Ucraina alle comiche: Zelensky al ballottaggio

Tic tac, tic tac. “Punto per me”. Cosa significa essere un capo burattinaio comico e diventare la prima scelta alle urne di un paese in guerra. Zelinsky gioca a ping pong fino a pochi secondi prima dell’urlo della folla per le percentuali che lo dichiarano vincente.

Sorride, salta come un pupo pallido e bruno nel suo quartier generale elettorale: alcolico, hipster e tappezzato di schermi verdi technicolor. Non più gialla e blu: l’Ucraina è diventata zeleny, verde. Questo significa il cognome di Zelinsky. Mentre filano stelle dello spettacolo al selfie box, lui fa shutki, battute proprio come al suo show di satira in tv, Kvartal. “Dijakuju, grazie Ucraina” biascica quando sullo schermo appare il suo volto che sovrasta con il 30% i due dinosauri della politica slava: Poroshenko, secondo con il 18% e Timoshenko, terza con il 14%. Il centro di Zelinsky scintilla come i bicchieri pieni di vino rosso al free bar. Vuote di gioventù le sale di Timoshenko e Poroshenko. Senza partecipare a dibattiti e interviste in tv, con una komanda, squadra agguerrita sui social, il comico ha conquistato la sua terra. Dalle tende del sipario a quelle delle urne. Perennemente circondato dalla nube dei flash dei giornalisti, Zelinsky ha votato in via Eroi di Stalingrado sotto un insolitamente caldo sole di Kiev, con guardie del corpo marmoree e bionde e la smorfia di sua moglie nella Range Rover nera.

“Eto bred, è il delirio. Non ricordi Regan in America? Abbiamo provato tutto, ora tocca a un attore. Il comico è un businessman, come gli altri due candidati, è di Dnipro come la Timoshenko, ma ecco la verità: noi ucraini siamo disperati, lui è l’unica cosa nuova che abbiamo” dice Aleksandr, 53 anni. Sputa parole rabbiose: “Zelinsky vince se i giovani vanno a votare”. E i giovani, nonostante i prognostici contrari, ci sono andati. “Non Poroshenko”. La risposta di Maidan è sempre uguale se chiedi del voto. Il presidente “ha promesso tanto ma non ha fatto niente. Ora sulla mappa siamo solo un paese-poligono dove c’è una guerra inutile. Voglio solo che si eviti la Maidan 3. Queste elezioni non sono cistie, pulite” dice Denis, 26 anni, una fede alla mano destra che stringe il volante del taxi. Dice che gli uomini del presidente lo hanno avvicinato: “ti comprano il voto per 500 grivne, i pensionati che non sanno come pagare l’affitto accettano”. “Mosca non crede alle lacrime” ha arringato Poroshenko dall’altro lato della città, citando un film sovietico e abbracciando soldati in mimetica, ma Kiev stanotte non crede al sonno. Una per una le schede lunghe mezzo metro, con i nomi di 39 candidati, verranno contate fino a un’alba che promette di arrivare sempre più verde.

Test elettorale riuscito (a metà) per il sultano Erdogan

Istanbul è salva. Passa le urne il delfino del presidente Recep Tayyip Erdogan nonché ex premier Binali Yildirim, candidato sindaco della megalopoli sul Bosforo, con il 50,4% dei voti contro il rivale Ekrem Imamoglu del partito Chp, fermo al 47,4%. Ma è una vittoria mutilata per il “sultano” oscurato da quello che si profila come uno storico trionfo dell’opposizione ad Ankara, dove dopo un quarto di secolo la capitale sembra sfuggire dalle mani dei conservatori islamici, segnando una svolta nella politica turca. Il candidato del socialdemocratico Chp Mansur Yavas infatti viaggia verso la vittoria. A livello nazionale, nelle elezioni test per il presidente l’Akp si conferma il primo partito con il 47,6% e supera il 50% in coalizione con i nazionalisti del Mhp. I socialdemocratici del Chp si attestano come secondo partito con il 31,3%. Al 3,2% ci sono invece i filo-curdi dell’Hdp, che però concentrano i loro voti nel sud-est del Paese, dove conquistano molte città, tra cui Diyarbakir. Dopo il commissariamento, la “capitale” curda tornerebbe così in mano all’Hdp, come altre province importanti dove un centinaio di suoi sindaci sono stati rimossi in questi anni dal governo centrale con accuse di terrorismo per presunti legami con il Pkk. Sempre nell’est, per la prima volta nella storia della Turchia, un membro del partito comunista guiderà un capoluogo di provincia. Si tratta di Fatih Mehmet Macoglu nuovo sindaco di Tunceli.

