Giovanna Ichino e Cesare Battisti. Il faccia a faccia trent’anni dopo

La vita è fatta di coincidenze. O di destino. Ognuno la pensa come vuole. Quel che è certo è che la vita di un magistrato, Giovanna Ichino, e quella di un ex terrorista, Cesare Battisti, si sono incrociate due volte. La prima esattamente trent’anni e 3 mesi fa e la seconda ieri. La città è sempre la stessa, Milano. E di mezzo c’è sempre un’aula di giustizia. Giovanna Ichino è il giudice estensore della sentenza di condanna all’ergastolo per Battisti, allora latitante e per altri terroristi del Pac (proletari armati per il comunismo) emessa il 13 dicembre 1988 dalla Corte d’Assise di Milano, collegio presieduto da Camillo Passarini e composto anche da sei giudici popolari. Ieri, invece, Giovanna Ichino ha presieduto la Corte d’Assise d’Appello di Milano che deve decidere se Battisti ha diritto, nell’ambito del cosiddetto incidente di esecuzione, ad avere commutata la pena dall’ergastolo a 30 anni, come chiede l’avvocato Davide Steccanella, contrario il pg Antonio Lamanna. Il processo è stato aggiornato al 17 maggio.

La carriera di Ichino, che andrà in pensione fra due anni, è decisamente intensa sia come giudice sia come pubblico ministero. Il suo primo incarico, nel 1977, è come pretore a Legnano, poi approda a Milano. Lì fa il giudice penale al tribunale, all’ufficio gip, alla Corte d’Assise. Alcuni anni, però, li passa alla procura di Milano come pubblico ministero. Ne entra a far parte nel 1994, con l’onda lunga di Mani Pulite. È stata componente del pool reati contro la Pubblica amministrazione, godendo della stima del procuratore Gerardo D’Ambrosio. È lei a contestare per la prima volta nella storia di Mani Pulite il reato di associazione a delinquere quando ha fatto arrestare tre funzionari del Comune di Milano accusati di corruzione. E’ lei a indagare sull’ex potente capo dei vigili urbani di Milano Eleuterio Rea. Sempre lei fa riaprire l’indagine sulla Maa, la società di assicurazioni di Giancarlo Gorrini, il grande accusatore di Antonio Di Pietro. Come giudice penale, Giovanna Ichino è stata la presidente della prima sezione penale del Tribunale di Milano che ha celebrato il processo ai “furbetti del quartierino” per la tentata scalata alla Bnl. Tra i condannati, l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio, l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, gli imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone e Stefano Ricucci, poi assolti definitivamente.

La giudice in passato si è occupata anche di minori e forse per l’esperienza acquisita e la sensibilità necessaria quando si tratta di bambini, nel 2017, durante il processo a carico di un cittadino somalo, accusato di sequestro e torture ai danni di suoi connazionali rinchiusi in un campo libico, ha accolto la richiesta dell’avvocato dell’imputato di fargli vedere per alcuni minuti la figlia mai conosciuta. La presidente Ichino ha lasciato l’aula insieme agli altri giudici dopo aver ordinato alla polizia penitenziaria di aprire le sbarre affinché la piccola potesse abbracciare il padre.

Greco accusa: “Noi avvisati solo dopo la morte di Imane”

Troppi fraintendimenti, troppe contraddizioni, troppe voci incontrollate, in questa storia ingarbugliata della morte di Imane Fadil, testimone nei processi contro Silvio Berlusconi per le “cene eleganti” di Arcore. Il procuratore della Repubblica Francesco Greco decide di chiarire. In forma ufficiale e pubblica. Schiera al suo fianco i pm che ha incaricato di seguire il fascicolo aperto per omicidio volontario: il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il sostituto Luca Gaglio, che già si occupavano del processo Ruby 3, a cui si è unita la sostituta Antonia Pavan. E davanti a una piccola folla di giornalisti spara secco un paio di colpi. Uno: “L’ospedale Humanitas, dove Imane è morta il 1 marzo, non ha mandato alcuna comunicazione alla Procura sul caso Fadil prima del decesso”. Due: “I metalli pesanti trovati nel corpo della ragazza non erano affatto sotto le soglie d’allarme, erano largamente al di sopra”. Due uppercut. All’Humanitas, che aveva informalmente comunicato ai giornali di aver avvertito la Procura dieci giorni prima della morte. E alla clinica Maugeri, che aveva messo nero su bianco in una nota che le tracce di cobalto e altri metalli trovati nel sangue di Imane erano in quantità inferiori alle soglie di pericolo.

