Le vere paure dietro il ritorno dei cattolici più oscurantisti

L’aspetto più rilevante del Congresso mondiale delle Famiglie che si è chiuso ieri a Verona consiste nell’esplicito endorsement deciso dai dirigenti della Lega, il più popolare partito politico italiano, almeno secondo i sondaggi. Tutto il resto, infatti, e cioè il linguaggio, gli argomenti, le parole d’ordine, i gadget truculenti sono cose già viste nelle tante riunioni analoghe del passato. Anche alcuni dei protagonisti sono volti noti della costellazione tradizionalista: per citare solo il più noto, il cattolico neocatecumenale Massimo Gandolfini è stato il portavoce dell’ultimo Family Day, quello contro la legge sulle unioni civili.

Come avviene di solito in questi casi, la gerarchia cattolica non partecipa direttamente (fatta eccezione per il vescovo di Verona), ma assiste da lontano con una certa benevolenza e soprattutto fornendo l’ossatura ideologica, la legittimazione culturale all’intero repertorio di teorie omofobe, reazionarie e discriminatorie avanzate in simili consessi. Come ha solennemente affermato il cardinal Parolin, la Chiesa Cattolica è in sintonia con i contenuti di quel che si è detto a Verona, pur dissentendo dalle forme, troppo aggressive e troppo lontane dal compassato stile curiale che le è congeniale.

Ma torniamo al dato più rilevante di Verona, e cioè all’appoggio e al diretto coinvolgimento dei vertici leghisti, a cominciare da Matteo Salvini sul palco. Il loro impegno sta a significare che la Lega immagina di ricavare dei consistenti vantaggi politico-elettorali dal sostegno a un’iniziativa come quella veronese. Il fiuto del capo leghista raramente si inganna, almeno di questi tempi: l’intuizione leghista sarà politicamente ed elettoralmente redditizia, dal momento che le ragioni che spiegano la formidabile crescita della xenofobia e del razzismo sono le stesse che giustificano l’avanzata dell’omofobia e del rifiuto della parità di genere.

Si tratta infatti, in tutti i casi, di valori che contraddistinguono le società primitive, quelle che cioè per sopravvivere debbono limitare con ferocia i propri confini (impedendo l’invasione straniera), garantire un’elevata crescita demografica (per via dell’elevata mortalità infantile), vietare e perseguitare l’omosessualità (perché riduce il numero dei potenziali fecondatori).

La religione fornisce a tutte queste motivazioni una nobilitazione spirituale, filosofica e teologica, ma la loro radice più profonda è squisitamente socio-economica e risiede nella percezione diffusa che risorse già scarse e declinanti lo diventeranno ancora di più se non si pone un freno al permissivismo sessuale, alla confusione dei ruoli e alla solidarietà indiscriminata.

Ora, ovviamente il nostro Paese è lontanissimo dall’essere un luogo “primitivo” dove valgono le leggi di cui sopra, però certamente in questi anni la condizione sociale di tante famiglie e di tanti individui è drammaticamente peggiorata, più che in ogni altro stato dell’Europa Occidentale. A essere diminuita è stata soprattutto la percezione diffusa di poter condurre un’esistenza “sicura”, al riparo dalle congiunture sfavorevoli che la sorte inevitabilmente così spesso produce. I posti di lavoro si sono fatti precari, la protezione sociale garantita dallo Stato sempre più malferma e incerta, le possibilità di un futuro all’altezza del recente passato sempre più improbabile, le diseguaglianze e le distanze sociali sempre più incolmabili. È questo che spiega la rinascita, in molti strati della popolazione, di un desiderio radicale di chiusura verso l’esterno, la voglia di vigliare sui propri confini per proteggere ciò che è rimasto di buono e di sano per la comunità. L’omosessualità e la parità di genere, al pari dell’accoglienza dello straniero, sono i bersagli naturali di questo sentimento. Nel pensiero tradizionale proprio delle società primitive, gli uomini devono lavorare, generare la prole, proteggere le femmine e sorvegliare armati i confini della loro proprietà e della patria intera, mentre le donne debbono obbedire ai maschi, stare in casa e occuparsi di tutti i figli che il buon Dio deciderà di mandar loro, rinunciando ad ogni forma di pianificazione e controllo delle nascite.

