In poco più di due mesi dal lancio, il numero di fatture elettroniche inviate da 2,7 milioni di operatori sono state 350 milioni, con una percentuale di scarto del 3,85%. È quanto ha fatto sapere l’Agenzia delle Entrate, nel presentare ieri i dati sui risultati del 2018. Grazie all’analisi del rischio basata sulle e-fatture e dati del portale Fatture e corrispettivi, nel periodo preso in esame è stato smascherato un complesso sistema di frodi messo in atto tramite false fatturazioni tra società cartiere e sono stati scoperti e bloccati falsi crediti Iva per 688 milioni di euro. Più generale, nel 2018 le attività di controllo ordinarie dell’Agenzia delle Entrate hanno portato nelle casse dello Stato 16,2 miliardi di euro, dato in crescita dell’11% rispetto all’anno precedente. Si tratta di somme incassate tramite versamenti diretti (+10%), lettere per la compliance (+38%) e ruoli (+4%). Sono invece risultate in calo le entrate, pari a 3 miliardi, derivate dalle misure straordinarie: -87% dalla definizione delle liti fiscali, -41% dalle rottamazioni e -25% dalla voluntary disclosure. Complessivamente, ha illustrato l’Agenzia nel presentare i numeri, il dato degli incassi per l’anno scorso è stato pari a 19,2 miliardi di euro.
5Stelle, sospetti su Tria: “Aiuta Salvini perché vuole fare il commissario Ue”
I presunti alleati che sono veri avversari hanno ripreso a sentirsi, e non succedeva da un po’. Ma tra i due vicepremier la guerra elettorale ormai è quotidiana, su tutto.
E sarà sempre più dritta, con Luigi Di Maio che si calerà nel ruolo del difensore dei diritti sociali, per recuperare terreno al Matteo Salvini che ha accusato di fare “promesse alla Berlusconi” sulla flat tax: e il riferimento al Caimano, ricco dei ricchi, non è affatto casuale.
Solo che sul nuovo fronte della guerra elettorale, quello sulla tassazione fissa che è tutta farina dal sacco della Lega, è finito in mezzo al fuoco il ministro dell’Economia Giovanni Tria, che non sa bene con chi stare. Ma che ha un’idea in testa, andarsene in Europa, da commissario, e tanti saluti alle liti tra contraenti e alle battaglie sulla manovra con la Ue. Un progetto che avvicina Tria al Carroccio, soffiano dalla pancia del Movimento. Dove non hanno affatto gradito la sua smentita di ieri della simulazione del Mef, che domenica stimava in oltre 59 miliardi il costo della riforma vagheggiata dal Carroccio. Ed è un altro indizio della brutta aria da urne che tira nei Palazzi gialloverdi. Con la Basilicata che voterà domenica e le Europee che distano solo due mesi.
E allora si spiega la domenica dei denti serrati, con Salvini a invocare “la flat tax per le famiglie dei lavoratori dipendenti” e Di Maio a replicare stizzito, mentre fuori taccuino i suoi stillavano veleno: “Abbiamo lanciato bene il salario minimo, così la Lega ha dovuto trovare un modo per infastidirci”. Perché funziona così, il corpo a corpo tra i due vicepremier, che ora stanno marcando le rispettive rotte. Ed è per questo che ora se le danno sui soldi: perché Di Maio predica proprio il salario minimo, anche per non farsi vampirizzare dal Pd più rosso di Zingaretti, e Salvini suona una nota opposta, giù le tasse più o meno a tutti. Però poi a fare i conti finali dovrebbe essere sempre Tria, che ha smentito l’esistenza di una simulazione del suo ministero anche per tirarsi fuori dalla battaglia, lui che il suo riferimento lo vede nel Quirinale. Ma non è tempo di figure neutrali. Così dal M5S lo strattonano, ribadendo che lo studio del Mef “esiste, eccome”. E mordono: “Il ministro ha voluto dare una mano alla Lega perché ha un legame con Giancarlo Giorgetti e pensa già al dopo Europee”. Tradotto, il sospetto è che Tria voglia essere nominato Commissario europeo, magari proprio agli Affari economici e monetari. “E se la Lega prenderà più voti di noi, avrà ovviamente più voce in capitolo sulla nomina” ricordano. Cattivi pensieri, magari. Ma che confermano i pessimi rapporti tra il ministro e il M5S, che non si è mai fidato del professore amico di Renato Brunetta.
