Se Adamo ed Eva fossero stati bambini è probabile che, posti di fronte al celebre test del marshmallow, avrebbero immediatamente agguantato il dolcetto senza pensarci due volte. Infatti, la scelta avventata compiuta durante la loro vita di adulti – mangiare la mela proibita – dimostra in maniera lampante un deficit di autocontrollo, che fu letale per i nostri progenitori. A sostenerlo è proprio l’inventore del noto test, lo psicologo cognitivista di origine viennese Walter Mischel, scomparso l’anno scorso e di cui in questi giorni esce un libro fondamentale, Il test del marshmallow, edito dalla casa editrice Carbonio. Un saggio che raccoglie cinquant’anni di studi sull’autocontrollo, a partire, appunto, dal racconto di quel primo test compiuto negli anni Sessanta in una scuola materna degli Stati Uniti, che poneva i bambini di fronte al seguente dilemma: scegliere tra una ricompensa da avere subito (un marshmallow), suonando un campanello, oppure aspettare venti minuti e averne una doppia (due marshmallow). Mischel racconta di aver assistito, insieme ai suoi ricercatori, a comportamenti creativi e ironici: bambini che cantavano canzoncine, facevano facce buffe o assurde, si mettevano le dita nel naso, giocavano coi piedi (un bambino cileno, in un esperimento condotto anni dopo sempre da Mischel ma con biscotti a due strati, fu osservato mentre li apriva, leccava via la crema, e li richiudeva facendo finta di niente). Lo psicologo spiega di aver scoperto, seguendo i bambini nel tempo, che maggiore era il tempo che i bambini erano in grado di aspettare, più alto era il loro punteggio per il college, così come il senso di autostima e la capacità di adattarsi a frustrazioni e stress. Addirittura, chi aveva saputo pazientare, da adulto risultava più magro e meno a rischio rispetto a droghe e dipendenze. A partire da quel test, e per tutta la vita, Mischel ha continuato a studiare il tema della “forza di volontà” e delle condizioni che finiscono per vanificarla oppure attivarla (essere di genere femminile, ad esempio, aiuta). Sempre nella convinzione che l’autocontrollo, quando non è eccessivo e ossessivo, è fondamentale per una vita soddisfacente e felice. Le risposte che lo psicologo dà nel libro sono utilissime per cercare di arginare l’educazione dei ragazzini di oggi, incentrata sull’immediata gratificazione e su uno sconfinato consumismo. Mischel avverte: non aiutano la capacità di controllarsi, fondamentale per la vita, madri iperprotettive e asfissianti e in generali figure genitoriali che impediscono l’autonomia. Ma neanche genitori poco coerenti, che non praticano l’autocontrollo su se stessi. Poi, per fortuna, il destino non è segnato e ragazzi incapaci di contenersi possono guarire, ad esempio con la mindfulnesse un addestramento alla consapevolezza. Una cosa è certa però: se il test del marshmallow si dovesse rifare oggi, altro che dolcetto. Al suo posto ci sarebbe un tablet (o un telefonino). E chissà quanti sarebbero capaci di aspettare venti minuti prima di poterlo agguantare.
La Settimana Incom
Promossi
Diva claudia.
“La più sorpresa sono io, non me l’aspettavo per nulla! La prima reazione è stata pensare fosse uno scherzo”. Con grande ironia Claudia Gerini ha commentato la sua nomina a Ufficiale della Repubblica italiana. L’attrice ha ricevuto l’Ordine al merito della Repubblica italiana, onorificenza destinata a “ricompensare benemerenze acquisite verso la nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali, filantropici ed umanitari”. Se siete stupiti anche voi, a convincere il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato l’impegno dell’attrice a favore di bambini e ragazzi affetti da sindrome di Down.
Salvo non sono.
Anche senza le indagini del commissario Montalbano, Vigata si conferma la culla della tv italiana. Sette milioni e 115mila spettatori hanno visto su Rai1 lunedì “La stagione della caccia”. Il film tratto da un romanzo storico di Andrea Camilleri ha vinto la prima serata con il 30,8 per cento di share battendo Canale 5 la replica di Cado dalle nubi con Checco Zalone (13,78 per cento di share).
