Un vegano salva il mondo? C’è business dietro gli ideali

Genesis Butler ha dodici anni ed è una mini attivista dei vegani. Pare che già a 6 anni, guardando la mamma allattare la sorellina, avrebbe capito che il latte che beveva ogni mattina era sottratto a innocenti vitellini. Oggi è il volto della campagna globale “Million Dollar Vegan” e ha alle spalle business miliardari.

Genesis ha chiesto a Papa Francesco di portare avanti una quaresima vegana, in cambio avrebbe donato un milione di dollari a una iniziativa benefica. A versare questi soldi, però, sarebbe stata la Blue Horizon Foundation, il ramo caritatevole della Blue Horizon Corporation, un fondo con base a Zurigo e Los Angeles che investe anche in società produttrici di alimenti vegetali. L’obiettivo è “accelerare la rimozione degli animali dalla catena alimentare globale” attraverso almeno 37 marchi alimentari collegati che hanno slogan come “Il maiale giusto” oppure “Il futuro della proteina”. L’ultimo ritrovato della carne in provetta è stato presentato qualche settimana fa al Ces di Las Vegas, dal marchio Impossible Foods (uno di quelli legati alla Blue Horizon): un hamburger composto da 21 ingredienti coltivati in laboratorio. “A differenza della mucca, miglioreremo ogni singolo giorno da ora fino all’infinito” ha detto Patrick Brown, fondatore e amministratore delegato di Impossible Foods. Gli conviene. Il business del cibo in laboratorio è stimato crescerà del 40 per cento nei prossimi 5 anni, con un giro d’affari di 6 miliardi di dollari. L’unico freno, al momento, sono i costi altissimi: un chilo di carne sintetica oggi costa 700 dollari, ma nel 2013 era a quota 3.500 dollari.

Eat, invece, è una associazione che si dichiara non profit, composta da una commissione di 37 scienziati. Da qualche tempo teorizza che la tutela ambientale del pianeta passi attraverso una dieta quasi priva di carne. L’equazione è che così si riducano gli allevamenti intensivi e quindi una di quelle che negli ultimi anni è considerata principale fonte di inquinamento. Il rapporto redatto dalla commissione è stato pubblicato anche dalla rivista scientifica The Lancet e ha generato non poche critiche da parte di chi difende il pianeta della carne, ma anche dubbi nelle istituzione che avrebbero dovuto appoggiarlo. Tanto che la Farnesina ha lanciato, nei giorni scorsi, un appello all’Oms affinché non sponsorizzasse la presentazione – giovedì scorso – del rapporto a Ginevra. Appello effettivamente accolto. Frederic Leroy è un professore di Scienze e Tecnologie alimentari dell’università di Bruxelles, uno dei pochi che negli ultimi tempi si è concentrato ad analizzare il fenomeno. “Il cambiamento climatico è reale e richiede la nostra attenzione – spiega in un articolo – E, sì, il bestiame dovrebbe essere ottimizzato, ma anche essere usato come parte della soluzione per rendere l’ambiente e i sistemi alimentari sostenibili e le popolazioni più sane. Dovremmo affrontare le cause profonde, in particolare l’iperconsumismo, evitare di perdersi negli slogan, nello scientismo nutrizionale e nelle distorte visioni del mondo”. Per Leroy anche se chi sceglie di sposare “stili di vita vegetali” lo fa con ottime intenzioni, spesso dietro studi prestigiosi, teorie apparentemente fondate e sponsor di alto lignaggio, si nascondono grandi interessi. Cita Christiana Figueres, ex segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc) che ha paragonato i mangiatori di carne ai fumatori, poi il professore di Harvard, Walter Willett, che ha affermato che una morte prematura su tre potrebbe essere evitata se tutti rinunciassero alla carne. E ancora il ricercatore vegan di Oxford, Marco Springmann, che ha chiesto una tassa sulla carne. “Tutti gli scienziati e le organizzazioni menzionati hanno un background comune – spiega Leroy -: appartengono alla commissione Eat-Lancet o partecipano ai loro form”. Il rapporto Eat – Lancet auspica la transizione verso un incremento mondiale del cibo considerato salubre (frutta, verdura, cereali integrali, legumi) e una drastica riduzione, o totale eliminazione, di quello ritenuto dannoso, tra cui la carne rossa, di cui viene consigliato un consumo medio giornaliero di 14 grammi, ma anche carne bianca, zuccheri e cereali raffinati.

Contro queste idee, il paradosso che siano sostenute da una fondazione con diverse contraddizioni. Eat nasce nel 2003 dall’iniziativa di Gunhild Stordalen, un’attivista animalista per la Norwegian Animal Welfare Alliance e moglie del magnate degli hotel Petter Stordalen. La coppia è tra le più ricche d’Europa e di recente è stata attaccata dalla stampa, soprattutto anglosassone, per il fatto di predicare il salvataggio del pianeta e di viaggiare con un jet privato, inquinante per definizione.

L’Eat -Forum ha, inoltre, quello che Leory definisce un “importante partenariato” con FReSH (Food Reform for Sustainability and Health), una delle principali iniziative del World Business Council for Sustainable Development (Wbcsd), un’organizzazione guidata dagli amministratori delegati di oltre 200 società internazionali. Unilever, ad esempio, offre quasi 700 prodotti vegani in Europa. “Il mercato dello stile di vita ‘vegetale’ genera ampi margini di profitto, aggiungendo valore attraverso l’ultra-elaborazione di materiali economici come gli estratti proteici, amidi e oli” spiega ancora Leroy. Che nomina anche una situazione di casa nostra. “Eat sta lavorando a stretto contatto con un altro gruppo di ricerca alimentare chiamato Barilla Center for Food and Nutrition (Bcfn)” spiega. A gennaio, la fondazione – che è un think tank indipendente e che dichiara di non avere legami commerciali o finanziari nella stesura dei sui studi – si è schierata in modo netto a favore dello studio della commissione Eat Lancet. Sul suo sito espone i benefici della “doppia piramide alimentare”, analizza tre tipi di menù e giustamente non prevede di dover cancellare la carne dalla dieta delle persone (se non nel menù vegetariano). Forniscono però i numeri dei benefici del mangiare meno carne. “Se in un anno una persona evitasse di mangiare la carne per due giorni a settimana – si legge – si avrebbe un risparmio di 310 kg di CO2 all’anno. Se addirittura tutti gli italiani non mangiassero carne per un solo giorno a settimana, si avrebbe un risparmio di 198 mila tonnellate di CO2, pari al consumo elettrico annuo di quasi 105 mila famiglie o a 1,5 miliardi di km in auto. Porterebbe gli stessi benefici di tre milioni e mezzo di auto in meno sulle strade in un anno”. Inoltre, a giugno, il Bcfn è diventato parte di un Memorandum of Understanding con il Ministero dell’Istruzione italiano, un accordo di tre anni che prevede la promozione “delle tematiche della sostenibilità nell’alimentazione”.

Napoli tra crolli e affari: la bancarotta della cultura

Tutti muti di fronte all’ennesimo disastro annunciato che umilia il patrimonio culturale napoletano: non un fiato dal maestro Riccardo, e dalla torma di giornalisti secondocorrente e retori del marketing della cultura. Una settimana fa è venuto giù il pavimento della chiesa di Santa Maria del Popolo, nel complesso degli Incurabili. Le foto che documentano il recupero dei resti della co-fondatrice dell’ospedale, Maria d’Ayerba (che lì dormiva in pace dal 1531) sono il ritratto di una bancarotta culturale e morale che investe una intera classe dirigente.

