Pace Elliott-Vivendi su Tim. Ora Cdp tratterà sulla rete

Finisce la guerra per il controllo di Tim. La pace tra il fondo Elliott e i francesi di Vivendi è stata siglata ieri all’assemblea degli azionisti del colosso telefonico, chiusa senza il voto sulla revoca dei consiglieri chiesta dal gruppo di Vincent Bolloré. È l’epilogo di uno scontro durato un anno. “Oggi è stato il primo passo di una lunga marcia che faremo insieme”, ha esultato l’amministratore delegato Luigi Gubitosi.

Riavvolgiamo il nastro. Il 4 maggio scorso l’assemblea degli azionisti ha tolto agli uomini di Vivendi (primo azionista con il 24 per cento) il controllo di Tim, lasciando a Bolloré 5 consiglieri ed eleggendo i 10 della lista del fondo americano (che ha il 9,5%), aiutato dall’ingresso col 5% della pubblica Cassa Depositi e Prestiti deciso dal governo Gentiloni. I francesi hanno subito chiesto la revoca del cda. Ieri però la battaglia si annunciava persa in partenza per Bolloré, con i fondi contrari alla richiesta e con la Cassa che ha deciso di dare manforte a Elliott salendo al 9,8%, portando l’investimento finale a quota 1,3 miliardi (di cui 400 già persi).

Le avvisaglie della pace erano arrivate già nei giorni scorsi. E così ieri – in un’assemblea dove si è presentato il 67% del capitale – Vivendi ha evitato anche di andare alla conta e ha ritirato la sua richiesta. Il 95% degli azionisti presenti ha votato a favore.

Il mercato ha apprezzato la decisione. Il titolo Tim ha chiuso in rialzo del 2,48 per cento. Adesso inizia il lavoro per far sedere Videndi al tavolo del progetto sulla rete unica. Il malumore dei francesi, che si sono astenuti nell’approvazione del bilancio 2018, dovrà rientrare. Il primo passo potrebbe riguardare i vertici. Ai piani alti di Tim si discute sulla sostituzione del presidente Fulvio Conti, ipotesi che non vede contrario neanche Elliott. È chiaro che il successore dovrà essere gradito a Vivendi. E non è un caso che circoli il nome di Franco Bassanini, grand commis e presidente di Open Fiber (rete telefonica di Cdp ed Enel) assai stimato negli ambienti francesi. A fargli posto dovrebbe essere un rappresentante di Cdp, per evitare che si debba ripassare in assemblea. “Il board resta quello attuale, che è stato nominato un anno fa e dura tre anni, non so col tempo cosa succederà”, ha spiegato Gubitosi.

Ora si potrà lavorare all’obiettivo rete. La strategia promossa dal governo gialloverde è la stessa impostata da Gentiloni: scorporare la rete Tim e fonderla con Open Fiber, con la nuova società che finirebbe sotto il cappello statale di Cdp. Risultato: una rete neutra, non controllata da uno degli operatori, con tariffe fissate dall’Agcom per remunerare gli investimenti, come avviene con Terna per la rete elettrica. Da mesi i tecnici delle due società ne stanno parlando, ma l’operazione è complessa e richiede tempo. Tim valuta la sua rete circa 10-15 miliardi, quella di Open Fiber vale un decimo. Sui concambi sarà battaglia. Poi servirà decidere quanti debiti e dipendenti la rete Tim si porterà via. L’ad di Cdp, Fabrizio Palermo vuole la fusione. Finora Vivendi si è opposta, così come l’ad di Enel, Francesco Starace, che ha messo in piedi Open Fiber investendoci 4,5 miliardi, spinto dal governo Renzi nella strampalata idea che fosse l’unico modo per costringere Tim a investire sulla rete.

Per convincere Vivendi serve un piano di ampio respiro, anche perché Elliott è un fondo speculativo che non investe a lungo termine. Prima o poi uscirà. Un’intesa Vivendi-Cdp supererebbe però la soglia del 25%, oltre il quale scatta l’obbligo di lanciare un’Offerta pubblica di acquisto sul totale del capitale che dissanguerebbe i due attori (Vivendi ha già investito 4 miliardi, e al momento ne perde due visti i chiari di luna in Borsa). Per questo è tornata in auge la vecchia ipotesi di convertire in azioni ordinarie le azioni di risparmio, che diluirebbe Vivendi e Tim nell’azionariato facendole scendere sotto quota 25%. “È un tema di attualità e vorremmo proporlo in assemblea quando ce ne saranno le condizioni”, ha chiosato ieri Conti.

Mail Box

 

Possiamo dire addio alla crescita del Pil?