Sogna ragazzo sogna.
Roberto Vecchioni ha ricevuto la laurea ad honorem per il “Master in arti del racconto” dell’Università Iulm di Milano “per la capacità del professor Vecchioni di comunicare e ispirare generazioni diverse grazie all’alto tasso emotivo presente in tutte le sue opere, sia musicali che letterarie”. Il professore ha ringraziato spiegando: “La parola chiave è cultura, che ci fa continuamente guardare avanti. L’arte è una creazione, un’invenzione perché viene dal dentro di noi. La musica, la poesia e il colore noi ce le strappiamo dal dentro di noi. Ed è un grido di liberazione, di comunione dello stare insieme. Io questo intendo per felicità. E grazie a voi questa felicità ce l’ho tutta nel cuore”.
Non classificati
Spaak amara.
La divina Catherine si confessa ai microfoni dei Lunatici di Radio Due. E parla della (terribile) esperienza sul set de L’Armata Brancaleone: “Per me girare quel film fu un periodo atroce. Sul set riuscivo a stento a trattenere le lacrime. Erano tutti uomini, c’erano poche donne nel film e quando ero sul set ero sola. Mi prendevano in giro, gli uomini poi quando sono in gruppo diventano anche peggio di come sono da soli. Ci fu bullismo nei miei confronti, una cosa molto difficile da gestire per una donna giovane”.
Non sono una signora.
Ci risiamo. La moglie di Paolo Bonolis pubblica qualche foto su Instagram e naturalmente si tratta di foto di vacanza extralusso, regalo di compleanno del marito, alle Maldive. Subito si scatenano gli haters: “Peccato che l’eleganza la classe e la raffinatezza non si possono comprare. Sei una poveraccia signore si nasce”.
Don Marco e i migranti: “Prima di aprire, vedo che faccia hanno”
Don Marco, se un extracomunitario suona alla sua porta, lei gli apre? “Prima guardo che faccia ha… poi apro. Ma io a loro ho dato tutto, prelevando dalle mie disponibilità personali, non dalle casse della parrocchia, perchè quelle non si toccano. Questo è un dramma nazionale, non il problema di un piccolo parroco su cui si è fatta troppa pubblicità”. Non è più un giovanotto, don Marco Scattolon, parroco di Rustega di Camposampiero, nella campagna padovana, visto che di anni ne ha 74. La pubblicità a cui allude è il clamore suscitato dalla cartolina settimanale che scrive alle sue pecorelle. Una settimana fa ha detto che la petulanza degli immigrati nel bussare alla canonica è diventata così insistente da indurlo a traslocare. Per poter dormire ha chiesto ospitalità a un collega. Apriti cielo! Perfino le compassate agenzie di stampa, e non solo i social, hanno messo alla berlina il prete che preferisce la pennichella alla carità.
Non è la prima volta che don Scattolon si fa notare. Anni fa premiò con mille euro le donne che non abortivano, e si prese le reprimende del segretario Pd. Poi invitò in fedeli in chiesa spiegando che non erano tenuti all’obolo, con uno striscione: “Prendi due messe e paghi una”. E per far capire che il Natale non andava profanato dal consumismo scrisse: “Prima la messa e poi il resto”, alludendo ai regali. Adesso è arrivato il tormentone degli immigrati. “Vuole sapere la verità?”. La dica… “Alla mia età vivo da solo, senza perpetua per risparmiare, mi faccio da mangiare da solo, una parente mi lava i vestiti. I mali di stagione, un po’ di bronchite, la tosse, hanno fatto il resto. Così alla sera vado a dormire in canonica a Camposampiero. Ma alla mattina alle 7 sono qui, a fare il mio lavoro di sempre. La messa, i malati, gli affari della parrocchia. Io non scappo…”. Ma le esperienze con gli extracomunitari lo hanno un po’ logorato. Anni fa ospitò un marocchino agli arresti domiciliari, ma l’uomo dovette tornare in carcere. E don Marco disse: “Non si accontentava di quello che gli offrivo, a volte urlava e offendeva dicendo che gli italiani sono egoisti. La carità è paziente, ma almeno sulla terra ha un limite”. E adesso? “Se in casa ne tieni uno, amico chiama amico. Te ne trovi tre o quattro in cucina che bevono il caffè e nemmeno lavano le tazze. A qualcuno di loro ho dato soldi, pagando un posto letto. Li spendevano per la droga o per ubriacarsi e poi tornavano a chiedermene ancora”. La parrocchia come avamposto, sommerso da un problema sociale enorme. “Io li ho anche ospitati in garage, dove stendevo dei materassi per farli dormire. Ma non sapevi mai chi erano e quanti. E magari arrivavano alle 3 di notte, ubriachi. Ho dovuto chiudere anche il garage…”. Ma, continua, “…a malincuore, perchè mi fanno pena. Buttarli fuori è come spostare il problema, portarlo in piazza o alla stazione dei treni, dove scippano e spacciano. Ma così il problema non si risolve. E sa il peggio?”. Quale? “Tutto questo avviene nell’indifferenza della gente”.
