Salvini a Verona fa il mansueto per provare a salvare la faccia

“I giornalisti sono menzogneri. State attenti”. Dal palco del Congresso delle Famiglie di Verona, Antonio Brandi, l’organizzatore, lancia una via di mezzo tra avvertimento e guerra santa (l’ennesima) quando si è giunti alla metà della seconda giornata. Il papillon stavolta è rosso, la stravaganza per lui è un vezzo, ma la volontà da regista dell’evento è precisa. Nascondere gli eccessi (salvo scivolate, tipo il feto in bustina), presentare un’immagine “educatamente rivoluzionaria”, giocare il ruolo dei perseguitati, esibire il folclore, ma occultare il più possibile la sostanza. Mentre il piazzale di fronte all’edificio bianco della Gran Guardia si trasforma in una passerella, i gruppi di lavoro dentro sono inaccessibili. È lì che si mantiene il filo delle relazioni, che si costruiscono progetti globali. Anche il programma subisce modifiche continue. Previsto in mattinata, slitta (a oggi pare) il Patriarca russo, Dmitri Smirnov. Sparisce dal panel nel quale era prevista Lucy Akello, ministra ugandese, che aveva evocato la pena di morte per i gay (anche se poi ha smentito di averla mai chiesta).

Aspettando l’arrivo dell’ospite del giorno, un Matteo Salvini semi-reticente, ogni tanto qualcuno fa la sua sparata. Tipo il patriarca Ygnatius Joseph III di Antiochia, che, parlando in un italiano perfetto, dal palco si spinge a dire che “la rivoluzione sessuale degli anni ‘70 portò a tanti suicidi che in quell’epoca furono oltre 70mila negli Usa”. Spuntano i cartelli, provocatori: “Ai feti di gomma, preferiamo i falli di gomma”. Alle 11, primo scontro, a favore di telecamere. Arriva Luca Castellini, dirigente di Forza Nuova a presentare il progetto di referendum per abolire la 194. Pronto intervento di Filippo Savarese, direttore di CitizenGo, che si dice stupito, sdegnato e soprattutto ignaro. “Il referendum non è una nostra iniziativa”. Ma poi al dunque, rispetto alla sostanza, non può e non vuole prendere le distanze.

A Porta Nuova cominciano ad arrivare i contestatori. Mentre iniziano a sfilare, alla Gran Guardia, interviene la Principessa Gloria Von Thurn and Taxis, abito lungo, scarpe da ginnastica e occhiali da sole rossi. “Siamo ossessionati dal cibo biologico, non vedo perché non dobbiamo porci il problema della famiglia biologica”. Metafora nobiliare. C’è pure un certo glamour nell’evento veronese, tra marchesi che offrono degustazioni e Eduard Habsburg Lothringen, ambasciatore ungherese presso la Santa Sede, bisnipote della principessa Sissi, che magnifica l’uso di Twitter.

Piazza Bra si surriscalda. Ad impedire l’ingresso dei manifestanti, la polizia in tenuta anti sommossa. Parte qualche fumogeno. Ma la scalinata della Gran Guardia è un muro di telecamere per Matteo Salvini. “Matteo”, “Matteo”, lo acclamano. “Vergogna”, “Vergogna”, lo contestano. Lui è una dichiarazione continua. Pare metodo studiato: dire molto, per evitare un posizionamento secco sulla piattaforma del Congresso.

Sul palco, mentre il vicepremier fa il suo ingresso da rockstar, Jacopo Coghe, vice presidente del XIII Wfc declama; “Abbiamo bisogno di eroi. E chi fa figli, è un eroe”. Applausi. A scaldare la platea è Giorgia Meloni, che in un intervento tutto pathos, esibisce il suo status da madre di figlio nato fuori dal matrimonio. Epperò: “Rifiuto una società in cui ogni capriccio diventi un diritto”. Per applaudirla si spellano le mani compiaciuti tutti i big, in prima fila l’oligarca russo Alexey Komov, in cerca di testimonial. La ministra ungherese della Famiglia, Katlin Novak, abitino nero quasi bon ton, prova a dare la linea all’Italia. Salvini viene accolto da leader indiscusso. Lui non si sottrae. “Mi hanno chiesto se sarei venuto. La mia parola vale più di 1000 polemiche”. Ma poi, si lancia nell’annuncio, che distoglie l’attenzione dall’evento: “Metterò le mani nel business delle case famiglia, dove i bambini sono trattenuti per ottenere finanziamenti”. In quanto divorziato, si definisce come uno che ha “sbagliato”. Poi se la prende con i giornali “prezzolati”, con gli intellettuali di sinistra, con il “pensiero unico”. In fondo, questo è il refrain mediatico della tre giorni: “loro” gli aguzzini, “noi” le vittime. Però, mentre dice che “l’utero in affitto mi fa schifo”, ribadisce che “la 194 non si tocca”. Quando gli regalano la maglietta-gadget ha un attimo di esitazione. Ma poi se la mette. Nella conferenza stampa convocata durante l’intervento del ministro della Scuola, Bussetti, se la prende con Di Maio che ha definito “sfigata” la manifestazione e accusa Vincenzo Spadafora di far poco per le adozioni. Segue polemica: da Palazzo Chigi gli ricordano che la delega è di Lorenzo Fontana. Il quale fa sapere di averne più volte chiesto la remissione. Claudio D’Amico, responsabile delle relazioni con la Russia, che al Fatto precisa di non aver mai chiesto un voto per i pro life, ma per i pro famiglia naturale. Oggi ci sarà la Marcia delle famiglie. Chissà se regge il volto da “estremisti adulti”.

