Il contro-convegno dei 5Stelle: 600 ragazzi a Cinecittà

È stata pensata come la contro-programmazione del congresso delle famiglie di Verona: mentre i ministri della Lega banchettano con gli omofobi e antiabortisti, a Roma Luigi Di Maio e il sottosegretario alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora domani chiamano a raccolta 600 giovani negli studi di Cinecittà, a Roma. L’evento è organizzato dall’Agenzia Nazionale per i Giovani in occasione della settimana della Conferenza Europea della Gioventù e servirà a discutere delle misure per i giovani previste per l’anno 2019.

“A partire dalle ore 15.30, circa 600 ragazzi dai 18 ai 35 anni provenienti da differenti realtà territoriali d’Italia saranno i protagonisti di un’esperienza in cui, attraverso performance e linguaggi ‘young’”, si legge nel comunicato di presentazione. Il senso dell’iniziativa, secondo Spadafora, è quello di dare voce a “un Paese che non perda tempo a riesumare stereotipi del passato, ma che al contrario si impegni nel dare risposte a chi ha sete di futuro. A Roma si celebreranno i sogni, le idee e il futuro, mentre a Verona si rivangherà il passato”.

Affido dei minori, il M5S “fa fuori” Pillon

La Lega dovrà farsene una ragione. Il disegno di legge Pillon sulla disciplina dell’affido dei minori che tante polemiche ha creato, non sarà adottato come testo base della riforma all’attenzione del Senato. La decisione dovrà essere formalizzata martedì in commissione Giustizia, dove sul punto il Movimento 5 Stelle pare irremovibile. Con buona pace del Carroccio, Simone Pillon che dovrà accontentarsi di vedere discussa la sua proposta insieme alle altre presentate a Palazzo Madama su cui poi si tenterà un coordinamento normativo complessivo. Un processo di limatura che non si annuncia comunque breve. “Ci prenderemo tutto il tempo necessario” sussurra qualcuno dei pentastellati più scettici. Che non hanno un’ostilità pregiudiziale alla riforma dell’affido in caso di genitori separati. Ma il ddl Pillon pare proprio indigeribile. “Così come è stato formulato, non sarà mai approvato. Questa è una certezza: non solo ho preso posizione io, ma tutto il M5s” ha del resto assicurato qualche mese fa Vincenzo Spadafora, uno dei maggiorenti 5 Stelle, che è pure sottosegretario con delega alle Pari Opportunità. Spadafora aveva anche precisato che il contratto con la Lega non può comportare un “arretramento sui diritti”. Questo già tempo prima delle polemiche sul Congresso sulla famiglia di Verona che per Luigi Di Maio “è un ritorno al Medioevo”. E a cui invece parteciperà in prima fila Pillon, ma pure Matteo Salvini che pare non tanto interessato a far breccia nel voto ultracattolico, indubbiamente minoritario nel Paese. Ma a cercare l’ennesima tribuna contro il vasto fronte dei sacerdoti del politicamente corretto e del pensiero unico, come li definisce lui: quelli insomma che scenderanno in piazza con flash mob, proteste, boicottaggi contro i pro-life, antiabortisti e antidivorzisti mondiali. Un’occasione d’oro per il vicepremier. E a specchio pure per il Pd che tenta di trovare un’identità marcando le distanze con Salvini.

Non in Parlamento, però. Perchè i dem in commissione Giustizia al Senato avevano presentato un testo, poi improvvisamente ritirato. Forse perchè si erano tardivamente accorti che era pericolosamente simile al ddl Pillon, almeno in materia di mediazione familiare. “Un elemento fondamentale e imprescindibile è l’introduzione del carattere obbligatorio della mediazione familiare come condizione di procedibilità nelle controversie di separazione personale in presenza di figli minorenni, nelle procedure di negoziazione assistita per la separazione personale dei coniugi” è scritto nel testo della senatrice dem Vanna Iori, su cui si è fatto dietrofront. La questione che sta a cuore anche a Pillon, che nella vita è avvocato e mediatore familiare, è una gatta da pelare mica da poco. In casa dem sarebbe bastato parlarsi. Che Iori facesse un colpo di telefono alla sua collega Monica Cirinnà che della mediazione obbligatoria pensa questo: “Non solo è un costo aggiuntivo, è pure vietata dalla Convenzione di Istanbul nei casi di violenza domestica”.