E la sua prima avversaria resta la sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli, che ieri è arrivata quasi a negare la flat tax di base, prevista nel contratto di governo: “È necessario riordinare quello che già esiste perché bisogna concentrare le risorse nella direzione corretta, che è una politica dedicata alla famiglia”. Così in serata per calmare il Carroccio, furibondo, è dovuto intervenire il premier Giuseppe Conte: “La flat tax è nel contratto, la porteremo a termine”. Chissà quando, e chissà se con Tria.
Flat tax, duello Lega-M5S “Va fatta”. “Mancano i soldi”
Flat tax quanto ci costerai? Mentre è imprevedibile sapere quanto peserà sulle casse dello Stato lo sconto praticato da quest’anno alle partite Iva, l’annuncio della Lega di procedere all’allargamento dell’aliquota piatta anche alle famiglie ha fatto scattare l’allarme rosso al ministero dell’Economia, che innalza barricate. Spunta fuori così una stima attribuita al Mef di costi per 60 miliardi che scatena il dibattito.
Le dichiarazioni. “60 miliardi di spesa è una promessa che non si può sostenere”, taglia corto la ministra pentastellata Barbara Lezzi. “Per avviare la flat tax per le famiglie serviranno al massimo tra i 12 e i 15 miliardi”, ribatte Salvini spiegando che le cifre di 50-60 miliardi che circolano “sono strampalate come il Superenalotto”. “Fossero anche 15 miliardi sono insostenibili”, rincara la sottosegretaria all’Economia, Laura Castelli (M5S). “Spero non ci sia resistenza da parte di nessuno”, minaccia poco dopo il vicepremier leghista. E il ministro Tria corre a smentire la fondatezza di qualsiasi stima possa essere uscita dal suo dicastero, del resto impossibile “in assenza di un testo di riforma”. “Le coperture ci sono perché quando l’economia incassa le coperture ci sono”, rassicura Salvini.
Le entrate. Dal fronte del Bilancio non arrivano però notizie entusiasmanti. Le entrate tributarie nel 2018 sono cresciute solo di 5,1 miliardi di euro (+1,1%) rispetto al 2017 e non lasciano spazio a manovre espansive. Mentre si registra una flessione del gettito relativo agli accertamenti (5,7%). Un dato che stronca qualsiasi progetto di finanziare con il recupero dell’evasione fiscale il taglio delle imposte che, tuttavia, giura l’altro vicepremier Luigi Di Maio, ci sarà: “Troveremo una soluzione come abbiamo fatto per il reddito di cittadinanza e quota 100”.
Il documento. Il ministro Tria conferma che ci sono varie ipotesi di flat tax allo studio fin da luglio. L’ultima è dello scorso febbraio. In un documento elaborato dal Dipartimento delle Finanze del Mef sulla struttura dell’Irpef ben 22 delle 42 pagine sono dedicate a “Esercizi su scenari di riforma”, sull’imposta piatta. I tecnici si sono esercitati simulando una flat tax a due aliquote applicata sul reddito familiare per scaglioni: il 15% fino a 80mila euro e il 20% sul reddito eccedente. La spesa viene controbilanciata dall’abolizione delle detrazioni per lavoro, carichi familiari e per oneri. Ma il bonus degli 80 euro viene mantenuto. Si introduce anche l’ipotesi di scuola di una clausola di salvaguardia per i soggetti che dovessero subire un aggravio d’imposta per effetto della riforma. Il risultato è che i nuclei favoriti dalla flat tax formato famiglia sarebbero circa 16,4 milioni, con un vantaggio medio di circa 3.600 euro secondo il criterio del pollo di Trilussa. Infatti, il 20% più ricco della popolazione beneficerebbe di oltre il 70% delle risorse da impegnare che ammonterebbero a 59,3 miliardi, di cui 4,4 miliardi per la sola clausola di salvaguardia. “L’incidenza del beneficio sul reddito – fanno notare gli analisti del Mef – cresce vistosamente al crescere del reddito, raggiungendo il suo massimo (8%) sul quinto di popolazione più ricco” con un impatto fortemente regressivo. E se si mantenessero le attuali detrazioni, il costo stimato salirebbe a 69 miliardi. Lo studio esamina anche l’ipotesi di M5S di riforma per scaglioni a tre aliquote, a 23, 37 e 42%, con un’imposizione individuale. La detrazione decrescerebbe secondo il profilo dei parametri attuali mantenendo il bonus degli 80 euro. Costo tra i 13,1 e 13,8 miliardi. Rispetto all’ipotesi leghista diminuiscono le mancate entrate ma non la sperequazione tra i contribuenti. Circa un terzo delle risorse andrebbe al 10% della popolazione più benestante. “È un impegno preso con gli elettori e previsto nel contratto di governo. Quella fatta lo scorso anno è stata una significativa anticipazione di una più complessa riforma”, conferma a fine giornata il premier Giuseppe Conte: “Porteremo a termine questo progetto riformatore”. Intanto il sottosegretario leghista alle Infrastrutture Armando Siri, tra i teorici della flat tax, sarà ricevuto da Tria.
