MIchelle: “becoming” il nuovo Presidente?

Lasciata la Casa Bianca insieme al consorte, Michelle Obama non ha mai smesso di avere quel tocco di eccezionalità che l’ha trasformata in uno dei più potenti modelli di ruolo in circolazione nel XXI secolo. La nuova dimostrazione di questa esemplare persistenza è coincisa con la pubblicazione e l’esplosivo successo della sua biografia. Becoming: la mia storia, uscita sei mesi fa, è già approdata in questi giorni ai 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo, secondo i dati diffusi da Bertelsmann, l’editore tedesco che detiene il controllo della casa che ha pubblicato il volume nel mercato anglosassone, la Penguin Random House (in Italia è edito da Garzanti). Cifre impressionanti che motivano l’anticipo sbalorditivo versato alla firma del contratto ai coniugi Obama: 60 milioni di dollari per le rispettive autobiografie (siamo ancora in attesa di leggere quella di Barack, per vedere se saprà fare meglio della moglie). Becoming è già salito all’11° posto nella classifica di tutte le biografie pubblicate dagli anni Novanta a oggi, ovvero da quando la graduatoria è stata istituita, e l’impressione è che approderà perlomeno al podio.

Ma al di là di queste cifre, la riflessione più interessante riguarda le modalità con cui Michelle Obama ha affrontato quello che è un passaggio obbligato nella vita di una first lady, per non parlare del consorte presidente: raccontare la sua versione dei fatti, nell’esperienza eccezionale di occupare la posizione di maggior prestigio, visibilità e responsabilità del pianeta. Nella maggior parte dei casi, il cimento viene affrontato in modo scolastico e studiato, allo scopo di affermare – o in certi casi restaurare – il valore, la rispettabilità e gli effetti del proprio operato. Si consegna ai posteri una memoria in cui successi e insuccessi, vittorie e sconfitte finiscono iscritte alla dignità dello sforzo, dell’impegno, dell’abnegazione e del prestigio, sorvolando, o nascondendo sotto il tappeto le imperfezioni o, nello strano ruolo di una first lady, l’efficacia della propria presenza al fianco dell’uomo più importante del mondo.

Con lo stile semplice e diretto che ha contraddistinto la sua presenza pubblica (che non va confuso con la semplice istintività, ma è il frutto di una strategia di comunicazione determinata), Michelle è andata in una direzione ben diversa, e il pubblico ha dato segno di accorgersene, se quelle vendite stratosferiche coincidono col giudizio che Becoming sia una lettura che vale la pena intraprendere.

Michelle ha scelto di dire la verità – anche se ci sarà sempre qualcuno autorizzato a dubitarne – e di non nascondere il suo percorso dietro il velo del perbenismo e del politicamente corretto. La sua autobiografia esplora con toni appassionati, credibili e spesso ironici, la sua infanzia, l’entrata nel mondo del lavoro, il suo problematico rapporto con la maternità (che la l’ha portata a optare per due fecondazioni in vitro), gli alti e bassi del suo matrimonio, le sue rinunce e i dubbi che hanno fiancheggiato le sue soddisfazioni. Pagine che danno la sensazione di ascoltare un racconto carico di passione e di emotività, come quando la 54enne ex-first lady racconta di non aver mai perdonato Donald Trump per aver esposto la sua famiglia a seri rischi, propugnando la fantasiosa tesi dei natali di Barack al di fuori degli Stati Uniti e quindi l’illegittimità della sua presidenza.

D’altronde Michelle ha sempre dato l’impressione di possedere una capacità pressoché naturale di gestire la scena pubblica e di rapportarsi con credibilità con le persone al cospetto delle quali si presenta. La dimostrazione di questa sua prerogativa è lo straordinario tour promozionale affrontato al lancio di Becoming, un evento a metà tra il megaconcerto pop, la celebrazione e un grande caso di autocoscienza collettiva. Accompagnata da dive come Oprah Winfrey, Sarah Jessica Parker, Reese Witherspoon, affiancata dall’inseparabile amica e mentore Valerie Jarrett che la “scoprì” ai tempi di Chicago, Michelle si è raccontata davanti a platee oceaniche: 18mila persone al palasport di Seattle, con biglietti da 30 dollari in su (e artisti come Eddie Vedder e Ciara a offrire un inconsueto contrappunto musicale, e conduttori tv come Jimmie Kimmel e Stephen Colbert a condurre le danze). Al centro, la vocazione confessionale ma mai autopromozionale di Michelle, la sua concezione di far propri i compiti da svolgere, prima di sospingere gli altri ad affrontarli: “Per otto anni ho trattenuto il respiro, perché ogni gesto che compivo aveva importanza: non ci era consentito alcun inciampo”, ha ripetuto tutte le volte, per restituire il gusto dominante della sua esperienza a Washington.