Tantissimi in giro, commentatori o semplici cittadini, si lamentano per la mancata crescita e il calo del Pil, ma temo non abbiano capito che la crescita non ci sarà mai più alle attuali condizioni di mercato. Abbiamo raggiunto il picco di quello che si poteva fare e ora in Occidente abbiamo una capacità iper-produttiva che è 10 volte la capacità di acquisto della gente, e poiché la globalizzazione, con l’aiuto dell’euro, da 20 anni, con miserevoli scuse e motivazioni, comprime sempre più i salari (aumentando fra l’altro la mancata ridistribuzione della ricchezza), la gente non ha più la possibilità di acquistare e sostenere i mercati, e neppure di farlo a debito, vista la situazione del sistema bancario. E non saranno le esportazioni a salvarci perché ormai tutti più o meno sono messi allo stesso modo, Quindi o smettiamo di far finta che vada tutto bene e riformiamo il sistema globale su base di maggiore equità e minori sprechi (cosa difficile coi delinquenti che ci sono in giro, e che pure comandano, ma indirizzati dai poteri forti), oppure dobbiamo smettere di credere alle favole, e che l’anno prossimo cresceremo dello 0.4, poi dello 0.6, e infine dello 0.9%.

Enrico Costantini

 

Forse dovremmo pensare meno al gossip e più alla politica

Alcuni commentatori hanno fatto nero Matteo Salvini, per essersi permesso di andare, alla prima del filmone Dumbo, insieme a Francesca Verdini, figlia dell’ex influente senatore forzista Denis. Ma la vita sentimentale di tutti – e quindi anche dei ministri (anche Giggino Di Maio è stato “paparazzato” accanto alla sua nuova, bionda fidanzata) – non dovrebbe rimanere privata, non azzeccandoci nulla con l’attività politica? Non so i lettori, ma io non rimpiango il passato, quando i leader piazzavano le amanti in Parlamento e nell’accogliente “mamma Rai”. O nominavano le ministre non sulla base dei meriti, ma dell’avvenenza. E ancora di meno rimpiango i Bunga-Bunga o le “cene eleganti” di Silvio Berlusconi, nel villone di Arcore. I leader “under 50” della maggioranza gialloverde, come i loro coetanei, frequentano delle giovani donne: belle, il che non guasta, italiane, e non parenti di qualche capo di Stato estero… Forse, come ha osservato qualcuno, Salvini e Di Maio rappresentano il “condensato delle passioni medio-basse del Paese”… Ma il disprezzo degli elettori non contribuirà a far ritrovare alla sinistra i tanti consensi perduti.

Pietro Mancini

 

L’errore dei politici è sottovalutare gli elettori

Un ipotetico premio Nobel alla stupidità andrebbe assegnato, senza l’esistenza di una vera concorrenza, al Pd e al suo fuoriclasse Zanda. In una situazione economica e morale come l’attuale, il buon Zanda, “nuovo” (si fa per dire) tesoriere del “nuovo” (si fa sempre per dire) Pd, ha la brillante idea di proporre la reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti e dell’ aumento dei compensi degli “onorevoli” al livello di quelli europei. Vuole perciò mettere sul fuoco dell’indignazione popolare, la paglia del rinnovato privilegio della casta. Forse pensa che, poichè i 5 stelle ritengono giusto e doveroso sostenere i più deboli con le misure approvate del reddito di cittadinanza, sia giusto che anche gli “onorevoli” abbiano il reddito di “accaparranza”.

Il prof. Cacciari parla di suicidio politico. Ma dimentica che un morto non si può suicidare.

Il Pd è morto e per farlo resuscitare è necessario cambiare completamente registro. Basta gente ambigua, basta affaristi ingordi, basta prepotenti, basta opportunisti, basta impuniti! I 5stelle, con il loro comportamento non sempre in linea con i proclami da oppositori e in campagna elettorale, hanno perso voti nelle ultime tornate elettorali. Questa lezione deve servire a loro, ma soprattutto al Pd, per essere consapevoli che il popolo non è più bue (senz’altro non la maggioranza).

Paolo Benassi

 

Salvini non durerà: per questo i 5stelle lo devono allontanare

Si percepisce chiaramente, attraverso la conoscenza dei vari media (televisione, siti web, carta stampata), l’atmosfera di un vento che soffia – dal punto di vista politico – a favore della Lega di Matteo Salvini, almeno per quel che concerne le preferenze degli italiani.

Ma è un vento che va in una direzione sbagliata, a mio avviso, e che presto potrebbe sciogliersi come neve al sole, e cerco di spiegarne i motivi.