Invece, dice il procuratore, la notizia che la testimone chiave del caso Ruby era all’Humanitas arriva in Procura soltanto il 1 marzo, dopo il decesso, e a comunicarla ai magistrati non è l’ospedale, ma l’avvocato di Imane Fadil, Paolo Sevesi. Lo conferma anche il direttore sanitario dell’ospedale Humanitas, Michele Lagioia, sentito ieri mattina dai pm come persona informata sui fatti: “Escludo che l’ospedale abbia dato comunicazioni alla Procura prima del decesso”. E i valori dei metalli infiltrati nel corpo della ragazza? Altro che dosi minime: l’antimonio, pur nel sangue giù “lavato” da molte trasfusioni, era valore 3, mentre è considerato “normale” da 0,002 a 0,022. Il cadmio nelle urine era 7 (valori soglia: da 0,1 a 0,9). Il cromo era 2,6 (da 0,1 a 0,5). Il cromo urinario era 7,4 (da 0,005 a 0,060). Il cobalto era 0,7 (soglia: 0,005). Metalli. Pericolosi in concentrazioni alte. Mortali se radioattivi. Ma sono radioattivi quelli infilati nel povero corpo di Imane? Il procuratore non risponde netto. Ripete più volte che ci sono sospetti sulla presenza di “sostanze particolari”. Questo spinge a procedere con cautela anche per l’autopsia, mercoledì e nei giorni seguenti: la prima fase sarà eseguita dai vigili del fuoco, nucleo Nbcr, nucleare, batteriologico, chimico e radiologico, che arriveranno all’obitorio di Milano con i loro scafandri protettivi e le loro apparecchiature speciali per una ricognizione iniziale sui rischi di contaminazione; la seconda fase sarà la normale autopsia eseguita dal medico legale, che punterà soprattutto su reni e fegato, organi in cui restano concentrati i metalli che possono invece essere stati “diluiti” nel sangue e nelle urine. “Ci pronunceremo soltanto quando avremo certezze, non possiamo inseguire congetture”, dice Greco. Ma che possano esserci isotopi radioattivi nel corpo di Imane è ormai più che un’ipotesi, anche se diventerà certezza soltanto dopo che saranno eseguiti ulteriori accertamenti da un istituto specializzato che ha già fornito i primi risultati. All’Humanitas, intanto, le stanze in cui è stata ricoverata la ragazza sono state controllate con un contatore Geiger, che non ha rilevato pericoli.

Non pronuncia mai la parola radioattività, il procuratore Greco, e a domanda diretta risponde: “No comment”. Per aggiungere: “Non possiamo per ora escludere neppure che il decesso sia avvenuto per cause naturali, magari per una malattia rara ancora non identificata”. Ma l’Humanitas come si è mossa in questa partita? Le date sono importanti. 29 gennaio: Imane arriva al pronto soccorso. 12 febbraio: compare lo spettro dell’avvelenamento. Lo dice Imane al suo avvocato e al fratello che vanno a trovarla, ma forse dopo che i medici le hanno detto che la causa del suo male potrebbe essere un veleno. Nei giorni precedenti, l’équipe medica aveva escluso altre cause dell’aplasia midollare che le stava devastando tutti gli organi: niente tumori, malattie autoimmuni, lupus, leptospirosi. Dal 12 febbraio i medici verificano se c’è stato un avvelenamento. Ma perché Humanitas a questo punto non comunica alla Procura il sospetto avvelenamento? L’articolo 365 del codice penale punisce l’omissione di referto: ma il referto non c’è, c’è solo il sospetto. I laboratori dell’Humanitas cercano dapprima tracce di arsenico: negativo, dice il referto del 22 febbraio. Il 27 cominciano allora a cercare nel sangue della ragazza altri 50 metalli: trovati dai laboratori della clinica Maugeri di Pavia. Ma l’esito arriva il 6 marzo. Imane è morta all’alba del 1 marzo.

