Il dentista di Malagò&C.: nuovi mostri del Nuovo Coni

È stato un assalto alla diligenza. Politici, manager, dirigenti, atleti, vecchie glorie o perfetti sconosciuti: ci hanno provato praticamente tutti per Sport e Salute. Oltre 200 domande per la nuova società statale che dal prossimo anno gestirà lo sconfinato mondo dello sport italiano (e i suoi finanziamenti, oltre 400 milioni). E presto un vincitore.

Il favorito per la presidenza pare Rocco Sabelli, ex amministratore di Alitalia: non proprio uomo di sport ma suo competente appassionato, vicino al sottosegretario Giorgetti. Un top manager, di indiscussa caratura, il profilo ideale a cui affidare il nuovo corso. Non è ancora fatta, perché Sabelli non è tipo da accettare senza garanzie: non tanto economiche (lo stipendio inferiore a 190 mila euro), quanto gestionali e politiche; avere mani libere, non finire nel mirino degli alleati 5 stelle (il sottosegretario Simone Valente segue da vicino la partita).

L’ufficialità tarda per questo. E perché bisogna trovare anche i due consiglieri, uno in quota Ministero della Salute (quindi M5S), l’altro Istruzione (dunque Lega, ma i 5 stelle vorrebbero pure questo). Come già successo per il consiglio superiore della sanità, la ministra Grillo non ha trovato una donna. La scelta però è di grande qualità: dovrebbe essere Francesco Landi, primario in geriatria al Gemelli, molto stimato nell’ambiente medico. La “quota rosa” sarà indicata dalla Lega: Bussetti pensa a una ex atleta; nella lista spicca il nome di Fiona May (ma non è l’unica “donna di sport”).

Già, la lista. Il governo a febbraio aveva indetto una manifestazione d’interesse: una procedura, non vincolante, per scegliere il curriculum migliore. L’elenco, però, non è mai stato pubblicato. Giorgetti se lo tiene stretto: tenere segreti i nomi significa evitare confronti sgraditi fra i candidati, ridurre le voci, scongiurare i ricorsi. Gestire autonomamente le nomine, con buona pace della trasparenza. Il Fatto, però, ha avuto la lista preparata dagli uffici di Palazzo Chigi e la pubblica.

Sabelli non è certo l’unico nome forte. Forse ancor più titolato, almeno in ambito sportivo, sarebbe ad esempio Umberto Gandini, ex ad della roma e direttore del Milan. Tra i big anche Carlo Barlocco, copresidente di Samsung, e Carlo Maria Bonaretti, già segretario generale di Palazzo Chigi e capo di gabinetto di Trasporti e Sport. E ancora: l’ex n.1 del credito sportivo Andrea Cardinaletti, il rettore dell’università del Foro Italico Fabio Pigozzi. L’outsider Simone Dattoli, fondatore dell’agenzia InRete). Oppure Oppure un paio di fedelissimi di Giorgetti, come Marcello Sala, ex vicepresidente di Intesa, liquidatore della banca della Lega, già in corsa per Cassa depositi e prestiti. Chissà non torni utile in extremis.

Il potere logora chi non ce l’ha, e allora ecco che mezzo Coni ha provato a fare il salto nella nuova partecipata: persino Alberto Miglietta, amministratore delegato uscente della defunta Coni Servizi. O Diana Bianchedi, delfina “olimpica” di Malagò (che le ha affidato la candidatura di Milano-Cortina 2026). Non sarebbero graditi a Malagò invece Francesco Soro, capo di gabinetto, e Ernesto Albanese, braccio destro di Binaghi nella FederTennis (da cui viene pure Fabrizio Tropiano, apprezzato in ambienti M5S). Che dire del pallone: c’è pure Carlo Tavecchio. A ruota il giovane vicepresidente della Lega Pro Jacopo Tognon, o lo storico direttore Figc Antonello Valentini, l’avvocato Di Cintio.

Il resto è un mix di varie ed eventuali, candidature credibili o incredibili. Dirigenti degli Affari esteri (Vignali) o D’Arrigo, ex Agenzia Giovani. Manager Telecom, Acea, Rcs. L’ex capo di Rai Sport, Paolo Francia. Due-tre parlamentari trombati alle ultime elezioni. L’avvocato Pieremilio Sanmarco, molto noto a Roma (e vicino a Virginia Raggi). Nella lista c’è persino il dentista di Malagò. Presto si sapranno i prescelti del governo. Intanto sono noti gli esclusi.