Salvini incarna, infatti, un’idea di governo secondo me molto pericolosa dal punto di vista sociale, e un esempio eclatante viene dimostrato dalla sua maniera dittatoriale di gestire la politica estera e, principalmente, le restrizioni che porta avanti in materia di migranti che, per quanto possano ridurre i reati compiuti da questi ultimi in Italia, compromettono in ogni caso la condizione dell’unione tra popoli diversi in una singola nazione, necessaria sicuramente all’integrazione culturale del rapporto tra popolazioni.

Proprio per questo ritengo che Luigi Di Maio e il M5S debbano trovare una soluzione per distaccarsi politicamente da Salvini e dai suoi metodi antidemocratici.

Mario Salvo Pennisi

 

Inaccettabile che gli stupratori siano lasciati a piede libero

Ancora una volta gli stupratori hanno vinto. Due dei tre mascalzoni che hanno violentato una ragazza a Napoli sono già usciti di galera, e il terzo sicuramente li seguirà tra pochi giorni. È inaccettabile che questi soggetti siano lasciati liberi di circolare e magari di ripetere il loro comportamento.

Armando Parodi

È bene la legittima difesa? Il legislatore già tutelava i cittadini. Ora andrà peggio

 

Se non c’è necessità di legittima difesa, qualcuno mi spieghi come mai l’Italia oramai pullula di telecamere, di finestre e di porte con inferriate che trasformano le abitazioni in celle forzate per i residenti, per proseguire con i più svariati sistemi di antifurto.

Arianna Gatti

 

Arianna, le sue parole dimostrano la distanza che separa l’apparenza dalla realtà. Lei scrive: se non c’è necessità della legittima difesa. La necessità c’è eccome e il codice penale la prevede specificamente. Essa, cioè la difesa, è legittima, e il legislatore tutela chi si difenda da una aggressione. Stabilisce soltanto, anzi stabiliva, il principio della “proporzionalità” tra l’offesa ricevuta e la difesa manifestata. Lei non risponderà a uno schiaffo con una mitragliata, né inseguirà oltre i confini della sua città i malintenzionati che le hanno svaligiato casa. Nel primo caso al massimo risponderà con uno schiaffo (lascio a lei la valutazione della opzione cristiana, cioè porgere l’altra guancia) nel secondo caso allerterà le forze dell’ordine, le uniche deputate all’inseguimento e alla cattura del delinquente.

Questo dice il codice, punendo gli eccessi, cioè gli atti non ritenuti funzionali alla difesa. L’anno scorso, per dirle, erano solo quattro i casi di eccesso di legittima difesa discussi in tribunale. Casi isolatissimi che però, per legittimare questa nuova illustrazione della difesa (è sempre legittima, dice la nuova legge), sono divenuti la regola, al punto che lei sottintende: ma com’è possibile che non si capisca che è un nostro diritto difenderci?

Domani cosa accadrà? Che lei, magari, riterrà di poter sparare al minimo fruscio di foglie nel suo giardino. Alle altre conseguenze immaginabili aggiungo questa: che invece di essere indagata per eccesso di legittima difesa le verrà verosimilmente contestato il reato di omicidio volontario.

Antonello Caporale

“L’insostenibile leggerezza dell’essere”: magari fosse oggi

Sembra passato un secolo da quando, grazie a Renzo Arbore e Roberto D’Agostino, L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera godé di un lancio mediatico senza precedenti e lo scrittore ceco, sia pure sulla fiducia di Quelli della notte, divenne quasi una pop-star. Sembra passato un secolo, ma in realtà è passato un millennio; ere geologiche in cui si parlava di libri che non fossero quelli di Vespa o di Renzi, di buoni libri e autentici scrittori, in Tv, sui giornali e perfino al caffè. Dopodomani Kundera compie novant’anni da maestro riconosciuto del romanzo-saggio e del postmoderno, ha appena raccolto da Borges e Philip Roth il testimone del Nobel mancato (quello che si assegna ogni anno, a differenza del Nobel riuscito). Oggi viviamo tra le meteore, ma “la letteratura è qualcosa che dura”, ha scritto Paul Léautaud. Infatti quel titolo-tormentone non fu una meteora. Al contrario, appaiono più che mai necessari l’elogio della leggerezza, l’apologia del caso (“ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, ciò che si ripete ogni giorno, è muto. Soltanto il caso ci parla”), il riso e il buonumore come antidoti a ogni forma, esplicita o strisciante, di totalitarismo. È trascorso un millennio da quel 1985 in cui per la prima volta sentimmo parlare di lui, siamo in un’altra era, ma Kundera è ancora più attuale in questi tempi lividi come un talk-show, tristi come una galà dei David di Donatello, circondati come siamo dalla sostenibile pesantezza dell’apparire.

