L’aspetto più rilevante del Congresso mondiale delle Famiglie che si è chiuso ieri a Verona consiste nell’esplicito endorsement deciso dai dirigenti della Lega, il più popolare partito politico italiano, almeno secondo i sondaggi. Tutto il resto, infatti, e cioè il linguaggio, gli argomenti, le parole d’ordine, i gadget truculenti sono cose già viste nelle tante riunioni analoghe del passato. Anche alcuni dei protagonisti sono volti noti della costellazione tradizionalista: per citare solo il più noto, il cattolico neocatecumenale Massimo Gandolfini è stato il portavoce dell’ultimo Family Day, quello contro la legge sulle unioni civili.
Come avviene di solito in questi casi, la gerarchia cattolica non partecipa direttamente (fatta eccezione per il vescovo di Verona), ma assiste da lontano con una certa benevolenza e soprattutto fornendo l’ossatura ideologica, la legittimazione culturale all’intero repertorio di teorie omofobe, reazionarie e discriminatorie avanzate in simili consessi. Come ha solennemente affermato il cardinal Parolin, la Chiesa Cattolica è in sintonia con i contenuti di quel che si è detto a Verona, pur dissentendo dalle forme, troppo aggressive e troppo lontane dal compassato stile curiale che le è congeniale.
Ma torniamo al dato più rilevante di Verona, e cioè all’appoggio e al diretto coinvolgimento dei vertici leghisti, a cominciare da Matteo Salvini sul palco. Il loro impegno sta a significare che la Lega immagina di ricavare dei consistenti vantaggi politico-elettorali dal sostegno a un’iniziativa come quella veronese. Il fiuto del capo leghista raramente si inganna, almeno di questi tempi: l’intuizione leghista sarà politicamente ed elettoralmente redditizia, dal momento che le ragioni che spiegano la formidabile crescita della xenofobia e del razzismo sono le stesse che giustificano l’avanzata dell’omofobia e del rifiuto della parità di genere.
Si tratta infatti, in tutti i casi, di valori che contraddistinguono le società primitive, quelle che cioè per sopravvivere debbono limitare con ferocia i propri confini (impedendo l’invasione straniera), garantire un’elevata crescita demografica (per via dell’elevata mortalità infantile), vietare e perseguitare l’omosessualità (perché riduce il numero dei potenziali fecondatori).
La religione fornisce a tutte queste motivazioni una nobilitazione spirituale, filosofica e teologica, ma la loro radice più profonda è squisitamente socio-economica e risiede nella percezione diffusa che risorse già scarse e declinanti lo diventeranno ancora di più se non si pone un freno al permissivismo sessuale, alla confusione dei ruoli e alla solidarietà indiscriminata.
Ora, ovviamente il nostro Paese è lontanissimo dall’essere un luogo “primitivo” dove valgono le leggi di cui sopra, però certamente in questi anni la condizione sociale di tante famiglie e di tanti individui è drammaticamente peggiorata, più che in ogni altro stato dell’Europa Occidentale. A essere diminuita è stata soprattutto la percezione diffusa di poter condurre un’esistenza “sicura”, al riparo dalle congiunture sfavorevoli che la sorte inevitabilmente così spesso produce. I posti di lavoro si sono fatti precari, la protezione sociale garantita dallo Stato sempre più malferma e incerta, le possibilità di un futuro all’altezza del recente passato sempre più improbabile, le diseguaglianze e le distanze sociali sempre più incolmabili. È questo che spiega la rinascita, in molti strati della popolazione, di un desiderio radicale di chiusura verso l’esterno, la voglia di vigliare sui propri confini per proteggere ciò che è rimasto di buono e di sano per la comunità. L’omosessualità e la parità di genere, al pari dell’accoglienza dello straniero, sono i bersagli naturali di questo sentimento. Nel pensiero tradizionale proprio delle società primitive, gli uomini devono lavorare, generare la prole, proteggere le femmine e sorvegliare armati i confini della loro proprietà e della patria intera, mentre le donne debbono obbedire ai maschi, stare in casa e occuparsi di tutti i figli che il buon Dio deciderà di mandar loro, rinunciando ad ogni forma di pianificazione e controllo delle nascite.
Non è un caso che la direzione verso la quale viaggia l’Italia di Verona sia quella di tanti Paesi ex socialisti presenti al Congresso, della Polonia, dell’Ungheria, della Moldavia. In quella parte dell’Europa, prima del 1989, i regimi comunisti non fornivano quasi nulla ai loro cittadini, se non un esasperato patriottismo nazionalista e la sicurezza sociale, la garanzia di poter condurre un’esistenza non libera, ma sicuramente “protetta” da uno Stato autoritario e onnipresente. Il nazionalismo sciovinista è sopravvissuto benissimo alla fine dei regimi comunisti, anzi il venir meno delle sicurezze sociali lo ha incredibilmente rafforzato, potenziando l’ostilità verso tutte le forme di diversità e di pluralismo: etnico, culturale, linguistico, religioso. Con una storia diversa alle spalle, l’Italia che generò il fascismo, nemico giurato di ogni diversità, si sposta oggi a grandi falcate verso Est. Vedremo cosa riuscirà ad impedirglielo.