Nessuno ha saputo spiegare perché spostare le Sette Opere di Caravaggio dal suo vivo contesto a una mostra a due chilometri di distanza sarebbe stato strategico per Napoli: era solo l’ennesimo gioco delle tre carte, a valore aggiunto zero. Le mostre caravaggesche avrebbero bisogno di una severa moratoria, perché ormai la mercificazione e l’automatismo del format hanno preso il sopravvento su ogni buonsenso. Ma se proprio si voleva fare una grande esposizione su Caravaggio a Napoli vi si sarebbe dovuta semmai portare la Pala del Rosario di Vienna, e non un’opera che chiunque può già vedere a Napoli ogni giorno, e nell’unico luogo che permette veramente di capirla. Ma il Kunsthistorisches Museum non è un museo italiano: è un museo serio, e non manda in giro i suoi Caravaggio come fattorini a domicilio.

D’altra parte, il fenomeno dell’evento effimero e di nessun valore che drena le energie vitali per conservare il monumento non è un vizio recente: enormi sono le responsabilità di chi, lungo gli ultimi decenni, continuava a organizzare mostre a getto continuo mentre intanto la Napoli sacra veniva giù nel silenzio e nell’incuria, un pezzo per volta. Ora, però, siamo arrivati al delirio: mentre a Pompei una ruota panoramica di sessanta metri vorrebbe rendere letterale la metafora del patrimonio ridotto a luna park, a Napoli la danza macabra della pseudovalorizzazione copre lo strazio dell’agonia della città. Quale sarà la prossima vittima? Forse la stessa, mirabile Farmacia degli Incurabili, dalla quale i responsabili della Asl vorrebbero da tempo veder spostati i preziosi vasi antichi, senza ottenere risposta dalla soprintendenza?

Grazie alla scellerata riforma Franceschini e alla sua “geniale” reintroduzione della soprintendenza unica, superata quasi un secolo fa, a Napoli è l’architetto Luciano Garella ad avere la responsabilità di tutto il patrimonio culturale. Garella è un soprintendente debole: contestato da Italia Nostra e dalle altre associazioni (che lo ritengono un ‘Signorsì’ che autorizza pressoché tutto: dalla grottesca installazione ’N Albero, sul lungomare, alle griglie della metropolitana in mezzo a Piazza Plebiscito al prestito del Caravaggio), e pesantemente smentito su alcune di tali questioni dalla sua stessa Direzione generale, a Roma.

C’è tuttavia un progetto su cui Garella si sta imponendo con curiosa determinazione: ed è la ristrutturazione (è il caso di dirlo) del complesso dei Girolamini. Stavolta non si tratta di letteratura (vera o falsa, buona o cattiva), ma dell’ennesima concretissima minaccia a questo meraviglioso, fragile complesso conficcato nel cuore di Napoli. Certo, è una minaccia diversa da quella della devastazione e del saccheggio della biblioteca perpetrati dal suo allora direttore Marino Massimo De Caro (braccio destro di Dell’Utri, e consigliere dei ministri Galan e Ornaghi), e che proprio questo giornale denunciò nel marzo 2012. Ma paradossalmente i risultati potrebbero essere analoghi: una lunga eclissi della Biblioteca dei Girolamini, e il suo definitivo snaturamento. Indubbiamente il grande isolato ha bisogno di restauri, e deve essere alleggerito dal cemento incongruamente colato nella sua struttura lungo la seconda metà del Novecento. Ma davvero è necessario procedere a sventramenti che permettano di installare ben due ascensori? E c’è proprio bisogno di creare un “bookshop”, un’area “ludico-didattica” e una sala bar-ristorante dentro un complesso religioso? Per non parlare della “foresteria”, che ovviamente diventerà un albergo a cinque stelle. Sono, questi, i maledetti “servizi aggiuntivi” indispensabili per mettere a reddito i Girolamini: naturalmente non a favore dello Stato, ma dell’oligopolista del patrimonio che avrà la ventura di prenderseli in concessione.

L’idea di fondo è fin troppo chiara: negare la vera vocazione dei Girolamini, un istituto di ricerca legato alla biblioteca storica, e trasformarli nell’ennesimo supermercato “culturale”. Nel frattempo, la Biblioteca dovrebbe essere smontata, e rimanere inaccessibile per molti anni: un secondo disastro. La responsabile del Polo Museale e il direttore dei Girolamini hanno scritto un’accorata lettera alla Procura di Napoli (che ancora mantiene i sigilli alla biblioteca) in cui si denuncia che gli interventi, “alquanto marcati, alcuni senz’altro invasivi”, comportano “l’interruzione e lo sconvolgimento” del riordino di ciò che resta della Biblioteca.

Ora la speranza è che sia la Procura a salvare i Girolamini, una seconda volta. In attesa che finalmente si apra un dibattito pubblico sul destino di questo luogo unico e tormentato: e decisamente più strategico, per Napoli, del grottesco trasloco protempore di un Caravaggio.

Dopo i tagli, beffa ai Comuni. Ora lo Stato non paga l’Imu

In provincia di Frosinone, il sindaco di Fontana Liri è a un bivio: tagliare i servizi ai cittadini o pretendere che lo Stato paghi il suo debito? Gianpio Sarracco, eletto a maggio 2015 con il Partito democratico, ha deciso di pretendere il malloppo che aspetta dal 2011. “Lo Stato con i Comuni si sta comportando come con le imprese: non salda i suoi debiti”, sostiene Sarracco.

Mica spicci per un Comune da 2mila 900 abitanti: Fontana Liri aspetta 355 mila euro dal ministero della Difesa, per via dell’Imu dovuta su circa venti case di servizio per il personale delle Forze armate. Il piccolo Comune infatti ospita uno stabilimento per produrre polvere da sparo, dal 1893. “I militari alloggiavano nell’area più bella del paese a canoni molto bassi”, ricorda il sindaco: “Oggi sono andati tutti via perché lo stabilimento è fermo, la Difesa vuole vendere gli immobili e ha aumentato la rata dell’affitto agli inquilini; ma almeno l’Imu devo incassarla”. Lo hanno deciso i tribunali, che l’imposta va versata. E lo ha ribadito la Cassazione con l’ordinanza n. 3268, il 5 febbraio 2019: la Difesa deve pagare l’Imu sugli alloggi per il personale, anche gli arretrati. Ma se lo Stato non salda, chi lo obbliga? “Nessuno, nemmeno l’Agenzia di riscossione”, dice Sarracco. “Se al posto dello Stato ci fosse un cittadino, i soldi sarebbero andati a prenderli, invece l’Agenzia ha solo evitato che la cartella finisse in prescrizione”, accusa il sindaco.

Lui avrebbe usato le maniere forti: “Perché non pignoriamo gli alloggi della Difesa?”, ha suggerito al funzionario dell’Agenzia delle Entrate. La risposta è lapidaria: “Mica possiamo, è lo Stato”. Che la Difesa saldi il debito con Fontana Liri, in pochi ci credono: “Il revisore contabile del comune dice che è un credito inesigibile – racconta Sarracco -, ma l’alternativa era tagliare i servizi e non me la sono sentita”. Alla Difesa cercano soluzioni: sanno di dover pagare, ma il dicastero è gravato da 358 milioni di debito. Il Documento programmatico, inviato alla Camera ad ottobre 2018, spiega bene la genesi del buco: “Mancato pagamento di fatture connesse alle utenze (acqua-luce-gas) e allo smaltimento dei rifiuti solidi urbani”. Il ministero non ha pagato le bollette, ma ora si ostina a non versare l’Imu.