San Siro addio: l’ultimo calcio degli yankee

È in fase avanzata il progetto di costruire a Milano un nuovo stadio di calcio che dovrebbe sostituire quello, storico, di San Siro. I tifosi e anche i milanesi che tifosi non sono si sono divisi fra favorevoli e ‘nostalgici’. Va da sé che io sono fra i secondi, però per ragioni più profonde della semplice, e sia pur importante, nostalgia.

Per la verità io sono nostalgico del vecchio San Siro, quello che c’era, immutato da sessant’anni, prima che, per i Campionati del mondo del 1990, si decidesse di ‘aggiornarlo’ con un costo che partito da un preventivo di 35 miliardi arrivò, in corso d’opera, a 170 per le solite grassazioni che si consumano, ovunque e comunque, sulle ‘grandi opere’. Ma questo sarebbe ancora il meno perché a tali ruberie siamo ormai così abituati da non farci nemmeno più caso. La cosa più grave è che il vecchio stadio invece di uscirne migliorato è stato peggiorato, in tutti i sensi. Quello estetico tanto per cominciare. San Siro, visto da fuori e da dentro, era un ovale perfetto. Le quattro enormi torri, per costruire un terzo anello, inutile perché San Siro, giochino il Milan o l’Inter anche contro una grande rivale europea, 90 mila spettatori non li ha mai visti e perché, comunque, dal terzo anello il campo è troppo lontano e non si vede nulla, hanno distorto questa ellittica geometria. Il terreno di San Siro, non a caso noto come “la Scala del calcio”, era considerato il migliore d’Europa insieme al Wembley e al Prater di Vienna. L’altrettanto inutile tettoia in vetrocemento che dovrebbe proteggere gli spettatori, inutile perché la pioggia ha il cattivo e dispettoso vizio di non scendere giù dritta ma di traverso, lo ha rovinato. Chiunque abbia giocato a calcio, anche sui campi più periferici o dilettantistici, sa che la buona tenuta del terreno dipende dalla sua esposizione al sole. Con quell’assurda copertura il terreno di gioco, un misto di erba e sintetico causa non ultima dei numerosi infortuni, ora deve essere cambiato ogni tre mesi. In primavera e a inizio estate si soffoca, non si respira. Ho assistito con mio figlio Matteo alla partita Germania-Olanda dei Campionati del mondo del 1990, giocata a fine giugno (2 a 1 per i tedeschi, gol di Klinsmann e di Brehme, chi segnò per gli olandesi non me lo ricordo). Eravamo dietro una delle porte, sul primo anello, e quindi molto vicini al terreno di gioco. Respiravamo a fatica e ci chiedevamo come potessero farlo quelli in campo.

Comunque, nonostante tutto, San Siro resta un signor stadio, tanto che vi si è disputata nel 2016 la finale di Champions. Perché allora abbatterlo? L’idea è partita dagli Stati Uniti, da Elliott, il fondo proprietario del Milan. Adesso gli americani, che a calcio non hanno mai saputo giocare (i loro sport sono il baseball e il basket) vogliono colonizzarci anche in questo gioco che è nato in Europa. E naturalmente vi portano la loro mentalità e la loro cultura. Poiché non hanno una Storia, almeno rispetto a quella più che bimillenaria dell’Europa, non hanno nemmeno monumenti. Per loro abbattere un grattacielo per sostituirlo con un altro è normale. Lo skyscraper è il loro mito. Benché buona parte del territorio sia costituito da grandi pianure il loro orizzonte, anche sociale, è verticale (“il sogno americano”). Per noi europei, e soprattutto per noi italiani, è molto diverso. Abbiamo una memoria storica e su questa si fonda la nostra identità. Noi, a differenza degli americani, non guardiamo al futuro ma al passato, perché il nostro è un grande passato. Lo è anche quello dei tempi più recenti. Se pensiamo a Milano – perché qui di Milano si tratta – questa città è fatta dei suoi stupendi palazzi, settecenteschi, ottocenteschi, novecenteschi (per questi ultimi fino alla Seconda guerra mondiale), delle sue case di ringhiera là dove ancora esistono e resistono a quella che si chiama ‘modernizzazione’. Ed è fatta quindi anche del suo stadio di calcio, che è del 1928, dove sono passate, gioendo o soffrendo, generazioni e generazioni. Togliere di mezzo San Siro significa recidere una parte, non trascurabile, della memoria storica di Milano e dei milanesi.