Anche per il Movimento 5 Stelle questo è un punto da trattare con i guanti. Insieme per la verità a tutta una serie di altri aspetti che dovranno essere affrontati con estrema cautela, se proprio si vorrà mettere mano alle norme, già esistenti in materia di affido. Ovviamente sempre nell’interesse del minore che quindi non potrà essere sballottato da una casa di un genitore a quella dell’altro, specie nel caso dei bambini più piccoli. Niente da fare dunque per chi accarezzava l’idea di usare la pariteticità assoluta tra genitori come piede di porco per scongiurare oneri di mantenimento e assegnazione della casa familiare. Quasi sempre alle madri, denunciano gli ex consorti.

Verona, gli ospiti spariscono. Il patrocinio invece resta

La marcia trionfale degli anti-gay, anti-abortisti, anti-divorzio, ovvero il Congresso mondiale delle famiglie, che oggi si riunisce a Verona, comincia a connotarsi persino agli occhi di chi crede nelle crociate, come un pericoloso pasticcio.

La Lega è un partito un po’ “stalinista” nello stile. E così, nessuno osa criticare apertamente la linea di Matteo Salvini, che domani sarà alla Gran Guardia, sede del Wcf (World Congress of Families), insieme a Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, dominus indiscusso a Verona, nonché ponte di collegamento con la destra più estrema in Italia e in Europa. Ma i malumori si intuiscono.

Attilio Fontana, governatore della Lombardia, ci ha tenuto a comunicare la sua assenza. Per i saluti ci sarà il Governatore del Veneto, Luca Zaia. Che, tagliando corto sul patrocinio della Regione (“che resta”) ha giustificato così la sua presenza: “Io parlerò contro l’omofobia”. In fondo, si è sempre detto a favore delle coppie gay. A livello comunale, Mauro Bonato si è dimesso da capogruppo del Carroccio, dopo essere stato espulso dal partito a luglio per dissidi con il segretario. “La Lega è nata per ottenere l’autonomia delle Regioni, non per sindacare su temi etici o familiari. Torneremo a tempi antichi dove le donne fanno solo le schiave degli uomini”, ha dichiarato. Mettendo in luce la mutazione della Lega di governo: meno enfasi sulle istanze proprie della sua base elettorale e nuove crociate sui diritti come arma di distrazione di massa. Marilena Marin, fondatrice della Liga veneta ieri ha firmato il Manifesto verso gli Stati generali della donna del Pd: “Questo Congresso è foriero di scontri e non di soluzioni ai gravissimi problemi della famiglia”. Le perplessità serpeggiano tra i parlamentari veneti del Carroccio. Magari sfuggite davanti a qualche collega, per esempio a Roberto Turri, firmatario dell’emendamento per la castrazione chimica.

Resta, intanto, su alcuni manifesti in città, il patrocinio di Palazzo Chigi. “È una vergogna che sulla pubblicità di Fronte alla Gran Guardia – denunciano Bonato e Alessandro Gennari (5Stelle) – ci sia ancora il patrocinio del presidente del Consiglio. Ma non doveva essere tolto?”. Evidentemente, ristampare tutti i materiali era troppo dispendioso. E mentre si lavora a soluzioni fantasiose (tipo la copertura del logo), il dipartimento dell’Editoria fa sapere di “aver provveduto alla diffida formale” e in caso di segnalazioni di essere pronto alla richiesta di istruttoria.

