Lega, il congresso si fa dopo le Europee

La lunga marcia di Matteo Salvini per trasformare il Carroccio in partito nazionale è a una svolta. Il ‘Capitano’ sarebbe pronto a convocare il congresso dopo le elezioni europee di maggio, su cui si lavora pancia a terra. Ma nel frattempo più di qualcosa si muove sul fronte organizzativo: si sono dimesse le segreterie regionali della Lega nord, mentre sono in continuo aumento le erogazioni che i parlamentari eletti il 4 marzo stanno facendo a suon di bonifici di 3000 euro a favore della ‘Lega per Salvini premier’. Che ha uno statuto suo già dalla fine del 2017 quando con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale è formalmente nata l’associazione che ha per finalità “la pacifica trasformazione dello Stato italiano in un moderno stato federale e che promuove e sostiene la libertà e la sovranità dei popoli a livello europeo”. E che rientra tra i movimenti politici iscritti nel registro nazionale previsto dalla legge del 2014 che disciplina gli obblighi di trasparenza in materia di contributi ai partiti. Lo statuto in questione ricalca quasi perfettamente quello della Lega nord ma prevedere tra le sue articolazioni territoriali 22 regioni (le 20 regioni italiane più Alto Adige Sudtirol e Romagna) e non più le 13 ‘Nazioni’ che nello statuto del 2015, erano sovrapponibili alle sole regioni del Nord e del Centro.

Ma intanto la Lega nord è ancora viva e vegeta: sono in stampa le tessere che verranno inviate agli iscritti entro un paio di settimane. C’è chi suggerisce che questo sia propedeutico per il congresso che potrebbe essere chiamato a modificare lo statuto che attualmente prevede l’espulsione per chi aderisca ad altri partiti o associazioni e che impedirebbe agli iscritti del Carroccio di prendere la tessera del nuovo soggetto politico. Ma in realtà sul percorso per approdare alla formalizzazione di una Lega nazionale e non più territoriale, senza irritare i magistrati che si occupano delle pendenze giudiziarie del partito, è buio fitto.

Nel frattempo è in corso una ristrutturazione del movimento in tutta la penisola, da nord a sud, isole comprese. Lo schema è lo stesso o quasi, dappertutto. Lo ha spiegato Christian Invernizzi che Salvini ha spedito come emissario in Calabria: in ogni regione una cellula che resterà in carica fino ai congressi, composta da due politici e un commercialista. Ma la ‘rivoluzione del buonsenso’, come ama definire Salvini la sua missione destinata a riguardare l’Italia ma pure l’Europa, è costretta a fare i conti anche con le picciolerie della politica politicante. Tant’è che le voci sulla rimozione degli attuali dirigenti del Movimento nel Lazio, dove il coordinatore è Francesco Zicchieri e l’altro uomo di peso è il sottosegretario, Claudio Duringon hanno determinato una piccola bufera che ha richiesto l’intervento di Salvini in persona. “Nel Lazio possiamo rivendicare con orgoglio risultati importanti: contiamo ormai su oltre 500 amministratori locali. Avanti così con gli attuali dirigenti. Ogni voce diversa è frutto solo di invidia o fantasia”, ha dovuto chiarire il leader leghista per stoppare l’idea che l’arrivo a Roma di Daniele Belotti equivalesse a sconfessare l’attuale dirigenza laziale. Pure i Capitani capita di dover camminare sulle uova.

In Piemonte corre Cirio, l’uomo di Rimborsopoli

“Era leghista nel Pleistocene!”, scoppia in una risata Riccardo Molinari, torinese, capogruppo del Carroccio alla Camera. Alberto Cirio non è più uno dei loro, ma in fondo va bene. È la zampata di Silvio Berlusconi che lo ha voluto con tutte le sue forze e lo ha chiamato personalmente per dargli la notizia: “Sarai tu il candidato del centrodestra alla Regione Piemonte”. Già, l’ex Cavaliere non poteva cedere anche qui, dopo che Friuli, Veneto e Lombardia sono andati a Matteo Salvini. E anche in Liguria c’è Giovanni Toti che un giorno sì e l’altro pure si fa fotografare a tavola con il leader leghista durante i suoi weekend in Riviera.