Non c’è Paragone

Siccome ormai la memoria è un optional, ricordare a Mattarella, a Visco e ai loro giornalisti preferiti che quella dei pesci rossi dura almeno due giorni è un’offesa ai pesci rossi. A leggere quel che dicono e scrivono questi signori, tutti a strillare all’attentato contro la presunta “indipendenza” di Bankitalia e Consob (figuriamoci), pare che sia la prima volta che il Parlamento istituisce una commissione d’inchiesta sui crac bancari e sugli errori e le omissioni di chi avrebbe dovuto prevenirli vigilando. Invece è almeno la seconda. Era già accaduto nell’ottobre del 2017: dopo due anni di annunci di Renzi e dei suoi giannizzeri, che speravano di trasformarla in un’autoassoluzione per i pasticci del loro governo con le banche decotte e della signorina Boschi sulla banchetta vicepresieduta dal padre, il centrosinistra varò la commissione d’inchiesta e la affidò alle morbide manine di Piercasinando. Che ne approfittò per assecondarli, chiudendo i lavori con una relazione tutta latte, miele e vaselina e conquistandosi un posto al sole nelle liste Pd. Dunque non si vede dove sia lo scandalo se la nuova maggioranza giallo-verde, che diversamente dal minoritario centrosinistra rappresenta più del 50% degli elettori, vuole approfondire alcuni capitoli rimasti inesplorati di quella catena di crac causata da banchieri irresponsabili o incapaci o ladri, dalla mancata vigilanza di Bankitalia e Consob, nonché dalla melina elettoral-referendaria del governo Renzi che lasciò incancrenire il tutto all’insegna del “tutto va ben madama la marchesa”.

Tantopiù che oggi il partito di maggioranza, i 5Stelle, non chiede la testa del governatore Visco, diversamente dal Pd che il 17 ottobre 2017 presentò un’apposita mozione parlamentare firmata dalla renzian-boschiana Silvia Fregolent. Mozione che impegnava il governo Gentiloni a scegliere un altro governatore al posto di Visco, in scadenza di lì a due settimane, visto che “l’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche”: perciò l’esecutivo doveva

“adottare ogni iniziativa utile a rafforzare l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario ai fini della tutela del risparmio e della promozione di un maggiore clima di fiducia dei cittadini individuando a tal fine, nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’Istituto”. Che non era Visco. Mozione approvata con 213 voti favorevoli (Pd e alleati centristi), 97 contrari (M5S e FdI) e 99 astenuti (FI, Lega e Mdp).

Le critiche renziane, peraltro, sarebbero state più che fondate se non fossero venute da chi aveva assecondato e condiviso per tre anni tutte le scelte di Bankitalia. Infatti l’improvvida mozione sortì l’effetto opposto a quello sperato: rafforzò Visco, fino ad allora debolissimo, tanto che stavano per scaricarlo persino Mattarella e Gentiloni. Il quale, nel suo libro La sfida impopulista, ha rivelato che già nell’estate del 2017 lui stesso e il Quirinale avevano aperto “un tavolo” per rimpiazzare Visco, “pronto a considerare ipotesi diverse da una sua riconferma”. Poi arrivò l’attacco sgangherato di Renzi, che innescò le proteste di Mattarella e costrinse Gentiloni a lasciare al suo posto il vecchio governatore. Ora Visco è ben saldo al suo posto è né Lega né M5S vogliono più cacciarlo. Ma non si vede perché la nuova inchiesta parlamentare – si spera un po’ più seria della precedente – sarebbe un attacco alla sua eventuale indipendenza e un danno ai soliti “mercati”, se non lo erano le manovre del Colle e di Gentiloni per farlo fuori due anni fa. Né è dato sapere perché mai a presiederla non dovrebbe essere un parlamentare del partito di maggioranza relativa, Gianluigi Paragone, che conosce la materia e sarebbe comunque tenuto a rispettare i “paletti” fissati dal Colle prima di firmare la legge istitutiva. Servirebbero un po’ di memoria e un po’ di pudore. E non solo su Bankitalia.