Naturalmente tutta questa faccenda del nuovo stadio nasce sull’onda del business, l’unico Dio universalmente riconosciuto in tutto il mondo, adesso anche in Cina dove un Dio propriamente detto non l’hanno mai avuto e se mai c’era non si occupava certo di affari. Intorno al nuovo stadio dovrebbero nascere negozi, appartamenti di prestigio, uffici. Ma questo oltre a interrompere e travolgere un tempo, con tutti i suoi valori, di cui i nuovi abitanti di Milano non avranno più memoria, significa scardinare un intero quartiere, con la sua socialità, la sua estetica, i suoi angoli di visuale: lo stadio, con dietro, più nascosto, l’ippodromo del trotto anch’esso destinato a scomparire. Un quartiere che fino a oggi aveva funzionato benissimo. Del resto l’esperimento, con effetti devastanti sul piano sociale, è già stato fatto con gli strampalati grattacieli, compreso il ‘bosco verticale’, che ruotano attorno alla piazza Gae Aulenti (sarò della vecchia scuola ma per me un bosco è fatto per passeggiarci dentro, non per impiccare degli alberi alla facciata di un edificio).

Ma c’è anche un altro aspetto della questione che i Latini, molto meno citrulli di noi, riassumevano nel brocardo quaeta non movere: cioè se una cosa ha funzionato bene, magari a basso regime, che necessità c’è mai di cambiarla? L’altro giorno sul Fatto Fanny Pigeaud ha dato conto di una commendevole e pia iniziativa del Wwf che vorrebbe ridurre una vasta area forestale del Congo a “riserva naturale”, sotto la tutela dell’Unesco, per salvare appunto la foresta espellendone gli ottomila indigeni, questi importuni, che ancora si ostinano ad abitarla. A questo progetto sostanzialmente coloniale l’antropologa Fiore Longo ha replicato: “Se la foresta ha la sua biodiversità vuol dire che i popoli che vi hanno sempre vissuto hanno saputo preservarla. Allora, perché cacciarli via?”.

Ebbene, anche lo stadio di San Siro fa parte, nel suo piccolo, di questa ecologia naturale. E quindi resti così com’è, come lo abbiamo amato, o magari odiato, per quasi un secolo. In culo agli yankee.

“Caro Settis hai sbagliato” “Io non credo”

 

Caro direttore, non è mio costume polemizzare su temi legati alla mia competenza professionale di giurista con colleghi, ancorché maestri, cultori di altre discipline, nel caso del Prof. Settis la storia dell’arte. Tuttavia il suo articolo sul Fatto contiene almeno un falso storico commissivo e uno omissivo che ritengo di segnalare ai nostri lettori. È falso (grossolano) che Tremonti abbia mai approvato un progetto di riforma proposto da me con altri colleghi nel 2003, che tale proposta sia stata abbandonata da Siniscalco e ripresa da Mastella. Mastella accettò una proposta, quella poi confluita nella Commissione Rodotà, formulata nel 2005 all’Accademia dei Lincei. Tremonti non approvò mai nulla né prontamente né altrimenti perché nulla c’era da approvare prima del 2005. L’omissione, altrettanto grossolana. È che proprio la definizione di Beni comuni della Commissione Rodotà nonché l’esperienza tecnico-giuridica ivi maturata produsse il referendum sull’acqua del 2011 referendum che fu essenzialmente volto a scongiurare e certo non promuovere le privatizzazioni. Passare dalla Commissione Rodotà all’esperienza di alcuni spazi di autogestione, a oggi ancora occupati senza menzionare la Fondazione Teatro Valle Bene Comune e la successiva Costituente per i Beni comuni, costituisce un’omissione storica altrettanto incredibile in un maestro della storia come Salvatore Settis.

Ugo Mattei

(Già vicepresidente Commissione Rodotà)

 

Ringrazio Ugo Mattei di questo commento, che richiede una risposta. Il mio articolo non contiene alcun “falso committivo”, né grossolano né veniale. Ho citato scrupolosamente dalla stessa Relazione di accompagnamento al disegno di legge delega della Commissione Rodotà, pubblicata da Reviglio nella rivista Politica del diritto, diretta da Rodotà (settembre 2008, pp. 537-546). È tale relazione a dire che nel marzo 2002 Cassese, Mattei, Gambaro e Reviglio “presentarono all’allora ministro dell’Economia e delle Finanze (che in quel momento era Tremonti) un primo Memorandum in cui si raccomandava la necessità di costituire una Commissione per la riforma del contesto giuridico dei beni pubblici”, e che tale proposta “in una prima fase, fu accolta positivamente dall’allora ministro dell’Economia e delle Finanze (ancora Tremonti)”, ma “tuttavia, con il cambio di ministro, avvenuto nel luglio del 2005 (cioè quando Tremonti fu sostituito da Siniscalco), non fu ulteriormente perseguita”. Quanto alle omissioni rilevate da Mattei (a cominciare dal Teatro Valle, dove ebbi l’onore di parlare accanto a Stefano Rodotà), certo nel mio breve articolo ce ne sono anche molte altre, e con tutti me ne scuso.

