Dopo il Parlamento, anche le Regioni si preparano a tagliare i vitalizi. Il governo nell’ultima manovra ha previsto di trasferire meno risorse ai territori che non procederanno alla sforbiciata e adesso dovrebbe prender forma il progetto definitivo: un ricalcolo su base contributiva di tutti gli assegni degli ex eletti nei consigli regionali. La proposta ricalca quella già in vigore alla Camera e al Senato e che è stata riproposta ai governatori dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro nonostante le iniziali perplessità della Lega. Il Carroccio aveva infatti immaginato soluzioni più soft, magari avallando le proposte delle Regioni. Il taglio, secondo i governatori, sarebbe dovuto essere una sorta di contributo di solidarietà, una riduzione a scaglioni: dal 9% in meno per i vitalizi sotto i 1.096 euro fino al 30% per gli assegni oltre gli 8 mila euro. Troppo poco, secondo il governo, in cui – dopo la solita dialettica tra gialloverdi – è passata la linea dura grillina. Giovedì si aggiornerà la Conferenza Stato-Regioni, forte degli incontri tra i ministri Fraccaro e Stefani (Affari Regionali) e dei confronti con i governatori. Al momento è stato congelato il termine del 31 marzo, entro cui le Regioni avrebbero dovuto legiferare sui vitalizi, pena il taglio di risorse statali. Meglio trovare un’intesa unica in Conferenza, anche perché la situazione di partenza è parecchio disordinata. Se ormai in tutta Italia sono stati aboliti i vitalizi per le legislature in corso, ci sono Regioni che hanno già provveduto a ricalcolare anche gli assegni degli ex e altre che si sono invece messe sulle barricate, sperando di scongiurare i tagli ai circa 3.500 aventi diritto, che oggi costano oltre 150 milioni l’anno. Uno dei casi più virtuosi è la Lombardia, dove già a dicembre la giunta ha approvato il ricalcolo contributivo dei suoi assegni da 6,4 milioni di euro, consentendo un taglio superiore ai 2 milioni di euro. Negli ultimi anni quasi tutte le Regioni, allineandosi a un’ordine del giorno della Conferenza dei parlamenti regionali del 2014, si erano attivate per introdurre contributi di solidarietà per gli ex consiglieri. In Campania e in Sicilia invece, come anche in Sardegna, gli assegni sono rimasti congelati. Non solo. A Napoli, dove ogni anno si spendono più di 10 milioni di euro in vitalizi, dal 2015 la consigliera Valeria Ciarambino (M5S) ha presentato due proposte per rivedere gli assegni, senza successo: “Ne ho pronta una terza – dice – in linea con quanto stabilito nella finanziaria”. Ma anche la Sicilia resiste: “Non li taglierò mai – ha tuonato Gianfranco Micciché, presidente dell’assemblea regionale – devono sfiduciarmi”. E poco male se ogni anno la Regione spende 18 milioni in assegni. La paura di chi protesta, oltre a quella di perdere un diritto ritenuto sacrosanto, sono i ricorsi. Ipotesi plausibile, viste le cause già avviate dagli ex parlamentari, ma che non spaventa il governo, secondo cui invece il ricalcolo sarà fatto a prova di tribunale. E di ogni barricata regionale.
“Sono dovuto tornare a Machiavelli per capire l’endemica crisi italiana”
“Ma io volevo parlare del Cinquecento…”. Alberto Asor Rosa, in uno di quei pomeriggi romani così dolci da credere che la città sia davvero eterna, si fa strattonare il giusto verso la polemica politica spicciola. Classe 1933, storico della letteratura e intellettuale che ha attraversato mezzo secolo e più di studi di italianistica e battaglia politica a sinistra, ha dato da poco alle stampe un Machiavelli e l’Italia. Resoconto di una disfatta, saggio in cui il trentennio non glorioso che va dalla morte di Lorenzo il Magnifico alla totale sottomissione della penisola alle potenze europee (1492-1530) viene raccontato alla luce dei pensieri e delle proposte del segretario fiorentino (gli uni e le altre, peraltro, completamente ignorati dai protagonisti dell’epoca). Sconfitta epocale e decisiva, che consegna per tre secoli e mezzo l’Italia alla minorità politica ed economica.
