Il risiko delle alleanze: i colossi tedeschi sugli scudi

Va avanti senza sosta il risiko strategico dei costruttori d’auto, col salone di Ginevra alle porte. In prima linea c’è Volkswagen, che sta stringendo alleanze in mezzo mondo: procedono spedite le trattative con Ford per lo sviluppo delle tecnologie di guida autonoma ed elettromobilità. Il colosso tedesco sarebbe pronto a investire 1,5 miliardi di euro in Argo, startup che si occupa di veicoli senza conducente e in cui la casa americana ha una quota di maggioranza. Argo potrebbe diventare il nucleo di un sodalizio paritetico fra le due multinazionali, già in affari per quanto concerne il business dei veicoli commerciali.

Intanto, Volkswagen ha annunciato una partnership con Microsoft per lo sviluppo di software dedicati al mondo automotive e una con Baidu, il motore di ricerca cinese che ha realizzato insieme ad altri 130 partner un consorzio per la ricerca sulla guida autonoma. Si chiama Apollo, è open source, spazia dai sensori al software sino ai prototipi di collaudo e ha già convinto a prendervi parte Volvo e la stessa Ford.

Non stanno a guardare Bmw e Daimler che hanno firmato un memorandum d’intesa per una cooperazione di lungo termine: anche in questo caso l’oggetto della sinergia è l’autonomous driving, partendo dai sistemi di assistenza odierni per arrivare a quelli che in futuro permetteranno al guidatore di schiacciare un pisolino nel tragitto casa-ufficio e che porteranno sul mercato i robo-taxi. Le due aziende hanno inoltre dato vita al servizio di mobilità condivisa ShareNow, nato dalla fusione di DriveNow e Car2go: conta circa 20 mila auto, di cui 3.200 elettriche, sparse in 30 città di 13 Paesi. E, in futuro, non è escluso che la collaborazione possa allargarsi al prodotto.

Per ora balla da sola la coreana Hyundai, che nel prossimo quinquennio investirà circa 35 miliardi di euro: 16 saranno spesi sui nuovi modelli, 8 miliardi per aggiornare la rete produttiva e 12 miliardi per la ricerca sulla guida autonoma, sui sistemi di propulsione elettrici alimentati a batteria o a celle di combustibile (che ricavano elettricità a partire dall’idrogeno).

Viva e vegeta Fca che è pronta a mettere sul tavolo 4 miliardi di euro in cinque stabilimenti ubicati in Michigan: risorse che permetteranno di creare circa 6.500 nuovi posti di lavoro – Trump ringrazia sentitamente – e di aumentare la capacità produttiva di Jeep e Ram, veicoli sempre più richiesti dal mercato. Ma c’è una buona notizia anche per l’industria italiana: da maggio partiranno gli investimenti per la produzione del nuovo modello C-suv di Alfa Romeo nello stabilimento di Pomigliano, dove per l’occasione verranno ammodernate le linee produttive e la pista di collaudo.

“Anita”, biografia col trucco per conversare sulla morte

C’è trucco, in questo libro, allo stesso tempo dichiarato e nascosto. Elkann scrive come se non avesse sessant’anni, e volesse visitare quel pianeta con l’espediente della fiction, al modo in cui fiorenti autori si travestono da vegliardi per un racconto o una pièce teatrale, o un bravo narratore ragiona e si orienta nella testa di un bambino. Il fatto interessante, in questo nuovo e diverso libro di Alain Elkann è che il personaggio fiction del libro ha sessant’anni. Ma anche l’autore ha sessant’anni. Si sa e lo dice. Il lettore deve capire di chi è la malinconia (lieve, ragionata, espressa con riguardo che non la fa pesare sugli altri) appena accennata, con brevi momenti di mestizia che non erano mai esistiti nel mondo letterario di Elkann. È interessante seguire, nelle pagine, il modo in cui Elkann gioca questo ruolo difficile. Certo, lo fa con eleganza e bravura. La prima mossa è non nascondere (senza enfatizzare) la natura autobiografica: ci sono i figli e i luoghi del suo mondo; ci sono, visti da lontano, personaggi che hanno contato molto nella sua vita; ci sono, più o meno travestite, le persone che hanno interessato, divertito, occupato il suo spazio. Ma il grande confidente di questa narrazione-riflessione che usa la straordinaria copertura della social conversation, è la morte. È il confidarsi in pubblico (con noi lettori più che con qualcuno dei personaggi) su quello strano spostamento tra un qui e un là che ci ostiniamo a non capire; e che questo libro risolve in modo rasserenante, attraverso un dibattito sul dove e sul come si deve essere cremati o seppelliti. Porta calore l’ebraismo di Elkann perché la famiglia è il riparo. Ci dice che riposerà accanto a suo padre. Anita? È la compagna giovane mai avuta, compagna che si unisce a lui in questa parte di vita tutta idee, ricordi, fatti e abitudini di un’altra vita già vissuta. Anita “è carne, muscoli, ossa, baci, carezze ( …) Lei ama salse, mostarde, cetrioli, agli, polipo, ricci, melanzane. Le piacciono il cappuccino, la vodka, il vino bianco”. “Finchè c’è vita, Anita avrà quella risata molto sua, forte, indifferente all’etichetta”. Ecco, così carnale e vera e fisicamente integra, Anita nel libro a un certo punto non c’è. L’espediente dell’autore è farle dire “me ne vado”, come nelle commedie in cui urge cambiare scena. Ma forse era inevitabile. È stato tolto lo spazio, il senso, la gioia che sarebbe se lei ci fosse. Quel vuoto, d’altra parte, cambia l’equilibrio della narrazione e fa apparire Anita, come nel titolo, il personaggio più importante. Lei non c’è ma conta, in questo tentativo di trovare un punto di equilibrio (provvisorio, s’intende) fra qui e là. E conta anche il suo autore. Con gli anni è in crescita.

