È una Torino blindata quella in cui ieri pomeriggio hanno sfilato circa duemila anarchici giunti da tutta Italia, ma anche da Francia, Belgio e Olanda. Un’adunata chiamata dopo lo sgombero dell’Asilo occupato, un centro sociale, avvenuto il 7 febbraio scorso dopo esser stato per quasi venti anni uno dei punti chiave dell’antagonismo torinese, base da cui partivano le proteste contro i centri di permanenza per il rimpatrio e contro la riqualificazione del quartiere. Gli anarchici si sono dati appuntamento davanti alla stazione di Porta Nuova, dove sono confluiti alcuni gruppi partiti da cinque zone diverse della città, mentre uno è stato fermato in via Aosta. Da lì, dietro uno striscione con scritto “Chi lotta non è mai solo” (e i nomi dei militanti indagati per i pacchi bomba contro le aziende impegnate nelle espulsioni di migranti irregolari), sono partiti poco dopo le 16 in direzione del Po, per girare intorno al centro presidiato dalle forze dell’ordine in assetto antisommossa e con i mezzi blindati pronti a sbarrare il percorso. Molti negozianti hanno preferito abbassare le serrande invece di rischiare eventuali danni alle vetrine. Gli slogan erano tutti contro le politiche del governo Lega-M5s e contro la sindaca Chiara Appendino, oggetto di minacce (“Appendino la scorta non ti basta” è lo slogan comparso sui muri). Tuttavia per un lungo tratto il percorso nel centro città è stato tranquillo. L’obiettivo era raggiungere via Aosta, non distante dalla scuola per l’infanzia un tempo occupata dagli anarchici e dove alcuni militanti erano stati bloccati. In quell’area, nel corso della mattina durante i servizi preventivi, la polizia aveva svolto molti controlli denunciando otto persone, tra cui quattro francesi, un belga e un’olandese. Quattro persone sono stato arrestate venerdì al casello autostradale di Rondissone. Erano giovani arrivati dal Veneto. In macchina la polizia ha trovato sette bombe carta, fumogeni, maschere antigas e un coltello. Un altro, 39enne di un centro sociale di Cremona, era stato fermato e denunciato venerdì mattina dalla polizia ferroviaria a Novi Ligure su un treno diretto a Torino.
Due ordigni e un omicidio. La “cura” promessa da Salvini non ha ancora fatto effetto
Il 18 gennaio Afragolaacclamò il ministro dell’Interno Matteo Salvini venuto lì per annunciare il pugno duro dello Stato contro il crimine, dopo otto bombe di racket in pochi giorni, il segnale di un improvviso sconvolgimento degli equilibri camorristici in città, “nuove leve” vogliose di conquistare immediatamente il settore del pizzo approfittando dell’indebolimento dei clan storici. Un disoccupato cronico baciò la mano del ministro ringraziandolo per l’imminente approvazione del reddito di cittadinanza, un altro signore gli chiese ad alta voce di togliere la scorta a Roberto Saviano. Salvini era vestito col giubbino della Polizia e disse ai cronisti “che lo Stato c’è ed è più forte di qualche balordo, se qualcuno pensa di fare qui la voce grossa ha sbagliato”.
Ma il romanzo criminale di Afragola non si è fermato. Da allora sono esplosi altri due ordigni, contro una tabaccheria e un tarallificio, che hanno fatto salire a dieci il totale degli attentati estorsivi negli ultimi tre mesi. Poi c’è stata una ribellione degli occupanti abusivi e a rischio sgombero delle case popolari nel rione Salicelle. E infine, l’altro ieri notte, un omicidio di camorra, un agguato in stile Gomorra: la vittima, Giuseppe Orlando, cognato del boss del clan Moccia Francesco Favella detto “o cecce”, è stata affiancata da due killer in Panda che gli hanno scaricato addosso una decina di proiettili calibro 9 mentre entrava nella sua auto per rincasare dopo aver chiuso il bar.