Non è un caso che la direzione verso la quale viaggia l’Italia di Verona sia quella di tanti Paesi ex socialisti presenti al Congresso, della Polonia, dell’Ungheria, della Moldavia. In quella parte dell’Europa, prima del 1989, i regimi comunisti non fornivano quasi nulla ai loro cittadini, se non un esasperato patriottismo nazionalista e la sicurezza sociale, la garanzia di poter condurre un’esistenza non libera, ma sicuramente “protetta” da uno Stato autoritario e onnipresente. Il nazionalismo sciovinista è sopravvissuto benissimo alla fine dei regimi comunisti, anzi il venir meno delle sicurezze sociali lo ha incredibilmente rafforzato, potenziando l’ostilità verso tutte le forme di diversità e di pluralismo: etnico, culturale, linguistico, religioso. Con una storia diversa alle spalle, l’Italia che generò il fascismo, nemico giurato di ogni diversità, si sposta oggi a grandi falcate verso Est. Vedremo cosa riuscirà ad impedirglielo.

Crescita al capolinea, gli Usa perdono colpi e il resto del mondo rischia il tilt

L’attuale fase di crescita economica negli Usa e in buona parte del mondo (Italia esclusa) arranca verso un traguardo storico: il record di espansione più prolungata nella storia da quando si compilano i dati ufficiali sul Pil. Ma solo un’esigua minoranza di inveterati ottimisti ha ordinato champagne per celebrare degnamente l’evento. Anzi, al posto delle bollicine dorate nei mercati (e nelle Cancellerie) si distribuiscono dosi di ansiolitici. Le crisi finanziarie più gravi tendono a scoppiare proprio dopo periodi di crescita impetuosa e prolungata alimentata da un ottimismo che (col senno di poi) si rivela fallace. Che i gestori di risparmio più avveduti stiano sulla difensiva, anzi si ispirino a un ferreo catenaccio, lo testimonia l’inversione della curva dei rendimenti sui titoli pubblici americani: i titoli a breve rendono meno di quelli con scadenze lunghe, evento che spesso anticipa le recessioni. La scorsa settimana ad amplificare il malessere sui mercati globali è stata la sorpresa arrivata fresca di giornata dalla Nuova Zelanda. Quando mercoledì, la banca centrale ha annunciato l’intenzione di tagliare i tassi – visto che il barometro economico mondiale volge a burrasca – le ripercussioni hanno accompagnato il sorgere del sole da Sydney e Tokio fino a New York e San Francisco, passando per Londra e Francoforte. Le angosce del resto hanno trovato terreno fertile, perché dopo la virata della Fed (e della Bce) verso politiche monetarie nuovamente accomodanti, i prezzi dei titoli obbligazionari considerati più sicuri, soprattutto quelli del Tesoro americano e i Bund, si erano già impennati come non accadeva da anni. Pertanto a marzo i mercati obbligazionari d’oltreoceano hanno dispiegato la seconda miglior performance mensile in oltre un decennio e i titoli pubblici tedeschi a 10 anni per la prima volta dal 2016 sono tornati a rendimenti negativi. E non si pensi che sia un’eccezione: sui mercati mondiali una montagna di titoli obbligazionari pari a 10 trilioni di dollari offre all’acquirente rendimenti negativi. Come se non bastasse, giovedì la crescita del Pil americano nel quarto trimestre del 2018 è stata rivista inaspettatamente al ribasso: un mediocre 2,2% annualizzato nonostante i generosi stimoli fiscali concessi da Trump che hanno causato un deficit pubblico che non si riuscirà ad azzerare prima di 15 anni.

E se la locomotiva Usa perde colpi il resto del mondo rischia la paralisi. Nonostante la disoccupazione tedesca, i dati europei rimangono poco incoraggianti: in particolare l’indice dei direttori degli acquisti continua a far suonare la sirena dell’allarme recessione nel manifatturiero. A tenere a galla i mercati restano le ottimistiche speranze di un accordo tra Usa e Cina sui dazi e tutti gli altri contenziosi aperti: proprietà intellettuale, apertura dei mercati, trasferimento di tecnologie. Quando ci si trova a nuotare in mezzo ai marosi anche una scialuppa appare un transatlantico.

