Ulltime follie da Verona: donne a casa e papa Francesco nemico

“Mettetevi in marcia, come ha fatto Martin Luther King”. Il palco della “Marcia delle Famiglie” si staglia alle spalle dell’Arena di Verona. E Massimo Gandolfini, leader del Family Day, fa una sorta di omelia/comizio per invitare la folla (circa 10mila persone, pure se gli organizzatori ne sparano 50mila) a una sorta di catechismo pre-politico della società. Nel suo Pantheon mette un’icona della lotta mondiale per i diritti. D’altra parte, la crociata è contro “il pensiero unico”, contro “la dittatura del relativismo culturale”, perché “la verità è una”. E si declina in no all’aborto, no all’utero in affitto, no pure al divorzio. L’altra citazione d’onore è per Giovanni Paolo II. Nel Pantheon, Bergoglio non c’è: Francesco è un interlocutore obbligato, ma la Chiesa a cui fa riferimento ilFamily day lo tollera a fatica. Nei cartelli, l’unico Papa che si vede è Benedetto XVI.

Il popolo che marcia per le strade di Verona, ieri, dopo la tre giorni dedicata al Congresso delle Famiglie, è disciplinato e silenzioso, un po’ “moscio” (vocabolo improprio), pure se effettivamente riuscita, nel nome di “Dio, patria e famiglia”. Non ci sono canti e balli, né slogan urlati. Il giorno prima, i contestatori erano più animati. Ma il vecchio/nuovo che avanza da Verona è pure questo: gente che non ha l’abitudine a scendere in piazza e non si agita. Ma c’è. Gli eccessi sono tutti negli striscioni e nei cartelli. “Aborto, genocidio di stato. Sessualità responsabile”, è quasi una gigantografia. Come la foto di un feto, con definizione “Persona dal concepimento”. “L’aborto è un grave delitto”, è il cartellone dei medici obiettori. Ci sono anziani e bambini, tante famiglie, nessun giovane “single”. “La donna deve poter essere madre, moglie e lavoratrice. Non ammazzarsi per lavorare”, argomenta un giovane fiorentino con 3 figli al seguito. È uno dei ritornelli in piazza: fine della dittatura del lavoro per le donne. L’emancipazione, a questo punto, passa per la realizzazione in famiglia. Nel documento finale del Congresso, oltre alla richiesta di rogatoria contro l’utero in affitto, si chiedono più soldi per le famiglie, asili nido, aumento della maternità e dei giorni di congedo parentale.

In testa al corteo, ci sono anche esponenti di Forza Nuova (senza simboli). Sul palco salgono gli organizzatori: Jacopo Coghe, Antonio Brandi (che inneggia alla Russia e a Orban in pole position per le politiche sulla famiglia), il sindaco di Verona e uomo del ministro Fontana, Federico Sboarina, Simone Pillon. Tra le sigle in marcia, spuntano, Alleanza per la Vita (mission numero 1, studiare le Encicliche), ProVita, Generazione famiglia. E Manif per tous, quelli che promuovono l’uso del Metodo Billings per il controllo delle nascite (ovvero il monitoraggio naturale dei giorni fertili e non). “Mi pare uno strumento molto importante, perché così le donne imparano a conoscere il proprio corpo, invece di usarlo”. L’osservazione è di un professore di Modena, che racconta di aver votato per tutte le forze dell’arco costituzionale e di essere ancora alla ricerca di zone libere da Massoneria e dai progetti di Soros.

Se quelli di fuori paiono soldati semplici dell’Evangelizzazione modello Family Day, dentro si sono riuniti nobili e lobbisti, oligarchi russi e uomini d’affari americani. La rete va avanti. Sul palco, Ignacio Arsuaga, presidente della ricchissima Ong Citizengo, inneggia a Verona, “città dell’amore”. Chissà che cosa avrebbero detto Giulietta e Romeo, simboli eterni dell’amore romantico, indotti alla morte dalla contrarietà di genitori e regole sociali, a vedersi rappresentati dagli eroi della famiglia. Nella gigantografia del cuore che sfila tra la folla, azzurro e rosa, al centro c’è una fede. Il matrimonio è sacro, l’ordine sociale prima di tutto.

Ma mi faccia il piacere

La politologa Wanna. “Siamo state punite per aver venduto sale a dei deficienti che ci hanno creduto!” (Wanna Marchi racconta con la figlia il loro processo a Live. Non è la D’Urso, Canale 5, 19.3). La migliore analisi politica degli ultimi anni.

Lo statista Matteo. “La cittadinanza a Ramy? Valuteremo”. “La cittadinanza è non è un biglietto del Luna park”. “Rami vorrebbe avere lo ius soli? È una scelta che potrà fare quando verrà eletto parlamentare…”. “Non posso regalare le cittadinanze, a oggi non ci sono gli elementi per concedere la cittadinanza a Ramy”. “Dico sì alla cittadinanza a Rami: è come se fosse mio figlio” (Matteo Salvini, Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, testi raccolti da www.nonleggerlo.it, 21, 22, 23, 25 e 26.3). Dipende dal tasso di umidità.

