Al Bano contro Kiev: la battaglia continua alla Corte Europea

L’Ucraina attacca, Al Bano risponde: dopo che Kiev l’ha inserito nella lista nera dei soggetti che potrebbero mettere in pericolo il Paese, il cantante è passato alla controffensiva minacciando un ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo. E non si ferma qui: con il supporto del legale Cristiano Magaletti chiede l’intervento del ministro degli Esteri italiano e un risarcimento danni, da devolvere ad un ente benefico ucraino. Al Bano non è l’unico artista italiano a dover fare i conti con la censura del governo di Kiev: gli fa compagnia Toto Cotugno, considerato “un agente di appoggio della guerra della Russia in Ucraina” da alcuni deputati ucraini.

L’avvocato Megaletti, però, puntualizza: “Questa vicenda non deve essere trattata con superficialità ed ironia. Non ci fermeremo: andremo sino a Strasburgo perché questo può diventare un pericoloso precedente”. Le ragioni per cui il nome di Al Bano è stato inserito accanto a quello di altri 147 artisti “sgraditi” non sono state rese note. L’ipotesi più accreditata è che l’artista paghi le simpatie espresse per l’autocrate russo Vladimir Putin.

I dubbi sul programma 5S

A contendersi i voti delle elezioni regionali in Basilicata ci saranno: Vito Bardi per il centrodestra, generale della Guardia di Finanza in pensione il cui nome è stato proposto da Silvio Berlusconi (sostenuto anche dalla Lega Salvini Basilicata). Poi c’è la lista Basilicata Possibile con Antonio Tramutoli, classe ’58, docente di Fisica dell’Università degli studi della Basilicata.

Stessa età, ma liste diverse per Carlo Trerotola, candidato del centrosinistra e farmacista di Potenza. Chiude il cerchio Antonio Mattia, portavoce lucano del M5S. La sua corsa è iniziata da mesi, ma non è stata risparmiata dalle polemiche: sono state riscontrate analogie tra il suo programma elettorale e quello pubblicato nel 2008 dal consigliere regionale marchigiano Gianluca Busilacchi (Pd) su Italiani Europei, rivista della Fondazione D’Alema. Mattia replica sui social: “Quando non si hanno argomenti, ogni stupidaggine è buona per attaccarci. Ma noi abbiamo idee possibili e concrete”.

Infiltrati & infrattati: la transumanza dem verso la Lega lucana

Le vie della transumanza sono infinite e in Lucania, che si fa accarezzare dalla brezza dell’opportunismo e della clientela, il sentiero è divenuto largo come un vialone. E così chi era di qua, cioè nel centrosinistra a monopolio Pd, corre nel centrodestra, ora salvinizzato, fiutando l’occasionissima. Salvatore Adduce, il presidente della Fondazione Matera che gestisce il budget della capitale europea della Cultura, è titolato a illustrare la questione: “Per fregare me, al tempo in cui ero ricandidato dal Pd a fare il sindaco di Matera, si organizzò una congiura con tanto di notaio. Alcuni dei miei grandi elettori fecero cartello col compito dichiarato di fottermi, deviando i consensi verso il centrodestra. Ci riuscirono. Ora non c’è congiura, ma semplicemente il tradizionale salto della quaglia. Il centrodestra odora di vittoria (anche se invece dico che noi possiamo vincere) e loro si imbucano, si infrattano, si infiltrano”.

Infiltrati, infrattati e motorizzati di ogni risma e colore. Gli imprenditori anzitutto rotolano con nonchalance nel campo avverso. Il presidente uscente delle Coop Paolo Laguardia – grande elettore Pd – è l’ultimo acquisto. In genere si distingue nel trapasso tutta la falange che fino a ieri si era sistemata dietro Marcello e Gianni Pittella, fratelli di famiglia egemone, di pura fede renziana, oggi in ambasce per via dei guai giudiziari che hanno costretto Marcello, governatore uscente, a farsi parecchi mesi agli arresti domiciliari e, infine, a cedere a Carlo Trerotola, farmacista di Potenza, la guida della coalizione.