La politica degli annunci e dei tweet di Salvini si è purtroppo scontrata anche qui contro un difficile e imprevedibile fenomeno: la realtà. E ad Afragola la realtà è quella di una città che continua a vivere avvolta nella paura nonostante i rinforzi a carabinieri e polizia e un nuovo protocollo di sicurezza urbana che ha incrementato il numero di pattuglie per le strade. E persino una deputata alleata, la grillina Iolanda Di Stasio, nativa di Afragola, lo invita a essere concreto. “Salvini, ci vogliono risposte agli impegni presi a gennaio. Risposte ora”.
Il megaprogetto antifrane: anche l’Isola ha il suo Tav (costoso e di dubbia utilità)
È il momento della verità. Referendum bocciato. Adesso Olbia deve decidere, prima della prossima alluvione. Perché nella città sarda i soldi sono arrivati da anni – circa 150 milioni – ma non si riesce a scegliere il progetto da realizzare. Nel dubbio si era pensato di affidare la parola ai cittadini con una consultazione popolare: sì o no al ‘progetto Mancini’. Gli elettori di Olbia erano già pronti, ma il tribunale ha bocciato il referendum perché “illegittimo”. Non si possono consultare i cittadini di un Comune su una decisione che è competenza della Regione. “Ritengo inaccettabile che i cittadini non possano dire la loro su un tema così importante, e su un piano che stravolge la città dal punto di vista ambientale”, è stato il commento del sindaco Settimo Nizzi.
I rischi sono tanti, come spiega Andrea Demuru, figura di spicco dei comitati cittadini che da quasi trent’anni si occupano dei progetti anti-alluvione: “C’è, prima di tutto la questione della sicurezza idrogeologica. Ma è anche una questione di soldi. Rischiano di passare piani più rischiosi per la popolazione e più costosi”. I progetti in lizza sono tre: “C’è il piano Mancini (da Marco Mancini, all’epoca coordinatore dei Piani di Assetto Idrogeologico della Sardegna, ndr)”, figlio della stagione di centrosinistra. Secondo comitati e ambientalisti è una soluzione che presenta rischi e costi eccessivi: “Si parla di quattro vasche di laminazione, due al confine con l’abitato. Se collassassero, si dovrebbero evacuare 30 mila abitanti. E poi ci sono i costi: circa 170 milioni”. Il nodo è anche questo: “A Olbia l’abusivismo per decenni è stato la regola, con 17 piani di risanamento urbanistico e senza zone di rispetto fluviale. Una città senza pianificazione sotto la minaccia di torrenti come il Siligheddu”, racconta Stefano Deliperi del Gruppo di intervento giuridico. E i piani anti-alluvione rischiano di richiedere espropri tra i proprietari di case cresciute senza ordine. Così il piano Mancini, che pareva già avviato alla realizzazione, ha diviso Olbia. Ed è stato decisivo per le elezioni comunali del 2016, vinte da Nizzi (centrodestra, quasi un sindaco a vita, rieletto dopo aver già svolto due mandati fino al 2006 ed essersi ricandidato nel 2011), oggi critico con il progetto. Le alternative? L’amministrazione vede di buon occhio il progetto planato sulle ali della Technital, colosso del settore, che si è già occupata di Mose e Ponte sullo Stretto. “È una soluzione che almeno ha il pregio di non impattare con il tessuto urbano, ma prevede un tunnel degno del Tav: 11 chilometri, oltre a una vasca di laminazione. Per un costo di oltre 200 milioni”.
C’è poi una terza opzione più ‘eretica’, cioè il progetto nato anche dai comitati: otto canali quasi interamente a cielo aperto e nessuna vasca. Costo? “Cento milioni, e forse per questo parte svantaggiata”. Ma adesso è davvero arrivato il momento della decisione. Era il 18 novembre 2013 quando il ciclone Cleopatra scaricò su Olbia 112 millimetri d’acqua e uccise 19 persone. Sei anni dopo si continua a litigare. C’è chi ipotizza che la Regione, ora guidata dal centrodestra, potrebbe nominare Nizzi commissario alla realizzazione delle opere. Mani libere.