I ricordi di Sgarbi e l’amnesia di Silvio

“Gli unici maschi eravamo io e lui. Sempre e solo io e lui. Sempre”. Le ragazze? “Io ne portavo dieci, le sue erano una ventina. Può benissimo essere che Silvio non abbia memoria”. Pochi uomini, tante ragazze. Così tante da dimenticarsene. Vittorio Sgarbi ha ricordi molto vivi delle cene eleganti, che però giustificano le “amnesie” del padrone di casa. Dopo la notizia della morte di Imane Fadil (avvenuta lo scorso 1° marzo a Milano, forse per avvelenamento), Berlusconi ha dichiarato di non averla mai incontrata, nonostante l’ex modella marocchina avesse presenziato più volte alle serate di Arcore. Per Sgarbi, però, la dimenticanza ha una facile spiegazione, come raccontato in un’intervista al quotidiano “di famiglia” Il Giornale: “Lei a queste cene è venuta qualche volta, ho letto otto volte, ma era una comparsa, una presenza laterale. La verità è che questa modella si era fatta un film da sola, in assenza di fatti concreti.” A differenza di Silvio, che ha detto addirittura di non averla mai conosciuta, lui però Imane sembra ricordarsela bene. E pure le notti di Arcore: “Non saranno state cene eleganti, ma di cene si trattava”.

Nuovo sconto di pena per femminicidio: niente ergastolo

Basta una perizia di seminfermità mentale, senza nemmeno certezze diagnostiche, per alleviare la gravità di un femminicidio: nel “dubbio”, i giudici devono propendere per lo sconto di pena. Con questa motivazione la Cassazione ha confermato la condanna a 20 anni, invece dell’ergastolo inflitto in primo grado, per Antonio Palleschi, reo confesso dell’omicidio di una insegnante nel novembre 2014. Sorpresa mentre faceva jogging a Sora (Frosinone), la donna venne gettata a terra e aggredita sessualmente, chiusa viva nel bagagliaio, gettata in una scarpata e finita a colpi di pietra. Poi l’omicida era andato a pranzo con un amico e per oltraggiare successivamente il cadavere, trovato dopo 40 giorni. La condanna all’ergastolo in primo grado era stata diminuita in appello per vizio parziale di mente, per un trauma cranico riportato in un incidente stradale nel ‘95. Secondo uno studio, eventi del genere possono causare nel 7,9% dei pazienti un “comportamento aggressivo”, riscontrato nell’imputato già in altri episodi di violenza sessuale e palpeggiamenti. Per la Cassazione ciò è sufficiente per riconoscere “un discontrollo degli impulsi a carattere progressivo.” E quindi concedere lo “sconto”.

“Io e Imane eravamo simili: volevamo solo un’altra vita”

“Povera Imane, provo pena per lei. Che fine terribile!”. Ma voi due vi conoscevate? “No, non ricordo di averla conosciuta personalmente. Mi sembra una storia surreale, non voglio contribuire alla spettacolarizzazione della notizia. Spero che si faccia chiarezza su quello che è successo”. Non chiamatela più Ruby, ormai è soltanto Karima El Mahroug. La ragazza cui sono state appese le sorti del governo Berlusconi e dell’Italia oggi giura di avere soprattutto un desiderio: “Lasciarsi tutto alle spalle, vivere con il mio compagno e mia figlia”. Forse per questo, come ha confidato al compagno Daniele Leo, la morte di Imane Fadil l’ha colpita. Non si erano incontrate, la modella morta l’aveva confermato, ma c’era un filo che legava le due donne: non soltanto l’origine marocchina, e l’abbaglio delle luci di Arcore, ma il desiderio di voltare pagina. Di non essere per sempre associate a Silvio Berlusconi e a quella parola che Karima non vuole sentire: Bunga Bunga.

Oggi la vita di questa donna di 27 anni pare agli antipodi di quella della ragazzina piombata alla corte dell’uomo più potente d’Italia. Basta guardare la sua nuova casa: un appartamento defilato ad Albaro, il quartiere più borghese di Genova. Dall’altra parte della strada vivono armatori dai cognomi illustri, mentre a pochi passi abita Maurizio Crozza. Un silenzioso viale di platani, in una città che ha fatto della riservatezza un simbolo.