È curioso che lei abbia sentito il bisogno di tornare a una “disfatta”. Pensa di viverne una?
L’impulso originario di questo studio non riguardava la contemporaneità, ma proprio Machiavelli: l’occasione è stata il cinquecentenario del Principe (1513) che mi ha spinto a riflettere su un’opera che aveva fatto dell’Italia e del suo destino, forse più di quanto non venga detto di solito, la protagonista di un ragionamento politico di lunghezza d’onda tale da aver sfiorato anche i nostri tempi.
Professore, lei svicola…
Diciamo che più approfondivo questa componente del discorso machiavelliano più mi sembrava decisiva. Il nesso, su cui insisto molto, tra l’ultimo capitolo del Principe (un’esortazione a “redimere” l’Italia, ndr) e alcuni dei capitoli precedenti, in cui vengono poste le premesse di quella conclusione, mi spingevano a riflettere su una durata lunghissima del processo che si determina a partire da quel trentennio e in qualche modo arriva fino ai nostri giorni.
Lei ha scritto che “i classici sono sempre radicali” perché “vanno alla radice delle cose”. Cosa ci dice Machiavelli delle nostre radici?
Che la crisi della statualità italiana può essere definita un fatto endemico e strutturale. Machiavelli e il suo amico Guicciardini, ad esempio, apologizzano il periodo laurenziano, quello precedente la crisi, durante il quale per le virtù di Lorenzo il Magnifico l’Italia, ancorché divisa, era stata in equilibrio e in pace. Ma le radici della crisi stanno proprio lì, lì matura la disfatta. Anche andando più indietro ci sono casi simili: lo stesso Machiavelli cita il momento in cui i Longobardi si costituiscono in regno e il papato, timoroso di perdere autonomia, chiama Carlo Magno che, sconfiggendoli, rimette l’Italia nella sua posizione di strutturale disunione.
La sconfitta di inizio Cinquecento ha, però, un suo carattere decisivo.
Machiavelli, in sostanza, propone ai principi italiani di tentare di mantenere l’equilibrio e la pace in presenza di una spinta egemonica sempre più pressante delle nazioni europee avanzate. Questo non riesce e, d’altronde, non poteva riuscire: l’Italia a quel punto resta in una condizione di sottomissione e disunione politica e persino culturale per ben tre secoli e mezzo.
Quel problema però, le ha obiettato lo storico Galli della Loggia, non è endemico, finisce col Risorgimento: l’Italia si fa Stato.
Certo che c’è una forma di riscatto grazie al Risorgimento e alle sue “armi proprie”. Osservo però che nella nostra storia ci sono due momenti in cui le forze della disunione arretrano e sono Risorgimento e Resistenza: entrambe però, ma qui la discussione si allargherebbe all’infinito, dopo un certo numero di anni finiscono per riproporre la disunione come costante italiana.
Cacciari ha attribuito questa crisi endemica alla mancanza di una religio civilis.
Cacciari ci mette dentro, più di quanto farei io, elementi di tipo ideologico e psicologico-politico, ma diciamo la stessa cosa: nella coscienza dei cittadini italiani l’unità del Paese non è avvertita come un fatto necessario alla sua sopravvivenza. Machiavelli, in un momento di crisi acuta, ha eroicamente cercato di sovvenire all’assenza di questo spirito comune. Fallendo.
Il Novecento, con Gramsci, è stato il secolo in cui il moderno principe sono stati i grandi partiti popolari. In Scrittori e Massa, però, lei sostiene che il popolo, come costruzione politica nazionale e popolare, è scomparso.
Da qualche anno mi sforzo di spiegare, peraltro inutilmente, che è scorretto parlare di popolo perché il popolo, compreso quello di cui parlai in Scrittori e Popolo oltre 50 anni fa, non c’è più. Il popolo è un organismo dotato di una sua molteplice identità che non esclude una conflittuale unità. Nel popolo c’è la borghesia, la piccola borghesia, il proletariato di fabbrica, i contadini e così via: le diverse parti sono in conflitto, ma l’insieme è identitario. La mia tesi è che questa cosa sia venuta meno: ciò con cui abbiamo a che fare è piuttosto un insieme di individui che si riconoscono affini per macro-forme di identificazione e interessi. Ovviamente la massa ha un rapporto sommario e primitivo con l’idea di nazione e può essere governata con approssimazioni ideologiche che a quell’idea si riferiscono, ma in realtà ne prescindono.