Salvatore Settis

Crisi dell’editoria: scindere proprietà e “giornaloni”

 

“L’essenza della democrazia è la libertà d’informare e il diritto di sapere”

(da I doveri della libertà intervista di Emma Bonino a cura di Giovanna Casadio – Laterza, 2011 – pag. 152)

 

Ne è passata di acqua sotto i ponti della politica italiana da quando i Cinquestelle non andavano in tv, non parlavano con i giornali e, anzi, Grillo e Casaleggio proclamavano la “dichiarazione di morte presunta” dei giornalisti. Ora, su lodevole iniziativa del sottosegretario Vito Crimi, il governo giallo-verde convoca gli Stati Generali dell’editoria invitando le parti a discutere di una riforma del settore. Non lo diciamo per spirito di corpo o di categoria, ma piuttosto perché oggi più che mai è vero che non c’è democrazia senza libertà d’informazione. E questa, di fronte all’avvento di Internet, all’effetto dei social network e al bombardamento delle fake news, è in piena crisi economica, culturale, esistenziale.

“Basta con i contributi diretti”, annuncia Crimi, probabilmente più per fare qualche concessione all’ideologia grillina che per autentica convinzione. Sta di fatto che i cosiddetti “giornaloni”, ridotti per la verità sempre più a giornalini, non ricevono ormai da tempo finanziamenti dallo Stato. E non saranno certamente i sussidi pubblici al quotidiano dei vescovi Avvenire, a il manifesto o a Radio Radicale a costituire un problema di coerenza e di rigore.

Sono cinque le aree tematiche su cui i protagonisti dell’informazione vengono chiamati a presentare idee e proposte di riforma: l’informazione primaria, cioè le agenzie di stampa che – secondo Crimi – sono troppe e devono specializzarsi; il lavoro dei giornalisti, l’industria editoriale, il mercato e i cittadini. Da qui a maggio, saranno raccolti tutti i contributi e poi a giugno si svolgerà un secondo dibattito pubblico, per formulare dopo l’estate un progetto organico di riforma. Un percorso di condivisione, dunque, che lascia ben sperare in un esito costruttivo.

A cavallo di queste tematiche, vogliamo richiamare l’attenzione su due punti cruciali. Il primo riguarda la proprietà dei giornali e quello Statuto dell’editoria che è rimasto finora una chimera. Se la crisi dell’informazione è innanzitutto una crisi di credibilità e di fiducia, allora occorre partire proprio da qui per rendere il più trasparente possibile il controllo dei giornali.

Senza evocare necessariamente lo spirito del mitico “editore puro”, come in una seduta spiritica, occorre separare la gestione delle testate dagli interessi economici o finanziari dei rispettivi proprietari. Basta, dovrebbe dire ora il buon Crimi, con gli editori che producono automobili o computer, fanno affari con le banche, speculano in Borsa con le informazioni privilegiate di cui sono destinatari. E basta, quindi, con la commistione perversa fra la produzione di notizie e di opinioni e il sistema di potere. Gli strumenti non mancano: dal classico blind trust (letteralmente, fondo cieco) ai Comitati dei saggi o dei garanti che devono garantire in primo luogo i cittadini lettori. I contributi pubblici, diretti o indiretti, vanno riservati semmai alle cooperative dei giornalisti (quelle vere, non quelle artificiali) e ai piccoli editori.

L’altro punto riguarda la raccolta pubblicitaria. Il nostro è ancora l’unico Paese occidentale in cui la televisione, pubblica e privata, rastrella complessivamente più risorse di tutti i giornali messi insieme. Una distribuzione più equa fra i vari media, vecchi e nuovi, va garantita per legge al di là delle libere scelte di mercato. Non si tratta di assegnare quote prestabilite, bensì di assicurare le condizioni fondamentali del pluralismo e della concorrenza.

