Mail Box

 

 

Caro Nicola, allearsi con M5S sarebbe una mossa di sinistra

Caro Zingaretti, domenica ti ho votato. Il 4 marzo, per la prima volta nei miei 59 anni di vita, non ho votato a sinistra, bensì 5 Stelle. E adesso sono andato a votarti perché ti chiedo di recuperare la serietà nel progetto democratico che ci hanno insegnato Berlinguer e La Torre. E tra breve dirò cosa significa. Rafforzo ciò che sostengo mettendo sul piatto la mia storia. Renzi alle politiche ha candidato nella mia Città tale Giuseppe Sodano. Il padre, secondo i magistrati antimafia, mi rubò per pochi voti, nel 1993, l’elezione a sindaco grazie al sostegno determinante di Cosa Nostra: il 3 aprile riprende il processo a Palermo per mafia nei confronti dell’ex sindaco Sodano con me parte civile. E in questo processo 4 pentiti hanno raccontato le riunioni per uccidermi per i problemi che ho creato nella mia terra a Cosa Nostra. Ho costretto Bersani a mettere fuori dalle liste Mirello Crisafulli, il senatore che discuteva di spartire gli appalti con il capomafia Bevilacqua. Nell’archivio del Fatto trovi un’amplissima raccolta del mio impegno, anche da avvocato, a favore dei deboli e dei disabili. Troverai anche, l’11 dicembre 2016, una pagina intera dedicata alla mia vittoria contro magistrati che mi avevano ingiustamente messo in carcere. Il programma dei 5 Stelle è largamente un programma di cambiamento che guarda a sinistra, a partire dalla spazza-corrotti, al reddito di cittadinanza, alla lotta all’evasione, al Csm nominato per sorteggio. Per questo è naturale allearsi con loro. Un partito è anche di sinistra perché sa costruire le alleanze per il cambiamento. Berlinguer docet.

Giuseppe Arnone

 

Bussetti pensa ai professori, non agli studenti

Il ministro dell’Istruzione rilascia interviste nelle quali conferma che la scuola deve pensare soprattutto agli studenti e meno ai professori. Come non condividere questa affermazione! Purtroppo, però, risulta incoerente con il silenzio sulle “classi pollaio”. Questo ambiente affollato e pedagogicamente negativo certifica quanto sia poco importante l’allievo. Anche il suo sostegno al progetto di regionalizzazione dell’istruzione, finalizzato a modificare lo stato giuridico dei docenti e dei presidi (e gli studenti che fine fanno?). Per il Movimento è divenuto un imperativo sostituire Bussetti, perché sta portando avanti solo la parte del programma di governo gradito alla Lega.

Gianfranco Scialpi

 

Prima visita ai cantieri Tav, ora capiamo gli slogan

Come prima cosa, Zingaretti fa visita ai cantieri Tav. Ora capiamo lo slogan della sua campagna elettorale “È tempo di ricostruire”. In effetti voleva rivelare la vera anima del Pd dopo Berlinguer: grandi lavori, banche, business, sulla strada tracciata da D’Alema, Veltroni e Renzi. I cosiddetti rinnovatori farebbero bene a cambiare la sigla in “PdA” (Partito degli affari).

Gaetano Gaziano

 

Diritto di Replica

Nicola Borzi riproduce solo uno stralcio di un colloquio di lavoro nella mia funzione di direttore editoriale, una registrazione di una conversazione carpita con l’inganno da chi, il signor Alberto Biella, proprio in quel momento era, come accertato, l’ideatore nonché beneficiario di una truffa colossale, intorno ai 3 milioni di euro in danno della società. Come si evince chiaramente dalla prima parte della registrazione, la riunione è avvenuta per analizzare gli andamenti di vendita in edicola dopo l’aumento di prezzo del numero domenicale e il gradimento di alcune iniziative redazionali. I passaggi su Romeo (dall’audio originale si sente chiaramente che io dico “Romeo e Unione industriali” e non come trascritto nel verbale “Romeo è un mio industriale” anche perché non lo conosco) e sugli altri abbonamenti in entrata erano diretti a capire l’andamento e la tenuta delle vendite anche per i mesi a venire.