Ai seggi – aperti a Diyarbakir e in altre città orientali dalle 7 del mattino di ieri – si aspettavano 57 milioni di elettori e non sono mancati gli scontri. I morti sono stati 4 tra le province di Malatya e Diyarbakir e decine i feriti, nonostante le severe le misure di controllo. Tra gli osservatori invitati dai curdi, anche due italiane fermate e interrogate dalla polizia.

Beautiful è bello, ma Ridge?

Entro a casa e trovo mamma e Veronica, la nostra filippina, in rigoroso silenzio sedute sul divano una accanto all’altra a guardare Beautiful. “ Ma che fate? Mamma, mamma mi senti? Ma guardi Beautiful?” chiedo con un tono di leggero rimprovero “Io?, noo. Ma perché è Beautiful? Non mi ero neanche accorta” e Veronica “ Mama mia, Blooke ha lasciato Lidge ama altlo uomo…” e mamma distratta “ Ma no, non ama un altro, ama solo Ridge!”-“Mamma allora lo guardi!”-“ Ma figurati, io? No, lo guardo distrattamente. Non so neanche come si chiama. Come si chiama? Ah si Beautiful, un’americanata insopportabile!” e Veronica “Mama mia Lidge si è messo con Stephanie”-“ No Veronica, Stephanie è malata, si deve curare!“ -“Ah, allora lo segui mamma! “ – “ Ma noo, l’ho sentito dire da Veronica, è lei che lo guarda. E poi questi personaggi sono antipatici e quel mascellone di Ridge non mi piace affatto, c’ha anche gli occhi storti! ”- “ Mamma Ridge non ha gli occhi storti!”-“ Ah, non ha gli occhi storti? Vabbè ne ha uno storto, ma poco. In effetti è un bel ragazzone con le mascelle e lo strabismo di venere”. Una voce stentorea da doppiatore, quelli di Beautiful sono eccelsi, annuncia: “Mi chiamo Will Jones e sono io il padre del bambino, Brooke non è una sgualdrina!”. A questo punto un urlo di gioia e di liberazione, mamma e Veronica saltano e si abbracciano: “Aaah, lo-sa-pe-va-mo era Will il padre del bambino”. Occhi lucidi, solidarietà femminile, mamma e Veronica gioiscono della stessa emozione. Sigla finale, Veronica ritorna al Folletto: “Mama mia, mama mia signola, ma come va a finile?” e mamma risponde “Ma che ne so Veronica, aspettiamo la puntata di domani! E poi Beautiful è come la polvere, domani ritorna, ritorna sempre”.

 

Dal Colosseo al Tav per le grandi opere problemi identici

Sin dall’antichità, la realizzazione di grandi opere ha costantemente sollevato problemi, suscitato dibattiti, scatenato polemiche sui costi e sui tempi, comunque ha sempre catalizzato e impressionato l’opinione pubblica. Un esempio illustre è dato dalla costruzione del gigantesco anfiteatro Flavio, più noto come Colosseo, presto divenuto simbolo del potere imperiale. I lavori di costruzione iniziarono nel 72 d.C. e durarono così a lungo che persino l’imperatore committente Vespasiano non riuscì a vederlo compiuto perché morì nel 79 d.C., mentre fu inaugurato da Tito l’anno seguente con 100 giorni di spettacoli. E se si scolpì nel marmo a imperitura memoria la fonte di finanziamento, cioè il bottino di guerra proveniente dal tempio di Gerusalemme (“L’imperatore Cesare Vespasiano Augusto fece erigere il nuovo anfiteatro con i proventi del bottino” [Corpus Inscriptionum Latinarum VI.40454a]), così invece con solennità declamava Marziale: “Taccia la barbara Menfi il prodigio delle piramidi, né il lavoro degli Assiri esalti più Babilonia; né siano celebrati gli effeminati Ioni per il tempio di Diana; l’altare dei molteplici corni faccia dimenticare Delo; né i Cari portino più alle stelle, con lodi sperticate, il Mausoleo proteso nel vuoto. Ogni opera cede dinanzi all’Anfiteatro dei Cesari, la fama parlerà ormai d’una sola opera al posto di tutte” (Liber de spectaculis 1.7-8). Retorica, esaltazione, orgoglio tracimante per una delle opere più importanti della Roma antica. Oggi, non si registrano particolari cambiamenti a parte la scarsa qualità; che si parli di Tav, di valichi, di autostrade, stadi e impianti sportivi, la solfa è sempre la stessa: tempi lunghi, utilità o inutilità, reperibilità di risorse, corruzione.