Nel nome del figlio: lotta per non dimenticare gli uccisi da Cosa Nostra
E chi l’ha detto che per parlare bisogna usare la voce o i gesti? Augusta parlava con un silenzio siderale. Teso, impenetrabile. E con la scelta di portarlo in giro, quel silenzio, senza risparmio. E di affiancarlo a quello del marito, l’uomo dalla lunga barba bianca che chiunque poteva e può riconoscere in mezzo a mille persone, ancheda lontano. Finché si è spenta, nel silenzio. Chi sa appena qualcosa della lunga storia del movimento antimafia in Italia avrà già capito chi è Augusta. Il destino le aveva riservato la parte di madre del poliziotto Antonino Agostino. Uno di quei ruoli che nessuno vorrebbe mai indossare nella vita.
Il figlio venne ucciso a Palermo nell’estate del 1989, in circostanze fetide, misteriose. Insieme alla giovanissima moglie incinta, come a rendere il delitto ancora più orribile e definitivo. Prese corpo la sagoma dei servizi, e dentro quella sagoma si disegnò una figura speciale, quella del “mostro”, personaggio dal viso deturpato che si dice apparisse ogni volta che a Palermo si celebrava l’unione di mafia e misteri di Stato. Antonino aveva indagato sul fallito attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone, che andò al suo funerale con Paolo Borsellino. E nelle indagini si era incontrato con quelli che ci siamo abituati a chiamare i servizi “deviati”. Nessuno sa che fili avesse toccato o visto. Fatto sta che quella stessa estate i killer vennero a giustiziarlo a Villagrazia di Carini. Augusta Schiera perse insieme figlio, nuora e nipotino.
Fu da quell’improvvisa palla di violenza che nacque il bisogno disperato di giustizia di marito e moglie. Vincenzo, il padre, un omone grande con gli occhi azzurro mare che hanno solo certi siciliani, gridò la sua richiesta di verità e giustizia e annunciò che si sarebbe fatto crescere la barba finché non le avesse ottenute. Mantenne la sua promessa fino a oggi, purtroppo. Perché quella verità, come tante altre, non è mai venuta. E la lunga barba bianca finì per diventare un contrassegno del movimento antimafia, attrazione a ogni corteo per fotografi e cronisti in cerca di immagini forti. Augusta lo accompagnava. Alto e imponente lui, piccola e racchiusa lei. Lui il bianco della barba, lei il nero del lutto. Affettuosa con gli altri familiari, che per quella coppia dignitosa e stremata di dolore hanno sempre avuto un rispetto sacrale, facendone il simbolo di una vicenda collettiva. Un bacio su una guancia e sull’altra a ogni incontro, la domanda su come vanno i figli. Poi il silenzio, con quell’altro nipotino che le cresceva accanto, e diventava sempre più grande a ogni manifestazione, pieno di affetto ammirato per i due nonni indomiti. Erano loro ad aprire la manifestazione di Libera del 21 di marzo, la giornata nazionale della memoria e dell’impegno, che quest’anno avrà una memoria speciale in più da onorare. Dietro lo striscione, e con la loro foto grande al collo: “Poliziotto ucciso: segreto di Stato”, stava scritto negli ultimi anni. Antonino vi era sempre ritratto con Ida, la giovane sposa, nel giorno della felicità, gli abiti del matrimonio. Sorridenti verso il fotografo. Tutto questo dovette concentrarsi nel cuore di Augusta un pomeriggio di marzo a Genova, era il 2012, quando la messa in ricordo delle vittime innocenti si celebrò nel duomo di San Lorenzo.