Un’altra donna, giura lei, un’altra Karima. Dopo che il suo soprannome era diventato famoso in tutto il mondo. Dopo che lei si era sposata con Luca Risso, il gestore di locali che nelle sere roventi del 2010 la ospitava quando era impegnata con gli avvocati a ricostruire ciò che accadeva alle “cene eleganti”. Poi anni di irrequietezza, Karima che cercava di scacciare Ruby, ma la giovane con le labbra rosse non ne voleva sapere di scomparire. Genova, poi il Messico e le voci (sempre smentite) di chi parlava di un accordo con Berlusconi. Quindi di nuovo la Liguria. Infine l’incontro con Daniele – che divide il suo lavoro tra locali e palestre liguri – e la promessa di una nuova vita. L’opposto di quella che l’aveva portata sulle prime pagine di tutti i giornali. “Ma quella non è…?”, si chiedono oggi gli inquilini del palazzo di fronte alla stazione Brignole, quando ogni mattina incontrano Karima che va a prendere il caffè dalla nonna del compagno. Sì, è proprio lei, dalla villa di Arcore a questo appartamento affacciato sulla stazione: “Nonna – si lascia andare l’ex Ruby – qui mi sento a casa. Io ho sempre avuto bisogno di una famiglia”.

Poi eccola che accompagna la bambina a scuola. Ma no, non è così facile voltare pagina. Ci sono i processi che ti seguono. Non solo quelli che portano l’antico nome: l’ultimo è il Ruby Ter. Proprio ieri a Genova si discuteva la querela presentata da Karima e dal suo avvocato Salvatore Bottiglieri contro 178 persone accusate di diffamazione. “Avevano scritto dei commenti irripetibili sui social”, spiega Daniele. Aggiunge: “Insulti, minacce di morte. Voi non potete capire cosa si prova quando dicono queste cose alle persone che ami”. Ma il giudice ieri ha deciso per l’archiviazione.

Intanto ogni mattina la puoi incontrare: il parrucchiere, poi sempre lo stesso bar nel centro di Genova. Come una ragazza qualunque. Ma dura poco: “Voi giornalisti mi cercate soltanto per parlare di Berlusconi. Non vi interessa niente che io vi racconti la mia nuova vita, le attività che sto cercando di mettere in piedi. Io sono diventata una persona diversa, ho il diritto di non essere cercata solo per parlare del passato”, si è sempre sfogata con il cronista che la avvicinava. Niente trucco, vestiti scuri, mentre con la mano sfoglia un’agendina. Voltare pagina, però, non è così facile. Spunta sempre qualcuno che sussurra: “Ma quella non è…?”.

“Ruby aveva video e foto che avrebbero inguaiato Berlusconi”

Riprendiamo la pubblicazione del verbale di Imane Fadil del 15 giugno 2012. Davanti ai giudici di Milano, la testimone chiave raccontò anche della prima volta in cui incontrò B. e della sua prima “cena elegante”.

Pm Sangermano: È stata mai a casa dell’Onorevole Berlusconi a Lesa?

Teste Fadil: Sì, una volta.

Pm Sangermano:Lì ebbe un colloquio con la signora Faggioli?

Teste Fadil: Sì.

Pm Sangermano: La Faggioli le parlò di Ruby in quell’occasione?

Teste Fadil:Era fine agosto-inizio settembre. […] È stata la penultima serata a cui ho assistito. […] Ero insieme a Barbara Faggioli, Lisa Barizonte, Nicole Minetti, Danilo il pianista, Giorgio Puricelli […] ed Emilio Fede.

Pm Sangermano: Le aveva parlato anche di un inconveniente che era capitato a una ragazza slava, c’era questa ragazza?

Teste Fadil: Sì, c’era. […] Stavano cantando, ballando, tirando su i vestiti, però c’erano le finestre senza tende, al chè lei mi dice: “È successo un problema, c’è stato un paparazzo che ha paparazzato tutto da fuori e per quello che stiamo attenti”. E da lì inizia a parlarmi di questa ragazza montenegrina e mi disse: “Ci mancava solo questa pazza. […] Perchè è successo già un grandissimo problema con la tunisina”. Lei mi disse che era tunisina, non marocchina (Ruby, ndr). (…) Mi fece: “È successo un casino, questa addirittura ha dei video che raffigurano anche noi in situazioni un po’ così e potrebbe metterci nei casini, compreso Berlusconi”.

Pm Sangermano: Le fece il nome di Ruby?

Teste Fadil: Sì, mi disse che questa ragazza la fermarono […], gli trovarono dei soldi, mi disse che quei soldi li prese da Berlusconi e che […] era diventata un problema perchè si era scoperto che era minorenne. Solo che lei dice che a vederla di persona non avrebbe mai pensato che fosse minorenne, che dimostrava, tipo, 25 anni.