Il declassamento ha provocato il successivo smottamento. Avvistata la mala parata, ha dato forfait Nicola Benedetto, arrembante assessore regionale con Pittella, e oggi arrembante sostenitore del generale Vito Bardi, un brav’uomo pescato dai berlusconiani nella caserma, per cui l’unica cosa che il militare in congedo prevede per la Basilicata è una sequela di telecamere che sorveglino mari e monti, borghi e villaggi sperduti, e diano sicurezza anche dove l’insicurezza non sembra assai patìta.

La Basilicata ha infatti meno di mezzo milione di abitanti, per lo più anziani, e soffre invece di una anoressia sociale, del lento e progressivo spopolamento del suo territorio che è bellissimo ma marginale, distante, sconosciuto. Silvio Berlusconi, per esempio, è rimasto di stucco quando – visitando le vestigia di Metaponto, una delle capitali della Magna Grecia – gli hanno riferito che la Basilicata ha 40 chilometri di costa e di mare verso est. “Incredibile, pochi lo sanno”, ha detto, e non è chiaro se lui fosse tra i pochi (in verità la Basilicata ha persino una seconda costa, che s’affaccia sul Tirreno e che ha nella splendida Maratea la sua città marina). Il Cavaliere ha fatto un rapido passaggio, e capita l’antifona, vedendo cioè i suoi interventi poco frequentati, ha disdetto l’ultimo appuntamento della sua breve trasferta lucana (doveva andare nella magnifica Venosa), accomiatandosi anzitempo con gli amici, dopo essersi però tolto lo sfizio di definire “coglioni” i supporter del governo gialloverde. “Eccolo il coglione”, ha detto il suo alleato Matteo Salvini, nelle vesti di nuovo leader, che invece la regione l’ha battuta palmo a palmo, riempiendo le piazze, attirando anche colorate contestazioni, ma soprattutto avanzando l’ipoteca: dopo l’Abruzzo, la Sardegna, oggi la Lucania a trazione leghista. “Pensate, cari amici di Potenza, che io, piemontese, non ero mai venuto in Basilicata. Ma è una regione bellissima!”, ha detto Riccardo Molinari, il capogruppo leghista alla Camera, nella veste effettivo di straniero stupito che esistesse anche la Basilicata: “Anche solo un anno fa, se mi avessero detto che avrei tenuto un comizio qui non ci avrei creduto”.

E pensate se un anno fa avessero detto ai lucani che sarebbero divenuti leghisti. Se, per esempio, avessero mai immaginato che il capo della Coldiretti, Piergiorgio Quarto, adesso tifa per i lumbard. Se Giovanni Scarola, ingegnere con il pallino degli idrocarburi, numero due della lista Pd di Matera alle scorse comunali, oggi fosse stato un supporter della coalizione salviniana. In effetti anche il petrolio dà una mano a Salvini. Il sindaco di Viggiano, capitale Eni, è un suo nuovo tifoso (fratello in lista); Giovanni Castellano, ras dei rifiuti petroliferi, ha partecipato a una cena in suo onore. Magnifiche e progressive sorti della borghesia affluente che ha dimenticato l’amicizia con i Pittella, oggi potere declinante.

La Basilicata, prima del 4 marzo 2017, era area politica extraterritoriale. Il centrosinistra vinceva col 65 per cento, senza bisogno di fare campagna elettorale. Dopo il 4 marzo la rivoluzione. I Cinquestelle hanno raggiunto il 50 per cento. Adesso con la loro unica lista (20 i candidati) dovranno fronteggiare i concorrenti (100 candidati e cinque liste col centrodestra, centoquaranta candidati e sette liste il centrosinistra). L’obiettivo è perdere bene. Venti punti in meno sarebbero il top. Col trenta per cento Di Maio potrebbe ben dire di essere comunque il primo partito. Il problema è se l’emorragia sarà contenuta in venti punti. Perché la Lega, che ha mangiato Forza Italia, adesso ha la forchetta nel piatto grillino. E mangia.