Poi sono fioriti i ragionamenti attorno a un evento come questo, il libro, il tour, la reazione del pubblico, il successo: cosa c’è nel futuro di questa donna che non ha mai ammesso effettive aspirazioni politiche, ma che pure mostra tutte le qualità e gli aspetti carismatici utili a creare a una credibile figura leaderistica? Becoming in questo senso diventa il breviario per la formazione di un memorabile protagonista, non solo delle emozioni del pubblico che si identifica in lei e la ama, ma anche di un’interpretazione del potere in chiave davvero contemporanea. Nel solco di imprevedibilità e acume che ha già contraddistinto la presidenza di Barack, Michelle dà l’impressione di avere gli strumenti necessari a plasmare e proporre una credibile figura di capo a cui affidare con fiducia un compito di tale responsabilità. E questo perché Becoming rivela come, nella scala di valori di Michelle, gli essenziali temi sociali del suo Paese e dei suoi connazionali arrivino ben prima dei disegni della strategia politica: la questione razziale e il peso della sua soluzione che tarda ad arrivare; la differenza tra realtà e apparenza nelle procedure educative delle famiglie e delle istituzioni americane; il rapporto col denaro, il valore della reciprocità, l’affermazione femminile. Tutti argomenti che in queste pagine Michelle mostra di conoscere e trattare con la maturità, l’esperienza, l’intelligenza, la volontà innovatrice di una persona che potrebbe assumere su di sé enormi responsabilità. Senza paura di sbagliare, esporsi, rischiare.

Dunque una lezione di umanità, da parte della donna ufficialmente più ammirata d’America. La sensazione è che questo libro sia un mattone importante nella costruzione di un edificio del quale solo tra qualche tempo conosceremo la destinazione. Stiamo parlando di corsa presidenziale? Forse. Ma non nel 2020, e in ogni caso a seconda di quali saranno gli esiti della prossima elezione. Michelle potrebbe guardare oltre un traguardo che ha già tagliato al fianco del marito, ricoprendo il compito di principale “consulente” di Barack, durante i suoi due mandati. L’idea potrebbe forse essere ancora più inattesa, ricca e non ristretta dai confini nazionali: inventare un valore inedito per concetti come “modello” e “ispirazione”. Una visione originale per l’amministrazione del potere nel XXI secolo inoltrato, un’intuizione di comunicazione affascinante. Vedremo dove si dirigerà Michelle: in Becoming a più riprese rassicura il lettore di non sentirsi una “persona politica”. Ma la sensazione è che la sua performance sia appena cominciata.

Italia più povera, la tragedia in mano ai bimbiminkia

Il Centro Studi Confindustria (Csc) prevede per il 2019 la crescita zero dell’economia italiana, mentre Spagna e Portogallo volano. Il presidente degli industriali Vincenzo Boccia chiede al governo un “salto di qualità” e che si abbandoni il “contratto” Di Maio-Salvini per passare a un tonificante “patto per lo sviluppo e l’occupazione”. Il vicepremier Matteo Salvini dice che le previsioni infauste “verranno smentite clamorosamente dai fatti. È pieno di gufi”. Il suo palafreniere Luigi Di Maio tossisce: “Confindustria non è un gufo, l’epoca dei gufi era quella di Renzi”. L’ex premier, via Twitter, manda al diavolo entrambi: “Stavolta ha ragione Di Maio, voi non siete Renzi. Gufi o non gufi, con noi infatti l’Italia faceva +1,5, con voi ZERO. Non siete Renzi, lo dicono i dati #ISTAT”. Quel “voi ZERO” certifica come, sulla sorte di un Paese disperato, si stia svolgendo un dibattito da bimbominkia, nell’accezione tecnica del dizionario Treccani: “Giovane utente dei siti di relazione sociale che si caratterizza, spesso in un quadro di precaria competenza linguistica e scarso spessore culturale, per un uso marcato di elementi tipici della scrittura enfatica, espressiva e ludica”.

Chiacchieroni da bar, sedicenti leader da sempre usano l’andamento dell’economia nel breve periodo per dare la pagella ai ministri in carica. Come se reddito e occupazione misurassero la performance dei governi. Come se il Pil fosse il cronometro della prestazione atletica di chi manda avanti lo Stato. Era così nell’Unione Sovietica del Gosplan e dei piani quinquennali. Ma è la società che manda avanti un sistema di mercato, dovrebbero essere gli imprenditori a rispondere dell’andamento del capitalismo, insieme ai banchieri, centrali e laterali. Invece lorsignori non sono mai responsabili di niente. Se le cose vanno bene è merito loro, se vanno male si ergono a giudici insindacabili del governo in carica e lo bocciano. Chi governa non è da meno: rivendicano di aver risanato l’economia in due settimane, oppure danno la colpa a chi c’era prima.