Big Pharma, 30mila medici con la lobby

Forse Agenas, braccio operativo del ministero della Salute, potrebbe fare un po’ di più per evitare il moltiplicarsi di sprechi e corruzione che affogano di debiti certe aziende sanitarie. Ma poco è meglio di niente. I primi risultati del NuOC (Nucleo operativo di Controllo composto da ministero della Salute, Agenas e Anac), nato dal protocollo d’intesa del 2016 con Anac, sono tre ispezioni nel 2017 (all’asl Napoli1, centro tumori Pascale di Napoli, asp Matera) e sei nel 2018 (asl Benevento, asl Frosinone, asl Salerno, asp Catania, ospedale Papardo di Messina, ospedale Caravaggio di Treviglio). Sono state riscontrate irregolarità sull’acquisto dei farmaci e sull’assunzione e gestione del personale, pagamenti non cronologici e conflitti di interesse. Il direttore di Agenas Francesco Bevere, al convegno “Sanità e malaffare: la corruzione si può combattere” di martedì scorso in Senato, ha detto che in due anni 30mila medici hanno dichiarato legami con Big Pharma su pna-sanita.agenas.it. Le aziende sanitarie registrate al sito sono passate dall’1,8% del 2016 al 36,5% del 2018. La lotta alla corruzione è culturale.

Il flop della tassa Airbnb Vittoria della lobby dei siti web

Quando due anni fa, nella manovrina di aprile (decreto 50/2017), il governo Gentiloni istituì la norma sugli affitti brevi, che per tutti divenne la tassa Airbnb, pensò alla facilità con cui si poteva far cassa sfruttando la moda della condivisione. Una misura antievasione per raccogliere maggior gettito in un momento di necessaria correzione dei conti pubblici che avrebbe fatto incassare all’Erario 83 milioni di euro. Peccato, però, che nel primo anno di applicazione la tassa abbia raccolto solo 44 milioni di euro, la metà degli incassi previsti. E l’anno prossimo potrebbe andare peggio, visto che il gettito atteso è di 139,3 milioni di euro. In base ai dati sulle dichiarazioni dei redditi 2018 elaborati dal Dipartimento delle Finanze, si scopre infatti che ad aderire alla cedolare del 21%, che viene trattenute e versata al fisco in caso il pagamento sia gestito da intermediari immobiliari (vale a dire le agenzie immobiliari e i portali web come Airbnb, Booking, HomeAway) siano stati solo 7.200 contribuenti. Insomma, numeri deludenti questi dell’imposta sostitutiva al 21% sulle locazioni brevi, la cui storia vale la pena ricostruire, non sottovalutando che molti host sono in realtà grandi società immobiliari e non semplici cittadini che arrotondano. E che nei centri storici il fenomeno degli affitti a breve termine sta producendo un esodo degli abitanti.

A metà del 2017 è stato previsto l’obbligo per comodatari, affittuari e per tutti coloro che gestiscono locazioni di appartamenti, case vacanza o ville per periodi non superiori a 30 giorni, anche mediante piattaforme online, di applicare al momento del pagamento una cedolare secca con aliquota al 21% sul costo dell’affitto. L’intermediario è stato, quindi, riconosciuto come sostituto d’imposta, tenuto a riversare la tassa nelle casse dello Stato una volta ricevuto il pagamento. Una nuova norma che ha, tuttavia, scatenato un lungo contenzioso proprio tra Airbnb e lo Stato che, seppur con esiti ad oggi non favorevoli alla società, ha finito per disincentivare l’adesione degli interessati al nuovo regime.

Eppure le promesse per un esito favorevole c’erano tutte: il mercato italiano degli affitti online è, infatti, il terzo del mondo per numero di annunci, il quinto per arrivi. Proprio Airbnb, che è la piattaforma più utilizzata, si è però chiamata fuori da questo adempimento rifiutandosi di diventare un sostituto d’imposta e ingaggiando una lunga battaglia legale che è arrivata al Tar del Lazio.