Quando avviene questo passaggio?
Restando alla formula gramsciana, in Italia la Resistenza costruisce una realtà politica unitaria al cui centro sono i grandi partiti, moderno principe. Questa funzione viene meno nel corso degli anni 80 e 90 quando i partiti popolari, per motivi che sarebbe lungo spiegare, escono di scena e si affermano forze fondate sulla disunione e sull’affermazione solitaria del capo.
Parliamo della sua parte politica. Nel suo Il popolo perduto Mario Tronti scrive: “Il dramma, almeno per me insopportabile, è in una sinistra di benpensanti e una destra di nullatenenti”, è “stare con chi alle nove entra all’Auditorium contro quelli che alle sei escono di casa”.
Consento di sicuro con Tronti quando pensa che questo non sia accettabile, ma la situazione è questa, inutile recriminare: se la sinistra rimane questa è quasi naturale che resista solo nei ceti abbienti.
Resterebbe il “che fare?”…
Ma non dovevamo parlare del Cinquecento?
Facciamo rispondere Machiavelli?
Niccolò ha fallito su quasi tutto, anche se rispondesse…
Allora resta lei.
La dico così: esiste una dimensione dell’interesse economico che la sinistra ha messo tra parentesi. Mi spiace scendere a questi livelli, ma basta verificare quali sono stati i programmi e le parole d’ordine di un signore chiamato Matteo Renzi per rendersi conto di come la sinistra abbia perso presa sui ceti popolari. È il sociale che va affrontato di nuovo economicamente, culturalmente e, se posso dire così, persino antropologicamente.
Che intende?
Bisognerebbe che gli uomini della sinistra assomigliassero di più ai loro interlocutori popolari, invece ne sono così diversi come cliché umano che è difficile pensare che riescano a superare questa barriera. Ma li guardi: come si muovono, come parlano…
Concludendo, nel libro c’è come un’aria di famiglia: come se lei si fosse identificato nel segretario fiorentino.
Ma questo è inevitabile quando si studiano personaggi di questa altezza. Per Machiavelli, poi, provo una simpatia straordinaria.
Perché?
Capiva tutto e le ha prese, ma tante, fino in fondo.
La mozione Lega-M5S sull’oro di Bankitalia: “Chiarire di chi è”
Continuail balletto sull’oro depositato in Banca d’Italia. La faccenda è in teoria semplice. La legge dice che la banca centrale ha in gestione i lingotti e li amministra. Se ne dedurrebbe che la proprietà è appunto dello Stato, ma persino una recente lettera di Mario Draghi in risposta all’europarlamentare della Lega Marco Zanni mantiene in piedi l’equivoco. Per questo un ddl presentato dal leghista Borghi proponeva un’interpretazione autentica della legge – l’oro è dello Stato e Banca d’Italia lo gestisce nell’ambito del sistema Bce – che però viene presentato sui media come il tentativo di usare quell’oro per coprire spese già a bilancio (cosa, peraltro, impossibile per legge anche fosse approvato il ddl Borghi). Ora il nuovo capitolo di “le mani sull’oro di Bankitalia” arriva con la mozione di maggioranza in Senato (primi firmatari la grillina Bottici e il leghista Bagnai) che impegna il governo a “definire l’assetto della proprietà delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia nel rispetto della normativa europea” e ad “acquisire notizie” sui lingotti detenuti all’estero e sulle “modalità per l’eventuale loro rimpatrio” (operazione già realizzata da Germania e altre nazioni negli anni scorsi). Si vota mercoledì.
