L’Eliseo: “Schengen da rivedere e polizia di frontiera comune”

Lo scontro Il presidente francese Emmanuel Macron, nella missiva rivolta ai popoli europei resa pubblica ieri, propone di “rivedere totalmente lo spazio Schengen”, per ripristinare “la libertà in sicurezza”. Tra l’altro, il presidente francese propone “una polizia comune delle frontiere e un ufficio europeo dell’asilo, rigidi obblighi di controllo, una solidarietà europea a cui ogni Paese contribuirà sotto l’autorità di un consiglio europeo di sicurezza interna”.

Nella missiva titolata “Una rinascita europea”, Macron sostiene che tra Brexit e l’avanzata del populismo a poche settimane delle elezioni comunitarie “mai l’Europa è stata così fortemente in pericolo”. Il presidente francese intende dunque sviluppare una serie di proposte, tra cui l’avvio di una “Conferenza per l’Europa” entro l’anno, che riunisca cittadini, politici, accademici e parti sociali e che definisca una nuova tabella di marcia per l’Unione, “senza tabù, nemmeno la revisione dei trattati”. Tra le proposte un “salario minimo europeo” e un’agenzia per la protezione delle democrazie che sventi tentativi d’influenza stranieri e impedire che i partiti possano essere finanziati da forze esterne all’Unione.

Bankitalia, segnali di pace tra M5S e Visco Di Maio: “C’è fiducia”

Si raffredda lo scontro tra la maggioranza e i vertici della Banca d’Italia. L’ultimo segnale è arrivato ieri dal botta e risposta tra Luigi Di Maio e il governatore Ignazio Visco. Il vicepremier dal capoluogo piemontese ribadisce di “fidarsi assolutamente di Bankitalia” e che “non c’è nessun tema di sfiducia”, dopo che Lega e M5s avevano bloccato il rinnovo del vice dg Luigi Signorini. Non tarda ad arrivare la risposta del governatore di Banca d’Italia che da Milano dice: “Non credo che ci debbano essere dubbi su cosa si fa in Bankitalia e su chi lo fa. In Bankitalia si fa il massimo per il bene della comunità e del Paese”. Poi una stoccata. “Non si fa tutto a Francoforte, come spesso si dice”. Poi Visco ritorna sul tema della proprietà dell’oro detenuto da Bankitalia, su cui interviene una proposta di legge della Lega: “È una piccola componente delle attività, ed è della Banca d’Italia, e non può essere utilizzato come finanziamento monetario delle attività del ministero dell’Economia”. Non è mancata, infine, una critica al bail in, dopo le uscite del ministro Tria. “La difficoltà non è la vigilanza sulle banche, ma la gestione delle crisi che è diventata quasi impossibile a causa degli strumenti a disposizione”.

Di Maio (con Casaleggio) presenta il fondo da 1 miliardo per le startup

Un fondo da un miliardo di euro in tre anni (potrebbero diventare due se si aggiungono sgravi fiscali e agevolazioni) da utilizzare per sostenere investimenti in startup. A lanciare ieri dal palco delle Ogr, le ex Officine grandi riparazioni di Torino, lo strumento che potrebbe aiutare chi fa innovazione a trovare i capitali di rischio necessari per crescere è il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. “È un progetto strategico per i prossimi 15-20 anni”, come l’ha definito, che punta a recuperare il gap con gli altri Paesi per fare dell’Italia “la prima forza manifatturiera in Europa”. A elogiare il vicepremier dalla platea c’era Davide Casaleggio, presidente dell’associazione Rousseau, in un parterre affollato tra Fabrizio Palermo, l’ad di Cassa Depositi e Prestiti a cui è affidata la regia del nuovo fondo e il gotha dell’innovazione, tra cui l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono. Assenti, invece, perché non invitati, i possibili destinatari del fondo: i rappresentanti delle associazioni produttive. “È davvero singolare che il vicepremier scelga Torino per presentare un nuovo strumento economico e scelga di farlo escludendo noi”, hanno commentato Fabio Ravanelli e Dario Gallina, presidenti di Confindustria Piemonte e dell’Unione industriale di Torino, tra i sostenitori della seconda manifestazione Sì Tav che si è svolta a Torino lo scorso gennaio. Un tema, questo della la Torino-Lione, che Di Maio – lo ha detto chiaramente dal palco – non ha voluto affrontare. Il Fondo partirà da maggio e prevede di generare in 5 anni investimenti per 5 miliardi di euro e raddoppiare gli attuali 50 mila occupati in ambito startup e pmi innovative.

