A volte ha ragione persino Salvini

Che ognuno sia libero di agire la propria sessualità secondo quanto gli dettano l’istinto e la natura e di regolare le proprie relazioni sentimentali come meglio gli pare è fuori discussione. Ma mi sembra un tantino paradossale che adesso sulla famiglia tradizionale, composta da un uomo, maschio, e da una donna, femmina, possibilmente con dei figli, sia caduto una specie di marchio d’infamia, come ci dicono le grandi polemiche di questi giorni intorno al “Family Day” che si è svolto a Verona.

Se uno vuole sposare una donna (o viceversa), avere dei figli ed essere contrario all’aborto anche questi sono fatti suoi, sono un diritto di libertà che non ha meno dignità di quello di chi vuole fare il contrario. Come al solito siamo passati da un estremo all’altro. Gli omosessuali sono stati discriminati e costretti alle catacombe per secoli, ma una volta che è stata sancita, per legge e per cultura, la loro parità di diritti e di considerazione sociale con gli etero è saltato fuori l’“orgoglio omosessuale”. L’“orgoglio omosessuale” è pari, per stupidaggine, all’“orgoglio eterosessuale”. Né l’una né l’altra posizione hanno da dar luogo a una sorta di complesso di superiorità. Uno è quello che è, punto e basta.

Un discorso a latere merita l’adozione da parte di coppie omosessuali. Il diritto della coppia omosessuale di comportarsi come gli pare trova un limite quando c’è di mezzo un terzo soggetto. In questo caso il bambino che si vorrebbe adottare. Un nascituro, almeno sulla linea di partenza – come ha detto Salvini con cui sono completamente d’accordo – “ha diritto di avere un padre e una madre”, perché così detta la Natura che ha elaborato le proprie modalità in milioni di anni.

Per questo la legge italiana ha posto per l’adozione da parte di una coppia omosessuale limiti più stringenti di quelli che riguardano una coppia eterosessuale, pur se limiti ci sono anche per quest’ultima, perché un figlio non è un oggetto di consumo, né noi occidentali possiamo andare a rapinare i bambini di altri Paesi o procurarceli a cagione della nostra sterilità, implicita nella coppia omosessuale, di fatto in quella etero, con la pratica infame dell’“utero in affitto” che significa la completa mercificazione del corpo della donna e che le femministe, di ieri e di oggi, avrebbero fatto meglio a contestare con maggior durezza e maggior ragione di quanto abbiano fatto in questi giorni contro il “Family Day” che non toglie i diritti a nessuno ma lascia semplicemente a una coppia il diritto di scegliere il proprio destino.

Con Salvini sono anche d’accordo sulla nuova legge sulla legittima difesa, fortemente voluta dalla Lega e molto mal digerita dai Cinque Stelle, che la rende sempre legittima senza bisogno che ci sia proporzionalità fra offesa e difesa, quando una persona entra di nascosto e non autorizzata in casa tua. In questo caso il rischio di una risposta sproporzionata da parte del padrone di casa, o chi per lui, deve assumerselo chi sta violando la legge e non la vittima che non ha il dovere di valutare quali siano le reali intenzioni dell’intruso. Così come trovo giustissima quella parte della norma che esenta la vittima, che ha ferito o ucciso l’intruso, non importa se con una pistola o con un altro mezzo, dal pagare i danni a costui o alla sua famiglia: il danno e la beffa.

Meglio regolata, a parer mio, dovrebbe essere la questione delle “attinenze”. Cioè la nuova legge dovrebbe riguardare solo la violazione del domicilio (“la tana”) o del negozio, non le sue “attinenze”. Per fare un esempio se un ladro, magari un bambino, entra nel mio giardino e si arrampica su un albero per rubarmi delle mele e io gli sparo e lo uccido questo è un omicidio volontario che è fuori dalla legittima difesa e probabilmente anche dall’“eccesso colposo di legittima difesa”. In questi casi particolari la decisione spetterà comunque al giudice.

Alleati ormai ai ferri cortissimi. E sui diritti M5S cerca il Pd

Di prima mattina lo stato delle cose lo dipinge una fonte di governo a 5Stelle: “Mi sembra tutto un delirio”. Ed è un delirio nel quale tra Lega e M5S è guerra senza più troppe ipocrisie, con i 5Stelle pronti a insistere sui diritti civili, la mina che se ne stava fuori dal contratto di governo. Anche a costo di giocare sponda con il Pd nelle Aule e nelle commissioni, “però senza esagerare, altrimenti i dem si allargano” sussurrano dai piani alti. E in mezzo al fuoco c’è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’avvocato che vuole mediare, cioè non stare con nessuno, ma che è strattonato da un fronte e dall’altro. Con il Movimento, la parte che ovviamente può tirarlo più forte, che il sabato lo aveva spinto a infierire contro Matteo Salvini, tanto da esortare il vicepremier a “studiare”. Ma domenica è proprio il leghista a ottenere un incontro con il premier più o meno distensivo a Firenze. E ne esce anche una foto dei due sorridenti sotto fronde soleggiate, che ieri invade i quotidiani. Di Maio lo sapeva, assicurano, ma tanti altri 5Stelle no, e quell’immagine la gradiscono poco, anzi per nulla.