Cacciari: “Calenda da solo vale l’1%, forse non sarà trainante”

Il professor Massimo Cacciari, si sa, non ama nascondersi dietro le parole e, in un’intervista al quotidiano Il Dubbio, ne ha dette alcune interessanti sul Pd e Carlo Calenda. Primo concetto: i democratici hanno sbagliato strategia per le Europee. Lo schema Cacciari era il seguente: “Il Pd insieme alle sinistre si presenta con un programma socialdemocratico radicale”, poi un’altra lista alleata ma distinta “di europeisti moderati, guidati da Bonino e Calenda, più i dem renziani incompatibili con la sinistra simil-Mdp”. Purtroppo, “questo non hanno voluto capirlo e allora pace all’anima loro”. Secondo concetto: il nome di Calenda non sposta granché, “non sarà trainante nel Nord-est come non lo sarebbe nel Nord-ovest” e questo perché “non è affatto un peso da 90: se si presentasse da solo e prendesse l’1 per cento sarebbe tanto…”. Contentino finale: “Ma è giusto presentare una candidatura che abbia quel carattere e dimensione”. L’interessato l’ha presa così così: “Cacciari è un filosofo molto interessante, ho cercato il suo libro senza trovarlo perché esaurito. Ma in politica vale quello che ha dichiarato qualche anno fa: Io non sono d’accordo neanche con me stesso”.

La Merkel blocca l’export di armi ai Sauditi

La Germania ha prolungato di sei mesi la moratoria sull’export delle armi all’Arabia Saudita dopo un faticoso compromesso raggiunto tra le forze della Grosse Koalition, a tre giorni dalla scadenza della sospensione. Fino al 30 settembre, il governo di Berlino non potrà dare l’ok a nuovi contratti ma in cambio potrà tornare al lavoro sui progetti europei di difesa, a determinate condizioni.

L’intesa è frutto di un’acrobazia non da poco: salvare commesse importanti senza perdere la faccia davanti ad un elettorato poco prima del voto europeo e di fronte a partner di peso coinvolti in progetti comuni di difesa, come Francia e Gran Bretagna.

La decisione della Grosse Koalition di sospendere l’esportazione delle armi a novembre, sull’onda dello sdegno internazionale per il barbaro omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, era stata accolta con favore dall’opinione pubblica e dai socialdemocratici. Lo stop infatti era già stato rinnovato in passato. Ma a un certo punto i partner internazionali avevano richiamato la Germania sugli accordi presi. Prima il ministro degli esteri inglese Jeremy Hunt che, nella sua visita di febbraio a Berlino, aveva perorato la sospensione dell’embargo sui progetti comuni. Il no di Berlino stava diventando un intralcio per l’industria europea della difesa, come nel caso del modello “Typhoon” dell’Eurofighter o il jet da guerra “Tornado”, aveva scritto in una lettera all’omologo tedesco Maas del 7 febbraio. Qualche giorno fa è stata poi la volta dell’ambasciatrice francese a Berlino Anne Marie Descotes che ha ricordato ai tedeschi come “la questione dell’export delle armi in Germania è spesso trattata come tema di politica interna e questo ha gravi ripercussioni per la nostra cooperazione bilaterale nel campo della difesa e per il rafforzamento della sovranità europea?.

In effetti, l’ambasciatrice coglieva nel segno: nelle ultime settimane la questione dell’export ai sauditi aveva monopolizzato il dibattito interno al governo, con i socialdemocratici sempre più determinati a mantenere l’embargo, e i conservatori sempre più disponibili ad allentare la corda sui vincoli dell’export.

La questione era quindi scottante: come mantenere la scelta morale di non armare un paese in guerra – come peraltro sottoscritto nel contratto di governo tra i partiti della coalizione tedesca – senza perdere commesse e partner internazionali? Prima di rischiare una situazione politicamente esplosiva, la cancelliera è intervenuta a sminare alla radice. Facendo appello al rischio di una perdita della credibilità tedesca nella politica europea di sicurezza e difesa – tema caro alla Spd – Angela Merkel ha promosso una soluzione improntata al consueto equilibrismo. È vero che per i prossimi sei mesi non saranno autorizzati nuovi contratti per l’export di sistemi d’arma tedeschi all’Arabia Saudita, ma sarà permessa la ripresa dei progetti di difesa che coinvolgono i partner europei a condizione “che gli armamenti non vengano usati nella guerra nello Yemen” e che “nessun sistema di difesa assemblato proveniente dai programmi comuni sia esportato verso l’Arabia Saudita o gli Emirati arabi Uniti”, ha detto il portavoce del governo Steffen Seibert in un comunicato. Il diavolo si nasconde nei particolari e la parola “assemblato” – riferito ai sistemi d’arma – potrebbe lasciare la porta di servizio aperta agli affari, dicono le malelingue.