La Lega ha tentato una blanda resistenza, ha tirato fuori un’inedita faccia giustizialista: “È indagato per la Rimborsopoli della Regione Piemonte” (in caso di condanna in primo grado scatterebbe la Severino). Ma l’arma era spuntata. Per Cirio i pm hanno chiesto l’archiviazione. I magistrati gli contestavano 30 mila euro di spese (che Cirio, pur ritenendole lecite, ha promesso di restituire), tra ricariche telefoniche, tipografie e sito internet. “E poi”, come dice un esponente di Forza Italia che chiede l’anonimato, “come fa la Lega a parlare di Rimborsopoli quando figure di spicco come Molinari sono state condannate in appello (dopo un’assoluzione in primo grado e in attesa della Cassazione, ndr)?”.

Così Berlusconi ha tirato fuori la sua malizia: ha scelto Cirio, che è di Forza Italia, ma ha un passato (remoto) leghista. Parliamo degli anni 90, all’epoca di Domenico Comino, ministro di Berlusconi. Perché tanta passione per Cirio? Probabilmente non perché, come ha scritto orgogliosamente nel curriculum, è stato presidente della bocciofila di Alba. Cirio, come Toti, è un azzurro-leghista. Così si scongiura il rischio che Salvini corra da solo. Allora lasciamo che sia proprio Molinari a fare un ritratto – vagamente mefistofelico – del neo-candidato: “È una persona in gamba. Un amministratore di lungo corso”. Lo scrive anche Cirio nel suo curriculum dalle mille cariche: per dieci anni vice-sindaco di Alba, poi consigliere regionale all’epoca della giunta di centrosinistra di Mercedes Bresso, quindi assessore regionale con il leghista Roberto Cota. E infine eurodeputato per Forza Italia. In mezzo altre cariche tra Fiera del Tartufo e Nuovo D.O.C. di Alba; è il suo serbatoio elettorale, il mondo della piccola impresa agricola.

Un azzurro che strizza l’occhio a Salvini&C.. Vedi la foto a braccetto con Viktor Orban (l’ungherese con il solito piglio da duro e Cirio tutto un sorriso): “Il Parlamento Europeo – scrive il neo candidato in un messaggio social – ha appena approvato le sanzioni contro l’Ungheria per le politiche di Orban contro l’immigrazione. Io naturalmente ho votato contro perché credo che Orban abbia agito bene! Un Paese ha infatti il dovere e non solo il diritto di difendere i suoi confini ed i suoi cittadini! L’avesse fatto prima anche l’Italia oggi sicuramente andremmo meglio. Questo voto mi ha sconcertato e mi chiedo francamente, ma un’Europa che ragiona così dove vuole andare?”.

Insomma, il candidato dovrebbe andare più che bene a Salvini. Del resto – come racconta il sito Lo Spiffero, molto ben informato sulla politica piemontese – Cirio ha preparato la candidatura come un maratoneta, partendo da molto lontano. Addirittura sostenendo Toti alle elezioni liguri del 2015. Certo, una battaglia serrata, perché nel centrodestra piemontese la concorrenza era tosta. Soprattutto nella zona di Cuneo e Alba, serbatoio un tempo democristiano e oggi leghista. A cominciare da Guido Crosetto di Fratelli d’Italia (che ha declinato). Un confronto che parte da lontano. Nel 2012 mezza provincia di Cuneo fu tappezzata di manifesti di un fan del politico azzurro: “Crosetto parla ma non ha fatto nulla. Cirio, anche lui parla, ma almeno qualcosa sta facendo”.