La novità Pd: “Prima Chiamparino”

Per Nicola Zingaretti anche il primo giorno da segretario del Pd ha la sua pena, e si chiama Tav. Quasi a voler rispondere ai nemici interni che lo sospettano voglioso di dialogo con i Cinque Stelle, inaugura il suo mandato schierandosi rumorosamente con Matteo Salvini, cioè con la componente favorevole alla Torino-Lione della (spaccata) maggioranza. Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana-Leu lo ha subito fulminato con l’accusa di “continuismo”: “Il fatto che venga annunciata come prima mossa da segretario l’andare ai cantieri della Tav per sbloccare quei lavori devo confessare che non mi pare un’eccellente notizia”.

Ma quella di Zingaretti è una mossa tanto sbagliata quanto obbligata. Insieme alle elezioni europee arrivano il 26 maggio anche le regionali del Piemonte, per le quali il governatore piddino uscente Sergio Chiamparino ha affidato le speranze di rielezione alla propaganda Sì-Tav.

Lo scenario della campagna elettorale è fosco: il Pd rischia di rimanere schiacciato nella contesa tra i due alleati di governo, Luigi Di Maio che schiera un No-Tav a 24 carati come Giorgio Bertola, e Salvini che supporterà con la sua battaglia Sì-Tav il candidato del centrodestra, quasi certamente l’europarlamentare uscente di Forza Italia Alberto Cirio. I sondaggi dicono che per Chiamparino la strada è in salita, e Zingaretti non ha altra possibilità che soccorrerlo con le armi tradizionali (spuntate, direbbe Fratoianni) della narrazione Pd: “Sulla Tav si scontrano due visioni del futuro: una legata al progresso e una alla negazione del progresso”. Il rischio paradossale è di contrapporre al “prima gli italiani” di Salvini il malinconico “prima Chiamparino” del Pd.

Ma la posizione Sì-Tav di Zingaretti non è novità di oggi. Da quando è iniziato lo scontro nel governo, e mentre maturava la candidatura del governatore del Lazio a leader Pd, si sono moltiplicati i segnali a sostegno dell’oltranzismo Tav di Chiamparino. Zingaretti si è spinto fino ad accusare di scorrettezza la commissione guidata dall’economista Marco Ponti, twittando: “Lo studio costi/benefici su Tav è discutibile o manipolato da interessi politici”. E ha poi imprudentemente chiamato in causa la storia patria: “L’Italia è bloccata da due partiti che pensano ai loro interessi e hanno bloccato investimenti e cantieri. Una cosa mai avvenuta nella storia della Repubblica”.

Mai dire mai. Nel 1996 il neonato governo Prodi bloccò la “variante di valico” dell’Autosole tra Firenze e Bologna per lo scontro tra il ministro verde dell’Ambiente Edo Ronchi (contrario) e quello dei Lavori Pubblici Antonio Di Pietro (favorevole). Non ci fu modo di risolvere la controversia e l’opera fu sbloccata sei anni dopo da Silvio Berlusconi. L’allora segretario dei Ds Massimo D’Alema si guardò bene dal prendere posizione, lasciandosi scivolare addosso il sospetto di aver trattato con i Verdi, sottobanco, un “contratto di governo” con il no alla “variante di valico”.

In difesa di Ronchi accorse un senatore di Rifondazione comunista che attaccò Di Pietro con toni da grillino ante litteram: “Questa è la logica conseguenza di un governo che ha un ministro che non è stato eletto da nessuno (come la Banca d’Italia dei Cinque Stelle, ndr) ed è salito sul carro del vincitore senza partecipare alla campagna elettorale e senza aderire preventivamente al programma. Compito di un governo coerente è di portare avanti il programma per cui ha avuto il consenso popolare ed è quindi comprensibile la decisione di chi si oppone a scelte personali di un singolo ministro o a prese di posizione diverse da quelle concordate nella maggioranza”. Quel senatore si chiamava Giuliano Pisapia (in foto), in seguito sindaco di Milano, oggi vagheggiato da Zingaretti come capolista alle europee per dare un tocco di novità alle liste Pd.