Pinotti la Fenice: presiederà l’Associazione Italia-Emirati

Pinotti d’Arabia. È rinata un’altra volta, come la Fenice: Roberta Pinotti, oggi senatrice e membro del Direttivo Pd appena formato, è stata nominata presidente dell’Associazione Italia-Emirati Arabi.

Dopo il periodo in cui vestiva i panni di ministro della Difesa – si era parlato di lei anche come possibile candidata al Quirinale – Pinotti pareva essersi un poco defilata. Certo, c’è stato l’impegno a fianco di Nicola Zingaretti, ma con il Pd all’opposizione e in cerca di identità non tira una buona aria.

Invece la fondazione italo emiratina l’ha scelta come presidente. Un ruolo di rappresentanza? Chissà. Certo a leggere la presentazione dell’associazione gli obiettivi paiono anche concreti. “Italia-Emirati Arabi Uniti”, si legge, “promuove relazioni commerciali e culturali tra i due Paesi, perseguendo obiettivi di ricerca e formazione”. Legami culturali tra i due paesi, ma non solo: “L’Associazione offre i propri servizi come punto di riferimento per le imprese italiane che desiderano operare negli Emirati… supporta i processi di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese che vogliono crescere e affermarsi nel territorio degli Emirati”. Tra l’altro gli Emirati Arabi saranno la sede del prossimo Expo 2020. Ma perché scegliere Pinotti? “Per la sua esperienza e la sua conoscenza della politica italiana”, raccontano fonti dell’Associazione. Che aggiungono: “Forse ha giocato il suo passato di ministro della Difesa, un settore che ai paesi emiratini sta molto a cuore. Non per gli affari, ma per la competenza di Pinotti, sia chiaro”.

L’ex ministro non gradisce l’accostamento: “A me pare soltanto una bella notizia. L’Associazione ha scelto una donna, già questo mi pare significativo”. Il suo passato come ministro della Difesa? “Sono stata in quei paesi, ho avuto contatti istituzionali. Ma il ministero non gestisce affari per conto delle imprese e comunque non c’erano stati in quel periodo contratti con le nostre società”. Ma il nuovo incarico sarà retribuito dagli Emirati Arabi? “Sinceramente non ne ho idea. Non me ne sono interessata. Immagino che ci sia un rimborso spese se dovrò andare in viaggio fin laggiù”. Il cronista ha contattato altri esponenti del board dell’associazione. Hanno riferito che si tratta di un impegno “a titolo gratuito”.

Di certo la compagnia di politici non le manca: il suo predecessore è stato Franco Frattini, più volte ministro con Silvio Berlusconi (anche agli Esteri), nonché già presidente del Comitato Parlamentare di Controllo sui Servizi Segreti. Nel board dell’associazione troviamo l’ex dalemiano Nicola Latorre. Nel comitato di controllo troviamo Benedetto Della Vedova (sottosegretario agli Esteri con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni e oggi alla guida di +Europa), quindi l’ex ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti e Andrea Marcucci, tuttora capogruppo Pd al Senato. Poi Francesco Rutelli, scelto, pare, per l’impegno in difesa del patrimonio artistico distrutto dall’Isis. Dulcis in fundo, per dare un tocco di Nazareno, l’intramontabile Gianni Letta. Non mancano figure extra politiche interessanti: c’è Luca Bader, oggi a Leonardo (di nuovo si parla di difesa), con un passato di responsabile Esteri della Margherita ed ex capo segretaria di Gentiloni. Poi Carlo Logli, già ad di Piaggio Aerospace (sempre difesa) dove fu scelto anche dall’azionista arabo. E infine Paolo Petrocelli, manager culturale dai mille incarichi.

Il (vecchio) arco istituzionale è servito. Con prevalenza del centrosinistra. Del resto, alzano le spalle all’associazione, “mica siamo gli unici. Guardate la Fondazione Italia-Usa e troverete i Pd Debora Serracchiani e Piero Fassino o Emilio Carelli (M5S)”.