L’altro statista Matteo. “Uno dei miei obiettivi del 2019 era tornare a un peso forma accettabile dopo aver superato i 90 kg. Quando nel 2012 ho iniziato la sfida delle primarie venivo da due maratone a Firenze e pesavo 81kg. La mia battaglia contro la bilancia continua ma oggi, per la prima volta dopo 7 anni, torno sotto quel peso. Devo assolutamente festeggiare con un po’ di carboidrati. Buon pranzo domenicale a tutti!” (Matteo Renzi, senatore Pd, Instagram, 24.3). Almeno una cosa, dopo il Pd e se stesso, l’ha rottamata: la bilancia.

A sua insaputa. “Cesare Battisti ha confessato, io no” (Piero Sansonetti, Il Dubbio, 27.3). “La scrittrice Fred Vargas, l’irriducibile: ‘Non mi devo scusare, Battisti è innocente’” (Corriere della sera, 28.3). Cioè Battisti ha confessato quattro omicidi, ma non c’entra nulla. E’ innocente e non lo sa.

Modestamente. “Ripeterei tutto, dalla castrazione chimica all’uso della parola isterica” (Giulia Bongiorno, ex Fli e ora Lega, ministra dei Rapporti col Parlamento, Corriere della sera, 31.3). Sta scrivendo la sua autobiografia.

Povera stella. “’Carcere hotel a 5 stelle’. Il procuratore umilia il detenuto Formigoni. Negati i domiciliari all’ex governatore. Che agli amici confida: il letto è troppo corto’” (il Giornale, 28.3). Punta all’hotel a sei stelle.

L’estremo oltraggio. “… E’ di questo che si è parlato nel convegno organizzato all’Università Lumsa di Roma dalla Fondazione Alcide De Gasperi, presieduta da Angelino Alfano…” (Libero, 28.3). Povero De Gasperi, non meritava.

Visita guidata. “Porto Matteo (Salvini, ndr) in cella. A veder com’è” (Annalisa Chirico, Libero, 28.3). Finchè lo fanno uscire.

Coerence Day. “Perchè un divorziato deve essere a Verona oggi al Forum della Famiglia” (Felice Manti, il Giornale, 29.3). Prossima puntata: “Perchè un carnivoro dev’essere al Forum dei Vegani”.

Grandi ritorni. “Maurizio Lupi: ‘Ritorniamo con Berlusconi per dar più voce ai moderati. Gli alfaniani hanno risposto tutti alla chiamata del Cavaliere. Bilanceremo al centro l’azione della Lega. Il nemico è il M5S’” (il Giornale, 27.3). Chi non muore si risiede.

Esagerato. “Il Pd candida Calenda? Da solo vale l’1 per cento!” (Massimo Cacciari, Il Dubbio, 29.3). Addirittura?!

Figli d’arte. “Bancarotta, a giudizio Moggi junior” (Il Messaggero, 30.3). Buon sangue non mente.

Il titolo della settimana/1. “Sabato Berlusconi celebra il primo successo in politica. Quella vittoria 25 anni fa che scardinò il comunismo” (il Giornale, 27.3). Uahahahahah.

I titoli della settimana/2. “Basilicata, il centrosinistra miglioricchia” (Il Foglio, 26.3). “Basilicata: il centrosinistra tiene ma arriva al secondo posto” (Repubblica, 25.3). Ma che dite, compagni? Che cos’è tutta questa prudenza? Il Pd esplode dal 24% del 2013 al 7,7 del 2019.

Il titolo della settimana/3. “La bolletta elettorale. Il presidente dell’Authority, nominato da Di Maio, riduce fortemente le tariffe da aprile. ‘Effetto dell’inverno mite e del ribasso sul mercato energetico’. Il leader 5S: un aiuto alle famiglie” (Repubblica, prima pagina, 27.3). Diavolo di un Di Maio, cosa non farebbe per guadagnare qualche voto: anche surriscaldare il pianeta con la sola forza del pensiero. É meglio dell’effetto-serra.

L’amore ai tempi del rancore

Una misteriosa Organizzazione criminale e una Casa assai sospetta vicino a un fiume, forse il Tevere a ponte Testaccio, quello di Accattone di Pier Paolo Pasolini. E una attricetta folle e cattiva, un economista più di nome che di fatto. Poi, soprattutto, ecco la “realtà pura”, dove “la vita di un uomo dura soltanto un secondo, che comprende l’intero suo passato e l’intero suo futuro”. In questo scenario, con questi personaggi, si muove il nuovo bel romanzo di Riccardo De Gennaro.

Torinese da anni trapiantato a Roma, è giornalista (ha fondato e dirige il trimestrale il Reportage) e narratore davvero fuori ordinanza, nel senso di un autore lontano da mode e da conformismi, alla ricerca di una vita autentica letteraria, esistenziale, politica, nell’orribile inautentico odierno. Il romanzo, per l’appunto La realtà pura, pubblicato dalla casa editrice Miraggi, riprende in parte temi e sentimenti del primo libertario libro di De Gennaro, I giorni della Lumaca (Casagrande, 2002). Ma adesso, ormai, in atmosfere, situazioni e frantumazioni di linguaggi tra Friedrich Dürrenmatt e il Lucio Mastronardi – del quale De Gennaro è stato biografo – di A casa tua ridono, per l’amore non c’è più posto. E vale perciò quanto diceva Guy Debord: “L’amore non è valido che in un periodo rivoluzionario”.

Non soltanto l’amore è diventato un momento del falso nella società rovesciata, per restare sempre a Debord. La vita stessa, inautentica, è una realtà impura. Il protagonista del libro, l’economista in crisi Carlo Gozzini, scopre a un certo punto l’inghippo, il tranello, il maledetto imbroglio gaddiano, e decide allora di non fare più “ciò che non è”, mettendo a repentaglio la sua esistenza.