Pm Sangermano: Le disse se Berlusconi questo lo sapesse o men?

Teste Fadil: No, non mi disse questo, mi disse che il giorno che la fermarono si scoprì che era minorenne e lui non la invitò più alle cene.

Pm Sangermano: Torniamo ai video. Cosa le disse la Faggioli? Chi li avrebbe avuti?

Teste Fadil: Ruby.

Pm Sangermano: In seguito ha avuto modo di sapere se questi video esistano veramente? […] Erano fotografie che avrebbero potuto avere un contenuto sessuale?

Teste Fadil: Sì, era un contenuto sessuale, quello mi è stato detto.

Pm Sangermano: Ma erano in grado di inficiare l’immagine pubblica di Berlusconi, cioè avrebbero potuto riguardare lui?

Teste Fadil: Sì. […]

Pm Sangermano: Ritorniamo al febbraio 2010. […] A bordo di questa lussuosa macchina, messa a disposizione da Lele Mora, coi vetri oscurati […] vi recate ad Arcore. […] Chi eravate ?

Teste Fadil: Io, Lisandra, un’altra ragazza brasiliana, le due gemelle […] Poi Lele. Noi arriviamo […] e sento dal microfono le voci della Faggioli e della Minetti. […] Urla di divertimento e di chiasso, canti. […] Arriviamo all’ingresso della villa, c’è una scala a L, con una moquette rossa, c’è questa sala con poltrone, l’unica cosa particolare era il palo della lap dance. […]

Pm Sangermano: C’era Berlusconi?

Teste Fadil: Quando stavamo scendendo le scale, lui ci è venuto incontro.

Pm Sangermano: Chi ve l’ha presentato Berlusconi?

Teste Fadil: Mora. In realtà mi presentai io, perchè lui venne direttamente cioè proprio a presentarsi. […]

Pm Sangermano: Come si è evoluta la serata?

Teste Fadil: Inizialmente niente di particolare. […] Dopo neanche dieci minuti Minetti e Faggioli spariscono dalla circolazione. Tornano travestite con questa tunica da suora […] e hanno iniziato la performance.

Pm Sangermano: Che perfomance?

Teste Fadil: Ballare.

Pm Sangermano: Vestite o nude?

Teste Fadil: Inizialmente vestite. […] Poi tirava sù il vestito, poi lo tirava giù, cioè è come se facesse un po’ la Lolita della situazione.

Pm Sangermano: Lei, sentita dai pm aveva dichiarato: “Ricordo che c’era la musica e che ad un certo punto Minetti e Faggioli si spogliarono svolgendo dei balletti sexy, ovvero dimenandosi intorno al palo vestite soltanto con la biancheria intima”, è corretto?

Teste Fadil: Sì.

Pm Sangermano: Cosa fece Berlusconi?

Teste Fadil: Seduto, guardava questa performance, io rimasi un po’ perplessa, basita più che altro. […] Andai da Mora e gli dissi: “Lele, io fra poco vado, prendo un taxi”.

Pm Sangermano: Lei era imbarazzata da questa cosa?

Teste Fadil: Si, perchè non conoscendo l’Onorevole, non conoscendo nessuna delle ragazze tranne la Faggioli… Mi sentivo fuori luogo.

Pm Sangermano: Berlusconi colse il suo disagio?

Teste Fadil: Sì. Chiese alla Minetti e alla Faggioli di fermarsi, di andare a cambiarsi e venne da me mettendomi a mio agio. Mi ha portato a fare un giro per casa. […] Lui quando si è accorto che io ho detto a Lele che volevo andarmene, chiese informazioni, chi fossi, cosa volessi fare e poi mi portò in giro per la casa.

Pm Sangermano: Ha ricevuto regali o soldi quella sera da Berlusconi?

Teste Fadil: Sì, ho ricevuto un orologio con lo stemma del Milan. […] Poi qualche anellino di bigiotteria.

Pm Sangermano: Soldi?

Teste Fadil: Sì, una busta con 2 mila euro.

Pm Sangermano: Come la giustificò Berlusconi?

Teste Fadil: Mi disse: “Non vorrei mai che ti offendessi, però voi donne avete sempre bisogno di qualcosa, quindi ti prego di non prenderla come un’offesa ma come un dono”. […] Ho accettato. […]In seguito, una sera il Presidente mi chiese di fermarmi.

Pm Sangermano: A dormire […]?