 

Da Parigi zero fondi Macron non lo vuole e scarica su Roma

Emmanuel Macron s’appella all’“amore”. È “l’amour” che può superare i conflitti tra Italia e Francia. Ma nell’intervista a Fabio Fazio, a dispetto dei titoli dei giornali italiani, il presidente francese non pronuncia parole nette sul Tav: “È una cosa molto importante per le regioni transfrontaliere. È una cosa molto attesa, ed è la scelta che è stata fatta dai nostri predecessori che hanno sottoscritto quegli accordi che noi abbiamo confermato”. Le parole si moltiplicano, ma senza mai dire: si faccia, e si faccia subito. Anzi: “Quando si va troppo veloci, si fanno errori, io ne ho fatti in passato”.

Non stupisce, questa cautela di Macron. Perché a dispetto della leggenda secondo cui la Francia vuole il Tav e l’Italia frena, Parigi ha da tempo mostrato molto scetticismo sulla Torino-Lione. Nei fatti: non ha ancora stanziato nemmeno un euro per il tunnel di base; e ha rinviato addirittura a dopo il 2038 la realizzazione del tratto francese. Ma si sa: quando c’è “l’amour” è brutto parlare di soldi.

Il cerino di Macron. Il nodo è l’articolo 16 dell’Accordo tra Italia e Francia del 30 gennaio 2012 che stabilisce le regole per la realizzazione della Torino-Lione ed è stato ratificato dal Parlamento italiano e da quello francese. Dice che “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”. Orbene, questa “condizione preliminare” non è soddisfatta, perché la Francia non ha reso finora disponibile neppure un centesimo per la fase che dovrebbe iniziare l’11 marzo a Parigi, con il lancio dei primi due bandi per il tunnel da parte del cda di Telt (la società italo-francese che deve realizzare la Torino-Lione). Ne discutono oggi, in un vertice del governo italiano, Giuseppe Conte e i ministri Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Danilo Toninelli. I due bandi riguardano l’intero tratto francese del traforo, i tre quarti dell’opera, 45 dei 57,5 chilometri totali, del valore di 2,3 miliardi di euro. Senza “disponibilità del finanziamento”, dice l’Accordo tra Italia e Francia del 2012, non può esserci “l’avvio dei lavori”. L’Italia ha stanziato, per questa fase della realizzazione del tunnel (costo 9,63 miliardi di euro), 2,63 miliardi, il 27 per cento della spesa totale, assegnati dalla legge di stabilità 2013 (governo Monti) e approvvigionati in quote annuali nel bilancio dello Stato tra il 2015 e il 2027. L’Unione europea, dopo i finanziamenti per gli studi e i lavori preliminari, per il tunnel ha messo a disposizione 0,57 miliardi, il 6 per cento. La Francia zero: non ha ancora deciso alcuna programmazione futura su base pluriennale per i finanziamenti del traforo, neppure attraverso l’agenzia pubblica Afitf (Agence de financement des infrastructures de transport de France) che ha pagato i lavori preparatori realizzati finora. Il Fatto Quotidiano ha chiesto al ministero dei trasporti francese se, quando e quanto vorrà finanziare l’opera. Al momento non ha ricevuto risposta. In queste condizioni, a dar retta all’articolo 16 dell’Accordo, l’11 marzo il cda di Telt dovrebbe dunque fermarsi e chiedere a Macron che cosa vuol fare del Tav. Gliel’hanno già chiesto i rappresentanti della regione Auvergne-Rhone-Alpes, guidata dai Repubblicani, che accusano il presidente di scarso amore per la Torino-Lione. La spiegazione che gira in Francia è questa: Macron non lo vorrebbe fare, il Tav, giudicato troppo costoso e poco utile; ma tira in lungo, lasciando che sia l’Italia a restare con il cerino della decisione in mano.