Metafisico “giallo”, ma pure romanzo d’amore disperato e perduto, La realtà pura narra la solitudine e l’impotenza umana dei nostri giorni, cogliendo il disincanto, la fine delle illusioni, la morte del sogno. Forse per Gozzini, come per i rivoluzionari di un altro libro di De Gennaro (La Comune 1871, edito nel 2012 da Transeuropa), è venuta l’ora, secondo quanto seminavano i situazionisti, di “superare il nostro disaccordo con il mondo, e cioè di superare il disfacimento per mezzo di qualche costruzione superiore”.

Fritti tutti: Apollinaire si cucina i “masterchef” del Novecento

“Ai nostri giorni si parla molto di una nuova scuola di cucina. Da qualche tempo abbiamo il cubismo culinario”: ai nostri giorni – gli anni Dieci, ma del Novecento! – non esistono ancora le cucine da incubo, gli intrugli molecolari, gli impiattamenti fusion o i masterchef, ma i maître di sala aspirano già a diventare maître à penser, intellettuali, artisti e influencer, del mondo prima degli influencer. A rosolare per benino i cuochi suoi contemporanei è lo stralunato poeta Guillaume Apollinaire (1880-1918), dapprima promotore del Gastro-astronomismo, poi sempre più scettico e fustigatore di mode e fattucchierie tra i fornelli: come un gustosissimo assaggio della sua poetica culinaria tornano ora due scritti – Gastro-astronomismo o la cucina nuova, appunto, e L’amico Méritarte – tradotti e curati da Carlo Alberto Peruzzi, con testo francese a fronte.

Portata ricca, ci si ficca: è un trionfo di “cubetti, palline, polvere” per fare zuppe, brodini e persino tranci di salmone; violette condite con succo di limone; filetti al tabacco; bastoncini di liquirizia fusi – “ a fuoco basso”, eh! – in brodo di gallina; e poi, “ragni e bruchi” portatili, da tenere sempre con sé in una comoda pochette. Mancano solo “dadi destinati a promuovere la cucina delle riviste e dei giornali”. Ma arriveranno, arriveranno: questa cucina “è un’arte, non una scienza… Nessuno dubita che quest’arte farà numerosi adepti e aumenterà di molto la lista degli alimenti da classificare come commestibili”.

Ancor più sarcastico è il secondo intervento del surrealista, dedicato all’amico avvocato José Théry (che lo difese dall’accusa di furto e ricettazione della Gioconda) e poi confluito nella raccolta Le Poète assassiné del 1916: il goffo protagonista Méritarte, più che stellato, è fulminato; uno che si diverte a cucinare per la mente e “l’intelligenza”, non per lo stomaco, e infatti dalle sue cene escono tutti affamati, a riprova che la nouvelle cuisine è sempre esistita. Non sazio – ma solo lui –, questo Méritarte ama anche imbastire spettacoli teatrali, ovvero banchetti a tema: ecco un dramma con minestre funebri, aringhe sinistre, anatre sanguinolente; poi viene una commedia garrula con zuppe fredde da far “sorridere”, testicoli di toro spassosissimi (altro che La cena di Trimalcione di Petronio), teste di vitello “buffonesche”, cosce al sangue entusiasmanti, aglio di “assoluta comicità”; infine, chiudono le messinscene liriche con lattughe sentimentali e una bouillabaisse che ricorda, molto romanticamente, i poemi omerici. Poco o per nulla riuscite sono, invece, la colazione filosofica e quella sentimentale, organizzata dopo il matrimonio con la cuoca, e relative scappatelle.

Di lei. Perciò Méritarte decide di offrire una “cena satirica, alla quale invita solo gli amanti di sua moglie”. Menù da brivido: “Passato funebre di verdure” e funghi tanto velenosi da intossicare e uccidere tutti, ospite cornuto compreso, ma narratore escluso. Che ha modo così di concludere, sadico: “Ancora per molto tempo i tentativi artistici di quest’uomo geniale non saranno ripresi”.

Apollinaire non è la prima né ultima penna prestata alla padella: la letteratura culinaria, più o meno satirica, ha una lunga tradizione, da Poe a Tondelli ai futuristi, che “camminavo spavaldi sulle tracce dei predecessori”. Il loro famoso Manifesto contro la pastasciutta et al. è infatti del 1930, in ritardo pure sulla Cena molto originale di Pessoa, ai limiti del cannibalismo, e sulle smanie gastronomiche dei Galletti del bottaio di Pirandello. Se il Cinquecento ama i sapori agrodolci ed esotici – con cigni, tartarughe e castelli in pasta frolla abitati da uccellini vivi –, nell’Ottocento la cucina si fa scienza con la Fisiologia del gusto di Anthelme Brillat-Savarin, che ha una teoria su tutto, pure sulla frittura. Balzac si titilla, invece, con Gli eccitanti moderni, mentre il godereccio Dumas (padre) compila un capitolo del Grande dizionario di cucina. Mitici sono, poi, i canapés di Scott Fitzgerald, gli gnocchi alla romana della Pivano, il punch di Flaubert e i biscotti di Baudelaire, inventati invero da uno scrittore beat, ma dedicati al poeta maledetto perché contenenti cannabis sativa, utilissimi per digerire e per veder le stelle. Anche quelle degli chef.