Teste Fadil: Sì, mi disse: “Ti fermi stasera?”. Ho detto: “No, lavoro domattina”. […]

Pm Sangermano: Lei sa se alcune di queste ragazze si fermavano a dormire, a casa di Berlusconi per trattenersi in intimità con lo stesso?

Teste Fadil: Sì, qualcuna me l’ha detto.

Pm Sangermano: Sa se queste ragazze venivano pagate per questo quid pluris di disponibilità? […]

Teste Fadil: Chi passava la serata lì e poi andava via poteva, non lo so, ricevere un minimo di 2 mila euro, chi si fermava arrivava anche a 10 mila.

Pm Sangermano: Quindi “fermarsi” significava fare sesso con Berlusconi?

Teste Fadil: Eh sì.

Pm Sangermano: Quindi questo sistema prevedeva due passaggi, mi pare di capire: le ragazze che non si fermavano a dormire prendevano un regalo inferiore rispetto a quelle che poi eventualmente si intrattenevano con Berlusconi, è corretto?

Teste Fadil: Esatto.

Pm Sangermano: Ha avuto rapporti intimi con Berlusconi?

Teste Fadil: No, nè quella sera, nè in un’altra volta, nè mai. Scherziamo?

Pm Sangermano: Però questi soldi li prese?

Teste Fadil: Certo che li ho presi, sì, sì. Li ho presi semplicemente perché lui, dicendomi così, era stato fin troppo gentile a dirmi così e non accettare sarebbe stato forse anche un po’ maleducato nei

miei confronti.

Di Maio all’attacco: “Sono negazionisti, non ci andrei mai”

Cinque Stelle e Lega continuano a litigare sul Congresso mondiale della famiglia, la manifestazione organizzata a fine mese a Verona dall’ultradestra cattolica e dalle associazioni pro-vita. Matteo Salvini parteciperà, mentre la presenza di Luigi Di Maio è fuori discussione. “Io a un convegno del genere non ci vado: si dice che la donna deve stare in casa e sono negazionisti sui femminicidi”, ha dichiarato il Ministro del Lavoro, il quale aggiunge che tutti i parlamentari del Movimento seguiranno il suo esempio perché credono “nelle libertà, nei valori, nel progresso”. Gli fa eco Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia: “Io in un convegno di quel tipo non andrei mai, perché considerando alcuni ospiti mi pare che le lancette dell’orologio sulla concezione della donna vengono spostate indietro di qualche secolo”. Non poteva mancare la reazione degli organizzatori Antonio Brandi e Jacopo Coghe, che ribattono annunciando azioni legali e definendo le parole di Di Maio “da querela”. Al vicepremier, che aveva precedentemente bollato il raduno come “la destra degli sfigati”, si aggiunge l’associazione Famiglie Arcobaleno: “È una vergogna che combatteremo in piazza il 30 marzo”.

Il nuovo Pd e la solita solfa sul referendum

Noi la mattina svegliandoci da sogni inquieti pensiamo: se solo a Palazzo Madama, invece dei senatori eletti il 4 marzo, sedessero dei bei sindaci e consiglieri regionali!

L’Italia andrebbe più spedita, non ci sarebbero 5 milioni di poveri assoluti, i lavoratori avrebbero più dignità, non ci sarebbe bisogno dei cazziatoni di un’adolescente per mettere l’ambiente al centro dell’agenda…

Domenica il nuovo segretario del Pd pare averci ascoltato: “L’Italia non funziona”, ha detto, “anche per colpa della vittoria dei No al referendum.

È ovvio che dobbiamo riaprire un capitolo che va riaperto”. È ovvio. È colpa dei No: non hanno voluto abolire il Cnel, e ci ritroviamo i populisti al governo. Voltare pagina, ristabilire il contatto sentimentale, ricomporre una frattura emotiva e tutti gli altri abracadabra dei finti-nuovi richiedono il versamento dell’obolo alla sacra riforma costituzionale, lo spigolo contro il quale Renzi s’è rotto l’osso del collo, la croce dell’élite ricostituente fiorentina a cui Zingaretti rende omaggio segnandosi.

Ci sarebbe il dettaglio che a chiudere quel capitolo sono stati 19 milioni e mezzo di italiani nel 2016 (e 16 nel 2006, sulla riforma facsimile berlusconiana). Ma, fanno notare i nostalgici, ci sono pur sempre 13 milioni di Sì da addurre al Pd, tra i quali sospettiamo qualche milione preso per sfinimento dopo mesi di tossica propaganda populista via stampa, Tv, manifesti e pullman con la scritta: “Vuoi meno politici? Basta un Sì”.

