Sarà prorogata fino alla fine dell’anno scolastico la chiusura delle due scuole elementari, Grazia Deledda e medie, De Carolis del quartiere Tamburi di Taranto. Lo ha deciso il sindaco Rinaldo Melucci che non ha però ancora comunicato se i 780 alunni saranno trasferiti alla scuola Dante in pieno centro, la sola dove potrebbero entrare tutti gli studenti. Una decisione che, ancora prima di essere assunta, ha già suscitato la reazione delle mamme degli alunni sfrattati che sottolineano i grandi disagi che questo comporterà, soprattutto per quei bambini che nel corso dell’orario di lezione hanno bisogno di essere accompagnati negli ambulatori a causa delle diverse patologie di cui sono affetti dai genitori che abitano a circa 12 chilometri: “Figli come pacchi postali per quel mostro che continua ad avvelenarci” è lo sfogo unanime delle mamme dei Tamburi, il quartiere attorno al quale è stata costruita quella che era l’Italsider poi Ilva ed ora ArcelorMittal e non l’inverso, come incautamente ha affermato a #Cartabianca su Rai3 dal sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni del M5S. Le stesse madri che, simbolicamente misero i lucchetti ai cancelli della direzione del siderurgico: ”Ora vi chiudiamo noi”. E in attesa che i bambini vengano “deportati” perché il sindaco non vuole rischiare di farli restare in scuole a ridosso delle cosiddette “collinette ecologiche” sequestrate dalla magistratura – come se per chiuderle non bastasse il fatto che sorgano a ridosso dei camini dell’acciaieria – la città piange un altro caduto. Aveva 33 anni, si chiamava Gabriele Riondino, cugino dell’attore Michele Riondino, faceva il pizzaiolo nel quartiere Paolo VI, limitrofo ai Tamburi dove sorge l’ospedale Moscati dove vengono ricoverati i malati oncologici. Un altro paradosso in una città destinata a piangere i suoi figli per l’inquinamento.
Tor Vergata, Giuseppe Novelli uno e trino: il rettore docente che affida incarichi a se stesso
Uno e trino Giuseppe Novelli, rettore dell’Università di Roma Tor Vergata dal 2013, professore ordinario di Genetica medica e ora anche direttore della Uoc (Unità operativa complessa) Laboratorio genetica medica del Policlinico universitario, centro di eccellenza per la diagnosi delle malattie ereditarie rare e complesse. Due ruoli apicali difficilmente compatibili in termini di tempo: la guida di un reparto richiede almeno 28 ore settimanali di attività in corsia come previsto dal protocollo d’intesa del 2017 tra Regione Lazio e Tor Vergata. Tuttavia la vera perplessità sta nel fatto che l’incarico di direttore sia stato assegnato dal rettore a se stesso. L’articolo 5 del Regolamento che disciplina l’affidamento degli incarichi dirigenziali, infatti, prevede il benestare del rettore per il conferimento. E lo si legge nella deliberazione n. 243 del 20 marzo 2018 in cui la Fondazione del Policlinico attribuisce la direzione della uoc a Novelli: “Considerato che il Direttore generale, coadiuvato dal Direttore sanitario (…) ha provveduto alla valutazione della citata manifestazione di interesse, individuando il Prof. Giuseppe Novelli per il conferimento dell’incarico di cui all’oggetto ai fini della successiva intesa con il Rettore ai sensi del Regolamento …”. Quindi “in base all’intervenuta intesa con il Magnifico Rettore”, Giuseppe Novelli (rinviato a giudizio il 1 marzo per tentata concussione e istigazione alla corruzione in relazione ad alcune nomine nell’ateneo) è stato nominato direttore della uoc per 5 anni con un compenso annuo di 84.538,13 euro. Il caso non è passato inosservato. Un’interrogazione parlamentare depositata a fine ottobre, ancora senza risposta, chiedeva se non ci fosse conflitto di interessi. Secondo fonti del Fatto, mercoledí la Gdf ha sequestrato i verbali di nomina degli incarichi assegnati nel marzo 2018. La direttrice generale del Policlinico Tiziana Frittelli, che abbiamo contattato per una conferma, ci ha fatto sapere “che sono stati acquisiti dei documenti sulla base dell’interrogazione parlamentare”.