Ma è altro a far arrabbiare il capo politico e i vertici. Ovvero il titolo di Repubblica che racconta di un Salvini stentoreo, che (anche) al premier chiede “un cambio di passo, altrimenti crolla tutto”. Nel segno di una convinzione: “Qui comando io”. Così Di Maio, il vice che ora picchia tutti i santi giorni sul coinquilino perché per mesi è stato troppo conciliante, si infuria. E lo dice: “Spero che questa frase non sia vera, sarebbe grave”.

Per qualche minuto il capo e il suo staff pensano di far uscire contro Salvini i ministri a 5Stelle, l’uno dopo l’altro, come una batteria. Sarebbe un atto pesantissimo, quasi un varcare il Rubicone. Ma il Movimento si ferma un attimo prima. Mentre Salvini in giornata smentisce: “Repubblica è un costante pesce d’aprile”. Nel frattempo però c’è anche il sottosegretario dimaiano Vincenzo Spadafora, passato al ruolo di primo artigliere, che spara da Agorà: “Il disegno di legge Pillon è chiuso, non arriverà mai in Aula”.

E il veto al contestato ddl leghista sul diritto di famiglia conferma la linea del Movimento, aprire una breccia sui diritti civili per segnare le differenze con il Carroccio. Con l’obiettivo di riprendersi la base delusa e di tenere a sinistra. Perché il Pd del neo segretario Nicola Zingaretti è tornato un pericolo, che minaccia il sorpasso nelle Europee, e questa è la prima trincea da difendere per Di Maio. Però il paradosso è che ora i 5Stelle devono dialogare con i dem, magari votando addirittura assieme sui diritti civili, perché forse è l’unico modo per indebolire davvero Salvini. Non a caso il calo della Lega (-0,5 per cento) e la crescita di un punto del M5S nei sondaggi del Tg di La7, diffusi ieri, cioè subito dopo il congresso di Verona, vengono ampiamente notati nel Movimento.

E suonano come la conferma che bisogna picchiare innanzitutto sui punti sensibili, dalla famiglia alla legge sul fine vita. Non a caso, in arrivo in Senato c’è anche una proposta di legge a firma di due 5Stelle, Gianluca Ferrara e Mattia Crucioli, per limitare o impedire il rilascio del porto d’armi a chi abbia problemi mentali o psicologici, anche tramite la creazione di un’anagrafe in cui i medici possano segnalare i casi a rischio. “Di fatto è una proposta per limitare gli effetti della legittima difesa” spiegano dal M5S. E sullo sfondo c’è anche la diffusa stanchezza di tanti 5Stelle. Stufi, dicono, di guerreggiare sui dettagli con i leghisti. “A questo punto davvero meglio votare assieme al Pd”. Ma serve equilibrio, al Movimento che ne ha sempre avuto poco.

Mentre la certezza è sempre quella, la ricerca della diversità smarrita (e nascosta). Il sottosegretario Mattia Fantinati lo dice così al Fatto: “Noi e la Lega siamo diversi e alternativi, siamo il governo delle divergenze parallele”. E la semicitazione di Moro potrebbe piacere a Conte, che in serata ospita a Palazzo Chigi una riunione politica con i big a 5Stelle, Di Maio e Bonafede. Perché il ministro all’Economia Tria balla, sotto le accuse del M5S. E Salvini è un vicino ingombrante. Con cui ormai è tutta una lite condominiale.

Confessi e sconfessati

Noi, com’è noto, siamo grandi fan di Bernard-Henri Lévy, l’intellò da baguette più à la page del bigoncio. Tant’è che, se avessimo qualche spicciolo da buttare, lo noleggeremmo per tenerlo in giardino e mostrarlo agli amici. E, se avessimo un paio d’ore da buttare, assisteremmo allo spettacolo teatrale che sta portando in tournée per tutta Europa, per spiegarci come dobbiamo votare alle elezioni europee, in vista della “nuova resistenza contro l’idra populista”. Non per distoglierlo dall’ultima missione per conto di Dieu, che lo vede engagé h24, ma pensavamo che avrebbe dedicato qualche minuto al suo vecchio copain Cesare Battisti e alla sua fresca confessione dei quattro omicidi per cui era stato a suo tempo condannato ad altrettanti ergastoli da quei fascisti dei giudici italiani. Bernard nonché Henri lo definiva “scrittore arrabbiato e imprigionato”, manco l’avessero condannato per nervosismo molesto. Lo paragonava al “capitano Dreyfus”, credendosi Émile Zola. Invitava l’Italia a “voltare la pagina degli anni di piombo” (che non c’entrano una mazza coi morti ammazzati nelle rapine in gioielleria). Ed era in buona compagnia.