Torniamo ai maestri Bobbio e Sartori

Eravamo fortunati quando potevamo contare su maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori. Restano i loro scritti e, per chi li ha conosciuti ed è stato loro allievo e amico, lettere e memorie. Gli uni e le altre possono aiutarci a riscoprire il loro insegnamento. Può darci una buona mano in questa impresa il libro che Gianfranco Pasquino, allievo prima e amico poi dell’uno e dell’altro, ha da poco pubblicato: Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (Bocconi Editore). Quando l’allievo scrive dei suoi maestri, cade facilmente nel peccato (veniale) di esaltare le loro virtù e tacerne i vizi, trattare soltanto delle pagine chiare delle loro vite, e sorvolare su quelle oscure. Non è il caso di Pasquino, incline, se mai, al difetto (scusabile) di troppa severità.

A Bobbio, con il quale si laureò il 10 marzo 1965, Pasquino imputa, ad esempio, “qualche peccato di eclettismo”; l’“alquanto imbarazzante lettera” (ma lo era davvero?) indirizzata a “S.E. il Cavalier Benito Mussolini l’8 luglio 1935”; il troppo “zelante patriottismo costituzionale”; la poca attenzione a “critiche significative al suo Destra e sinistra”; una “inadeguata comprensione del problema” Berlusconi (secondo me Bobbio aveva capito benissimo, soprattutto quando definì Forza Italia un partito personale); l’assenza “davvero flagrante”, anche per colpa di chi scrive, del discorso istituzionale nel Dialogo intorno alle Repubblica; l’aver attribuito alla democrazia “promesse irrealistiche” e poi dire che “non si potevano mantenere”; il giudizio “non sufficientemente severo su Lotta Continua”; il troppo scetticismo (a mio avviso lodevole), nei confronti di possibili riforme della Costituzione.

A Sartori, che ebbe come professore al Centro Studi di Politica Comparata d Firenze, fra 1968 e 1969 e con il quale condivise prima l’impegno in redazione (1971-1977), poi la condirezione della Rivista Italiana di Scienza Politica, Pasquino rimprovera di aver espresso in Homo videns (1997) preoccupazioni forse esagerate (per me sacrosante) relative alla “mutazione genetica indotta dalla televisione da homo sapiens a homo videns”; di non essersi posto “il problema della diseguaglianza sostanziale fra i cittadini che non hanno i mezzi economici per fare […] attività politiche e coloro che, invece, ne dispongono”; di non aver fatto seguire la sua giusta critica ai “perfezionisti” (chi propone il vincolo di mandato per i rappresentanti) una “parte propositiva concernente i miglioramenti auspicabili, possibili, magari già in corso nelle democrazie reali”.

Pasquino è particolarmente severo verso “il culto di Bobbio”. Un culto, annota, diffuso anche per responsabilità dello stesso Bobbio. Più deprecabili ancora sono state le forzature del suo pensiero a fini di affermazione politica personale. Pasquino avrebbe potuto citare in proposito l’indegno (per la povertà intellettuale) e offensivo (alla memoria di Bobbio) commento di Matteo Renzi alla riedizione (2014) di Destra e Sinistra che l’editore Donzelli ha promosso con pessima operazione editoriale e politica. Sartori non ha avuto la sfortuna di avere dei “sartoriani” e il suo pensiero è stato sottoposto a meno deformazioni.

Mai ideologi di regime, mai servi di politici potenti, Bobbio e Sartori furono intellettuali militanti che misero la loro chiarezza intellettuale e la loro competenza al servizio dell’impegno civile. Oltre agli articoli sulla Stampa e sul Corriere della Sera, e alle conferenze, scrissero libri che hanno lasciato un’impronta profonda (e suscitato le ire dei politici corrotti, come Craxi, che accusò Bobbio di essere un filosofo “che aveva perso il senno”). Ebbero tuttavia un diverso rapporto con l’attività politica. Bobbio partecipò alla Resistenza e militò in Giustizia Libertà, nel Partito d’Azione, nel Psu, nel Psi di Francesco De Martino e fu Senatore a vita (dal 1984). Sartori si tenne più lontano dalla milizia politica in senso stretto.

Bobbio aveva più lo stile dell’umanista che dello scienziato; Sartori più dello scienziato che dell’umanista. Mentre lo scienziato limita la sua indagine a un ambito ben definito, l’umanista cerca di capire la condizione umana in tutti i suoi aspetti. Nella bibliografia di Bobbio troviamo raccolte di scritti sui classici, ricordi di intellettuali e militanti, splendide riflessioni sulla vecchiaia e sulla mitezza e alcuni studi sulla scienza politica; in quella di Sartori molti studi di scienza politica e una minore mole di riflessioni sui grandi filosofi, sugli intellettuali e sull’esperienza umana.