Nei guai col fisco potrebbe esserci anche il ministero dell’Economia. Il 5 febbraio, infatti, la Cassazione ha dato un colpo alla Difesa e un altro al Demanio: l’ordinanza 3275/2019 stabilisce che anche l’agenzia del Mef deve pagare l’Imu sugli immobili. La voragine per lo Stato, secondo Il Messaggero, in questo caso, misura da 2 a 5 miliardi. “Stime certe non ce ne sono”, ammette Andrea Ferri, responsabile dell’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) per la finanza locale: “Ma la forchetta dei valori è plausibile, perchè la Cassazione è stata ambigua ”. La sentenza infatti può essere interpretata in due modi: in un caso il Demanio deve pagare l’Imu solo sugli immobili che non servono direttamente per finalità pubbliche (come quelli affittati ai privati); nell’altro, la tassa grava su tutti gli immobili, perché il Demanio è un ente pubblico, sì, ma di natura economica (traduzione: deve tenere i conti in ordine e fare utili, se può). In quanto tale, perderebbe ogni diritto all’esenzione fiscale sugli immobili.

Né l’Ufficio Parlamentare di Bilancio né il Demanio conoscono l’impatto sulle casse pubbliche. Nessuno, del resto, sa quanti comuni pretenderanno il tributo. “Impossibile fare previsioni – dice Antonio Decaro, presidente Anci – , ma tutte le amministrazioni, di sicuro, potranno andare all’incasso dell’Imu sui beni demaniali senza finalità pubbliche”. Nella patria del diritto e del rovescio, si procede in ordine sparso.

A Cagliari, meno di un mese fa, il senatore Cinque Stelle Roberto Cotti ha ricordato alla giunta che siedono su una lotteria, per via dell’Imu non pagato sulle caserme dismesse. L’Ufficio tributi del capoluogo sardo non aveva mai fatto i conti: ora si è impegnato a far luce sulle tasse arretrate degli alloggi di servizio per le Forze armate. Chissà se Elisabetta Trenta, ministra pentastellata della Difesa, è felice dell’iniziativa. Nel 2017, a Sesto Fiorentino, quando l’amministrazione ha verificato i pagamenti Imu sull’ex caserma Donati, ha trovato la sorpresa: un buco da 912 mila euro, solo per il 2012. “Il demanio a volte paga altre no, ma la Difesa non ha scuse e deve saldare. Tutti i sindaci dovrebbero chiedere l’Imu”, dice Andrea Ferri. La relazione della Corte dei Conti gli dà ragione: la Difesa possiede circa 16 mila alloggi di servizio, ma uno su 4 è occupato da abusivi.

Il sindaco Sarracco è andato oltre: ha chiesto 1 milione di euro di arretrati sulla Tari (tassa sui rifiuti) all’Agenzia Industrie Difesa, che gestisce lo stabilimento militare di Fontana Liri. “Si erano impegnati a garantire l’illuminazione ad una parte del Paese, poi ci hanno lasciato al buio”, dice il sindaco. Sarracco vorrebbe solo rilanciare le attività produttive e l’occupazione: “Fino agli anni ‘80 c’erano 800 lavoratori, oggi lo stabilimento è fermo e hanno pure tagliato la luce. Perché dovrei fargli sconti sulle tasse?”.

Se risaliamo alle origini: arriviamo al paradosso. Il 5 febbraio scorso, la Cassazione si è pronunciata perché il Demanio non aveva saldato 10mila euro di Imu al comune di Concordia sulla Secchia, provincia di Modena. La tassa gravava sulla sede dell’Agenzia interregionale per la manutenzione del fiume Po (Aipo): un servizio pubblico. Peccato che il documento per provare la concessione del Demanio all’Aipo non esista: “Se avessero mostrato le carte, la Cassazione avrebbe dato ragione all’agenzia del Mef”, dice Andrea Ferri dell’Anci. “Non serviva – risponde il Demanio -, in questi casi la concessione è obbligatoria per legge, senza documenti”. Mirko Pasquale, responsabile del servizio tributi a Concordia, è d’accordo con Ferri e tira le somme: “Era solo un puntiglio da poche migliaia di euro, ma gli è costato caro”. Precisamente, da 2 a 5 miliardi.

Rifiuti & cosche: gli appalti ad aziende a rischio mafia

Cinque anni di ambiguità, con aziende in cui è accertato il pericolo di infiltrazioni mafiose ammesse alla filiera dei rifiuti. E senza che il nuovo corso gialloverde abbia intenzione di correggere gli assurdi effetti dell’ultima riforma del sistema. Un passo indietro. Al centro della vicenda c’è l’Albo nazionale gestori ambientali, l’ente pubblico che dipende dal ministero dell’Ambiente e che ha la responsabilità sulla filiera dei rifiuti: chiunque voglia partecipare ai bandi per la raccolta, il trasporto, la conversione o lo smaltimento deve passare dall’Albo, procedendo con apposita iscrizione e garantendo poi certi criteri di affidabilità. Quella che dovrebbe essere una tutela per i cittadini non riesce però a svolgere fino in fondo la sua azione di controllo. L’Albo è stato riformato nel giugno 2014, quando all’Ambiente sedeva Gian Luca Galletti, e basta consultare gli archivi delle prefetture o dei tribunali amministrativi per accorgersi che la nuova vita dell’ente è caratterizzata da continui ricorsi e da battaglie legali tra le aziende e lo Stato.

Il punto più controverso è legato alle ragioni per cui un’azienda può essere estromessa dall’Albo e dunque esclusa dalla possibilità di lavorare. La riforma del 2014 stabilisce varie interdizioni, rivolte per esempio a chi ha “una condanna a pena detentiva per reati previsti dalle norme a tutela dell’ambiente”, ma per quanto riguarda il pericolo di infiltrazioni mafiose rimanda solo all’articolo 67 del Codice antimafia del 2011, che riguarda per lo più precedenti penali, senza riferimenti all’articolo 91, che invece tratta le “informazioni antimafia”. Queste informazioni sono atti rilasciati dalle prefetture, che valutano se una certa azienda sia a rischio – o sia già compromessa – rispetto a infiltrazioni mafiose. Di qui l’ambiguità: la riforma, così facendo, permette a chi ha queste comunicazioni antimafia negative – dunque con infiltrazioni rilevate – di iscriversi all’Albo e di partecipare alla filiera? Il vuoto normativo è evidente e confermato dalle decine di procedimenti legali avviati in questi anni. Alcune aziende giudicate a rischio infiltrazione mafiosa dalle prefetture si sono viste escludere dall’Albo, che giudica sulla base di sezioni regionali e di un Comitato nazionale. Le stesse ditte hanno però potuto far sponda sull’ambiguità della riforma, ricorrendo contro la propria interdizione. E in assenza di una legge chiara e di una giurisprudenza consolidata, i giudici hanno di volta in volta ovviato a seconda della propria interpretazione. Con esiti preoccupanti.