Ma negli ultimi giorni, dei tanti maître e maîtresse à penser, italiani e francesi, che avevano solidarizzato con appelli, manifesti, campagne e gridolini di dolore per il nuovo Silvio Pellico, quasi tutti hanno commentato la confessione che li sconfessa. Chi aveva già ritirato la firma. Chi ha chiesto scusa per l’abbaglio. Chi ha arditamente sostenuto (Francesco Merlo su Repubblica) che la sinistra non c’entra nulla con la beatificazione dell’assassino a opera di decine di intellettuali di sinistra. Chi – come Fred Vargas e più modestamente Piero Sansonetti – ha tenuto il punto, convinto che il reo confesso è innocente ma non lo sa. Giù giù fino all’editrice “innamorata” Gwenaelle Denoyers, che ha rinviato la pubblicazione del nuovo romanzo, ambientato nel Brasile della latitanza. All’appello manca solo la voce di BHL, come il nostro si firma su Twitter, tipo corriere-espresso. Le sue ultime dichiarazioni in materia risalgono a un mese fa, su Rai3 da Lucia Annunziata. Col consueto look da coiffeur pour dames, anzi da toiletteur pour chien, ciuffo cotonato a favore di vento, camicia aperta sul petto epilé con colletti modello Air France, e con la sicumera di quello che non capisce nulla ma ti spiega tutto, monsieur le paraguru la prende alla larga. Ha definito “camicie brune” (i nazisti) i Gilet gialli che osano contestare Macron, il suo ultimo idolo dopo Mitterrand, Sarkozy e Renzi (lui porta buono).

L’Annunziata gli ha domandato: “È mai sceso in strada per parlare con loro?”. Risposta: “No, faceva troppo freddo”. E poi, diciamolo, il popolo puzza. In Italia, per dire, se dà il voto a quelli che non garbano a lui, “sbaglia”: “I popoli non hanno sempre ragione”. E vanno rieducati comme il faut. In un recente articolo su La Stampa, BHL proponeva addirittura di abolire gli elettori, almeno in Italia dove sbagliano a votare, e di sostituirli con la dittatura illuminata (da lui) della Bce: “Propongo che Draghi mobiliti le forze di polizia”. La nuova democrazia di Vogliamo i colonnelli è l’ultima svolta filosofica di questo “disc jockey delle idee” (come lo definì il Nouvel Observateur), passato dal trotzkismo al maoismo (“il capitalismo è la più formidabile macchina di morte della storia”), dal terzomondismo all’atlantismo, dal pacifismo al coup de foudre per le bombe della Nato sull’ex Jugoslavia e sulla Libia. Senza dimenticare la sua sbandierata amicizia con il comandante afghano Massoud, ovviamente inventata. E il suo leggendario elogio – nel libro De la guerre en philosophie – al filosofo neokantiano Jean-Baptiste Botul, purtroppo mai esistito (se l’era inventato Le Canard Encahiné e lui ci era cascato con tutte le scarpe e les pompons). A quel punto l’Annunziata obietta: “In Italia c’è chi dice che le istituzioni internazionali sono in mano alle élite”. E lui: “Se le élite sono la Democrazia Cristiana, che ha governato per tanti anni, è chiaro che bisogna sbarazzarsene. Se sono il coraggio politico di Carlo Calenda, la virtù di Matteo Renzi, la memoria di Eugenio Scalfari, sono belle élite. Viva le élite!”. Riassumendo: se uno vince le elezioni (come la Dc), raus; se invece le perde (come Calenda e Renzi), evviva. Decide lui. Anche per il futuro: “Alle Europee vinceranno Macron e Renzi (sic, ndr), mentre Salvini prenderà una bella mazzata”. A quel punto, mentre Salvini brindava a champagne lo scampato sostegno di BHL e Calenda e Renzi si grattavano per esorcizzare le conseguenze del nefasto coming out, il nostro parlava dell’amato serial killer: “Battisti ha diritto a un vero processo, a vedere i suoi accusatori e il giudice che lo giudica. Invece, è stato condannato all’ergastolo in contumacia”. E vagli a spiegare che Battisti non vide gli accusatori e i giudici perché si era dato alla latitanza a Parigi prima dei processi. Voi capite perché siamo curiosi marci di conoscere il suo illuminato parere sulla confessione di Battisti. In particolare su quel passaggio in cui il pluriomicida si fa beffe dei suoi fan italo-transalpini che l’avevano scambiato per un intellettuale: “Gli appoggi di cui ho goduto sono stati il più delle volte di carattere politico, rafforzati dal fatto che io ero ritenuto un intellettuale, scrivevo libri, per cui nessuno sentiva il bisogno di agire contro di me. Questo mio ruolo da intellettuale era una precisa garanzia che, a prescindere dal mio passato, ero una persona non più pericolosa e quindi, anche per questo motivo, nessuno mi ha dato la caccia”. In effetti, in certi ambienti, la patente di intellettuale è più accessibile di quella del motorino. Basti pensare che passa per un intellettuale persino Bernard-Henri Lévy.