M5S, le restituzioni finiranno nella banca di Matteo Arpe
La cassaforte sarà a Milano, a pochi passi dalla centralissima piazza San Babila. Perché a custodire i soldi delle restituzioni degli eletti grillini sarà la Banca Profilo, controllata dal fondo Sator presieduto da Matteo Arpe, ex enfant prodige della finanza italiana ed ex amministratore delegato di Capitalia. Questo l’istituto dove ha aperto un conto corrente il Comitato per le rendicontazioni e i rimborsi del M5S, creato dal capo politico Luigi Di Maio e dai capigruppo di Camera e Senato Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli. Di fatto, l’organo che controllerà i soldi restituiti dagli oltre 300 parlamentari a 5Stelle, tenuti a versare una parte del loro stipendio, più altri 300 euro mensili da destinare alla piattaforma web Rousseau. Ergo, presto su quel conto arriveranno oltre 3 milioni di euro, visto che per ciascuno dei mesi da ottobre 2018 a febbraio 2019 (il periodo menzionato nella email di “sollecito” inviata dai vertici agli eletti la scorsa settimana, come ricordava l’Adnkronos) deputati e senatori dovranno restituire almeno 2 mila euro a testa.
Offerte su Carige previste entro Pasqua. In corsa fondi e banche
Conto alla rovescia per le offerte su Carige. La scadenza indicativa per le proposte vincolanti è fissata a metà aprile, al limite entro il 20 e, da quanto filtra da fonti finanziarie, i pretendenti hanno già preso contatti con la Bce, oltre che con la banca stessa. I soggetti interessati, secondo i nomi filtrati sino ad ora, vedono più agguerriti i fondi, con Apollo, Blackrock e Varde. I pretendenti bancari per una possibile offerta di integrazione più gettonati dal mercato restano invece Bper, Creval e il Credit Agricole. L’ad di Bper Alessandro Vandelli ha però già fatto sapere che l’istituto è impegnato nel piano industriale, dovendo anche ‘digerire’ la recente operazione con Unipol Banca e che non sta analizzando altri deal in Italia. Mancano conferme anche sul Creval, al di là delle suggestioni offerte dalla massiccia presenza di fondi nell’azionariato dell’istituto valtellinese. Come pure non ci sono riscontri sul Credit Agricole, che grazie al modello federativo verrebbe guardato con favore internamente alla banca di Genova. Memori delle recenti operazioni, quanti guardano alla Carige si aspettano di portarla a casa a un prezzo simbolico e non sottoscrivendo cioè il previsto aumento di capitale da 630 milioni.
Alitalia, EasyJet lascia. Resta solo Delta Sale il conto per Fs, Tesoro e partecipate
Nella telenovela Alitalia pare ci sia un punto fermo: Easyjet non sarà della partita, per il momento la compagnia inglese esce dai giochi. Non è molto rispetto alla drammaticità della vicenda Alitalia che aspetta da mesi una qualche soluzione, ma è già qualcosa di concreto rispetto alle nuvolaglie di fumo che sono state alzate nelle settimane passate. L’estromissione di Easyjet è stata sancita durante l’incontro avvenuto sabato ad Atlanta tra l’amministratore delegato delle Ferrovie italiane, Gianfranco Battisti, ed Ed Bastian, il suo omologo della Delta Airlines. Come è noto le Fs sono state individuate nell’autunno di un anno fa dal governo italiano come il fulcro pubblico di un possibile risanamento della compagnia italiana, mentre Delta dovrebbe essere il partner privato di peso. Easyjet, invece, avrebbe dovuto essere la società di complemento.
