un aiuto per le famiglie. Stiamo parlando di bambini che hanno bisogno di visite mediche specialistiche, a cui serve aiuto scolastico, sostegno psicologico. Poter contare su questi soldi, specie nei primi anni, è molto importante”.
Come ci racconta Elena Cianfloni, madre di una figlia biologica e di due ragazzi adottivi, nonché presidente di Ufai, spesso le cartelle cliniche non raccontano tutta la verità e quando i bambini arrivano a casa si scoprono molti problemi di salute a cui i genitori devono far fronte. “Alcuni bambini adottivi sono stati abusati, hanno subìto violenze di ogni tipo e traumi che non conosciamo nel momento in cui li andiamo a prendere negli istituti, altri arrivano in Italia con gravi problemi cognitivi o di nutrizione. I rimborsi ci aiutano a sostenere le spese per curarli, ma ci sono anche tante altre situazioni. Ci sono genitori che hanno perso il lavoro perché sono rimasti mesi nel paese di origine dei bambini prima di portarli a casa, famiglie che per adottare hanno chiesto prestiti alle banche o ai familiari. Quando si fa un’adozione internazionale non si sa mai prima quanti soldi ci vorranno. Io ad esempio per la seconda adozione ho speso oltre 38 mila euro e sono in attesa di rimborso dal 2013”.
Sul sito della Cai il 26 marzo è stato pubblicato un comunicato che dovrebbe rassicurare le famiglie perché annuncia che “la commissione ha completato le verifiche sulle domande ricevute per gli anni 2012/13/14 e avviato la fase di liquidazione per il 2012 e che a breve, potranno essere liquidati anche i restanti due anni (2013/2014)”, ma c’è chi ha perso le speranze. Chi avesse bisogno d’informazioni, poi, non riesce a mettersi in contatto con la Cai, che ha messo a disposizione di queste famiglie un numero di telefono che risponde solo un giorno a settimana per due ore. Tempi strettissimi. Come è successo anche a luglio dello scorso anno, quando la Cai ha dato la possibilità di richiedere i rimborsi solo per due settimane: in piena estate, con documenti a volte difficili da recuperare perché, per esempio, alcuni degli enti che si erano occupati delle adozioni nel frattempo avevano chiuso.
Pietro Elia, di Lecce, nel 2012 ha adottato una bambina dalla Russia e non ha ancora avuto il rimborso: “Aspettiamo da sette anni. Dopo aver mandato la documentazione, certificata dal nostro ente, a ottobre ci hanno chiesto nuovamente di ripresentare gli scontrini e le spese sostenute. Per fortuna avevamo conservato tutto, ma quando abbiamo chiesto riscontro nessuno ci ha risposto”.
“Fino al 2011 – spiega Elena Cianflone – i rimborsi arrivavano anche l’anno dopo la conclusione della pratica, dal 2012 in poi è stato il caos. Anche per questo chiediamo che al posto dei rimborsi le famiglie adottive maturino dallo Stato un credito d’imposta pari all’ammontare del costo dell’adozione, così da poter detrarre dal reddito le spese sostenute. Non ci sarebbe passaggio di denaro e i tempi sarebbero molto più brevi”.
Pillon bye bye, ma la Lega resiste
Il senatore leghista Simone Pillon è andato su tutte le furie ora che il suo disegno di legge sull’affido dei minori è stato preso a pallettate dagli alleati di governo del Movimento 5 Stelle. “Quel testo non arriverà mai in aula, è archiviato” ha detto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in quota M5S, Vincenzo Spadafora, all’indomani del Congresso mondiale delle Famiglie di Verona dove la tensione tra pentastellati e Carroccio è arrivata alle stelle.
Ma il de profundis del disegno di legge che mirava, tra l’altro a dettare modi e tempi della bigenitorialità perfetta delle coppie scoppiate ma con figli, costringendo questi ultimi a una sorta di pendolarismo continuo tra la casa del padre e della madre, era già suonato da tempo. Prima con il ritiro delle firme dal testo di alcuni senatori del Movimento 5 Stelle. Poi la scorsa settimana quando, anche per evitare che il loro sostegno sfumasse del tutto, al tavolo di maggioranza a Palazzo Madama si era concordato che il ddl non sarebbe stato preso come testo base: insomma l’accordo era di ripartire da un documento aperto. Ma era prima di Verona e dello scontro al calor bianco che ha costretto il premier Giuseppe Conte a fare la voce grossa con Salvini che lo aveva tirato in ballo sull’inconcludenza in materia di adozioni.