Spostare il Caravaggio? Il folle marketing culturale

È un crudele paradosso quello per cui Caravaggio – che sacrificò successo e vita sull’altare di una verità sbattuta in faccia al mondo – si trova oggi al centro di un infinito gioco di specchi, in cui la verità scompare

È di questi giorni la notizia che la Giuditta che si vuole scoperta nella soffitta di una casa di campagna francese andrà all’asta a Tolosa per la rispettabile cifra di 150 milioni di euro. Se non temessi di sopravvalutare l’intelligenza dei ricchi, scommetterei che l’opera andrà invenduta: perché davvero nessuno che abbia gli occhi può prendere per un autografo questa debole, caricaturale derivazione. Ma la verità sparisce dietro la cortina dello storytelling. Tre anni fa quel quadro fu esposto alla Pinacoteca di Brera, per sdoganarlo accostandolo a un Caravaggio vero. Allora si giurò che non si trattava di una legittimazione commerciale, perché l’opera non sarebbe stata posta sul mercato. Lo storico dell’arte Giovanni Agosti si dimise dal consiglio scientifico di Brera per una questione di “etica comportamentale e deontologia professionale: non si devono accettare le imposizioni del prestatore, a maggior ragione se il prestatore è colui che è deputato a vendere il dipinto”. A distanza di tre anni appare chiaro che Agosti aveva ragione: il mix di incompetenza e mercificazione cui la riforma Franceschini ha affidato i nostri principali musei ha messo il nostro patrimonio culturale al servizio del più scaltro mercato internazionale dell’arte.

Ma il cortocircuito di vero e falso non riguarda solo le attribuzioni: è l’‘uso’ di Caravaggio ad essere oggi straordinariamente controverso.

A Napoli infuria la polemica sull’ennesima richiesta di spostare uno degli apici dell’opera dell’artista, l’enorme e delicata pala con le Sette Opere di Misericordia, per portarla al Museo di Capodimonte, all’immancabile mostra caravaggesca di stagione. Proprio per oggi si aspetta il verdetto del ministero per i Beni Culturali: ma sarebbe irresponsabile autorizzare a correre un rischio così grande per un risultato tanto modesto.

Per di più, questo quadro straordinario è legato indissolubilmente al suo ambiente: dalla metà del Seicento la chiesa del Pio Monte della Misericordia fu rifatta, cucendogliela addosso come un vestito su misura, cosa più unica che rara nella nostra storia. E ancora oggi il Caravaggio presiede alle opere di carità che il Pio Monte continua meritoriamente a compiere. Le Sette opere si legano dunque profondamente a un contesto formale, sociale e morale: in uno di quei rari casi in cui il cuore caravaggesco palpita in un corpo ancora vivo, conficcato tra i vicoli della Napoli più popolare. Proprio quella che Caravaggio innalza sull’altare.

Dopo aver deciso che non dovesse spostarsi per nessuna ragione dal suo altare, nel 1621 i governatori del Pio Monte stabilirono che quest’opera non dovesse essere mai copiata: “A chiunque lo chieda si dica di no, avendo riguardo più presto al pubblico decoro che al privato comodo”. Una bella lezione su come usare oggi non solo Caravaggio, ma tutto il patrimonio culturale, in un tempo che ha invertito l’ordine delle priorità, con l’interesse privato che viene sempre prima di quello pubblico.