Caso di revenge porn, denunciato anche Mark Zuckerberg
Non aveva accettato la fine della loro relazione e per vendicarsi aveva aperto un falso profilo Facebook a nome dell’ex compagna, pubblicando foto intime della donna. Cinque anni dopo l’uomo, V.V., 51 anni di Pompei (Napoli) è sotto processo al Tribunale di Torre Annunziata dopo la denuncia-querela presentata dall’avvocato della vittima, Giancarlo Sparascio, anche nei confronti di Mark Zuckerberg, fondatore e proprietario del popolare social network. Due anni dopo i fatti denunciati, infatti, il falso profilo, in precedenza oscurato, sarebbe tornato attivo. La vicenda ha inizio nell’ottobre 2014, quando la donna, oggi 52 enne, con un matrimonio alle spalle e allora non iscritta a Facebook, venne informata che era attivo un falso profilo a suo nome sul quale erano state caricate immagini intime che la ritraevano, visibile in volto, durante rapporti sessuali avuti con V.V.. Le immagini erano accessibili a tutti. La donna, costretta per la vergogna anche a lasciare il suo luogo di origine nel Salento, presentò una denuncia-querela alla Procura di Lecce. Il 51enne venne rinviato a giudizio al Tribunale di Lecce nel novembre 2016. Il processo è stato aggiornato al 15 luglio.
Hacker di Stato: oltre mille intercettati “per errore”
Exodus è un software spia utilizzato dalle principali procure italiane per intercettare indagati e criminali dopo aver ottenuto l’autorizzazione del Gip. Si installa nei cellulari con sistema operativo Android ed è capace di registrare le telefonate, trasformare il dispositivo in un microfono acceso h24 per captare le conversazioni tra i presenti, geolocalizzare l’utente e quindi tracciarne gli spostamenti, copiarne le chat di Messenger e WhatsApp, la rubrica telefonica, l’elenco delle chiamate fatte e ricevute. Uno strumento potentissimo, utilizzabile per le indagini di mafia e terrorismo – e dopo la Spazzacorrotti anche per le indagini sulla corruzione – che però sarebbe finito sui cellulari sbagliati. Migliaia di persone sarebbero state intercettate “per errore” perché questo spyware, sviluppato da un’azienda calabrese e capace di bypassare i filtri di sicurezza Google, è finito sui loro dispositivi attraverso delle app presenti su Play Store. Erano camuffate da programmini di servizio degli operatori telefonici e scaricate dietro la promessa di sconti sulle tariffe.
La storia è raccontata da un’inchiesta giornalistica del sito Motherboard e di un gruppo di ricercatori della società non profit Security Without Borders, in cui si parla di “malware governativo”. “Riteniamo – dicono i ricercatori – che sia stato sviluppato dalla società eSurv, di Catanzaro, dal 2016. Queste applicazioni sono normalmente rimaste disponibili per mesi su Play Store”. eSurv pare essere sparita dal web, mentre Google, proprietaria di Play Store, contattata dai ricercatori ha rimosso nei giorni scorsi le applicazioni e ha dichiarato che “grazie a modelli di rilevamento avanzati, Google Play Protect sarà ora in grado di rilevare meglio le future varianti di queste applicazioni”.
La falla sarebbe stata questa: non avrebbe funzionato il filtro per limitare l’intercettazione solo ai cellulari degli indagati, identificabili dal trojan tramite il codice Imei del dispositivo. Sono stati così raccolti dati sensibilissimi anche di cittadini ignari e vittime di una intrusione non autorizzata nella loro privacy. E c’è già una procura che sta indagando sull’abuso di questo software usato dalle procure: è quella di Napoli guidata da Giovanni Melillo, coordinatore di un’attività investigativa che interessa tutto il territorio nazionale. La prima individuazione del malware è infatti avvenuta proprio nel capoluogo partenopeo. Gli accertamenti sono stati delegati alla Polizia Postale, al Gico della Guardia di Finanza e al Ros dei Carabinieri. Secondo le statistiche pubblicamente disponibili, in aggiunta ad una conferma di Google, la maggior parte delle app che hanno inoculato Exodus hanno raccolto qualche decina di installazioni ciascuna, con un caso che superava le 350 unità. Tutte le vittime si trovano in Italia. “È’ un fatto gravissimo – dice il garante della privacy Antonello Soro – su cui c’è grande preoccupazione. Faremo i dovuti approfondimenti, è indispensabile chiarirne l’esatta dinamica”.