“Lavoro e giovani: ai partiti servono proposte radicali”

“È il momento di proposte radicali, che affrontano la radice delle disuguaglianze e redistribuiscono potere. Non basta redistribuire le risorse a valle”. Fabrizio Barca, economista, ex ministro della Coesione territoriale, ora membro della Fondazione Basso, è uno dei promotori del Forum Disuguaglianze Diversità che nei giorni scorsi, dopo oltre un anno di lavoro, ha presentato “15 proposte per la giustizia sociale”. Non il solito rapporto di esperti, ma l’esito di un lungo percorso che ha coinvolto organizzazioni come Caritas e Cittadinanzattiva, Legambiente, Uisp. Dietro queste idee così drastiche, insomma, c’è un pezzo consistente di società civile. Per questo Pd e Movimento 5 Stelle (ma anche Lega e Fratelli d’Italia) stanno seguendo con interesse il dibattito che hanno innescato. In particolare è sensibile il nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che da anni stima Barca.

Fabrizio Barca, perché la disuguaglianze è dannosa?

Perché è ingiusta. Quando raggiunge le forme e i livelli che ha oggi, disgrega la società perché autorizza qualunque comportamento individuale: posso fare qualsiasi cosa perché altri hanno fatto peggio di me.

Di solito si dice: prima aumentiamo la torta poi pensiamo alle dimensioni delle fette. Voi proponete invece di cambiare il processo in cui si accumula ricchezza.

E in quel processo bisogna dare potere a chi non ce l’ha: se le donne sono solo il 15 per cento dei team che scrivono gli algoritmi, a me non sta bene, non basta un codice etico. La responsabilità sociale dell’impresa è irrilevante se i cittadini del territorio non hanno voce. Se all’Ilva ci fosse stato dall’inizio un consiglio del lavoro dove siedono lavoratori e cittadini, avremmo avuto gli stessi problemi oggi a Taranto?

Cos’è il “modello Ginevra” che auspicate?

L’espressione viene da un paper di Francesco Giffoni e Massimo Florio: in Europa abbiamo mille infrastrutture di ricerca pubblica, che gestiscono miliardi, con grande autonomia. Il loro successo dimostra che le imprese pubbliche possono produrre risultati straordinari senza avere il profitto come obiettivo. Ma producono open science, cui tutti possono attingere, ma soltanto grandi imprese che hanno fatto enormi investimenti possono sfruttarlo. Dobbiamo redistribuire quel potere che consente a Mark Zuckerberg di non presentarsi in Parlamento quando uno Stato indaga su Facebook. Costruiamo degli hub di ricerca pubblico-privati, con regia pubblica, che facciano anche la parte a valle della ricerca, fino alla commercializzazione.

Serve una Facebook pubblica?

Invece di stroncare i privati con la regolazione, lo Stato può competere con loro. Lo aveva capito Enrico Mattei che con l’Eni sfidò le sette sorelle del petrolio. Oggi ci sono le sette sorelle del digitale.

Lo Stato deve riprendere anche il controllo dei dati dei cittadini?

Abbiamo bisogno che nei luoghi in cui si concentra l’utilizzo degli algoritmi, le città, vengano costruite piattaforme collettive non private dove i cittadini riversano i dati avendo voce in capitolo su come vengono usati. Se i dati sulla nostra mobilità vengono regalati alla singola impresa che vince la gara, questa sceglierà percorsi che massimizzano il profitto a comportamenti invariati e con quei dati diverrà monopolista: se c’è poco traffico dalle periferie, l’algoritmo reagirà riducendo le corse dei mezzi pubblici verso la periferia. E i problemi peggioreranno. Se prendo gli stessi dati e li metto a disposizione di tutti, piccole imprese creative possono elaborare idee tra loro in concorrenza che tengono conto delle proposte dei cittadini e secondo una strategia collettiva e monitorabile. Non è un’utopia, sta già accadendo a Barcellona. Anche Milano e Bologna vanno in quella direzione.

Un partito può permettersi di proporre nuove tasse come quella che auspicate sulle successioni?

Oggi pagano la tassa di successione circa 108.000 persone l’anno. Con lo schema che proponiamo noi, nella ipotesi più alta la pagano soltanto 30.000. Si toglierebbe qualunque tassa al ceto medio. La franchigia altissima e la rapida ascesa delle aliquote garantiscono quattro volte più gettito pesando soltanto sul 25 per cento dei contribuenti attuali. Se non si rivalutano i cespiti patrimoniali il gettito raddoppia, invece di quadruplicare.

Politicamente è fattibile?

Certo, perché quelle risorse verrebbero usate per finanziare l’“eredità universale”, cioè 15.000 euro da assegnare a ogni cittadino che compie 18 anni. Avremmo da una parte 590.000 giovani beneficiari l’anno, 70.000 persone che non pagherebbero più la tassa di successione e circa 10.000 persone che invece dovrebbero pagare più tasse. Dal punto di vista politico dovrebbe essere ovvio cosa fare.