Facce di casta

 

Bocciati

Il MAESTRO VESSICCHIO. E’ ormai noto a tutti il modus operandi di figuri più o meno noti che popolano la contemporaneità: spararla grossissima, balzare agli onori delle cronache, essere ricoperti d’insulti e alla fine rettificare quanto detto. A portare alle estreme conseguenze il suddetto sistema con un triplo carpiato semantico c’ha pensato tale Sergio Vessicchio, telecronista di CanaleCinqueTv, che durante la partita Agropoli-Sant’Agnello se n’era uscito così: “Prego la regia di seguire l’assistente donna, è una cosa inguardabile. È uno schifo vedere le donne che vengono a fare gli arbitri in un campionato dove le società spendono centinaia di migliaia di euro ed è una barzelletta della federazione una cosa del genere, impresentabile per un campo di calcio”. Letteralmente travolto d’insulti e licenziato da una delle tv per cui lavorava, il lesto Vessicchio ha deciso nientepopodimeno che di erigersi a paladino delle donne, sostenendo che il significato di quanto da lui affermato sia stato non solo stravolto ma addirittura capovolto, perché quel che lui voleva sostenere era invece che “E’ uno schifo quello che si verifica, finiscono nel mirino tra offese, insulti, battutine e ingiurie”, quelle povere donne. Sinceri complimenti a Vessicchio, non solo per la creatività, ma per aver sgominato la concorrenza nell’arte della ritrattazione creativa.

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QUESTIONE DI STATISTICA. Giancarlo Blangiardo, neo presidente dell’Istat, alla luce delle polemiche suscitate dall’annuncio della sua presenza al Congresso delle famiglie di Verona, ha deciso di rinunciare. Questa la nota diffusa dall’Istituto nazionale di statistica: “A fronte del clamore che sta suscitando la sua eventuale presenza, per altro come studioso, al convegno il presidente Blangiardo ha rinunciato a partecipare al fine di evitare che una decisione del tutto personale possa essere interpretata come una decisione del presidente dell’Istat”. Che si facessero girare le scatole in parecchi, del resto, era statisticamente molto probabile.

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Promossi

SOPRAVVIVENZA SOCIAL. Guido Crosetto, appena dimessosi da deputato, per fortuna non si è dimesso da Twitter e continua a regalarci pensieri che spesso ci capita di condividere: “Non riesco più a sopportare di scrivere un tweet e poi magari doverlo spiegare, inutilmente, a schiere di maleducati analfabeti funzionali o semplici ignoranti totali. Quindi quando vedo i primi commenti irritanti per stupidità, cancello e blocco”. Ogni limite ha una pazienza.

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ESSERE DI COCCIO.
Tomaso Montanari twitta così dopo i risultati delle regionali in Basilicata: “Il @pdnetwork pensa e attua politiche di destra: e poi vince la Destra vera. Il @Mov5Stelle si fa complice della politica di estrema destra di #Salvini: e poi vince la Destra vera. Ci vuole così tanto a capire che se non ci sono alternative viene sempre preferito l’originale?”. Eh. Una constatazione inoppugnabile, sono mesi e mesi che se ne discute, eppure i diretti interessati proprio non si rassegnano a crederci.

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La settimana incom

 

Bocciati

Family woman. Scazzo a ‘Otto e Mezzo’ sul controverso Congresso delle famiglie di Verona tra la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni che ha difeso l’iniziativa e Lilli Gruber, che le ricorda di non avere proprio una famiglia “tradizionale”. Ora bisogna dire che noi pensiamo che ognuno a casa sua fa quello che vuole. Però se sei un politico che difende la famiglia tradizionale, non sarebbe meglio avercela una famiglia tradizionale, soprattutto andando in tv a promuoverla?#IostoconTopolino. Topolino è giunto agli onori (si fa per dire) della cronaca politica perché un po’ tutti ne hanno parlato. Il neo-segretario del Pd Nicola Zingaretti ha dichiarato: “La flat tax è una teoria da Paperon de Paperoni”; Il filosofo Massimo Cacciari: “Se la gente avesse letto più libri oltre a Topolino …”; Matteo Salvini: “Il Mef ha smentito qualsiasi simulazione, quindi hanno l’attendibilità di Topolino i numeri di cui ho letto sui giornali”. E si cimenta anche l’ex ministro in cerca d’autore Carlo Calenda. Qui dobbiamo chiedere scusa a Topolino (e pure a tutta Paperopoli, di cui siamo grandi fan) per aver usato in passato Topolino (a cui siamo stati abbonati per decenni, anche in età adulta) come pietra di paragone non sempre lusinghiera. Il nostro amore (specie per Paperino) non è mai stato in discussione. Cenerissime in capo.