Casellati avalla i timori, Fraccaro prova a rassicurare
“Condivido la preoccupazione del presidente Mattarella perché la normativa sulla Commissione d’inchiesta di vigilanza sulle banche deve essere come ogni altra interpretata. E vista la delicatezza della materia occorre che ciò avvenga rigorosamente, dentro il perimetro delineato dalla Costituzione, sia per quello che riguarda l’autonomia delle autorità di vigilanza, sia per quello che attiene alla libertà di iniziativa economica degli enti bancari, che sono istituti di diritto privato”. Lo sottolinea la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, intervistata da Repubblica. “Diversamente – prosegue – io ritengo che il rischio possa essere quello di una destabilizzazione dei risparmiatori e di una pericolosa ricaduta sui mercati finanziari”. Le risponde il ministro per i Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro (M5S) dalle colonne del Corriere della Sera: “Il presidente della Repubblica ha espresso dei principi del tutto condivisibili, che rappresenteranno un orientamento importante per la commissione d’inchiesta”, ma “i membri della commissione agiranno nel pieno rispetto delle norme, delle proprie prerogative e di quelle altrui”.
Le giravolte degli inquisitori sul credito
Come cambiano in fretta certe cose. Il Partito democratico nel 2017 promuove una commissione di inchiesta sulle banche, essenzialmente per scaricare tutte le colpe delle crisi dal 2015 in poi su Bankitalia e Consob e assolvere il governo (finirà per essere un suicidio politico, perché in Parlamento emergerà, tra l’altro, l’attivismo dell’allora ministro Maria Elena Boschi per far salvare la banca del padre). Oggi il Pd dice con un una nota ufficiale che “condividiamo le preoccupazioni del presidente Mattarella” sulla nuova commissione di inchiesta promossa da Lega e M5S.
Forza Italia, che al giro precedente era scatenata nel tiro al bersaglio su governo e autorità di vigilanza (Brunetta era incontenibile), ora paventa che l’organismo di inchiesta sia usato “come una clava”, dice Maria Stella Gelmini. Ovviamente gran parte di questi allarmi svanirebbero se la presidenza della commissione di inchiesta andasse a uno dei partiti di opposizione oggi così preoccupati.
L’unico che sta sempre dalla stessa parte è Pier Ferdinando Casini: “Con questa nuova commissione ci sarebbe un controllo parallelo che lederebbe l’autonomia della vigilanza”. Di quella vecchia Casini era il presidente: con i suoi modi felpati ha sempre troncato e sopito, quando necessario, fino ad arrivare a una relazione conclusiva che è riuscita a scontentare tutti senza far arrabbiare nessuno. Casini, anche grazie a quello stile di presidenza, ha ottenuto una candidatura e un seggio nel centrosinistra (il suo partito, l’Udc, si era estinto).
Anche la Lega oscilla, prima arrembante verso Bankitalia, poi cauta, poi di nuovo aggressiva, oggi Salvini cerca di stare in equilibrio: “Un conto è l’autonomia di Banca d’Italia che nessuno mette in discussione, un altro è la mancanza di responsabilità”. E intanto intima al ministro Tria di firmare il decreto per i rimborsi ai truffati su cui c’è (o almeno c’era) il veto della Ue. Per ora, Tria non firma.
Dàgli ai 5Stelle: manuale da talk
Ti hanno invitato a un dibattito? A cena si parla del governo? Al bar non ti danno il cappuccino se prima non dici come la pensi su Paola Taverna? Niente paura: corri in edicola e acquista Come parlare sempre male dei 5Stelle anche se in realtà stai parlando di filosofia teoretica. Autori vari, Edizioni Carofiglio Umile, costo 180 euro (però ben spesi).
È un libro irrinunciabile, che parte dall’unico assioma della politica attuale: i 5 Stelle hanno torto anche quando hanno ragione. Oppure, se preferite, “i grillini ci hanno la rogna”. È un po’ la versione nostrana del noto paradosso di Edward Lorenz: “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?”. Oggi la frase è diventata così: “Può un ruttino di Mario Giarrusso provocare la Terza guerra mondiale?”. La risposta è “sì”, perché l’unica certezza nella vita è che i 5 Stelle sono il Male e il Pd il Bene.