Il candidato a cinque stelle si chiama Antonio Mattia, rivenditore di giochi per bambini. Brava persona, ma nulla di più. Il successore dei Pittella nel Pd si chiama invece Carlo Trerotola: farmacista, aiuta gli indigenti (“il buono di Basilicata”, il suo slogan), ma viene da famiglia missina, e sciaguratamente ha confessato che l’unico politico che l’ha appassionato in gioventù si chiamava Giorgio Almirante. Tutto si tiene.

Dai disabili ai rider: ammessi ed esclusi del decretone

È iniziata ieri alla Camera la discussone generale sul decretone sul reddito di cittadinanza e quota 100. È possibile che nel pomeriggio di oggi il governo blindi il testo con la fiducia. I principali emendamenti erano già venuti alla luce nei giorni scorsi: dal pacchetto disabili all’innalzamento a 45mila euro del limite per l’anticipo della liquidazione (Tfs) della laurea, fino al recepimento del’accordo con le Regioni sui navigator e all’eliminazione della soglia anagrafica dei 45 anni per il riscatto agevolato della laurea. Diverse le misure che si è provato a introdurre, poi arrivate invece allo stop: dal riscatto a forfait di 2.620 euro per ogni anno di mancata contribuzione fino a un massimo di 8 annualità al ritiro della revisione del conteggio dei contributi figurativi negli anni di aspettativa sindacale e il progressivo ricalcolo contributivo dell’assegno per chi già percepisce un trattamento pensionistico col vecchio sistema retributivo. Stop all’estensione dello sgravio collegato al reddito di cittadinanza per i contratti a tempo indeterminato anche alla stabilizzazione dei contratti a tempo determinato. Bloccato sul nascere l’emendamento sui rider e l’iscrizione all’Inpgi dal 2020 per i comunicatori professionali.

Il casino in Anpal e la “app” del presidente Parisi

Il decreto che contiene (anche) il reddito di cittadinanza è in via di approvazione, anche se la norma oggi è assai diverse dai sogni di Luigi Di Maio: al momento, se va bene, sarà un sostegno al reddito, ma tutta la parte “trovare un posto ai disoccupati” fluttua nell’aria.

Meglio piuttosto che niente, per carità, però tra la moria dei navigator (dimezzati a tremila e finiti a fare da personale tecnico), il ruolo centrale preteso e ottenuto dalle Regioni e i ritardi nel definire il ruolo dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal) la pratica rischia di essere assai diversa dalle slide. Per quanto riguarda Anpal, ad esempio, un emendamento dei relatori approvato all’ultimo minuto in commissione alla Camera segnala un livello di confusione preoccupante in governo e maggioranza. Una bizzarra norma nella legge di Bilancio prevedeva infatti che “entro 30 giorni dall’entrata in vigore” fossero nominati i nuovi presidente e direttore generale ed entro 60 giorni sarebbero arrivati i nuovi Statuti di Anpal e Anpal Servizi Spa, il braccio operativo dell’Agenzia esterno alla P.A. A gennaio la prima poltrona, quella di presidente e amministratore unico di Anpal Servizi, è stata occupata dal professor Mimmo Parisi, docente di statistica ed economia alla Mississippi State University e creatore di “Mississippi Works”, una app che, utilizzando i big data, incrocia domanda e offerta di lavoro nel piccolo stato americano con buoni risultati.

È questa l’infrastruttura digitale che il ministro Di Maio ritiene fondamentale per far funzionare il reddito di cittadinanza. E qui c’è l’inghippo con la seconda poltrona, ancora vacante: Lega e 5 Stelle non si sono accordati su chi sarà il prossimo dg e quindi – e qui arriva l’emendamento – si danno un altro paio di mesi di tempo, fino a inizio maggio, per trovarlo e modificare gli Statuti.