Passione antimafia: storia di una donna e di “stimati giuristi”

Proprio vero. Le sorprese capitano ovunque, anche durante gli esami in aula. E scavano. Stavolta ne arriva una grazie a una signora che, per età e abbigliamento, poco c’entra con le studentesse e gli studenti che attendono il loro turno. Impossibile non notarla. Isolata in seconda fila, nessuno con cui condividere l’ansia che precede la prova. Fa trasparire una certa fiducia verso il prof, benché non abbia alcuna certezza di essere esaminata da lui. Vedo solo, dalla cattedra, che maneggia in una piccola pila di libri, anche un mio lavoro di tanti anni fa sulle donne ribelli contro la mafia. Non essendo tra i testi a scelta, un po’ mi allarmo. La signora, mi dico, ha qualche dimestichezza con la letteratura sulla mafia ma non ha portato il programma. Come regolarsi, visto che non è una ragazzina? Due gli scenari. Un gentilissimo invito a tornare, una faticosa promozione per diritto di età, come ogni tanto qualcuno pensa sia possibile ottenere. Ma non me ne curo poi troppo, anche se so bene che alla fine questi problemi devo giustamente risolverli io. Finché chiamo il terzultimo iscritto: “Maria Gloria Di Giorgi”. È lei. La signora si alza sorridente, felice, come non aspettasse altro. E sistema sotto i miei occhi i libri con cui si presenta. Ne manca uno fondamentale, e dunque penso “Ecco ci siamo, ora parte la negoziazione”. “Ma certo che l’ho portato”, mi tranquillizza invece lei. Ha un accento inconfondibile, siciliano doc. Racconta con commozione la stagione dei sindacalisti uccisi dalla mafia, di Salvatore Carnevale, e soprattutto di Francesca Serio, la madre che ispirò Carlo Levi con le sue lacrime che si facevano parole e le parole che si facevano pietre. Non ha lavorato su riassunti altrui, questo è chiarissimo. Parla con entusiasmo dell’esperienza giornalistica di Giuseppe Fava, conosce a memoria la sua leggendaria inchiesta su Palma di Montechiaro, ne ha colto un particolare che nessuno mi ha mai citato. Perde un punto sulla teoria dell’impresa mafiosa, ma sa tutto della vicenda di Libero Grassi. C’è qualcosa nella sua preparazione che tradisce una straordinaria immedesimazione civile e culturale. Collega in scioltezza quel che accade nel trapanese con quello che accade a Catania e da qui vola in Calabria, su vicende quasi antiche. Ci tiene a dirmi che lavora nella Confesercenti di Mazara del Vallo e che dopo che Libero Grassi venne ucciso si diede da fare perché sulle vetrine venissero esposti i cartelli con su scritto “Io non pago il pizzo”. Finisce l’esame, studio e passione, voto molto alto, non il massimo perché voglio poterle dire, a sua soddisfazione, “Non le sto regalando nulla”. Poi una breve conversazione. Mi offre in pillole la sua vita. Ha due fratelli in polizia, uno ha fatto la scorta ad Antonio Ingroia, uno lavora in un reparto investigativo. Poi i genitori. Gli occhi diventano due luci: “Mio padre era sindacalista della Cgil. Quand’ero bambina mi appiccicava alle zie perché entrassi con loro in cabina elettorale e le facessi votare comunista. Gli scrutatori me lo consentivano, le zie non sapevano leggere”. Storie d’altri tempi. Come quella della compagna di scuola figlia di un boss poi coinvolto nelle stragi, con la quale un giorno discusse calorosamente su una valigia costosissima. “Posso permettermela”. “Ma non ti chiedi perché puoi permettertela? Non ti chiedi con quali soldi?”. Racconta le amarezze che le riservano certi corsi di formazione per Confesercenti. Il signore adulto che la richiama alla realtà: “Ma lei non lo sa che cosa diciamo qui in Sicilia? Che chi mi dà da mangiare mi è padre, me lo terrei in casa anche se fosse latitante”. O perfino la giovane ragazza: “Io sto con chi mi dà un lavoro, come fa i soldi non mi interessa, sono fatti suoi”. La domanda però è obbligata, visto il contesto: “Ma lei perché viene da Mazara del Vallo a Milano per fare l’università?”. “Perché a Milano c’è mio figlio”, spiega, “frequenta il Politecnico. Io vengo a trovarlo, così ne ho approfittato per iscrivermi anch’io. A proposito, me la darebbe una tesi sulla mafia a Mazara del Vallo?”. Dice che ha fiducia nei giovani. Quando a fine mattina so degli interventi scatenati che “stimati giuristi” hanno condotto, in un convegno a Roma su Mafia Capitale, contro tutta la legislazione antimafia, penso che se qualcosa cambierà, lo dobbiamo soprattutto a persone come questa signora siciliana, i suoi fratelli, suo padre. E che se avessi dovuto fare un confronto tra lei e gli “stimati giuristi” di manzoniana memoria, un trenta e lode ci stava tutto.