Un caso emblematico è quello della Rocca srl, un’azienda calabrese che il 7 febbraio 2017, appena dopo essersi aggiudicata un bando milionario, riceve una informazione antimafia interdittiva dalla prefettura di Crotone. La faccenda prosegue per mesi, finché, sollecitata dallo stesso Albo, la prefettura chiarisce che a carico dell’azienda non ci sono cause di decadenza riconducibili all’articolo 67 dell’Antimafia (quello citato dalla riforma Galletti) ma conferma che “sono stati rilevati tentativi di infiltrazione mafiosa”. Il comitato nazionale non può che prenderne atto e, dopo una iniziale esclusione da parte della sezione regionale, ri-ammettere la Rocca tra gli iscritti. Una decisione che, stando all’elenco delle aziende pubblicate sul sito dell’Albo, è tutt’ora valida.

Discorso simile per la Power Green di Catanzaro, che prima ancora di essere scagionata in secondo grado dalle accuse di infiltrazione mafiosa era stata riammessa dall’Albo nonostante l’interdizione della Prefettura. Di casi del genere, pur non esistendo un archivio unico, ne è piena l’Italia. Anche perché l’arbitrio è stato lasciato ai giudici e alla loro interpretazione. Qualcuno, come nei casi precedenti, ha favorito le aziende, mentre altri hanno fornito una lettura più restrittiva della riforma di Galletti. Appena quattro mesi fa, per esempio, il Consiglio di Stato ha messo fine a una lunga diatriba giudiziaria tra una ditta lombarda, difesa dallo studio dell’avvocato Giovanni Corbyons e su cui pesa un’interdittiva antimafia, e l’Albo dei gestori. I legali dell’azienda sostenevano che l’interdittiva non fosse “una misura di prevenzione di cui all’articolo 67” del Codice Antimafia, “richiamato per individuare le cause di cancellazione dall’Albo”, come in effetti risulta leggendo la riforma del 2014. Secondo i giudici amministrativi, però, “le informative sono applicabili anche ai provvedimenti di tipo abilitativo-autorizzativo, nei quali rientra l’iscrizione all’Albo”, dunque il ricorso della ditta è stato rigettato.

Ma in assenza di una legge chiara, l’esclusione di aziende a rischio infiltrazione con la mafia dipende solo dai giudici. Troppo poco? Non secondo il ministero dell’Ambiente, oggi guidato da Sergio Costa, da cui fanno sapere che la giurisprudenza si sta ormai consolidando e che, se proprio interventi ci saranno, “non dovrebbero riguardare la norma regolamentare, bensì quella primaria”. Tradotto: il problema non è il testo sul nuovo Albo approvato nel 2014, ma il Codice Antimafia. E se proprio ci sarà da intervenire, si interverrà su quello, magari appiattendone i contenuti nella direzione proprio della riforma di Galletti. Un messaggio che tranquillizza poco il Comitato nazionale che già a febbraio aveva dovuto inviare una circolare interna per invitare le sezioni regionali a considerare l’interdittiva come “ostativa ai fini dell’iscrizione”. Più che una circolare, però, servirebbe una legge.

Ecco cosa unisce gli italiani. I terremoti da Nord a Sud

Le terre sono tremule e gli italiani sono innanzitutto terremotati perché i terremoti hanno unito l’Italia. Nel 1980, quando la Campania e la Basilicata furono scosse da un sisma di magnitudo 6,9 della scala Richter, provocando 2914 morti e novemila feriti, un bilancio di una guerra, le file dei connazionali che si diressero in quelle zone per dare una mano furono chilometriche. E non c’è italiano di una certa età che oggi non ricordi quel che fece. Fuori dai confini nazionali si mobilitarono decine di associazioni e molti furono i governi che ci diedero aiuto. Perfino Saddam Hussein staccò per l’Irpinia un assegno di alcune centinaia di migliaia di dollari.

Dopo il 1980, o forse grazie a quella sciagura nazionale, nacque la Protezione civile sotto la spinta illuminata di un parlamentare varesotto, Giuseppe Zamberletti, democristiano, a cui il governo decise di affidare le funzioni di commissario straordinario dell’emergenza. Ma l’Italia prima di quella botta che incenerì un centinaio di paesi e squarciò la terra e le mura tra Napoli e Potenza, aveva già conosciuto e patìto il dolore, le morti e i danni delle catastrofi.

Era il 1908 e Messina fu colpita da un sisma di grado 7,2 della scala Richter che letteralmente spazzò via la città. La conta dei morti, approssimativa e problematica, indica solo una forbice potenziale: tra i 90mila e i centoventimila, migliaia dei quali nemmeno hanno avuto la fortuna di un ricordo, di un fiore. Dispersi, nebulizzati.

Quello che chiamiamo progresso aiuterà, negli anni del secondo Novecento, ad erigere un minimo argine alla forza della natura. È il 1968, altra data cruciale di questa speciale storiografia, quando il Belice, a sud di Palermo, viene trafitto da una lama che taglia in due la terra. Trecentosettanta i morti (6.4 gradi della scala Richter) per un terremoto che si trasformerà nel primo esempio di una ferita che non trova cura.

Gli sfollati vagheranno per anni, quei paesi vivranno provvisoriamente nei decenni che seguono fino a quando, in Friuli, la natura si sveglia di nuovo, miete ancora più vittime (990) perchè la botta è ancora più tremenda (6.5 Richter). Gemona del Friuli è la capitale del dolore, ma da lì parte anche una rivincita dell’uomo, della sua classe dirigente. Perchè il Friuli sarà l’esempio di una ricostruzione veloce e larga, di uno spreco che non esonda, di soldi che si dirigono, fatte le dovute eccezioni, verso gli obiettivi prefissati. In dieci anni, il tempo tecnico per ricostituire le comunità, quella grande ferita viene suturata e lungo il Tagliamento si ripropone, utilizzando nella maggior parte dei casi le pietre cadute, la tipologia urbanistica preesistente adeguata ai criteri antisismici, alle prime prove di un cemento davvero armato di ferro.

Quattro anni dopo la campana suona in Campania e Basilicata. E’ nella ricostruzione che il Nord si distingue dal Sud. Perchè a Sud la spesa pro capite della prima emergenza si innalza, arrivando alla cifra attualizzata di 7889 euro (solo per il primo anno e per ciascun terremotato) senza che i benefici siano visibili. Nascerà quella che verrà definita l’economia della catastrofe: un flusso ininterrotto di danaro per soddisfare bisogni nuovi e forse falsi. Alla fine il conto della spesa raggiunge i sessantamila miliardi di lire. Troppo e soprattutto troppo lungo il tempo impiegato, troppi scandali, tanto che si parlerà di Irpiniagate, troppi conflitti di interessi. Troppi imprenditori del Nord che scendono a Sud per svaligiarlo, per ottenere i benefici di legge (tutto il capitale necessario a costruire le industrie promesse) che viene raccolto e spesso dirottato altrove. I dieci/quindici anni della ricostruzione friulana si trasformano nel disastroso trentennio irpino. La curva della spesa ridiscenderà nel 1997 quando l’Umbria e le Marche soffrono del grande terremoto (5.6 Richter), pochi i morti (11) ma molti danni. La spesa per l’emergenza si ferma nel primo anno a 4810 euro (sempre attualizzati) pro capite.