“Sono più bravo di quello che dicono. La politica? Ho pure sgridato B. in tv”

Intrepido. “Sono in Australia, qui è pieno di animali mortali, pericolosissimi, sono ovunque”. Anche ora? “Ho davanti una rana che mi fissa, dopo le mando la foto”. Profilo basso. “Come presentatore alla radio sono un numero uno assoluto, trovo sempre la battuta. Mi basta un attimo”. E come scrittore? “Ecco, tanto lo so che arriva l’attacco, voi della stampa mi trattate perennemente male”. Autoironico con preoccupazione. “Per favore, ogni tanto può specificare che scherzo e provoco? Altrimenti mi vengono a prendere con i forconi”. Fabio Volo è un seduttore. Lo sa molto bene. Come pochi altri sa dosare leggerezza, un tocco di cultura, si piazza davanti alle persone con una forma di ipotetica resa, di complicità fanciullesca, come a dire “perché non vuoi essermi amico?”, oppure, “giochiamo insieme?”; quindi nel frullatore inserisce esperienze personali, il suo passato (ormai molto passato) lavoro da panettiere, la scalata verso il riflettore, fino a conquistare ogni forma di apparenza e sostanza: radio, televisione, cinema, librerie. E da domani sul canale Nove (ore 23.30) torna con la seconda stagione di Untraditional, una serie ideata, scritta e interpretata da lui stesso, in cui racconta il suo sogno: produrre una serie tv ambientata a New York.

Che fa in Australia?

Un viaggio di un paio di mesi con moglie e figli; mi è sempre piaciuto andare in giro, anche quando non avevo una lira.

A quei tempi quali erano le mete?

Giamaica, Cuba, Brasile, Thailandia…

Turismo sessuale.

No! Vabbè, se iniziamo così, dove andiamo a finire?

Dipende.

Allora aggiungo gli States.

È nato nel Bergamasco, come mai ha un lieve accento genovese?

Ogni tanto me lo dicono; non ne ho idea, forse non ho una personalità ben delineata, sono una sorta di Zelig alla Woody Allen.

Prima dell’Australia era in Nuova Zelanda durante l’attentato…

La mattina dell’attacco stavamo per dirigerci lì, proprio all’ultimo abbiamo cambiato idea. Non ricordo neanche come mai.

Botta di fortuna.

Sì, però relativa: la zona dell’attentato non era comunque prevista dal programma, e poi certi atteggiamenti, a volte esagerati, sono solo italiani.

Cioè?

Mi è capitato anche quando vivevo a New York e c’è stato un caso di terrorismo: le reazioni più virulente giungevano dall’Italia, mia mamma in primis, agitatissima; al contrario lì era tutto normale, il suono della sirena è una delle colonne sonore della Grande Mela, quindi chi ci fa caso?

Così in Nuova Zelanda?

Esatto. Fuori dall’Italia la tragedia non viene vissuta come da noi; siamo il Paese dell’opera e della sceneggiata; i sentimenti vanno manifestati.

Giuliano Sangiorgi dei Negramaro la ringrazia per la compagnia a New York.

Sono suo grande amico, in quel periodo ci vedevamo spesso con Saviano; i due si assomigliano molto fisicamente, per questo a Giuliano consigliavamo: ‘Occhio, quando vai a Napoli è preferibile se giri con la chitarra al collo, così non rischi’.

Meglio evitare pericoli.

Con Giuliano ci siamo supportati in un momento difficile, e per vari motivi, compresa la parte professionale: io dovevo concludere il mio libro, lui l’album con i Negramaro. Ah, tutti e tre abbiamo preso l’aereo insieme.

Con tre star così, per statistica non poteva precipitare.

Questo pensiero l’ho avuto una volta sul Milano-Roma quando mi sono trovato con Paolo Bonolis, e lì mi sono detto: “Se cade non mi si fila nessuno, parleranno solo di lui”.

Pensiero amarissimo.

Un’altra volta ero insieme al cast di Buona Domenica, sai che sputtanamento.

Vende tantissimi libri eppure è molto attaccato.

Perché da noi il romanzo è sempre legato al mondo della cultura, nel resto del mondo non accade una reazione del genere; all’estero il libro può essere anche semplice intrattenimento, quindi si allentano una serie di pretese assolute che ghettizzano il lettore e lo scrittore.

C’è spazio per tutti.

Nei miei libri non parlo di ricette, non intrattengo con il pollo alla cacciatora. Il problema di molti è sempre lo stesso: vengo dal nulla e a certi livelli sono arrivato da solo.

Lei funziona.

Secondo bislacche logiche, se vendi molto non sei speciale.


Sostiene Pennacchi: “Il vocabolario dell’italiano medio non è da laureati in Lettere. Volo lo capiscono, me no”.

La differenza è tra fare l’amore e farsi le seghe.

Traduciamo.

Loro non sono liberi intellettualmente, io non inciampo perché volo sopra gli steccati.

Quanto ci ha pensato per spiattellare tal metafora?

Ora, è immediata. Non male, però.

Capolavoro.

Senta, sono un ragazzo di provincia, senza mai essere stato provinciale: sin da giovanissimo ho cercato di diventare un cittadino del mondo, e questa proiezione fisica e mentale mi è servita. Da noi ancora si litiga su tutto, i Guelfi e Ghibellini non sono circoscritti alla Firenze medicea.