La vecchiaia delle donne. Tutta questione di soldi, la depressione è da ricchi

Gentile Selvaggia, ho letto il tuo articolo sulla vecchiaia della Vanoni e l’ho trovato bello, per carità, ma distante anni luce dalla realtà. C’è un passaggio che fa luce sul problema esatto che ho individuato: dici che Ornella Vanoni invecchia “in una bolla sospesa, isolata dalle cose terrene”. Ecco, è proprio questo il punto. Lei, e come lei tutte le altre che invece “invecchiano male” ma semplicemente in relazione a un bisturi di troppo o al tentativo di non cadere nel dimenticatoio, sta in una bolla costruita da una vita di agi, di un lavoro non usurante, libera dal pensiero della previdenza sociale e costituita da un lunghissimo tappeto di velluto su cui ha camminato per tutto il tempo.

La verità è che si invecchia bene se si hanno i giusti mezzi economici. Mia madre invecchia con una pensione che supera i 300 euro per qualche decina di euro e meno male che ci sono io per aiutarla, ma alcune sue amiche d’infanzia non sono così fortunate. È gente che si è spaccata la schiena per una vita, spesso senza contributi viste le professioni umili e familiari svolte, quando non semplicemente il mestiere non retribuito della casalinga. Niente amori tormentati con geni del teatro o della musica, al massimo qualche amore tormentato dalle botte o dalla fame. Niente vita con il proprio nome in copertina, se non quelle delle buste di Equitalia. Nemmeno depressione, è vero, ma perché sono i ricchi ad essere depressi. I poveri al massimo sono tristi, sono stanchi, sono disperati, e sono tutte patologie che non si curano con gli psicofarmaci o costose sedute di psicoterapia, perché non si curano e basta. Si patiscono fino a quando non ti fanno invecchiare loro stesse, quando diventi ricurvo e sdentato senza poterti comprare una protesi, quando hai le vene varicose ma non puoi permetterti pastiglie o calze ortopediche. Se sei ricco e invecchiando diventi rimbambito sei ‘eccentrico’, se sei povero sei il matto del paese. E per la disperazione non ricorri alla chirurgia estetica, ma semplicemente a rovistare nei rifiuti. Detto questo ho apprezzato il ritratto poetico della cantante che invecchia in pace con se stessa, ma la vita vera sta nelle case sotto sfratto di chi invecchia in guerra con le malattie, le bollette e la miseria, senza nemmeno una riga sul giornale di provincia.

Laura

 

Cara Laura, ovviamente mi dispiace per tua madre e le sue amiche. Io però credo che la vita vera sia quella delle persone in carne ed ossa, come tua madre certo, ma anche come la Vanoni. E anche che il benaltrismo che trasuda dalla tua lettera possa essere convogliato altrove e con maggior efficacia.

 

Michael Jackson rischia l’oblio?