Circa, poi, il riferimento alla mia richiesta di “alzare aprile” rispetto alle 382 mila copie che Biella mi stava comunicando, voleva solo essere una sollecitazione allo stesso Biella a fare tutte le verifiche necessarie per essere sicuri del dato, visto che in precedenti conversazioni lui stesso mi aveva fatto capire che il risultato poteva essere più alto.

La dimostrazione che questa è l’interpretazione autentica della mia frase viene dal fatto che il dato successivamente comunicato all’Ads, dopo le nuove verifiche, è lo stesso numero (382 mila) citato espressamente da Biella, ovvero più basso di quelle che erano le mie aspettative (la tabella è pubblica e accessibile a tutti sul sito Ads).

Dunque, quella che potrebbe essere considerata da qualcuno la prova di mie presunte pressioni è, invece, la prova regina a mio favore perché è assolutamente verificabile che il dato comunicato all’Ads è proprio quello indicato dall’azienda, in questo caso rappresentata dal signor Biella e dalle strutture aziendali preposte da lui stesso guidate. Io non ho mai modificato nessun dato, nemmeno di una copia.

Roberto Napoletano

 

Questa risposta Roberto Napoletano farà bene a conservarla per la Consob e, se del caso, per la magistratura. Intanto non smentisce l’avvenuto dialogo né i suoi contenuti. Questo è un fatto. A ciascuno poi trarne una propria interpretazione. Agli indagati, si sa, la legge consente anche di mentirea propria difesa.

N.B.

Legittima difesa Dem e Cinque Stelle in bilico tra ipocrisia e convenienza

 

Mi chiedo, ma forse la mia è una domanda ingenua, come farà il Pd a votare contro la nuova proposta di legge sulla “legittima difesa” quando ne ha proposto e votata nel 2017 una molto simile che prevedeva la libertà di sparare ma solo di notte? Avendo militato in quel partito per alcuni anni, quello che fa il Pd non mi meraviglia più. Ma mi chiedo anche: come faranno i 5Stelle a votare questa legge avendo votato contro quella del Pd? Per smemoratezza, insipienza o peggio, ipocrisia?

Massimo Mignani

 

 

È già successo: Pd e Cinque Stelle hanno “ribaltato” le proprie posizioni sulla legittima difesa lo scorso 23 ottobre nel voto del Senato. M5S a favore, dem contrari. Si preparano a farlo di nuovo: la legge sulla legittima difesa inizia oggi il suo iter alla Camera, poi dovrà tornare di nuovo a Palazzo Madama, a causa di un errore tecnico nel testo approvato in ottobre. Il Movimento, malgrado le insofferenze di diversi parlamentari, farà passare la legge bandiera di Salvini (l’ha detto ieri lo stesso ministro dell’Interno: “L’accordo col M5S è chiuso, entro marzo la legittima difesa sarà legge”). Il Pd continuerà a fare opposizione. I due testi – quello del 2017 e quello attuale – sono molto diversi nella forma, anche se hanno lo stesso obiettivo: ampliare i confini della legittima difesa. Il primo, firmato dal renziano Ermini, stabiliva che fosse da considerare sempre legittimo l’uso delle armi in reazione a un’aggressione commessa di notte. La legge targata Salvini ha invece un’ulteriore ambizione: stabilire che sia “sempre sussistente” il rapporto di proporzionalità tra la difesa e l’offesa. Ovvero, realizzare lo slogan: la difesa è legittima sempre e comunque. Il Capitano vorrebbe far passare questo principio: chi spara per difendersi non deve essere nemmeno indagato. Escludere completamente la discrezionalità dei magistrati. Ma è solo propaganda: non succederà nemmeno con questa nuova legge. L’ipocrisia del Pd renziano è stata nel solleticare l’elettorato “di destra” due anni fa e tornare a parlare di “far west” una volta all’opposizione. E i Cinque Stelle? Nel 2017 dissero no alla legge perché era “ridicola e inutile” (parole di Di Maio). In particolare, secondo i grillini, “non doveva essere toccato l’art. 52 del codice penale”, il cardine della legittima difesa. Proprio quello pesantemente modificato dal testo salviniano. Ipocrisia? Qualcuno direbbe “contratto di governo”. A giudicare da sondaggi ed elezioni recenti, di sicuro non è convenienza.