Di Battista riparla: “Non mi candido, scriverò e viaggerò”

Conferma che non si candiderà alle Europee, e annuncia: “Mi sono iscritto a un corso di falegnameria a Viterbo, e voglio continuare a conoscere il mondo. Sto scrivendo un libro, edito dalla casa editrice del Fatto, e voglio chiamarlo Politicamente scorretto”. Così in un video su Facebook Alessandro Di Battista ha rotto il silenzio durato oltre 40 giorni. “Mi mancano le piazze e gli attivisti – sostiene l’ex deputato del M5S – però devo seguire la mia strada. Quando sono tornato dal viaggio in Centro America il Movimento mi ha chiesto di dare una mano, e ho subito detto di sì perché nella mia vita ho difficoltà a dire no e per la paura di deludere tante persone”. Però Di Battista non vuole continuare: “Mi sono reso conto che non si possono fare le cose per paura di deludere gli altri. Allora ho riflettuto e ho deciso di non candidarmi”. Ma l’ex eletto fa anche passaggi politici: ”Al M5S suggerisco di adottare una linea di politica estera dura: deve supportare il diritto delle popolazioni di stare a casa loro“. E attacca Matteo Salvini: “La stampa lo ha scelto, lo adora, perché la Lega è la speranza di vedersi garantiti i finanziamenti pubblici alla stampa, la reintroduzione della pubblicità per le aziende del gioco d’azzardo”.

Vaccini, emendamento gialloverde per togliere il divieto di ingresso a scuola

È ancora polemica sui vaccini: nella giornata di ieri è stato infatti presentato in commissione Sanità un emendamento alla riforma della legge Lorenzin in discussione in Senato per eliminare l’obbligo di presentazione delle certificazioni vaccinali ai fini dell’accesso alle scuole dell’infanzia (nido e asilo). La modifica firmata da Maria Cristina Cantù (Lega), Pierpaolo Sileri (M5S) e Sonia Fregolent (Lega) – rispettivamente, vicepresidente, presidente e membro della commissione di Palazzo Madama – in sostanza abroga uno dei capisaldi della legge approvata nel 2017.

Secondo la legge Lorenzin, in assenza di documenti in grado di confermare le avvenute 10 vaccinazioni obbligatorie (anti-poliomelitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti Haemophilusinfluenzae tipo B, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella) asili e asili nido avrebbero dovuto impedire l’ingresso agli studenti: una misura nata per creare la cosiddetta “immunità di gregge” nelle classi, ma che ha finito per alimentare non poche polemiche. Come nel caso del bambino non vaccinato che era stato isolato in una stanza in un asilo privato di Ivrea o di un suo coetaneo del Ravennate lasciato alla porta da una scuola per l’infanzia.

In entrambi casi, e in molti altri del genere sparsi per la penisola, i genitori si sono mobilitati per presentare ricorso contro il presunto abuso di potere. Ora i gialloverdi fanno un passo nella direzione di quell’elettorato che avevano corteggiato in campagna elettorale: la mancata certificazione vaccinale non potrà causare la non ammissione del bambino.

Nicola Zingaretti, neosegretario Pd e presidente del Lazio, ricorda che la materia è in larga parte regionale: “Il governo vuole eliminare l’obbligo vaccinale. Nel Lazio invece faremo di tutto per garantirlo, perché la salute dei bambini viene prima”.

Va notato che l’emendamento arriva a pochi giorni dal 10 marzo, il termine in cui scadeva la possibilità per i genitori di mettersi in regola con le vaccinazioni pediatriche nel 2019, termine peraltro già prorogato dalla maggioranza Lega-5 Stelle in estate (era previsto nel settembre 2018). Una scadenza che aveva mandato in fibrillazione il mondo no vax.