Voto di scambio, un quarto dell’Assemblea indagato: ma la discussione può attendere
C’è Giovanni Lo Sciuto, amico di famiglia del superlatitante Matteo Messina Denaro arrestato a Trapani nell’inchiesta sulla masso-mafia che siedeva in commissione Antimafia (ora è autosospeso) e c’è l’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio, ai domiciliari nella stessa inchiesta. C’è Riccardo Savona (FI) presidente della commissione Bilancio che sta per varare una manovrina da 20 milioni di euro, e c’è di nuovo Totò Cuffaro, coinvolto in un’inchiesta sul voto di scambio con altri 95 deputati, assessori e consiglieri comunali che lancia ombre sinistre su 147 mila voti raccolti da circa 20 candidati alle Regionali del 2017, sette dei quali eletti: l’assemblea regionale siciliana finora non è riuscita a trovare un paio d’ore per discutere della sua lista di indagati, emergenza etica che rilancia il caso Sicilia nel dibattito politico nazionale. Con un quarto (17) di deputati siciliani indagati e un terzo (4) di assessori della giunta Musumeci, da cinque giorni 20 deputati del M5S e il presidente dell’Antimafia regionale Claudio Fava sollecitano il presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè a calendarizzare al più presto un dibattito, attaccando frontalmente il governatore Musumeci, indicato da Fava come uno che “issa continuamente le bandiere dell’onestà e poi le ammaina di fronte ai capibastone”. La risposta di Miccichè è arrivata giovedì pomeriggio con la promessa che “il doveroso dibattito sulla questione etica si farà in tempi ravvicinati”, accolta con una dose di scetticismo dal capogruppo M5S Francesco Cappello. A imprimere un’accelerazione, i dati emersi dalle inchieste di due Procure, Trapani e Termini Imerese, che hanno portato a galla le manovre delle lobby politico affaristiche condotte, nel caso di Trapani, all’ombra di logge massoniche coperte, e che a Termini, hanno lanciato pesanti sospetti sulla raccolta di 147 mila voti delle scorse Regionali del 2017. E se Miccichè con ritardo ha risposto, il silenzio di Musumeci è sottolineato sia da Fava che dai 5S: ‘’Tra i suoi assessori indagati – dice il presidente dell’Antimafia – c’è l’ex rettore Lagalla, per fatti che non riguardano l’attività politica, ma quella, pregressa, di rettore: possiamo chiederci se ‘regalare’ una borsa di studio sia oppure no un problema morale? Noi non lo riteniamo normale e vogliamo discuterne in aula”. E i 5S rilanciano puntando il dito contro Savona, che ha dichiarato di non volersi dimettere, e che “continua a dirigere i lavori sul collegato alla Finanziaria”, pur essendo indagato per una truffa di 800 mila euro sui finanziamenti ai corsi di formazione: “È compatibile con la presidenza come lo è il presepe con il Ferragosto”, dice il capogruppo Francesco Cappello. Silenzio anche dalle parti del centrodestra e del Pd, con l’eccezione del deputato Nello Di Pasquale, intervistato da Sicilialive24: “Per eventuali indagini per corruzione, mafia o voto di scambio, fare il passo indietro mi sembra un atto dovuto a garanzia di tutti”.
Finora a dimettersi sono stati solo il sindaco di Termini Imerese Francesco Giunta, e un consigliere comunale Michele Galioto, sale invece il numero dei deputati regionali (in questo caso ex) condannati: tre giorni fa sono stati inflitti 8 mesi a Nino Dina (Udc) e Franco MIneo, Grande Sud. Roberto Clemente (Cantiere Popolare) era già stato condannato in abbreviato: erano accusati di corruzione elettorale aggravata, malversazione, millantato credito e peculato.
Raggi chiede l’Esercito per impianti rifiuti. La Difesa: disponibili
Dopo l’ultimo rogo divampato nell’impianto Tmb pubblico di Rocca Cencia, la sindaca di Roma Virginia Raggi chiede l’Esercito a presidio dei “siti che trattano e smaltiscono i rifiuti di Roma”. Lo fa in una lettera indirizzata ai ministri dell’Ambiente, della Difesa, dell’Interno e dell’Economia, congiuntamente al Prefetto di Roma e lo ribadisce in un incontro in Prefettura. A stretto giro il primo via libera arriva dal ministero della Difesa. Ma non finisce qui: nella stessa giornata il Campidoglio chiede ad Ama, la municipalizzata dell’ambiente, un report per sapere se tutte le telecamere del Tmb Rocca Cencia fossero attive la sera del 24 marzo scorso, quando è divampato l’incendio. I due roghi che hanno interessato prima il Tmb Ama al Salario, mettendolo ko, e poi quello a Rocca Cencia sono sotto la lente della Procura. E per quanto riguarda Rocca Cencia c’è anche la pista del sabotaggio tra le ipotesi prese in considerazione dagli inquirenti. “Non vorremmo che questi incidenti fossero ricorrenti – dice Raggi –. Bisogna assolutamente aumentare la vigilanza su questi luoghi perché sono strategici”.