Sono essenza.

Siamo in grado di litigare tra chi ama il tortellino e chi il cappelletto; possiamo scontrarci se è migliore la mozzarella campana o quella pugliese; da qui possiamo salire fino al concetto di “prima gli italiani”, poi ancora “prima la famiglia”, e magari alla fine pure la famiglia si spacca.

Sua moglie è islandese.

Loro se non restano uniti, muoiono.

Sono risorti da un grave crac.

Quando nel Parlamento islandese è stata proposta una legge per la parità contrattuale, non sono scese in piazza solo le donne, ma gli uomini, per difendere le proprie madri, mogli o figlie.

Vuole candidarsi?

Prenderei pochissimi voti, neanche quello di mia moglie, non ha il certificato elettorale; però ogni tanto mi chiedono delle opinioni o eventuali simpatie.

E…

Mi danno del qualunquista.

Renzi e Farinetti hanno provato a sedurla.

In questi anni ho avuto accese discussioni, di persona, con Salvini, Berlusconi e lo stesso Renzi.

Come mai con l’ex Cavaliere?

Era ospite prima di me da Fabio Fazio, a un certo punto spara un assioma clamoroso: “I figli degli stranieri tifano per i terroristi”. Finita la sua parte sono andato a bussare al suo camerino.

Ha aperto?

È apparso con il suo atteggiamento complice, invece l’ho freddato con: “In televisione non può dire cazzate del genere. Deve utilizzare il carisma per aprire le menti, non per accecarle”.

Risposta?

Spiazzato, non ha quasi risposto, ha sussurrato qualcosa. Non è abituato a sentirsi dire certe cose.

Con Renzi su cosa ha litigato?

Lo Ius soli: una sconfitta intollerabile, mi sono proprio irritato.


Secondo le cronache lei a volte ha il caratterino.

Rispetto l’autorevolezza, non l’autorità; poi non sono neanche andato molto a scuola, quindi la sudditanza davanti al professore non l’ho registrata nella mia indole; comunque non resto quasi mai in pessimi rapporti, nel caso una birra non si rifiuta.

Con chi ne berrebbe una, Berlusconi o Salvini?

Berlusconi per una questione di età.

Com’è il suo ambiente professionale?

Pieno di gente che lecca il culo, ma è un modo per arrivare (Attimo di pausa, cambia tono, diventa ilare) In questi anni ho discusso con tutti i miei capi, con una soddisfazione: quando parlo mi ascoltano.

Insomma, è qualunquista?

Mi hanno affibbiato di tutto, anche l’appellativo di radical chic.

A lei?

Eh, a me. Quando basta vedere come e cosa mangio o come cammino per comprendere la portata della stupidaggine; poi del comunista, quello di destra, ancora comunista, e via così.

Quali sono le sue radici sociali?

Decisamente popolari, con venature da artigiano e commerciante.

È un creativo?

Sì, e questo mi impedisce di andare dall’analista, è un modo concreto di partecipare alla vita.

Impegnato.

Anche il programma che va sul Nove l’ho scritto da solo.

Però è poco social.

Non ho quel trip, sono parte di un’altra generazione, in quel gioco mi sento completamente goffo, non sono a mio agio, non sono uno come Fedez che è riuscito a pubblicare l’ecografia di suo figlio.

Riservato.

A casa mia c’è ancora la porta, e non è riservatezza, bensì pudore: credo nella legge della nonna, quella “dei panni sporchi si lavano in famiglia”, per questo non renderò mai pubbliche certe situazioni private.

Retrogrado.

Esatto!

Antico.

Io? Sono loro spesso gli stolti e invidiosi che attaccano Bonolis e la moglie perché hanno guadagnato molto e se la godono, mentre giustificano tutto ai vari ricconi sul trono da generazioni.

La prima volta che le hanno dato del “lei”.

No, il segnale primario di invecchiamento l’ho percepito al ristorante, quando un cameriere mi ha chiesto se l’acqua la volevo a temperatura ambiente.

E si è guardato allo specchio.

In realtà non porto solo gli occhiali, per il resto il passaggio del tempo si nota ovunque.

È un problema?

Non è bello, ma la sfanghi se non ti ostini in una lotta inutile quanto cretina.

Nel suo mondo questa lotta è diffusa.

Eccome, una follia.

Fa parte di una generazione di speaker radiofonici fenomenali.

Sono molto bravo; meglio: sono uno dei più bravi.

Perché?

Sono spontaneo, non sono un esperto di musica, ma ho gusto musicale, e inoltre riesco a interagire con gli ascoltatori, quando prendo le telefonate plano sui loro interventi e quasi sempre riesco a estrarne il meglio.

Come scrittore?

Sono abile nel cogliere l’attenzione del lettore e coinvolgerlo. (ride) Sono iperattivo, il cervello va troppo veloce.

Cosa la fa sorridere?

Sto pensando a chi legge questa intervista, come minimo gli andrà di traverso la colazione e penserà: “Eh no, è troppo!”. E magari qualcuno mi verrà a tampinare sotto la radio.

La cercano mai?

Ogni tanto, ma riesco quasi sempre a ribaltare i piani, esattamente come con i giornalisti: diventano amici dopo avermi conosciuto.

Seduttore, appunto.

C’è un tentativo di ridimensionarmi. Un giorno ho incontrato Andrea Camilleri: “Bravo, non hai alcun atteggiamento arrogante, eppure sei in classifica; ma io vendo più di te”.