L’imbarazzante congresso dell’ultradestra a Verona con Salvini&C. sta scatenando reazioni altrettanto isteriche. Come se non si fosse mai visto nulla di simile. Invece è accaduto ben di peggio. Quando governava B. (con An e la Lega), si tennero due Family Day promossi dal Vaticano del card. Ruini e sostenuti dal premier puttaniere (che sfilò con le sue numerose famiglie) e da tutta la sua maggioranza. Questa, nel 2004, varò l’ignobile legge 40 contro la fecondazione eterologa e nel 2005 fece naufragare il referendum abrogativo, incitando all’astensione a una sola voce con Ruini. Nel 2009, poi, quando finalmente i medici poterono staccare la spina alla povera Eluana Englaro, B. accusò Napolitano di complicità nel suo “esecrabile omicidio” per aver stroncato sul nascere il suo decreto che avrebbe costretto la povera ragazza ridotta a un vegetale a restare attaccata alla macchine in saecula saeculorum. Allora quell’ultradestra che definire medievale è offendere il Medioevo era maggioranza nel governo, in Parlamento e in Vaticano. Oggi raccatta qualche leghista, nell’indifferenza della Santa Sede e con l’ostilità degli altri partiti (M5S, Pd, sinistra e persino FI). E proprio il suo essere minoritaria, priva di sponde credibili e isolata da questo Papa, la spinge alla radicalizzazione vista a Verona. Certo, se un domani Salvini riuscisse a conquistare Palazzo Chigi, le cose cambierebbero di brutto. Ma in questo Parlamento e in questo governo chi sogna leggi retrograde contro i diritti civili non ha i numeri per farle approvare. Almeno finché i finti nemici della Lega – i suoi preziosi alleati de sinistra – non saranno riusciti a distruggere i 5Stelle per lasciare Salvini solo al comando.

“Vi insegno come si può sopravvivere ai figli”

È divertente pensarlo così Gianmarco Pozzoli, mentre sistema di soppiatto i figli davanti a YouTube e nel tempo libero guarda i peggiori video che la Rete possa custodire. Come in un distopico (ma neanche troppo) spin-off di The Pozzolis Family. Attore e autore di lungo corso (vedi alla voce Zelig) è il “Giamma” della famiglia più conosciuta della Rete, che racconta cosa significa essere una coppia e volere (o non volere) dei figli, senza perdersi troppo in ninnoli. Lui e Alice Mangione, genitori di Giosuè e Olivia – “aspettiamo l’autorizzazione della polizia per coinvolgerli in una compagnia teatrale, per sfruttarli al meglio” – sono pronti al debutto di A-live! Perché sopravvivere ai figli è una cosa da ridere!, che andrà in scena sabato 6 al Teatro Nuovo di Milano (già tutto esaurito) domenica 7 aprile al Teatro delle Celebrazioni di Bologna e il 18 al Brancaccio di Roma.

Per ogni tappa sarà presente all’interno della struttura un’area bimbi a cui i genitori potranno affidare i piccoli a partire dai 3 anni.

Spettacoli live, un nuovo libro – il 9 aprile arriva per Mondadori L’amore si moltiplica – e molti progetti che li portino sempre più altrove rispetto al punto di partenza che li ha resi celebri: “Vorremmo realizzare la serie tv della Pozzolis Family, un prodotto off, che sia sulla scia di ciò che vediamo su Netflix”. Detta così sembra qualcosa di lontano dalle sit-com che spesso hanno rappresentato le famiglie italiane, specie quelle di spiccata matrice ironica: “Immagini un Casa Vianello con Homer Simpson e delle incursioni di animazione all’avanguardia. E poi pensi se fossero i bimbi a guidare i genitori, con il punto di vista che cambia in base alla crescita”.

Una strategia editoriale chiara, come forse quella che c’è stata prima che la Pozzolis nascesse: “Non l’abbiamo neanche studiato troppo. La cosa curiosa è che in questo progetto c’è molto cuore e poca testa, in rapporto inverso rispetto a quanto succede, in genere, sul lavoro”. Chiaro, la tecnica c’era. “Io ho 25 anni di palco e scrittura alle spalle. Alice un po’ meno, ma solo per una questione anagrafica: ha 34 anni, io 47”. Una differenza d’età che ha giovato anche ad altro. A non avere mai la percezione, per esempio, di dover allineare due spiccate individualità per offrire il ‘pacchetto famiglia’ che piace al pubblico. “È lei la frontman, ma non mi è mai interessato il contrario. Fossi stato più giovane, forse, avrei avuto questo tipo di smania, ma non ho mai sentito questa difficoltà”. Lui per primo è stato contagiato dagli interessi di Alice, che lo hanno portato a diventare un personaggio di riferimento per un pubblico prettamente femminile: “Secondo le nostre analisi, ci seguono in prevalenza donne (94%). Quelle più giovani ci dicono che sarebbe stato bello avere dei genitori come noi. Altre si confrontano. Gli uomini dove sono? O pensano di essere più bravi o, semplicemente non si fanno domande”.

Uno squilibrio di pubblico che aveva registrato anche un altro artista nato in rete, Guido Catalano, che pure Pozzoli cita nel video in cui chiede in moglie Alice: “Non so cosa abbiamo in comune, a me piace moltissimo, perché fa quel tipo di ‘poesia spettacolo’, se così possiamo chiamarla, che avvicina le persone al teatro”.

La pausa per l’intervista è finita, è tempo di tornare alle prove, e allo ‘spin-off’: “È chiaro che dopo aver parlato di come far viaggiare i bambini in maniera sicura e aver affrontato l’alimentazione sostenibile tutto il giorno, io mi diverta a fare zapping su Facebook e sì, mi diverto a vedere il peggio, tipo le risse tra russi”.

Addio Agnès Varda, la vera regina della Nouvelle Vague

Per lei ogni volto aveva una storia, e a ogni storia Agnès Varda ha dato volti inconfondibili. Ci ha lasciato alla vigilia dei 91 anni l’immensa artista belga a cui è facile “imporre etichette” altisonanti e colte per una vita/carriera che ha fatto la Storia del cinema, quella maiuscola.