Le calende francesi. Il tunnel di base di 57,5 chilometri è per il 21 per cento (12,5 chilometri) in territorio italiano, per il 79 per cento (45 chilometri) in territorio francese. Nella ripartizioni dei costi, però, l’Italia paga di più (il 58 per cento del totale), con il risultato che l’esborso per l’Italia è di 280 milioni a chilometro, per la Francia 60 milioni a chilometro. Questa asimmetria è giustificata dal fatto che i francesi hanno però molte più spese per il loro tratto nazionale, dallo sbocco del tunnel di base fino a Lione, che comprende anche due tunnel a due canne, quello di Belledonne e quello di Glandon. Ma nel gennaio 2018 è stata presa in Francia una decisione che ribalta gli accordi: il Coi (Conseil d’orientation des infrastructures) presieduto dal deputato socialista Philippe Duron, decide di rimandare le opere del tratto francese a dopo il 2038. Lo scrive il Coi a pagina 77 del suo rapporto sulla mobilità francese: “Ritiene che non sia stata dimostrata l’urgenza di intraprendere questi interventi, le cui caratteristiche socioeconomiche appaiono chiaramente sfavorevoli in questa fase. Sembra improbabile che prima di dieci anni non vi sia alcun motivo per continuare gli studi relativi a questi lavori che, nel migliore dei casi, saranno intrapresi dopo il 2038”. Un rinvio alle idi di marzo, o alle calende francesi. Intanto l’Italia paga di più il tunnel di base, finanziando di fatto la Francia in cambio di lavori che la Francia forse farà, “nel migliore dei casi”, dopo il 2038. Ci vuole davvero molto “amour” per fare da banca a Macron.

Gli affari restano la priorità: l’omaggio di Zingaretti al Tav

Secondo Nicola Zingaretti la rinuncia al Tav sarebbe “criminale”. Colpisce che la prima visita del nuovo segretario del Pd sia a Torino, a fianco del governatore piemontese Sergio Chiamparino, per sventolare la bandiera dell’alta velocità. Colpisce ancora di più che una delle prime dichiarazioni di un uomo prudente come Zingaretti sia di questo tenore: “Il Tav deve andare avanti perché è criminale anche solo ipotizzare di fermare i bandi e perdere centinaia di milioni di investimenti, che significano anche lavoro”.

“Il primo atto simbolico” (parole sue) del nuovo segretario del Pd è in continuità con la linea di chi l’ha preceduto: sulla Torino-Lione il partito non si sposta di un centimetro. Una sorpresa: il Tav non aveva mai scaldato il cuore del presidente laziale; prima della scorsa estate – e prima di iniziare la scalata alla segreteria – Zingaretti non aveva rilasciato nemmeno una dichiarazione pubblica sul tema. E invece all’improvviso, subito dopo l’investitura, la Torino-Lione diventa un vessillo: “È il simbolo nazionale – dice Zingaretti – di come non ci si deve comportare rispetto alle aspettative di futuro di un grande paese come l’Italia”.

La trasferta torinese di Zingaretti è stata decisa la scorsa settimana, tra giovedì e venerdì. L’idea – spiegano i suoi – era soprattutto quella di scappare da Roma e dai rituali post-primarie (conferenze stampa, commenti, analisi dei numeri…). Nel giorno della vittoria, meglio tenersi lontani dalla burocrazia di partito e mostrarsi già operativi. Perché proprio Torino e il Tav? Intanto per Chiamparino: l’attuale governatore è anche il candidato del centrosinistra alle regionali piemontesi di fine maggio, una delle prime sfide del “nuovo” Pd. Poi per ragioni politiche: l’alta velocità è uno degli argomenti che dividono maggiormente i due partner del governo gialloverde, e in quella piaga il segretario del Pd ha tutta l’intenzione di infilare entrambe le mani.

Nel loro incontro a due, Chiamparino e Zingaretti non hanno toccato altri temi sensibili. Non si è parlato, ad esempio, di Fiat, malgrado fosse stato proprio il governatore piemontese negli ultimi giorni a lamentarsi dell’insufficienza degli investimenti di Fca a Torino. E malgrado lo stesso Zingaretti – che vuole subito dare al partito un’impronta “di sinistra” – abbia già disegnato una strategia per le prossime settimane che lo terrà il più lontano possibile dal Nazareno e molto più vicino ai territori, al cosiddetto paese reale e alle fabbriche: oggi il segretario del Pd sarà a Frosinone, in visita allo stabilimento dell’ex Ideal Standard, un’azienda salvata l’anno scorso grazie anche alla sua mediazione.