Stesso regolamento, altra sentenza: anche Vigevano discrimina
“Revocare la delibera della giunta comunale di Vigevano, guidata dal sindaco leghista Andrea Sala: a deciderlo ieri il Tribunale di Milano che ha accertato e dichiarato discriminatorio il provvedimento in vigore dal 2015. Vigevano come Lodi, stesso regolamento, identica sentenza. Il Tribunale di Milano, anche stavolta, ha dato ragione ai cittadini di Paesi extra Ue che, attraverso il ricorso dell’Asgi, hanno chiesto di ristabilire un principio di uguaglianza: ovvero, poter accedere a prestazioni sociali agevolate mediante presentazione dell’Isee, alle medesime condizioni previste per i cittadini italiani. In questi anni sono state le associazioni “L’articolo 3 vale anche per me” e “Oltremare” a farsi carico delle tante famiglie colpite: “Abbiamo fatto raccolte fondi, aiutato a recuperare i documenti necessari” racconta Giovanna Natiello. “Per tutti gli ultimi 4 anni abbiamo vissuto questa discriminazione nel silenzio di tutti. Ma con Lodi abbiamo trovato il coraggio di presentare ricorso”. Anche l’avvocato dell’Asgi, Alberto Guariso, è soddisfatto della seconda vittoria in pochi mesi: “Per i giudici l’accesso alle prestazioni sociali è uguale per tutti, italiani e stranieri”.
La grande abbuffata post per post
Pane e olio di Lucania. Ciambelle fritte. Panino con la porchetta. Focaccia al formaggio di Recco. Pizza salame croccante e cipolle. Ravioli al Castelmagno e carciofi. Vino rosso. Culirgiones sardi, patate, formaggio, olio e sugo di pomodoro. Castagne arrosto e mirto. Burro di malga. Carbonara. Agnolotti al sugo. Millefoglie e mascarpone. Pizzoccheri. Gamberi freschi. Tiramisù della Giorgia. Strascinati Lucani con salsiccia fresca, caciocavallo e passata di pomodoro con peperoncino piccantino. Mozzarella di bufala campana. Birra. Brioche
alla Nutella. Fichi. Pasta fresca con formaggio fuso, patate, burro e aglio. Cavoli bolliti con olio e finocchi crudi. Dolci sardi. Ricotta sarda col miele. Carpaccio olio e limone, pinzimonio con finocchio. Gnocchetti sardi con funghi, zafferano, salsiccia, aggiungo pecorino. Spremuta di arance. Pane di Pescara. Pizza di Matera. Pasta con tonno pugliese, pecorino abruzzese, birra dei Monaci di Norcia. Torta Pan di Stelle, mascarpone e Nutella. Uova e bacon. Pizza cozze e scampi. Penne con ragù di pomodorini e spada. Formaggio fresco di capra e stagionato di malga, pomodorino, speck, bresaola e salame a km zero. Cestino di meringa, crema alla vaniglia, marroni e panna fresca. Arancino al ragù. Zuppa inglese. Polenta bianca e gialla, baccalà e moscardini. Mohito. Treccione di bufala campana. Vongole e ceci. Due etti di bucatini Barilla, un po’ di ragù Star e un bicchiere di Barolo. Cassoeula con polenta e maiale, verza, cipolla, sedano e carote. Crêpe alla Nutella. Cotolette, carote, cachi, castagne, gelato cookies&cream e Cabernet. Uova fritte. Pastiera. Pollo con peperoni e salsa piccante. Sagne del Salento fatte in casa, con due bicchieri di Primitivo. Cioccolata calda. Raviolo di burrata, pomodorino e piennolo del Vesuvio, pesto con basilico e pistacchi di Bronte. Polenta e brasato. Pasticciotto crema e amarena. Zuppa moscardini e crostini. Panino col salame. Pizza, castagne, liquore al mirtillo. Yogurt al miele e melissa. Tiramisù. Pizzoccheri, gnocchetti e sciatt (formaggio fritto). Orzotto con caprino ed erba. Ginseng con focaccia liscia, formaggio e cipolle. Trofie al pesto di Genova. Quattro salti in padella. Pane, formaggio, salsa rosa