Ma se colta lo era, Agnès si sarebbe ribellata sia davanti alla parola “imporre” sia, ancor di più, alle “etichette”, perché stiamo parlando di una donna refrattaria alla logica della definizioni, col suo sguardo “senza tetto né legge”, per dirla con il titolo di un suo capolavoro del 1985, acclamato Leone d’oro a Venezia.

Nata da padre greco e madre francese, diventa fotografa giovanissima e già a 18 anni è in grado di formulare il proprio stile: cambia nome da Arlette ad Agnès e assume il taglio a caschetto che l’accompagnerà per sempre, con la variante da qualche decennio dell’inconfondibile bicolorazione.

Se la fotografia è sempre stata il suo “parametro visivo”, è doveroso “uscire da un fraintendimento” come giustamente osserva Nicola Falcinella (Agnès Varda – Cinema senza tetto né legge, ed. Le Mani, 2010): “Non si tratta di una fotografa che fa film, i suoi non sono film di una fotografa. (…) Varda è un’artista figurativa in senso ampio” e che approda al cinema perché fra le arti lo considerava “la più difficile”.

Il paradosso, se così vogliamo intenderlo, è che a lei interessavano le cose “semplici”, i dati elementari dell’esistere: dalla famiglia, alle azioni quotidiane, dalla vita di coppia ai rapporti d’amicizia.

Osservarli per farne ritratti autentici, paesaggi umani dotati di profondità di campo e di spirito. Per la celebrazione della libertà e l’avversione alla narrazione classica espressa nei suoi film degli anni 60 (Cléo dalle 5 alle 7 – 1962, Il verde prato dell’amore – 1965, Les Créatures – 1966) è stata definita “rappresentante della Nouvelle Vague” fondata dall’amico Jean-Luc Godard: ma lei anche in questa definizione si sentiva stretta.

Sposata con “l’amore della sua vita”, il regista Jacques Demy, amica intima di Jim Morrison e di Jane Birkin, Varda non conosceva limiti nella curiosità e capacità di guardarsi attorno e guardare oltre con incanto e disincanto insieme, e i suoi numerosi documentari l’hanno ampiamente dimostrato.

Con Visages Villages (2017), realizzato con il fotografo “dei grandi collage” JR, raggiunge vette straordinarie di bellezza e d’intelligenza nell’illuminare il ruolo democratico dell’arte; il doc è candidato all’Oscar nel 2018 contestualmente alla decisione dell’Academy di attribuirle quello alla carriera: Agnès Varda è la prima regista donna della storia a riceverlo.

Lo scorso febbraio, alla Berlinale, ha accompagnato il suo ultimo, sublime lavoro, Varda par Agnès, un eccezionale testamento visionario e spirituale per farci sentire che lei è sempre con noi.

“Emigranti” in stile Strega: nati in Italia, figli d’Europa

Se il Premio Strega ha ancora la funzione di dirci qualcosa di vero e attuale sul panorama letterario italiano, l’edizione 2019 indica una direzione nuova: l’Italia fuori dall’Italia, che vive e racconta l’estraneità, fra conflitti interiori, compromessi esistenziali e aperture ad altre latitudini.

È il tema che attraversa cinque dei 12 libri finalisti. Nel suo romanzo di formazione L’età straniera (Marsilio), Marina Mander racconta lo scontro, poi incontro, fra due adolescenti diversissimi, il borghese Leo, orfano di padre, e il ragazzo di vita Florin, rumeno, che dal padre è costretto a prostituirsi. Libro nato per raccontare l’adolescenza, età straniera per eccellenza, e diventato poi romanzo civile: “Bisogna accettare l’estraneità e l’irriducibilità dello straniero. Il problema non è capire e assimilare, ma rispettare la singolarità di ogni essere umano” dichiara la Mander, in quello che suona come un attualissimo appello a una presa di posizione politica. La ragione è anche biografica, e bisognerà capire se si tratta di una casualità o di una tendenza, lo specchio di una nazione che è tornata all’espatrio di massa, senza più le convenzionali distinzioni socio-economiche.

Quattro delle finaliste vivono fra l’Italia e un’altra Capitale europea: Parigi per Eleonora Marangoni, Londra per Claudia Durastanti, Benedetta Cibrario e Cristina Marconi (la Mander è di Trieste). Sono le figlie della nuova diaspora, spinte a espatriare non dal bisogno, come gli immigrati degli anni Cinquanta, ma da una scelta vitale di esplorazione e cosmopolitismo. È una provvisoria mappa intellettuale espatriata da seguire con attenzione perché indaga, da prospettive originali, la mobile relazione fra le radici e il futuro.

Con lo spaesamento perenne, incurabile, di Claudia Durastanti ne La straniera (La nave di Teseo) autobiografia emotiva di un’anima misplaced ovunque, nella sgangherata famiglia, nella pena sempre nuova del rapporto con la madre, in ognuno dei luoghi dove la porta la vita: la colonia italiana di Brooklyn in cui è nata, la Basilicata in cui vive dai 6 ai 18 anni, radicata ma per sempre straniera nella percezione degli altri, poi una Londra umida, cupa, ostile, da cui mai si sente accettata o compresa. “Quando una città ci respinge, quando non riusciamo a entrare nei suoi meccanismi più profondi e siamo sempre dall’altra parte del vetro, subentra una sensazione frustrata di merito, che può farsi malattia. Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo; il resto del tempo, è solo il sinonimo di una mutilazione, e un colpo di pistola che ci siamo sparati da soli”.