Tommaso Rodano

La sfida di Zinga: ricostruire il Pd (senza il vecchio Pd)

La vittoria dell’ineffabile Zinga alle Primarie Pd è una buona notizia. Era di gran lunga il candidato meno respingente. Non era in dubbio che trionfasse, anche perché gareggiava da solo: Renzi (meravigliosamente sfanculato dai suoi stessi elettori) ormai lo difende giusto Costantino della Gherardesca, Giachetti perderebbe anche a rubamazzo con Scaramacai e Martina non esiste. Zingaretti sperava però in una grande affluenza e in una percentuale largamente superiore al 50%: ha ottenuto entrambe le cose.

La grancassa mediatica è già partita con la retorica della “riscossa”. È vero che le primarie sono un’espressione nobilissima, ma spesso sono anche le uniche elezioni che il Pd riesce a vincere convintamente. Piano coi peana. Si rischia sempre l’Effetto Luttazzi, o se preferite l’Effetto Santoro. Il primo, sotto Berlusconi, riempiva i teatri come nessuno. E il secondo, sotto Berlusconi, faceva ascolti come nessuno. Bravi, bravissimi: poi però al governo restava Berlusconi. Il successo delle primarie Pd non dice che il Partito sia rinato: dice che, con Salvini al governo, gli elettori son tornati attivi. Non è che il Pd sia risalito nei sondaggi: molto semplicemente, di quel 18% che lo vota, c’è una larga percentuale che scende in piazza (Milano) e ha ritrovato la militanza. Salvini continua però a guardare tutti dall’alto, pisciando con allegria sopra la sinistra e pure sopra i 5 Stelle. Daje.

Zingaretti è stato accolto dai suoi sulle note dei Pink Floyd. Bene. Solo che gli hanno messo Learning To Fly, una delle canzoni del periodo senza Roger Waters, e i Pink Floyd senza Waters sono – ontologicamente – un ossimoro. Speriamo che non lo sia anche il Pd dell’ineffabile Zinga, sin qui un po’ prodiano e un po’ veltroniano. Vedere in cima al partito uno come lui, dopo gli anni terrificanti del renzismo, crea se non altro un effetto confortante. Pare d’esser tornati all’era Bersani, un leader con mille difetti ma certo brava persona e tutto fuorché incarnazione del “niente arrogante” applicato alla politica. Che, purtroppo, dentro il partito c’è ancora. Ed è qui il discrimine entro cui si muoverà l’ineffabile Zinga: il suo è cambiamento o gattopardismo? Avere permesso che il Pd fosse umiliato dalla stolida vanagloria renziana resterà una colpa non perdonabile, come pure avere avallato orrori come il referendum del 4 dicembre. Pure l’ineffabile Zinga ha le sue colpe, con la sua “opposizione ma non troppo” a Renzi. Se il suo obiettivo è riconquistare i voti andati nel frattempo ai 5 Stelle, dovrà impegnarsi parecchio. Partendo con l’isolare in ogni modo i Giachetti e le Ascani, spingendoli magari a crearsi altrove la loro bad company di partito basso-macroniano. Potrebbero chiamarlo SIP: “Siamo I Peggiori”. Ogni volta che qualcuno vedrà in tivù i Marattin con ancora scritta sotto la parolina “Pd”, non li voterà neanche sotto tortura: l’ineffabile Zinga, tutto questo, non può non saperlo. Come non può ignorare che, contro di lui, agiranno più o meno subdolamente sfollatori di consensi, droidi incapaci e ultrà spelacchiati all’ultimo stadio. Non solo: molti che fino a ieri erano turbo-renziani, si son già reinventati tardo-zingarettiani. Oltretutto l’ineffabile Zinga non controlla i parlamentari, quasi tutti fedeli alla Diversamente Lince di Rignano. Verosimilmente spera di andare al più presto al voto. Per poi fare cosa? Forse dialogare con i 5 Stelle, o quel che ne resterà. Proprio come da tempo scrive questo giornale. E proprio come ha teorizzato su queste pagine Massimo Cacciari. La sfida è assai difficile per l’ineffabile Zinga: buona fortuna.