Zingaretti quindi si prepara a viaggiare per l’Italia in stile Salvini (“ma senza divisa”, scherzano i suoi). Ieri, oltre a quella sul Tav, ha annunciato una seconda sfida al “Capitano” leghista. Di nuovo su un tema su cui il governo balla: le autonomie regionali. “Ho iniziato ad ascoltare i presidenti delle giunte regionali del centrosinistra – ha detto – e il prossimo passo sarà mettere in campo una nuova proposta di tutto il centrosinistra sul tema delle autonomie”. Intanto però il segretario deve iniziare a disegnare il perimetro di quel “campo progressista” al quale ha detto di voler affidare il rilancio del centrosinistra. A cominciare dalle Europee del 26 maggio.

Che forma avrà il “listone” europeista lanciato da Carlo Calenda e sottoscritto da Zingaretti? Ci sarà ancora il simbolo del Pd? Prima di essere eletto segretario meditava la rinuncia al logo del partito, dopo i risultati di domenica ne è molto meno convinto.

La prossima settimana incontrerà il sindaco di Parma (ex 5Stelle) Federico Pizzarotti ed Emma Bonino per cercare di coinvolgerli nel progetto. La risposta di +Europa è già fredda: i radicali vogliono andare da soli. “Zingaretti confermerà la scelta del Partito socialista europeo – sostiene il segretario Benedetto Della Vedova – mentre +Europa è entrata ufficialmente nell’Alde, l’alleanza dei liberali e democratici europei. Siamo impegnati nella costruzione di una nostra proposta politica ed elettorale”.

Sullo sfondo, poi, c’è sempre il tema del rapporto con i Cinque Stelle. Ieri dalla galassia grillina sono arrivate timide aperture e una sfida: il Pd di Zingaretti converga con la proposta del M5S sul salario minimo. Il segretario per ora chiude: “Caro Di Maio, i processi politici non si fanno con le furbizie”.

Si fa presto a dire nuovo

Forse è solo una cambiale da pagare, in vista delle Regionali, al Partito degli Affari e ai suoi numi tutelari torinesi Chiamparino e Fassino, noti trasformisti ex comunisti, ex dalemiani, ex prodiani, ex veltroniani, ex bersaniani, ex renziani e ora zingarettiani. Ma Nicola Zingaretti che annuncia come prima mossa la visita ai cantieri-fantasma del Tav all’indomani della bella vittoria alle primarie non è un bel sentire. Se davvero, come dice, il neosegretario Pd vuole “voltare pagina” rispetto al passato della Ditta e del renzismo, quello era l’ultimo posto dove farsi vedere nel primo giorno della nuova avventura. Anche perché, per parlare al mondo produttivo del Nord, ci sono mille altre occasioni un po’ più moderne e avanzate di un vecchio, costoso, inquinante, inutile buco nelle Alpi che neppure i francesi hanno più alcuna intenzione di finanziare. Ma siccome domani, anzi oggi, è già un altro giorno, si spera che il nuovo segretario riesca presto a dare qualche segnale di vera novità e discontinuità. Quale Pd abbia in mente pareva chiaro l’estate scorsa, quando disse lucidamente “Meno Macron e più equità”, anticipando i gilet gialli e facendo incazzare le Brigitte di casa nostra e sua. Poi contrasse il morbo veltroniano del ma-anchismo, tentando di tenere insieme tutto e il suo contrario in vista delle primarie.