Con una considerazione preziosa, privata ma forse non esclusiva, sulla vertigine delle possibilità: la nonna emigrata in America a 42 anni, senza mai imparare bene l’inglese “si è adattata molto meglio di quanto abbia fatto io a Londra, in pieno possesso della lingua nazionale e sul finire dei miei vent’anni. È facile pensare che lei si sia adattata perché non aveva scelta e che io mi sia lasciata andare alla malinconia perché di scelta ne avevo fin troppa e nessun posto mi era precluso: mentre lei cercava di mettere radici, io continuavo a chiedermi se avessi fatto questo o se avessi fatto quello, immaginando mille altre destinazioni, concentrandomi su tutti questi ‘se del sé’: per me la migrazione coincide proprio con questa ramificazione, e ogni diramazione è una vita possibile”.

Ne Il rumore del mondo (Mondadori) Benedetta Cibrario porta tre giovani donne inglesi da Londra, già allora Capitale del mondo, alla Torino dell’Ottocento. Un altro romanzo di formazione personale, sullo sfondo più ampio della creazione dell’identità nazionale italiana. L’accurata ambientazione storica vale in sé, ma il romanzo è estremamente contemporaneo nel raccontare il dialogo fra due mondi e due paesi, oggi come allora, più vicini di quanto si creda. E nel tenere sempre aperte le frontiere, mentali e geografiche, fra identità capaci di aprirsi al rumore di altre vite.

E poi Città irreale (Ponte alle Grazie) di Cristina Marconi. Definito “folgorante debutto”, di folgorante ha senz’altro il fatto di non avere nessuna delle debolezze delle opere prime. Grazie al totale dominio della struttura e a uno stile sofisticato e potentissimo ribalta tutti i clichè perpetuati dalle cronache giornalistiche sull’emigrazione dei cervelli. Ed è il primo esempio di romanzo-manifesto non solo di una generazione, ma di una “condizione”: quella delle centinaia di migliaia di ragazzi italiani alla ricerca di un luogo tanto vivo quanto l’Italia è morente.

La protagonista Alina si fa imprigionare dall’incantesimo di Londra, irreale per eccesso di possibilità e potenzialità, poi ne viene respinta, si rintana nella comunità italiana, poi torna nell’orbita di un amore inglese. E resta intrappolata nella perenne eccezione, stavolta irreale per difetto, che è la vita in un paese straniero, fra nuovi legami indissolubili e nostalgie per una Italia che sempre la attrae e sempre la delude. “Volevo cogliere la scintilla che c’è dietro la scelta di partire, di farsi stranieri, di preferire l’avventura a qualunque forma di stabilità o di accettare che l’avventura rimanga parte della stabilità, ogni giorno” racconta al Fatto la Marconi. “E poi quando l’avventura si fa collettiva avviene un paradosso: la scelta più personale è la stessa di tutti gli altri, e l’eroina rischia di sentirsi sempre una delle tante, come in una stanza degli specchi. Ma Londra è abbastanza grande per accogliere molti eroi ed eroine e garantire loro spazio, ossigeno e anonimato”.

“Chi è in Italia torni, cambieremo l’Ucraina”

“Questo è il grande dolore dell’Ucraina”. Con la voce fioca, la pelle color perla e i piccoli occhi scuri dietro le lenti diamantate, Yulia Timoshenko chiosa lentamente sotto il sole gelido di Kiev. “I nostri cittadini sono andati all’estero per lavorare, coloro che hanno trovato altrove la loro felicità, sappiano che renderemo più forte la potenza ucraina. A chi invece oggi vuole tornare dall’Italia, in patria, in Ucraina, sappiano che faremo di tutto per mostrargli i cambiamenti significativi nel Paese”.

Senza la tradizionale treccia bionda, avvolta negli abiti bianchi e circondata da una muraglia di uomini slavi, alti e armati, la due volte premier dice di fare politica per gli ucraini: quelli in piazza accorsi ad ascoltarla dalle periferie e dalle province, quelli che combattono al fronte del Donbas e quelli dell’enorme diaspora italiana. “Kiev per Roma sarà un partner affidabile. Lo sarà per tutti i partner europei. Il percorso strategico dell’Ucraina esiste nell’Europa unita. Vogliamo essere parte dell’Europa, contiamo molto sull’aiuto dell’Italia”.