L’argine al populismo si fa anche così. Alla sola ipotesi di risottoporre il cervello alla cura Ludovico di slogan e balle come C’è un’Italia che dice Sì, Cancellare poltrone e stipendi, Aboliamo il bicameralismo, Per un’Italia più sobria, Si risparmia 1 miliardo l’anno, anche ai più laici viene voglia di gettarsi dal tetto della nuova sede del Pd avvolti nella gigantografia di Zagrebelsky. Al nuovo Pd non chiediamo pane (del resto è colpa nostra se non ce n’è): chiediamo solo pietà.

L’asse di Zingaretti con LeU e +Europa

Nel Pd di Nicola Zingaretti non si parla più di ricongiungimento della sinistra divisa, né di ritorno alla Ditta che fu. Operazione troppo rischiosa sul piano interno e troppo poco redditizia in termini di consenso. Ma un occhio di riguardo agli ex compagni di squadra, il Governatore del Lazio lo vuole e lo deve usare. Anche in virtù di rapporti e patti pregressi. “Propongo un coordinamento di tutti i gruppi parlamentari di opposizione come primo passo di un possibile nuovo campo di centrosinistra”, ha detto all’Assemblea.

I gruppi in questione, sono Liberi e uguali, dove siedono gli ex Ds e Sel, e il gruppo misto, con i rappresentanti di +Europa, Ap e Psi. Per adesso non è stato fatto nessun passo concreto, ma l’idea è quella di coordinarsi nelle battaglie parlamentari. “Contro le destre”, prima di tutto: perché il nemico individuato da Zingaretti è Matteo Salvini, mentre i Cinque Stelle sono considerati più che altro un bacino elettorale da svuotare. Il segretario teorizza il ritorno di un bipolarismo centrodestra-centrosinistra e l’obiettivo è portare il Pd alle Europee sopra il 20% (e sopra M5s).

Nel frattempo, per le Europee Zingaretti ha lanciato la formula “da Tsipras a Macron”, coerente con l’arco parlamentare individuato per il coordinamento e anche con l’idea di tenere insieme moderati e sinistra. Non c’è spazio per un listone unico, dopo il no di +Europa. Ma una trattativa resta in corso: quella con LeU, per una lista unica dei partiti che andranno a convergere nel gruppo socialista al Parlamento europeo. “La sinistra radicale andrà nel Gue, i Verdi di Pizzarotti nei Verdi, +Europa guarda all’Alde. Ma non ha senso che noi e il Pd, che andremo nei Socialisti e Democratici, ci presentiamo in due liste diverse”, dice Roberto Speranza. Zingaretti domenica ha annunciato: “Resta il progetto di una lista ampia e unitaria”. L’ipotesi c’è. Tanto più che ieri il segretario Pd era con lo stesso Speranza a Potenza per la campagna elettorale del candidato comune, Carlo Trerotola, appoggiato da tutta l’area di centrosinistra. Un modello che verrà replicato. Ieri Zingaretti ha annunciato un incontro con Speranza per vedere come le alleanze larghe presenti in tutta Italia “possono essere un elemento comune”.

Il risiko per le candidature alle europee si fa sempre più complicato. Soprattutto per quel che riguarda i capilista.

Sarebbero già occupati i posti per il Centro (Davide Sassoli con Simona Bonafè, seconda), il Nord Est (da Massimo Cacciari), il Nord Ovest (da Giuliano Pisapia). Sud e Isole, spetterebbero a due donne, ancora da identificare. C’è l’ipotesi Ilaria Cucchi. Andrebbero “piazzati” in altre posizioni Carlo Calenda e Giovanni Legnini (che ha dato la disponibilità solo come capolista).

Ieri si è insediato il primo embrione di staff al Nazareno, coordinato da Paola De Micheli. Marco Miccoli (ex segretario del Pd di Roma) coordinerà le iniziative politiche e si occuperà di comunicazione. Marina Sereni (una vita in Parlamento in quota Franceschini) seguirà le Amministrative, Enzo Amendola (tra i più giovani esponenti dei quadri di partito di scuola Ds) penserà alle Europee e Andrea Martella (fedelissimo di Andrea Orlando, fatto fuori dalle liste da Renzi) seguirà i Rapporti Istituzionali con le Forze Politiche e Sociali. La bilancia pende verso gli ex Ds, i volti non sono esattamente nuovi.