Per decidere sul Tav chiedete a Churchill

La città educa l’uomo. Così sosteneva nel Sesto secolo a.C. il poeta greco Simonide. Ma è ancora così? Vi sono in realtà tante ragioni ed esempi per sostenere di no. L’uomo che si educa nella città è il cittadino e il politico di questa città è colui che pensa alle prossime generazioni piuttosto che alle prossime elezioni, come ricordava Churchill. E se pensa alle prossime generazioni non farà spese a debito, se non per investimenti in opere il cui valore sia nettamente superiore al debito contratto per realizzarle. Al contrario, politici il cui orizzonte termina col prossimo voto non avranno timore ad assecondare passioni di breve termine dei loro elettori o interessi privati dei loro sostenitori rispetto all’interesse di lungo termine della città e della cittadinanza.

La Torino-Lione, la cui analisi costi-benefici ha dato risultati pesantemente negativi tanto nella versione internazionalista quanto in quella sovranista, è ottima cartina di tornasole per mostrare come funziona la politica rispetto a come dovrebbe funzionare e come non funziona la cittadinanza che dovrebbe indirizzarla. Se già i costi preventivati, tradizionalmente sottostimati rispetto a quelli che si manifesteranno effettivamente, si dimostrano eccedere di gran lunga i benefici, ancorché ottimisticamente immaginati, dovrebbe essere ovvio che l’opera non s’ha da fare. E non s’ha da fare anche se a pagarla non siamo noi contribuenti di oggi ma possiamo tranquillamente mandare il conto in parte all’Unione europea e in parte agli italiani di domani attraverso un aumento ulteriore del debito pubblico.

Solo se ignoriamo gli altri contribuenti europei, se non ci poniamo la domanda del perché mai l’idraulico polacco o il pescatore irlandese dovrebbero contribuire a un’opera che non useranno mai, e se ignoriamo anche i prossimi eredi italiani del nostro debito pubblico i conti sono in grado di tornare. Così, se politici che non guardano alle prossime generazioni, ma solo alle prossime elezioni, organizzano un bel referendum tra elettori di oggi, dei quali nessuno sostiene costi e alcuni sono in grado di trarre qualche vantaggio, otterranno un plebiscito di sì. Se decide chi non paga e, decidendo, manda il conto a chi non decide, chi mai dovrebbe dire di no? Solo cittadini responsabili guidati da politici responsabili potrebbero farlo.

La Torino-Lione ha una qualche utilità, indubbiamente, pertanto per coloro che non sostengono costi l’analisi personale costi-benefici è presto fatta: i costi sono pari a zero e i benefici maggiori di zero, dunque il saldo è positivo. Ma questo è un ragionare in senso opposto tanto all’antico Simonide quanto al più recente Churchill. Se la politica si pone anche, come consiglia il poeta greco, il compito di educare i cittadini deve essere in grado di scandire i no, di spiegare le ragioni dei no e di convincere sulla verità e validità dei no. Se lo avesse fatto nella storia recente del paese è evidente che oggi noi non saremmo un paese in declino.

L’analisi costi-benefici di Marco Ponti e colleghi ha un vizio di fondo: ponendosi nell’ottica del benessere collettivo può essere compresa solo in un’ottica di benessere collettivo. Essa presuppone una collettività che la guardi, collettività che potrebbe non sussistere. L’analisi ci dice che nel nostro insieme, di italiani di oggi e di domani, ma anche di europei, l’opera non conviene proprio. L’accoglienza che ha avuto, visibile ogni giorno sulla totalità dei giornali mainstream, è emblematica: chi se ne frega degli europei e degli italiani di domani, oggi a noi non costa nulla e dunque ci conviene farla. Essa è la dimostrazione che Simonide oggi avrebbe torto: la città, di cui i giornali sono la voce, non educa l’uomo. Ma forse la città non esiste oppure è solo un luogo geografico abitato da uomini che non sono anche cittadini, almeno nel senso con cui il poeta li intendeva.