“Le cene con De Vito, mi facevo pubblicità”
“Con De Vito ho fatto solo attività di promozione professionale, lui era uno che aveva visibilità, faceva cene tutte le sere con gente, imprenditori anche milanesi. (…) Lui è un personaggio pubblico ma di quelli che tagliava nastri perché non aveva potere”. L’avvocato Camillo Mezzacapo prova a difendersi dalle accuse di corruzione e traffico illecito di influenze che il 20 marzo scorso lo hanno portato in carcere insieme a Marcello De Vito, ex presidente dell’Assemblea capitolina. A 24 ore dal suo arresto, davanti al giudice Maria Paola Tomaselli, Mezzacapo si avvale della facoltà di non rispondere, ma rende dichiarazioni spontanee, iniziando dal rapporto con De Vito: “L’unica cosa che ho fatto con Marcello è di andare a delle cene con lui, perché noi facevamo attività di promozione professionale”. Secondo le accuse dei pm romani, De Vito avrebbe messo a disposizione di alcuni imprenditori la propria funzione pubblica e in cambio avrebbe ottenuto consulenze per lo studio legale di Mezzacapo. Il denaro degli incarichi professionali in parte finiva nella Mdl Srl, per poi essere spartito tra i due.
“Marcello lo conosco da quasi 20 anni – ha detto Mezzacapo al gip –, abbiamo studiato insieme Giurisprudenza, abbiamo fatto l’esame di avvocato insieme (…) C’erano state anche anni fa altre piccole collaborazioni professionali (…) Lui poi venne con questa avventura di 5Stelle, lo elessero all’opposizione e lo prendevamo anche un po’ in giro noi amici”. Mezzacapo spiega poi i suoi rapporti con i costruttori indagati. Sarebbe stato De Vito a presentargli Luca Parnasi: “L’ho incontrato tre volte (…) Parnasi l’unica volta che venne nel mio studio che c’ero io, c’era Marcello, nella sala riunioni ci prendemmo un caffè, poi loro cominciano a parlare di calcio e mi sono alzato (…). Da Parnasi non ho mai avuto nessun mandato professionale”. Nel capo di imputazione però la Procura contesta “lucrosi incarichi” allo studio legale Mezzacapo, tra i quali “il conferimento, da parte dell’amministratore della Capital Holding Spa – Domenico Cavallo –, del presidente del consiglio di amministratore della Vigest Srl – Angelo Jacorossi –, e di Luca Parnasi quale amministratore della Energie Alternative Srl, di un incarico professionale a Mezzacapo, formalizzato nei confronti di Virginia Vecchiarelli, con oggetto il perfezionamento di una transazione tra la società Acea Spa ed Ecogena, per il quale veniva corrisposto il compenso di 95 mila euro”.
Poi nel capo di imputazione si parla anche di altri incarichi solo promessi. Quelli conferiti alla sua collaboratrice Virginia Vecchiarelli, si difende Mezzacapo, non erano frutto di un accordo corruttivo, ma un lavoro affidato a una collega per un motivo: “Stavo cercando di diventare avvocato di Acea, non mi potevo mettere in conflitto di interessi”.
Nel caso degli incarichi conferiti dagli imprenditori Claudio e Pierluigi Toti, l’avvocato dice: “Ho avuto un incarico preliminare da Toti. È durato qualche mese, mi ha dato un acconto (…) All’improvviso mi scrive: ‘Ti revoco il mandato’”.
“Premio Morandi”, 3,7 milioni all’Ad nell’anno del crollo
“Nell’anno del crollo del Morandi l’ex ad di Autostrade Giovanni Castellucci incassa 3,7 milioni in bonus. Al presidente Fabio Cerchiai 560 mila euro. Non servono commenti di fronte a premi milionari erogati dopo la tragedia di Genova, serve una rivoluzione del sistema concessioni: quella che stiamo facendo”. Ha scritto così ieri il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, in un tweet. La guerra tra il Governo giallo-verde e il concessionario Autostrade segna un nuovo capitolo.
Tutto nasce da una decisione di Atlantia, la holding che fa capo alla famiglia Benetton.