Udienza privata del Papa agli attivisti per i diritti gay

A Verona va in scena il congresso dei fanatici dell’intolleranza, contro l’aborto, le coppie gay, l’amore libero. In Vaticano, venerdì mattina, papa Francesco riceverà in udienza privata decine di esponenti della comunità mondiale Lgbt che lottano per sconfiggere la discriminazione sessuale. In viaggio verso il Marocco, ieri Jorge Mario Bergoglio ha ignorato quasi la domanda sul raduno di Verona, tra feti di plastica, condanne eterne ai gay, presunti garanti della famiglia tradizionale: “Non me ne sono occupato. Ho letto la dichiarazione del Segretario di Stato e mi sembra equilibrata”. Il cardinale Pietro Parolin, citato da Francesco, su Verona ha marcato le distanze con prudenza: “Condivido la sostanza, non la forma”.

Al pontefice argentino venerdì, invece, in maniera riservata, sarà illustrata una ricerca sulla criminalizzazione delle relazioni omosessuali condotta nei Paesi caraibici sotto l’egida dell’Organizzazione interamericana dei diritti umani, di cui fa parte Raul Eugenio Zaffaroni, un giudice, un noto connazionale e caro amico di Jorge Mario Bergoglio. Il professor Zaffaroni, considerato un intellettuale di sinistra, è anche avvocato penalista e docente emerito all’Università di Buenos Aires, è favorevole all’aborto e ai matrimoni gay, da sempre è impegnato in associazioni e progetti per contrastare il razzismo. È stato membro della Corte suprema di giustizia per una dozzina di anni su nomina del presidente Nestor Kirchner, mentre l’allora cardinale Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires e capo della Conferenza episcopale argentina.

Oggi è un oppositore del governo di Mauricio Macri.

Nell’invito ufficiale per l’evento in Vaticano, come ha segnalato lo scrittore francese Frédéric Martel, l’autore di Sodoma, che per primo ha parlato dell’incontro, il professore Zaffaroni ha annunciato un “discorso storico” di papa Francesco di apertura e solidarietà agli omosessuali.

Il tema è molto delicato per i conflitti che genera in Vaticano, soprattutto perché scalda la folta schiera di critici di Bergoglio. Tant’è che il pontefice ha posizioni che possono apparire contraddittorie. Una volta ha detto: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?”. Un’altra, più articolata: “Cosa direi a un papà se mi chiedesse cosa fare con il figlio o la figlia che si dichiara omosessuale? Prima di pregare, poi di non condannare, di dialogare e fare spazio al figlio e alla figlia perché si esprimano. Sempre ci sono stati gli omosessuali e dicono i sociologi che crescono questi fenomeni nei tempi di cambiamento sociale. Inoltre, si tratta di capire a che età il figlio o la figlia si dichiarano, se sono bambini forse c’è un problema da affrontare a livello psicologico, ma anche questo si deve vedere. In ogni caso, mai dirò che il silenzio sia una soluzione: tu sei mio figlio così come sei”. Ai laici può sembrare poco, ma per il clero più conservatore – dal cardinale Robert Sarah in giù – Francesco è un eretico.

Da Carfagna a Muroni. Tutte per la start up sociale femminile

“Noi guardiamoal futuro, quando invece c’è chi cerca di riportare i diritti delle donne indietro di un secolo”. A parlare è la giornalista Cristina Silvieri Tagliabue, che insieme a Sara de Pietro – esperta di comunicazione – e Valeria Manieri – voce di Radio Radicale – ha presentato ieri a Napoli “Le Contemporanee”, start up digitale che nasce con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per le donne italiane (e non solo), creando un dialogo sui temi della parità di genere per arrivare a produrre proposte semplici, concrete ed efficaci. Nel corso della giornata sono intervenute, tra le altre, Mara Carfagna (Forza Italia), Emma Bonino (+Europa), Valeria Fedeli (PD) e Rossella Muroni (LeU): donne di provenienza diversa, a sottolineare la trasversalità politica dell’iniziativa, che si propone tre principali linee d’azione: incentivare e sostenere la presenza delle donne negli ambiti scientifici e tecnologici, offrire un aiuto a tutte le donne che versano in situazioni di povertà e infine creare un organismo che possa raccogliere segnalazioni ed, eventualmente, anche applicare le sanzioni necessarie. Conclude Tagliabue: “Vogliamo difendere e promuovere la questione femminile”. Non solo Verona.