Possiamo definire Bobbio e Sartori due classici? Intendo per classico, con Bobbio, un pensatore che “a) è considerato come l’interprete autentico e unico del proprio tempo, la cui opera viene adoperata come uno strumento indispensabile per comprenderlo; b) è sempre attuale, onde ogni età, addirittura ogni generazione, sente il bisogno di rileggerlo e rileggendolo di interpretarlo; c) ha costruito teorie modello di cui ci si serve continuamente per comprendere la realtà, anche la realtà diversa da quella da cui le ha derivate e a cui le ha applicate. Pasquino su Bobbio è cauto, su Sartori non si pronuncia. Per me Bobbio e Sartori hanno già meritato lo status di ‘classici’, senza attendere il giudizio dei posteri. Non vedo come sia possibile capire il Novecento, o la democrazia, o la degenerazione berlusconiana o i partiti senza le loro opere.

Ma più ancora della loro eredità scientifica, ha un valore inestimabile la loro lezione di rigore intellettuale, riflesso del loro rigore morale. Dell’uno e dell’altro abbiamo bisogno per tentare di arginare il degrado civile che è sotto gli occhi di chiunque abbia ancora un briciolo di senno. Proporre gli esempi di Bobbio e di Sartori, come ha fatto Pasquino, è un primo e importante passo nella giusta direzione.

Omicidio Tomalà: uso troppo emotivo dell’arma d’ordinanza

Un uso dell’arma di ordinanza poco professionale a causa di una componente emotiva. È quanto successo nel giugno 2018 a casa di Jefferson Tomalà, ecuadoregno di 22 anni ucciso con sei colpi di pistola da un agente durante un Tso. Per questo, secondo il gip Franca Borzone quell’agente deve essere processato. Il capo dei gip del tribunale di Genova ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Walter Cotugno, disponendo l’imputazione coatta. Secondo il gip è vero che l’agente che uccise Tomalà “stava temendo per la vita del collega ferito dal giovane” ma è anche vero che la sua azione “denota notevole imprudenza e imperizia. Una pur minima professionalità avrebbe dovuto imporre l’esplosione di un solo colpo e non verso parti vitali”. Secondo la Procura, l’agente agì per salvaguardare il collega e per questo aveva chiesto l’archiviazione. Secondo il gip la pattuglia agì correttamente ma per l’agente ci fu eccesso nell’uso legittimo dell’arma: “Tutti i colpi furono diretti in zone vitali ed esplosi a distanza così ravvicinata da consentire una mira pressoché esatta. Il comportamento denota il prevalere di una componente emotiva che mal si concilia con l’uso professionale dell’arma”.

Matrimonio trash, la Procura indaga sulle autorizzazioni

Da ieri mattina i carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, su input della Procura guidata da Giovanni Melillo, stanno acquisendo documentazione al Comune e interrogando persone informate dei fatti nell’ambito di un’inchiesta ancora embrionale sulla città ostaggio dei festeggiamenti del matrimonio in stile trash-Casamonica tra il neomelodico Tony Colombo e la vedova del boss degli Scissionisti Tina Rispoli. Le prime acquisizioni riguardano la documentazione sui permessi per quello che doveva essere un flash-mob in piazza del Plebiscito e si è tramutato nel video di lancio del singolo Ti amo amore mio caricato l’altro ieri sera su Youtube. Dagli uffici del palazzo di Giustizia è scattata la massima attenzione dopo la visione dei filmati del flash-mob miniconcerto di lunedì sera – sanzionato ieri dalla polizia municipale con una maxi multa da 30mila euro – e poi delle nozze di giovedì alla “boss delle Cerimonie” nel Maschio Angioino, precedute da un corteo con la carrozza trainata dai cavalli bianchi, i giocolieri, la Rolls Royce, lo spostamento in extremis di un convegno di Libera per evitare imbarazzanti incroci tra i familiari delle vittime di camorra e gli invitati dello sposo e della sposa. È presto per ipotizzare eventuali reati, ma la Procura intende compiere un controllo di legalità sull’accaduto e sull’esistenza o meno di autorizzazioni per i cortei (che i vigili hanno comunque multato). Accertamenti avviati d’ufficio, senza aspettare la relazione alla quale stanno lavorando i caschi bianchi su richiesta dell’assessore Alessandra Clemente, che dovrebbe culminare in una autonoma denuncia. “Il Comune, prendendo le distanze da questa rappresentazione farsesca che appartiene a un segmento di città che pur esiste, ha agito in modo adeguato e nel rispetto delle regole, con sanzioni sin da subito, prima ancora del clamore mediatico”, ha detto il sindaco Luigi de Magistris.