L’impressione è che nonostante i toni, la Lega non sia intenzionata a far saltare il banco, neppure sul ddl Pillon. Che “è un buon punto di partenza” dice Salvini dopo che il capogruppo del Carroccio al Senato era stato più duro, spingendosi a richiamare gli alleati al rispetto della lettera del contratto di governo.
Ma la diversità rivendicata sul tema dei diritti dal capo politico dei 5 Stelle, Luigi Di Maio complica ulteriormente il percorso del ddl leghista che è stato dato per spacciato da Spadafora almeno nella sua versione originale, a Palazzo Madama. Partito del resto con uno sgarbo istituzionale: è rimasto lettera morta l’invito della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati formulato fin dal principio all’indirizzo dello stesso Pillon. Ossia rinunciare all’idea di essere relatore del disegno di legge che porta il suo nome in evidente contrasto con la prassi adottata a Palazzo Madama. Un richiamo lasciato cadere dall’interessato e pure dal presidente della Commissione Giustizia Andrea Ostellari, leghista pure lui. Il Pd da parte sua prova ad andare in pressing sfidando i pentastellati a ottenere dalla Lega il ritiro del ddl della discordia. Ma i dem a Palazzo Madama hanno scelto la via dell’Aventino non accogliendo l’invito a presentare una loro proposta per migliorare le norme sulla materia. Su cui invece sono state presentate proposte da Forza Italia e da Fratelli d’Italia. Che come il testo di Pillon si occupano pure di riequilibrare gli effetti economici legati alla fine di una relazione, in un ottica meno penalizzante per i padri. Ma servirebbe la saggezza di Re Salomone per evitare che per contese di questa natura, si costringano i figli di genitori separati a vivere con la valigia in mano.
Air Force Renzi, abbandonato anche da Etihad
Sette mesi dopo la rescissione del contratto, l’Air Force Renzi è ancora lì, nell’hangar di Fiumicino in attesa di un destino diverso. In attesa di un futuro, il presente dell’aereo è più incerto che mai. L’aereo di Stato arrivato in leasing da Etihad e poi rifiutato dal nuovo governo per i costi giudicati eccessivi, ha visto prima un contenzioso tra Alitalia e Etihad risolversi con la rescissione del contratto. Ma la compagnia di Abu Dhabi – ha rivelato il Corriere –, non si è mai preoccupata di riportarlo alla base e l’A330 continua a fare bella mostra di sé nell’hangar di Fiumicino, dove pare sia stato soprannominato “l’ospite”. Un caso che trova come una giustificazione quella degli eccessivi costi che Etihad non avrebbe intenzione di sobbarcarsi, così come una possibile vendita non renderebbe alla compagnia quanto sperato. “L’aereo oggi ha più valore se fatto a pezzi e le sue parti rivendute”, hanno spiegato alcuni dirigenti. Lo scenario più plausibile è che Etihad lo rivenda per un paio di milioni di euro, mentre altri 2-3 milioni servirebbero per conservare le varie certificazioni così da rendere ogni sua parte autorizzata al ricambio. Alla fine, rivendendo i pezzi ancora buoni si potrebbero racimolare 8-10 milioni di euro.
Il Def è vuoto: tensione tra Tesoro e gialloverdi
Più che la previsione dell’Ocse, che stima buona ultima l’Italia in stagnazione nel 2019, al Tesoro guardano con preoccupazioni ai dati economici in arrivo da tutta Europa: a marzo l’indice del manifatturiero italiano rilevato da Ihs Markit cala ancora un po’ e tocca i minimi dal 2013, quello tedesco addirittura i minimi dal 2012, “il settore manifatturiero francese è ritornato a registrare un declino, quello austriaco risulta in stallo, la Spagna è vicina alla stagnazione” eccetera.
Insomma, se il calo del Pil italiano negli ultimi due trimestri dell’anno scorso era dovuto alla debole domanda interna, il 2019 inizia lasciando sospettare un indebolimento anche della componente estera: brutta cosa in sé e per i suoi riflessi sui nostri fragili equilibri di bilancio.