Ora che ha vinto molto più del previsto, con 2 voti su 3, lasciando le briciole a Martina e Giachetti – gli ultimi due travestimenti del fu Renzi – può finalmente parlare chiaro. E uscire dalle fumisterie del politichese che tanta parte hanno avuto nella dannazione del centrosinistra. Il popolo delle primarie, anche se sempre più esiguo (4,3 milioni per Prodi nel 2005, 3,5 per Veltroni nel 2007, 3 per Bersani nel 2009, 2,8 per Renzi nel 2013, 1,8 per il Renzi-bis nel 2017 e 1,6 per Zingaretti l’altroieri), ha risposto ancora una volta ai gazebo. Come sempre avviene, appena la politica offre una sia pur minima occasione di cambiamento. Ma, nella società liquida, il nuovo invecchia in fretta, se non fa nulla per mostrarsi tale. Infatti Renzi, visto cinque anni fa come l’ultima spiaggia contro l’arrembante “antipolitica”, è già il vecchio e chi aveva sperato in lui si affida al suo opposto politico-antropologico: Zingaretti. Il quale dovrà guardarsi da una tentazione che già si sente aleggiare in certi commenti trionfalistici: quella di pensare che la voglia di novità uscita dalle urne il 4 marzo 2018 sia tramontata e che tutte le caselle dell’Ancien Régime possano tranquillamente tornare al loro posto. Zingaretti non è certo nuovissimo, ma alla sua gente sembra tale.E ha vinto così bene proprio perché appare il più lontano da Renzi e il più vicino a un’idea di sinistra ancora tutta da costruire. Compatibilmente con un partito che ha i gruppi parlamentari nominati e pilotati da Renzi&C., decisi a vender cara la pelle col ricatto della scissione. Zingaretti, brava persona e politico navigato, sa distinguere gli amici dai nemici interni. Ora dovrà scegliersi anche quelli esterni. E decidere se l’avversario da battere è la destra a tradizione salviniana con i suoi satelliti berlusconiani e meloniani, oppure se – come ripete il pensiero unico mainstream, sposato in pieno dai Calenda e dai renziani – è quel generico “populismo” o “sovranismo” che somma le mele e le pere, cioè i leghisti e i 5Stelle, accomunati dalla propaganda di Repubblica nella ridicola casella delle “due destre”. Nel primo caso, volente o nolente, il Pd dovrà tentare di staccare i 5Stelle dalla Lega offrendo loro un secondo forno per frenare Salvini, che gioca sempre su due tavoli. Nel secondo, il Pd resterà ibernato nel freezer a cui Renzi l’ha condannato, nell’attesa vana che i voti perduti tornino spontaneamente all’ovile e gli restituiscano il 40% per governare da solo o con quel che resta di B. Se invece quello che solo un anno fa era il secondo partito italiano torna in partita, con o senza la famiglia Renzi, non gli mancano le occasioni per mostrare il suo tasso di cambiamento sulle scelte concrete. Se la linea è ancora “meno Macron e più equità”, cosa intende fare per i 5 milioni di poveri, i 3 milioni di precari e i 7 milioni di lavoratori sotto i mille euro al mese?
I 5Stelle, al netto dei loro pasticci congeniti, han fatto o tentato in un anno per queste categorie più di quanto il Pd in dieci: il pur timido e incompleto dl Dignità (che ha aumentato i contratti stabili e, malgrado le profezie di sventura, non ha provocato licenziamenti di massa); il reddito di cittadinanza che, con tutti i limiti e problemi applicativi che vedremo nelle prossime settimane, è il maggior investimento mai visto per redistribuire ricchezza verso i ceti più deboli; e l’imminente proposta di un salario minimo per tutti annunciata ieri da Di Maio. Su questi temi l’ex LeU è aperta al dialogo (l’ha detto ieri Scotto al Fatto) e la Cgil di Landini pur dovrà dire qualcosa: che farà Zingaretti? Tifare per il fallimento del reddito di cittadinanza, riproporre le ricette del precariato e ignorare i salari da fame, cioè restare il partito di Confindustria, non pare una grande idea. Il governo, almeno fino all’estate, non cadrà e, se poi cadesse, il Pd senza i renziani non avrebbe i numeri in Parlamento per governare col M5S. Il discorso di nuove alleanze si porrà nella prossima legislatura. Ma chi fa politica deve individuare il nemico principale e agire di conseguenza. Finora il Pd si è associato a FI e Lega, con i rispettivi house organ, nella caccia grossa ai 5Stelle. Che si sono indeboliti parecchio (anche col loro contributo). Ma a guadagnarci è stato solo Salvini. Vedremo se Zingaretti capirà chi è il nemico del Pd e del Paese. E cosa farà per combatterlo. Cioè per essere non solo il nuovo segretario, ma anche un segretario nuovo.