e salame. Tortelli con la coda, ricotta e spinaci. Agnolotti piemontesi con burro e parmigiano e Sagrantino. Porcini freschi con un filo d’olio. Tortellini freschi emiliani e ragù con salsiccia. Cannolo scomposto con ricotta aspromontana. Cacio e pepe. Torta di nocciole piemontesi con zabaione. Crespelle al formaggio. Babà al mascarpone. Una bottiglia di Nebbiolo. Risotto con formaggio erborinato e rapa rossa. Tramezzini al prosciutto. Crudo di Parma. Frutta secca. Banana. Purè e piselli. Tarte flambee con formaggio, pancetta e cipolla. Tiramisù in tazza. Fagioli, lenticchie e salsiccia. Bruschetta. Tortelli di zucca mantovani. Pane di Altamura. Pecorino sardo. Cotechino con lenticchie. Prosciutto e culatello. Sospiri al limone e passito di Calabria. Granita al caffè con panna e brioche. Trofie al pesto genovese e rosso del Trentino. Cipolle e peperoni ripieni, bruschette con acciughe, capponadda. Tortino al cioccolato. Lumache coi porri. Polenta e baccalà. Rianata, pizza trapanese con acciughe, pomodoro, aglio e pecorino. Piadina. Ravioli al burro. Battuta di gambero rosso, stracciatella e puntarelle. Spuma di ricotta con pistacchi e cannella. Sorbetto al mandarino. Bagna cauda piemontese, acciughe, aglio e olio. Strudel. Caffè.
(Dall’Instagram di Matteo Salvini, ministro dell’Interno)
“Gli sbarchi stanno a zero” ma le barche arrivano ancora
Arrivi ridotti del 95%. Praticamente “azzerati”, per usare una parola cara a Matteo Salvini. Ma le cose non stanno proprio come sostiene il ministro leghista. Non del tutto, almeno: i porti saranno pure chiusi, ma tra mini-sbarchi e “sbarchi fantasma” i migranti arrivano ancora.
I numeri del Viminale non mentono: dal 1° gennaio 2019 sono stati registrati 506 arrivi, a fronte dei 6.161 nello stesso periodo del 2018. Il trend è in diminuzione, per i vari motivi che tutti conoscono: i lager in Libia, dove i gli immigrati vengono torturati e a volte uccisi; i morti abbandonati in mare (il Viminale ne conta uno solo, l’Oim – l’Organizzazione internazionale per le migrazioni – 216); il pugno duro sulle navi Diciotti o Sea Watch (su cui sono anche state aperte due inchieste). In un modo o nell’altro, gli sbarchi calano. Ciò non vuol dire però che si siano “azzerati”. Basterebbe andare sulle coste meridionali, ad esempio a Lampedusa, per accorgersene.
Nell’isola siciliana, subito dopo che il leghista aveva cercato di impedire l’attracco della Mare Jonio con a bordo 50 persone, sono avvenuti altri due “approdi”: lunedì scorso una piccola imbarcazione con 23 migranti, prima un battello è stato soccorso dalla Capitaneria, con i suoi 16 passeggeri. Lo stesso era successo con la Sea Watch e la SeaEye, bloccate tra Natale e gennaio con 49 profughi, mentre da dicembre ne erano arrivati il triplo.
Si tratta dei cosiddetti mini-sbarchi: il Viminale può avere chiuso i porti per le grandi navi delle Ong, che salvano decine di profughi al largo delle coste africane per condurli al sicuro in Italia. Continuano ad arrivare però quelli che riescono a completare la traversata da soli: gommoni, piccoli battelli, imbarcazioni di ogni tipo con a bordo 15-20 migranti ciascuno. Solo a Lampedusa dall’inizio dell’anno ne hanno contati nove: pure questi confluiscono nei dati ministeriali, ma magari danno un’impressione diversa. “Ci vuole sensibilità nei confronti di chi vive ancora questa emergenza quotidiana”, spiega Totò Martello, sindaco di Lampedusa. “È evidente che siano diminuiti, ma chi parla di ‘sbarchi zero’ non dice il vero”.