Com’è noto, infatti, a giorni il governo dovrà presentare il Documento di economia e finanza, vale a dire il testo in cui si traccia il corso triennale dei conti pubblici (quadro tendenziale) e si spiega come questo sarà influenzato dalle azioni dell’esecutivo (quadro programmatico). Un documento non indolore visto che la crescita sarà inferiore all’1% e il deficit superiore al 2% (pardon, 2,04%) previsto dai gialloverdi a dicembre dopo l’estenuante trattativa con l’Ue. Il problema vero, però, è cosa scrivere per il 2020: il governo si sarebbe impegnato a chiudere l’anno prossimo all’1,8%, risultato garantito dalle cosiddette “clausole di salvaguardia”, cioè l’aumento automatico dell’Iva a coprire la distanza dall’obiettivo. Non solo: l’anno prossimo sia il reddito di cittadinanza che quota 100 sulle pensioni andranno a regime (costeranno di più) e in programma c’è la flat tax in forma attenuata o piena che sia.
Cosa scrivere dunque nel Def? Palazzo Chigi, che dovrebbe fornire le indicazioni politiche al Tesoro per le sue simulazioni, al momento sta zitto e al Tesoro vanno avanti da soli. La tentazione di Lega e M5S – dicono preoccupati al ministero, una sorta di ridotta della fedeltà a Bruxelles – sarebbe quella di scrivere un Def col solo quadro tendenziale, appena addolcito dai miracolosi effetti dell’approvando decreto per la crescita. “Sarebbe come dire che dopo le Europee non ci sarà più un governo”, dice il deputato Pd Francesco Boccia. Nient’affatto, smentisce però il ministro Tria, nel Def “sarà specificato il quadro programmatico”.
Al Tesoro, ovviamente, qualche simulazione già l’hanno fatta: quest’anno il deficit sarà più alto del 2% promesso e la crescita la metà di quella stimata (0,5%), ma il problema è sempre il 2020.
Tria e i suoi tecnici, com’è noto, ritengono che un parziale aumento dell’Iva sia la soluzione più sensata e che, insieme a uno spettacoloso ritorno alla crescita stimata (sopra l’1%), possa sistemare il bilancio 2020: stime di questo genere esistono già in bozza, ma è improbabile che Lega e M5S accettino di far salire le imposte per far contenta una Commissione Ue in via di dismissione. Qualcuno, tra i brussellesi del Tesoro e i romani del governo dovrà cedere.
La superconsulente inguaia Tria: anche Conte va in pressing
Quello di ministro dell’Economia, si sa, è il mestiere più ingrato del mondo. Giovanni Tria, però, sta facendo di tutto per far infuriare Lega e M5S. Gli alleati gli intimano di firmare i decreti per rimborsare i cosiddetti “truffati” di Etruria & C., fermi da settimane per i dubbi di Bruxelles, mentre tiene banco la polemica sul ruolo della sua superconsigliera Claudia Bugno. Ieri, al termine di una giornata di tensioni, il premier Giuseppe Conte lo ha chiamato a Palazzo Chigi. Il colloquio è durato un’ora. Le norme per sbloccare lo stallo sui truffati finiranno nel decreto Crescita che sarà approvato giovedì. I due, però, hanno affrontato anche il caso Bugno, nominata dal ministro nel suo staff ad agosto scorso.
La vicenda mette Tria in grave imbarazzo. L’ultima tensione riguarda il potenziale conflitto d’interessi per i suoi rapporti con la moglie del ministro, Mariastella Vicini, sua amica da tempo. Come ha rivelato La Verità, a novembre 2018 (due mesi dopo la nomina di Bugno al ministero) il figlio della Vicini, Nicolò Ciapetti – nato da un precedente matrimonio – è stato assunto come “social media marketing assistant” alla Tinexta spa, società di servizi finanziari controllata dalle Camere di commercio e guidata dal compagno di Bugno, Pier Andrea Chevallard, storico manager del settore.
Il legame familiare ha spinto Bugno a diventare in breve tempo la consigliera più potente di Via XX settembre. Il suo curriculum illustra una vita di ottime relazioni. Avrebbe potuto essere arricchito dal posto nel cda di Banca Etruria, dal 2013 al 2015, se non l’avesse omesso: un conflitto d’interessi per cui il ministro Flavio Zanonato tentò invano di cacciarla dal ministero dello Sviluppo economico. Quando Etruria fu commissariata, Matteo Renzi la spinse al vertice del comitato Roma 2024, al fianco di Luca di Montezemolo, al quale è molto legata. Montezemolo l’ha poi portata come dirigente in Alitalia, dove è stata fino al marzo 2018. La sua rapida ascesa è partita dalla Promos, società per la promozione delle pmi della Camera di commercio di Milano, dove ha conosciuto il marito e stretto rapporti con Sergio Ermolli, lobbista assai caro a Berlusconi. Da lì è finita al Mise ai tempi di Claudio Scajola.