Poi nel Molise (anno 2002), nella sciagura dei bimbi della scuola di San Giuliano di Puglia seppelliti (ventinove le vittime) il primato della spesa pazza si fa assoluto. L’emozione per le bare bianche condiziona anche il flusso finanziario: saranno spesi 27mila euro per assistere, rifocillare e dare un primo tetto a ciascuno dei per fortuna pochi terremotati nel solo primo anno. La politica fa la sua parte: allarga prodigiosamente il territorio danneggiato, eleva le cifre del patimento e promuove, nel solco dell’economia della catastrofe, la seconda grande abbuffata. Appena mitigata, sette anni dopo, quando a L’Aquila Silvio Berlusconi, da premier, decide di realizzare, per i senzatetto, non i prefabbricati ma vere e proprie case. Il progetto C.a.s.e. acronimo che spiegherà la costruzione di palazzetti in legno e acciaio, succhierà un fiume di danaro e prima ancora, per organizzare solo la prima accoglienza, la Protezione civile spenderà 23.718 euro per ciascun senzatetto. A farne le spese è proprio L’Aquila che dopo dieci anni e sei miliardi spesi, ancora è una città provvisoria.

L’Aquila doveva far capire a chi ci governa che prima della spesa è necessario delimitare i danni e rendere efficiente il meccanismo ricostruttivo. Parole al vento perché, anni dopo, Amatrice pare la replica di ciò che mai si dovrebbe fare: il fermo tecnico di una legislazione che inceppa invece di agevolare, allunga invece di accorciare. Complica anziché risolvere.

C’è vita dopo il sisma: la marcia delle donne in lotta per i loro paesi

Il nostro viaggio al confine fra Abruzzo e Lazio, nei comuni dell’Alta Valle dell’Aterno – già danneggiati dal sisma de L’Aquila del 2009 e messi in ginocchio da quello del 24 agosto 2016 che rase al suolo Amatrice e dalle scosse successive del gennaio 2017 – inizia da Cagnano Amiterno per riprendere il filo di una marcia, quella organizzata da un gruppo di donne il 18 novembre scorso. Cinquanta chilometri, 6 ore di cammino nel freddo gelido, fra la neve, fino alla Prefettura del capoluogo abruzzese, per chiedere un futuro.

Iside Di Martino, sindaca di Cagnano Amiterno, eletta in una lista civica, è una donna che non si arrende e lotta assieme alle 1.300 sue compaesane. Un sorriso che accoglie, modi gentili che rispecchiano quell’educazione sentimentale e discreta che si respira fra queste montagne. La incontriamo all’uscita del municipio. Lei, insieme all’ex sindaco di Montereale, Lucia Pandolfi, è stata una delle organizzatrici della “marcia delle donne per la vita dei nostri paesi”. Mogli, madri, nonne, insieme per difendere il futuro per questi luoghi di montagna, dove sono nate, dove vivono, che non vogliono abbandonare e che si spopolano, giorno dopo giorno, sotto ai loro sguardi atterriti ma non disarmati.

Cosa è rimasto di quel cammino? “Nulla. Non abbiamo avuto alcuna risposta. E siamo ripiombate nell’indifferenza”, dice la sindaca. “Basti pensare che solo fra qualche giorno riusciremo a inaugurare 12 casette (Sae) per far tornare le famiglie sfollate”. Qui, come negli altri comuni limitrofi Montereale, Capitignano, Barete, Campotosto, non ci sono stati morti, ed è una fortuna, certo, ma la vita che è rimasta si può chiamare vita? “Sopravviviamo. Lottiamo per le piccole necessità quotidiane come è possibile fare in un paese di montagna che d’estate si arricchiva di chi vi tornava a trascorrere le ferie per respirare l’aria pulita e ritrovare i sapori dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma ora non accade più perchè le case sono inagibili e la ricostruzione è un miraggio”.

E dire che a quella marcia delle donne sono seguite tante richieste di aiuto. L’ultima l’aveva lanciata l’ex sindaca di Montereale Lucia Pandolfi: aveva invitato il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, in occasione della sua venuta a L’Aquila per la campagna per le passate elezioni regionali, a visitare questi paesi dell’Alta Valle dell’Aterno “per rendersi conto della situazione di stallo in cui versano”. Invito rimasto senza risposta, come quelli rivolti agli altri leader politici.

E pensare che qui la Lega, così come il M5S, alle ultime elezioni nazionali aveva fatto bottino. “Sì, è così. Io non li ho votati perchè sono una donna di sinistra, ma nonostante la delusione generata la Lega ha conquistato il governo della Regione. A pagare di più è stato il M5S, forse perchè le aspettative erano più alte” spiega la sindaca Di Martino.

La politica fra queste montagne è un’eco lontana. “Ho 87 anni. Ho vissuto la guerra, quanti sacrifici abbiamo fatto”, dice Maria, mentre pesca nella memoria storica con la forza del disincanto. “Oggi, invece, siamo a terra e nessuno ci aiuta a rialzarci” sospira con scetticismo. Gli anni di Maria sembrano esistere solo all’anagrafe, negati dalla voce squillante e dalla pelle del viso così liscia da lasciar pensare che sia ricorsa ad un lifting. “Cosa?”, sorride. “Mi lavo con il sapone che faccio io”, dice svelando l’elisir di giovinezza. I suoi figli sono andati a L’Aquila, “io qui sono nata e qui morirò, quando Dio vorrà”.

Eccola la forza delle donne che resistono. “Di chiacchiere ne abbiamo sentite tante, ma fatti nulla. Siamo allo stremo”: è l’allarme dell’attuale sindaco di Montereale, Massimo Giorgi. “Abbiamo il 70% delle case inagibili e non è ancora stata autorizzata una sola pratica per la ricostruzione”. La montagna vive di pastorizia, agricoltura e aziende artigiane: contribuisce molto alla bellezza ma sfugge alla misurazione del pil.

“Ma noi non ci arrenderemo. Continueremo a lottare nel nome delle nostre radici”. Conclude Iside, mentre con la mano indica le radici di un albero secolare che spuntano dal terreno e sembrano disegnare un cuore.

A Campotosto – 40 km da L’Aquila e 25 da Amatrice, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso – la furia del sisma s’è portata via l’80% degli edifici, compresa la chiesa, il municipio, le scuole. Sono rimaste solo cumuli di macerie, in attesa di essere smaltite. Le casette vengono installate con lentezza, e chi ha potuto se n’è andato. Sono rimasti gli anziani che giocano a carte, nel centro degli Alpini, e un pugno di bambini che ogni giorno vengono portati a scuola ad Amatrice. Ma anche qui c’è chi resiste, come Valeria che lavora nel solo bar aperto in un container, e Assunta con la sua bottega artigiana dove intreccia i fili di lana ed espone orgogliosa le sue maglie. Una farmacia, un ufficio postale, una bottega e uno sportello bancomat a raccontare quel che resta di un paese, famoso per il suo lago artificiale, un tempo meta di turisti. “State facendo morire la bellezza di queste montagne, la loro umanità e la loro forza”. È il grido unanime che arriva da questi paesi, che sembrano “abitati” solo da donne.

“A scuola mi facevano tremare il banco per mettermi paura”

I compagni mi prendevano il banco e lo facevano tremare, come fosse un altro terremoto, per vedere la mia faccia terrorizzata.

Tommaso Cotelessa è il combattivo rappresentante di istituto del liceo classico Cotugno dell’Aquila. Sedici anni e una storia esemplare della resistenza scolastica degli studenti aquilani.