Ho letto che hai citato il documentario su Micheal Jackson e i presunti abusi su minori che in questi giorni sta portando il mondo della musica sull’orlo di una crisi di nervi. Presunti, nonostante le testimonianze dei due ragazzi siano estremamente convincenti. Io da garantista considero colpevole solo chi è condannato da un processo, ma non è questo il punto. Molti artisti sono stati rovinati da ipotesi ancora più fantasiose, vedi Mia Martini: il consenso popolare non può sottrarsi alle dicerie, capisco. Ma a farmi arrabbiare non è ciò che sta succedendo all’uomo Micheal Jackson, bensì al cantante. La BBC censura le sue canzoni, i cantanti eliminano le sue cover dai loro spettacoli, persino i Simpson hanno rimosso l’episodio in cui Jackson prestava la sua voce. Va bene, nessuno vuole associare la propria immagine a quella di un pedofilo, ma non sono sicuro che questa damnatio memoriae porterà buoni frutti. Stiamo parlando di alcune delle più belle canzoni del secolo passato, forse più belle della storia. Videoclip che hanno cambiato il mondo dello spettacolo, della televisione; di un modo di ballare, cantare e comporre che ha influenzato i migliori artisti. L’inventore della più famosa iniziativa musical-benefica della storia, quella di USA for Africa e We Are the World. Capisco che ciò tiri in ballo anche l’uomo Jackson: aprirebbe un interessante discorso su quanto il male (eventuale) commesso, possa cancellare tutto il bene (lui ne ha fatto tanto). Parlare di arte, mi chiedo a quante altre opere rinunceremo se decidessimo di punire con l’oblio tutti i peccatori. Abbiamo forse bruciato Platone e Aristotele, o demolito l’acropoli di Atene perché gli ateniesi erano pederasti? No. Abbiamo smesso di studiare Pasolini per la sua vita discutibile? No, e nemmeno Polanski e Woody Allen. Non abbiamo strappato le tele dell’assassino Caravaggio. Siamo disposti a farlo con Micheal Jackson? Di più: sarebbe giusto farlo?

Giuseppe

 

Caro Giuseppe, il mondo risponderà alle tue domande quando il documentario non sarà più l’ultima uscita, quando Micheal Jackson non sarà più l’ultimo criminale illustre. Io, onestamente, non credo che succederà niente di simile: le librerie vendono ancora copie del Mein Kampf, che sinceramente mi dà giusto un po’ più fastidio.

 

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A Verona è proseguita la “culture war” contro il pontificato di Bergoglio

Al solito, per comprendere appieno il pensiero di Bergoglio, bisogna guardare alla Civiltà Cattolica – tornata di nuovo centrale in Vaticano con il pontificato di Francesco – e al suo direttore padre Antonio Spadaro.

Sul fatidico XIII Congresso mondiale delle famiglie di Verona, padre Spadaro ha spiegato la bocciatura del papa, “giusta la sostanza, sbagliato il metodo”, introducendo in maniera negativa il concetto di culture war, guerra culturale. E che rimanda per assonanza, e non solo, a quella guerra di civiltà che i teocon ratzingeriani volevano scatenare contro l’Islam nel decennio scorso, segnato dall’attacco alle Torri Gemelle. Dice il direttore di Civiltà Cattolica, rivista quindicinale dei gesuiti, lo stesso ordine di Bergoglio: “La cultura della famiglia non può essere la parte strumentale di una culture war. È un errore di metodo e dunque finisce per esserlo di sostanza”. Di conseguenza ecco i “cultural warriors, per cui il cristianesimo diventa terreno di scontro”.

È la stessa linea, dal titolo “Questa povera, povera famiglia”, delineata ieri da Marco Tarquinio, il direttore del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. Insomma, la maggioranza dei cattolici italiani non vuole che i valori non negoziabili diventino un terreno di scontro violento tra la minoranza clericale di destra e il fronte laico e femminista.

Anche perché, come rilevato giustamente da Gian Enrico Rusconi sulla Stampa, il vero obiettivo propagandistico di Verona era quello di reclutare crociati di rango nella battaglia contro il papa “eretico” argentino. Verona come arena per i farisei tradizionalisti venuti allo scoperto con i Dubia sull’Amoris Laetitia e la campagna a scoppio ritardato di monsignor Carlo Maria Viganò sulla pedofilia in Vaticano.

Qui, però, c’è la mezza delusione registrata dalla falange veronese per il cerchiobottismo di Matteo Salvini, il premier separato che agita il Rosario, che non ha aderito del tutto alla trincea omofoba e anti-abortista del “suo” ministro Lorenzo Fontana. Non a caso, al congresso, ha suscitato più applausi l’intervento della fasciosovranista Giorgia Meloni.