Instancabile telefonatrice di richieste e sponsorizzazioni a nome del ministro, Bugno pare metta bocca su tanti dossier. Ruolo che ha messo in fibrillazione lo staff e la struttura tecnica, i cui vertici, dalla Direzione generale al Gabinetto sono infuriati. In via XX settembre raccontano che compaia anche in riunioni dove non è prevista. All’interno dello staff del ministro, per dire, è la voce più critica sul salvataggio di Alitalia, dove il Tesoro dovrebbe entrare col 15% insieme alle Ferrovie. Nel decreto Crescita è stato congelato l’articolo che autorizzava l’operazione. Il suo attivismo è segnalato anche sulle nomine nelle partecipate di Cassa Depositi e Prestiti, controllata dal Tesoro. In ballo ci sono i vertici in scadenza di Sace, la società per gli investimenti esteri e Cdp Equity, che gestisce le partecipate. Nomine che spettano a Cdp, ma su cui Tria – in accordo con Bugno – si sta interessando. Su Sace, spinge per il rinnovo del presidente Beniamino Quintieri (collega di Tria a Tor Vergata) e dell’ad Alessandro Decio. L’ad di Cdp, Fabrizio Palermo vorrebbe invece un ricambio. Così come Lega e M5S.
I due partiti hanno deciso di aprire le ostilità. Ieri Stefano Buffagni, sottosegretario a Palazzo Chigi e plenipotenziario alle nomine 5Stelle, ha chiesto a Tria di chiarire il suo ruolo. Al Senato M5S sta studiando un’interrogazione al ministro. Le “forti perplessità” sono state avanzate a Conte dallo stesso Di Maio. Il premier l’ha fatto presente al ministro. Tutti sperano che in giornata arrivino novità. Da tempo i 5Stelle contestano a Bugno il passato in Banca Etruria, per cui è stata multata per irregolarità da Bankitalia nel marzo 2016 insieme al cda. Per lei la sanzione, contro cui ha fatto ricorso, è di 121 mila euro. Bugno è stata destinataria anche della citazione per danni avanzata al tribunale di Arezzo dal liquidatore Giuseppe Santoni (in solido la richiesta supera i 300 milioni).
Ad avviare le tensioni finali è stata la scelta di Tria di designarla nel board di Stmicroelectronics, colosso controllato dai governi di Francia e Italia che si occupa di microchip. Il compenso del suo predecessore in Stm era di 94 mila euro annui lordi (l’incarico al ministero ne vale 74 mila). L’idea che una consigliera senza legami col governo – all’oscuro della scelta – possa rappresentare l’Italia in una società strategica ha fatto infuriare gli alleati. Invano Conte ha chiesto a Tria di revocare la nomina. Ormai, però, solo un passo indietro di Bugno può far saltare la nomina. Scelta che non sembra intenzionata a fare.
Auto blu in aumento. Di Maio: “Non lo so ma ora blocco tutto”
La notizia l’ha data Il Messaggero: la Pubblica amministrazione sta per aumentare la sua flotta di auto blu. In particolare, sono in arrivo 7.900 auto “grigie”, (vetture con e senza conducente, di cilindrata inferiore a 1600cc) al costo di 120 milioni di euro) e 380 auto blu per 48 milioni di euro. Il bando per il noleggio delle automobili sarebbe in dirittura d’arrivo: il termine per la ricezione delle offerte è scaduto proprio in questi giorni. Per quanto riguarda le 380 auto blu la procedura dovrebbe chiudersi entro ottobre. Una notizia che mette particolarmente in imbarazzo il Movimento Cinque Stelle, che ha nella riduzione dei privilegi “di casta” una delle sue battaglie storiche. Infatti il primo commento è arrivato dal vicepremier pentastellato Luigi Di Maio, che ha confessato di non saperne nulla: “Stiamo facendo acquisti? Su questo proprio stamattina avvierò subito un’indagine interna ai ministeri per capire se questi bandi si stanno avviando in automatico perchè il nostro obiettivo è di ridurle. Ringrazio il giornalista che ha fatto l’inchiesta. Verificheremo e se sarà vero si bloccherà tutto”. Fonti del M5S aggiungono che Di Maio chiederà al premier Giuseppe Conte un decreto per tagliare le auto di servizio.