Già per il più modesto bonus 18enni si è obiettato che è troppo per qualcuno, troppo poco per altri. E voi volete dare 15.000 euro a ogni 18enne?

15.000 euro sono tanti, possono fare la differenza. Devono andare a tutti perché anche molti ragazzi benestanti si trovano condizionati da una famiglia che prende decisioni per loro. La necessità della libertà c’è per chiunque. È evidente che ci sarà qualcuno che la userà male. Ma le esperienze che ci sono nel mondo suggeriscono che sono pochissimi quelli che sprecano davvero l’“eredità universale”. Lasciare piena libertà di utilizzo dei soldi non significa però abbandonare i ragazzi a loro stessi.

Anche il reddito di cittadinanza è partito universale e incondizionato e alla fine i beneficiari devono rispettare tanti paletti.

C’è una differenza radicale: l’eredità universale è una volta sola nella vita e per tutti, quindi molto più semplice da gestire e responsabilizzante per chi la riceve. L’Alleanza contro la povertà ha imposto il principio che al povero devi dare risorse anche per rimetterlo in condizione di proporsi, di fare progetti. Aver portato l’aiuto a un livello dignitoso è fondamentale. I Cinque Stelle ci hanno messo i soldi, ma sono caduti nella trappola del divano: si sono fatti prendere dall’ansia dei paletti e dall’idea che il reddito di cittadinanza dovrebbe creare lavoro, cosa che può fare solo in modo indiretto.

Si è diffusa però una diffidenza per trasferimenti universali e senza condizioni, anche se a favore dei più deboli.

Negli anni Sessanta, davanti a un povero ci si chiedeva “quale contesto lo ha ridotto così?”. Oggi la prima reazione è “che cosa ha combinato per ridursi così”. È un cambiamento di senso comune frutto di 30 anni di cultura neoliberista. Uno dei nostri obiettivi è cambiare il senso comune.

Piemonte, B. si prende il candidato. Caos Lega nel Lazio: ira Durigon

Alla vigilia dell’assemblea nazionale oggi a Roma, in cui Silvio Berlusconi lancerà la sua campagna per le Europee, Forza Italia incassa la candidatura di Alberto Cirio in Piemonte. Cirio, su cui pende l’inchiesta della “rimborsopoli” regionale, rischiava di essere messo da parte in favore dell’imprenditore Paolo Damilano, vicino alla Lega. Salvini sembrava pronto a chiedere un suo uomo in Piemonte, a scapito dell’accordo con Berlusconi, che prevedeva un forzista. Ieri l’incontro tra Berlusconi, Salvini e Meloni ad Arcore ha confermato Cirio. “Ho mantenuto la parola data”, ha detto il ministro dell’Interno. Intanto nel Carroccio è stata avviata la riorganizzazione interna che dovrà trasferire la “Lega Nord” – ormai scatola vuota – nella “Lega per Salvini premier”. Ma i commissariamenti delle sedi regionali avviati in questi giorni non sono indolore. Nel Lazio sarebbe dovuto toccare al bergamasco Daniele Belotti, ma la reazione dei vertici locali è stata violenta. L’ex sindacalista Ugl Claudio Durigon avrebbe minacciato anche le dimissioni da sottosegretario al Lavoro. Così Salvini ha fatto marcia indietro: “Andiamo avanti così con gli attuali dirigenti, ogni voce diversa è frutto di invidia o fantasia”.

“Abbiamo dato tutto a Matteo e lui ci caccia senza dirci una parola”

Dopo appena un anno dal boom in Molise, la Lega fa sboom! Aida Romagnuolo e Filomena Calenda, le due neo consigliere regionali che tingevano di rosa il simbolo di Alberto da Giussano, sono state espulse da Matteo Salvini. Lega azzerata, entusiasmo sotto i piedi.

Aida Romagnuolo, prima delle elette.

1.700 preferenze su 11 mila voti, pari all’8 per cento. Capogruppo e militante instancabile, ipercinetica. Una trottola. Se glielo dico, mi creda.

Anche Filomena Calenda, la seconda eletta, è stordita.

Piena di voglia di far bene, di far avanzare Salvini ovunque. E invece lo stop, il brusco risveglio.

Aida: Annichilita prima che affranta.

Filomena: Vilipesa, svilita, delusa.

Aida:È venuto uno da Milano, il signor Panza, e ci ha detto: siete espulse.

Filomena: Cose da pazzi veramente.