“Chi di voi ha un familiare al fronte alzi la mano”. La folla vibra nella piazza all’ombra delle guglie dorate del monastero di San Michele, pochi minuti dalla Maidan della rivoluzione che l’ha liberata dal carcere nel 2014. “Chi di voi desidera una classe media forte alzi la mano”. Poi l’Europa, gli accordi di Minsk, il ritorno dei giovani dal fronte. La leader del partito Batkivschina, Patria, pattina su faticose e gravi promesse, mentre suonano stelle pop e arringano militari che la sostengono. Salari triplicati e prezzi del gas dimezzati: Yulia scommette al rialzo per chi ancora le crede. Accanto a lei una bambina canta l’inno ucraino, scendono le lacrime commosse delle babushke, nonne slave, che vedono in lei ancora un’icona vergine da scandali e corruzione. Di fronte alla leader ci sono la folla, i fiori e la statua della principessa Olga di Kiev, una santa della Chiesa ortodossa. Quasi come la Timoshenko si descrive in questi giorni nelle campagne elettorali: martire, santa e vittima di complotti politici. Resta da convincere l’ultimo fronte, il più numeroso, di cui nessuno riesce ancora a calcolare il peso in queste elezioni incertissime: quello degli indecisi. “Slava Ukraina”, gloria all’Ucraina. Lo dice la Timoshenko dall’alto. Tutto è giallo e blu, come la bandiera della nazione, finché non arrivano i neri. Sciarpe fino agli occhi e cappucci. La vecchia anima nazionalista della rivoluzione fa risuonare minacciosi gli slogan della rivoluzione: “morte al nemico, Ucraina prima di tutto”. Tre cerchi: la protesta nera viene circondata dalle divise blu della polizia, quelle verdi dei militari, quelle bianche dei sostenitori di Yulia. È un boato contro l’altro: per i neri “Yulia è Putin” e “Yulia get”, deve andare via. Sono gli enormi volti della zarina di Dnipro, stampati sui pullman della campagna elettorale, ad oscurare la manifestazione nera e separarla dal resto della piazza. Diventano invisibili alla folla, ammutoliti dal volume rialzato di altoparlanti, megafoni e microfoni di propaganda opposta, che ripetono il loro stesso slogan: “gloria all’Ucraina”.

Terzo no per May: sarà dura Brexit (dopo le Europee)

Con 58 voti di scarto – 286 yes contro 344 no – il Parlamento britannico boccia per la terza volta l’accordo fra il suo governo e l’Unione europea e ora il Paese è in caduta libera, con sole due settimane per raggiungere la soluzione non trovata in 24 mesi di negoziati. Se ieri l’accordo fosse stato ratificato, il Regno Unito avrebbe avuto tempo fino al 22 maggio per completare i preparativi per l’uscita dall’Ue.

Ma, dopo la bocciatura, c’è tempo solo fino al 12 aprile per evitare quel no deal che il Parlamento ha già respinto varie volte, ma che rischia di accadere per mancanza di alternative.

A Theresa May non è bastato promettere le proprie dimissioni in cambio del sostegno al suo piano. Nel prendere atto della ennesima sconfitta, parlando di “gravi ripercussioni” la premier ha ribadito che continuerà a lavorare per una Brexit “ordinata”, ma ha aggiunto “temo che abbiamo raggiunto il limite di questo processo”. Perché, lo ha ricordato con sarcasmo, il parlamento britannico finora ha detto solo no: ha respinto il suo deal, il no deal e, mercoledì scorso, anche tutte le alternative.

Cosa succede ora? Per dissipare la nebbia bisognerà aspettare lunedì, quando il Parlamento tornerà a riunirsi per un secondo giro di voti indicativi da cui dovrebbe uscire un piano concreto da presentare a Bruxelles per ottenere una lunga estensione dell’art. 50. Una soft Brexit o un secondo referendum, le opzioni più votate nel primo giro di voti indicativi mercoledì scorso. Da sottoporre al vaglio del Consiglio europeo, che si riunirà il 10 aprile in un summit di emergenza convocato ieri da Donald Tusk. Qui ci sono due problemi. Il primo: ammesso che stavolta i parlamentari si mettano d’accordo su una opzione forte, come richiesto ormai con esasperazione dai settori produttivi, la May ha già annunciato che potrebbe respingere le loro indicazioni, se incompatibili con il programma del proprio partito. E in questo caso, con uno stallo a quel punto senza più vie di uscita, resterebbe solo l’ipotesi elezioni anticipate.

Prospettiva complicatissima: dimissioni o no, la May è politicamente finita, e la corsa alla successione dentro il partito conservatore è già iniziata, con una guerra intestina fra candidati brexiteers e remainers. In un Paese sempre più spaccato si rischia una campagna da incubo, con un esito probabilmente non risolutivo. Se invece dal Parlamento emergerà una direzione chiara, il Paese che nel 2016 ha votato a maggioranza per lasciare l’Unione europea in nome del recupero della propria sovranità metterà il suo destino nelle mani dei leader dei 27 Stati membri, che decideranno, e serve l’unanimità, se concedere al Regno Unito una lunga estensione dell’art 50 e quindi la partecipazione alle elezioni europee di maggio. La stessa premier ha avanzato l’ipotesi nel suo discorso di ieri indicando come “quasi certa” il voto del Regno Unito alla scelta degli europarlamentari.

Non tutti i Paesi membri vogliono un inquilino così scomodo, che in attesa di capire se e come uscire dall’Ue contribuirebbe a deciderne il budget e la composizione delle Istituzioni. E quindi non è affatto scontato che cedano, anche perché, al contrario del Regno Unito, l’Unione è pronta per un no deal e lo considera ufficialmente l’esito più probabile.

Infine, l’opzione nucleare: la revoca dell’articolo 50. Tecnicamente possibile fino alla mezzanotte del 12 aprile, basta una comunicazione unilaterale del governo britannico. Ma politicamente inconcepibile, con una metà del paese che già grida al tradimento del mandato referendario. Ieri, attorno a Westminster, c’erano decine di migliaia di manifestanti pro-Brexit accorsi per festeggiare il Brexit day. Hanno finito per insultare politici e giornalisti.