Una lezione che non si riesce, tuttavia, ad imparare: anche a Napoli va in scena il gioco degli specchi, con lo scambio tra verità e menzogna. Una violenta campagna di stampa ha appena investito coloro che avevano fatto notare l’insensatezza di spostare di appena due chilometri e trecento metri (tanto distano chiesa e museo) il Caravaggio, mettendone a rischio l’incolumità e lasciando monco un contesto storico. Tanto più che, semmai, la sezione della mostra che sostiene di aver bisogno di confronti diretti tra Caravaggio e caravaggeschi (tutti, peraltro, ripetuti fino alla nausea nei decenni scorsi) potrebbe essere allestita nella chiesa stessa, senza far viaggiare il quadrone.

Ma niente: perfino lo stimato parroco della Sanità ha lamentato, sulle pagine napoletane di Repubblica, che “quanto più si provi ad allargare e includere la maggior parte delle persone nella conoscenza di tesori nascosti e patrimoni magari ignorati, tanto più si compattino piccole schiere di ‘depositari’, sparute corti di ‘esperti’ o presunti tali che si sono autopromossi sul campo. Sono quelli che potremmo chiamare: i ‘professionisti del no’”. E l’antropologa Mariella Pandolfi ha parlato addirittura di un “immobilismo” frutto di “una sterile resistenza ad osare”. Parole in libertà, che per virulenza e ignoranza dei dati di fatto sembrano ricalcare le invettive renziane contro “i professoroni del No”.

Inutile spiegare che il quadro è già visibile a tutti, e in un luogo certo più popolare e accessibile di Capodimonte. Per non dire che, se c’è un immobilismo, è proprio quello di un’industria delle mostre che non sa immaginare nulla che non sia il trasloco perpetuo dei poveri ‘capolavori assoluti’. Un’industria che prende e consuma: senza restituire a Napoli nulla, né sul piano culturale né su quello civile né su quello economico.

Le derivazioni scambiate con gli originali, i musei con i supermercati, la rendita con la fantasia, la cultura con il marketing, l’assenza di idee con l’innovazione, la verità con la menzogna: non c’è pace per Caravaggio.

Come l’Europa mercanteggia sulla divisione dei rifugiati

Le ragioni dello stallo tra Roma e La Valletta sono note: la Ue, contro ogni logica di solidarietà, prevede che ad accordare l’asilo sia il paese dove il migrante ha posato i piedi e dove ha registrato le impronte digitali. È il regolamento di Dublino, che penalizza gli Stati costieri. Ma, lo scorso giugno, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini ha detto “Basta!”. Da quel momento in tv passano sempre le stesse immagini, prima dal ponte dell’Aquarius, poi da quello del Lifeline, dell’Open Arms e ancora del Sea Watch: si vedono uomini, donne e bambini costretti ad aspettare in mare per giorni o settimane, mentre Italia e Malta (che distano meno di 100 km) si rimbalzano le responsabilità e l’Europa tenta di pervenire a una “soluzione”. Ogni volta, dopo giorni di suspense, una manciata di stati membri volontari improvvisa una bozza di accordo, impegnandosi a ripartirsi almeno i passeggeri richiedenti asilo.

Non si conosce quanti sono i migranti “economici” che sono sbarcati a Malta o in Italia e poi respinti e rinviati nel loro paese d’origine perché privi dei requisiti per chiedere l’asilo politico. In Europa questi migranti sono invisibili. Nessuna istituzione, neanche a Bruxelles, sembra poter chiarire la questione. Mediapart ha indagato e, dopo aver contattato i governi degli Stati membri che si sono impegnati nei salvataggi, pubblica il bilancio delle otto operazioni di ripartizione dei migranti, annunciate nei mesi scorsi con enfasi. Bilancio imperfetto perchè Roma e La Valletta non hanno risposto alle nostre domande e anche perché una parte dei trasferimenti di rifugiati resta tuttora in sospeso. Il risultato è sconcertante: i 28 Stati dell’Ue che hanno firmato la Convenzione di Ginevra e sarebbero obbligati a offrire asilo a chiunque sia “nel giustificato timore di essere perseguitato” nel suo paese, “per ragioni di razza”, “religione” o “per opinioni politiche”. Invece i governi hanno trasformato l’Europa in un grande mercato, negoziando fino al singolo migrante, in funzione delle congiunture politiche interne, pretendendo in certi casi di accogliere solo le donne, lasciando gli uomini, o solo i bambini. E questo nella più “progressista” delle risposte. Nei casi più “estremisti”, la Ue è stata trasformata in un cartello di egoismi nazionali, i cui responsabili rifiutano persino di rispondere al telefono quando una nave umanitaria si avvicina alle coste.