E poi, si cominciano a fare i conti delle assenze. Manca il Segretario di Stato, Parolin. L’anno scorso in Moldavia aveva presenziato. La Cei non condivide lo stile dell’iniziativa. Tanto più che le istanze anti-Bergoglio sono troppo esplicite. Tra gli organizzatori dell’evento spicca Christine Vollmer, presidente di ProVita Venezuela, tra i firmatari del manifesto 2017 contro “i pastori che sbagliano”. Papa compreso.

Dopo la rinuncia del presidente dell’Istat, Blangiardo, è scomparsa dal programma pure Silvana De Mari, medico e scrittrice di libri fantasy condannata per diffamazione perché offendeva “l’onore e la reputazione” degli omosessuali. Non figura tra i relatori neanche l’attesissimo Alexey Komov, ambasciatore del Congresso all’Onu e nel direttivo della Saint Basil Foundation, che in Russia ha ispirato, con attività di lobby e supporto ai parlamentari integralisti del partito di Putin, le più discusse leggi anti-gay e pro-religione. Komov, punto di raccordo tra gli oligarchi russi putiniani e l’ultradestra europea, è una vecchia conoscenza di Salvini: era presente alla sua incoronazione come leader della Lega.

Fico e Casellati vanno al Colle: idee opposte sul ruolo delle Camere

Un incontro al Quirinale per discutere con il presidente della Repubblica su come affrontare la partita parlamentare delle Autonomie. Ieri, i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Casellati si sono confrontati con Sergio Mattarella su una delle prossime grane in vista per la maggioranza gialloverde. Tutto dipende da se e come il Parlamento potrà discutere le bozze di intesa tra lo Stato e le regioni che hanno fatto richiesta (Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna). La Casellati, che si sarebbe consultata con diversi costituzionalisti, propende per la non emendabilità dei testi: varrebbe l’analogia con le Intese con le confessioni religiose, che possono essere approvate o bocciate dalle Camere ma non emendate. Fico – che ha a sua volta consultato gli esperti – ritiene invece che debba esserci la possibilità di far intervenire le Camere sul provvedimento. Mattarella è attento non solo alle questioni procedurali, ma anche al tema di fondo, quello degli uguali diritti dei cittadini in tutto il territorio, visto che il Presidente, “rappresenta l’unità della nazione”.

Violenza sulle donne, lite alla Camera sul revenge porn: voto slitta a martedì

Èsaltato il voto sul “Codice Rosso”, la legge che accelera le indagini e inasprisce le pene per la violenza sulle donne. Tutto si è complicato perché i leghisti hanno rispolverato un loro cavallo di battaglia, la castrazione chimica, su cui il M5S è contrario. In più, le opposizioni si sono messe di traverso perché volevano inserire un emendamento sul revenge porn (foto o video intimi messi online per vendetta). Un gruppo di deputate di FI, capitanate da Stefania Prestigiacomo, che è andata in escandescenze tanto da essere fermata dai commessi, ha pure occupato i banchi del governo per protesta. Risultato: il voto è slittato a martedì. Per quel giorno, l’obiettivo del M5S è quello di far abbandonare ai leghisti l’emendamento sulla castrazione chimica, ieri accantonato per una riformulazione. L’idea era stata rilanciata mercoledì da Matteo Salvini, commentando lo stupro di una ragazza a Catania: “Certezza della pena e castrazione chimica per i vermi stupratori”. Una frase a effetto, com’è nel suo stile, ma che nasconde come stanno le cose: la controversa ipotesi di castrazione chimica, formulata da Giulia Bongiorno, sarebbe su base volontaria e per reati “minori”. Lo evidenziano a bassa voce vari parlamentari M5S, per alludere a una mossa acchiappa voti. La ministra della Salute Giulia Grillo la boccia apertamente: “No a un provvedimento che riduca l’integrità psicofisica di una persona”. Di questo nuovo scontro gialloverde se ne sarebbe fatto carico il premier Giuseppe Conte.