È cominciato nel 2009: dopo il terremoto mi ritrovai in una scuola di Pescara. Ricordo la sigla T09 che la Protezione Civile ci aveva dato ed era come un marchio. Ci sentivamo diversi da tutti. Gli altri ragazzi ci riempivano di domande: “Davvero hai visto le case crollare?”. Ma c’erano anche quelli che mi facevano tremare il banco per terrorizzarmi… merde! Per fortuna una maestra straordinaria mi fece sedere accanto a lei e mi disse: “Ora tira fuori tutto quello che hai dentro”. E io scrissi una poesia, “La rabbia”. Avevo sei anni, ma oggi non saprei scrivere una roba così.

Un’odissea scolastica…

Sì, siamo come profughi. Dopo otto mesi tornammo all’Aquila. Prima eravamo l’eccezione segnata a dito. D’un tratto ci trovammo in una città dove tutti erano terremotati.

Comincia un’altra disavventura…

Avevamo una scuola di cemento. Come studenti normali. Ma venne fuori che aveva un indice di vulnerabilità non adeguato. Risultato: dovevamo andare a scuola al pomeriggio, dalle 14 alle 19. I compiti al mattino. Il mondo capovolto.

Adesso siete a posto?

Macché, siamo nei Musp, Moduli ad uso scolastico provvisorio. Dei prefabbricati scaduti…

Scaduti?

Sì, perdono pezzi. Cade la gomma piuma dalle pareti. Per non dire del resto: siamo 1.200 studenti sparsi in cinque sedi. Ma una cosa buona c’è: professori, preside e studenti si sono aiutati gli uni con gli altri.

Però non sembri arreso… È stato un percorso lungo?

Ricordo la scossa, il terrore, ma anche scene esilaranti: usciti di casa, mio padre ci raccolse, noi quattro fratelli, e prese a contarci. Una, due, dieci volte. Non la smetteva più per il panico.

Oggi sorridi, ma allora…

Per due anni ho usato la sedia a rotelle per il trauma psicologico.

La perdita delle case?

La perdita del nostro mondo. La famiglia era stravolta, mio papà non aveva più un ufficio, mia mamma maestra non aveva la scuola. Tutti i nostri riti erano finiti.

Il terremoto dentro…

Noi ragazzi dell’Aquila abbiamo una faglia interiore. Quello che ci ha fatto smarrire è stato il crollo dei nostri genitori, dei grandi.

Come sono i figli del terremoto?

I nostri genitori la notte del disastro erano rimasti in casa perché le autorità dicevano che non c’era pericolo. Loro erano così, credevano nelle istituzioni. Noi adesso no.

Ma avete imparato ad adattarvi…

Dicono che l’intelligenza sia capacità di adattarsi. Quindi noi siamo più intelligenti.

Parli di sfiducia nelle autorità. Ma tu sei sempre in prima linea.

Abbiamo voglia di politica. Non nei partiti, ma come desiderio di impegnarci per la comunità. Noi siamo cresciuti uniti.

Siete la nuova L’Aquila?

La generazione prima di noi dice: L’Aquila non sarà più come prima. Noi diciamo: è vero, ma abbiamo una grande occasione, far nascere una città migliore.

L’Aquila 10 anni dopo: provvisori per sempre

“Se caschi pe’ terra, non è niciunu che te rarrizza”. Forse il proverbio è nato dopo il Grande Terremoto del 1461. Oppure dopo quello del 1703. Ha tremato sempre L’Aquila. È la storia della città: crolli, disperazione e rinascite.

“Se caschi per terra, non c’è nessuno che ti raddrizza”. Forse andrebbe bene anche per la grande scossa del 6 aprile 2009. Tante promesse, tanti tradimenti. Nei bar vedi le foto di Barack Obama tra le macerie nei giorni del G8. Ma poi dell’impegno americano di ricostruire Santa Maria Paganica non è rimasto nulla. E anche delle promesse di inglesi e spagnoli. Per fortuna tedeschi, francesi, russi, canadesi, kazachi e giapponesi hanno rispettato gli impegni presi, anche se il palazzo dello sport nuovo di zecca realizzato dal governo di Tokyo resta circondato dalle transenne.

Oggi arrivando all’Aquila già da lontano scorgi i palazzi avvolti nell’abbaglio dei monti. Vedi decine di gru ormai parte del paesaggio. Pietre e palazzi stanno rinascendo – lentamente – eppure non riesci a vedere una città. L’Aquila è una scatola vuota.

Sono dieci anni ormai. I miliardi sono arrivati: il sito dell’Ufficio Speciale per la Ricostruzione dell’Aquila (Usra) riferisce di 5,6 miliardi per la ricostruzione privata (3,6 erogati). Parla di 2,2 miliardi (1,4 erogati) destinati a 1.038 interventi per la ricostruzione pubblica. Non si può dire che L’Aquila sia stata lasciata sola, ma non tutto è chiaro o scuro come le ombre taglienti nei vicoli del centro storico. C’è tanto grigio. Molte case sono state recuperate, eppure intere strade tra San Pietro e San Domenico sono come nell’aprile 2009. E poi: ovunque nascono locali, ma trovare un negozio di alimentari o un ufficio pubblico (Comune, Prefettura, scuole, Asl) è un’impresa. La ricostruzione pubblica è al palo. I luoghi dove i cittadini si ritrovano sono ancora sparsi per le periferie. Il centro è vuoto. Lo vedi dal camminare un po’ perso della gente, in una città senza orari, senza un ritmo.

Cattedrali e new town. Clic. Gli studenti si fanno selfie nella grande piazza rettangolare che sembra il ponte di una nave in mezzo all’onda dei crinali. Alle spalle hanno il duomo, o meglio la facciata. Perché dopo dieci anni i cantieri dell’edificio simbolo sono ancora lì, e diventano essi stessi un simbolo. Come le new town. Chi c’era all’Aquila nel 2009 lo ricorda. Silvio Berlusconi accolto da ovazioni della gente. Guido Bertolaso che pareva Padre Pio. Ora il primo è un leader in declino, il secondo è il simbolo di una stagione da dimenticare. All’Aquila, però, in molti hanno un’idea più articolata: “Ricordiamoci cos’era la nostra città: macerie. C’erano 65mila sfollati. E le new town furono un primo rimedio. Certo, senza pianificazione erano destinate a diventare un dormitorio”, racconta Enrico Stagnini, che guida l’attivissimo circolo di Legambiente. Una voce critica, ma lucida: “Il problema è stato il dopo: una volta salvata la gente, bisognava salvare la città”. È mancato qualcosa tra emergenza e ricostruzione. Bisogna ricordarli quegli anni: la popolazione che voleva restare (anche se si sono persi quasi 10mila abitanti), ma non trovava più la sua città. Il tribunale, che oggi è un palazzo nuovo e scintillante, era finito nei container in mezzo ai prati. Le scuole erano (e sono tuttora) sparse ovunque e i ragazzi il sabato si incontravano nei centri commerciali. Sempre lo stesso errore: pensare che le città siano solo pietra. Troppo facile, oggi, dire “maledette new town”. Puntare il dito sul miliardo speso per realizzarle e lasciarle cadere a pezzi. Basta andare a Cese di Preturo: decine di case abbandonate. I balconi che cadono. Ma, dove ormai vivono piccioni e gatti, trovi abitazioni in perfetto stato. Mobili e infissi di pregio, tutto lasciato al vento. A Sassa e a Coppito la gente ci vive ancora, lo vedi solo dai panni stessi. Nient’altro. Eppure nelle new town ci abitano 10mila persone (erano 20mila). Provvisori a vita. Nemmeno un bar dove ritrovarsi e sentirsi ancora città. Per quanto ancora? Nessuno lo sa. Nemmeno il sindaco. Dopo Massimo Cialente (Pd), che affrontato il terremoto è tornato a fare il medico, è toccato a Pierluigi Biondi che viene da Casapound. Il problema lo conosce perché vive in un prefabbricato. Eppure, ammette, “le new town sono provvisorie, ma potrebbero restare. Quando gli sfollati saranno rientrati a casa, potranno ospitare altre persone”. Il guaio, spiega il sindaco, “è che è mancato l’approccio urbanistico. Si è affrontata l’emergenza, ma si è persa l’occasione della ricostruzione”. Perché i soldi c’erano, anche se sono arrivati tardi ed era difficile avviare i progetti: “I 18 miliardi sono disponibili”. Nel dubbio le new town sono lasciate alle erbacce.