L’attuale dg di Anpal, Salvatore Pirrone, già a Palazzo Chigi con Enrico Letta, è un dirigente Inps già pronto a tornarsene all’ente pensionistico. Il suo rapporto col nuovo governo, raccontano, non è mai decollato anche per via della famosa App di Parisi: dalle parti del ministero gli hanno chiesto, nella fretta di far partire il tutto in pochi mesi, di acquisire l’infrastruttura in affidamento diretto; non si può fare, ha risposto Pirrone, è “fuori soglia” e negli appalti informatici la gara è fondamentale anche per evitare il lock-in tecnologico (finire, in sostanza, ammanettati a un unico fornitore in grado di imporre i prezzi).

La cosa non è senza interesse per una serie di motivi, il principale dei quali è contenuto in una interrogazione di febbraio del senatore Pd Tommaso Nannicini, in cui si chiede al governo se “esista l’ipotesi che a vendere la piattaforma informatica e la relativa App allo Stato italiano sia direttamente l’Università del Mississippi, qualsivoglia soggetto controllato dall’Università del Mississippi, o addirittura società private riconducibili al professor Parisi, a suoi familiari o a soggetti presso i quali il professor Parisi svolge attività di lavoro subordinato o autonomo”. Un presidente Anpal che vende un prodotto ad Anpal non sarebbe un bello spettacolo. Finora, comunque, il governo non ha risposto,

Stop ai sauditi alla Scala. Il cda restituisce l’acconto

Urlava, Alexander Pereira, il sovrintendente della Scala che voleva portare i sauditi del tempio mondiale della lirica. La Sala Gialla del teatro rimbombava delle sue parole che cercavano di difendere un’operazione che è stata invece bocciata. Seccamente. Completamente. Il consiglio d’amministrazione del teatro ha respinto, senza neppure il bisogno di metterla ai voti, la sua proposta di accettare il finanziamento del principe saudita Badr Bin Abd Allah (15 milioni in cinque anni) in cambio di un posto nel cda.

Aveva già pagato di tasca sua, il principe: il 4 marzo, sul conto di un notaio milanese indicato da Pereira, erano arrivati due bonifici, uno di 3 milioni, l’altro di 100 mila euro per finanziare una tournée a Riad. Saranno tutti restituiti al mittente.

“Non riportavano causale, non rispettavano le linee guida per le donazioni della Scala”, ha spiegato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che è anche presidente del cda della Scala. Una spiegazione molto formale, ma un poco ipocrita. Sull’Arabia Saudita pesa l’accusa di non rispettare i diritti umani e sul principe il sospetto di essere il mandante dell’eliminazione del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi. Ma Sala rassicura: “Il cda non reputa l’Arabia Saudita un Paese con cui non si può parlare. La cultura è uno strumento di relazioni con gli altri Paesi, non c’è alcuna preclusione verso i sauditi, non c’è una black list di Paesi con cui non si parla. Pereira ha agito a fin di bene, anche se con ingenuità”. Più netto il giudizio degli altri membri del cda. Duro con Pereira, nei giorni scorsi, soprattutto Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, che in cda è rappresentata da Philippe Daverio. Ma più in generale l’aria era pesante: inaccettabile una donazione che esce dalle tasche di un principe saudita, che si è autonominato anche ministro della Cultura, e arriva al più importante teatro d’opera del mondo in cambio di un posto nel cda, con un’operazione fatta in sordina dal sovrintendente, senza coinvolgere né lo Stato italiano, né la Regione Lombardia, né il Comune di Milano, né il cda della Scala.