La réclame per bimbi: Fozza, Itaia

Tutta Roma è tappezzata di manifesti dove giganteggia l’enorme scritta “Fozza Itaia” con faccine paffute di bambini biondi e sorridenti. Io e Manolita passeggiamo sul lungo Tevere godendoci un gelato. “Cosa significa questa campagna?”, ci chiediamo. ” Forse lanciare un nuovo prodotto per l’infanzia, Chicco, Prenatal? Oppure l’ultima provocazione di Oliviero Toscani?”; ma ci metterebbero la faccia o il nome, dico io. “La lingua incompiuta di questi bambini innocenti nasconde un significato!”, dice Manolita. “E quale? Sono bambini, giocano e comunicano un linguaggio bambinesco…” – “Si, ma qualcuno potrebbe sfruttare la loro ingenuità per farci arrivare un messaggio a dir poco sospetto. Con la scusa dei pargoletti vogliono venderci qualcosa, la pubblicità non guarda in faccia nessuno, neanche i bambini” – “ Non ci credo, guarda come sono sorridenti” – “Sì, ma ce n’è uno …” ribatte Manolita con tono beffardo, “… che ha lo sguardo un po’ incerto, guardalo bene! Con i suoi occhietti semichiusi ci vuole comunicare qualcosa, un suo dubbio, o un imbarazzo, come se volesse dirci: perché sto qui su questo manifesto a pubblicizzare qualcosa che non so cos’è? E più che altro perché i miei genitori mi hanno messo in questa situazione? Certo avranno preso dei soldi è chiaro, ma allora mi dicano chiaramente per chi sto lavorando, a chi sto prestando la mia paffuta faccetta infantile. È un mio diritto! È la promozione di un un biliardino, un trenino, o un pallone da calcio che giustificherebbe lo slogan dal sapore sportivo: Fozza Itaia? Non me lo hanno detto e io per vendetta gli ammollo sta faccetta pensosa. Così imparano a non dire la verità a un povero bambino che non ha nessuna voglia di farsi coinvolgere nel mondo della pubblicità. Figuriamoci quella occulta!”.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

Il Toro è in vena di romanticismi. La Vergine balla (e viaggia) da sola

 

ARIETE – Manuela Raffa ricorda la storia di Eloisa e Abelardo (Piemme): “Chi altri, se non lui, avrebbe potuto comprenderla, renderla migliore? Si arricchivano a vicenda”, sì, ma anche di tormenti e fardelli emotivi, come te col/la partner.

 

TORO – Tu che non sei romantica, ravvediti: “Ci sono libri da scrivere. Gatti da accarezzare. Ci sono ragazze da baciare e, perché no, da farci l’amore”. Guido Catalano (Rizzoli) è un inguaribile ottimista, ma nel tuo caso ci vede lungo: flirt di ritorno.

 

GEMELLI – Nel Problema XXX,1 Aristotele si chiede Perché tutti gli uomini straordinari sono melancolici (Ets), e molto altro: “Come uno è in un certo momento da ubriaco, così è un altro per natura”. Il tuo uomo non è melancolico, ma un po’ ebbro sì: non fidarti delle sue promesse estemporanee.

 

CANCRO – “Non era il momento di imparare a ballare. E non era nemmeno il momento di innamorarsi. Ma quelle piroette e quell’amore la risarcivano da sconfitte e abbandoni”. Ti rubo la vita, dice Cinzia Leone (Mondadori): significa che non ti sta andando affatto male, soprattutto a livello sentimentale.

 

LEONE – Albert Camus ha riscritto per il palcoscenico I demoni (Bompiani): “Bene. Smetterò di vedervi, dato che voi mi sfuggite sempre. So che alla fine vi ritroverò”. Sante parole, peccato che siano rivolte a un demonio d’amico/a: difficilmente si rifarà vivo/a.

 

VERGINE – Annemarie Schwarzenbach ha messo gli Occhi sul mondo (il Saggiatore) e si sente in diritto di consigliarti un viaggio rilassante, lontano dalle grane di lavoro. Dove? In “luoghi che conservano ancora una certa atmosfera romantica benché impregnata dei vapori della benzina”.

 

BILANCIA – “Il mio ‘lasciarmi-tutto-alle-spalle’ termina ogni mattina dopo colazione”: la pigrizia di Joachim Meyerhoff somiglia alla tua. Se è vero, come dice lui, che Tutti i morti volano in alto (Marsilio), tu, al contrario, voli troppo basso, e dormi: datti una mossa perché il collega rivale sta per farti le scarpe.

 

SCORPIONE – Silvio Grocchetti racconta Le forme dell’India (AlpineStudio), non sempre edificanti. Là, ad esempio, “avere una figlia femmina, ancora oggi, è considerato una sciagura”. Anche tu, nei prossimi giorni, avrai qualche problema con una donna più che sciagurata.