 

Promossi

Cuore di Barbara. Come (forse) saprete Barbara D’Urso ha pure un programma in prima serata. Di cui è stata ospite (nel format uno-contro tutti) Asia Argento. L’attrice ha parlato di molte cose: di Morgan, di Jimmy Bennett, di Weinstein e dell’ultimo non amore, Fabrizio Corona. A un certo punto è scoppiata a piangere confessando: “Tante cose non vanno nella mia vita”. La conduttrice ha eroicamente scelto di chiudere in anticipo il blocco, invece di indugiare sul ciglio bagnato. Al rientro dalla pubblicità si è scusata con il pubblico: “Anche io ho un cuore, stava piangendo troppo non me lo sono sentita di continuare, scusate”. Ma “scusate” esattamente di cosa? Però il gesto va promosso.

 

Non classificato

Bella di Billy. “La bellezza è arrivata prima di me, tanto più perché sono nata con un concorso di bellezza, Miss Italia. Ma a un certo punto l’ho come odiata e ho cercato di metterla in un angolo, di mortificarla. Quando incontravo qualcuno mi accorgevo che ero solo guardata, e mai ascoltata. Una vera frustrazione”. Lo dice Martina Colombari, ex miss Italia (ma non ex bella). Che aggiunge: “Ho rinunciato a tutto, alla mia Alla mia gioventù, a quella spensieratezza che non può essere la stessa a 40 anni. Non ho fatto scorribande notturne, i week end con le amiche, non rimpiango nulla, del passato si deve tenere tutto”. Ognuno ha i suoi problemi, ma la bellezza non era “la miglior lettera di raccomandazione”?

Balestrini, il poeta Bauhaus: ordine e rivoluzione in versi

Arriva Nanni Balestrini, con il suo nuovo breviario di poesia, “Esplosione” (Il Verri Edizioni, Collana rossa) e persino chi conosce e frequenta Balestrini da prima dei tempi di “Vogliamo tutto”, cade nell’equivoco. Crede (data la bellezza dell’incipit) in un venire avanti con grazia del poeta che rivisita il tempo. Viene fermato subito, a sorpresa, dall’estremo, ingannevole ordine della pagina, dei versi, delle parole, della scena. Con una agilità da Momix, Balestrini srotola e rivela, con tempi esatti il mondo nuovo, e vedi il pericolo.

La scrittura di Balestrini sta alla Poesia (specialmente la poesia italiana ) come gli schizzi degli architetti Bauhaus stavano ai disegni tradizionali del loro tempo. C’è tutto ciò che è necessario, nessuna divagazione (una casa è una casa, un testo è un testo) e un ordine rigoroso di intenzione, invenzione e rappresentazione che tocca a te, lettore, leggere nel modo giusto e nel tempo giusto.

Il lavoro di Balestrini appare esatto e impeccabile, come se fosse scienza. Nella pagina le parole sono oggetti, con un loro peso, una loro forma, un loro volume e angoli spesso taglienti (maneggiare con cura) che si compongono secondo il linguaggio di un gioco. Come nel cubo di Rubik, tutti i percorsi sono plausibili e sbagliati, nel senso che qualunque mossa di lettura e interpretazione ti porta comunque altrove.

Ma a differenza del gioco, l’altrove è sempre lo spazio creato da Balestrini per la sua poesia, che è tante cose, narrazione, inventario, ricordo, predizione, divagazione, ricapitolazione, verbale, sommario, annuncio, dichiarazione di resa e proclama di resistenza.

Al lettore rimane lo stupore per la nitidezza (perfettamente a fuoco, direbbe un fotografo) delle parole-immagini, e per il senso di ordine rigoroso che hai l’impressione di trovare in una sequenza di pagine che narrano di uno scisma lontano e non intendono (non possono, manca la controparte) discutere di un possibile ritorno. Per questo ho evocato la Bauhaus, nel senso quietamente e ordinatamente rivoluzionario con cui veniva cambiata l’idea di abitare e il progetto di costruire. L’impressione è che arrivi ordine, anche armonia, ma con altre regole, radicalmente diverse, regole che educatamente sconvolgono, cambiando il senso del luogo e del tempo, ma non la perfezione dell’habitat.

Sostengo che l’incipit de “L’esplosione” sia tra i più belli della poesia di questi anni: “Prima non c’era nulla e poi all’improvviso era tutto proibito sclerotizzato corporativo poi all’improvviso arriva qualcosa”. Non è che l’inizio di un viaggio dalla storia di prima, conosciuta e descritta con meraviglia, quasi con grazia, da un nuovo venuto, alla storia di dopo una massa tremula (come il “jelly”) da cui non puoi né restare né partire, né far lutto o far festa. Ti stanno trattenendo, e tu puoi descrivere l’avventura, che è un incubo. Ma non puoi evadere. In questo Balestrini non è solo un poeta importante del tempo. Ne è, più che un testimone, lo storico.

Come Sgarbi: Cecchetto candidato sindaco, nel segno di Gioca Jouer

Claudio Cecchetto candidato sindaco di una civica a Misano Adriatico è la prosecuzione del Metodo Sgarbi con le armi del Dj, del produttore musicale e, soprattutto, del talent scout. L’uomo che diede Jovanotti ai paninari e allo Spirito del Tempo arriva nella cittadina della Riviera romagnola, se ne innamora, ne riconosce lo squillante talento – “scopro e promuovo il territorio come fosse una persona”, dice – e si prenota per il municipio nella gara che avrà luogo il 26 maggio.