È vero che il governo ha un peso sull’andamento dell’economia nel breve periodo, soprattutto in termini psicologici, per le aspettative o l’incertezza che determina. E un governo confuso, diviso, incerto e contraddittorio come l’attuale non giova al clima generale. Ma questo può pesare sullo zero virgola, sugli irrilevanti scostamenti utili solo a stimolare le battute dei bimbominkia statisti immaginari. È toccato all’economista Roberto Perotti ricordarci le cose che contano davvero: “Se la Germania va in recessione per l’Italia sono veramente guai seri”.

Sul medio-lungo periodo, bisogna ricordare che l’economia italiana è in profonda, forse irreversibile crisi da 25 anni, durante i quali la nostra economia è sempre andata a metà della velocità dell’Europa mentre si succedevano 15 governi, tutti impegnati nella gara a chi diceva meglio “noi ganzissimi, voi zero”. La popolazione italiana è tornata a calare al ritmo di 100 mila persone all’anno: più morti che nascite (stanno arrivando al traguardo i baby boomers) e l’immigrazione non pareggia il conto perché ormai ogni anno se ne vanno 150 mila italiani, magari i più svegli. L’Istat segnala che il numero degli occupati è fermo ai 23,2 milioni di dieci anni fa e i bimbominkia si azzuffano su quante centinaia di posti di lavoro sono stati creati o distrutti nei rispettivi mesi di governo. In mezzo a una tragedia epocale, la sedicente classe dirigente pensa a contare i like, le fiches dell’immonda bisca parolaia in cui giocano sulla pelle dei disoccupati.

 

La rappresentazione rivoluzionaria dell’amore del Padre per i peccatori

“Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: ‘Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta’. Egli divise tra loro le sue sostanze… Il più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio da dissoluto, cominciò a trovarsi nel bisogno… Andò a servizio di uno che lo mandò a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube dei porci… ritornò in sé e disse: ‘Quanti salariati di mio padre hanno pane e io muoio di fame! Mi alzerò, andrò e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo…; non sono più degno di essere tuo figlio. Trattami come i salariati’. Si alzò e tornò da suo padre… Ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio: ‘Padre, ho peccato verso il Cielo…; non sono più degno di essere tuo figlio’. Ma il padre ai servi: ‘Presto, il vestito più bello, l’anello al dito e sandali. Prendete il vitello grasso e facciamo festa, perché questo mio figlio è tornato in vita, è stato ritrovato’. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore era nei campi… udì musica e danze; e domandò che cosa fosse: ‘Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso’… Egli s’indignò, e non voleva entrare. Suo padre uscì a supplicarlo. Ma rispose: ‘Ecco, io ti servo e non ho mai disobbedito e tu mai un capretto per far festa. Ma tornato questo tuo figlio, che ha divorato le tue sostanze con prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso’. Rispose il padre: ‘Figlio, tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo; bisognava rallegrarsi, perché questo tuo fratello è tornato in vita ed è stato ritrovato’”. (Luca 15,1-3.11-32).

La parabola del padre misericordioso, un vangelo nel Vangelo, è la nuova rappresentazione rivoluzionaria della misura dell’amore di Dio verso l’uomo peccatore. Un padre aveva due figli. Il minore vuole autonomia, la casa paterna gli sta stretta! Brama impiegare lontano l’eredità paterna per comprare libertà e diventare finalmente felice. Sogna di guadagnarsi amici, fortuna, successo! Ma spreco, amori ingannevoli, le scelte senza salvezza lo portano sotto padrone, guardiano di porci, rubandogli le carrube. Avvilimento, fame, solitudine sono prospettive di morte. Tuttavia ravvivano la dolce memoria della casa del Papà dove c’è vita abbondante anche per i servi. Si esamina e reagisce: mi alzerò (anastàs) e andrò da mio padre… e gli dirò ho peccato verso il Cielo.

La buona determinazione di prendere la bella posizione eretta è espressa con il verbo della risurrezione! Il prodigo prende la strada del ritorno ignorando l’accoglienza, perché bisogno e morte forse lo sollecitano più dell’amore filiale e grato! A Dio Padre, fatto il primo passo del ritorno, non importa il motivo, questo non intacca la sua misura del perdono. Ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione (esplanchnìsthe), gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò! Nessuna accusa, ma l’abbracciò in una gramolata di baci e carezze che annullano distanze, infedeltà, disperazione: presto il vestito bello, anello, sandali, banchetto, festa! La grazia della compassione divina guarisce dall’avvilimento del peccato, mantiene inalterata la condizione filiale del prodigo, sconfigge la morte.

Dio non vuol perdere nessuno dei figli! Così fa Gesù col piccolo di Naim (7,13) ridato vivo alla madre vedova e il buon samaritano (10,33) salvando il malcapitato dai briganti! E il figlio maggiore? Il padre uscì a supplicarlo di partecipare alla festa del ritorno di suo fratello salvo. Il cuore rattrappito del triste primogenito si riconosce solo nella figura del servo obbediente: ti servo e a me neanche un capretto! Intento nella sua osservanza vive da suddito, non scopre che per i figli felicità piena e libertà vera stanno nel cuore del loro padre: sempre sei con me e ciò che è mio è tuo! Ama figli non servitori, fratelli non rivali, vita non morte! La misura del perdono di Dio Padre è Gesù Cristo.

*Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche

Ebrei, israeliani, sionisti, persecutori

Il mio compito è rispondere a Moni Ovadia (grande attore e caro amico) e al suo intervento, L’antisionismo non è antisemitismo, pubblicato in questa pagina, su questo giornale venerdì. Lo faccio volentieri per parlare con l’autore che, dopo la morte di Umberto Eco, nostro comune legame, non ho più incontrato. Lo faccio mal volentieri per la ragione opposta a quella che lui cita (tutti gli consigliano di stare alla larga dal problema israelo-palestinese) perché la mia esperienza è diversa. Non mi è mai accaduto, nel parlare in pubblico o nei media, di essere messo in guardia dall’entrare in argomento. Si sapeva che avrei ricevuto una marea vasta, compatta, immediata di risposte violente e aggressive (o una valanga di lettere, come mi accadeva da direttore de L’Unità) non appena dichiaravo la mia persuasione che Israele deve sopravvivere.

Questo accadeva quando Rabin era primo ministro di Israele, e il suo progetto di pace quasi compiuto, molto prima che Netanyahu gettasse la sua pesante armatura di estrema destra sul corpo vulnerabile del Paese, dove si sono sempre ascoltate le voci di Amos Oz, Abraham Yehoshua, David Grossman, Meir Shalev e una generazione successiva di giovani scrittori tutti (tutti) volti alla pace.

Moni Ovadia non ha tenuto conto della giravolta da capogiro avvenuta in Israele dopo l’assassinio di Rabin: una improvvisa, e per ora inarrestabile, corsa all’estrema destra. È la stessa corsa che sta avvenendo nel mondo. Pensate agli Stati Uniti: il presidente del Paese di Jefferson ha ordinato di prelevare, separare e rinchiudere in campi di concentramento, lontano dai genitori, in località segrete, i figli dei migranti che tentavano di entrare illegalmente. Migliaia di questi bambini sono ancora isolati nei campi, e la burocrazia americana sembra avere perduto gli elenchi. Le destre sono così, basti pensare (nel riquadro piccolo ma crudele del nostro Paese) alla nave Diciotti, sequestrata da Salvini e lasciata in mare con donne e bambini, e alla dichiarazione senza imbarazzi che i porti libici sono sicuri. Ma i libici sono sempre stati un po’ maneschi. Gli israeliani, invece, sono “le vittime diventate carnefici”, un’accusa che non viene mai rivolta a carnefici che non siano state vittime, come i generali della Birmania che perseguitano con sistematica crudeltà la minoranza Rohingya, ignorata dal mondo. Ma gli israeliani, poi, come se non bastasse, sono ebrei, un fatto che ha sempre richiesto molti punti in più di ogni altro gruppo sociale e politico, per essere approvati, anche quando cercavano e stringevano tutte le mani che potevano portare alla pace (due volte quasi raggiunta).

Infine, ci ricorda Moni Ovadia (che, legittimamente, è fra gli ebrei che non amano “fare Aliyah”), sono sionisti. Vuol dire ciò che, da Petrarca a Leopardi, sono stati per secoli tanti grandi italiani che volevano non principi e papi, ma una nazione. Moni dice che molti ebrei non sono sionisti e anzi ne pensano male. Giusto. Tante grandi famiglie milanesi erano “austriacanti” ovvero legate alla loro regione così com’era. Però è difficile – dati anche le date (fine 800) in cui è nato il sionismo e la forte vocazione socialista di quell’idea – che il sionismo sia diverso dal nostro Risorgimento. Tutte le diverse popolazioni d’Europa rimaste senza nazione inseguivano quel sogno, si battevano, si scambiavano gli eroi, si aiutavano a vicenda contro gli imperi che avrebbero voluto durare per sempre. Niente di più comprensibile e logico del grande travaglio che ha attraversato la diaspora, tra lealtà al Paese di nascita (appartenenza, cultura, lingua, affetti, abitudini) e l’avventura predicata da Herzl di creare la nuova, antica patria. Sono gli anni della grande partecipazione formativa dell’ebraismo alla scienza e alla cultura di quella che chiamiamo la civiltà occidentale. Ma sono anche i giorni del processo Dreyfus e, poco dopo, della Shoah.

Leggere Giuda di Oz aiuta molto a ritrovare i percorsi “dentro”, nel cuore e nella mente dei personaggi che hanno fatto Israele. Ma niente permette di separare il sionismo, come una specie di degenerazione nazionalistica, dalla storia del mondo contemporaneo, del formarsi dell’Europa moderna. Per forza, oggi, essere “antisionisti” vuol dire essere antisemiti. È un’altra forma di negazionismo.