Due giorni fa ha comunicato la decisione di concedere un bonus ai vertici. Castellucci (che guida Atlantia e fino a pochi mesi era anche ad di Autostrade) per il 2018 incasserà 5,05 milioni (1,33 milioni di retribuzione base più 3,72 milioni di premio). Al presidente Cerchiai toccheranno 1,28 milioni (di cui 560 mila euro di bonus).
Una decisione che ha sollevato perplessità, visto l’annus horribilis del concessionario. Prima c’era stato, ovviamente, il disastro del Morandi dove morirono 43 persone. Subito il ministro Toninelli e il Governo dichiararono l’intenzione di togliere la concessione alla società del gruppo Benetton. Ma suscitò anche polemiche il modo in cui i vertici di Autostrade affrontarono l’emergenza. Castellucci presenziò ai funerali delle vittime, ma in molti criticarono la società per il suo silenzio, rotto infine da un’intervista di Gilberto Benetton (scomparso pochi mesi dopo) sul Corriere della Sera.
Ma le rogne per Castellucci non erano finite. A settembre arrivò la conferenza stampa per la presentazione del nuovo ponte progettato dall’architetto Renzo Piano. Accanto all’ad di Autostrade ecco il governatore Giovanni Toti e il sindaco di Genova, Marco Bucci. Le telecamere ritraevano volti che a molti parvero troppo sorridenti. Per non dire del momento in cui proprio Castellucci indicando il modellino del nuovo ponte lo fece andare in pezzi.
Infine ecco le inchieste giudiziarie: Castellucci è indagato nel filone che riguarda il crollo (Cerchiai non è iscritto). Anche Autostrade è indagata. E adesso è stato aperto un secondo fascicolo per falso (secondo i pm i controlli alla sicurezza di cinque viadotti tra Liguria, Campania e Abruzzo sarebbero stati taroccati) che vede indagati manager di spicco di Aspi e della controllata Spea che si occupa di verifiche alla sicurezza. Insomma, un anno nero. Anche Franco Ravera, che guida il comitato degli sfollati, non nasconde il proprio disappunto: “Sono molto perplesso. Chissà come sarebbe stato retribuito Castellucci se il ponte non fosse crollato”.
Ma perché premiare i due supermanager della società proprio nell’anno più travagliato della sua storia? La decisione, spiegano fonti di Autostrade, risale a un anno e tre mesi prima del disastro. Era il maggio 2017 quando Atlantia decise di tentare l’acquisto della società autostradale spagnola Abertis.
In occasione di un cda venne deliberato che, se l’operazione fosse andata a buon fine, i vertici avrebbero ricevuto un bonus. L’accordo con gli spagnoli, sottolineano ancora da Atlantia, risale al marzo 2018. “Il premio ai manager”, è la versione di Atlantia, “non ha quindi niente a che fare con il disastro del Morandi ed è tutto stato deciso prima. Del resto la retribuzione di Castellucci, come accade quasi sempre per i manager di questo livello, è composta da una voce fissa, che di solito è il 28 per cento del totale, e per il resto da incentivi”.
Aspi ha previsto 500 milioni per la ricostruzione e i risarcimenti. Molto dipenderà dalla partita politica e soprattutto legale per escludere Autostrade dalla ricostruzione e per revocare la concessione.
Restano i danni a vittime e sfollati. Per i primi Autostrade ha previsto 50 milioni: sono 400 le persone che sostengono di aver subìto danni dal crollo. Con quasi 300 di loro i legali di Autostrade hanno già raggiunto un accordo per il pagamento dei danni senza arrivare a un processo.
Il Riesame: Montante “perno di associazione a delinquere”
È confermato che Antonello Montante possa essere ritenuto il capo di un’associazione a delinquere ed è certificata la correttezza della misura cautelare emessa dal gip nell’operazione Double Face. È quanto sostiene il Tribunale del Riesame di Caltanissetta che ha confermato l’ordinanza emessa dal gip Maria Carmela Giannazzo sfociata nell’arresto dell’ex leader di Confindustria Sicilia e di altre persone, ora a processo per associazione per delinquere finalizzata, tra l’altro, alla corruzione. La notizia è stata pubblicata ieri dal quotidiano La Sicilia. La Suprema Corte nelle motivazioni della sentenza emessa lo scorso 21 novembre aveva in pratica confermato l’esistenza del “sistema Montante”, descrivendo “l’assoluta centralità” dell’ imputato “in grado di creare dal nulla un’allarmante e pervasiva rete illecita, giunta a penetrare non solo nei vertici delle forze dell’ordine in ambito locale, ma anche a livelli apicali di organismi istituzionali operanti a livello centrale”. I giudici del Riesame hanno invece annullato l’ordinanza del gip, limitatamente al capo d’imputazione associativo, per il colonnello dei carabinieri Giuseppe D’Agata, ex capo centro della Dia di Palermo già ai vertici dei servizi segreti dell’Aisi.
