“I giornalisti sono menzogneri. State attenti”. Dal palco del Congresso delle Famiglie di Verona, Antonio Brandi, l’organizzatore, lancia una via di mezzo tra avvertimento e guerra santa (l’ennesima) quando si è giunti alla metà della seconda giornata. Il papillon stavolta è rosso, la stravaganza per lui è un vezzo, ma la volontà da regista dell’evento è precisa. Nascondere gli eccessi (salvo scivolate, tipo il feto in bustina), presentare un’immagine “educatamente rivoluzionaria”, giocare il ruolo dei perseguitati, esibire il folclore, ma occultare il più possibile la sostanza. Mentre il piazzale di fronte all’edificio bianco della Gran Guardia si trasforma in una passerella, i gruppi di lavoro dentro sono inaccessibili. È lì che si mantiene il filo delle relazioni, che si costruiscono progetti globali. Anche il programma subisce modifiche continue. Previsto in mattinata, slitta (a oggi pare) il Patriarca russo, Dmitri Smirnov. Sparisce dal panel nel quale era prevista Lucy Akello, ministra ugandese, che aveva evocato la pena di morte per i gay (anche se poi ha smentito di averla mai chiesta).
Aspettando l’arrivo dell’ospite del giorno, un Matteo Salvini semi-reticente, ogni tanto qualcuno fa la sua sparata. Tipo il patriarca Ygnatius Joseph III di Antiochia, che, parlando in un italiano perfetto, dal palco si spinge a dire che “la rivoluzione sessuale degli anni ‘70 portò a tanti suicidi che in quell’epoca furono oltre 70mila negli Usa”. Spuntano i cartelli, provocatori: “Ai feti di gomma, preferiamo i falli di gomma”. Alle 11, primo scontro, a favore di telecamere. Arriva Luca Castellini, dirigente di Forza Nuova a presentare il progetto di referendum per abolire la 194. Pronto intervento di Filippo Savarese, direttore di CitizenGo, che si dice stupito, sdegnato e soprattutto ignaro. “Il referendum non è una nostra iniziativa”. Ma poi al dunque, rispetto alla sostanza, non può e non vuole prendere le distanze.
A Porta Nuova cominciano ad arrivare i contestatori. Mentre iniziano a sfilare, alla Gran Guardia, interviene la Principessa Gloria Von Thurn and Taxis, abito lungo, scarpe da ginnastica e occhiali da sole rossi. “Siamo ossessionati dal cibo biologico, non vedo perché non dobbiamo porci il problema della famiglia biologica”. Metafora nobiliare. C’è pure un certo glamour nell’evento veronese, tra marchesi che offrono degustazioni e Eduard Habsburg Lothringen, ambasciatore ungherese presso la Santa Sede, bisnipote della principessa Sissi, che magnifica l’uso di Twitter.
Piazza Bra si surriscalda. Ad impedire l’ingresso dei manifestanti, la polizia in tenuta anti sommossa. Parte qualche fumogeno. Ma la scalinata della Gran Guardia è un muro di telecamere per Matteo Salvini. “Matteo”, “Matteo”, lo acclamano. “Vergogna”, “Vergogna”, lo contestano. Lui è una dichiarazione continua. Pare metodo studiato: dire molto, per evitare un posizionamento secco sulla piattaforma del Congresso.
Sul palco, mentre il vicepremier fa il suo ingresso da rockstar, Jacopo Coghe, vice presidente del XIII Wfc declama; “Abbiamo bisogno di eroi. E chi fa figli, è un eroe”. Applausi. A scaldare la platea è Giorgia Meloni, che in un intervento tutto pathos, esibisce il suo status da madre di figlio nato fuori dal matrimonio. Epperò: “Rifiuto una società in cui ogni capriccio diventi un diritto”. Per applaudirla si spellano le mani compiaciuti tutti i big, in prima fila l’oligarca russo Alexey Komov, in cerca di testimonial. La ministra ungherese della Famiglia, Katlin Novak, abitino nero quasi bon ton, prova a dare la linea all’Italia. Salvini viene accolto da leader indiscusso. Lui non si sottrae. “Mi hanno chiesto se sarei venuto. La mia parola vale più di 1000 polemiche”. Ma poi, si lancia nell’annuncio, che distoglie l’attenzione dall’evento: “Metterò le mani nel business delle case famiglia, dove i bambini sono trattenuti per ottenere finanziamenti”. In quanto divorziato, si definisce come uno che ha “sbagliato”. Poi se la prende con i giornali “prezzolati”, con gli intellettuali di sinistra, con il “pensiero unico”. In fondo, questo è il refrain mediatico della tre giorni: “loro” gli aguzzini, “noi” le vittime. Però, mentre dice che “l’utero in affitto mi fa schifo”, ribadisce che “la 194 non si tocca”. Quando gli regalano la maglietta-gadget ha un attimo di esitazione. Ma poi se la mette. Nella conferenza stampa convocata durante l’intervento del ministro della Scuola, Bussetti, se la prende con Di Maio che ha definito “sfigata” la manifestazione e accusa Vincenzo Spadafora di far poco per le adozioni. Segue polemica: da Palazzo Chigi gli ricordano che la delega è di Lorenzo Fontana. Il quale fa sapere di averne più volte chiesto la remissione. Claudio D’Amico, responsabile delle relazioni con la Russia, che al Fatto precisa di non aver mai chiesto un voto per i pro life, ma per i pro famiglia naturale. Oggi ci sarà la Marcia delle famiglie. Chissà se regge il volto da “estremisti adulti”.