Stati Uniti perenne centro di guerra

Chi sono i più pericolosi terroristi del mondo? I guerriglieri dello Stato islamico che si sono battuti, con grande coraggio, a Mosul e Raqqa? Quelli che con altrettanto coraggio si sono difesi quasi fino all’ultimo uomo nella ridotta siriana di Baghuz contro forze preponderanti, esercito di Assad, russi, turchi, i formidabili combattenti curdi appoggiati dall’aviazione Usa? I ‘lupi solitari’, soggetti che stanno fra una radicalizzazione estrema e paranoia, che hanno colpito in Francia, in Germania, in Turchia? No, i più pericolosi terroristi del mondo sono i gloriosi United States of America.

Mi auguro che i lettori del Fatto, e coloro che ne sono venuti a conoscenza grazie a Rai3, abbiano dato un’occhiata non distratta all’accurato reportage di Pino Arlacchi, pubblicato dal nostro giornale mercoledì scorso, supportato da un report dell’esperto Onu Alfred De Zayas che l’ultimo Venezuela lo conosce e lo ha percorso in lungo e in largo. Arlacchi fa risalire, dati alla mano (forniti dal Fmi e dalla Banca Mondiale), la drammatica situazione in cui si trova oggi il Paese sudamericano alle “barbare sanzioni americane contro il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018”. Sotto le presidenze di Chavez e Maduro le spese sociali avevano raggiunto il 70% del bilancio dello Stato, il Pil pro capite è più che triplicato in poco più di 10 anni, la povertà era passata dal 40 al 7%, la mortalità infantile è dimezzata, la malnutrizione era diminuita dal 21 al 5%, l’analfabetismo è stato azzerato e il coefficiente Gini di disuguaglianza è sceso al livello più basso dell’America Latina.

Quando le televisioni nostrane vi fanno vedere i macilenti bambini venezuelani ridotti alla fame o gli ospedali privi di medicinali essenziali dovete quindi sapere che queste non sono responsabilità di Maduro, ma del cappio economico sempre più stretto dagli Usa al collo del popolo venezuelano. Tanto che lo stesso De Zayas ha proposto un utopico deferimento degli Stati Uniti alla Corte Penale Internazionale per “i crimini contro l’umanità perpetrati in Venezuela dal 2015”.

Ma questa non è che l’ultima delle infamie commesse dagli Stati Uniti negli ultimi trent’anni. Siamo qui costretti a ripercorrere una filiera che abbiamo già ricordato molte altre volte: 1999, aggressione alla Serbia per il Kosovo, 5.500 morti fra cui molti serbo-albanesi le cui ragioni si intendeva difendere; 2001, aggressione e occupazione dell’Afghanistan che dura da 18 anni (numero delle vittime civili incalcolabile perché mai calcolato); 2003, aggressione e occupazione dell’Iraq di Saddam Hussein (vittime civili stimate fra 650 mila e 750 mila); 2006/2007, aggressione, attraverso l’interposta Etiopia, alla Somalia dove gli Shabaab avevano riportato l’ordine e la legge dopo anni di incontrollabili scorribande fra i ‘signori della guerra’ locali, un duro ordine e una dura legge ma pur sempre un ordine e una legge (oggi la Somalia è in preda a una sanguinosa guerra civile fra gli Shabaab e il governo fantoccio di Mogadiscio); 2011, aggressione, insieme ai francesi, alla Libia del colonnello Gheddafi le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti; 2011, intromissione nella ribellione ad Assad, trasformando un conflitto locale in una guerra generalizzata sulla quale si sono avventate, oltre alla Russia, tutte le Potenze dell’area, dalla Turchia all’Iran a Israele. Tali sono i risultati ottenuti da questi vessilliferi della Democrazia, da questi indefessi riparatori di torti, da questi protettori dell’ordine e della pace mondiali.

Io credo che la vittoria nella Seconda guerra mondiale non abbia fatto bene agli americani. Li avevamo conosciuti come un popolo semplice, un po’ naïf, generoso, animato da reali buone intenzioni e non possiamo dimenticare l’omaggio che Curzio Malaparte, ritornato proprio in questi giorni in auge con la pubblicazione dei suoi reportage africani, rende ne La pelle a “tutti i bravi, i buoni, gli onesti soldati americani… morti inutilmente per la libertà dell’Europa”.

