Le ragioni dello stallo tra Roma e La Valletta sono note: la Ue, contro ogni logica di solidarietà, prevede che ad accordare l’asilo sia il paese dove il migrante ha posato i piedi e dove ha registrato le impronte digitali. È il regolamento di Dublino, che penalizza gli Stati costieri. Ma, lo scorso giugno, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini ha detto “Basta!”. Da quel momento in tv passano sempre le stesse immagini, prima dal ponte dell’Aquarius, poi da quello del Lifeline, dell’Open Arms e ancora del Sea Watch: si vedono uomini, donne e bambini costretti ad aspettare in mare per giorni o settimane, mentre Italia e Malta (che distano meno di 100 km) si rimbalzano le responsabilità e l’Europa tenta di pervenire a una “soluzione”. Ogni volta, dopo giorni di suspense, una manciata di stati membri volontari improvvisa una bozza di accordo, impegnandosi a ripartirsi almeno i passeggeri richiedenti asilo.
Non si conosce quanti sono i migranti “economici” che sono sbarcati a Malta o in Italia e poi respinti e rinviati nel loro paese d’origine perché privi dei requisiti per chiedere l’asilo politico. In Europa questi migranti sono invisibili. Nessuna istituzione, neanche a Bruxelles, sembra poter chiarire la questione. Mediapart ha indagato e, dopo aver contattato i governi degli Stati membri che si sono impegnati nei salvataggi, pubblica il bilancio delle otto operazioni di ripartizione dei migranti, annunciate nei mesi scorsi con enfasi. Bilancio imperfetto perchè Roma e La Valletta non hanno risposto alle nostre domande e anche perché una parte dei trasferimenti di rifugiati resta tuttora in sospeso. Il risultato è sconcertante: i 28 Stati dell’Ue che hanno firmato la Convenzione di Ginevra e sarebbero obbligati a offrire asilo a chiunque sia “nel giustificato timore di essere perseguitato” nel suo paese, “per ragioni di razza”, “religione” o “per opinioni politiche”. Invece i governi hanno trasformato l’Europa in un grande mercato, negoziando fino al singolo migrante, in funzione delle congiunture politiche interne, pretendendo in certi casi di accogliere solo le donne, lasciando gli uomini, o solo i bambini. E questo nella più “progressista” delle risposte. Nei casi più “estremisti”, la Ue è stata trasformata in un cartello di egoismi nazionali, i cui responsabili rifiutano persino di rispondere al telefono quando una nave umanitaria si avvicina alle coste.
Sedici paesi latitanti
Solo dieci paesi dell’Unione, oltre all’Italia e a Malta, più la Norvegia, si sono offerti, dal giugno 2018, di accogliere i migranti salvati dalle Ong. Non l’Ungheria di Viktor Orbán, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, cioè i paesi del “gruppo di Visegrad”. Anche l’Austria del conservatore Sebastien Kurz è rimasta immobile. Così come la Danimarca e la Svezia. Mentre la Romania si è fatta avanti una sola volta, nel gennaio 2019, quando ha preso la presidenza dell’Ue. Altri paesi hanno fatto “uno sforzo”, ma una sola volta, come Belgio e Slovenia. I due paesi hanno accolto lo stesso numero di migranti: sei rifugiati del Lifeline il primo, sei della Sea Watch il secondo.
La Germania, il paese più esteso d’Europa, ha aperto la frontiera nella maggior parte dei casi, ma non sempre. “Dipende in parte dalla situazione politica interna – ha spiegato l’Ong Pro Asyl di Francoforte -. Il caso della Lifeline, nel giugno 2018, è indicativo: si è verificato nel bel mezzo della querelle di governo tra Angela Merkel e Horst Seehofer (il suo ministro dell’Interno, che incarna la linea dura per i richiedenti asilo, ndr). La Germania aveva deciso allora di non accogliere nessuno”. In otto mesi, secondo i nostri calcoli, solo 157 posti sono stati liberati.