Una cosa, comunque, è certa: nella legge Codice Rosso non sarà inserito alcun emendamento sul revenge porn, come avrebbero voluto Pd e FI, che accusano il M5S – che ha presentato una legge ad hoc in Senato – “di aver voluto mettere una bandierina”. Ieri, per soli 14 voti è stato pure bocciato un emendamento in tal senso di Laura Boldrini (LeU). Alle opposizioni ribatte Francesca Businarolo, presidente della Commissione Giustizia, M5S: “Mandano in scena una brutta strumentalizzazione. Il revenge porn sarà presto votato dal Senato e poi passerà all’esame della Camera”. Su questa polemica rompe il silenzio Giulia Sarti, deputata autosospesa dal M5S per la vicenda dei rimborsi, vittima di revenge porn: “In virtù di quel che ho passato, così come molte altre donne, ci tengo a sottolineare che la materia è talmente delicata da richiedere un ampio dibattito. Una seria regolamentazione non può rischiare di nascere monca”. Finisce così in bagarre l’impegno per un accordo unitario promesso sul Fatto da diverse parlamentari.

La Lega fa festa: la legittima difesa è diventata legge

Alla fine Matteo Salvini ha mandato baci all’indirizzo di tutti, pure ai banchi del Pd. La soddisfazione è grande per aver portato a casa dopo “solo 8 mesi di governo”, ma dopo 15 anni di tentativi andati a vuoto, la riforma della legittima difesa. Approvata definitivamente al Senato a grandissima maggioranza (201 i voti favorevoli, 38 i no) grazie ai voti della Lega, di Forza Italia e dell’opposizione “patriottica” di Fratelli d’Italia che alle Europee candiderà pure Piero Fiocchi, un imprenditore che fabbrica cartucce. A dire sì pure i 5Stelle: al momento dello scrutinio risultavano assenti in 15. Sei non hanno votato: Elena Fattori, Paola Nugnes e Virginia La Mura – che una settimana fa hanno votato in dissenso con i 5S, chiedendo l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini sul caso Diciotti –, ma pure Barbara Floridia, Matteo Mantero e Michela Montevecchi. Nove invece gli assenti giustificati.

E Salvini ha voluto innanzitutto ringraziare proprio “gli amici” 5Stelle dopo l’approvazione della legge, sebbene nessuno dei ministri pentastellati fosse stato presente ai banchi del governo al fianco dell’alleato leghista. Che ha subito lasciato Roma per tornare a Milano. Il leader del Carroccio era atteso per un incontro nel carcere di Bollate dopo aver festeggiato a Palazzo Madama coi suoi, a partire dal capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo, il relatore del provvedimento Andrea Ostellari, il sottosegretario Nicola Molteni. Che ha voluto tutti con lui all’incontro con i giornalisti in cui ha mostrato non la felpa d’ordinanza, ma una t-shirt (del resto è primavera) confezionata per l’occasione in cui è scolpito su fondo blu: “La difesa è sempre legittima”.

Sempre sempre, no. Ha fatto notare Alberto Balboni di Fratelli d’Italia che ha ricordato, dispiaciuto, come il nuovo testo preveda innanzitutto che l’arma con cui ci si difende deve essere legittimamente detenuta, perché se ci scappa il morto l’accusa sarà inevitabilmente di omicidio volontario. E ancora: chi spara per difendere i beni propri o altrui non è assistito dalla presunzione di proporzione tra difesa e offesa riconosciuta in linea teorica, a chi difende la propria incolumità. Ma soprattutto resta anche con la legge appena approvata l’ovvia valutazione della magistratura su fatti e circostanze. Come ha riconosciuto pure Salvini, che però ha insistito sulla scelta di campo fatto dalla Lega, “ossia dalla parte delle vittime e non con l’aggressore”. O per dirla con Roberto Calderoli, “da oggi ad avere ragione sarà sempre Abele e mai Caino, da oggi la giustizia viene finalmente ristabilita” ha chiosato riferendosi alla novità del patrocinio a carico dello Stato per chi abbia agito per difendersi.