L’influencer Giulia De Lellis contro i “ridicoli bigotti”

Con i suoi tre milioni e ottocentomila follower (“Lo stesso numero di un programma in prima serata”, nota lei), ieri, l’influencer Giulia De Lellis ha fatto forse la peggior pubblicità al congresso per le famiglie in corso a Verona che si potesse immaginare.

In una storia di Instagram, l’ex concorrente di Uomini e Donne e del Grande Fratello Vip, ha commentato quello che sta succedendo nella città veneta, che poi è quella dove vive. “Sono scioccata, sconvolta, da quanta gente è venuta”, ha detto sul social network, spiegando il suo stupore per l’affluenza a un convegno che promuove idee “da Medioevo, antiche, ridicole, bigotte”, per poi concludere: “Che brutto congresso che stanno facendo nella mia città”. Poi, tra un consiglio alle ragazze su come usare la matita per il contorno labbra e la promozione di una gelateria amica che ha creato il gusto dei suoi sogni, ha festeggiato il fatto che “stanno venendo molte più persone per la manifestazione contro il congresso. Incredibile – conclude – una tragedia a Verona oggi”.

Cinquanta milioni di dollari dai cristiani fondamentalisti per finanziare Trump&C.

Ammontano a più di 50 milioni di dollari i soldi delle organizzazioni cristiane fondamentaliste vicine a Donald Trump e all’ex chief strategist della Casa Bianca, Steve Bannon, usati per condizionare la politica in Europa. La denuncia arriva dal sito Open Democracy, che ha analizzato quasi 1000 documenti finanziari delle principali organizzazioni dell’ultradestra Usa. Secondo l’inchiesta si tratta di fondi opachi, che sono andati a finanziare campagne contro l’aborto e i diritti Lgbt o gruppi e organizzazioni, come quelle riunite in questi giorni a Verona. Quasi due milioni di dollari sono arrivati in Europa dall’americano Acton Institute, un centro di ricerca che ha anche collaborato con la scuola di formazione politica di Bannon in Ciociaria. Poiché una parte dei fondi sarebbe servito anche per azioni di lobbying a Bruxelles, un gruppo di eurodeputati ha inviato una richiesta di chiarimento alla Commissione europea.

Nella marea fucsia che ha invaso la città: la protesta con mille facce e mille anime

Margherita è appena uscita da scuola e sulle spalle ha ancora lo zaino con i libri. La compagna, Elisa, stringe una scopa su cui ha appiccicato un cartello disegnato a mano. Recita: “Indietro non si torna”. Per loro è la prima volta. Laura, che di anni ne ha invece 35, tiene la bimba di 18 mesi avvolta in una fascia fucsia sulla pancia: di fianco la nonna ogni tanto si china per controllare che dorma. Riccardo ha il rossetto rosso sulle labbra e gli orecchini a cerchio: “Vi do abbastanza fastidio?”, grida. Intorno parte il coro: “Odio la Lega, la-la-la-la”. E la folla risponde con un boato.