Nessuno può decidere che un buon ebreo è quello che va solo per il mondo (sperando di non incontrare un Gilet giallo infastidito). Non dimentichiamo il dramma che la vittoria della destra estrema ha portato nel mondo. È una spinta brutale che ha cambiato il senso della politica e che punta (dall’Ungheria al Brasile, da Salvini a Steve Bannon) al potere come valore supremo. E sappiamo già come quel potere è stato usato. Isolare la vicenda palestinese (che a sua volta è in preda alla estrema destra di Hamas) come se fosse l’inevitabile conseguenza del sionismo è un errore, a cui si giunge sottraendo molti fatti alla brutta avventura che stiamo vivendo.

Mail box

 

Di fronte al drammatico tema dell’aborto serve più umanità

Nessuno auspica un aborto. Chi difende la legge 194 lo fa per evitare che alla morte del bambino si aggiunga anche quella della madre, come è avvenuto spesso nella clandestinità. Ma la donna che decide di abortire spesso dice l’ultimo “no” a una nuova vita: prima c’è quello del giudizio negativo della gente; ci sono la povertà, l’ignoranza, la solitudine per un partner sparito o una famiglia ostile che teme lo scandalo. Occorre essere più umani di fronte a un tema così drammatico, senza brandire verità, come stanno facendo a Verona. Occorre invece agire sulle cause della disperazione di una madre, per farle sentire che sarà comunque accolta, che nessuno la giudicherà, che avrà servizi, cure e un tetto sulla testa se viene ripudiata dalla sua famiglia. La legge 194 ha avuto anche il merito di ampliare l’educazione sessuale, promuovendo gli anticoncezionali tant’è che il numero di aborti è drasticamente diminuito. Prevenire gravidanze accidentali, e offrire servizi sociali, può fare molto. Criminalizzare l’aborto è invece indifferenza punitiva.

Massimo Marnetto

 

Caro Pd, chi è causa del suo mal pianga se stesso

Sono convinto che il cosiddetto “metodo Zingaretti” non funzionerà. Non è la prima volta che il Pd tenta di adescare gli elettori di sinistra con un candidato “rosso”, se così si può definire, per costringerci a ingoiare tutti i “bianchi”. Siamo ormai vaccinati da queste sciocchezze. L’unica differenza è che almeno stavolta non fanno neanche finta. Gentiloni presidente, Zanda tesoriere, Calenda alleato, Renzi presentissimo per interposti tirapiedi. Tutti uomini che con i valori socialdemocratici non hanno nulla a che fare. Il Pd ha ormai risposto implicitamente alla domanda che in troppi si sono fatti: tra l’essere neoliberale o sociale ha scelto la prima opzione. Ha ormai ammesso ciò che sapevamo tutti: di chi crede nei valori sociali vogliono solo i voti, hanno scelto di rappresentare una minoranza aristocratica. Ora, i Dem siano sinceri, rinuncino a parlare di progressismo e rimangano la foglia di fico del liberismo privo di ogni decenza che governa in questo momento l’Europa fino a quando verranno gettati nel cestino, qualora i popolari decidano che un governo di centrodestra al Parlamento europeo sia la scelta migliore. Rielaborando le parole di Milton, il Pd ha preferito servire all’inferno pur di regnare da qualche parte, perciò chi è causa del suo mal pianga se stesso: non sono stati di certo i sovranisti a costringerli a promettere giustizia sociale di sinistra e poi votare le politiche scellerate di destra.

G.C.

 

DIRITTO DI REPLICA

Ho letto davvero con interesse l’articolo di Salvatore Settis pubblicato l’altroieri sul giornale sotto il titolo: I beni comuni spiegati a chi ne ha paura. Nell’articolo è scritto tra l’altro per quanto mi riguarda e per quel che mi riguarda quanto segue: “Tutto parte da quando Tremonti, ministro dell’Economia nel governo Berlusconi, varò la Patrimoniale dello Stato SpA, un marchingegno (fallimentare) che rendeva vendibile ogni proprietà pubblica”. Al riguardo mi permetto di notare che: 1) Non è vero che il “varo” del Patrimonio dello Stato SpA “rendeva vendibile ogni proprietà pubblica”. Restavano infatti fermi tutti i presupposti di diritto necessari per la vendita dei beni pubblici così che beni non vendibili non sarebbero stati comunque vendibili pur se fossero stati immessi in quel veicolo societario. 2) L’esperienza non ebbe seguito perché la struttura contabile Eurostat che prima in linea di massima si era espressa in termini positivi, poi mutò orientamento escludendo la possibilità di conteggiare nel calcolo dei parametri Eurostat il risultato delle alienazioni immobiliari che sarebbero state operate dalla citata società. Mi permetto ancora di aggiungere che “lo studio di un Conto patrimoniale delle amministrazioni pubbliche”, un tipo di inventario prima storicamente assente all’interno del nostro ordinamento, era mirato a un progresso nella strutturazione del pubblico bilancio italiano. Un bilancio che prima conteneva solo i passivi e non anche gli attivi.