La Basilicata è un gattopardo: il petrolio resta, i lucani vanno via

Elezioni in Basilicata, parliamo degli sconfitti, il Pd e i Cinquestelle. Ma prima chiariamo un punto: la Lucania non è mai stata, “l’isola rossa” del Sud. Scambiare il centrosinistra lucano e i vari governatori che si sono succeduti alla guida della regione per un quarto di secolo per degli intransigenti rivoluzionari, o per intelligenti riformisti, è un abbaglio. I vari Bubbico, De Filippo, Pittella, sono solo gli abili continuatori di un sistema di potere nato agli albori della Repubblica, rappresentano l’evoluzione di quel sistema creato da Emilio Colombo. Leader della Democrazia Cristiana fin dal dopoguerra (a 26 anni era già deputato della Costituente), ministro (più volte), e Presidente del Consiglio dal 1970 al 1972. Mente lucida che guardava all’Europa (per Fortebraccio era uno che “va in giro con una testa della quale non è noto il proprietario. Una testa demaniale”), era apprezzato a Roma. Ma come altri leader meridionali dell’epoca, anche Colombo nella sua terra costruì un ferreo sistema di occupazione di ogni spazio di potere. Così la Dc in Basilicata durò un cinquantennio. Indisturbata. Caduto don Emilio, rimase in piedi una ricca eredità di voti e relazioni, un patrimonio amministrato stancamente dagli eredi della Dc, del Pci e dei socialisti (Pittella brothers, Gianni e Marcello), fino alla sua consunzione. Quando i basilischi hanno capito che quel sistema era finito, hanno scelto altro. La destra di Salvini e Berlusconi. E i Cinquestelle? Perdono perché non sono stati ritenuti credibili e spendibili per un radicale cambiamento. Chi ha vinto? Il petrolio, “la potenza attrattiva del totem nero”, come scrive il sociologo Enzo Allegri. I pozzi lucani vomitano l’80% della produzione nazionale (5% del fabbisogno), e Salvini & soci hanno rassicurato le grandi multinazionali. Intanto i lucani vanno via: nel 2018 lo hanno fatto in 3mila. Il 6,1% della popolazione.

Stadio San Siro: demolirlo è come abbattere il Duomo a Milano

Mentre a Verona è andato in scena l’orripilante convegno sulla famiglia degli ipocriti tradizionalisti che la vorrebbero indissolubile (ma non per loro…), a Milano si sta scatenando un dibattito altrettanto viscerale, sebbene senza la pretesa di dettare vincoli legislativi, ma pur sempre legato all’indissolubilità di un altro tipo di famiglia. Quella calcistica meneghina. Il contenzioso è brutale: lo stadio di San Siro va ristrutturato o demolito? Da milanese milanista, vorrei dire la mia. No alla demolizione. Sarebbe uno scandalo. Perché San Siro è bello. Anche se pieno di difetti: per esempio, pochi gabinetti e ve li raccomando…,solo 200 posti per i disabili. Mancano servizi e infrastrutture. Sarebbe bello che la zona attorno a San Siro diventasse una cittadella del tempo libero e dello sport. Ma senza distruggere la struttura dello stadio che è ormai un’icona della città. I banconi dei bar sono la mia piattaforma Rousseau, lì conduco i miei sondaggi: ebbene, la stragrande maggioranza degli avventori non vuole l’abbattimento: “Sarebbe come buttar giù la Madonnina dal Duomo”. Perché allora ipotizzare tale scempio? Perché sia Inter che Milan, o meglio, le loro affaristiche proprietà cinesi ed americane, vorrebbero uno stadio loro. Al massimo, uno da condividere per risparmiare i costi. Ristrutturare San Siro comporterebbe almeno due o tre stagioni in esilio, chissà dove. Nel caso l’Olimpiade Invernale 2026 venisse aggiudicata a Milano – lo sapremo tra un paio di mesi – il Cio pretende una capienza di almeno 80mila posti. Oggi sono 85700, tutti al coperto. I progetti di Milan e Inter ne prevedono al massimo 60-65mila. Tradotto: impianti certo meno invasivi, ma prezzi dei biglietti alle stelle. Il business del calcio non ha cuore. Né memoria. O rispetto. Il 19 settembre del 1926 la partita inaugurale dello stadio di San Siro fu l’amichevole Inter-Milan (6-3). Sulla panchina interista era appena arrivato il geniale Arpad Weisz, un ex nerazzurro, ebreo ungherese. Finì in una camera a gas di Auschwitz, il 31 dicembre 1944.