Aida: Il tessitore di questa fosca manovra è Luigi Mazzuto, coordinatore regionale e assessore regionale al Lavoro. Un signor nessuno che ha preteso un posto in giunta che non gli spettava.

Filomena: La sua è invidia pura. Noi donne del fare, lui assente, dormiente.

Aida: Matteo un giorno mi chiamò e si congratulò per il mio risultato (veramente entusiasmante, devo dire) e mi spiegò però che l’assessore doveva essere il coordinatore regionale. Io gli dissi: Matteo, ma il cambiamento? Facciamo lui che nemmeno si è candidato? Un molliccione. E Matteo (molto carinamente a dire il vero) mi spiega: guarda, Mazzuto mi chiede di fare il sottosegretario. Facciamogli fare l’assessore.

Filomena: Pensi con quale amore ci siamo incamminati sulla strada di Salvini. Da ragazza ho vissuto a Padova, ho conosciuto la Liga Veneta. Ogni giorno a chiamarmi terrona. Queste cose si ricordano.

Aida: Io invece mi sono subito sentita avvolta dal messaggio di Salvini. Parole semplici, dritte al cuore. Però non doveva succedere quel che è accaduto.

Filomena: Il coordinatore regionale invece di aiutarci ostacolava lo sviluppo della nostra azione. Io provengo dal partito dei pensionati (dopo però sono passata in Forza Italia) e so che la politica ha bisogno di buone gambe.

Aida: L’assessore (12 mila euro al mese) non ha fatto niente. Zero, zero assoluto. Non ha parlato una volta in consiglio, non ha aperto una sede del partito (io 20 circoli), non una misura a favore del lavoro. Che vergogna!

Filomena: La Lega del fare che qua non fa nulla.

Aida: L’assessore del nulla: 65 anni, zero voti, zero parole, zero fatti. Lo sapesse Salvini!

Filomena: Ma per Salvini contano soprattutto i coordinatori regionali.

Aida: Hanno buttato a mare il lavoro che abbiamo fatto, i banchetti, le iniziative, i voti conquistati casa per casa.

Filomena: Eravamo andati così bene alle elezioni anche se la lista della Lega, a parte noi due, era da schifo.

Aida: Ma questo Mazzuto chi lo conosce? È un pensionato, faceva l’elettricista alla Rai. Il presidente della Regione, molto rispettoso di Salvini, gli ha offerto il posto in giunta seguendo le indicazioni romane. Lui era il candidato dell’invidia.

Filomena: La politica la faccio per passione. Ho un mio Caf, sono a contatto con la gente, sento, avverto le problematiche.

Aida: Da qualche anno mi incuriosiva Salvini.

Filomena: A me Salvini piace come persona, come modo di fare.

Aida: Come si esprime, come sente i problemi, il linguaggio che utilizza.

Filomena: Però che delusione!

Aida: Intanto con Filomena abbiamo dato vita a un nostro movimento, per adesso un’associazione. Si chiama “Prima il Molise” e come simbolo abbiamo il guerriero sannita. L’originale, non come l’Alberto da Giussano.

Filomena: Con noi Prima il Molise veramente.

Aida: Alle Comunali di Termoli il nostro battesimo del fuoco. Ma sa che il coordinatore ci creava problemi anche nel fare i banchetti? Ma che ne sa lui dei banchetti? Ma quando mai ne ha fatto uno!

Filomena: Senza di noi la Lega sparisce.

Aida: Comunque io resto capogruppo.

Filomena: Salvini neanche ha ascoltato le nostre ragioni.

Aida: Neanche ricevute, che cosa indegna.

Filomena: Ti senti svuotata, annichilita.

Aida: Ferita, disgustata.

Filomena: E questa è la Lega del cambiamento?

Aida: Matteo, tu così vuoi cambiare l’Italia? Cacci via noi per tenerti un fannullone? Un fantasma?

“Juncker? Clown alcolista che ha stuprato l’Europa”

Andrea Crippa è un Salvini in sedicesimo. Stessa camicia bianca, stessa mimica e sorriso paravento mentre manda baci in platea. Crippa nel 2015 ha compiuto, in piccolo, la stessa operazione del Capitano: ha trasformato il partito. Gli ex Giovani Padani – sole delle Alpi, drappi verdi, cappelli con le corna, secessione – ora sono nazionalisti e salviniani. Vengono da tutta Italia.