Giulio Tremonti

 

Ringrazio Giulio Tremonti per questo commento. Vale la pena di riparlare della “Patrimonio dello Stato SpA”, visto che l’idea di diminuire il debito pubblico mediante le dismissioni non è mai morta (sul Sole di ieri si parla di possibili dismissioni per 18 miliardi). Alla “Patrimonio dello Stato SpA” potevano essere trasferiti parchi nazionali, coste, monumenti, biblioteche, archivi dello Stato, chiese in proprietà pubblica (come il Pantheon), aree archeologiche, per un valore complessivo che Tremonti in un’intervista valutò 2.000 miliardi. Lo Stato si dichiarava dunque incline a disfarsi dell’intero suo patrimonio in favore di una S.p.A. Ma l’idea non era di Tremonti: già Guido Carli, ministro del Tesoro nel 1991, aveva proposto una “Immobiliare Italia S.p.A.”, rimasta sulla carta finché il suo fantasma si materializzò nei governi Berlusconi ma anche in quelli di centrosinistra, con norme che colpivano al cuore l’inalienabilità dei beni demaniali, talvolta trasferiti a Comuni e Regioni che poi venivano spinti a vendere per sanare i propri bilanci. Credo che la “Patrimonio S.p.A.”, col suo sistema di scatole cinesi e “cartolarizzazioni” sia stata un costoso carrozzone che non ha ridotto di un centesimo il debito pubblico, anzi ha peggiorato il conto patrimoniale dello Stato senza produrre alcun beneficio di lunga durata, ma a Tremonti va riconosciuto il merito di averne firmato nel 2011 l’atto di morte. Ma chi ancora pensa che cartolarizzazioni e dismissioni siano il toccasana per il debito pubblico (ora arrivato al 132,1 % del Pil) farebbe bene a studiare questi precedenti.

Salvatore Settis

Io, suprematista bianco, sto con Dio (e con il Capitano)

Tutto ciò di cui si parla nelle righe che seguono, purtroppo, non è frutto di fantasia.

 

Sono un suprematista bianco e finalmente posso dirmi orgoglioso di essere italiano, un italiano vero. Un patriota che è stato liberato dalla dittatura radical chic del politicamente corretto e che ora può liberamente dire pane al pane e negri ai negri. Sì, ai finti immigrati che, grazie al nostro sommo Capitano, non sbarcano più dalle crociere Ong dei taxi del mare. Notoriamente finanziate dallo speculatore miliardario ed ebreo Soros, in combutta con gli scafisti mafiosi. Con l’evidente disegno di favorire la sostituzione etnica del nostro popolo con una razza ibrida, meticcia, ghiotta di kebab e gravida di potenziali terroristi islamici. Giovanotti muscolosi e ben nutriti e le loro ragazze con le magliette griffate e le unghie laccate, tutti dotati di telefonini ultima generazione oltre che portatori sani di scabbia e tbc. Porti chiusi, la pacchia è finita. E poi diciamolo: meno arrivano, meno annegano e meno spacciano.

Sono un suprematista bianco e grido più sicurezza e meno balle, libero finalmente di usare la mia Glock semiautomatica o il mio Ak-47, venti colpi calibro 7,62, mirino diottrico e calcio pieghevole. Pronto a difendermi legittimamente bum bum contro chiunque s’introduca senza permesso nel mio giardino. E se ha sbagliato indirizzo, cazzi suoi. Mi dicono che qualche magistrato comunista potrebbe indagarmi lo stesso. Be’, prima si faccia eleggere e poi ne riparliamo.

Sono un suprematista bianco amante della famiglia tradizionale, un uomo e una donna, anche se di famiglie ne possiedo più di una (si sa, l’uomo è cacciatore). Pure io come quelli che hanno parlato a Verona penso che i culattoni vanno curati e se non si convertono che vadano pure all’inferno. Il fatto è che la lobby gay, finanziata dal solito Soros, persegue la trasformazione sessuale dei nostri bambini in bambine, attraverso un microchip nel cervello. C’è tutto scritto nei Protocolli dei Savi di Sion: gli ebrei stanno organizzando un esercito di trans per conquistare il mondo. L’aborto è un abominio, il divorzio pure anche perché le nostre donne sono superfelici di cucinare gli spaghetti e lavare i calzini. Quanto a quelle spostate che non amano sottomettersi al maschio, prima o poi finiscono male. Nel senso che se poi al legittimo coniuge gli girano e le manda al pronto soccorso, l’attenuante della tempesta emotiva si trova e un giudice che ti scarcera pure. Certo, nella famiglia tradizionale non sempre regna l’armonia, ma con la riapertura dei casini, proposta dal nostro lungimirante vicepremier sappiamo ah ah come rimediare. Sì, il vento è decisamente cambiato, questo Paese aveva bisogno di ritrovare i vecchi, cari valori della patria e della famiglia. Ordine. Disciplina. Anche il fascismo ha fatto delle cose buone. Dio è con noi. Salvini pure. Ne siamo fieri, siamo italiani veri.