Officiava il cardinale Bagnasco, forse non del tutto consapevole del patrimonio di ricordi e sentimenti che stava amministrando. Terminata la lettura, dall’altare, dei nomi delle vittime, centinaia di familiari si alzarono di scatto. Vedevo Augusta e Vincenzo, quasi diedero il via. Un applauso infinito sommerse come un’onda la navata centrale verso l’altare. La donna silenziosa batteva le mani senza smettere, rendeva omaggio al figlio, alla nuora, al bimbo mai nato. Durò tutto cinque minuti almeno. Il cardinale, quasi colto di sorpresa, si levò lo zuccotto in segno di rispetto. Il mattino dopo gruppuscoli di antagonisti ebbero fischi per quel corteo che sapeva troppo di divise. Eppure Vincenzo e Augusta non hanno mai fatto sconti allo Stato in nome dello Stato. Lo Stato per loro era soprattutto il figlio. Rivedo lo scorso anno a Bari papà Vincenzo tuonare come mai contro le istituzioni che negano verità e giustizia. Duro, esasperato, come mai l’avevo sentito. Augusta lo guardava dalla prima fila senza parlare ma tutto approvando immobile con lo sguardo. Perché davvero, per parlare, e per parlare al cuore, non sono necessari né la voce né i gesti.
Zero uomini in 4 anni: “I maschi amano gli zerbini, io non voglio sottomettermi”
Cara Selvaggia,
ho 39 anni. Fino ad adesso sono stata innamorata diverse volte, ho avuti diversi fidanzati e uomini, non tantissimi, ma insomma, le mie esperienze me le sono fatte. Come tutte noi ho sofferto tanto, per essere stata tradita, per aver tradito me stessa accettando situazioni sconvenienti, imbarazzanti, umilianti. Ho investito tempo e soldi per ricostruirmi: analista, palestra, yoga, massaggi. Ho passato ore su whatsapp con le amiche intuendo e vivendo sulla mia pelle il concetto di sorellanza, ho letto molti libri, visto molti film, lavorato. Mentre facevo tutte queste cose sono diventata grande, senza accorgermene sono cambiata, sono diventata forte, stabile, sono diventata una mela tutta intera dalla mezza mela che ero con il patema di cercare la metà mancante. E ancora: ho cambiato la mia idea dell’amore, che non contempla più quella massiccia dose di sofferenza e martirio; ho capito cosa voglio da un uomo, su quali aspetti della vita ho margini di negoziazione a zero (alcool, droga, vizi vari, tirchieria, inclinazione compulsiva al tradimento etc). Questo è più o meno ciò che ho fatto in questi ultimi 4 anni, da single. Tante piccole cose che insieme hanno favorito una specie di miracolo: da ragazza sono diventata una donna consapevole del mio valore, delle mie potenzialità, della mia dignità. In questi ultimi 4 anni uomini zero. Non è stata una scelta autoimposta, è semplicemente successo, non ho sofferto. Certo, ci è voluta tanta tanta autoironia. Incontro un paio di mesi fa un uomo mio coetaneo, bello, intelligente, aperto mentalmente, che ha viaggiato tanto, con tanta esperienza. Gli piaccio molto, mi piace molto. Insomma, mi sono detta: cara mia, hai fatto bene ad aspettare! Boom … Mi è scoppiato il cuore di gioia, fisica ed emotiva. E poi, nel giro di pochissime settimane, dopo le sue prime gelosie, i suoi primi toni indagatori, i suoi prima timidi poi sempre più espansivi tentativi di ridimensionare la mia vita prima di lui, sono giunta a una specie di suggestione: ma non è che alla fine gli uomini, anche quelli più evoluti, sotto sotto se lo portano dietro come memoria cellulare questo aspettarsi che la donna debba sacrificare la propria vita, il proprio tempo, le amiche, la famiglia ed essere disponibili, devote, presenti? Ho visto male io, accecata dalla passione e dall’attesa, o c’è un po’ di verità nel mio pensare che in fondo cova sempre, quasi sempre, l’idea che una donna debba mettere se stessa da parte in nome della coppia? A quasi 40 anni, certi errori non voglio farli più, ora come ora non sarei neanche più in grado di farli, ne farei forse altri, ma quello, per esempio, di vivere in funzione di uomo, di sentirmi intera solo con un uomo al mio fianco, di essere sempre disposta a sacrificare il tempo da dedicare alle mie passioni e ai miei affetti, no. Cosa mi è successo? Mi sono inacidita? Sono diventata cinica e fredda? Non sono più capace di amare di quell’amore coniugale così tanto diffuso? Sono io che sto sbagliando qualcosa e penso troppo? Voglio cambiare ancora e migliorarmi, ma non voglio farmi cambiare per essere ridimensionata, da un uomo. Grazie.