Da attore come si giudica?

Sono bravissimo!

Pure qui.

Lo so, mi massacreranno.

Probabile.

Ogni regista con cui ho lavorato alla fine mi ha fatto i complimenti.

Per cosa?

Dicono sempre che la mia spontaneità mette a nudo gli altri attori; in sostanza il mio modo di stare sul set manda in crisi i professionisti del settore. Ora volteggio…

Cioè?

Sono leggero come una foglia, ma in realtà sono un tornado.

Qui i forconi arrivano davvero.

Per favore specifichi bene che rido.

Sinossi di Fabio Volo.

Non so cosa dire.

È la prima volta.

Allora: meno bravo di quello che penso, e più bravo di quello che pensano gli altri.

E qui è decisamente serio.

 

Libia al voto, test “armato” per la pace nazionale

In un clima di paura e sospetto stamattina si vota in Libia per eleggere gli amministratori locali in una quindicina di circoscrizioni su un centinaio. Un test soprattutto per sondare la consistenza, non in termini di voti ovviamente, ma di potenza di fuoco e capacità di condurre attentati, degli islamisti dell’Isis e di Al Qaeda. Interessante poi sarà osservare se chi perderà le elezioni accetterà il verdetto delle urne o si opporrà, armi in pugno.

Il mandato delle amministrazioni locali è scaduto l’anno scorso e le odierne elezioni arrivano in un momento assai particolare: o si prosegue sulla strada della pace oppure si torna indietro verso la guerra totale. La situazione sul terreno è sempre fluida e in movimento. La parte occidentale del Paese è controllata dal governo di Fayez al Serraj, sostenuto da Nazioni Unite, Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia e Qatar. La parte orientale è in mano al generale Khalifa Haftar e al suo Esercito Nazionale Libico che gode del supporto logistico di Russia, Francia, Emirati Arabi ed Egitto. Poi il sud, il Fezzan desertico e inospitale dove c’è una forte presenza di Haftar ma anche di milizie freelance che cambiano uniforme a seconda delle convenienza: predoni, contrabbandieri, islamisti, terroristi, predicatori. Pochi giorni fa il ministero degli Interni di Tripoli ha lanciato un’allerta su possibili infiltrazioni di miliziani fondamentalisti nella capitale. Ma sulla città avanzano anche gli uomini del generale Haftar. Il punto focale dell’attuale test elettorale è Sabrata a una settantina di chilometri a ovest di Tripoli e a un centinaio dal confine tunisino. La città è un crogiuolo di tutte le forze in campo in Libia: ufficialmente è controllata da una milizia fedele al governo di Serraj, ma che gode di una ampia autonomia gestionale. Alcuni quartieri sono in mano agli uomini di Haftar che convivono “quasi” amichevolmente con i governativi (il “quasi” è d’obbligo). È forte però la presenza dei fratelli musulmani e c’è una compenetrazione di cellule di terroristi fedeli ad Al Qaeda nel Maghreb Islamico e/o all’Isis. Serraj e Haftar si sono incontrati in gran segreto ad Abu Dhabi in febbraio e si sono accordati per tenere questa tornata elettorale ma, soprattutto, per organizzare le presidenziali entro fine dicembre. Inoltre dal 16 aprile si tiene a Ghadames, un villaggio-oasi ai confini di Libia, Algeria e Tunisia, la conferenza di riconciliazione nazionale, per mettere a punto i dettagli del processo di pace, tra cui la composizione di un nuovo governo di coalizione con Serraj presidente e due vice, uno dei quali sarebbe Haftar. Ma quest’ultimo mira piuttosto a occupare il posto di capo dell’esercito, una posizione che fa paura a molti. Sarebbe come mettergli in mano le chiavi di un colpo di Stato. Se le posizioni di Serraj e di Haftar sono abbastanza chiare e definite resta l’incognita degli integralisti al confine meridionale dell’ex colonia italiana.

Un giornale vicino ad Haftar ha pubblicato un reportage in cui si racconta che a metà febbraio gli uomini dell’Esercito Nazionale Libico, durante una lunga operazione di pulizia in varie città della costa, a Derna a una cinquantina di chilometri a ovest di Tobruk, hanno fatto irruzione in una villa dove si teneva un vertice di terroristi. Tra gli altri, due algerini, due egiziani, un mauritano, un marocchino e un maliano. Nello scontro a fuoco sono stati tutti uccisi, tranne uno che ha confessato e svelato i segreti sulla consistenza delle cellule attive o in sonno sul terreno libico.

Caso Snc-Lavalin Trudeau in crisi per una telefonata

Grossi guai per Justin Trudeau. Il premier canadese pensava di averla scampata con la chiusura dell’inchiesta parlamentare sullo scandalo dei favoritismi alla ditta patria Snc-Lavalin sotto indagine per aver corrotto funzionari libici per ottenere contratti sotto il regime di Gheddafi. E invece Jody Wilson-Raybould, sua ex ministra della Giustizia nonché procuratore generale, ha calato l’asso sotto forma di 40 pagine sulla sua versione dei fatti.