Pd, nuovo simbolo con la scritta “Siamo europei”

Al tradizionale simbolo del Pd hanno aggiunto una scritta, “Siamo europei”, corredata dalle stelle che compaiono nella bandiera della Ue e dallo stemma del Pse, il gruppo in Europa dei Socialisti e democratici. Questo il simbolo coniato dai dem per le elezioni europee del 26 maggio, presentato ieri dal segretario Nicola Zingaretti a Roma sulla terrazza del Nazareno, la sede del Partito democratico. “Dedico questo logo alle nuove generazioni perché è un simbolo di speranza” ha detto Zingaretti, che ha annunciato la candidatura dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia come capolista nel collegio del Nord Ovest. Quanto a un possibile accordo con Articolo 1, secondo il segretario dem “è aperto un confronto che mi auguro nelle prossime settimane porti a un loro coinvolgimento”. Ma in generale a detta di Zingaretti “in tutta Italia stanno prendendo forma e corpo alleanze larghe e pluraliste per le Amministrative. Alleanze con protagoniste forze civiche, Democrazia solidale e Campo progressista”.

M5S e Tria di nuovo ai ferri corti per la consigliera Bugno

Giovanni Tria è riuscito nel miracolo di unire Lega e M5s facendoli insorgere all’unisono contro la nominadella sua consigliera Claudia Bugno nel board di StMicroelectronics. La scelta, non condivisa con entrambi i partiti della maggioranza, ha fatto partire telefonate e rimbrotti da entrambe le parti: dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti fino ai vertici massimi del M5S. Anche Giuseppe Conte è infuriato. La società italo-francese il 27 marzo scorso ha sottoposto all’assemblea degli azionisti che si terrà il 23 maggio ad Amsterdam “la nomina di Claudia Bugno, in sostituzione di Salvatore Manzi, in qualità di membro del Consiglio di Sorveglianza” con scadenza 2022. Claudia Bugno, 43 anni, è da sette mesi consigliere di Giovanni Tria. In questi ultimi tempi è diventata la donna forte del ministero dell’Economia. Probabilmente Tria ha sottovalutato la delicatezza politica della scelta e non ha concordato il nome con nessuno. Il M5S è sul piede di guerra perché considera strategica quella società. StMicroelectronics ha fatturato 9 miliardi e 666 milioni nel 2018 con utili di 1,3 miliardi di dollari.

La società è quotata a Milano, Parigi e New York, impiega 46 mila persone e ha 100 mila clienti come Apple, Samsung, Huawey e Bosch. Produce i prodotti a semiconduttore, cioé microchip per automobili, computer e telefonini intelligenti. La società è controllata da una holding olandese (che ne detiene il 27,52 per cento, il resto è flottante) a sua volta controllata alla pari dai governi italiano e francese. La governance non a caso è duale: un managing board composto da un solo membro, cioé l’amministratore delegato, con un comitato di sorveglianza di 9 membri: 3 nominati dall’Italia, 3 dalla Francia, 3 indipendenti. Dal 2005 al 2018 l’amministratore è stato Carlo Bozotti. Proprio quando i rapporti tra i due Paesi si sono fatti tesi a seguito della vittoria dei ‘rivali’ di Macron, ecco il cambio: ora l’amministratore delegato si chiama Jean-Marc Chery. L’uscita del membro del Consiglio Salvatore Manzi, nominato ai tempi di Renzi, era vista dalla maggioranza come un’occasione per inserire una persona di fiducia. Invece Tria ha puntato in gran segreto sul nome di Claudia Bugno, che vanta una grande esperienza ma in lidi lontani dal mondo a Cinque Stelle.

Partita come assistente parlamentare nel 1999, dal 2003 al 2009 era in Promos della Camera di Commercio di Milano. Il marito di Claudia Bugno, Andrea Chevallard, è amministratore delegato di Tinexta, società che eroga servizi telematici, quotata al mercato Star di Milano e controllata tramite Tecnoholding dalle Camere di Commercio. Nel 2015 è stata amministratrice del Comitato promotore della candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 con la benedizione degli amici Luca Cordero di Montezemolo, Giovanni Malagò e Matteo Renzi. Montezemolo poi la portò in Alitalia dove è stata vicepresident public affairs per due anni.