 

Sedici paesi latitanti

Solo dieci paesi dell’Unione, oltre all’Italia e a Malta, più la Norvegia, si sono offerti, dal giugno 2018, di accogliere i migranti salvati dalle Ong. Non l’Ungheria di Viktor Orbán, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, cioè i paesi del “gruppo di Visegrad”. Anche l’Austria del conservatore Sebastien Kurz è rimasta immobile. Così come la Danimarca e la Svezia. Mentre la Romania si è fatta avanti una sola volta, nel gennaio 2019, quando ha preso la presidenza dell’Ue. Altri paesi hanno fatto “uno sforzo”, ma una sola volta, come Belgio e Slovenia. I due paesi hanno accolto lo stesso numero di migranti: sei rifugiati del Lifeline il primo, sei della Sea Watch il secondo.

La Germania, il paese più esteso d’Europa, ha aperto la frontiera nella maggior parte dei casi, ma non sempre. “Dipende in parte dalla situazione politica interna – ha spiegato l’Ong Pro Asyl di Francoforte -. Il caso della Lifeline, nel giugno 2018, è indicativo: si è verificato nel bel mezzo della querelle di governo tra Angela Merkel e Horst Seehofer (il suo ministro dell’Interno, che incarna la linea dura per i richiedenti asilo, ndr). La Germania aveva deciso allora di non accogliere nessuno”. In otto mesi, secondo i nostri calcoli, solo 157 posti sono stati liberati.

 

La Francia in prima linea

Solo la Spagna del socialista Pedro Sánchez e la Francia di Emmanuel Macron figurano tra i pochi paesi adempienti (e il Portogallo, proporzionalmente alla sua popolazione). Quando l’Aquarius si era ritrovato per la prima volta a vagare nel Mediterraneo, solo Pedro Sánchez aveva teso la mano ai suoi 629 passeggeri. Ma anche la solidarietà ha i suoi limiti. E Madrid ha di recente bloccato l’Open Arms nel porto di Barcellona e si terrà fuori dai prossimi negoziati con Malta e Italia. E la Francia? Dalla prima crisi dell’Aquarius, la Francia ha risposto presente ogni volta e accolto 349 persone. Non è intervenuta in un solo caso (come tutti gli altri paesi europei o quasi), cioè quando Salvini ha rifiutato di far sbarcare persino i passeggeri raccolti dai guardiacoste italiani (caso della nave Diciotti). Una decisione talmente contraria al diritto da aver spinto un tribunale italiano ad aprire una procedura per “sequestro aggravato” contro il leader della Lega. Il governo italiano aveva finito col cedere e aveva autorizzato lo sbarco, ma solo dopo aver stretto un accordo con l’Irlanda e l’Albania, un paese esterno all’Ue. Una situazione paradossale. L’operazione più collettiva è però del giugno 2018, quando otto paesi si sono fatti avanti per la Lifeline. Da allora “il tasso di redistribuzione” dei migranti è molto variabile, tra il 25% e il 100%, a seconda dei deal che di volta in volta vengono negoziati. Ci sono voluti ben 11 giorni prima di un accordo perché il “carico” della Sea Watch (meno di 50 persone) potesse finalmente sbarcare in Italia il 31 gennaio. E, stando ai nostri calcoli, circa 850 persone sono state redistribuite tra gli Stati volontari dallo scorso giugno: un numero modesto rispetto alle 635.000 persone che hanno presentato richiesta di asilo in Europa nel 2018 e di cui solo un terzo ha ottenuto l’ok – e questo dopo il viaggio per toccare terra!

 

Gli annunci e i fatti

Se la Francia finora ha mantenuto le sue promesse, Salvini ha rimproverato ad alcuni paesi di non aver mantenuto la parola data. Per esempio, la Germania, che si era impegnata con Roma a accogliere 50 rifugiati tra i 447 migranti salvati nel luglio 2018 da due navi, una britannica e una italiana: invece, a metà febbraio, solo 23 persone avevano raggiunto la Germania, secondo il ministero dell’Interno che a Mediapart avanza “motivi tecnici”. In quella occasione, anche il Portogallo socialista aveva detto sì ad accogliere 50 rifugiati, ma alla fine ne ha presi 19. Citati in un primo tempo per l’accordo concluso con Malta il 9 gennaio scorso (in particolare per dei passeggeri della Sea Watch), i Paesi Bassi sono spariti dalla lista degli Stati volontari, ma non si sa se si sono ritirati, se vi erano stati inclusi senza aver dato il loro consenso, o altro. La Slovenia per esempio non ha ancora trasferito nessuno dei suoi cinque rifugiati. In ogni caso, Salvini non ha lezioni da dare. Nel giugno 2018, il suo stesso governo aveva assicurato che avrebbe preso 50 rifugiati della Lifeline (per convincere Malta a far accostare la nave e quindi sbarazzarsene), ma non ha dato seguito alle sue promesse. Malta ha dunque ricambiato con la stessa moneta alla nave successiva (autorizzata poi a sbarcare in Italia): 50 trasferimenti promessi, neanche uno realizzato.