Fs e Delta hanno ritenuto la presenza della compagnia inglese low cost incompatibile con i loro progetti e giudicato eccessive le sue richieste rispetto all’impegno finanziario che avrebbe profuso. In cambio di un investimento azionario di circa il 5-6 per cento di Alitalia, Easyjet avrebbe in pratica voluto mettere le mani su un mercato particolarmente florido e ricco, tutti i voli point to point da Milano, sia Linate sia Malpensa. Avrebbe voluto cioè prendersi la parte forse più succosa dal suo punto di vista di tutta la faccenda Alitalia offrendo in cambio molto poco. Sulla sua estromissione ha pesato anche un aspetto formale che però conta: i piani di Easyjet su Milano avrebbero di fatto cambiato i connotati di Alitalia, il suo “perimetro aziendale”, come dicono in gergo.
E questo non sarebbe stato possibile a norma di legge perché uno dei vincoli per una newco come sarà l’eventuale Alitalia del futuro che prende il posto di un’azienda fino a quel momento in amministrazione straordinaria è che conservi per almeno 18 mesi il perimetro precedente.
A questo punto, però, i due partner che restano al capezzale di Alitalia avranno il compito di coprire il buco lasciato da Easyjet. Secondo fonti Fs potrebbe essere Delta a implementare il suo impegno investendo più del 10 per cento annunciato fino a oggi. La speranza, più che la convinzione di Fs, è che Delta si comporti con la compagnia italiana così come si è comportata con Air Mexico dove è entrata con una quota di capitale minima per poi arrivare nel giro di pochi mesi quasi alla maggioranza assoluta, il 49 per cento per l’esattezza. E che Air Delta possa magari spendere tutto il suo peso in ambito aeronautico per poter coinvolgere altre compagnie minori che possano subentrare al posto di Easyjet.
Di sicuro le Fs al momento non hanno intenzione di prendere altri impegni finanziari nei confronti di Alitalia oltre a quelli già presi alla fine di ottobre dell’anno passato, con molta riottosità e piuttosto a malincuore per la verità. La loro partecipazione al progetto di salvataggio della compagnia di Fiumicino resta ferma al 30 per cento massimo del capitale totale. A questo 30 per cento al momento può essere aggiunto il 10 per cento che Delta si è impegnata a sottoscrivere, più il 15 per cento che anche il ministero del’Economia guidato da Giovanni Tria sottoscriverà. In totale fa 55 per cento e c’è ancora incertezza totale su chi e come potrà sottoscrivere il restante 45 per cento. Si parla di una società pubblica nell’ambito di Cassa depositi e prestiti e circolano i nomi più svariati da Finmeccanica a Poste. Ma ovviamente siamo ancora alla fase dei pour parler. Il piano di Fs e Delta per Alitalia prevede, per ora, che gli aerei da 118 diventino 105 con l’estromissione dei jet brasiliani Embraer fatti entrare in flotta ai tempi in cui Alitalia era guidata da Roberto Colaninno che in quanto amministratore Piaggio aveva nel contempo interessi corposi in Brasile.
Le cause del blocco: imprese fallite, idee costose, burocrazia
Si fa presto a dire “Sblocca i cantieri”. Da quando Silvio Berlusconi, nel 2001, con la legge Obiettivo e la mappa delle opere disegnata da Bruno Vespa a Porta a Porta, diede a tutti l’illusione che con un tratto di penna si potessero realizzare ponti, strade e passanti ferroviari, si è affermata l’idea di una semplificazione delle “opere strategiche”. La realtà è molto diversa. Centinaia di progetti sono fermi per una burocrazia colpevole, per una decisione politica da prendere, per mancato coordinamento tra enti pubblici, perché le imprese private sono inadeguate, e così via con tutto il repertorio nazionale.
Il numero delle opere. Di quante opere parliamo? Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, si è riferito a 36 opere da sbloccare, ma già nella lista predisposta dal sindacato edili, Fillea, se ne contano almeno 70. Il sito Sbloccacantieri.it predisposto dall’Associazione nazionale costruttori (Ance) ne elenca, fino a ieri, 211 ma dentro ci sono opere davvero diverse, da alcune di pochi milioni al Tav. Quando si fa riferimento a 600 opere si deve per forza considerare anche l’elenco dell’Anagrafe delle opere incompiute che viene stilato da ciascuna regione e in cui finiscono tutti i tipi di interventi pubblici, dal rifacimento di una palestra scolastica al riadeguamento di una strada urbana.