Già dirigente del ministero dello Sviluppo economico, era finita nel mirino del M5s per il suo curriculum ‘sbianchettato’ ad agosto, al momento della nomina come consigliera del ministro. Sul sito non era citato il suo passaggio, dal febbraio 2013 al febbraio 2015, nel consiglio di amministrazione di Banca Etruria, anche ai tempi di Pierluigi Boschi vicepresidente. Nonostante fosse stata solo un consigliere indipendente il direttorio della Banca d’Italia il primo marzo 2016 le ha irrogato (insieme a una ventina di sindaci e amministratori) una sanzione di 121 mila e 500 euro. Bugno ha impugnato alla Corte d’appello e al Tar che si dichiarava incompetente ma poi il Consiglio di Stato il 9 ottobre scorso ha preso atto che la Corte d’Appello non si era ancora pronunciata e ha rimesso al Tar di nuovo perché decida nel merito. Chissà come è finita.

Comunque, a prescindere dall’esito, a leggere i blandi requisiti richiesti per essere membri del consiglio di sorveglianza della ST Microelectronics non ci dovrebbero essere problemi. Abbiamo chiesto alla dottoressa Bugno e al Mef un commento ma non abbiamo avuto risposta. I vertici del M5S hanno fatto pressioni su Tria perché ripensasse alla nomina. Il problema è che il dado è tratto. All’ordine del giorno dell’assemblea di maggio della società c’è la nomina di Claudia Bugno. Nei corridoi del ministero si dice che Tria avrebbe proposto alla dottoressa la presidenza di Consip se dovesse rinunciare. L’incarico in Stm però è una grande rinuncia, non tanto per la retribuzione più o meno pari a quella attuale da 75 mila euro al ministero, ma perché Stm è una società strategica, partecipata da due Stati e quotata su tre mercati, un trampolino di lancio per nuovi incarichi.

Recluso con problemi psichici uccide il compagno di cella

Un detenuto di origine indiana, arrestato lo scorso febbraio per tentato omicidio, ha ucciso il suo compagno di cella nel carcere di Viterbo. Lo fa sapere il Segretario Generale dell’O.S.A.P.P. (Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria) Leo Beneduci. Il fatto è accaduto venerdì sera quando l’indiano ha aggredito violentemente, colpendolo più volte con uno sgabello, il suo compagno di cella, un italiano di 61 anni, poi deceduto nella notte in ospedale. Il detenuto indiano risulta avere problemi psichiatrici e nel carcere di Civitavecchia aveva già tentato di uccidere un altro detenuto oltre ad aver ferito un agente di polizia penitenziaria. Lo riferisce la Fns Cisl ricordando che per quel tentato omicidio il detenuto era stato trasferito da Civitavecchia a Viterbo. Secondo il sindacato penitenziario “occorre che detenuti del genere siano assegnati in luoghi esterni al carcere poiché non possono condividere la stessa camera detentiva con soggetti non psichiatrici”. Resta poi il dramma del sovraffollamento che, secondo gli ultimi dati, rileva la Fns Cisl, nel Lazio risulta di 1.325 detenuti in più dei posti regolamentari.

Nuovo caso di maltrattamenti all’asilo: “Clima di terrore” Arrestate maestra e bidella

Urla spropositate e immotivate. Ma anche punizioni esemplari, percosse e frasi offensive. Secondo gli agenti del commissariato di Lamezia Terme in quell’asilo la maestra e la bidella avevano imposto un clima di terrore tra i bambini che frequentavano la struttura.

Al termine dell’inchiesta la polizia ha arrestato l’insegnante, di 59 anni, e la collaboratrice scolastica, di 63, accusate di maltrattamenti aggravati nei confronti degli alunni di una scuola dell’infanzia. Finite ai domiciliari, entrambe sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip su richiesta del procuratore di Lamezia Terme Salvatore Curcio e del sostituto Emanuela Costa.

L’indagine era partita dalle denunce presentate da due madri che avevano il sospetto che i loro figli fossero vittime di maltrattamenti da parte di un’insegnante. Le telecamere e le microspie istallate all’interno dell’asilo hanno confermato tutto consentendo – scrivono gli inquirenti – “di disvelare quello che era l’abituale modus operandi da parte delle due donne nei confronti dei piccoli allievi dell’asilo”.

Visionando i filmati, secondo i pm, è emerso il “clima di terrore”. I bambini, tutti tra i 3 e i 5 anni, infatti, per oltre mezz’ora e più volte al giorno erano costretti a rimanere immobili, seduti su una panca mentre la maestra gli urlava contro sbattendo con forza una bacchetta di legno sulla cattedra in modo da farli spaventare.

Con l’inchiesta, la polizia avrebbe documentato i momenti in cui la maestra strattonava da un braccio una bimba. Un altro bambino, inoltre, per punizione veniva costretto a stare in piedi ed esposto al sole davanti alla finestra. Per gli investigatori, come metodo educativo, c’era un ricorso sistematico alla violenza, sia psicologica che fisica, da parte della maestra e della collaboratrice scolastica che, tra le altre cose, avrebbero costretto i bambini ad assumere cibo contro la loro volontà.