Le villette dimenticate Ma c’è un’altra città cresciuta nei prati intorno al centro. Così, senza ordine, senza pianificazione. Qui negli anni dopo il terremoto sono comparse le ‘villette’. Quante? “Tremila, forse quattromila”, allarga le braccia il sindaco. Dovevano essere edifici provvisori di 95 metri quadrati al massimo. È finita con un fiorire di villette squadrate, alte anche tre piani. Abitazioni di emergenza e seconde case. Vaglielo dire tu agli abitanti – 10mila persone e altrettanti voti – di abbatterle.

Quartieri sulla faglia. “Guardate la mappa del 1939. Qui c’è una faglia”. Antonio Moretti insegna geologia all’università. Lui lo diceva già dieci anni fa: “Hanno costruito quartieri come Pettino proprio sulla faglia”. Lì dove ci sono stati morti e palazzi spaccati come cocomeri. E dopo il disastro? Pettino è di nuovo lì. Come prima, la stessa periferia sconclusionata. Ma anche la faglia è sempre lì. E anche Moretti: “Immagino che i palazzi siano a norma. Ma i limiti prevedevano un’accelerazione di picco di 0,3 g., mentre nel 2009 siamo arrivati a 0,7”. Difficile dire cosa ne sarebbe della nuova Pettino se arrivasse un sisma. “Quando vado a dormire – racconta Alessandro Tettamanti, giornalista e performer – ho ancora paura”.

Onna come Pompei I condomini rinati, i borghi dimenticati. Avvertivi una violenza, dieci anni fa, camminando tra le case squarciate. Vedendo le stanze aperte agli sguardi di tutti, denudate. Rieccoti oggi nella piazza di Onna: a destra la chiesa restaurata dai tedeschi e a sinistra le rovine. È una Pompei dove trovi ancora i bicchieri riposti nelle cucine senza muri. Nessuna voce a parte quella di Giustino Parisse, testimone e custode del paese: “Vedi quell’albero – ti dice indicando una casa spaccata a metà – lì c’era il mio mondo”. C’è un vuoto adesso dove dormivano i suoi figli. E non serve a niente dirgli che non è colpa sua se quella notte, rassicurato dalle autorità, li aveva lasciati nella loro camera. Onna – come Paganica o Tempera – non c’è più: “Su 70 famiglie ne è tornata una”.

La città che resiste.Non sai da che parte guardarla, L’Aquila. Se dalle rovine di Onna oppure dal palazzo del rettorato dell’università, appena ristrutturato. Sono tutte e due reali. Ed è vero quello che dice Paola Inverardi, la rettrice: “Siamo riusciti a tenere viva l’università. Non solo: oggi in città ci sono eccellenze come il Laboratorio del Gran Sasso e il Gran Sasso Science Institute. Poi il conservatorio e l’Accademia di Belle Arti. Imprese hi-tech stanno investendo”. Esiste anche questa città. “L’Italia non ha lasciato sola L’Aquila”, sottolinea il procuratore Michele Renzo. E la ricostruzione, se pure non è stata un modello come in Friuli, non è stata una mangiatoia come altrove. Anche se ha dato tanto lavoro ai pm: “Abbiamo aperto 200 fascicoli per i crolli. Ci sono state 19 condanne e nessuna prescrizione”, raccontano i pm Fabio Picuti e Simonetta Ciccarelli. Poi ci sono state le inchieste sull’indebita percezione di fondi pubblici che hanno fatto recuperare milioni, sulle new town e i balconi crollati. E ancora: indagini per lottizzazioni abusive, ricostruzioni delle chiese. Oltre all’inchiesta sul mancato allarme della Commissione Grandi Rischi (fu condannato Bernardo De Bernardinis della Protezione Civile).

L’Aquila com’era, com’è.Dice così lo slogan della ricostruzione. Tutto tornerà come prima. C’è davvero una rinascita, ha il volto pieno di meraviglia di Aurora Cacciapuoti: “Io sono sarda. Mio marito molisano – racconta Aurora, una delle più apprezzate autrici italiane di illustrazioni per bambini – Vivevamo a Cambridge, ma abbiamo deciso di venire all’Aquila. Lui oggi insegna all’università, io faccio i miei libri. Tra pochi mesi qui nascerà il nostro primo figlio”. Ecco, i nuovi aquilani. Eppure non bastano i miliardi, le ferite restano. Le trovi negli sfoghi di uomini e donne che si rivolgono alla psicologa Rita Petrolini. Le vedi in via XX Settembre dove Attilio Rambaudi, 82 anni, cammina osservando gli annunci funebri. Cerca qui gli amici che una volta incontrava per strada e ora chissà dove vivono. Una città che non c’è più. Non basta uno slogan: L’Aquila – lentamente – rinascerà, ma non sarà la stessa di dieci anni fa. Come spiega Parisse: “Ieri è morto un vecchio di Onna. In una casa di riposo. Tanti se ne sono già andati. Il mio paese sarà ricostruito, forse 20 anni dopo la scossa. Ma ad abitarlo non saremo più noi”.

“Gli algerini hanno fiato, sono come i maratoneti”

Un gruppo di filosofi, sociologi, tecnici e scienziati è riunito in una stanza dell’università di Tizi Ouzou, a un centinaio di chilometri a est di Algeri, in Cabilia, uno dei luoghi della contestazione algerina. Qui la rivolta della “primavera nera” del 2001, repressa dal potere, ha lasciato numerose tracce. La maggior parte degli intellettuali che ci accolgono sono nati sul finire della guerra d’Algeria. Ci ritroviamo con loro intorno a un vecchio tavolo di fòrmica.

Dal 22 febbraio, cioè dal giorno in cui sono iniziati i cortei contro il quinto mandato di Bouteflika, il ritmo dei loro incontri si è accelerato. “Come dice Chomsky – spiega uno di loro – l’importante è creare il consenso. Il consenso va praticato. Fare opinione, creare opinione è molto complicato in Algeria. Ma sono fiducioso. Perché? Perché gli algerini sono come dei maratoneti. La storia della resistenza degli algerini è epica, risale a tremila anni fa. Se siamo fiduciosi è perché noi algerini non restiamo mai senza fiato, come i maratoneti”.

Non c’è nessun astio nella sua voce, nessuna ambiguità. Come se quella vecchia stanza, diventata il luogo di convergenza della loro lotta comune, ricordasse ai presenti di restare prudenti, di lasciare le ambizioni personali fuori dalla porta. Jugurta Nekmouche si è fatto le ossa all’École des études en sciences sociales a Parigi, dove ha vissuto per una decina d’anni. Per il professore, che insegna antropologia sociale e culturale all’università di Tizi Ouzou, non è più possibile per il regime nepotista di Bouteflika restare al potere di fronte all’imponente mobilitazione dei giovani. “Si parla tanto di genio popolare. Invece, grazie a questa mobilitazione, molte persone hanno scoperto il genio giovanile, perché l’Algeria è composta al 70% di giovani, con meno di 30 anni. Gli algerini stanno vivendo una seconda indipendenza e tutta la società lo esprime: i giovani, gli anziani, i lavoratori, i sindacati, le donne”.