Nel rispondere a Sbloccacantieri, il ministero dei Trasporti (Mit) elenca 45 opere di propria competenza illustrando lo stato dei lavori. Solo in pochissime (ne abbiamo contate sei, compresa l’Alta velocità Torino-Lione) c’è una decisione legata all’analisi costi-benefici (Abc). Per il Tav però l’Abc non ha bloccato nulla e anche la pubblicazione dei “bandi”, in forma di avvisi di interesse, di fatto non rallenta le procedure. L’Abc è stata chiesta per il collegamento Campogalliano-Sassuolo in Emilia Romagna (valore 430 milioni), per l’Alta velocità Brescia-Verona e Verona-Padova (ma in questo caso il progetto definitivo è in fase di adeguamento) e per il Sottoattraversamento di Firenze, 1,6 miliardi di costo previsto, ma con un cantiere fermo a causa dei problemi economici del contraente generale Nodavia, con Condotte in amministrazione straordinaria dall’ottobre 2018. Per il resto si tratta di cause che a volte dipendono dalla lentezza dei lavori, altre da mancati finanziamenti o da previsioni sbagliate; altre ancora da problemi di altri enti pubblici. Un intervento ministeriale può essere ravvisato nel caso della Terza corsia della A22 dove il bando di gara è fermo in attesa della nuova convenzione ad Autobrennero (qui siamo all’interno del contenzioso tra governo e le varie Autostrade dopo il crollo del Ponte di Genova). Qui c’è anche la Gronda, il cui progetto definitivo è stato perfezionato nel 2017 e per cui vale l’Abc ma per la quale la società concessionaria ha sviluppato la progettazione esecutiva. Nel caso del Nodo ferroviario del capoluogo ligure, invece, l’avanzamento dei lavori è condizionato dalla grave crisi finanziaria di Astaldi.
Contenzioso giudiziario per la Roma-Latina per il quale il Consiglio di Stato dovrebbe deliberare il 28 marzo prossimo. La Cispadana dipende dall’Emilia Romagna, mentre l’Asti-Cuneo è ferma dal 2012 per inadempienze rispetto alle richieste Ue e ieri il premier Giuseppe Conte ha annunciato il riavvio dei cantieri entro l’estate. La terza corsia sulla A11 tra Firenze e Pistoia è legata anch’essa all’aggiornamento della convenzione con Autostrade per l’Italia, ma l’iter espropriativo delle aree è cominciato solo nel 2016. La Tirrenica, invece, è in dubbio da quando è stata pensata, negli anni 90 e dopo la procedura di infrazione europea nel 2016 si sta valutando una revisione progettuale.
Quanto alla strada statale Jonica si è giunti all’appalto al contraente, Astaldi, e alla progettazione esecutiva entro luglio 2019. Valore dei lavori: 1,3 miliardi. In fase di appalto anche i lavori del Corridoio Salerno-Potenza-Bari mentre la Grosseto-Fano, destinata a collegare mar Tirreno e mar Adriatico, prevede cinque interventi di competenza della Regione Toscana inseriti nel piano pluriennale 2016-2020 (ma l’appaltabilità del secondo e terzo lotto è stata spostata al 2020 e 2021). La Pedemontana delle Marche è attualmente ferma per la crisi di Astaldi, mentre la Terni-Rieti-L’Aquila, importante via di collegamento trasversale del Centro-Italia, ha subito la crisi del Consorzio Uniter ma, assicura il Mit, il completamento dei restanti 2,7 km è previsto entro marzo 2019.
Cantieri, scontro sul decreto. Si rischia la “restaurazione”
Il cosiddetto decreto “sblocca cantieri” ancora non ha una versione definitiva. “Andrà mercoledì in Consiglio dei ministri”, assicura il premier Giuseppe Conte. Ieri Lega e M5S hanno cercato di trovare una sintesi con il solito vertice serale a Palazzo Chigi tra lo stesso Conte e i ministri Danilo Toninelli (Trasporti), Giovanni Tria (Economia) e uno stuolo di sottosegretari dopo giorni di scontri. Eppure quel che finora è circolato delle bozze del testo ha allarmato diversi operatori, i sindacati e perfino l’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone. “Se alcuni temi, come la possibilità di ampliare ancora lo spazio per l’affidamento diretto, dovessero verificarsi rischiano di essere criminogeni”, ha detto ieri Cantone.
La parola d’ordine, come da 20 anni a questa parte, è “sbloccare”. E anche il governo gialloverde si è fatto prendere dalla fregola contando sulla vulgata che basti velocizzare le procedure degli appalti per sbloccare le centinaia di cantieri e opere “ferme” che riempiono i dossier sulla grande stampa. L’obiettivo stavolta è modificare il codice degli appalti approvato nell’aprile 2016 dal governo Renzi. Una mole di norme, con decine di decreti attuativi e linee guida (alcuni mai arrivati), a volte mal congegnati, che per la verità non ha dato grande prova di sé.