Faida nel Tg1 gialloverde: Carboni già rischia il posto

Quando alla fine di ottobre dello scorso anno fu scelto come direttore del Tg1, in molti restarono sorpresi, perché il suo nome non era tra quelli in pole position per guidare il telegiornale della rete ammiraglia, guardato ogni sera da oltre 5 milioni di persone.

Ma è andata così: per il Tg1, casella riservata ai 5Stelle, la scelta è caduta su Giuseppe Carboni, giornalista di lungo corso ma senza grandi incarichi dirigenziali in curriculum, che però da tempo per il Tg2 seguiva le vicende politiche dei pentastellati. “È uno dei pochi cronisti che parla con Beppe Grillo”, si disse.

Compito difficile, il suo: cambiare vestito al tg più importante facendolo diventare attento alle tematiche pentastellate, dal reddito di cittadanza in giù. Cosa che in parte sta riuscendo, a parte qualche toppa clamorosa, come quando, il lunedì dopo le elezioni in Sardegna, si è dato conto del M5S primo partito (secondo i primi dati) quasi più della vittoria del centrodestra, quando poi i 5 Stelle sono finiti dietro Lega, Pd e Partito sardo d’azione.

Negli ultimi tempi, però, al Tg1 è caos. Sarà per un’identità poco chiara del telegiornale, laddove il Tg2 di Gennaro Sangiuliano e il Tg3 di Giuseppina Paterniti hanno identikit ben precisi (il primo sovranista e filo-Salvini e il secondo più politico-sociale); o sarà per il pericoloso riavvicinamento negli ascolti del Tg5 (lunedì e martedì della scorsa settimana il tg Mediaset ha superato il Tg1 per due volte consecutive nell’edizione diurna, mentre il divario di quella serale regge), ma da qualche tempo al Tg1 è scoppiato il finimondo. Con giornalisti l’un contro l’altro armati, vicecaporedattori contro i vicedirettori, e un Carboni sempre più isolato e in difficoltà nel guidare una corazzata di 180 persone.

Uno dei motivi di scontro sono i turni di lavoro. In una riunione qualche giorno fa è andato in scena un furioso scambio di accuse: ai capi-redattori è stato rinfacciato di non essersi organizzati per coprire tutti i turni redazionali e questi si sono difesi buttando la croce addosso ai vicedirettori che, a loro dire, lascerebbero la redazione troppo presto la sera. Diatribe redazionali che però al Tg1 hanno raggiunto livelli di guardia, con litigate furibonde, porte sbattute, minacce e musi lunghi.

Un clima pesante, condito da rivalità e personalismi a non finire. Accuse rivolte a Carboni sono quella di fare un Tg “né carne né pesce” e di essersi isolato dal resto della redazione, di fare il Tg con tre vicedirettori fedeli: Costanza Crescimbeni (area Pd), Bruno Luverà (area 5 Stelle) e Simona Sala (ex quirinalista). Gli altri (Maria Luisa Busi, Angelo Polimeno, Filippo Gaudenzi e Grazia Graziadei), tenuti ai margini. E dei tre solo Crescimbeni ha esperienza di line, ovvero di coordinamento redazionale. Lo si accusa anche di non decidere e di non essere adatto al ruolo.

Chi lo difende, invece, parla di un Tg1 ancora troppo nelle mani degli uomini messi lì in epoca renziana dai precedenti direttori, Mario Orfeo e Andrea Montanari. E che rispondono ancora a vecchie logiche. “Al Tg1 il 4 marzo è come se non fosse mai avvenuto…”, sussurra una fonte, a conferma del grande potere che ancora ruota intorno all’area dem, ora ringalluzzita dal nuovo corso del Pd. Si compulsano molto i sondaggi, di questi tempi in Rai. “A Saxa Rubra la fase grillina sembra superata, il riposizionamento è già cominciato, se poi le Europee confermeranno i nuovi rapporti di forza…”, sospira un’altra fonte. Qualcuno sostiene che siano gli stessi pentastellati a non essere soddisfatti di Carboni, tanto da pensare a una sua sostituzione con qualcuno di maggior peso. Altri sostengono che siano i leghisti a mettere in giro certe voci, per indebolirlo. Politica, poltrone e veleni. La solita Rai.