Né, naturalmente, noi italiani, possiamo dimenticare il Piano Marshall che permise la ricostruzione del nostro Paese distrutto. Ma quella vittoria è stata a doppio taglio. Nel suo bellissimo libro, Piedi, Laura De Luca, che lavora a Radio Vaticana e non può essere certo considerata un’estremista, ricorda l’epopea degli sciuscià, i ragazzi napoletani costretti dalla povertà a lustrare le scarpe ai vincitori. E scrive: “La sottomissione ai nuovi dominatori del mondo. L’epopea degli sciuscià, shoes-shining for ever, li voleva inginocchiati ai piedi di chi lanciava loro sigarette e cioccolata e indossava la maschera buona del liberatore capace di saziare la fame della guerra. Di fronte a chi riscattava il mondo da un potere mortifero era giusto riconoscere un altro potere, solo in apparenza meno duro, quello di umiliare disinvoltamente i più deboli”.

Sindacati contro Quota 100: “A rischio servizi essenziali”

Ancora critiche dei sindacati al decretone. Ma anche una convocazione firmata Luigi Di Maio, in un momento di rapporti freddissimi tra parti sociali e governo. Il primo punto è il più saliente: mentre prosegue l’iter di conversione del testo alla Camera, arrivano i nuovi rilievi di Cgil, Cisl, Uil al testo, già bastonato al Senato. L’allarme arriva su quota 100: “Nonostante alcuni emendamenti vengano incontro all’esigenza di anticipare le procedure di concorso nella pubblica amministrazione per accelerare la tempistica delle assunzioni – avvertono in audizione in Commissione Lavoro – sussistono i troppi vincoli sulla spesa che, a fronte del pensionamento di decine di migliaia di dipendenti, rischiano di compromettere la garanzia di servizi essenziali”. E la riforma previdenziale è ancora “penalizzanante”, spiegano i sindacati, per i lavoratori del Sud e “del tutto insufficiente per le donne”. Intanto il ministro Di maio ha convocato per il 13 marzo i sindacati al Mise. Non c’è ancora un ordine del giorno, ma sul tavolo ci sono lavoro, pensioni e sviluppo. Argomenti già sollecitati dai sindacati che avevano chiesto un incontro urgente con l’esecutivo nella manifestazione del 9 febbraio.

Nodo navigator, così Di Maio vuole sedare le Regioni in rivolta

La riforma dei centri per l’impiego, fondamentale per l’avvio del reddito di cittadinanza, torna sul tavolo di trattative tra il governo e le Regioni. Dopo quindici giorni di gelo, nel fine settimana sono ripartiti i contatti e ieri il ministro Luigi Di Maio ha presentato ai 20 assessori un’ipotesi di accordo. Il testo contiene importanti novità: il potenziamento dei servizi del lavoro, innanzitutto, dovrà passare attraverso un piano nazionale da approvare solo dopo aver raggiunto l’intesa in Conferenza Stato-Regioni. La quantità di navigator da far assumere all’Anpal Servizi, inoltre, subirebbe una consistente riduzione: dai 6 mila ipotizzati inizialmente, si passerebbe presumibilmente a circa 3.500 (la cifra non è ancora ufficiale). Questi ultimi, infine, sarebbero mandati in servizio solo nelle Regioni che li richiederanno, non in tutte indistintamente.