Ieri, insomma, per il Carroccio e non solo, è stato il dì di festa: per Simone Pillon il testo protegge “la sacralità della famiglia”. Ma poi, del resto, non era quel “San Giovanni Paolo II, che diceva che la legittima difesa può essere non soltanto un diritto, ma un grave dovere per chi è responsabile della vita altrui? Oggi abbiamo realizzato questa profezia”. E se il Papa non basta, soccorrono i brocardi latini: “vim vi repellere licet” ha detto il forzista Enrico Aimi, ricordando come in Italia ci siano 600 mila clandestini a piede libero. E ci si balocca con “sentenze arcobaleno” che condannano le vere vittime “alla graticola giudiziaria”. Ma ora la pacchia è finita. “Quando vediamo qualcuno entrare all’interno delle nostre case, calandosi come la befana giù per il camino, oppure arrampicandosi come acrobati sui muri dobbiamo ricordare a costoro – ha detto Aimi – che ci sono mestieri che hanno dei rischi: se faccio l’imprenditore posso fallire; se faccio il chirurgo e dimentico il bisturi nella pancia di qualcuno, rischio un’azione di risarcimento e l’apertura di un procedimento penale. Se faccio il delinquente devo sapere che da adesso è diventato un mestiere a rischio”. Il segretario Pd Zingaretti ricorda che lo scorso anno ci sono stati “solo 10 casi” e dice che la legge “è un passo falso del governo che scappa di fronte alla domanda di sicurezza. E se ne lava le mani dicendo alle persone ‘fate da soli’”. Insomma per i dem il titolo di giornata è: “Lo Stato è assente, il cittadino spara”.

Nomine Bankitalia, nel board entra il capo di Barclays Italia

Dopo lo scontro col governo, chiuso con una tregua che è costata il rinnovo al direttore generale Salvatore Rossi, arrivano le nuove nomine ai vertici della Banca d’Italia. Ieri il Consiglio Superiore ha nominato nuovo direttore generale Fabio Panetta, già membro del Direttorio in qualità di vice dg, con decorrenza dal 10 maggio 2019. Al fine di integrare il Direttorio, il Consiglio ha nominato quali vice il ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, in scadenza proprio a maggio, e Alessandra Perrazzelli, con analoga decorrenza. Il nome che più colpisce è quello di Perrazzelli, attuale capo di Barclays Italia: è il primo caso di passaggio da una banca vigilata al direttorio di Via Nazionale. A questi si affiancherà come vice anche Luigi Federico Signorini, fedelissimo del governatore Ignazio Visco, il cui stop al rinnovo – deciso il mese scorso da Lega e M5S – ha aperto un violento scontro istituzionale. Per evitare altri attriti col governo, Visco ha evitato qualsiasi promozione interna. Ieri è stato anche ricevuto al Quirinale da Sergio Mattarella. Il Colle tiene ferma da un messe la legge che istituisce la nuova commissione d’inchiesta sulle banche, per il timore che si trasformi in un attacco a Bankitalia.

Al processo Montante lo Stato difende l’imputato

Ora sulla graticola son finiti Palazzo Chigi e l’Avvocatura dello Stato. Ieri il senatore M5S Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia, sul Fatto aveva chiesto conto a Matteo Salvini della scelta di non costituire il Viminale parte civile nel processo al “sistema” messo in piedi dall’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, ovvero – nelle parole dei pm di Caltanissetta – una “rete tentacolare di rapporti”, tra “apicali esponenti delle istituzioni”, legati “a doppio filo dallo scambio di favori” e accomunati dall’obiettivo di “ostacolare le indagini della Procura” su Montante, già paladino antimafia finito in un’inchiesta per mafia poi approdata al nulla (i rapporti dell’imprenditore con persone di Cosa Nostra non provano reati).