A mettere in crisi il premier più popolare dei 5 continenti sono nello specifico 18 minuti di registrazione della telefonata tra Wilson-Raybould e il direttore del dipartimento dell’economia Michael Wernick in cui quest’ultimo farebbe pressioni sul procuratore perché eviti il procedimento penale contro Snc-Lavalin, la più grande società di ingegneria e costruzioni del mondo, in nome del primo ministro, e comminargli solo una multa. La ministra si è dimessa a febbraio proprio per essersi sentita “sotto pressione” e “non appoggiata” dal resto del governo. Assieme a lei hanno lasciato anche la collega del Tesoro, Jane Philpott, il braccio destro di Trudeau, Gerald Butts, architetto della vittoria del premier nel 2015 e suo amico storico, dello stesso Wernick, il più importante funzionario del Canada e del suo aiutante.

Ora Wilson-Raybould ha deciso di depositare i file prima presso la commissione parlamentare che se ne occupava e – una volta chiusa questa – li ha resi pubblici. Il premier Justin Trudeau ha negato le accuse ribadendo di essere estraneo – e con lui il suo staff – a qualsiasi illecito a favore dell’impresa e di non aver mai fatto pressioni sull’ex ministra. Ma ciò non toglie che lo scandalo potrebbe penalizzarlo alle elezioni previste per ottobre, cosa che i sondaggi già raccolgono indicando che la polemica ha scosso Trudeau e la popolarità del suo governo. Il premier certo può sostenere che le pressioni del funzionario sull’ex ministro della Giustizia non siano avvenute su sua indicazione, ma che, ricordare ripetutamente alla sua interlocutrice che il primo ministro fosse molto interessato a che l’impresa evitasse l’accusa e che si raggiungesse un accordo sia stata un’iniziativa di Wernick.

Ma la realtà è che Trudeau e la sua amministrazione si sono sempre detti interessati a fare in modo che Snc-Lavalin non finisse condannata per la preoccupazione che questo potesse provocare la perdita di migliaia di posti di lavoro. Wilson-Raybould non la pensa così e ha dichiarato di aver reso pubblici i file proprio perché “attraverso quella registrazione i membri della commissione potessero valutare da soli” la situazione in cui si era venuta a trovare. Certo è che l’opposizione – con il leader conservatore Andrew Scheer – non si è lasciata sfuggire l’occasione di chiedere le dimissioni di Trudeau per aver mentito. A pesare infatti è la perdita di credibilità del premier, visto che Wilson-Raybould – oltreché primo ministro indigeno della Giustizia in Canada – poi spostata a gennaio in pieno scandalo al dipartimento degli Affari dei veterani – rappresentava il fronte più liberale del governo avendo sostenuto leggi importanti tra cui la legalizzazione della cannabis e la morte assistita.

Proprio Trudeau, che nel 2015 ha vinto le elezioni con una piattaforma basata su trasparenza, uguaglianza di genere e riconciliazione con le popolazioni indigene del Canada, non può permettersi di farla sua nemica. Oltretutto a spiegare l’interesse di Trudeau per la Snc-Lavalin sarebbe non il futuro dei lavoratori, ma la ricerca di consenso elettorale nel Quebec, dove l’azienda ha sede: provincia altalenante ed essenziale per la vittoria del Partito liberale che di solito lì ottiene la maggioranza dei seggi, ma che quando perde, perde male. L’affare libico poi è arrivato proprio durante le “calde” elezioni provinciali che portarono alla caduta del suo candidato liberale Philippe Couillard. Non se la passa meglio di Trudeau la società, che ora si trova ad affrontare accuse di frode e corruzione su 36 milioni di dollari di tangenti che si ritiene abbia offerto ai funzionari libici tra il 2001 e il 2011, con Muammar Gheddafi ancora al potere.

Il database anticrimine Gang e omicidi: Matrix nella realtà è un flop

C’è chi lo chiama Matrix, perché ai cultori delle peripezie di Neo, Morpheus e Trinity evoca il terzo e ultimo film della serie – discussa e criticata, ma stravista – Matrix Revolution. Ma ai cinefili ricorda pure molto Minority Report, un film del 2002 di Steven Spielberg con Tom Cruise: in un futuro non troppo lontano, una tecnica fortemente ‘inquinata’ dall’elemento umano riesce a leggere le intenzioni di chi sta per compiere un delitto e consente, quindi, di sventarlo. Ma non tutto funziona liscio. Così come non tutto funziona liscio in Gran Bretagna, dove decine di polizie locali – almeno 45, ma potrebbero essere molte di più, perché il rilevamento statistico non è completo – usano una tecnica discussa e controversa per predire l’insorgere di problemi e quindi evitare che si producano. Pare un’ottima cosa: evitare ingorghi adeguando momento per momento la durata dei semafori ai flussi di traffico; mantenere in equilibrio l’offerta e la domanda di posti nelle scuole o negli ospedali; capire se in una famiglia, piuttosto che in un’altra, si possano verificare episodi di violenza, abbandoni scolastici, fughe da parte dei minori.

Ma uno studio dell’Università di Cardiff, condotto con e per conto di Sky News, dà risultati inquietanti. Di mezzo, ci sono gli algoritmi su cui si basano le previsioni: a seconda di come li si sceglie e dei dati con cui li si nutre, cambiano i risultati e l’affidabilità del sistema. E, così, i neri, o i musulmani – lo denuncia per Londra il sindaco Sadiq Khan, origini pachistane, che se ne lamenta – sono tenuti d’occhio più dei bianchi, anche quando filano dritto. La segnalazione del sindaco è suffragata da un rapporto di Amnesty International, sul database gangs Matrix usato da Scotland Yard per indagare le bande responsabili di un’epidemia di accoltellamenti a Londra: atti di violenza a fini di rapina o di bullismo, intimidazioni e vendette. Nella lista di circa 3.800 persone collegate alle bande, il 78% sono neri , mentre i crimini di cui i neri sono responsabili a Londra sono il 27% di quelli commessi. E la popolazione è nera solo al 13%. La lista, inoltre, comprende 1.500 individui che non hanno mai commesso reati.