Nelle bozze del testo, diverse misure, specie dal lato leghista, disegnano una sorta di ritorno al passato, ai tempi della legge Obiettivo definita “criminogena” da Cantone. Anche allora l’imperativo era velocizzare tutto. Era il 2002, a Palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi, al ministero Pietro Lunardi, di cui fu sottosegretario per pochi giorni l’attuale plenipotenziario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, oggi attivo sul dossier.
Il testo del decreto circolato finora prevede diverse proposte dei due partiti di maggioranza. E su molte non c’è ancora accordo. Il Tesoro ha poi integrato il tutto con diverse proposte, alcune di portata rilevante.
Una di queste, appoggiata dalla Lega (M5S è contrario), è quella che, tra le altre, spaventa Cantone. E cioè sospendere temporaneamente l’obbligo di gara per gli appalti sotto soglia comunitaria. Non ci sarà bisogno di farle per quelli fino a 1 milione (40 mila euro per i servizi e forniture), mentre basterà una procedura negoziata consultando 5 operatori fino a 5 milioni (200 mila per i servizi). Riguarderebbe oltre il 75% degli appalti in Italia. Viene così estesa la norma già approvata in legge di Bilancio, che però si limitava agli appalti sotto i 350 mila euro e per un solo anno. Oggi si parla di almeno due anni. Già allora Cantone parlò di “aumento del rischio di corruzione e infiltrazioni mafiose”.
La lista delle criticità è però lunga. Nel testo viene proposta anche l’eliminazione, nel subappalto, dell’obbligo di non superare la quota del 30% dell’importo complessivo del contratto, con il limite che resterebbe solo per la categoria di lavori prevalente nell’appalto. Una modifica che porterebbe “al subappalto selvaggio”, attaccano i sindacati degli edili, ieri ricevuti al ministero dove non è stato mostrato nessun testo.
Un altro ritorno al passato riguarda altre due norme. La prima è la spinta a eliminare il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa – pensata per garantire la qualità delle offerte e minimizzare il peso del ribasso – sostituendolo col vecchio criterio del massimo ribasso per tutti gli appalti sotto soglia Ue quando i lavori vengono affidati con progetto esecutivo e per opere di manutenzione ordinaria e straordinaria (se la manutenzione non prevede di sostituire parti intere dell’opera si può procedere perfino col solo progetto definitivo). Nella bozza si propone anche la possibilità, per questo genere di appalti, per le stazioni appaltanti di escludere automaticamente le offerte superiori alla media calcolata di quelle presentate evitando così la verifica di congruità delle offerte anomale. Il rischio, denunciano i sindacati e diversi operatori, è di rimettere il pallino nelle mani dei cartelli di imprese che si spartiranno i lavori, e di dare nuova linfa alle riserve contabili ed alle varianti in corso d’opera a causa di gare bandite sulla base di un semplice progetto definitivo.
La novità più dirompente però è quella che sembra un ritorno vero e proprio al general contractor della legge obiettivo, in cui l’affidatario dell’opera si sceglieva il direttore dei lavori, facendo venir meno la dialettica tra chi costruisce e chi controlla costi ed esecuzione. Il testo infatti elimina l’albo obbligatorio dei soggetti che possono ricoprire rispettivamente i ruoli di direttore dei lavori e di collaudatore. Il rischio così è che le imprese possano scegliere persone con cui hanno già rapporti economici. La Lega è d’accordo. “Sarebbe una porcata”, spiega invece il segretario della Fillea Cgil, Alessandro Genovesi.
Ieri i gialloverdi hanno provato ad accorciare le distanze senza successo. Stasera nuovo vertice. La Lega vuole un testo corposo, che inglobi anche norme sull’edilizia. E che venga creato un super commissario per velocizzare i cantieri: di fatto, un commissariamento di Toninelli, e per questo M5S punta a istituire più commissari e per una ristretta lista di opere. Al vertice, Conte ha avvisato che la partita va chiusa entro domani. La Lega non molla e le azioni di disturbo proliferano. I 5Stelle hanno fatto filtrare un presunto testo con 24 proposte leghiste al decreto. Tra queste, anche un condono sulle mini-irregolarità dei vecchi edifici, costruiti prima del 1977. Il Carroccio ha però smentito tutto.