Pontida è lontana, il dress code è più da locale di Roma nord: giacca, camicia, a volte cravatta; tailleur e vestiti stretti per le ragazze. Unico distintivo l’eterna spilletta di Alberto da Giussano (ma lo sanno chi era Alberto da Giussano?). L’occasione è solenne. Crippa, come il Salvini vero, è promotore di un’internazionale sovranista con i gruppi della destra europea. Il suo lavoro è sbocciato ieri: nel vecchio “botteghino” dei Democratici di sinistra – Roma, via Palermo 12 – ha riunito i leader delle giovanili dei partiti euroscettici, islamofobi e nazionalisti per proclamare solennemente “la rinascita della Gioventù Europea”. Tutti in fila, uno dietro l’altro: l’inglese Adam Wood di Ukip (quelli di Nigel Farage), Bart Claes di Vlams Verang (gli eredi del Blocco Fiammingo che fu sciolto per violazione della legge belga su razzismo e xenofobia), Damian Lohr di Afd (estrema destra tedesca), Maximilian Krauss di Fpo (i nazionalisti austriaci di Haider e oggi di Strache) e il lepenista francese Jordan Bardella. La visione è un’Europa delle nazioni e dei popoli contro “quella dei banchieri e delle élite globaliste” (si prende in prestito Trump: “Make Europe great again”). Ma le declinazioni di questa visione sono abbastanza ruspanti, se così si può dire.

Il belga Claes nella sua tirata contro gli immigrati arruola la platea nella guerra “per la sopravvivenza della nostra civiltà”. Definisce l’euroburocrate Jean Claude Juncker “un ubriacone”. Il tedesco Lohr riprende il concetto e lo enfatizza un bel po’: “Juncker è un alcolizzato con il dolore alla sciatica, un clown. L’Europa è tanto decaduta quanto Juncker si è dedicato alle sue bevute”. Lui, Macron, Moscovici e gli altri sono “gli stupratori dell’Europa”. E la sinistra? “Marxisti degenerati che stanno trasformando gli uomini in donne. Vogliono crescere i propri discendenti in una società multiculturale dell’orrore”. Un brivido sale la schiena nel sentire un giovane di un partito dell’estrema destra tedesca strillare che “la Germania non ha imparato nulla dalla propria storia”, ma la platea di ventenni (soprattutto) romani applaude entusiasta. Chissà che ne pensa Salvini, dei suoi giovani arrembanti alleati. Crippa – che era suo assistente a Strasburgo e a 32 anni è già deputato – conosce la politica, che richiede furbizie e senso della misura: è il meno aggressivo. Nel suo pantheon, dice, c’è addirittura Altiero Spinelli. “Qualcuno ha tradito il suo sogno europeo. Ma noi manderemo via quei parrucconi settantenni”.

Via Nazionale stacca un maxi-assegno al Tesoro: 5,7 miliardi

Buone notizie per Banca d’Italia, il cui utile rispetto al 2017 è quasi raddoppiato, passando dai 3,9 miliardi ai 6,24 del 2018. Questo si riflette in un arricchimento delle casse dello Stato: il Tesoro ha ricevuto una cifra pari a 5 miliardi e 700 milioni di euro (2,3 miliardi in più dell’anno precedente). A dichiararlo è il governatore Ignazio Visco, che ha presentato il bilancio all’assemblea dei soci nella giornata di ieri, aggiungendo che la realizzazione di questo “ammontare elevato” dell’utile è dipesa in larga parte dalle “misure straordinarie della Bce”. Tradotto: il Quantitative easing fa bene alle casse di Palazzo Koch, che al 31 dicembre 2018 deteneva 393 miliardi di titoli acquistati nell’ambito del programma, di cui 320 miliardi di debito italiano (che paga discreti rendimenti, come si vede dall’aumento degli utili). I partecipanti al capitale della Banca d’Italia (banche, assicurazioni e fondazioni), che detengono solo diritti patrimoniali, riceveranno 227 milioni di euro di dividendi. Insomma il Tesoro italiano, che da qualche mese deve sopportare maggiori oneri nelle aste dei titoli di Stato, può tirare un (momentaneo) sospiro di sollievo: 5,7 miliardi di euro, anche se una tantum, non sono briciole.

L’indipendenza a rischio? No, Visco non è Paolo Baffi

Gli abili comunicatori della Banca d’Italia sono riusciti a veicolare attraverso la stampa più ossequiente l’immagine di un sistema istituzionale militarizzato a difesa della sacra indipendenza di Palazzo Koch, minacciata dalle intemperanze populiste del governo Salvimaio. Ma un’attenta lettura di ciò che ha scritto ieri il capo dello Stato Sergio Mattarella ai presidenti di Senato e Camera consiglierebbe maggior prudenza. La credibilità della Banca d’Italia è incrinata da tempo, e non dagli spesso sguaiati attacchi gialloverdi, bensì dagli errori commessi nella vigilanza sulle banche, unica funzione rimasta in capo al governatore Ignazio Visco da quando la banca centrale dell’Italia si chiama Bce ed è localizzata a Francoforte.