Niente da fare per Formigoni: resta in carcere
Roberto Formigoni resta in carcere. L’ordine di carcerazione, dopo la condanna definitiva per corruzione, è legittimo. Lo ha deciso ieri la Corte d’appello di Milano, che ha respinto la richiesta avanzata dagli avvocati dell’ex governatore, Mario Brusa e Luigi Stortoni, di dichiarare nullo il provvedimento firmato, il mese scorso, dal sostituto pg Antonio Lamanna, quando la Cassazione ha condannato “Il Celeste” a 5 anni e 10 mesi per i 6 milioni di euro di benefit di super lusso, in cambio di generose delibere regionali, per 61 milioni di euro, a favore della clinica Maugeri e del San Raffaele (per questo filone è stata dichiarata la prescrizione). Dunque, Formigoni resta nel carcere di Bollate, dove si è costituito la mattina del 22 febbraio.
La difesa aveva sostenuto che non doveva esserci l’ordine di carcerazione perché il loro assistito, avendo più di 70 anni –proprio oggi ne compie 72 – “aveva il diritto” di chiedere entro un mese gli arresti domiciliari. Inoltre, sempre secondo la tesi della difesa, respinta dai giudici, la legge Bonafede, la Spazzacorrotti, non può essere retroattiva e quindi sarebbe da sottoporre al vaglio della Corte costituzionale, nel punto in cui ha messo un giro di vite ai benefici anche per gli ultrasettantenni, come Formigoni, condannati a oltre due anni. Ma secondo la quarta sezione penale della Corte d’appello, presieduta da Renato Brichetti, “l’ordine di carcerazione è stato legittimamente emesso ed eseguito” e l’irretroattività non vale per l’esecuzione della pena: “È priva di rilevanza ogni questione di legittimità che muova dal presupposto che non può trovare applicazione retroattiva una legge che modifichi in senso sfavorevole al reo la disciplina di istituti che in vario modo incidano sul trattamento penale”. Idem “per la questione di legittimità costituzionale” della nuova norma “nella parte in cui ha inserito i reati contro la pubblica amministrazione tra quelli ostativi alla fruizione di benefici penitenziari”.
Gli avvocati – ricorda la Corte – potranno ripresentare le loro tesi davanti al Tribunale di sorveglianza. Sul carcere per Formigoni e le polemiche attorno al divieto di benefici stabilito dalla Spazzacorrotti, è bene ricordare che le sezioni unite della Cassazione, in passato, in merito all’esecuzione della pena hanno chiarito la natura non sostanziale delle norme: si applicano retroattivamente se non c’è una norma transitoria. Inoltre, Lamanna, durante l’incidente di esecuzione davanti ai giudici, ha specificato che Formigoni, essendo stato condannato a una pena superiore ai 4 anni, doveva andare in carcere. La sua età, anche senza Spazzacorrotti, non gli avrebbe garantito in automatico i domiciliari, che sono sempre a discrezione del Tribunale di sorveglianza. La Spazzacorrotti, però, li esclude proprio.
Sempre a proposito della condanna di Formigoni, il 2 aprile, al Consiglio Regionale della Lombardia, il M5S avanzerà la richiesta di risarcimento.
Algoritmo della morte. Il computer prevede se la fine è prematura
Passo avanti nella ricerca, ma anche incubo per l’essere umano: avere la possibilità di prevedere la morte prematura. È il risultato a cui sono arrivati i ricercatori dell’Università di Nottingham (Gran Bretagna) che hanno realizzato un sistema di algoritmi machine learning (apprendimento automatico del computer) che permette di predire, con buona precisione, il rischio di mortalità per malattie croniche all’interno di una popolazione. Il sistema di intelligenza artificiale, attraverso l’algoritmo Deep Learning, si è dimostrato più preciso rispetto alle previsioni fatte da esperti umani.