Alida
Cara Alida, è il grande interrogativo di chi impara a bastarsi: sono diventata indipendente o anaffettiva? Non conosco la tua risposta, ma una cosa te la posso dire: se hai trovato un coetaneo bello, intelligente, con molta esperienza e di ampie vedute e te lo lasci scappare, a me non sembri né indipendente né anaffettiva, ma, detta appunto con l’affettuosità che mi contraddistingue, solo un po’ cogliona.
11 bimbi sono polli in batteria?
Ho letto della donna con undici figli. Undici figli fatti in 14 anni, da quello che ho capito. Dunque quasi un figlio l’anno. Molto naïf il racconto delle lavatrici che vanno tutto il giorno o dei tre bagni in comune o delle vacanze che non si possono mai fare tutti insieme, però io mi chiedo: come si fa a capire davvero qualcosa di ciascuno dei propri figli quando si allevano così, in batteria? Io ho una figlia adolescente che si chiama Caterina, sono casalinga come la madre degli undici e tutti i giorni, di Caterina, mi perdo qualche pezzo. Una bugia sui compiti, un’uscita al cinema che invece è casa del fidanzato, la minigonna nascosta nella borsa, il profilo Facebook aperto di nascosto. Mi sembra sempre di essere troppo distratta da me stessa per comprenderla come dovrei, per vigilare come dovrei, per insegnarle quanto dovrei. C’è un’educazione sentimentale poi, di cui i figli hanno bisogno, e che non puoi suddividere in 11 micro-pezzetti, è impensabile farlo bene. Ecco, mi domando: la signora sempre incinta, lo sa che crescerà dei figli senza poter essere la loro bussola ma solo quella che prepara undici colazioni al mattino?
Roberta
Così, a sensazione, credo che tua figlia sogni altri dieci fratelli per non sentirti alitare sul suo collo dalla colazione alla buonanotte. Mica lo so chi sta peggio.
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Oro, la soluzione più economica è investire nei contratti ‘future’
Sulla stampa economica abbondano pretesi esperti, che prevedono per il 2019 una salita del prezzo dell’oro. Tutte ciance prive di qualsiasi attendibilità. Chi dispone di informazioni significative sull’andamento futuro dell’oro, come qualche governatore di banche centrali, non le spiffera certo ai quattro venti. Peraltro l’oro non rientra fra gli impieghi da bocciare senza appello, come i francobolli, le monete numismatiche, ecc., ma può rispondere a obiettivi di diversificazione.
I giornali non abbondano però solo di ridicole previsioni. Pullulano anche di indicazioni sugli strumenti, a loro dire, più adatti per investire nel cosiddetto oro finanziario e non fisico. Ovvero senza comperare sic et simpliciter il metallo, bensì agganciandosi alle sue quotazioni. In particolare vengono consigliati Etf (Exchange traded fund), Etc (Exchange traded commodity) e addirittura fondi comuni specializzati su azioni di società aurifere. Tutte alternative – guarda caso! – che spingono nelle grinfie del risparmio gestito. I fondi sono da scartare per l’endemica assenza di trasparenza. Tanto quanto potrebbero apparire accettabile ad esempio l’Etfs Physical Gold, il più trattato alla Borsa italiana fra gli strumenti che replicano il prezzo dell’oro.