A Istanbul non basta pregare

Per tentare di convincere gli elettori a votare nuovamente per i candidati del partito islamico della Giustizia e Sviluppo di cui è leader, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che Santa Sofia tornerà a essere una moschea. Domenica ci saranno le elezioni locali in Turchia e non è la prima volta che Erdogan lancia questa proposta, ma ora ha usato toni più forti visto che il suo partito rischia di perdere il simbolico municipio di Istanbul, oltre a quello di Ankara, in seguito alla decisione del partito filo-curdo Democratico dei Popoli, secondo partito d’opposizione, di chiedere agli elettori di votare per il blocco guidato dal Partito Repubblicano.

Circa 57 su 80 milioni di turchi hanno diritto di voto nelle elezioni locali di domani. Al contrario di quelle precedenti, queste consultazioni sono un test anche per il presidente Erdogan perché è in gioco la tenuta nelle principali città del partito della Giustizia e Sviluppo (Akp) di cui l’attuale capo dello Stato è stato cofondatore nel 2001, dopo essere stato sindaco della megapoli sul Bosforo. A determinare l’importanza a livello nazionale del risultato è soprattutto la grave situazione economica, in cui versa da più di un anno l’ex tigre del Vicino Oriente, che ha fatto precipitare il valore della lira turca e galoppare l’inflazione oltre il 20 per cento. La maggior parte dei turchi ha visto dimezzarsi il potere d’acquisto a fronte di una crescita esponenziale dei prezzi dei beni primari. All’inizio della settimana ci sono state nuove tensioni sulla valuta. Questa volta a causa di un’improvvisa scarsità di lire turche sul mercato monetario. Il fenomeno sarebbe dovuto alla decisione delle banche di scoraggiare le vendite allo scoperto di lire nel tentativo di sostenere il corso della valuta nazionale alla vigilia di queste delicate elezioni. Oltre ai sindaci delle città e governatori provinciali (la Turchia ha 81 province), gli aventi diritto dovranno scegliere i membri dei consigli distrettuali e i capi di quartiere, i mukhtar. Il Partito Giustizia e Sviluppo si presenta assieme all’alleato nazionalista di estrema destra (Mhp), nel blocco Alleanza del popolo, già sperimentato nelle ultime due elezioni nazionali. Si chiama invece Alleanza della Nazione, il blocco di opposizione formato dal Partito popolare repubblicano (Chp) e dal partito di destra (Iyi), costituito due anni fa da ex dirigenti dal partito nazionalista. La novità rispetto al passato è che, data la posta in gioco, il partito filo-curdo Democratico dei Popoli (Hdp) ha rinunciato a presentarsi da solo. Pur decimato dalle purghe di Erdogan che, usando il pretesto del fallito golpe del 2016, ha accusato i dirigenti di essere terroristi legati al Pkk di Ocalan e ne ha fatto incarcerare molti, a partire dal leader Selahattin Demirtas, l’Hdp è tuttora il secondo partito di opposizione, preceduto dal Chp. Ma i filo-curdi, sapendo di non avere chance di ottenere in proprio le municipalità di Ankara e soprattutto della megalopoli sul Bosforo, capitale commerciale della Turchia e città natale nonché roccaforte di Erdogan, hanno ritirato i propri candidati in 6 distretti e dato indicazioni agli elettori di scegliere il primo partito di opposizione per non sprecare il voto e contribuire a cambiare gli equilibri del Paese dal 2003 guidato in ambito nazionale e quindi locale dall’Akp. Dai sondaggi, l’appoggio sembra una strategia vincente. Sia Ankara sia Istanbul vedono i candidati dei due blocchi testa a testa. Per mantenere la leadership di Istanbul nelle mani del proprio partito e di conseguenza nelle proprie, Erdogan ha voluto che la candidatura di primo cittadino andasse a Binali Yildirim, suo fedelissimo e ultimo presidente del Consiglio, carica abolita in seguito al referendum del 2017. In questi giorni Yildirim ed esponenti del governo hanno fatto allestire bancarelle a Istanbul per vendere di persona frutta e verdura a prezzi inferiori rispetto al mercato dopo aver incolpato non solo Washington ma anche gli speculatori e gli intermediari locali di aver fatto salire i prezzi degli ortaggi alle stelle.

Molti cittadini pare abbiano accettato la teoria complottista di Erdogan secondo cui il crollo della lira, l’inflazione a due cifre e lo stop degli investimenti occidentali sia stata causata da “agenti esterni”, specialmente gli Stati Uniti, per indebolirlo. “Gli elettori di Istanbul sono scontenti. I problemi sono tanti: povertà, disoccupazione, ma anche la cementificazione selvaggia, emissioni inquinanti, rifugiati. La nostra strategia per tornare a vincere dopo 25 anni parte da una riflessione sui motivi di questa insoddisfazione”, ha detto Ekrem Imamoglu, candidato dei repubblicani a Istanbul, dato secondo dopo Yildirim, per una manciata di voti. Non va dimenticato che alle ultime votazioni, specialmente quelle referendarie, ci sono state pesanti irregolarità ai danni del blocco laico.