In queste ore si cerca di accelerare, anche perché domani arriverà all’Inps la prima raffica di domande della misura che il Movimento Cinque Stelle considera una bandiera. Il governo ha fretta e le Regioni non vogliono mettersi di traverso, ma rivendicano le proprie prerogative. Lo scontro è nato quando, negli scorsi mesi, Di Maio ha rivelato il programma per rafforzare i centri per l’impiego, storicamente carenti di personale e inadeguati a gestire lo tsunami in arrivo con il reddito. Nei piani originari dell’esecutivo, contenuti nel decretone che in questi giorni è all’esame della Camera, c’erano passaggi per rimpolpare l’organico con 11.600 nuovi operatori e farlo il prima possibile. Da qui l’idea di far assumere subito i 6 mila navigator all’Anpal Servizi, società per azioni dell’agenzia per le politiche attive del lavoro, con procedure di selezione più snelle rispetto ai concorsi regionali. Questi professionisti avrebbero un contratto di collaborazione per due anni. Per questi reclutamenti all’Anpal Servizi sono destinati 200 milioni per il 2019, 250 per il 2020 e 50 per il 2021. Alle Regioni, invece, viene permesso di assumere direttamente 4 mila addetti nei centri per l’impiego a tempo indeterminato più altri 1.600 a tempo determinato, tra l’altro già previsti da un accordo di fine 2017 con il governo Gentiloni. Questo schema alle Regioni non è mai piaciuto: la competenza sui centri per l’impiego e sulle politiche attive del lavoro è regionale, secondo la Costituzione; l’assunzione a livello centrale di ben 6 mila navigator è vista come una prevaricazione da parte del governo, tanto che la Toscana ha presentato ricorso alla Corte costituzionale. In un’intervista di ieri alla Repubblica, l’ex presidente dell’Anpal Maurizio Del Conte ha detto di aver ricevuto il 19 febbraio da Di Maio una lettera nella quale il ministro chiedeva di firmare subito le 6 mila assunzioni dei navigator. Alla missiva, il professore – che nel frattempo è stato sostituito da Mimmo Parisi alla guida dell’agenzia – ha risposto due giorni dopo rifiutandosi di procedere in assenza di un accordo con le Regioni.

È proprio a questo che ora si sta lavorando. Le Regioni vorrebbero la possibilità di assumere direttamente tutti gli 11.600 operatori dei centri per l’impiego. È possibile che ci si accordi su una via di mezzo.

“Ci vuole un’intesa – dice Cristina Grieco, titolare del Lavoro in Toscana e coordinatrice dei venti assessori – che rispetti il ruolo delle Regioni e che riconosca a esse l’ultima parola, visto che la Costituzione attribuisce a noi le politiche attive del lavoro, mentre l’Anpal Servizi ha funzioni di coordinamento e assistenza”.

L’obiettivo è spingere il governo a cambiare le proporzioni: ridurre i 6 mila navigator da far assumere all’Anpal Servizi e aumentare i 5.600 delle Regioni. Questo permetterebbe alle Regioni di autodeterminarsi: quelle che sono indietro con i concorsi potrebbero chiedere subito rinforzi all’Anpal Servizi, le altre farebbero da sole. La proposta di emendamento del governo, come detto, non sembra lontana da questa posizione. Innanzitutto perché subordina il piano per il potenziamento dei centri per l’impiego, da approvarsi entro quindici giorni dopo la conversione del decreto, all’intesa con le Regioni. Poi perché riduce i fondi per l’Anpal Servizi, che diventano 125 milioni per il 2019, 185 per il 2020 e 50 per il 2021. Inoltre, dal 2021 permette alle Regioni di assumere stabilmente 7.600 operatori nei centri per l’impiego in aggiunta ai 4 mila che possono entrare da subito. Per come è scritto l’emendamento, però, in queste ore sta ponendo un problema di interpretazione: sembra infatti che se da un lato i navigator dell’Anpal Servizi diminuiscono subito (da 6 mila a circa 3.500), le assunzioni delle Regioni, come detto, aumentano solo dal 2021. Questo indebolirebbe i centri in fase di avvio. Aspetti che dovranno essere affrontati e risolti in queste ore.