Ce lo ha ricordato due giorni fa a Otto e mezzo
anche Alessandro De Angelis, autoproclamatosi “quirinalista” per mancanza di prove, che mentre si parlava di quel troiaio del Congresso delle Famiglie di Verona (su cui la pensa come i 5Stelle, ma non può dirlo), ha buttato la palla in tribuna dicendo che “però il M5S ha appoggiato il dl Salvini e la legge sulla legittima difesa, quindi sta uccidendo i diritti”.
Tutte cose che in quel momento non c’entravano nulla, e dunque per De Angelis andavano benissimo. Raggiungere il talento dei “sermonisti” catodici oggi di moda non è facile, ma il libro vi aiuterà a muovervi nell’agorà politica con esempi concreti. Eccone tre.
Sessismo e Toninelli. I 5Stelle si stanno battendo per aumentare le pene sul femminicidio, varare una legge ad hoc
sul revenge porn
e contrastare i troppi Gandolfini. Però non si può dire, perché i grillini sono – per antonomasia – omofobi e sessisti: garantiscono Cirinnà e Costantino della Gherardesca. Quindi, se qualche odioso Travaglio vi sta ricordando alcune mosse in apparenza condivisibili dei 5Stelle, voi non fidatevi. E spostate subito a caso il tema del dibattito. Tipo: “Sì, però 18 anni fa mi hanno detto che Toninelli guardò il culo di una ragazza mentre faceva la fila per comprare due etti di migliaccio in una macelleria di Crema, quindi è sessista. C’era anche Severgnini che può confermare”. Se lo direte, non mancherà una Marianna Aprile ad applaudirvi, per aggiungere poi che (testuale) “i 5Stelle hanno un’idea ancillare della donna”.
Povertà e Di Maio. Non conta nulla che i 5Stelle abbiano varato Decreto Dignità, reddito di cittadinanza e (si spera) salario minimo, tutte cose che se le avesse fatte Zingaretti oggi Giannini lo paragonerebbe come minimo a Bordiga. Non conta: i grillini restano – per antonomasia – fascisti e schiavisti. Quindi, anche qui, dovete spostare l’attenzione. Per esempio: “Queste sono armi di distrazioni di massa della propaganda grillina. La verità è che Di Maio, quando faceva il bibitaro, una volta rubò una Zigulì allo stadio ed è stato proprio il mancato gettito di quell’acquisto a provocare la crisi mondiale”. Se poi aggiungerete che a 17 anni Di Maio trafugò pure un UniPosca in una tabaccheria di Afragola “ed è per questo che oggi mancano le coperture”, Giannini vi erigerà una statua equestre.
Corruzione e Bonafede. La Spazzacorrotti è (più o meno) quella legge che milioni di elettori avrebbero voluto dal centrosinistra nell’infinito lasso di tempo intercorso tra il 1994 e il 2018, ma anche questo non si può dire. Quindi confutate tutto, possibilmente senza argomenti. Tipo: “La deriva giacobino-grillina è un pericolo per le libertà faticosamente conseguite col sangue dei nostri avi”. Pausa. Poi (con l’aria di un Augias che ti rivela il senso della vita): “Mio nonno era partigiano con Pertini. Fu proprio Sandro, durante i lunghi anni della prigionia, a dirgli che il problema del Paese non era il fascismo bensì Bonafede. Che non era ancora nato, ma già rompeva i coglioni”.
Cosa aspettate? Comprate il libro e, nel dubbio, date sempre la colpa ai 5Stelle: i tanti Zucconi, nel senso di Vittorio (ma forse non solo), ve ne saranno grati.
“Mattarella ha seguito l’esempio di Napolitano”
La lettera del Quirinale che è tutta un paletto l’ha trovata “puntigliosa e puntuale”. Ma anche la spia “di un cambio di passo”. Perché per il costituzionalista Michele Ainis, docente di Diritto pubblico all’Università di Roma Tre, membro dell’Autorità garante del mercato, la missiva inviata da Sergio Mattarella ai presidenti delle Camere sulla Commissione d’inchiesta sulle banche rappresenta “l’avvio di una seconda fase della sua presidenza”. Tale da avvicinarlo al suo predecessore, Giorgio Napolitano.
Cosa intende con seconda fase?