Le donne in prima linea

Le donne, appunto. Mai come adesso sono state così in prima linea. Già nel momento della guerra di liberazione nazionale, e in particolare durante i periodi più difficili delle violenze tra il Fln (Fronte di Liberazione nazionale) e l’esercito francese, il loro ruolo era stato cruciale: sono loro oggi il punto forte della rivolta pacifica che sta scuotendo ogni parte dell’Algeria.

Poco lontano da lì, al piano terra di un edificio spoglio, si trova la sede della radio locale della Lega algerina di difesa dei diritti umani (Laddh), a qualche traversa dal centro di Tizi Ouzou, in un quartiere popolare, invaso dalle parabole satellitari, e dove palazzine moderne si alternano a edifici costruiti frettolosamente nel corso degli ultimi vent’anni. Molti intellettuali di fama rivendicano la loro appartenenza a questo quartiere, chiamato Nouvelle ville, la città nuova: vivono qui islamisti vestiti con lunghi qamis, anarchici con la barba appositamente mal tagliata e coppie “moderne” che non si nascondono più quando camminano mano nella mano per la strada.

Sonia ammette di essere cresciuta, sin da quando era in fasce, con il valore della rivolta, molto in voga tra i giovani della buona società. Sonia, che è membro della Laddh, ricorda spesso e volentieri che ha scelto liberamente di manifestare tra “i dimenticati del popolo”.

Quelli che, sottolinea, il regime tenta di ridurre al silenzio da una quindicina di anni a forza di sovvenzioni generose e case popolari distribuite a destra e a manca quando la situazione sociale si fa tesa. “Abbiamo tutti bisogno di giustizia sociale. Siamo sempre stati ignorati. Molti di noi hanno meno di 30 anni mentre chi è alla testa dello Stato ne ha 70 o anche 80. Dichiarare che le manifestazioni saranno autorizzate solo quando le persone impareranno a manifestare pacificamente, senza spaccare tutto, è una forma di disprezzo, un insulto nei confronti del popolo”.

La diversità che emerge timidamente dall’ombra grazie ai cortei è per lei motivo di grande orgoglio. “Sono anni che viviamo in una sorta di inerzia, di facilità. Lo Stato è riuscito a infiltrarsi ovunque. Corrompendo e distribuendo fiumi di denaro. Ma negli ultimi tempi, le persone si sono rese conto che i soldi del petrolio non bastano a fare un paese”.

Sonia sogna un’Algeria nuova, democratica e inclusiva, dove le donne e gli uomini possano godere degli stessi diritti, indipendentemente dalla loro età e dalle loro origini. “I giovani algerini non hanno né diversivi né opportunità. Non possono viaggiare perché non ne hanno le possibilità e sono senza visto. Come facciamo a confrontarci con le altre culture in queste condizioni?”.

I giovani algerini, con o senza orientamento politico, rivendicano a una sola voce anche il diritto di poter destituire i loro rappresentanti in qualsiasi momento, ricordando a chi è tentato di tornare indietro che il campo della paura è cambiato, soprattutto da quando le diserzioni in serie hanno indebolito la presidenza. La domanda inattesa del capo dell’esercito, Ahmed Gaïd Salah, di dichiarare il presidente Bouteflika “inadatto” a governare, ha rafforzato le loro certezze. “Poco importa chi va al governo. Il popolo ha capito che il potere gli appartiene e che qualunque cosa accada potrà tornare nelle strade e continuare a lottare, che è possibile e che resterà possibile”, afferma Sonia.

La grande maggioranza dei giovani algerini ha a lungo sofferto dei mali del “sistema” Bouteflika: totale mancanza di prospettive, confronto con modelli politici fragili, assenza di governo locale, corruzione, disoccupazione cronica. Ma, con la fronda in atto, l’orizzonte sembra finalmente schiarirsi per tutti loro.

“Siamo svegli, preparati”

Micipsa Didouche è al tempo stesso studente in management e militante associativo. Come Athmane, giovane avvocato di 29 anni e compagno di lotta, Micipsa quasi non alza gli occhi dal suo cellulare per non perdere la minima allerta. Dal 22 febbraio, comunica con i suoi solo via sms e non dorme quasi più. Se la rivoluzione gli ha restituito il sorriso, non gli ha dato invece neanche un attimo di tregua. “Tra cinque anni vedo un’Algeria più inclusiva, più libera, dice. Vedo una popolazione più coinvolta. Abbiamo degli strumenti di lotta efficaci, sappiamo organizzarci, siamo un popolo civilizzato, conosciamo i meccanismi della difesa dei diritti umani… abbiamo in un certo senso la formula ideale per rimediare d’ora in poi al malfunzionamento dello Stato, siamo svegli, preparati”.

Boumerdès, Tizi Ouzou, Bouira, Bejaïa: in Cabilia, di sicuro più che altrove, si è formato il destino politico della lotta per le libertà individuali. Se le capacità economiche della regione sono incerte, è soprattutto a qualche chilometro da lì, nella zona industriale di Tizi Ouzou, che si realizzano i principali fatturati che generano la quasi totalità della fiscalità e dei posti di lavori della regione, soprattutto nei servizi alla persona, l’industria e l’olivocultura.

Il settore del turismo invece non sta andando bene, mentre l’artigianato cabilo si è fatto conoscere da molto tempo al di là delle frontiere. Per diventare più attrattiva, la città ha costruito uno stadio nuovo di zecca. Una bella notizia per Akçil Ticherfatine, studente in statistica di 25 anni e tifoso della squadra locale dei JSK, oltre che militante per i diritti umani. “Ogni volta che chiedete a un giovane algerino se si interessa alla politica, risponde di no. Ma in realtà tutti si interessano alla politica. I canti che da anni risuonano negli stadi sono profondamente politici. I giovani sono in grado di portare avanti questa battaglia”. Politica nazionale o aspirazione locale? La questione è molto presente in Cabilia dove la tentazione dell’autonomia non si è mai spenta.

Giubbotto di pelle nera, camicia lilla sotto un maglione un po’ troppo largo, Hamou Boumedine accusa il colpo delle tante notti consecutive passate in bianco. Ingegnere di formazione e coordinatore del Rassemblement pour la Kabylie, un movimento autonomista nato dal caos giudiziario che affligge un centinaio di formazioni politiche alle quali Algeri rifiuta il suo avallo, ci riceve nello studio legale di un amico. Hamou sogna una federazione algerina in cui la sua regione possa conservare le sue prerogative. Per lui questa rivoluzione è l’opportunità da non farsi sfuggire. “La dissoluzione delle istituzioni dello Stato è totale. Pensiamo che è il momento di prenderci le nostre responsabilità per far crescere le ambizioni naturali del popolo cabilo. Siamo in una situazione in cui ogni entità, ogni partito politico, ogni organizzazione, ogni corrente di pensiero proverà a imporre la sua visione dell’Algeria nuova. Noi intendiamo mobilitare il più possibile la Cabilia nel suo progetto, un progetto di autonomia”.

(traduzione Luana De Micco)