La Francia in prima linea
Solo la Spagna del socialista Pedro Sánchez e la Francia di Emmanuel Macron figurano tra i pochi paesi adempienti (e il Portogallo, proporzionalmente alla sua popolazione). Quando l’Aquarius si era ritrovato per la prima volta a vagare nel Mediterraneo, solo Pedro Sánchez aveva teso la mano ai suoi 629 passeggeri. Ma anche la solidarietà ha i suoi limiti. E Madrid ha di recente bloccato l’Open Arms nel porto di Barcellona e si terrà fuori dai prossimi negoziati con Malta e Italia. E la Francia? Dalla prima crisi dell’Aquarius, la Francia ha risposto presente ogni volta e accolto 349 persone. Non è intervenuta in un solo caso (come tutti gli altri paesi europei o quasi), cioè quando Salvini ha rifiutato di far sbarcare persino i passeggeri raccolti dai guardiacoste italiani (caso della nave Diciotti). Una decisione talmente contraria al diritto da aver spinto un tribunale italiano ad aprire una procedura per “sequestro aggravato” contro il leader della Lega. Il governo italiano aveva finito col cedere e aveva autorizzato lo sbarco, ma solo dopo aver stretto un accordo con l’Irlanda e l’Albania, un paese esterno all’Ue. Una situazione paradossale. L’operazione più collettiva è però del giugno 2018, quando otto paesi si sono fatti avanti per la Lifeline. Da allora “il tasso di redistribuzione” dei migranti è molto variabile, tra il 25% e il 100%, a seconda dei deal che di volta in volta vengono negoziati. Ci sono voluti ben 11 giorni prima di un accordo perché il “carico” della Sea Watch (meno di 50 persone) potesse finalmente sbarcare in Italia il 31 gennaio. E, stando ai nostri calcoli, circa 850 persone sono state redistribuite tra gli Stati volontari dallo scorso giugno: un numero modesto rispetto alle 635.000 persone che hanno presentato richiesta di asilo in Europa nel 2018 e di cui solo un terzo ha ottenuto l’ok – e questo dopo il viaggio per toccare terra!
Gli annunci e i fatti
Se la Francia finora ha mantenuto le sue promesse, Salvini ha rimproverato ad alcuni paesi di non aver mantenuto la parola data. Per esempio, la Germania, che si era impegnata con Roma a accogliere 50 rifugiati tra i 447 migranti salvati nel luglio 2018 da due navi, una britannica e una italiana: invece, a metà febbraio, solo 23 persone avevano raggiunto la Germania, secondo il ministero dell’Interno che a Mediapart avanza “motivi tecnici”. In quella occasione, anche il Portogallo socialista aveva detto sì ad accogliere 50 rifugiati, ma alla fine ne ha presi 19. Citati in un primo tempo per l’accordo concluso con Malta il 9 gennaio scorso (in particolare per dei passeggeri della Sea Watch), i Paesi Bassi sono spariti dalla lista degli Stati volontari, ma non si sa se si sono ritirati, se vi erano stati inclusi senza aver dato il loro consenso, o altro. La Slovenia per esempio non ha ancora trasferito nessuno dei suoi cinque rifugiati. In ogni caso, Salvini non ha lezioni da dare. Nel giugno 2018, il suo stesso governo aveva assicurato che avrebbe preso 50 rifugiati della Lifeline (per convincere Malta a far accostare la nave e quindi sbarazzarsene), ma non ha dato seguito alle sue promesse. Malta ha dunque ricambiato con la stessa moneta alla nave successiva (autorizzata poi a sbarcare in Italia): 50 trasferimenti promessi, neanche uno realizzato.
Le numerose zone d’ombra
“La mancanza di trasparenza riguarda soprattutto il modo in cui l’istruzione delle domande d’asilo è organizzata allo sbarco – sottolinea Laurent Delbos, dell’associazione Forum refugiés en France – e anche le procedure di espulsione portate avanti da Malta e Italia per i passeggeri respinti”. Abbiamo tentato di contattare l’esecutivo maltese (come Roma), ma nessuno ha risposto. In un documento di gennaio, una piattaforma di organizzazioni europee di sostegno ai rifugiati (chiamata Ecre) ha stilato un bilancio severo degli accordi trovati “nave per nave”. Oltre a denunciare il “senso di abbandono” morale e giuridico, il collettivo punta il dito contro il “costo” degli sbarchi improvvisati (200 mila euro spesi dall’Italia per scortare l’Aquarius in Spagna) e contro la “burocrazia”.
Soccorsi militari a rischio
C’è anche di peggio. Non trovando soluzioni, Roma minaccia di mettere fine alla missione Sophia, l’operazione militare navale lanciata dall’Ue nel 2015 per lottare contro i traffici di migranti nel Mediterraneo. Con l’obbligo di soccorrere ogni imbarcazione in difficoltà, le navi della Sophia non solo hanno arrestato 150 sospetti, ma hanno salvato almeno 49.000 vite, tutte sbarcate in Italia, come previsto dal regolamento del 2015. Ma “o le regole cambiano o la missione finisce”, ha tuonato Salvini a fine gennaio su Twitter. Dopo l’allontamento degli aiuti umanitari, l’esclusione dei militari? La ministra della Difesa tedesca, irritata, ha accusato l’Italia di aver sabotato la missione inviando le navi “nelle zone più remote” del Mediterraneo, non frequentate dai trafficanti e lontane dai “corridoi di migranti”. Berlino ha anche ritirato l’unica nave della sua flotta impegnata nella missione! Da allora, Sophia conta solo due navi, una italiana e una francese, e con il mandato che arriva a termine il 31 marzo: o gli europei trovano un nuovo accordo entro quella data, o l’operazione finisce definitivamente.
(traduzione Luana De Micco)