La marea femminista che ha invaso Verona ha mille facce, tante quante le sue anime. La prima risposta di piazza della storia al World Congress of Families è una manifestazione pacifica che fa un gran rumore: è una festa di colori sgargianti, slogan al megafono e risate. Centomila le presenze secondo le organizzatrici, 30mila secondo la polizia. Ci sono le mamme, ci sono i papà con i passeggini. Ci sono gli stranieri e le coppie omosessuali. Ci sono i cartelli in difesa della 194 e pure la marionetta del senatore leghista Simone Pillon dentro una gabbia. Ci sono le iscritte alla Cgil con i guanti da lavoro, assieme al loro segretario Maurizio Landini, e le assessore Pd dell’Emilia Romagna che, solo per oggi, indossano la fascia da sindache. Ci sono, ma pochi, i politici: dalla dem Monica Cirinnà a Pippo Civati. C’è pure Maria, la figlia del leader del Family Day Massimo Gandolfini. Il padre è al Wcf, dentro Palazzo della Gran Guardia, lei in piazza. Alle telecamere del Fatto.it dice: “Mio padre è un uomo frustrato che cerca a tutti i costi di mandare avanti un orgoglio maschilista. Ma ha perso in partenza. È inutile la sua battaglia. Io sono stata cresciuta con i valori della famiglia tradizionale, ma quel modello mi rendeva infelice”.

Al lato della strada, a metà percorso, si presenta una signora con cappotto e borsetta: “Benvenute”, grida facendo voltare quasi tutti. “E grazie per occupare la nostra città”. È la “piazza transanzionale2, tenuta a battesimo ieri da “Non una di meno”, tra fazzoletti fucsia, a riempire le strade: un popolo di diversi, ognuno con la sua soggettività, la sua età e la sua storia, ma con un allarme comune: “C’è un attacco a tutti i diritti”, dice Antonella Lestani, presidente Anpi a Udine.

“L’opposizione in questa Paese deve ripartire da noi”, prosegue Antonella. “Dopo tanti anni le femministe si sono risvegliate e ora lanciano un messaggio chiaro: non possiamo più stare a guardare mentre smantellano alcuni dei principi della nostra Costituzione, dall’uguaglianza all’istruzione”. Dietro di lei, Marianna Toffanin tiene stretta una bandiera con i colori arcobaleno: “Sono partita da casa all’alba e l’ho fatto per dare l’esempio ai miei due figli maschi: hanno visto che la loro mamma scende in piazza per difendere le donne. Forse serviva vivere questo periodo storico, per farci tornare sulla strada che le nostre madri hanno tracciato. L’indignazione si sta trasformando in azione. E bisogna seminare, farlo con le giovani generazioni”.

Poco più indietro ci sono Stefano e Andrea, coppia omosessuale che viene da Viareggio: “Aattaccano chi, per loro, è diverso”, spiegano. “Qualcuno sta dicendo che noi, in quanto gay, non siamo riconosciuti come persone al pari della altre. Ma noi esistiamo. La famiglia è dove c’è amore. Serve andare in piazza per dirlo? Bene, ci siamo”. Nel mucchio c’è anche Sovi, 23 anni, nigeriano, da due anni a Pavia: “Sono gay e oggi sono felice. Perché qui con me ci sono persone che non hanno paura di dire chi sono”.

Il corteo, lunghissimo, per un pomeriggio travolge Verona. Stefania, 32 anni, è appena scesa da un treno da Roma, ha una bandana fucsia legata proprio sotto il mento: “Eccole le femministe, quelle che tanto fanno paura. Ecco il nostro movimento che unisce. Che i politici continuino pure a ignorarci, ci riprenderemo quello che ci spetta”. Proprio in quel momento il serpente umano passa sotto un balcone del centro storico: una signora, capelli bianchi e in carrozzina, alza una mano e la folla la acclama. “Non siamo sole”, si emoziona Stefania: “E abbiamo appena ricominciato a lottare”. “Siamo la luna che muove le maree e cambieremo il mondo con le nostre idee”, scrivono su Twitter, a fine giornata, le femministe di “Non una di meno”.

La Lega contro M5S sulle adozioni. Conte infierisce: “Studiate”

Tra Lega e 5 Stelle sulla famiglia è scontro frontale. Parte da Verona e finisce a Roma, con uno screzio furibondo sulle adozioni. Inizia Matteo Salvini, che provoca il sottosegretario grillino Vincenzo Spadafora (assai duro con la Lega sul Fatto): “Si occupi di rendere più veloci le adozioni, visto che ci sono 30mila famiglie che aspettano”. Di Maio, da Roma, ironizza: “Almeno le deleghe bisognerebbe leggerle. Quella alle adozioni non è del sottosegretario Spadafora, ma è in capo al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro leghista Fontana”.