 

Le numerose zone d’ombra

“La mancanza di trasparenza riguarda soprattutto il modo in cui l’istruzione delle domande d’asilo è organizzata allo sbarco – sottolinea Laurent Delbos, dell’associazione Forum refugiés en France – e anche le procedure di espulsione portate avanti da Malta e Italia per i passeggeri respinti”. Abbiamo tentato di contattare l’esecutivo maltese (come Roma), ma nessuno ha risposto. In un documento di gennaio, una piattaforma di organizzazioni europee di sostegno ai rifugiati (chiamata Ecre) ha stilato un bilancio severo degli accordi trovati “nave per nave”. Oltre a denunciare il “senso di abbandono” morale e giuridico, il collettivo punta il dito contro il “costo” degli sbarchi improvvisati (200 mila euro spesi dall’Italia per scortare l’Aquarius in Spagna) e contro la “burocrazia”.

 

Soccorsi militari a rischio

C’è anche di peggio. Non trovando soluzioni, Roma minaccia di mettere fine alla missione Sophia, l’operazione militare navale lanciata dall’Ue nel 2015 per lottare contro i traffici di migranti nel Mediterraneo. Con l’obbligo di soccorrere ogni imbarcazione in difficoltà, le navi della Sophia non solo hanno arrestato 150 sospetti, ma hanno salvato almeno 49.000 vite, tutte sbarcate in Italia, come previsto dal regolamento del 2015. Ma “o le regole cambiano o la missione finisce”, ha tuonato Salvini a fine gennaio su Twitter. Dopo l’allontamento degli aiuti umanitari, l’esclusione dei militari? La ministra della Difesa tedesca, irritata, ha accusato l’Italia di aver sabotato la missione inviando le navi “nelle zone più remote” del Mediterraneo, non frequentate dai trafficanti e lontane dai “corridoi di migranti”. Berlino ha anche ritirato l’unica nave della sua flotta impegnata nella missione! Da allora, Sophia conta solo due navi, una italiana e una francese, e con il mandato che arriva a termine il 31 marzo: o gli europei trovano un nuovo accordo entro quella data, o l’operazione finisce definitivamente.

(traduzione Luana De Micco)

Pallotta & C. fate qualcosa, la Roma esca dall’agonia

Cari Monchi, Totti, Baldissoni, sabato sera osservando la vostra espressione disperata in tribuna all’Olimpico, mentre in campo la squadra del nostro cuore ci infliggeva l’estrema ignominia, ripensavo a quella frase che dice: meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine. Oramai, senza fine è lo spavento, meglio l’agonia, con cui conviviamo dall’inizio del campionato. Vi dico soltanto che a ogni partita della Roma, noi vittime predestinate giochiamo con una specie di roulette russa che consiste nell’indovinare quale altro orrore ci verrà riservato da chi indossa la maglia giallorossa. La scorsa settimana, dopo il gol lampo del Frosinone mi sono detto: vuoi vedere che dopo averle buscate dalle ultime della classe Bologna, Spal, Udinese; dopo aver rischiato di perdere con l’ultimissima, il Chievo.

Dopo avere subito dal Cagliari il gol del pareggio all’ultimo secondo (noi undici loro nove); dopo essere stati maciullati dalla Fiorentina 7 a 1; dopo il furto con destrezza perpetrato ai danni della squadra di Mihajlovic; vuoi vedere che riusciamo a farci mettere sotto anche dai ciociari che non vincono in casa dalla prima guerra punica? C’è mancato poco. Qualcuno dirà: e la vittoria all’andata contro la Lazio?, e il partitone contro il Porto? Fanno parte dell’agonia: di quei momenti effimeri nei quali la vita sembra riprendere ma che rendono più tragico il coma successivo. Alla fine, dopo la vergogna, la mortificazione, il disgusto che ho, che abbiamo e che forse pure voi avete provato l’altra sera (Pallotta di sicuro: lui è un disgustato permanente) mi sono arreso: a questo punto meglio una fine spaventosa. Nel senso che Pallotta, visto che il padrone è lui, prenda una volta per tutte una decisione da padrone e accada quel che deve accadere. E dunque, basta accanimento terapeutico: non se ne può più dei vertici notturni sulla sorte di Di Francesco, che avrà commesso tutti gli errori di questo mondo ma che non merita questa infame e ridicola graticola. E dunque: si annunci con comunicato ufficiale che in panchina resterà lui fino alla fine del calvario, perfino se dovesse perdere tutte le rimanenti gare (ipotesi non peregrina dopo quanto visto). O lo si congedi subito. Per metterci chi al suo posto? Non sono pagato per questo, voi sì e profumatamente. Penso però che Daniele De Rossi allenatore-giocatore (con a fianco qualcuno con il tesserino federale, per esempio il padre Alberto grande mister della Primavera) sarebbe la scelta più naturale, più sensata, più gradita dalla squadra, ma soprattutto quella più popolare. Perciò temo che non se ne farà nulla. Saluti e ci vediamo al prossimo obbrobrio.