Cecchetto, che non è di Misano Adriatico, si appresta a diventarne primo cittadino in ragione di ciò che solo lui può dare. E nel solco di quel metodo, generato da Vittorio Sgarbi – sindaco in virtù della propria competenza di svariati luoghi della bellezza e del patrimonio culturale d’Italia – Cecchetto vi arriva con la propria pertinenza: lo spasso. Il suo programma politico, nel segno di Gioca Jouer – vista la conclamata vocazione turistica del territorio – è sanamente coerente con la Riviera. In quel triangolo che è Ri-mi-ca, ossia Riccione-Misano-Cattolica, vi arrivano – tra alberghi e spiagge – due punti di Pil. Per raddoppiare l’utile, Cecchetto ribalta il concetto di villeggiatura – “La vacanza non deve essere relax, ma divertimento …” – e così aiuta anche l’emancipazione dei lavoratori perché giammai ci si deve ridurre allo stremo per le ferie, fare una pausa, e poi tornare “riposati” ai luoghi grigi e bigi dello “sfruttamento”. Bisogna saperlo quanto ancora può dare di più Misano, “non è possibile” – dice ancora – “che dopo cena l’unica cosa accesa sia il bancomat”, “non è possibile che alle ventuno si sia tutti a letto, tutti dormienti…”.

Se è per questo neppure è possibile che gli aerei dei turisti tedeschi debbano atterrare ad Ancona, a Perugia perfino, perché Bologna tiene sotto scopa lo scalo di Rimini ma lui intanto, con tanto bel chiasso, sempre in rima con spasso, sa illuminare la città di visibilità – che è la scorciatoia per tutti i puntini remoti della carta geografica – e già si adopera per far smontare la gru che fa la pupù. Nessuno si osi di riderne perché la questione è seria. Alla Cella, un quartiere di Misano Adriatico, da ben tre anni la gru di un cantiere edile incombe sulle case.

L’impalcatura mulina sinistramente sotto la spinta dei venti, gli anni passano e la ruggine avanza ma, col bel tempo – in una realtà sociale la cui vocazione è il sole – vi dimorano sopra uccellacci. Sono volatili prodighi di cacca gettata in ogni dove e qui si può dare di più perché Cecchetto, infine, sulle note della celebre canzone di Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri e Gianni Morandi fa cantare tutti così: “…dai smontiamo ‘sta gru che fa tanta pupù!”. L’ha fatto dai microfoni di Radio105, con i conduttori Squalo e Marco Mazzoni ed è il modo eccentrico per andare dritti al punto come solo un forestiero innamorato della nuova patria sa fare: “Ho capito che Misano Adriatico è la città di cui voglio mettermi al servizio quando ho visto in piazza il busto del dottor Gentilini …”.

Era il medico condotto, amato da tutti, ed è il dettaglio rivelatore di un destino tutto poetico di Misano Adriatico, una città moglie che solo un altro “può farti accorgere quant’è bella, perché tu marito – tu, misanese – neppure lo sai”. Socio di minoranza nel matrimonio altrui dunque, Cecchetto – da sindaco – dopo maggio, con la stagione, con la grande pagina di Achille Campanile potrà ben far dire a tutti: Agosto, moglie mia non ti conosco.

Non c’è solo Orbàn, ecco l’Ungheria dell’Europa sociale

Scordatevi il faccione di Viktor Orbàn, il premier teorico della “democrazia illiberale”, e fautore dei confini chiusi ermeticamente a suo agio con Matteo Salvini e i “sovranisti”. Qui l’Ungheria ha il volto impegnato e competente di Laszlo Andor, economista di sinistra, già commissario europeo durante la gestione Barroso, critico della terza via blairiana e autore di un libro – Europa e solidarietà- che sarà presentato questa mattina presso la Federazione nazionale della stampa.

Laszlo mostra di conoscere bene il premier attuale. Come spiega nell’intervista al curatore del libro, il giornalista Paolo Butturini, “è importante prima di tutto ricordare il vincolo molto stretto fra Orbán e Berlusconi, calcio compreso. Orbán ha imparato molto dal leader di Forza Italia e quest’ultimo ha aiutato Fidesz (il suo partito, ndr.) mentre era all’opposizione. Non è un caso che il primo ambasciatore di Fidesz a Roma sia stato un tramite importante nella triangolazione Orbán-Berlusconi-Ppe”.

Per queste ragioni Andor non crede che l’alleanza Orbàn-Salvini sia duratura: “Orbán vuole rimanere il più a lungo possibile nel Ppe. La connessione con la Germania e più ancora con la Baviera è decisiva per lui”. Anche perché “le aziende tedesche fanno ottimi affari in Ungheria e per il partito egemone in Baviera, la Csu, Orbán è importante anche nello scontro interno con Angela Merkel, quindi può sempre contare sul soccorso dei bavaresi ogni volta che si mette nei guai”.