La Francia ha stretto un accordo con gli Emirati Arabi e ha portato il Louvre ad Abu Dhabi: ma ha concluso un’operazione da 1 miliardo di euro (non 15 milioni), preparata con incontri e accordi di vertice tra i due Stati, e senza “vendere” un posto nel cda del museo parigino. “La Scala è il Louvre della lirica”, si sussurrava nella Sala Gialla prima del cda, “può mai vendere un posto nel suo cda per un piatto di lenticchie, ricevuto oltretutto da un Paese che taglia a pezzi i dissidenti?”.

Pereira si giustifica dicendo di aver fatto incontrare il principe, alla Prima della Scala del 7 dicembre, sia al sindaco Sala, sia al ministro italiano della Cultura Alberto Bonisoli. Un incontro in smoking non è un colloquio per un accordo tra due Stati, ribattono gli altri membri del cda. Del resto, Bonisoli aveva espresso pubblicamente la sua perplessità circa l’ingresso di uno Stato estero nel cda della Scala. Per questo il ministro aveva parlato con gli esponenti del governo nel consiglio d’amministrazione, con l’ambasciatore italiano a Riad, con il ministero degli Esteri e infine con il sindaco Sala. Lasciando però al cda la decisione finale. Che è stata unanime: no ai soldi sauditi, no al posto in cda per il principe, no anche al progetto di realizzare in Arabia Saudita un’Accademia della Scala come quella che a Milano prepara musicisti e cantanti: se ne dovrà occupare semmai la Fondazione dell’Accademia alla Scala. A difendere Pereira rimane solo il Pd, che attacca Fontana, e Sala: “Nessun licenziamento. Pereira resterà al suo posto fino al 2020”.

M5S, Patuanelli: “Ai probiviri chi vota contro il vicepremier”

“Il rispetto del voto online degli iscritti è uno dei principi fondanti del Movimento 5 Stelle. Per questo se ci dovessero essere delle votazioni difformi da come si è espressa la maggioranza degli iscritti non potrò fare altro che segnalarli al collegio dei probiviri”. Lo ricorda il capogruppo M5S al Senato, Stefano Patuanelli interpellato in vista del voto in Aula a Palazzo Madama sul caso Diciotti. Il Senato si dovrà infatti esprimere mercoledì sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Salvini e il voto degli iscritti al M5s è stato per negare l’autorizzazione. Lunedì 18 febbraio, infatti, sulla piattaforma Rouseeau circa il 60 per cento degli oltre 50 mila attivisti del Movimento avevano votato contro la concessione dell’autorizzazione a procedere contro Salvini.

“È grave che un capogruppo alla vigilia del voto intimidisca i suoi senatori con la minaccia dei probiviri: è un modo surrettizio e preoccupante per introdurre una sorta di vincolo di mandato e soprattutto rivela quanto largo sia il malessere nelle file pentastellate, se i loro capi sono costretti a ricorrere a metodi coercitivi”. Lo afferma la deputata del Pd Debora Serracchiani,

Andrea Segre: “La cattiva politica blocca il nostro film”

Quel film non si deve vedere. Punto. È la storia di Paese nostro, un film-documentario commissionato dal ministero dell’Interno (epoca Alfano), finito di girare quando con Minniti e nei cassetti del ministero ai tempi di Salvini. Tre anni di blocco. Il documentario girato da 5 registi e costato 125mila euro, parla di immigrazione e accoglienza, di realtà presenti su tutto il territorio nazionale, ed è stato visto, vagliato e giudicato dagli alti funzionari del ministero. Nonostante ciò è fermo. Società di produzione e registi hanno chiesto al Viminale di proiettarlo gratuitamente.