Va osservato che nella prima parte della sua presidenza, Mattarella esercitava la cosiddetta moral suasion in via ufficiosa, a differenza di Napolitano che vi aveva spesso fatto ricorso in via pubblica. Ma questa lettera sulla commissione d’inchiesta espone pubblicamente il presidente, che di fatto si è messo in gioco. E c’è anche altro. Perché questa lettera rappresenta una sorta di tertium genus, di terza via.
Ovvero?
La Costituzione prevede che il presidente della Repubblica debba promulgare una legge entro 30 giorni dal suo ricevimento, oppure rinviarla alle Camere. Ma questa norma si è rivelata talvolta una camicia troppo stretta. E in questo caso Mattarella ha adottato appunto una terza via, facendo ricorso a una sorta di promulgazione con riserva. Ovvero ha promulgato la legge, ma allegando una lettera con una serie di paletti, con cui esercita la moral suasion.
È una novità?
No, il primo ad adottare questa soluzione era stato proprio Napolitano.
In questo modo il Colle non rischia di esondare dai propri poteri, condizionando troppo i partiti?
No, anche perché è vero che i poteri devono essere separati tra loro, ma lo Stato non può essere una macchina fatta da compartimenti stagni. E il suo olio deve essere la collaborazione.
Però siamo su un crinale sottile, quello che divide la funzione di arbitro del Colle dall’autonomia del Parlamento.
Sì, ma non trovo che questa lettera lo incrini. La correttezza costituzionale vorrebbe che i partiti tenessero conto delle indicazioni del Quirinale. E poi le commissioni d’inchiesta sono già di per sé un uscire fuori della politica dal proprio mestiere. Certo, sono previste dalla Costituzione, ma dovrebbero essere create in via eccezionale, e invece si sono moltiplicate nel corso degli anni. E va detto che ogni commissione suona come un atto di sfiducia nei confronti della magistratura.
Costituzione alla mano, la commissione d’inchiesta ha gli stessi poteri dei magistrati. Ma in un passaggio della lettera, Mattarella rimarca: “L’inchiesta non deve influire sul normale corso della giustizia ed è precluso all’organo parlamentare l’accertamento delle modalità di esercizio della funzione giurisdizionale e le relative responsabilità”. Riscontra una contraddizione con la norma?
Non direi. Credo che il Quirinale volesse ricordare come la commissione non possa emanare sentenze di colpevolezza o assoluzione.
Su Repubblica, la presidente del Senato Casellati ha sostenuto: “Mi sembra opportuno che i componenti della commissione siano scelti tra esperti del settore”. E il deputato di LeU Stefano Fassina ha protestato: “Non è compito della presidenza del Senato o della Camera dare indicazione sui curricula”.
Casellati auspica che vadano in commissione persone consapevoli del tema. E non mi pare irragionevole.
Ma i partiti potrebbero in autonomia scegliere elementi di capacità politica piuttosto che tecnica, no?
Certo, e non sempre una laurea è garanzia di competenza e valore. Ma tendenzialmente sarebbe più giusto che ognuno facesse il proprio mestiere, come dicevamo prima.
I tentativi (falliti) del Colle di fare lo scudo anti-spread
Sergio Mattarella ha molte qualità, ma non quella di sapere come si rassicurano i mercati: con il suo veto sulla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia nel giugno scorso il capo dello Stato aggravò il panico da spread, con il messaggio che accompagna il via libera alla nuova Commissione di inchiesta sulle banche (in sintesi: attenti a non esagerare) segnala agli investitori il pericolo che l’indagine parlamentare si trasformi in un rodeo capace di aggravare le probabili tensioni finanziarie dopo le Europee.
LA COMMISSIONE. “Non è in alcun modo in discussione il potere del Parlamento di istituire commissioni di inchiesta, ma non può passare inosservato che questa volta viene previsto che la Commissione possa analizzare la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento”, scrive Mattarella nel messaggio con cui avvia la Commissione. Il suo timore: “Queste indicazioni, così ampie e generali, non devono poter sfociare in un controllo dell’attività creditizia”. Non si vede come una commissione parlamentare possa controllare il credito. Ma questa è solo l’ennesima toppa di Mattarella che finisce per allargare il buco che vorrebbe chiudere. Adesso gli investitori sono preoccupati più dall’allarme di Mattarella che dalla commissione stessa, ora che il presidente ha fatto capire di essere preoccupato e che ha messo un veto (esplicito? informale? inesistente? la moral suasion è confusa) sulla nomina del giornalista e deputato M5S Gianluigi Paragone alla presidenza.