I computer hanno “imparato” a fare previsioni analizzando i dati biologici, riferiti al periodo 2006- 2010, di oltre mezzo milione di persone d’età compresa fra 40 e 69 anni presenti nella Uk Biobank. La previsione di decesso legate a più malattie differenti è estremamente complessa e sono molti i fattori di cui tenere conto. “Abbiamo fatto un grande passo avanti con la possibilità di predire la morte prematura attraverso l’intelligenza artificiale”, ha spiegato il coordinatore dello studio, per il quale questi algoritmi saranno essenziali nello sviluppo della medicina personalizzata.
“Scientology paghi le spese ai due cronisti”
Due giornalisti a caccia dei segreti di Scientology. Uno dei due riesce a entrare nell’organizzazione e a farsi assumere nello staff. Registra e filma la vita interna del gruppo. Quando viene scoperto, è denunciato insieme al suo collega. È accusato di violazione di domicilio, di violazione della privacy “per aver ripreso con registratori e telecamere nascoste i fedeli della Chiesa” fondata da Ron Hubbard, di aver “violato il patto di non divulgazione” firmato nel momento della sua assunzione e di aver diffuso, insieme al collega, “immagini e registrazioni che si era procurato illecitamente”. La Chiesa di Scientology di Milano, patrocinata da un avvocato importante come Daria Pesce, chiede che i due giornalisti siano condannati a risarcire un danno di 80 mila euro. Il giudice del Tribunale civile di Milano Nicola Di Plotti il 20 marzo respinge tutte le richieste e condanna la Chiesa a rifondere 13,4 mila euro di spese processuali.
I due giornalisti sono Giuseppe Borello e Andrea Sceresini (entrambi hanno scritto per Il Fatto). Il loro documentario, L’Organizzazione (The Organization), è andato in onda nel programma Report, su Rai3, nel novembre 2017 ed è stato premiato al Dig Festival del videogiornalismo investigativo di Riccione.
Borello si presenta alla Chiesa di Scientology di Milano, che ha sede in un edificio imponente appena inaugurato alla periferia della città. Si sottopone ai primi test, supera l’interrogatorio a cui viene sottoposto con la macchina della verità, riesce a entrare nell’organizzazione, “la più grande chiesa del pianeta”. Con un nome falso, Alberto Colaci, riesce a essere “assunto”. Lavora fino a 13 ore al giorno, per un potenziale stipendio mensile di 200 euro. Documenta i metodi dell’organizzazione, spietata ed efficiente nel raccogliere soldi con il reclutamento e con i corsi. Ma anche con affari immobiliari. Società domiciliate nel Delaware, paradiso fiscale e societario nel cuore degli Stati Uniti. Un capannone industriale di Roncadelle, in provincia di Brescia, viene comprato per 2,6 milioni di euro raccolti con le donazioni dei fedeli, per farne una nuova grande chiesa di Scientology. Ma è invece poi messo in vendita dall’immobiliarista di riferimento della Chiesa, Maurizio Botti, per 4 milioni di euro. Tutto documentato con le voci e le immagini raccolte da Borello e Sceresini.
Non dovranno pagare gli 80 mila euro chiesti dalla Chiesa famosa per avere tra i fedeli Tom Cruise e John Travolta. Il giudice ha sentenziato che i due giornalisti non hanno violato il domicilio della Chiesa, perché “la sede di Scientology non può essere qualificata come un luogo di privata dimora”. “La qualificazione della Chiesa come luogo di culto esclude in radice la possibilità di considerare siffatto luogo una privata dimora”. Borello non si è introdotto illegalmente negli spazi della Chiesa, scrive il giudice, perché “una volta divenuto socio, ha acquisito il diritto di partecipare a tutte le attività della Chiesa ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto, diritto che egli ha conservato per tutto il periodo in cui ha frequentato la sede”, “non essendo mai stato avviato alcun procedimento di esclusione dall’associazione”.
Infine, Borello e Sceresini con il loro documentario non hanno violato la privacy, perché questa si deve riferire alle persone fisiche, non agli enti o alle associazioni. “La lesione della privacy (peraltro allegata solo genericamente e non provata), si sarebbe verificata in capo ai singoli fedeli (peraltro non individuati) e non in capo” alla Chiesa, che “non dispone di alcun potere di rappresentanza dei soggetti asseritamente lesi”. Avrebbero forse procurato un danno “alla reputazione dell’associazione”? Ma questo non era “oggetto del presente giudizio”, conclude il giudice, quindi il problema non si pone.
Insomma: Borello e Sceresini hanno fatto bene il loro lavoro di giornalisti e Scientology paghi le spese.