Mallegni: “Non lascio Silvio per Salvini: sono forzista dentro”

“Sono qui in Via Bellerio, è tutto il giorno che busso per entrare, ma non mi aprono…”. Massimo Mallegni, ex sindaco forzista di Pietrasanta oggi senatore berlusconiano, prende sul ridere qualche voce interna al partito azzurro che lo vedrebbe pronto a saltare sul carro di Matteo Salvini. “Per il leader della Lega ho stima, sta facendo bene il suo mestiere. Ma io sono forzista nel sangue, sono tra i fondatori del partito in Toscana, domani mattina (questa mattina, ndr) partirò con tre pullman dalla Toscana per raggiungere il Palazzo dei congressi all’Eur e ascoltare Silvio Berlusconi che, ancora una volta, mette in gioco tutto se stesso per guidarci alle Europee. Al nostro leader bisognerebbe fare un monumento, altro che…”, afferma Mallegni. Insomma, niente Lega? “Assolutamente no. Io le mie battaglie le ho sempre fatte nel partito, non penserei mai ad andarmene, specie nei momenti di difficoltà o quando i voti calano. Da juventino, continuavo a tifare anche quando stavamo in serie B”. Salvini, però, va come un treno. “Non dobbiamo guardare troppo a cosa fa o non fa Salvini, ma pensare a noi, a fare politica con proposte concrete, da presentare in Parlamento e dialogando col territorio”.

Its e formatori digitali: pronti bandi e soldi

Si chiamerà “Equipe territoriale formativa”, una mini flotta di docenti che avrà come missione formare i colleghi su quelle che il sottosegretario all’Istruzione, Salvatore Giuliano, definisce “metodologie didattiche innovative” che includono anche l’utilizzo delle nuove tecnologie.

La novità arriverà già con il prossimo anno scolastico. Centoventi docenti saranno esonerati dall’insegnamento: “Non andranno più in aula – spiega al Fatto il sottosegretario Giuliano – ma si occuperanno, sul territorio di riferimento e anche in quelli più lontani, di guidare i colleghi”. Fuori dall’aula, ma non solo: i membri di questa équipe potranno fare lezione con il docente titolare direttamente in classe così da mostrare al collega come può essere modificata la metodologia didattica. In questo modo si promuoverà il coinvolgimento degli alunni. “Nella scuola molto spesso si ha paura del cambiamento, si teme di non essere all’altezza – spiega il sottosegretario – Oggi le tecnologie consentono ottime cose, come produrre un contenuto multimediale in breve tempo e con una semplicità che prima non c’era. Una video lezione prima si preparava in tre giorni, oggi in dieci minuti. I docenti devono vincere il timor panico e saranno aiutati dai loro colleghi. I nostri docenti sono straordinari”. L’idea è quindi abbandonare il modello dei tradizionali corsi di aggiornamento per la formazione sul campo e tra pari, “un trasferimento di esperienze”. Certo 120 docenti sembrano pochi. “Sicuramente non è un numero ottimale – dice Giuliano – e mediamente ogni docente coprirà 60 istituzioni scolastiche. Ma penso che possa contaminare i colleghi e avviare nelle scuole i docenti che a loro volta proseguano con la formazione degli altri. L’innovazione è contagiosa”.

Per la selezione sarà a breve pubblicato un bando, i criteri riguarderanno esperienze già fatte e i progetti già avviati. Chi deciderà di far parte dell’equipe continuerà a percepire lo stipendio e avrà rimborsate le eventuali spese. E si libereranno così altre 120 cattedre. “Concepiremo una sorta di piattaforma su cui le scuole potranno fare richiesta del tipo di approfondimento che vogliono, ad esempio la robotica, e a quella richiesta potrebbe rispondere anche un docente di Milano se è ad esempio uno dei maggiori esperti sul tema”.

Altro punto nodale nel prossimo anno scolastico sarà l’investimento sugli Istituti Tecnici Superiori (Its) su cui questo governo ha puntato 50 milioni di euro nell’ultima legge di Stabilità: soldi che andranno a potenziare da subito l’offerta formativa, veicolati dalle Regioni. Viene definita “esperienza terziaria professionalizzante”, praticamente sono corsi post diploma che durano solitamente due anni e che nascono dal coordinamento di ministero, Regioni e dalle imprese che in sostanza identificano le figure che servono nel territorio e quindi attivano i percorsi necessari a formarle. “Sono realtà bellissime ed efficienti di cui si parla poco e che oggi raccolgono 12mila studenti. I soldi andranno inizialmente a potenziare i percorsi – spiega Giuliano – poi monitoreremo gli esiti: bene spingere, ma i tassi di assunzione post-corso devono rimanere gli stessi”. L’ultimo rapporto del ministero sugli Its, infatti, mostra che a un anno dal termine del corso almeno l’82% ha trovato lavoro e di questi l’87%lo ha trovato in un’area coerente con il percorso fatto. Il 47 % dei contratti, poi, è a tempo determinato, il 30% a tempo indeterminato, il 22 di apprendistato. Tre invece gli ambiti per cui il tasso di occupazione è stato maggiore: Mobilità sostenibile (84%), Nuove tecnologie per il Made in Italy (83,9%) e il Sistema moda (86.18%).