Ma perché sobbarcarsi un costo dichiarato dello 0,4% annuo? C’è una soluzione diversa, regolarmente taciuta o addirittura ignorata da quanti scrivono sull’argomento, ma in compenso privilegiata dagli addetti ai lavori. Si tratta dei contratti future sull’oro, scambiati alla borsa merci di Chicago.
Prendiamo un ordine di grandezza adatto a privati investitori: 10 once di oro (311 grammi), attualmente pari a circa 13.000 dollari. Per agganciare tale cifra alle quotazioni del metallo giallo, un risparmiatore compra un contratto detto micro-future e lo rinnova poi regolarmente a scadenza. Con intermediari su Internet, quali Directa o Fineco, le commissioni possono essere bassissime, anche solo un euro per compravendita. C’è poi anche un vantaggio fiscale rispetto agli Etf o Etc: il grosso della cifra resta sul conto non investito sul conto e perciò non assoggettato al bollo dello 0,2%. Quindi in tutto si risparmia uno 0,5% annuo.
Tutto ciò rientra in un discorso più generale. I future, utilizzati spesso in maniera speculativa, possono anche rispondere alle esigenze di un cassettista.
In una mera ottica di diversificazione finanziaria, egli può prendere posizione su una merce o valuta, limitandosi a rinnovare il contratto due volte l’anno, senza cimentarsi a prevedere il futuro.
Il ddl: più concorrenza e medicine libere
Adare un’accelerata alle farmacie ci pensa Pierpaolo Sileri. Il presidente della commissione sanità del Senato, davanti a oltre 2mila titolari di farmacie riuniti a Roma venerdì scorso, ha presentato un ddl che gli addetti ai lavori aspettavano da tempo. Otto articoli, in cui si stabilisce innanzitutto l’aumento del numero di farmacie, in particolare in aeroporti, porti, stazioni ferroviarie e centri commerciali, attraverso un nuovo concorso nazionale. Inoltre, dovrà concludersi in tempi stretti l’assegnazione delle farmacie interessate dal concorso del 2012. L’Aifa inoltre potrà redigere un elenco di farmaci da vendere in qualsiasi esercizio commerciale senza la presenza del farmacista. Ma il titolare di farmacia non potrà esserlo anche del negozio che dispensa quei farmaci per tutelare la concorrenza. Poi si consente al farmacista di alimentare il dossier farmaceutico del fascicolo sanitario elettronico. Oggi infatti può solo consultarlo. Infine, il farmacista sarà anche nei Sert, carceri e navi da crociera. E la creazione di un’unità di farmacia in ospedali, case di cura e centri degenza per collaborare con il personale sanitario nella definizione della terapia.
Auto, l’ecobonus parte in salita. Ecco come funziona l’incentivo
L’ecobonus è partito il primo marzo con un falsa partenza, arrivata peraltro dopo mille polemiche, proteste e incertezze. La misura promossa dal ministero dello Sviluppo economico con una finalità ambientale – scoraggiando l’uso di motori diesel e benzina – non è infatti ancora tecnicamente operativa: lo sconto sul prezzo d’acquisto sulle nuove auto a ridotte emissioni (sono escluse le usate e le chilometri zero) non è pronotabile, perché manca il decreto interministeriale attuativo che istituisce la piattaforma telematica di gestione dell’erogazione dei fondi. È, invece, già operativo il “malus” applicato su tutte le auto più inquinanti. Facciamo chiarezza.