Nessuna risposta. “Questa mattina lo proietteremo alla Camera – ci dice Andrea Segre uno dei registi – così i parlamentari potranno farsi una idea del lavoro, e soprattutto chiedere conto al ministro dell’Interno delle ragioni di un blocco che non trova spiegazioni credibili”. Un atto di disobbedienza civile? “No – è la risposta di Segre – facciamo solo quello che si deve fare: creare le condizioni perché il film possa essere visto”. In serata Paese nostro verrà proiettato a Caserta, in solidarietà col Centro sociale ex canapificio che da anni gestisce il servizio Sprar e che è stato recentemente sequestrato. Alla proiezione saranno presenti Toni Servillo e Valerio Mastrandea. “C’è un accanimento contro le realtà che concepiscono nuovi modelli di integrazione – dice Segre –. Si attaccano queste esperienze con pesanti campagne di disinformazione. A Caserta, in un contesto difficile, si stava costruendo un progetto di nuova inclusione sociale. Insieme italiani e migranti, puntano alla costruzione di una nuova forma di giustizia sociale. Il modello è stato studiato da istituzioni a livello internazionale”. Salvini ha risolto la questione al grido de “la pacchia è finita”. “Attaccare il Centro sociale, bollarlo come esempio di business sull’immigrazione, significa fare brutta informazione e pessima politica”.

“Sul caso Sea Watch decise il Viminale”

Il Comando delle Capitanerie di porto non intende farsi carico del ritardo imposto allo sbarco dei 47 migranti salvati a gennaio dalla nave Sea Watch 3 della ong tedesca Sea Watch. E in particolare dei 15 minori, per i quali la Procura per i minorenni di Catania chiese lo sbarco immediato a Siracusa, dove la nave fu invece lasciata alla fonda per qualche giorno in pieno inverno. Oggi che il caso è all’attenzione di due Procure (Roma e Catania) emerge chiaramente il contrasto tra le Capitanerie, che dipendono dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) retto da Danilo Toninelli del M5s, e il Viminale guidato da Matteo Salvini.

Le due amministrazioni hanno risposto in modo diverso all’avvocato Alessandra Ballerini, che per conto dell’Adif (Associazione diritti e frontiere) aveva chiesto di pubblicare, ai sensi delle norme sull’accesso civico, “provvedimenti” e “comunicazioni” sul “divieto di approdo nei porti italiani” per Sea Watch e sulla questione dei minori.

Il Viminale, come riferito dal Fatto il 9 marzo scorso, ha scritto che “la tipologia di atti richiesti non è soggetta a pubblicazione obbligatoria”. Se non era un’invocazione del segreto, poco ci manca. Il Comando delle Capitanerie, invece, ha trasmesso all’avvocato la nota del 28 gennaio con cui la Capitaneria di Siracusa informava i pm e tutte le autorità della presenza di minori a bordo. Come dire che hanno fatto il possibile per farli sbarcare, sia pure tre giorni dopo la richiesta dei giudici che era del 25 (la situazione, ricordiamo, si è sbloccata il 30 e il 31 sono sbarcati a Catania). Per il resto il contrammiraglio Andrea Agostinelli, a nome delle Capitanerie, ha spiegato che “non risulta essere stato adottato alcun provvedimento in tema di interdizione dell’accesso al mare territoriale o ad ambiti portuali” e ha precisato che “nel caso di interventi di soccorso connessi con i fenomeni migratori, l’individuazione del Pos (Place of safety), richiesta dall’Autorità coordinatrice del soccorso (Mrcc), è determinata dal competente ufficio del ministero dell’Interno”. Come dire: rivolgetevi a loro.

In generale sono le Capitanerie ad autorizzare l’ingresso in porto, anche per le navi che trasportano naufraghi. Quando però i naufraghi sono migranti, le regole introdotte nel 2015 e riassunte dal contrammiraglio, prevedono che il Pos (Place of safety, porto sicuro) sia indicato dal Viminale, precisamente dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, peraltro “avendo cura – si legge nella circolare 009/2015 – di limitare, per quanto possibile, la permanenza a bordo delle persone soccorse”. Salvini, nel caso della Sea Watch e negli altri, non ha chiuso i porti ma semplicemente ha omesso o ritardato l’indicazione del Pos. I pm di Roma e Catania, investiti della questione, stanno valutando se siano stati commessi reati o no.