I pini di Roma sono in ginocchio: un assaggio del flagello in arrivo

Come i topi morti nella Peste di Albert Camus. Ed è ben più che l’immondizia o – ancora peggio – il becchettare dei pennuti sulle carcasse dei roditori arpionati per strada, tra i sanpietrini. Quel che descrive l’oscuro sgomento di una città qual è Roma è, infatti, il disseminarsi di alberi caduti. Roma, impreparata rispetto alla primavera in arrivo, scorge il segno ultimo per se stessa nell’inginocchiarsi dei pini – per non rialzarsi più – di fronte a venti che non sono i refoli del Ponentino bensì stantuffi di catarro, urti del malumore, colpi d’aria che svelano nel crac dei tronchi il presagio. Come quei ratti di Camus, appunto: un assaggio di flagello. Gli dei se ne sono andati, dunque, e non sono rimaste per il marciapiede dell’Urbe che le squame marcite delle cortecce. L’imperatore Tiberio, a Capri, inalava la fragranza pastosa della resina degli alberi. È il pino del Pino silvestre dei papà, ancora un profumo, un dopobarba per uomini compiuti. E indimenticabili. Quell’appiccicaticcio è linfa, vera e propria spuma di lingam, quello di Shiva il cui combattimento sconfina nell’amplesso. Nell’isola – ma nel Mediterraneo in genere – il Pino marittimo fa da contrappunto alla Macchia, dà luogo allo smarrimento proprio di chi è Travolto da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto, come nel capolavoro del 1974 di Lina Wertmuller. Contorto e disturbante, il pino – che è dionisiaco – nel Sud del Sud dei Santi si contrappone alla solare e pacificante raggera della palma, la pianta dell’armonia apollinea. Se il fogliame di questa è frescura, pudicizia e sacralità, gli aghi di quello non diventano neppure concime, ma a meno che non vengano bruciati, macinati e polverizzati insieme alle sterpaglie della poltiglia autunnale. La palma è il Paradiso nella raffigurazione della Cappella Palatina, a Palermo (è anche la boccetta di Ortigia, il profumo lime per la precisione), il pino – invece – è il lume di struggimento del cupo oblio. Il frutto della palma è il dattero, quelli dei pini sono i pinoli. E sono gusci da cui cavare. Il pino chiede di essere sempre potato. Cresce e guadagna l’altezza lasciandosi cadere – come fossero cascami – i rami dimenticati in basso. I forestali del sud ne fanno un corteo orgiastico, gli stagionali vi si graffiano come a tatuarsi di echi remoti. Il pino è l’addio al mondo voluto da Luigi Pirandello alla cui ombra il maestro del Kaos scrive, ne fa la sua tomba anche se oggi l’albero è secco, segato via. La mano feroce del contrappasso del Fu Mattia Pascal ha tolto la maschera e ha lasciato il volto: la dura pietra dove sono interrate le ceneri s’è orbata del pennacchio, non c’è altra ombra che la notte. Il pino è scena, è la pioggia di Gabriele d’Annunzio, è il crepitio che dura, lo spirto d’arborea vita vivente. Il pino orna nel disadorno. Quando Biagio Pace scava intorno alla meraviglia di Eraclea Minoa, l’antica città greca, vi porta in visita il presidente del Consiglio dei Ministri. Lo accompagna sull’altura da dove si può ammirare lo splendore sul limitare della costa agrigentina e però lì – ecco – c’è tutta una bruttura di casupole che va a lordare l’apparizione del luogo dove Minosse ebbe ad acchiappare Dedalo. Il Capo del Governo dispone allora di piantumare i pini. A ornamento dei disadorni ruderi, a custodia delle sacrissime pietre. Un assaggio di sublime. Per non fare più andare via gli Dei.