Ma, nonostante lo scorso febbraio il Tribunale amministrativo regionale abbia respinto il ricorso (sentenza 2207/2019) spiegando che “gli attori della sharing economy non possono essere sottratti alla funzione di sostituti di imposta”, Airnbn ha subito deciso di presentare ricorso al Consiglio di Stato. Una posizione non condivisa da Federalberghi secondo cui con il rifiuto delle piattaforme online di raccogliere le imposte e di trasmettere i dati degli ospiti all’Agenzia delle Entrate non solo si limita la possibilità di lotta all’evasione, ma si rileva un danno per le casse dello Stato. Secondo i calcoli di Federalberghi “nei primi diciotto mesi di mancata applicazione dell’imposta, Airbnb ha omesso il versamento di più di 250 milioni di euro”.

Accuse che la società americana, che nel mondo gestisce oltre 5 milioni di annunci, mentre in Italia dà ospitalità a 8 milioni di turisti, respinge però al mittente lamentando la “discriminazione degli operatori non stabiliti sul territorio italiano” e spiegando che la norma “è viziata dalla irragionevole imposizione di un termine eccessivamente esiguo, in rapporto alla complessità degli adempimenti richiesti, per l’attuazione delle misure medesime”. Tutto “a scapito di Airbnb e a illegittimo beneficio di altri operatori di minori dimensioni e residenti in Italia”. Inoltre, secondo la piattaforma, c’è anche il paradosso di andare a pesare su una forma di affitto trasparente, “in un settore, come stimato da Banca d’Italia, in cui 7 pagamenti su 10 avvengono ancora in contanti”. Tanto che a favore di Airbnb si era invece espressa l’Antitrust, secondo cui la norma sarebbe lesiva della concorrenza, in quanto punirebbe chi utilizza i pagamenti digitali.

A forza, però, di guadagnare tempo tra un grado di giustizia e l’altro (anche ai fini di un eventuale successivo interessamento della Corte di Giustizia europea) a fine 2018 – secondo i dati emersi dopo la consueta scadenza dell’adempimento previsto dal regime fiscale delle locazioni brevi – l’italinissima Italianway, start up innovativa del settore turismo-hospitality che gestisce circa 500 appartamenti con un giro d’affari da 11 milioni di euro, ha fatto sapere di essere il primo contribuente del settore sulla piazza di Milano per imposta di soggiorno raccolta e versata a Comune e per cedolare secca trattenuta e girata all’Agenzia delle Entrate per un ammontare totale di un miliardo di euro.

Bmw ‘SpecialMente’, guida e sci senza barriere

Csr, acronimo inglese di Responsabilità Sociale delle Imprese. In Bmw Italia la declinano con “SpecialMente”: un programma dedicato ai diversamente abili, che include le attività di guida sicura avanzata. “Per il terzo anno questi corsi vengono estesi alle persone con disabilità motorie, permettendo a tutti l’accesso alla Bmw Driving Experience con lo scopo di abbattere le barriere sociali e fisiche”, spiega Sergio Solero, Presidente e ad di Bmw Italia.

Lo scopo è nobile: “Restituire alla società parte del proprio successo”. Il calendario prevede come tappe: Vallelunga e Misano, ma anche i circuiti di Franciacorta, Monza, Misano, Binetto, Pergusa e Mores. I partecipanti avranno modo di cimentarsi in numerose sessioni pratiche tra cui esercizi di frenata, evitamento ostacolo, sottosterzo, sovrasterzo e due serie di giri di pista per perfezionare tecnica di guida e traiettorie in curva, a cui si affiancheranno anche lezioni teoriche. Ad ognuna delle 7 tappe del calendario italiano, saranno disponibili 12 posti riservati ai disabili.

Le auto per i partecipanti di SpecialMente sono allestite con particolari dispositivi a controllo elettronico, ulteriormente implementati per il 2019: oltre al cambio automatico, ci sono freno a leva comandato a mano (consente di azionare il pedale del freno con gli arti superiori) e dell’acceleratore elettronico a cerchiello, posto sopra il volante.

Di questa Csr fa parte anche il progetto “SciAbile”, nato nel 2003 dalla collaborazione tra Bmw Italia e la Scuola di Sci Sauze d’Oulx Project.