Insomma, Andor dimostra di saperla lunga e se il titolo del suo libro può sembrare un ossimoro – l’Europa monetaria ha fatto di tutto per dissociare sé stessa dal senso di solidarietà – il tentativo di delineare un’Europa sociale sembra sincero. I riferimenti al pensiero della sinistra riformista non mancano, a cominciare dall’ispiratore teorico, John Maynard Keynes, all’inventore del sistema sociale inglese, Lord Beveridge, agli studi sulla disugualinza di Thomas Piketty, a sua volta mutuati dal maestro della disciplina, Anthony Atkinson. Non è un caso, quindi, che la prefazione del libro sia di Fabrizio Barca che, a sua volta, proprio richiamandosi alle analisi e alle proposte di Atkinson ha presentato pochi giorni fa lo studio a cura del Forum Disuglianze e Diversità.

Andor si cimenta così con le ipotesi dell’Europa sociale, proponendo la riforma del budget comunità e l’unione fiscale, l’introduzione di effettivi provvedimenti sociali come lo stesso salario minimo europeo. E immagina sull’Europa una “via d’uscita per la socialdemocrazia” anche se resta prigioniero di una contraddizione con le seguenti conclusioni: “Da un lato è necessario sviluppare le istituzioni del sistema economico internazionale. Dall’altro bisogna sollecitare un’equa redistribuzione del reddito”. L’esperienza degli ultimi trent’anni, però, dice che l’equazione non riesce.

“Viva l’afa a marzo!” Basta con i negazionisti climatici

C’è quello che ti ricorda che lui, in Sicilia, il bagno a marzo lo faceva negli anni Ottanta, e quello che sostiene che dietro chi teme il riscaldamento globale “ci sia un business formidabile”. Per non parlare di chi cita Antonino Zichichi o di chi ricorda che Annibale attraversò le Alpi con gli elefanti perché ai tempi faceva meno freddo di oggi, mentre la Groenlandia era verde nel Medioevo. Insomma: dopo l’amico che non vaccina i figli o quello che la “chemio per il cancro mai”, s’avanza oggi una nuova specie di negazionista scientifico, magari colto oppure giornalista (ce ne sono a bizzeffe): quello per cui il cambiamento climatico non esiste. Indifferente agli appelli degli scienziati, alla mole infinita di report di prestigiose istituzioni globali, agli alluvioni, tifoni, incendi devastanti, siccità, attraversa le sue giornate con lo strabismo ottuso di chi crede che siccome l’acqua esce dal rubinetto e il frigo è pieno tutto sarà così per sempre. Ma il negazionista climatico non è solo quello che contesta apertamente l’aumento delle temperature ma anche quello, magari vip, negazionista softo meglio “a sua insaputa”: uno che gioisce dell’ondata di caldo anomalo pubblicando sul suo popolato Instagram foto in costume accompagnate da gridolini di gioia (“W il sole, w la vita!!!!”); o quello che quando si muore d’afa a Pasqua si ostina a coprire il bambino col cappello, senza riuscire a capire – nonostante il master in Bocconi – che il problema oggi non è il freddo ma il caldo. Ma che sia consapevole o inconsapevole, una cosa è certa: i tempi sono maturi (anche perché la comunità scientifica è compatta), per decidere che con chi nega il riscaldamento globale – e insieme sostiene che la temperatura sia legata solo alle attività del sole e l’uomo non c’entri – non c’è margine di discussione. E non si tratta di essere antidemocratici, ma di non essere ridicoli: ci metteremo mai ad argomentare con uno che crede alle scie chimiche o è convinto che la terra sia piatta?

Chi oggi parla apertamente di bufala del cambiamento climatico va considerato un pericoloso squinternato, altro che persona con cui dialogare, uno che magari smetti anche di invitare a cena, come non inviteresti chi potrebbe intrattenere gli ospiti raccontando di aver visto una navicella aliena o di avere le prove che il Sole gira intorno alla Terra. Ai negazionisti inconsapevoli andrebbe invece ricordato che gioire pubblicamente in maniera scomposta dei dieci gradi in più rispetto alla media ormai è da cretini, così come lo è non avvertire un minimo di disagio quando il parco cittadino è pieno di gente seminuda a novembre. Per carità, non c’è nulla di male a godersi una giornata anticipata di sole. Basta che sia chiara una cosa: il negazionista climatico che sia una persona qualunque o peggio ancora se giornalista o volto noto, oggi va additato per quello che è: uno fuori di testa, punto e basta. Da escludere dai talk show così come da bannare, senza indugio alcuno, dalle proprie bacheche sociali. Proprio come si farebbe per un delirante terrapiattista.