LE RICADUTE. I timori di Mattarella sono comprensibili: queste commissioni si sa come cominciano, ma non come finiscono. La tempistica evoca scenari foschi: elezioni europee a maggio, una legge di Bilancio complicata in autunno (già ora mancano 18 miliardi di privatizzazioni e 23 di clausole di salvaguardia). La Commissione potrebbe partire dagli abusi più evidenti, da Veneto Banca a PopVicenza e Etruria, ma poi arrivare a livelli più elevati. Nel mirino finirà certamente Margrethe Vestager, la commissaria Ue alla Concorrenza che bloccò l’uso del fondo interbancario Fitdt per salvare le quattro banche fallite nel 2015 e che ora è stata sconfessata da una sentenza della Corte di Giustizia. La Vestager è la candidata coperta dei partiti europeisti come presidente della prossima Commissione europea, per Mattarella sarebbe imbarazzante vederla al centro della corrida parlamentare. Non parliamo poi di Mario Draghi: il presidente della Bce non è stato convocato dalla precedente commissione parlamentare di inchiesta. Il suo ruolo prevede che risponda al Parlamento europeo, non a quelli nazionali. Draghi non è stato sentito neppure nel processo di Trani che ha provato, senza successo, a dimostrare manipolazioni da parte delle agenzie di rating nella crisi 2011. È chiaro che Mattarella sia preoccupato: ci manca solo che nel pieno dei delicatissimi negoziati sulla legge di Bilancio qualcuno nella commissione parlamentare cominci a discutere se mettere sotto accusa il garante della stabilità dell’euro, che in autunno lascerà la Bce.
I PASTICCI. Le aspirazioni di Mattarella a farsi garante della stabilità, però, finiscono spesso per ottenere risultati opposti. A ottobre scorso, per esempio, Mattarella incontra Draghi al Quirinale nel pieno dei negoziati sulla legge di Bilancio tra governo e Commissione Ue. Un incontro istituzionale come tanti sul quale il presidente della Bce mantiene l’usuale riserbo. Eppure la notizia finisce sui giornali (fonti del Colle?) col risultato che si scatena una polemica breve ma intensa su presunte interferenze di Draghi nel processo decisionale italiano.
Mattarella, poi, nel 2017 aveva dato il suo assenso alla sostituzione di Visco a Bankitalia. Come conferma Paolo Gentiloni nel suo libro La sfida impopulista, il cambio a Via Nazionale era stato già avviato con discrezione. Poi Matteo Renzi decise di scatenare i suoi del Pd all’attacco del governatore e a quel punto, scrive Gentiloni, “per me diventava impossibile non confermarlo”.
LE NOMINE. Indecifrabili, poi, viste dai mercati, altre mosse di Mattarella: era favorevole o contrario alla nomina del candidato M5S alla Consob, Marcello Minenna? E se era contrario, perché poi ha avallato la scelta dello stesso Paolo Savona che un anno fa considerava pericoloso? E che senso ha avuto la sua posizione sulle nomine nel direttorio di Bankitalia? Prima il capo dello Stato esprime la sua irritazione al premier Giuseppe Conte perché il governo ha fermato la riconferma del vicedirettore generale Luigi Federico Signorini, poi il Quirinale avalla non solo la cacciata di Signorini, ma pure quella del direttore generale Salvatore Rossi, sostituito da Fabio Panetta.