Fra i suoi testimonial vanta Alex Zanardi: “Dal 2003, quando è nata l’iniziativa, non sono mai mancato. Le persone che vengono a sciare comprendono una lezione fondamentale: che il talento residuo rimasto dopo un incidente, una malattia o un problema congenito, è una miniera d’oro che può consentire di fare cose impensabili”. Inoltre, Bmw si è impegnata a supportare il primo master italiano in Terapia Ricreativa, nato dalla collaborazione tra l’Università Vita-Salute San Raffaele e Dynamo Camp.

Il risiko intorno a Fca. Dame, scacchi e minuetti

Si gioca a scacchi con le regole della dama. I minuetti delle alleanze possibili diventano uno specchio per le allodole quando poi a vincere è solo la pedina doppia, la più alta, dunque la più silenziosa. Per la scena manteniamo Re e Regina, cavalli, alfieri, torri e pedoni, ma a contare davvero è l’imbuto dei nuovi limiti alle emissioni che forzano le aziende automobilistiche ad investimenti verso l’elettrificazione quasi surreali. Sembrano un fattore aggregativo tra gruppi, e invece sono una crudele tagliola. Accordarsi si può, ma lasciarsi vendere e comprare è l’inevitabile scacco che non è più matto, ma anzi fotografa i veri scenari geopolitici, quella Via della Seta che non sarà affatto tenera come il velluto.

Daimler raggiunge un accordo con la cinese Geely per lo sviluppo del marchio Smart come brand premium elettrico. Una joint venture paritetica, con la prossima generazione di micro auto che già sarà prodotta nel paese asiatico.

Dodici mesi fa il presidente di Geely, Li Shufu, aveva già acquisito il 9,69% del capitale di Daimler, diventando azionista di maggioranza, con un investimento di circa 7,5 miliardi di dollari in una scalata ostile. Chi oggi compra, in sostanza, controlla anche il venditore, ed è lecito attendersi abbia forza per imporre sinergie ulteriori tra il gruppo Daimler, quindi Mercedes, e i marchi che Geely possiede, cioè Lotus e soprattutto la svedese Volvo. Cosa accadrà in prospettiva alle altre partnership che il gruppo tedesco già mantiene in Cina, non è dato sapere, così come sull’accordo in materia di car sharing e di guida autonoma tra Daimler e la rivale storica Bmw.

Minuetti, mentre a Dama si stanano dall’angolo gli avversari. “Noi proseguiamo con l’alleanza con Ford, che ha una componente soprattutto commerciale”, precisa lapidario il numero uno di Volkswagen Herbert Diess: “Non siamo interessati a Fca. Adesso, le nostre energie sono rivolte tutte all’interno”. L’integrazione industriale tra marchi evidentemente logora solo chi non ce l’ha. Dopo lo scandalo Ghosn, Renault punta a riavviare entro 12 mesi i colloqui con Nissan per arrivare a una fusione delle due case automobilistiche, già alleate, e poi acquistare un altro gruppo, con Fca primo bersaglio. Serve competere ad armi pari con Volkswagen e Toyota, peccato per la capitalizzazione di mercato di Fca ad oltre 20 miliardi di euro.

Uno scoglio invalicabile per le mire del gruppo francese Psa, già gravato dall’acquisizione di Opel e impossibilitato ad offrire al presidente John Elkann un favorevole concambio di azioni o, in alternativa, una quantità adeguata di cash.

Annunci e smentite, sovraesponendo nel frattempo il titolo in borsa e costringendo il vero possibile partner o acquirente finalmente a muovere. Il gruppo coreano Hyundai-Kia è attualmente il quinto costruttore al mondo per veicoli venduti, ma soprattutto ha fame di “marchi” inequivocabili in Usa e in Europa come Fiat 500, Alfa Romeo o Jeep, su cui riversare in modo sinergico il suo potenziale nelle motorizzazioni ibride e elettriche.

Proprio ciò che gli permette già oggi di competere sulla Via della Seta con una pedina alta il doppio. Quella che Sergio Marchionne amava, la forte marginalità.