I delitti eleganti
Probabilmente Benito Mussolini non ordinò l’assassinio di Giacomo Matteotti: lui o chi per lui si limitò a far sapere ai suoi che quel deputato socialista, con le sue denunce sulla fine della democrazia e sulle corruzioni di alcuni gerarchi del neonato regime fascista, stava rompendo i coglioni. E, siccome Mussolini era circondato da delinquenti, qualcuno di essi si incaricò di risolvergli il problema alla radice, sequestrando e assassinando Matteotti. Da quel momento gli assassini divennero intoccabili. Infatti il processo fu dirottato a Chieti per la solita “legittima suspicione”, poi depistato e infine chiuso con le ridicole condanne a 5 anni per omicidio preterintenzionale di alcuni squadristi coinvolti come esecutori materiali, senza che se ne scoprisse il mandante. E il duce dovette coprire tutto e tutti, fino ad assumersi pubblicamente alla Camera “la responsabilità politica, morale e storica di tutto quanto è avvenuto”.
Probabilmente Giulio Andreotti non ordinò l’assassinio di Mino Pecorelli: lui o chi per lui si limitò a far sapere ai suoi che quel giornalista molto, troppo informato, con i suoi articoli sulla rivista OP e le sue allusioni agli affari e ai malaffari della cricca andreottiana, stava rompendo i coglioni. E, siccome Andreotti era circondato da delinquenti, qualcuno di essi si incaricò di risolvergli il problema alla radice, assassinando Pecorelli. Da quel momento gli assassini divennero intoccabili. Infatti le indagini furono depistate in ogni modo e il processo a Perugia, costellato di testimonianze false o reticenti come quello di Palermo, passò dalle assoluzioni in primo grado alle condanne in appello all’annullamento tombale in Cassazione.
Sicuramente Silvio Berlusconi non ha ordinato il probabile avvelenamento di Imane Fadil, la ragazza marocchina che nel 2009, a 25 anni, frequentò ben sei “cene eleganti” a base di bungabunga nella sua villa di Arcore e lo incontrò altre due volte in un ristorante milanese e in un’altra villa in Brianza. I testimoni B. di solito li compra, non li ammazza. E tutto poteva augurarsi, fuorché la morte di una teste-chiave del processo Ruby-ter (dov’è imputato, tanto per cambiare, per corruzione di testimoni) e il ritorno del bungabunga sulle prime pagine dei giornali. Infatti, negando le sentenze e persino l’evidenza, ha provato a smentire di aver mai visto Fadil. Ma purtroppo nessuno può escludere che c’entrino i vari ambienti criminali che lo circondano da quasi mezzo secolo, da Cosa Nostra alla massoneria deviata, dal sottobosco dell’eterna Tangentopoli ai gigli di campo di Putin.
Cioè che qualcuno abbia voluto fargli un favore non richiesto, o lanciargli un messaggio avvelenato per ricattarlo, o sputtanarlo, o ricordargli qualche promessa non mantenuta. Non sarebbe né la prima né l’ultima volta che chi si mette di traverso sulla sua strada ne patisce le conseguenze: domenica abbiamo ricordato la catena di terrificanti “coincidenze” toccate a una ventina di personaggi che sapevano troppo o gli davano noia o nominavano il suo nome invano. E ci siamo scordati di Maurizio Costanzo, ex maestro della P2, che il 14 maggio ’93, mentre tentava di dissuadere B. dall’entrare in politica, scampò per miracolo a un attentato mafioso ai Parioli: la prima autobomba di Cosa Nostra fuori dalla Sicilia. Agatha Christie diceva che “una coincidenza è una coincidenza, due coincidenze fanno un indizio, tre coincidenze fanno una prova”. Ora, può darsi che per B. non ne basti nemmeno una ventina. Ma questo riguarda i pm che stanno indagando sulla morte di Imane e ricostruendo le sue ultime ore prima del ricovero all’Humanitas. Un altro aspetto invece riguarda tutti noi, e non da oggi, ma da quando B. vinse le sue prime elezioni il 27 e 28 marzo 1994, esattamente 25 anni fa: le conseguenze politiche e morali dell’irruzione di quel po’ po’ di interessi affaristici e criminali nella vita dello Stato. L’inventore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, sta scontando ai domiciliari, per ragioni di salute, una condanna a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa (e, altra coincidenza, aveva chiesto gli arresti ospedalieri all’Humanitas). L’altro regista dell’operazione, Cesare Previti, è stato radiato dal Parlamento, dall’avvocatura e dai pubblici uffici per due condanne a un totale di 7 anni e mezzo per corruzione in atti giudiziari. Lo stesso B. è pregiudicato per frode