La Ong salva 49 persone. Salvini “chiude” le acque

La nave Mare Jonio della ong Mediterranea Saving Humans, battente bandiera italiana, è intervenuta nel tardo pomeriggio di ieri salvando 49 persone che si trovavano a bordo di un gommone a 42 miglia nord dalle coste libiche. A segnalare i naufraghi è stato l’aereo Moonbird della ong Sea Watch, che ha avvistato in mare il gommone in stato di avaria. L’equipaggio è intervenuto inviando due mezzi veloci che hanno raggiunto i migranti trasportandoli a bordo, prima che le autorità libiche potessero partecipare alle operazioni di recupero.

“Abbiamo subito informato la centrale operativa della Guardia Costiera – spiega Alessandra Sciurba, portavoce della Ong – effettuato il soccorso ottemperando alle prescrizioni del diritto internazionale dei diritti umani e del mare, e del codice della navigazione italiano”.

Tra i naufraghi ci sarebbero 12 minori. “Sono persone estremamente provate, hanno viaggiato in mare per 48 ore, presentano problemi di disidratazione – ha aggiunto la portavoce Sciurba –. Al momento però non si segnalano condizioni critiche, abbiamo a bordo un’equipe medica equipaggiata e faremo a breve un report”.

La ong nella notte ha fatto rotta verso il porto di Lampedusa. “Abbiamo chiesto all’Italia un porto sicuro, ma al momento non abbiamo ricevuto risposta, – spiega la Sciurba – le operazioni di salvataggio sono state realizzate nelle vicinanze di Lampedusa, per questo ci stiamo dirigendo li, anche perché le condizioni meteo marine stanno peggiorando drasticamente”.

La nave è salpata sabato scorso dal porto di Palermo, dove aveva atteso per quasi due mesi il nulla osta dalle autorità italiane, adeguando l’imbarcazione “alle prescrizioni” richieste e “superato quattro ispezioni della Capitaneria di porto”. “Abbiamo salvato quelle vite due volte – conclude la Sciurba – dal naufragio e dal rischio di essere catturate e riportate indietro a subire di nuovo le torture e gli orrori da cui stavano fuggendo”.

Nel frattempo il Viminale ha diramato una nuova direttiva sulle procedure successive ai salvataggi in mare. La priorità “rimane la tutela delle vite”, ma “nel caso in cui l’evento di soccorso si sia verificato in acque di responsabilità libiche non sussistono i criteri dettati dalle convenzioni internazionali per l’attribuzione di un porto sicuro in Italia”.

Dagli uffici del ministero dell’Interno ritengono che qualsiasi comportamento difforme, “può essere letto come un’azione premeditata per trasportare in Italia immigrati clandestini e favorire il traffico di esseri umani”. Mercoledì il ministro Matteo Salvini è atteso dal voto di Palazzo Madama che dovrà decidere sulla richiesta della giunta di concedere l’immunità, negando quindi l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti sul caso Diciotti. Il ministro è accusato di sequestro di persona perché avrebbe bloccato, lo scorso agosto per cinque giorni al porto di Catania, la nave della guardia costiera italiana con a bordo 177 migranti a bordo.

Sempre alla Procura di Catania, coordinata a Carmelo Zuccaro, ci sarebbe un secondo fascicolo, questa volta legato allo sbarco della ong Sea Watch 3, l’imbarcazione battente bandiera olandese con a bordo 47 migranti, che lo scorso gennaio è rimasta per cinque giorni alla fonda a largo della costa di Siracusa, in attesa di ricevere il via libera del Viminale per lo sbarco.

Era stata la procuratrice Caterina Ajello del Tribunale dei minori etneo a inviare una nota al ministero dell’Interno e dei Trasporti, sollecitandoli di far “sbarcare i minori non accompagnati” affinché venissero “collocati in apposite strutture”. La Ajello, come conferma nell’intervista a Report, ha trasmesso gli atti alla Procura generale. Al momento però, sul caso vige assoluta riservatezza.