Pugni, razzismo, squalifica: dal campo al far web dei social

Oggi che (quasi) tutti sono su Facebook, le partite durano molto più dei canonici 90 minuti. I commenti sui social diventano una sorta di quarto tempo (ammesso, e non concesso, che ci sia il “terzo”, quello dei saluti amichevoli), indefinito e immateriale quanto si vuole, ma implacabile.
Sfogarsi da casa, non conviene. Gli arbitri compilano un supplemento di referto, allegando gli screen shot con impressi insulti (aggravio di squalifica da due a tre giornate), minacce (da sei a dieci) e – soprattutto – mittenti. Impronte e firme del reo, in pratica.
L’ultimo in ordine di tempo si chiama Lukac Dino Paris, centrocampista del San Luca (Umbria). Espulso, dice, “ingiustamente” – in fondo, aveva solo sdraiato un avversario con una testata al volto – il cartellino rosso provoca l’effetto toro-corrida…

In sua madre, che scavalca la rete di recinzione e si mette a correre in direzione arbitro, e non per complimentarsi. La sera, via Facebook, il buon Lukac contatta l’arbitro cercando di spiegare il comportamento suo e quello di mammà, chiedendo pure di “alleggerire” la propria posizione, se possibile. Avrà quattro giornate per riflettere meglio.

Nel far web, ci cascano anche i presidenti. Quello

dell’Offida (Marche), Giovanni Stracci, dopo l’immeritata sconfitta con la Cuprense, si è messo alla tastiera, arrivando sul profilo dell’arbitro, il signor Abdelali Sabbouh, origini marocchine. Qualcuno ha letto i commenti, non esattamente un inno al multiculturalismo: 400 euro di multa, due mesi e mezzo di inibizione dai campi da gioco e una giornata a porte chiuse.

Attenzione: il razzismo va per sentieri imperscrutabili. Come ben sa Abroubagui Abas Salbre, attaccante burkinabè del Dolo (Veneto) che, dopo la sconfitta contro la Luparense, contatta pure lui l’arbitro su Facebook: “Sei proprio un figlio di una buona donna (no, non scrisse così, ndr). Sei vergognoso. Ora capisco perché gli arbitri africani non vanno avanti, siete sempre pronti a chinarvi (no, non scrisse nemmeno così, ndr) per due euro. Spero di ribeccarti presto per i campi”.

L’arbitro, un africano come lui, il marocchino Ayoub Mallouk, sezione Aia di Rovigo. In appello, la squalifica di Salbre è stata dimezzata: da dieci a cinque giornate. Il giudice ha creduto che non trattavasi di un commento razzista, ma di una “convinzione in ordine all’atteggiamento che, tutti noi africani, abbiamo nei confronti della vita”. Mah. ​

Non ci fosse stato Facebook, l’arbitro di Futsal Rosolini-JanoTrombatore (Sic… ilia) non avrebbe mai saputo chi gli aveva rifilato quell’unico – ma preciso – cazzottone, modalità Bud Spencer, tra zigomo sinistro e naso, che gli aveva spento la luce. Sanguinante, con le ultime forze era riuscito a fischiare tre volte per chiuderla lì, poi era scesa la notte, anche se era giorno, e si era risvegliato al pronto soccorso. Si ricordava, vagamente, di quel tizio con un giaccone della Jano Trombatore, che però – combinazione – in società tutti giuravano di non mai aver visto in vita loro. L’ha rintracciato l’arbitro, da solo, navigando su Facebook tra i profili di alcuni calciatori e dirigenti, fino alla foto di una cena sociale, e alla griglia, sorridente, ecco lo sconosciuto, finalmente conosciuto.

Il fenomeno non riguarda solo il calcio, ovvio. Concorso ippico di Camigliatello Silano (Calabria). Viene squalificata la junior Ilenia Lobello, per aver iniziato la gara senza aspettare il suono della campana della giuria. Una falsa partenza che suo padre, Daniele, commenta con spirito olimpico, su Facebook: “Pubblico questo video per farvi capire con che razza di giudici abbiamo a che fare in Calabria”.

Trovando la solidarietà di altri due tesserati Fise, puri geni: “Ma che gente di merda”, “Qui stanno facendo morire l’equitazione in Calabria”. Stangati tutti e tre, anzi due, uno si salva con l’omonima (ultimo e unico appiglio di Facebook).

È costato caro (un mese di stop) all’arbitro di pallavolo veneto Marco Marangon, un commento su Matteo Salvini, pubblicato sul “proprio” profilo Facebook. Le motivazioni della sentenza del tribunale federale, non sono proprio lineari. Prima prendendola alla larga (“non si può insultare un politico in generale, senza guardare al partito o alla carica”), ma se il commento fosse stato riferito, mettiamo, a Marco Rizzo dei Comunisti Rivoluzionari Marxisti Sognatori, difficilmente la mannaia della giustizia sarebbe scattata così implacabile. Poi calibrando il tiro: “I giudici di gara non possono insultare un’alta carica istituzionale”. Ma nemmeno dal proprio profilo? Si tratta pur sempre di volontari, non di pubblici ufficiali. Ad inchiodare Marangon, le foto con divisa della Fipav o seduto sul seggiolone arbitrale, rintracciate nella galleria personale di Facebook da una giustizia sportiva a cui, quando vuole, nulla sfugge. Quando vuole.