Il primo cittadino di recente ha polemizzato con Salvini. Per le sue dichiarazioni, ma anche per un problema “statistico”: il sindaco Martello nelle scorse settimane ha sostenuto che gli sbarchi di Lampedusa fossero “spariti” dagli elenchi. Il Viminale non ha replicato, ma dopo la denuncia in effetti i dati hanno registrato un’impennata improvvisa: dai 335 sbandierati da Salvini a metà marzo si è passati agli attuali 506. Una “svista”, un semplice ritardo nell’aggiornamento dei numeri che però non sono al passo con la realtà. Almeno di Lampedusa. E poi ci sono gli “sbarchi fantasma”: quelli di cui nessuno si accorge, e nessuno censisce. Un aspetto da tenere in conto quando si guardano i numeri, se pure l’ultima relazione dei servizi segreti ne parlava in tono preoccupato: “Il fenomeno ha riguardato le partenze dalla Tunisia, ma ci sono trasferimenti con analoghe modalità anche sulla tratta Algeria-Sardegna. Ed evidenze dell’intelligence dicono che si è replicato pure per le partenze dalla Libia”. Così, conclude la relazione, “si aggira il rafforzato dispositivo di controllo”. E dunque le statistiche del Viminale. Quanti siano, tanti o pochi, è impossibile dirlo: per definizione gli “sbarchi fantasma” non sono registrati. Di sicuro non sono “zero”.
Il pd con alemanno, non ditelo in giro
Prima si, poi no e adesso forse. A patto che si nascondano i simboli dei partiti così nessuno può notare le capriole politiche del Pd di Vibo Valentia che, alle prossime Comunali, potrebbe allearsi con i sovranisti di Gianni Alemanno. La direzione provinciale del partito, infatti, ha deciso di entrare nella coalizione a sostegno del candidato sindaco Stefano Luciano appoggiato dal Movimento nazionale per la sovranità fondato dall’ex sindaco di Roma. A spingere per la “grande alleanza” c’è pure l’ex deputato Brunello Censore, prima bersaniano di ferro, poi renziano d’acciaio e più recentemente sponsor di Zingaretti nel Comune di Serra San Bruno dove, tra l’altro, è riuscito ad allearsi con il suo storico rivale Nazzareno Salerno, di Forza Italia, sotto processo per una brutta storia di distrazione di fondi europei destinati ai poveri. Nominato commissario del partito in Calabria, il campano Stefano Graziano bacchetta la direzione provinciale di Vibo: “Il Pd è radicalmente alternativo ai sovranisti per cui non ci sarà alcuna lista in coalizione”. Colto in flagranza, Censore si cosparge il capo di cenere: “Il Pd resta disponibile a costituire un’alleanza organica con Luciano solo a condizione che sia escluso ogni riferimento diretto o indiretto a liste sovraniste”. Come a dire: stiamo assieme ma non diciamolo a Graziano.
“Mi hanno umiliato e mandato al confino, ma la gente sta con me”
Anche se nessuno se ne è accorto, il governatore della Calabria Mario
Oliverio è stato…
Sono stato obbligato al confino. Scriva così.
Ha subìto l’obbligo di dimora nel suo paese, San Giovanni in Fiore, ai piedi della Sila.
Dal 17 dicembre al 20 marzo sono stato vittima di una grandiosa, esecrabile ingiustizia.
Ha dovuto astenersi dalle funzioni per un po’.
Ferito, umiliato, maltrattato. E per cosa poi?
La Procura di Catanzaro ha valutato esistessero gravi indizi.
Ma ha sentito il procuratore generale della Cassazione? Ha chiesto e ottenuto l’annullamento d’un provvedimento abnorme.
Obbligo di dimora.