I PRECEDENTI. Gli investitori, poi, non hanno scordato che al culmine dell’impasse politica del giugno 2018 il governo tecnico impostato dal Quirinale intorno a Carlo Cottarelli avrebbe ottenuto in Parlamento zero voti. Un precedente che ora fa sembrare poco plausibile qualunque alternativa tecnocratica. Mattarella, insomma, teme i mercati ma finora non è riuscito a essere un loro interlocutore efficace. Così come non ci è riuscito il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che per mesi ha promesso a tutti numeri molto diversi da quelli poi approvati dal governo. E ora, delegittimato da Lega e M5S, potrebbe cercare riparo a Bruxelles come Commissario europeo. In caso di forti tensioni sui mercati in autunno, l’Italia potrebbe trovarsi per la prima volta senza scudi istituzionali.
Il manager moderato (e amico di Carrai) per sfidare Nardella
Un candidato vicino al mondo cattolico fiorentino e che molti, nella base leghista, giudicano troppo vicino anche a quello renziano. Il manager Ubaldo Bocci è il candidato del centrodestra alle elezioni amministrative di Firenze: 57 anni, fiorentino doc, può contare su una fitta rete di relazioni in città. In primis è molto amico del braccio destro di Renzi Marco Carrai (era anche al suo matrimonio del 2014) e dal 2016 sedeva, anche se ora si è dimesso, nel cda di Radio Monte Serra su nomina diretta dell’arcivescovo Giuseppe Betori. Fino a pochi giorni fa Bocci è stato Presidente di una fondazione (Unitalsi) che, oltre a trasportare i malati a Lourdes, si occupa da sempre di progetti per l’integrazione dei migranti e che professa il multiculturalismo. E questo ha fatto emergere non pochi dissapori nella base leghista che avrebbe preferito un candidato più di battaglia per sconfiggere il renzianissimo Dario Nardella. “Bocci ha posizioni lontane dai sovranisti” ha detto ieri al sito di Firenze il senatore Achille Totaro. Intanto lunedì, per sostenere Bocci, a Firenze arriverà Matteo Salvini con un obiettivo: far digerire alla base il nome del manager moderato.
Voto in vista: la fatica di B., l’astro Carfagna e il gelo con Toti
“Queste sono pazze… Non gli hanno messo vicino nemmeno una bottiglia d’acqua…”. Lo sfogo di Stefania Prestigiacomo a fine comizio la dice lunga su quanto sia alta, in Forza Italia, la preoccupazione per i due mesi di una difficile e faticosa campagna elettorale per Silvio Berlusconi. L’ex Cavaliere, reduce da due ricoveri al San Raffaele, tiene botta, parla per un’ora filata, a braccio, ma è affaticato, chiede un bicchier d’acqua. Siamo a Roma, al Palazzo dei congressi all’Eur, dove va in scena l’assemblea nazionale di Forza Italia per lanciare la corsa europea con un nuovo simbolo (sempre quello forzista in realtà) e un vecchio leader. La sala è piena, la folla lo acclama: “Silvio! Silvio!”. “Sono commosso. Dopo 25 anni siamo ancora qui, indispensabili per la democrazia”, dice l’ex premier. Che parla molto di Europa, di Ppe, di Cina, come sempre di giustizia, di 5Stelle (“comunisti da strada”), ma neanche una parola su Salvini. L’affondo sull’alleato lo lascia a Mara Carfagna. “Non ci può essere un governo di destra sovranista senza il contrappeso di FI. Lega e FdI volevano svuotarci ma hanno fallito. Per noi è il tempo del coraggio, anche quello di gestire alleati riottosi e provocatori”, dice la vicepresidente della Camera, applauditissima e contesa dai militanti per i selfie, da leader in pectore. Il padrone di casa, Antonio Tajani, fa meno breccia, ma raccoglie truppe ampie e variegate: dal figliol prodigo Maurizio Lupi (che saluta Formigoni) a Mario Baccini (“darò una mano”). In prima fila spicca il bianco accecante del tailleur di Francesca Pascale. Non pervenuto, invece, Giovanni Toti. “La nostra pazienza è finita…”, dice di lui Berlusconi. “A essere finita, e da tempo, è la pazienza degli elettori”, la risposta del governatore ligure. L’obiettivo è il 10%, sotto si rischia. Ma gli impegni di B. andranno gestiti. “Saranno i 5Stelle a far cadere il governo, per non sparire. Quando accadrà, Salvini con noi dovrà parlare”, chiosa, uscendo, Stefano Caldoro.