Ecobonus. Ha diritto all’incentivo chi nel periodo compreso tra il primo marzo 2019 e il 31 dicembre 2021 acquista (anche in leasing) e immatricola una macchina nuova con emissioni di anidride carbonica fino a 70 g/km e prezzo di listino fino a 50 mila euro (compresa l’Iva). Ci sono due scaglioni da rispettare: fino a 20 g/km (in pratica solo le auto elettriche) a cui viene concesso un incentivo di 4.000 euro, che arriva a 6mila euro nel caso in cui si rottama l’auto vecchia di proprietà della stessa persona che si intesta la vettura nuova oppure a un suo familiare convivente da almeno 12 mesi (si deve presentare lo stato di famiglia). Tra i modelli, tutti elettrici a batteria, che rientrano in questa agevolazione ci sono: Bmw i3 (39 mila euro di listino), Citroën C-Zero (30.700 euro), e-Berlingo (33 mila euro), Hyundai Ioniq (38 mila euro), Kona (37.500 euro), Mitsubishi i-Miev (29.900 euro), Nissan e-NV200 Evalia (42.900 euro), Leaf (34 mila euro), Peugeot iOn (28.300 euro), Renault Zoe (25.800 euro), Smart Fortwo EV (24.200 euro), Fortwo cabrio EV (27.500 euro), Forfour (24.600 euro), Volkswagen e-Golf (40.100 euro) ed e-Up! (27 mila euro). Mentre nella forbice tra 21 e 70 g/km, che consente di richiedere una riduzione di 1.500 euro e di 2.500 euro con rottamazione, rientrano tutte le ibride plug-in (ricaricabili): Audi A3 Sportback e-tron (39.700 euro), Bmw Serie 2 Active Tourer (38.400 euro), Hyundai Ioniq Plug-in (35 mila euro), Kia Niro Phev (36.600 euro), Optima plug-in hybrid (44 mila euro), Mercedes Glc 350e (57 mila euro), Mini Countryman Cooper S E (39 mila euro), Mitsubishi Outlander Phev (49.200 euro), Toyota Prius Plug-in (41.500 euro). Il bonus viene erogato sotto forma di riduzione di prezzo da parte del concessionario che richiederà il rimborso alla casa automobilistica e che a sua volta lo recupererà come credito d’imposta.
Sul fronte del tempo, mentre da un lato il consiglio è di affrettarsi perché il governo ha stanziato solo 60 milioni per il 2019, 70 milioni per il 2020 e 70 per il 2021 – non molto visto che le auto elettriche e ibride hanno un costo elevato – è pur vero che il Mise ha spiegato “che non si tratta di un click day e di non affrettarsi nei primi giorni”. La procedura, infatti, prevede due momenti distinti: la prima fase di apertura dello sportello dedicata esclusivamente alla registrazione dei concessionari, che potranno iscriversi e caricare i propri dati identificativi. Poi, dopo specifica comunicazione, si aprirà il secondo step e si potrà inserire l’ordine e prenotare l’incentivo.
Del resto, la piattaforma resta nel limbo fino alla pubblicazione del decreto attuativo. E negli ultimi mesi le associazioni che rappresentano le case costruttrici e la filiera non hanno mai smesso di riportare le loro perplessità sulla misura. Intanto in attesa degli incentivi, l’effetto bonus ha prodotto, dal mese di dicembre, un rallentamento della crescita delle vetture a basse emissioni: a febbraio le immatricolazioni sono cresciute appena dello 0,2% (dopo un dicembre a +27% e un gennaio a +4%), contro i rialzi mensili a doppia e tripla cifra registrati nel 2018. L’effetto annuncio, invece, ha influito sulla vendita di alcune vetture colpite dal malus, come suv medi e grandi (rispettivamente +18% e +43% a febbraio) anticipandone l’acquisto.
Ecotassa. L’imposta è, infatti, dovuta dai proprietari di autovetture nuove con emissioni di anidride carbonica superiori a 160 g/km di Co2 (al di sotto non si paga nulla) che, però, variano da modello a modello a seconda del motore e delle dotazioni. Si va da 1.100 euro per chi compra una vettura nuova con emissioni di 161-175 g/km (molte Jeep, Bmw, Audi e Mercedes a benzina), a 1.600 euro per le vetture con emissioni tra i 176 e i 200 g/km (quasi tutti i maxi suv a benzina), a 2.000 euro per le emissioni da 201 a 250 g/km (quasi tutte le Porsche e le sportive) a 2.500 euro per le emissioni oltre 250 g/km (quasi tutte le Ferrari e le Lamborgini). L’imposta va versata tramite il modello F24 da parte dell’acquirente del veicolo o da chi richiede l’immatricolazione. Il versamento va fatto una tantum al momento dell’acquisto, entro il giorno di immatricolazione.