Subito dopo arriva una nota di Palazzo Chigi che gli dà manforte. Il premier – che in questi giorni si era già beccato con Fontana sulla questione del patrocinio al Congresso delle famiglie – non si era mai espresso in modo così duro su una polemica tra i suoi ministri: “La delega in materia di adozioni di minori italiani e stranieri – spiega – è attualmente ed è sempre stata in capo al ministro della Lega Fontana. Il presidente del Consiglio ha solo mantenuto le funzioni di presidente della Commissione per le adozioni internazionali. Spetta quindi a Fontana adoperarsi, come chiesto da Salvini, per rendere le adozioni più veloci e dare risposta alle 30.000 famiglie che aspettano. Bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare nei ministeri tutti i giorni e studiare le cose prima di parlare, altrimenti si fa solo confusione”.

Non è finita. La comunicazione leghista fa arrivare una controreplica del ministro. Il tono è ancora duro: “Da oltre un mese il ministro Fontana ha chiesto di formalizzare la remissione della delega relativa alle adozioni internazionali a causa del fatto che il presidente Conte ha autonomamente indicato i componenti della struttura CAI (Commissione Adozioni Internazionali)”. Una giustificazione che però non giustifica. Anzi, conferma due fatti: Fontana ha chiesto di rimettere la sua delega sulle adozioni, ma nel frattempo la responsabilità è ancora sua. E Spadafora, chiamato in causa da Salvini, non c’entra nulla.

È un sabato di botte da orbi tra gialli e verdi. A Roma, nello studio 10 di Cinecittà, i Cinque Stelle mettono in scena una sorta di anti-Verona. L’iniziativa era stata organizzata molto tempo prima per sponsorizzare le conquiste di Spadafora: l’incremento di 30 milioni di euro del fondo delle politiche giovanili e i bandi per favorire i progetti degli under 35. Con il Congresso delle famiglie c’entra poco, in teoria, ma Di Maio sfrutta l’evento per attaccare l’alleato: “Noi alla famiglia ci teniamo, ma a Verona si affronta questo tema con odio, dicendo che la donna deve stare chiusa in casa per fare figli”. E ancora: “A Verona ci sono dei fanatici, qui il buon senso. Lì lo stile medievale, qui il futuro”. Più tardi chiama in causa direttamente Salvini: “Lì è stato distribuito un finto feto come gadget, ho letto dichiarazioni sconvolgenti sull’aborto, alcuni hanno persino negato il femminicidio. Se vai a mangiare al loro stesso tavolo, per me la pensi come loro”.

La campagna dei 5 Stelle per le Europee pare sempre più chiara. Di Maio la riassume in una frase secca, che gli esce di getto: “Noi e la Lega abbiamo idee totalmente diverse, non è una novità”. La cavalcano anche altri big del M5S. Alfonso Bonafede dichiara che “le famiglie arcobaleno sono bellissime” e il presidente della Camera Roberto Fico annuncia di volerle invitare a Montecitorio per un convegno.

L’ “anti-Verona” di Di Maio e Spadafora si chiama #Oggiprotagonisti: il dipartimento per le politiche giovanili riunisce a Cinecittà circa 600 ragazzi tra i 18 e i 35 anni provenienti per lo più dal mondo delle associazioni. Di Maio, che ha sempre al suo fianco la nuova compagna Virginia Saba, chiude con un’intervista alla radio dell’Agenzia nazionale per i giovani. Saluta lanciando una canzone di Ermal Meta e Fabrizio Moro. Pure qui suona un messaggio politico: “Non mi avete fatto niente”.