Finisce la guerra per il controllo di Tim. La pace tra il fondo Elliott e i francesi di Vivendi è stata siglata ieri all’assemblea degli azionisti del colosso telefonico, chiusa senza il voto sulla revoca dei consiglieri chiesta dal gruppo di Vincent Bolloré. È l’epilogo di uno scontro durato un anno. “Oggi è stato il primo passo di una lunga marcia che faremo insieme”, ha esultato l’amministratore delegato Luigi Gubitosi.
Riavvolgiamo il nastro. Il 4 maggio scorso l’assemblea degli azionisti ha tolto agli uomini di Vivendi (primo azionista con il 24 per cento) il controllo di Tim, lasciando a Bolloré 5 consiglieri ed eleggendo i 10 della lista del fondo americano (che ha il 9,5%), aiutato dall’ingresso col 5% della pubblica Cassa Depositi e Prestiti deciso dal governo Gentiloni. I francesi hanno subito chiesto la revoca del cda. Ieri però la battaglia si annunciava persa in partenza per Bolloré, con i fondi contrari alla richiesta e con la Cassa che ha deciso di dare manforte a Elliott salendo al 9,8%, portando l’investimento finale a quota 1,3 miliardi (di cui 400 già persi).
Le avvisaglie della pace erano arrivate già nei giorni scorsi. E così ieri – in un’assemblea dove si è presentato il 67% del capitale – Vivendi ha evitato anche di andare alla conta e ha ritirato la sua richiesta. Il 95% degli azionisti presenti ha votato a favore.
Il mercato ha apprezzato la decisione. Il titolo Tim ha chiuso in rialzo del 2,48 per cento. Adesso inizia il lavoro per far sedere Videndi al tavolo del progetto sulla rete unica. Il malumore dei francesi, che si sono astenuti nell’approvazione del bilancio 2018, dovrà rientrare. Il primo passo potrebbe riguardare i vertici. Ai piani alti di Tim si discute sulla sostituzione del presidente Fulvio Conti, ipotesi che non vede contrario neanche Elliott. È chiaro che il successore dovrà essere gradito a Vivendi. E non è un caso che circoli il nome di Franco Bassanini, grand commis e presidente di Open Fiber (rete telefonica di Cdp ed Enel) assai stimato negli ambienti francesi. A fargli posto dovrebbe essere un rappresentante di Cdp, per evitare che si debba ripassare in assemblea. “Il board resta quello attuale, che è stato nominato un anno fa e dura tre anni, non so col tempo cosa succederà”, ha spiegato Gubitosi.
Ora si potrà lavorare all’obiettivo rete. La strategia promossa dal governo gialloverde è la stessa impostata da Gentiloni: scorporare la rete Tim e fonderla con Open Fiber, con la nuova società che finirebbe sotto il cappello statale di Cdp. Risultato: una rete neutra, non controllata da uno degli operatori, con tariffe fissate dall’Agcom per remunerare gli investimenti, come avviene con Terna per la rete elettrica. Da mesi i tecnici delle due società ne stanno parlando, ma l’operazione è complessa e richiede tempo. Tim valuta la sua rete circa 10-15 miliardi, quella di Open Fiber vale un decimo. Sui concambi sarà battaglia. Poi servirà decidere quanti debiti e dipendenti la rete Tim si porterà via. L’ad di Cdp, Fabrizio Palermo vuole la fusione. Finora Vivendi si è opposta, così come l’ad di Enel, Francesco Starace, che ha messo in piedi Open Fiber investendoci 4,5 miliardi, spinto dal governo Renzi nella strampalata idea che fosse l’unico modo per costringere Tim a investire sulla rete.
Per convincere Vivendi serve un piano di ampio respiro, anche perché Elliott è un fondo speculativo che non investe a lungo termine. Prima o poi uscirà. Un’intesa Vivendi-Cdp supererebbe però la soglia del 25%, oltre il quale scatta l’obbligo di lanciare un’Offerta pubblica di acquisto sul totale del capitale che dissanguerebbe i due attori (Vivendi ha già investito 4 miliardi, e al momento ne perde due visti i chiari di luna in Borsa). Per questo è tornata in auge la vecchia ipotesi di convertire in azioni ordinarie le azioni di risparmio, che diluirebbe Vivendi e Tim nell’azionariato facendole scendere sotto quota 25%. “È un tema di attualità e vorremmo proporlo in assemblea quando ce ne saranno le condizioni”, ha chiosato ieri Conti.