Il ministero dell’Interno, sempre ieri, ha risposto a Morra di riservare le sue attenzioni ad altre istituzioni: il Viminale chiese infatti di potersi costituire parte civile nel processo il 12 ottobre, ma sei giorni dopo Palazzo Chigi rispose che non si poteva, allegando un parere contrario dell’Avvocatura dello Stato. Motivo: i legali del governo avevano già assunto la difesa di uno degli imputati, un dirigente dell’Aisi, il servizio segreto interno, e non si possono recitare – per così dire – due parti in commedia. Tradotto: “Morra dovrebbe chiedere al premier Conte”.

Per capire quanto sia imbarazzante questa storia serve un piccolo riassunto. Sulla vicenda a Caltanissetta sono in corso due processi, uno con rito abbreviato e uno con rito ordinario, in cui sono imputate in tutto 23 persone con l’accusa di aver fatto parte di un sodalizio criminale. Tra i reati a vario titolo contestati: corruzione, favoreggiamento, rivelazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo a sistema informatico (per una sorta di attività di “dossieraggio”). Oltre a Montante, sono alla sbarra l’ex presidente del Senato Renato Schifani e, a restare agli uomini delle istituzioni, l’ex direttore dell’Aisi Arturo Esposito, i colonnelli dei Carabinieri Giuseppe D’Agata (ex Aisi) e Letterio Romeo, più il luogotenente Mario Sanfilippo, il questore Andrea Grassi (ex dirigente dello Sco), il sostituto commissario Marco De Angelis e il poliziotto Salvatore Graceffa, il maggiore della Finanza Ettore Orfanello e l’ex comandante provinciale Gianfranco Ardizzone, più – ultimo ma non ultimo – il caporeparto dell’Aisi, Andrea Cavacece, cioè il dirigente dei servizi a cui l’Avvocatura dello Stato ha deciso di concedere patrocinio legale “ex art. 44 del Regio decreto 1611/1933”.

E qui c’è il problema. Quella legge prevede infatti che la difesa venga assunta “per fatti e cause di servizio, qualora le amministrazioni o gli enti ne facciano richiesta, e l’Avvocato generale dello Stato ne riconosca l’opportunità”. Tradotto: l’Avvocatura non è obbligata, ma ha ritenuto opportuno difendere Cavacece e solo lui (nessuno dei carabinieri, poliziotti o finanzieri a processo con Montante), escludendo così la possibilità che il governo potesse costituirsi parte civile per la contradizion che nol consente, diremmo con Dante.

L’Avvocatura si è consultata con qualcuno prima di decidere? Ha elementi su Cavacece che la giustificano? Morra – che ieri ha visto informalmente l’Avvocato generale aggiunto dello Stato Carlo Sica – ha fatto sapere che l’Antimafia cercherà di chiarire la vicenda ascoltando a tutti gli interessati: la cosa rischia di farsi imbarazzante.

In Senato Cgil e Uil alleate contro i tagli alle pensioni d’oro

APalazzo Madama tira aria di tempesta da qualche giorno. Perché i sindacati sono sul piede di guerra e minacciano sfaceli. Che accade? L’amministrazione del Senato vuole procedere col taglio alle cosiddette pensioni d’oro, i maxi-assegni pronti a essere limati per ragioni di equità sociale già dal 2019 e per i prossimi cinque anni, fino a dicembre 2023 per effetto della legge di Bilancio approvata a dicembre scorso.

A Palazzo Madama gli ex dipendenti interessati dalla misura che possono contare su un assegno oltre 100 mila euro sono tanti. Ma c’è pure qualche super Paperone che percepisce oltre 500 mila euro come l’ex segretario generale Antonio Malaschini. Ma di tagli i sindacati non vogliono sentir parlare.