Omicidio Vannini “Fu colposo e non volontario”

Quello di Marco Vannini fu omicidio colposo, non volontario, perché non ci fu dolo da parte di Antonio Ciontoli nell’atto di sparare. Ciontoli, sottufficiale della Marina, comunque evitò “consapevolmente e reiteratamente l’attivazione di immediati soccorsi” attuando una condotta “odiosa e riprovevole” per “evitare conseguenze dannose in ambito lavorativo”. Queste le motivazioni della sentenza di secondo grado con cui i giudici hanno ridotto a 5 anni la condanna a Ciontoli confermando, invece, la pena di tre anni per il resto della famiglia perché “difettavano della piena conoscenza delle circostanze” che poi portarono alla morte di Vannini avvenuta il 18 maggio 2015 a Ladispoli, vicino a Roma. Secondo la ricostruzione dell’epoca, Vannini si trovava in casa della fidanzata intento a farsi un bagno nella vasca, quando entrò Ciontoli per prendere da una scarpiera un’arma e partì un colpo che ferì gravemente il ragazzo. Di lì, secondo l’accusa, sarebbe partito un ritardo “consapevole” nei soccorsi; le condizioni di Vannini si sarebbero aggravate, fino a provocarne la morte. In primo grado, Antonio Ciontoli fu condannato a 14 anni per omicidio volontario, i figli e la moglie a tre anni per omicidio colposo.

Il compleanno diventa horror: festeggiato 21enne taglia la gola a un ragazzo invitato. Che si salva

Una piccola festa di compleanno si stava per trasformare in tragedia. A Vizzini, paese in provincia di Catania, famoso per aver dato i natali allo scrittore Giovanni Verga, un minorenne è stato accoltellato alla gola, riportando una ferita di circa quindici centimetri, sferrata con un coltello da cucina.

L’aggressore è il ventunenne Samuele Monterosso, che per festeggiare il compleanno aveva invitato alcuni amici in casa sua. Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, i ragazzi di età diverse, avrebbero bevuto per celebrare l’evento, mentre in casa era presente uno dei genitori del proprietario.

Le prime indagini però escluderebbero l’uso di sostanze stupefacenti. A un certo punto della serata, non è ancora chiaro il motivo, i giovani hanno assistito a una violenta scena da film horror.

Il festeggiato avrebbe perso il controllo, si sarebbe recato in cucina per poi tornare dagli amici brandendo un coltello. Avrebbe quindi pronunciato alcune frasi, che i testimoni descrivono “deliranti”, afferrato con una mano i capelli del minore al quale infliggeva un netto taglio al collo.

Dopo il gesto, il festeggiato, ventenne, è fuggito in fretta, lasciando nello sgomento i presenti. Gli invitati hanno quindi soccorso il minore, un ragazzo di 14 anni, portandolo al presidio locale di assistenza medica, dove sono intervenuti i carabinieri. Trasferito d’urgenza al vicino Ospedale di Lentini, al minore sono stati applicati 40 punti di sutura. Per sua fortuna il taglio non ha reciso organi vitali, è stato quindi dimesso e lo attendono 30 giorni di convalescenza.

Nella mattinata di ieri, l’aggressore è stato arrestato nell’abitazione di un conoscente, dove si era rifugiato. Le autorità lo hanno trasferito al carcere di Caltagirone, la sua bravata gli è costata un’accusa per tentato omicidio.

Crollo del palazzo al Flaminio, non ci sono responsabili ma resta “la situazione di rischio”

Nessun colpevole ma una situazione di rischio che merita di essere comunicata al comune di Roma. Le conclusioni dei magistrati che indagano sul crollo del palazzo di via della Farnesina, a due passi da Ponte Milvio, sono contenute negli atti con cui la Procura chiede al gip di archiviare l’inchiesta sullo stabile crollato il 24 settembre 2016. Dopo oltre due anni di indagini gli inquirenti sono giunti a una conclusione. Esclusa la possibilità che un canale di scolo “tombato” possa aver indebolito il terreno causando il crollo del palazzo, i consulenti nominati dal procuratore aggiunto Nunzia D’Elia hanno puntato il dito sulle condizioni in cui è stato costruito, negli anni Cinquanta, quel fabbricato: con materiali non idonei e su una zona dove prima c’era l’alveo di un affluente del Tevere. Una situazione che una geologa segnalò già nel 2001, evidenziando la problematica a un architetto incaricato di redigere il fascicolo di fabbricato. L’uomo è da poco deceduto, quindi la Procura non potrà procedere nei suoi confronti. Ad ogni modo la consulenza sullo stato del terreno è stata adesso inviata anche in Campidoglio per segnalare una situazione di rischio che potrebbe riguardare anche altri palazzi della zona.