fiscale, pluriprescritto per altri gravi reati e tuttora indagato a Firenze, con Dell’Utri, per le stragi del ’93. E la lista dei delinquenti portati in Parlamento da questa fairy band e poi condannati è lunga chilometri. Eppure ci è voluta la morte terribile di quella povera ragazza per riportare l’attenzione sul versante criminale del berlusconismo. Da un anno, cioè da quando Pd e FI sono fuori gioco, è di gran moda rimpiangere il berlusconismo e rifargli la verginità in funzione anti-“populista”, descrivendo l’attuale governo – il primo deberlusconizzato della storia repubblicana – come il peggiore mai visto. Eugenio Scalfari, in campagna elettorale, disse che fra B. e Di Maio preferiva B. E Carlo De Benedetti giunse alla stessa conclusione. Lo scrittore Sandro Veronesi non vede l’ora di “firmare col sangue per il ritorno di Berlusconi”. Renzi dice che “dovremmo chiedergli scusa”. E ancora l’altro giorno, su Repubblica, Corrado Augias definiva il governo Conte “il peggiore della storia repubblicana”, perché, sì, B. è “amorale” (sic), ma “non ha scardinato le strutture dello Stato”, cosa che invece stanno facendo “questi homines novi”: ergo, “se la sola scelta possibile fosse tra un bandito consapevole e un fanatico ignaro di tutto sceglierei, tremando, il bandito”. Chissà chi preferirebbe Imane Fadil, se ancora potesse scegliere.
Facce di casta
Bocciati
ATTENTI AL … BANO Nemmeno aver sposato un’americana ha potuto mettere in salvo Al Bano dal sospetto di essere un collaborazionista russo, anzi Romina Power deve essere apparsa come una scaltra copertura all’intelligence ucraina, che ha suggerito al ministero della Cultura d’iscrivere la pericolosa ugola di Cellino San Marco nella lista dei 147 individui che costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale.
“È una nefandezza. Hanno preso un abbaglio. Le sembro una minaccia per la sicurezza nazionale, io? Cosa sono? Un attentatore? Un terrorista? Ma siamo seri… Cantare è il mio pregio… Se può aver dato fastidio a qualcuno, non lo so”, ha replicato il nemico numero uno, anzi numero 147, del governo Porosenko. Quando un Paese decide di coprirsi di ridicolo non c’è nulla che possa fermarlo. Prendiamo appunti.
voto 2
CHI VUOL ESSER MODERATO Antonio Tajani, presidente del Parlamento Ue, si è aggiunto al novero di coloro che hanno commentato il Duce: “Mussolini? Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro paese, poi le bonifiche. Non si può dire che non abbia realizzato nulla”: ecco qui, quel tanto di revisionismo latente che basta per ammiccare a un pezzo di elettorato che il fascismo non lo disdegna affatto. Come era prevedibile dal Parlamento europeo si sono levati cori di protesta e il capo designato di Forza Italia si è dovuto scusare “con tutti coloro che possano essersi sentiti offesi”.
La domanda è: c’era davvero bisogno, Presidente Tajani, di seguire il trend salviniano anche su questo fronte? Possono affermazioni di questo genere essere organiche al pensiero di chi si dichiara moderato? È così che FI spera di recuperare un’identità forte che possa renderla competitiva sul piano elettorale? E soprattutto, chi ricopre un simile ruolo nelle istituzioni europee può sentirsi libero di simili affermazioni, data la risonanza che avranno sul palcoscenico internazionale? A nostro avviso la risposta è decisamente no.
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SE VOTASSERO ANCHE I CANI… Questo invece è il nostro ministro dell’Interno: “Ieri sera l’appello, oggi il lieto fine: ritrovato Chicco il Volpino! Era scomparso durante il furto di un’auto, ora tornerà a essere il fedele compagno di vita di un signore di 74 anni. Questa è felicità”. Ognuno estende la sua base elettorale come può.
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Promossi
ONESTO PER FORZA Durante la sua ‘Confessione’ a Peter Gomez, il programma realizzato su Loft, Piercamillo Davigo ha ribaltato tutti quei cliché che lo vogliono come il moralizzatore per antonomasia. Svestendo ogni presunto senso di superiorità attribuitogli, l’ex pm di Mani Pulite ha relativizzato il concetto di onestà assoluta a priori, contestualizzando le scelte all’interno delle circostanze in cui vengono compiute: “Ad oggi, dopo 40 anni di magistratura, non so ancora se sono onesto perché non sono mai stato indotto in tentazione”. Del suo acume noi invece siamo certi.
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