Per un appalto di una pista di sci da 4 milioni neanche erogati. Accusato d’abuso d’ufficio. Ha dell’incredibile.
È ancora scosso.
Una processione di gente, amici, conoscenti, elettori si son stretti al loro presidente perché sanno che ha il volto e le mani puliti.
La Calabria è piena di disgrazie politiche.
A chi si riferisce?
Sbaglio o il suo predecessore è ancora in carcere?
Ma lì siamo in un’altra situazione, lì c’è una sentenza definitiva. Per me invece la faccenda è solo inquisitoria, un processo alle intenzioni.
Siamo così abituati alle brutte notizie dalla Calabria che non ci facciamo più caso.
Perché è una Regione denigrata, vilipesa, tenuta sotto il tacco. Io mi batto per rendere la pariglia. Non mi fermerò, mi opporrò con tutte le forze, spingerò perché le cose belle saltino fuori.
Obbligo di dimora.
Decaduto, prego. La libertà profuma, è una sensazione bellissima.
Ha subito tracolli psicologici, la depressione?
Niente di niente. Riempito d’affetto, ho sempre risposto alle telefonate, alle visite nel tran tran quotidiano: da casa al bar alla piazza. Ogni giorno un susseguirsi di benefiche pulsioni emotive. Un sostegno di una tale dimensione come mai mi era capitato.
Non ha perduto serenità.
Un po’ dispiaciuto. Ma la famiglia…
I suoi figli. A proposito, dove vivono?
Tre a Roma. Una in Calabria.
I giovani scappano.
È un trend da invertire.
Il futuro è nero.
Non direi. C’è tanta gente che vuole rimboccarsi le maniche, le nuove leve devono poter esprimere le migliori energie. Largo ai giovani.
Inviti anche i suoi figli a fare ritorno a casa.
Bisogna crederci, sì.
Presidente Oliverio, se dovessero dubitare della sua onestà? Se il provvedimento giudiziario dovesse instillare il dubbio che anche questo governatore….
È corrotto? Diciamocelo chiaramente: mai un euro, mezzo cent entrato nelle mie tasche. Neanche uno.
Le credo.
Assolutamente, scherziamo?
Assolutamente.
L’appalto per il quale son stato inseguito da quel provvedimento ingiusto non s’era neanche perfezionato. Soldi zero.
Eppure, e pare incredibile, dicono che lei sia un sepolcro imbiancato. Da tempo immemore al potere. Un pidino dell’eterno governo.
Io misuro ogni giorno il gradimento. Ho fatto le primarie, ho vinto. Vogliamo mettere in discussione la democrazia?
Sindaco.
Solo un anno. Di San Giovanni in Fiore, il mio Comune.
Deputato.
Per sole tre legislature.
Presidente della Provincia di Cosenza.
Due volte.
Vede? Attaccatissimo alla poltrona.
La mia vita politica tutta dedicata ai problemi della gente. È il popolo la mia stella polare. I suoi bisogni, le speranze.
Dovesse lasciare la politica?
Dovessi cosa?
Se Zingaretti le dice: Mario, fai un passo indietro.
Mi dedicherei al popolo e ai suoi bisogni.
Finora la sua amministrazione ha realizzato zero.
Zero? Il Pil è cresciuto, del turismo già ho detto.
Il turismo sanitario è cresciuto.
Sa la novità? Prima del commissariamento per gli ammalati che si curavano altrove, spendevamo 200 milioni. Ora 300.
Ospedali colabrodo.
Perché i commissari sono ancora qui? La verità è che la Calabria soffre dello stereotipo negativo della regione che spreca, della regione viziosa.
Terra del malaffare.
Sì.
Con una classe dirigente inquinata e corrotta.
Sì, tutto l’armamentario della propaganda anti-calabrese.
E purtroppo la sua vicenda… quell’obbligo di dimora.
Ho misurato la dimensione dell’ingratitudine.
I suoi avversari hanno festeggiato.
Cattiveria propria degli uomini.
Ma ora è ritornato in sella.
Libero: anima e corpo nelle funzioni, e fra la gente.
Tra il popolo e i suoi bisogni.
E le sue speranze.