Il filo nascosto che da Ubi porta a Calvi e Sindona

Cè un filo nascosto che collega Ubi Banca, il terzo gruppo bancario del Paese, ai misteri del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, trovato impiccato a Londra il 18 giugno 1982, e ai segreti di Michele Sindona, il banchiere della mafia legato alla P2 morto in carcere a Voghera il 22 marzo 1986 dopo aver bevuto un caffè avvelenato. Questo collegamento passa per il Lussemburgo e le Bahamas, dove per quasi 25 anni manager sinora ignoti alle cronache hanno gestito due delle tre liquidazioni del Banco Ambrosiano, dimenticate dalla stampa e dalle autorità di vigilanza italiane che si sono occupate solo di quella milanese.

Un vortice di denaro, dunque di potere, passato attraverso canali esteri e rimasto sino a oggi fuori dai radar che ha consentito ai vecchi portatori di interesse di agire indisturbati per lustri continuando a esercitare un ruolo occulto. È questo il tema de L’onnipotente, la puntata di Report in onda stasera alle 21.20 su Rai3 che si occupa di Ubi e che getta una nuova luce sul sistema bancario nazionale e sui suoi equilibri odierni.

A partire da una traccia contenuta nella relazione della Commissione Anselmi sulla Loggia P2, l’inchiesta di Giorgio Mottola ha dipanato attraverso la scoperta di documenti inediti sui conti la matassa che è ruotata intorno a una cinquantina di società offshore collegate a Ubi Banca International Sa, l’istituto lussemburghese ceduto a novembre 2017 da Ubi, il terzo gruppo bancario nazionale creato il primo aprile 2007 dalla fusione di istituti di credito bresciani e bergamaschi legati sin dalla loro fondazione al mondo cattolico. Dai Panama Papers emergono i richiami avanzati a Ubi Banca International dallo studio Mossack Fonseca, che aveva creato e gestito per anni questa rete nascosta, con le richieste di inviare i documenti mancanti che erano necessari per le verifiche antiriciclaggio. Secondo l’accusa del processo in corso al Tribunale di Bergamo, per anni Ubi Banca sarebbe stata gestita segretamente da un patto occulto capeggiato da Giovanni Bazoli, il potente banchiere bresciano che ha preso le redini del Banco Ambrosiano dopo la morte di Calvi e che l’ha trasformato in Banca Intesa SanPaolo, di cui è presidente emerito. Documenti di Ubi attestano che Gregorio Gitti, genero di Bazoli ed ex parlamentare del Pd, ha ricevuto consulenze milionarie dalla banca e ha amministrato società di cartolarizzazioni dalle quali negli anni sono transitati crediti del gruppo per 14 miliardi. Intorno a Bazoli e ai suoi familiari, secondo l’accusa del processo di Bergamo sarebbero ruotate associazioni di soci bresciani e bergamaschi di Ubi che avrebbero gestito di fatto la governance della banca.

Nel gruppo, secondo la testimonianza di un ex dirigente apicale, mancavano controlli adeguati in materia di antiriciclaggio, in particolare quando le operazioni da monitorare riguardavano le persone ai vertici della banca e le loro attività. Da queste dichiarazioni, comprovate da numerosi riscontri documentali, sono scattate inchieste degli inquirenti di Milano e di Brescia, che sono state però rallentate da trasferimenti di magistrati e di ufficiali della polizia giudiziaria.

Altre tracce portano a operazioni di compravendita di armi, sebbene la banca annoveri tra i suoi soci con quote minori la Diocesi di Bergamo, le suore Ancelle della Carità di Brescia e decine di altri istituti religiosi. Intanto IW Bank, la banca online del gruppo, è sotto processo a Milano insieme a 13 suoi dirigenti e alti dirigenti per una enorme falla nei sistemi antiriciclaggio durata dal maggio 2008 al maggio 2014.

Europarlamentarie a 5 Stelle: al secondo turno passano Nogarin, Giarrusso & C.