E, poi, la gente è sempre meno contenta di come i suoi dati vengono presi, immagazzinati e usati. Certo, basterebbe non lasciarli in giro dovunque. Ma questo è un altro discorso. La diffidenza verso i logaritmi e la gelosia dei dati sta mettendo in difficoltà e sotto accusa Facebook, costretta, come altri giganti del web, sulla difensiva dalle nuove normative europee e ormai sospettata d’essere una sorta di Spectre, o di foraggiare le nuove Spectre. Figuriamoci se non rischia di travolgere il sistema adottato da 53 Amministrazioni locali in Gran Bretagna e – come detto – dal almeno 45 polizie, di cui 14, fra cui quella di Londra, la più grande nel Regno Unito, lo usano per farsi suggerire quali delitti ritenere probabili e, quindi, quali cercare di prevenire o meno e per farsi indicare in che direzione e/o in che ambienti indagare. Con rischio di discriminazione evidenti, in funzione dei dati immessi. I sostenitori del sistema affermano che gli algoritmi predicono i problemi e sono efficaci nell’aiutare ad affrontarli e a prevenirli.

I critici lamentano che non si sa quanti dati personali servono a nutrire il sistema e che la sua affidabilità non è garantita. Alla base della controversia, c’è la questione se si tratti di uno strumento che migliora la sicurezza o di un’intrusione nella privacy dei cittadini. Sky News fa l’esempio dell’Amministrazione di Bristol, una città inglese di quasi mezzo milione d’abitanti. Lavorando su dati come la frequenza scolastica, gli interventi sociali, le malattie mentali, le gravidanze precoci e altri simili di 54 mila famiglie, i responsabili comunali possono individuare i bambini a rischio di subire violenze o abusi e di scomparire. Uno di loro, Gary Daviers, assicura che il sistema funziona. Il meccanismo è comparabile a quello con cui Amazon calcola le probabilità di acquisto da parte di un cliente e Facebook o Twitter suggeriscono persone di cui divenire amici o follower o i siti d’incontri propongono l’anima gemella: Amazon ci azzecca spesso e, in fondo, basta un bambino sottratto al rischio di trattamenti degradanti per esserne contenti.

In ogni caso, assicurano i poliziotti inglesi, non è il sistema a decidere che cosa fare, ma sono sempre gli uomini ad avere l’ultima parola. La polizia del Kent si fa suggerire quali casi meritano d’essere indagati a fondo: prima di utilizzare il sistema, indagava sul 75% dei crimini commessi o delle denunce presentate; adesso, ne segue solo il 40%. Potrebbe sembrare un passo indietro, ma, invece, il numero dei casi risolti è aumentato: l’algoritmo indirizza gli agenti a concentrare le forze là dove le possibilità d’ottenere un risultato sono maggiori.

Ma i testimoni a favore del sistema non convincono i detrattori. Jen Persson, fondatrice della onlus Digital Defend Me, sostiene che la gente ha fiducia nei computer e pensa che non sbaglino mai, per cui a conti fatti il giudizio della macchina si sostituisce a quello dell’uomo. Joanna Redden, dell’Università di Cardiff, avverte che c’è un rischio di aumentare “ineguaglianze e discriminazioni”.

Banche: la lettera di Mattarella tradotta per la Casellati

Va detto che la cinghia di trasmissione Bankitalia, Quirinale, rispettivi staff, grandi media è una delle poche cose che davvero funziona in Italia. Ora sappiamo che Sergio Mattarella è preoccupato per la commissione d’inchiesta sulle banche; che ha visto l’altrettanto preoccupato Ignazio Visco; che ha pensato di non firmare la legge che la istituisce, ma poi ci ha ripensato subito dopo che qualcuno l’aveva detto ai giornali; che ha mandato una lettera ai presidenti delle Camere per dire che sì il Parlamento è sovrano, ma attenti che i mercati, le autorità indipendenti, l’impresa privata, la lealtà all’Ue… Le persone impressionabili, tra le quali annoveriamo Elisabetta Alberti Casellati, non dovrebbero ricevere sollecitazioni così violente: la presidente del Senato, infatti, ieri s’è spinta assai più in là del Colle innovando le prassi parlamentari al punto da raccomandare che “i componenti della commissione siano scelti tra esperti del settore” (ciao ciao Costituzione). Comunque ogni timore del Colle è ovviamente il nostro: è vero, ci pare di ricordare che l’attuale capo dello Stato non esitò nel firmare i due decreti di novembre 2015 (bail-in) che terremotarono il settore bancario facendone, peraltro, crollare l’indice di Borsa del 60% in pochi mesi, ma guardiamo al futuro. Ora, per evitare che venga frainteso il senso della lettera di Mattarella, lo traduciamo anche per le alte cariche dello Stato non “esperte del settore”: moderazione e serenità, certo, ma soprattutto non mettete in croce la Vestager (Ue) e Draghi (Bce) che m’incazzo di brutto.