“La Cgil Senato e la Uil organi costituzionali Senato si dichiarano fermamente contrarie al recepimento del taglio delle pensioni” sono le doglianze fatte mettere a verbale al confronto dello scorso 12 marzo con l’ufficio di Palazzo Madama che si occupa del personale. Che ha convocato i sindacati per capire l’aria che tira. Brutta, a quanto pare. Perché dicono no alla sforbiciata e contestano pure il metodo: “La misura in questione è materia di contrattazione, non di una semplice consultazione. E pertanto riteniamo che il Senato, nell’ambito della propria autonomia avrebbe dovuto avviare un tavolo di trattativa”. Fine dell’incontro.

Ora però c’è una certa premura a chiudere la questione dell’applicazione del contributo di solidarietà immaginato dal governo per chi percepisce trattamenti previdenziali molto elevati. Che è articolato per scaglioni, mediante aliquote di riduzione crescenti, per specifiche fasce di importo. Conti alla mano, il taglio si applica alle pensioni sopra i 7.692,30 euro lordi mensili ed è ovviamente più salato se l’assegno a fine mese è più pesante: secondo le previsioni del governo le pensioni sono ridotte di un’aliquota pari al 15 per cento per la parte eccedente l’importo tra 100 mila e fino a 130 mila, al 25 per cento per la quota da 130.001 euro a 200.000 euro; 30 per cento da 200.001 euro a 350.000 euro; al 35 per cento per la quota da 350.001 euro a 500.000 euro; al 40 per cento per la quota eccedente i 500.000 euro. Proprio il caso dell’ex segretario generale, Malaschini che ha lasciato Palazzo Madama nel 2011 con una pensione di 519.015 euro. Più una promozione a consigliere di Stato, incarico per il quale l’interessato, all’epoca, aveva fatto sapere di aver rinunciato alla retribuzione, che pure gli sarebbe spettata.

Il suo predecessore Damiano Nocilla (segretario generale a Palazzo Madama dal 1992) è anche lui pensionato d’oro del Senato. Subito dopo la fine dell’incarico era stato anche lui nominato consigliere di Stato godendo sia del trattamento pensionistico che di quello retributivo afferente l’attività di magistrato. Almeno fino al 2014 quando venne fissato il tetto massimo di 240 mila euro al cumulo degli emolumenti a qualsiasi titolo erogati, a carico delle finanze pubbliche, a favore di un solo soggetto. Lui e altri grand commis colpiti dalla mannaia hanno fatto ricorso in tutte le sedi possibili: dopo il no della Corte costituzionale, ora sperano nella Corte di Giustizia europea affinché venga riconosciuto il loro diritto a percepire l’intero trattamento retributivo da Palazzo Spada (e quanto gli è stato nel frattempo trattenuto), oltre alla pensione dal Senato. Che l’attuale governo ha deciso di ulteriormente decurtare. Anche i ricchi piangono, a modo loro.

Gli eurodeputati strigliano Gozi: “Candidato coi rivali”

Non è piaciuta agli europarlamentari del Pd la decisione del loro collega di partito, Sandro Gozi, di candidarsi alle prossime Europee nelle liste di En Marche!, il movimento fondato dal presidente francese Emmanuel Macron. “Io credo che debba un po’ chiarire – ha detto il deputato Ue David Sassoli – Noi saremo amici di tutti gli europeisti d’Europa, però certo andare contro i nostri alleati in Francia pone dei problemi, ma credo che questa domanda andrebbe posta a Gozi”. En Marche! infatti aderisce al gruppo dei liberal democratici dell’Alde, avversario dei democratici che invece sono iscritti al Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici. Più o meno la stessa cosa che nota anche un altro europarlamentare eletto con i dem, Roberto Gualtieri, secondo il quale la scelta di Gozi “è coerente con la sua storia (scese in politica con Romano Prodi, ndr): gli faccio gli auguri e sono contento. Ma ovviamente questa non è la scelta del Partito democratico, è una scelta individuale. Sarebbe un errore se ci fosse una dispersione degli eletti del Pd in lista, è assolutamente sbagliato. Il Pd – conclude Gualtieri – è e sarà il perno dei Socialisti e Democratici europei”.