Ipotesi clerical-complottiste su Pell (e Ferrara si guadagna il Paradiso)

Sono ormai quattro anni che la destra tradizionalista fa la guerra a Francesco – a far data dalla bufala del tumore al cervello di Bergoglio, nel 2015 – e dopo aver invocato persino un intervento mariano per far morire il pontefice (l’arcivescovo emerito di Ferrara Luigi Negri dixit), adesso l’ultima speranza dei farisei della Dottrina è costringere il papa argentino a dimettersi per gli scandali della pedofilia clericale.

Ovviamente, il riferimento è all’uso a scoppio ritardato dei dossier di monsignor Carlo Maria Viganò, ormai testi sacri per il network anti-bergogliano. Così ci si aspettava che anche la clamorosa condanna in Australia del cardinale George Pell, di fatto il numero tre delle gerarchie vaticane e simbolo del riformismo bergogliano in materia di economia, venisse usata come una clava dalla destra clericale contro Francesco, per giunta alla fine del sinodo sugli abusi in cui la Chiesa si è cristianamente umiliata dinnanzi al mondo.

E invece no. A parte l’esultanza della Verità di Maurizio Belpietro (28 febbraio), che ha messo all’indice le dieci “figurine” della corte francescana sommerse dalla vergogna degli scandali, il fronte conservatore italiano si è schierato contro la sentenza australiana per fatti avvenuti più di vent’anni fa, nel 1996.

Il più assertivo è stato Giuliano Ferrara sul Foglio. Già ateo devoto e sostenitore del teologo Ratzinger, l’Elefantino con due roboanti articolesse (27 e 28 febbraio) ha denunciato “il clima persecutorio infame” in cui è avvenuta la condanna di Pell. Motivo? Mettere in ginocchio la Chiesa e spianare la strada a “un nuovo credo scristianizzato del sesso, della riproduzione, della famiglia e del gender senza Dio né legge”.

A seguire la linea di Ferrara anche due tra i protagonisti della guerra a Bergoglio: il vaticanista Marco Tosatti, “portavoce” dei dossier di monsignor Viganò, e lo storico Roberto de Mattei della Fondazione Lepanto, e che non ha mai smentito di essere stato l’autore dei manifesti anonimi contro papa Francesco, due anni fa. Tanto vigore ha spalancato a Ferrara pure le porte del Paradiso, secondo padre Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria: “Giuliano, per la sua onestà intellettuale, si è ritagliato, forse suo malgrado, un posto in Paradiso”.

Matteo Salvini, la Suburra del sud e il figlio del boss incensurato

E Salvini vola nei sondaggi. Si allarga, si espande, e dopo le elezioni europee si porterà a casa un 36 per cento di voti. Un bottino che gli consentirà di giocare su più tavoli. Quello giallo dei grillini ridotti malissimo, quello azzurro del Cavaliere risorto, e, udite udite, finanche quello rosso slavato di un Pd acefalo. E intanto il ministro del Medioevo gira paesi e città, stringe mani, sorride. Soprattutto al Sud.

Bene, a questo punto tu, caro Coen, penserai che il pensiero politico di Matteo sia così raffinato da risultare affascinante, convincente. Non vorrei deluderti, ma non è così. Salvini ripete da vent’anni e più le stesse cose su meridionali, immigrati, oggi ha aggiunto la riapertura dei bordelli, perché quella va sempre bene, ma al Sud delle sue parole d’ordine bagnate della bava dell’odio, se ne strafottono. Più che alle solennissime minchiate del ministro, puntano al sistema di potere che si costruirà attorno alla Lega vincente nei comuni, nelle regioni, nelle Asl da spolpare. Vecchi arnesi del vecchio fascistume che pascolava in Alleanza Nazionale, pezzi dell’Udc, tanta Casa Pound. E Poi quel mondo di mezzo che non esiste solo su Netflix, ma in tutta Italia.

Quella Suburra fatta di affaristi, ambasciatori dei boss, che ha sempre detto la sua sulla politica. Così in Calabria, in Sicilia, Puglia e Campania. I giornali locali annunciano la visita del Ministro ad Avellino, lo annuncia Damiano Genovese, capogruppo uscente della Lega al Comune. Un giovane politico incensurato e voglioso di una carriera politica fulminante. Suo padre no. È in galera perché ritenuto ‘o capo clan del Partenio. Arriverà Salvini e stringerà mani, farà selfie e primi piani. Anche col consigliere incensurato figlio del boss. Prima gli italiani.