L’Italia vince facile e la stampa delira

La Gazzetta dello Sport: “Bell’Italia. Festa Quaglia”. Il Corriere dello Sport: “Gioco, gol, divertimento. Tutto Quaglia”. Tuttosport: “L’Italia Quaglia. E Kean vola”. L’originalità magari latita un po’, ma l’entusiasmo che traboccava dai titoli a tutta pagina dei quotidiani sportivi di casa nostra all’indomani di Italia-Liechtenstein 6-0, match di qualificazione all’Europeo 2020 giocato sei giorni fa, era a dir poco incontenibile. A leggere le pagelle di Sensi e Spinazzola, Verratti e Politano, Quagliarella e Kean, per non parlare della pagella del c.t. Mancini, il dubbio era che l’Italia di Bearzot campione in Spagna nell’82 fosse un discreto undici, sì, ma poca cosa rispetto alla corazzata dell’ammiraglio Mancio; per non parlare dell’Italia di Lippi dominatrice a Berlino, una bagnarola in confronto a questa Super Italia.

“Siamo una squadra fortissimi”, direbbe Checco Zalone; e come sempre l’importante è che la gente abbocchi. Se poi un giorno ci ritroveremo ancora una volta col sedere a terra condannati a guardare il mondiale (o l’europeo) in tv dopo essere stati sbattuti fuori dalla prima Svezia capitata a tiro, ci sarà tempo per togliersi le fette di prosciutto e aprire gli occhi. E però diciamolo: delirare per un 6-0 al Liechtenstein è da pazzi. E sarebbe il caso che i media made in Italy, ormai ridotti a Istituto Luce, si dessero una calmata. Per chi non lo sapesse, il Liechtenstein occupa il 184° posto nel ranking mondiale Fifa preceduto da nazioni come St. Vincent, Guyana, Bermuda, Ciad, Cambogia, Figi, Papua Nuova Guinea e ci fermiamo qui per amor di patria.

Ancora: il Liechtenstein è l’unico paese europeo a non avere un campionato. Poiché il piccolo Principato conta su soli 7 club, il Liechtenstein ha chiesto ospitalità alla Svizzera per permettere alle sue 7 squadre di disputare un torneo vero: e tolto il Vaduz, che milita in serie B, per trovare gli altri 6 club occorre munirsi di lanternino (per scovare il minuscolo Triesenberg, ad esempio, bisogna chiedere un giorno di permesso). Il solo trofeo che il Liechtenstein mette in palio è la Coppa del Liechtenstein: alla quale ogni club partecipa con la prima, la seconda, la terza e la quarta squadra, quella degli allievi. La vince sempre il Vaduz.

Dice: okay, ma un 6-0 è pur sempre un 6-0, l’Italia di (S)Ventura non sarebbe mai riuscita in un’impresa tanto titanica. E in un certo senso è vero. L’Italia di (S)Ventura incontrò infatti il Liechtenstein l’11 giugno 2017 nel rovinoso girone di qualificazione mondiale: e allo stadio Friuli spezzò le reni al Principato battendolo solo 5-0, anche se in 11 contro 11 e non con l’uomo in più come capitato a Mancini (espulsione di Kaufmann al 45’). Dice ancora: okay, ma il Liechtenstein di oggi è certamente più forte di quello annichilito dall’Italia di (S)Ventura. E invece, checchè ne dica l’Istituto Luce, parliamo della stessa Armata Brancaleone se è vero che 9 giocatori schierati a Parma martedì scorso (Wolfinger, Goppel, Polverino, Hasler, Salanovic, Malin, M. Buchel, Hofer, Sele e Meier) erano in campo anche nel giugno 2017, a Udine, contro i Ventura-boys. Morale della favola: non fidatevi dei piazzisti di panna montata un tanto al chilo. Verratti, Politano e Kean non sono male, certo, ma fidatevi: Tardelli, Bruno Conti e Paolo Rossi erano un’altra cosa (e il giornalismo anche).