Continua il processo di selezione col voto online del Movimento Cinque Stelle per i candidati alle europee di fine maggio: ieri sono stati resi noti i nomi di chi ha superato il primo turno, si tratta di duecento persone tutte “incesurate” su oltre 2.500 domande presentate, si legge sul blog delle Stelle. Nell’elenco di chi accede al secondo turno, c’è Filippo Nogarin, il sindaco che strappò al Pd la rossa Livorno, in Toscana; l’ex Iena Dino Giarrusso in Sicilia, Giacinto De Taranto in Campania (ingegnere aerospaziale che, cinque anni fa, risultava tra gli undici italiani selezionati per la missione Mars One, ideata per “colonizzare” il Pianeta Rosso) e Viviana Dal Cin in Friuli Venezia-Giulia. Scatta così la fase due che, entro i primi giorni di aprile, darà i candidati del Movimento per Strasburgo. Con l’incognita dei capilista, sui quali il capo politico Luigi Di Maio ha un totale potere decisionale.

Tra i candidati che hanno passato il primo test anche Enrico Petrocchi in Liguria, in campo in passato per il comune di Genova; i parlamentari uscenti Fabio Massimo Castaldo e Dario Tamburrano, Laura Ferrara in Calabria e due attivisti conosciuti soprattutto localmente come Daniele Cucinotta e Piero Puozzo in Val d’Aosta. In Sicilia ce l’ha fatta l’uscente Ignazio Corrao, mentre non ha superato lo sbarramento iniziale l’imprenditore Gianluca Maria Calì .

Tornano a casa anche il fisico al Cern di Ginevra Daniele De Pedis, balzato alle cronache per un thriller sull’11 settembre dove mescolava fantasia a teorie politiche e che però ha incassato solo quattro voti. Niente da fare anche per l’architetto romano Luciano Calosso che, nel 1981 vinse un David di Donatello per Fontamara né per Paolo Ciarrocca, giornalista e scrittore, fondatore del sito di Wall Street Italia e tra i testimoni dell’attacco al World Trade Center. Non passa neanche Samuel Sorial, fratello dell’ex parlamentare Giorgio Sorial, e neppure un nome legato al Movimento, come quello di Roberto Giacomelli, mental coach e membro dell’associazione Gianroberto Casaleggio.

Il clamoroso autogol del ministro integralista

Che fine ha fatto Lorenzo Fontana? È proprio il caso di dirlo, visto che il ministro della Famiglia e della Disabilità, che ha voluto dare il patrocinio al XIII World Family Forum e che a Verona era il vero padrone di casa (Federico Sboarina, il sindaco, è un suo fedelissimo, tanto per dirne uno) praticamente non s’è mai visto. Assente per i lavori ufficiali del primo giorno (anche se all’evento segretissimo e godurioso alla Winery Fumanelli c’è andato), assente l’ultimo giorno, sia dentro la Gran Guardia, che in piazza. Presente solo il secondo giorno, e pure sotto tono. Dopo essere stato preceduto da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Marco Bussetti, ha fatto un brevissimo intervento, a sala già svuotata. Quasi scusandosi, ha chiarito che nessuno è contro le donne che lavorano: “Mia moglie lavora, mia madre lavorava, mia sorella lavora”, ha detto. “Io sono così stressato, che smetterei pure”, cercava la battuta, ma è parso sincero. Nessuno lo ha visto apparire davanti alle telecamere, nessuno lo ha visto cercare visibilità.

D’altra parte, la difficoltà di Salvini sabato è stata evidente: per com’è andata, non poteva non presentarsi al Congresso, ma non ha fatto altro che cercare di distogliere l’attenzione dai temi in discussione. E il tutto non l’ha messo esattamente di buonumore. Fontana, che a lui storicamente vicinissimo, è sempre stato il punto di contatto con le associazioni Pro-vita, con il mondo dell’integralismo cattolico, con la rete tradizionalista che s’avanza in Europa. Ma le posizioni radicali emerse a Verona dalla Lega non possono essere sposate tout court. Senza contare le polemiche infinite, le scivolate in nome dell’attacco al “feticidio”, gli ospiti inoppportuni della tre giorni. Ciliegina sulla torta, la sua delega contesa sulle adozioni.