 

SAGITTARIO – Devorah Baum si è molto divertita con La barzelletta ebraica (Einaudi), tipo: “Cos’è un maglione ebraico? Un indumento di lana che un figlio indossa quando sua madre ha freddo”. Anche tua madre ha freddo, molto freddo: tocca a te ricucire lo strappo in famiglia, e magari anche il maglione.

 

CAPRICORNO – Alan Hollinghurst ripercorre Il caso Sparsholt (Guanda): “D. si chiedeva se il suo impulso sessuale fosse smodato, e quanti altri uomini dedicassero tanta parte della loro vita al sesso”. Vale anche per te, ma le tue fantasie difficilmente si realizzeranno con l’amante ufficiale.

 

ACQUARIO – “È un gioco che conduce all’empietà, a raggiri, trucchetti e inganni”: lo stesso gioco che stai conducendo tu in ufficio. Attenzione perché finirai come quel povero Relitto di Noel O’Reilly (HarperCollins).

 

PESCI – “Fin da bambina, prima che arrivassero i terroristi, pensavo sempre che mi mancasse qualcosa”: Malala Yousafzai ha imparato a sue spese che lamentarsi è meschino ed egoista. Siamo tutti profughi (Garzanti): ricordatelo la prossima volta che discuterai coi colleghi.

Facce di casta

 

Bocciati

Domande rischiose e risposte estrose

Un incauto Matteo Salvini ha postato un video in cui compare in camicia bianca, al sole, di fronte al mare di Cagliari, e tutto sorridente chiede agli utenti: “Amici, guardate che meraviglia … Ma cosa abbiamo da invidiare al resto del mondo?”. Come non rendersi conto del gigantesco assist fornito al fantasioso e spietato popolo del web? Ecco qualcuna delle inevitabili risposte raccolte: “Un Ministro che lavori ogni tanto?”; “Invidiamo una classe dirigente degna di questo nome”; “Crescita economica? Lavoro? Meritocrazia? Meno corruzione? Lotta alla criminalità? I 49mln che ti sei intascato”; “Bah, non saprei, un po’ di civiltà, un’economia funzionante, un basso tasso di disoccupazione, un governo che si occupi dei problemi del Paese e non solo della propaganda, un po’ di cultura … mah, non mi viene in mente niente”… La domanda è mal posta Matteo, forse volevi chiedere che ore sono.

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Lega Italia, solo musica italiana
Alessandro Morelli, deputato leghista e autore della proposta di legge che prevede l’inclusione di almeno un pezzo italiano su tre nella programmazione radiofonica, ha spiegato ai microfoni di ‘Un giorno da pecora’ le ragioni che hanno mosso il suo ddl sovranista: “La musica è un comparto fondamentale della nostra cultura, un pilastro dell’italianità nel mondo. Dobbiamo valorizzare gli artisti, le nuove proposte, le piccole etichette. E di questo 33% il 10% sarà dedicato proprio a tutti i giovani”. Qualcuno deve dire a Morelli, con calma mi raccomando, che tra quei giovani che mira a valorizzare con la sua proposta c’è anche Mahmood. Chissà come la prenderà.

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Promossi

Movimento Cinque Satelliti (a destra)

Pierluigi Bersani ha commentato la saldatura tra Lega e Cinque Stelle, illustrando il vero rischio di questa anomala alleanza: “Tutte queste robe socio-psicologiche sui populismi sono una sciocchezza. Nel mondo, in Europa, in Italia c’è un fenomeno che si chiama ‘nuova destra’ e che può prendere una piega regressiva perfino con qualche connotazione autoritaria. Questo è il punto. E in questo momento la nuova destra ha un effetto gravitazionale. Quindi, sarà meglio che il M5s allontani il satellite”. E dire che a parlare è quello delle mille metafore, delle mucche nei corridoi, dei tacchini sui tetti: a noi sembra che più chiaro di così non si potesse dire

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Grazie collettivo all’esegeta del Pd

Nella nebbia che ricopre queste primarie democratiche, e che rende così difficile riconoscere analogie e differenze tra i tre candidati, torna utile per orientarsi un minimo la sintesi di Andrea Orlando: “Giachetti dice che bisogna continuare sulla stessa strada: secondo lui non si devono dimettere i gruppi dirigenti ma si deve dimettere il popolo. Zingaretti dice che bisogna cambiare. Martina, invece, non si capisce…”. Menomale che qualcuno ci aiuta a parafrasarli.

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