Al Salone di Ginevra va in scena la Guerra Fredda
Passano 200 metri tra la sede dell’Onu e l’Intercontinental Hotel con i suoi proverbiali incontri tra spie. Poco oltre c’è il Palaexpò che da domani ospita il Salone dell’auto di Ginevra. Il diesel è l’armistizio, l’ibrido è la Guerra Fredda, le assenze saranno diplomatiche. Tra i 180 espositori non figurano Jaguar-Land Rover e Infiniti, ma soprattutto Opel, Ds, Hyundai, Ford e Volvo. Parla molto e a sorpresa Fca, con il debutto di una concept che prefigura la Fiat Panda, aspettando info su tempi e tecnica del futuro modello di serie. Colpo inatteso anche per Jeep, con Renegade e Compass in varianti ibride plug-in sul mercato nel 2020, così come vogliono le indiscrezioni sul suv medio di Alfa Romeo. C’è poi del romanzesco nella sfida tra le citycar Renault Clio e Peugeot 208, al lancio contemporaneo sullo stesso binario, già pronta per l’ibrido la prima e per l’elettrico la seconda. Vw a getta nella mischia dei crossover urbani il suo T-Roc R da oltre 300 Cv, Skoda ribadisce con la nuova Kamiq e Audi stordisce con l’elettrica Q4 e-tron. I 95 g/km di CO2 fissati dall’UE per il 2021 tolgono a molti le bollicine dallo champagne, con Mercedes e Bmw che reagiscono estendendo l’ibrido su tutta la gamma. La piccola Honda Urban EV Concept già preoccupa (gli altri) e piace per il suo gusto electro-vintage, mentre i marchi sportivissimi giocano gli ultimi colpi a benzina: Ferrari F8 Tributo, Lamborghini Huracán Evo Spyder o il super suv Bentley Bentayaga Speed. A Ginevra ritorna elettrico il marchio Hyspano Suiza: aveva chiuso i battenti nel 1938. Era il lusso che piaceva alle spie.
Il paradosso dell’ecotassa che sostiene il mercato
Il mercato italiano dell’auto ha un nuovo paladino: l’ecotassa. Senza lo spauracchio della sua introduzione il primo marzo, i numeri di febbraio (-2,4%) sarebbero stati così cupi come quelli di gennaio, quando si era perso il 7,6%. Come mai? Facile: con il tristemente famoso balzello alle porte, gli italiani avrebbero anticipato i loro acquisti a quattro ruote proprio per evitarlo. Peccato che questa sia solo un’illusione. Ad aumentare, massicciamente, sono state invece le auto immatricolazioni dei concessionari, preoccupati di sottrarre la loro preziosa merce alla scure statale. Il problema è che in questo modo si è creata una dose extra di cosiddette Km zero, che andrà smaltita nei prossimi mesi: insomma, l’argine messo alle perdite di febbraio si rivelerà un boomerang nei prossimi mesi, quando si prevedono rovesci più ingenti. Un’ultima riflessione: le analisi del Centro Studi Promotor hanno evidenziato che i 60 milioni stanziati dal governo (e divisi in scaglioni temporali) per l’ecobonus 2019 potranno favorire tra le 10 mila e le 40 mila auto, mentre l’anno passato in Italia ne sono state vendute 1.910.000. È dunque miope pensare che questi provvedimenti, da soli, possano avere impatti significativi sulla qualità dell’aria. “Bisogna studiare, e lo si sta già facendo, qualcosa per incentivare una più rapida sostituzione del parco auto vetture più vecchie, che è quello che genera la maggior parte di inquinamento”, ha detto il viceministro allo Sviluppo economico, Dario Galli. Qualcuno se ne sta accorgendo, finalmente.