Adozioni, solo parole: il nulla con Fontana

Terminato il ping pong sulle deleghe relative alle adozioni – in capo al ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana (Lega), non al premier Giuseppe Conte, che pur presiede la Commissione per le adozioni internazionali (Cai) –, la Lega corre ai ripari e già oggi presenterà una proposta di legge per istituire una commissione parlamentare di inchiesta “sul business delle case famiglia e per velocizzare le adozioni nazionali e internazionali”, così almeno hanno promesso i capigruppo di Senato e Camera Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari.

Cosa ha fatto finora Fontana? Poco o nulla: sul sito del suo Ministero, alla parola “adozioni” tutto tace, a parte due documenti del 2017 e il bonus bebè del 2019 esteso anche ai figli adottati. Con l’ultima legge di bilancio, poi, il Fondo per le adozioni internazionali è stato decurtato di 2,175 milioni di euro nei prossimi tre anni: rispetto ai 25 milioni del 2018, il fondo nel 2019 avrà 677.626 euro in meno; nel 2020 perderà 746.521 euro; nel 2021 scenderà di 751.132 euro. Il senatore Pd Edoardo Patriarca aveva a suo tempo sollevato il caso in aula, con un’interrogazione a Fontana, che però, nello specifico, non ha risposto, dilungandosi su altre questioni come il congedo parentale. Anche il parlamento dorme: la commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, presieduta da Licia Ronzulli (coi vice Simone Pillon e Caterina Bini), istituita due mesi fa, non se n’è (ancora) mai occupata; idem le commissioni Affari sociali e Affari costituzionali, mentre i disegni di legge delle onorevoli Michela Brambilla e Laura Ravetto (entrambe di Forza Italia) – per velocizzare e abbassare i costi delle adozioni e per equiparare i diritti dei single a quelli delle coppie – non sono mai stati calendarizzati, benché si trascinino dalla scorsa legislatura.

Cosa dicono i numeri. Stando agli ultimi dati della succitata Cai, nel 2018 gli italiani hanno adottato 1.394 bambini stranieri, pochi meno del 2017 (1.439). Il fenomeno è in costante calo, ma da anni: rispetto agli oltre 4.000 del 2010, i minori adottati dall’estero sono più che dimezzati, anzi scesi quasi a un terzo. Tuttavia, se nel cosiddetto mondo occidentale il crollo delle adozioni, negli ultimi quindici anni, tocca punte dell’80 per cento, in Italia la percentuale si ferma a 55. Infine, diminuiscono di anno in anno le famiglie che chiedono di adottare: da noi, nonostante le oltre 5 milioni di coppie senza figli, solo 3.700 (non 30.000, come detto dal premier Conte) hanno fatto domanda e sono in attesa di risposta. Più o meno la metà riuscirà ad adottare nel giro di due-tre d’anni, soprattutto da Federazione russa, India, Colombia e Ungheria. Nel mondo, l’Unicef stima 150 milioni di bambini orfani: in Italia sono circa un migliaio all’anno, ma quasi il 90% di loro trova una famiglia.

Requisiti e limiti alle adozioni. La prima legge sulle adozioni, nazionali e internazionali, risale al 1983, poi modificata nel 2011: possono adottare solo i coniugi, sposati da almeno tre anni (sommando, eventualmente, anche il periodo di convivenza prematrimoniale), non separati e “idonei a educare, istruire e in grado di mantenere i minori che intendano adottare”. Quest’ultima valutazione “nel merito” spetta ai Tribunali per i minorenni ed è realizzata in collaborazione con i servizi socio-assistenziali e sanitari degli enti locali. Altri vincoli riguardano l’età (la differenza minima tra adottante e adottato è di 18 anni e la massima di 45 e 55). Tempi d’attesa e costi variano a seconda del Paese d’origine del bambino, ma, in media, si aspettano circa tre anni e si spendono dai 20 ai 40 mila euro. Lo Stato dovrebbe provvedere a rimborsare le spese adottive, anche se tra il 2012 e il 2017 i rimborsi sono stati congelati e, comunque, prima di averli passano anni. È di qualche giorno fa l’ultima notizia-beffa: la Cai ha completato le verifiche sulle domande ricevute nel 2012, 2013 e 2014 e ha avviato la fase di liquidazione per le adozioni risalenti al 2012. Siamo arrivati così, dopo sette anni, al primo aprile 2019, ma non è un pesce.