L’intervento del Quirinale, a ben guardare, pianta attorno alla nascente commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche molti paletti, ma non limita la facoltà di passare ai raggi x la gestione della vigilanza bancaria. Per esempio: Mattarella avverte il Parlamento che la Costituzione gli preclude “l’accertamento delle modalità di esercizio della funzione giurisdizionale e le relative responsabilità”. Alla domanda se la crisi bancaria degli anni scorsi sia stata aggravata da comportamenti distratti, omissivi o schiettamente complici di parte della magistratura risponderà qualcun altro, forse gli storici, forse la magistratura stessa grazie a qualche regolamento di conti interno, ma non la commissione d’inchiesta.

Allora è importante ricordare che esattamente 30 anni fa, il 24 marzo 1979, la procura della Repubblica di Roma cannoneggiò la Banca d’Italia, incriminando il governatore Paolo Baffi e arrestando il capo della vigilanza Mario Sarcinelli. Manovra ordita dalla Loggia P2 in difesa del bancarottiere Michele Sindona, al quale Palazzo Koch e il liquidatore della Banca Privata Giorgio Ambrosoli non davano tregua. Trent’anni fa la Banca d’Italia fu un pilastro della legalità e della democrazia, e a picconarla non erano solo bande eversive ma le più alte istituzioni, a cominciare dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, quello che “Ambrosoli era uno che se l’andava cercando”.

Visco ama farsi rappresentare dai giornalisti amici come l’erede di Baffi e Sarcinelli, incrollabile custode dell’indipendenza della Banca d’Italia. Solo che quegli autentici eroi furono attaccati e sconfitti da Andreotti e Licio Gelli (Ambrosoli addirittura ucciso), mentre il governatore di oggi invoca la difesa della democrazia contro il giornalista senatore Gianluigi Paragone, il quale è uomo di sufficiente spirito da ridere con noi del fatto che non c’è proprio paragone. Baffi e Sarcinelli affrontarono coraggiosamente il più potente e feroce banchiere privato, Visco ha spezzato la reni alla Banca dell’Etruria e al Credito Cooperativo di Bene Vagienna.

È ipocrita fingere che tra Baffi e Visco non ci sia stato Antonio Fazio, il governatore disarcionato come Baffi dalla procura di Roma, con la differenza che nel 2005 nessuno ha parlato di attacchi all’indipendenza della Banca d’Italia, anzi tutti insieme hanno fatto la ola ai magistrati, a cominciare dal successore di Fazio, Mario Draghi. L’età dell’innocenza è finita, e Mattarella lo sa. E chissà se si è dispiaciuto quando Paolo Gentiloni ha rivelato nel suo recente libro La sfida impopulista che nell’estate 2017 Palazzo Chigi e Quirinale avevano aperto “un tavolo” per sostituire il governatore, con Visco “pronto a considerare opzioni diverse da una sua riconferma”. Quello non era un attacco all’indipendenza della Banca d’Italia? Certo che no, era la riaffermazione di un principio: tutti, anche il governatore Visco, se non si offende, devono rendere conto del loro operato e dei loro errori.

Così si capisce perché il presidente della Repubblica – preoccupato dai quattro anni di vita della Commissione, che rischia di diventare una nuova Authority – le intimi, sensatamente, di non andare a impicciarsi della gestione corrente delle banche sane, con il rischio che si possano “condizionare le banche nell’esercizio del credito, nell’erogazione di finanziamenti o di mutui e le società per quanto riguarda le scelte di investimento”.

Su Bankitalia Mattarella è limpido: indagate pure sulle autorità di vigilanza. “Ma occorre evitare il rischio che il ruolo della Commissione finisca con il sovrapporsi – quasi che si trattasse di un organismo a esse sopra ordinato – all’esercizio dei compiti propri di Banca d’Italia, Consob, Ivass, Covip, Banca centrale europea”. Sovrapporsi, spiega puntigliosamente, vuol dire ingenerare il dubbio che la commissione diventi una specie di supervigilanza. Nessun limite è indicato per l’inchiesta sulle “defaillance nell’azione di vigilanza della Banca d’Italia” (la citazione è di Gentiloni, non di Paragone).