I migranti e razzismo, l’insegnamento di San Zenone

C aro Enrico, lunedì scorso sono stato a San Zenone al Po, per il funerale di Paolo Brera, il mio più caro amico. Ora riposa accanto al padre Gianni e al fratello maggiore Carlo. Il paese conta 600 anime, ma vanta un alto tasso d’istruzione – me lo disse Paolo – tanto che i pavesi lo chiamano San Zanòn, duturòn, San Zenone, dottoroni. È attraversato dall’Olona. Accanto al ponte che lo scavalca, un’opera in acciaio ritrae un’enorme zanzara, il fastidioso insetto che flagella queste lande. L’autore è Vittorio Francalanza, scultore locale che fece arrabbiare un po’ di gente quando riprodusse un gufo, per molti portatore di sventure…

Nel portico del municipio campeggiano alcune targhe dedicate ai concittadini più celebri. Come Guglielmo Maffi, “maestro di sapere, di vita e di bontà”, il quale “intieramente socialista visse amò e sofferse per la sublime idea”. Morì a 81 anni, nel novembre del 1944. Un altro Maffi, Fabrizio (1868-1955), pure lui “pioniere del socialismo”, era “medico dei poveri”. E i poveri, ai tempi in cui esercitò il mestiere, erano la gran parte degli abitanti. Fame e alluvioni, ritmavano le stagioni della vita. Fabrizio fu dirigente comunista e a livello internazionale, “dedicò la vita intera agli ideali del popolo e affrontò serenamente il carcere, violenza, persecuzione”. Né mai “piegò”. Educò “con l’esempio alla giustizia alla libertà tre generazioni di combattenti, il popolo che lo amava lo elesse a rappresentarlo in sei legislature”. E ancora, Marco Rodolfi, “apostolo dell’insegnamento popolare, araldo dell’educazione nazionale”. Maestro a San Zenone dal 1866 al 1903, “lo ricorda questa sua terra cui legò il culto della scuola”. Di certo, costoro si sarebbero battuti contro chi nega il valore dell’accoglienza, contro l’antisemitismo e il razzismo. Avrebbero marciato a Milano sabato 2 marzo al corteo per la difesa dei diritti “People, prima le persone”, e celebrato dopodomani la Giornata dei Giusti dell’Umanità. Lo ha fatto Lega Calcio e Figc negli stadi di serie A sabato e domenica scorsi.

Il volo di Chiesa, l’ultimo simulatore

Che Federico Chiesa, 21enne attaccante della Fiorentina, sia una grande promessa del calcio italiano è un fatto; si dibatte molto, invece, sul suo diritto di entrare a far parte fin da ora di quella categoria di calciatori destinati a passare alla storia, tipo Neymar, come simulatori. In attesa di capire che intende fare della sua immagine il ragazzo, va detto che molto c’è da imparare, in materia. Perchè a buttarsi per terra in area senza essere toccati son capaci tutti: ma sono le finezze a fare la differenza.

Dida,per esempio, che fu portiere del Milan dal 2002 al 2010 e vinse due Champions League, si superò una sera sul campo del Celtic Glasgow: era il 2007, Dida incassò un gol da pollo nel finale (1-2) e un tifoso, nella bolgia generale, entrò in campo per sbeffeggiarlo dandogli un buffetto e fuggendo via. Sorpreso, Dida si mise a inseguirlo quando a un certo punto, come colpito da fulmine, stramazzò a terra. La cosa bella è che si fece portare fuori in barella manco fosse morto, al punto che l’UEFA lo squalificò per 2 giornate (il Milan evitò di fare ricorso). Ai mondiali del 2002, durante Brasile-Turchia, a salire in cattedra fu Rivaldo che nel finale, sull’1-0, aspettava palla per battere un calcio d’angolo. Un giocatore turco, Hakan Unsal, gliela lanciava con rabbia ad altezza coscia e lui, a un passo dal guardalinee, decideva di crollare a terra coprendosi il volto. Risultato: Hakan Unsal espulso. Un po’ come Dybala che in un Torino-Juventus, toccato in corsa da Acquah ad altezza petto, piroettò a lungo in aria per poi schiantarsi al suolo, le mani al volto (Acquah ammonito); lo stesso Dybala che in Spal-Juventus, si era esibito in un tuffo carpiato alla sola vista di Schiattarella, che a un metro di distanza, senza nemmeno averlo sfiorato, rimase a guardarlo salire in cielo manco fossimo a Cape Canaveral. Dilettanti, comunque, al confronto del mitico Bryan Carrasco, centrocampista del Cile, che in un match contro l’Ecuador, trovandosi alle spalle di un avversario su una rimessa laterale, gli prese una mano, se la sbattè con violenza sul viso e andò al tappeto facendo segno di essere stato colpito.

Oggi però di moda vanno soprattutto gli sbirciatori. Il cui socio fondatore è Busquets del Barcellona che durante Barça-Inter 1-0 (Champions 2010), sfiorato a una spalla da Thiago Motta in corsa, precipitò a terrà coprendosi il viso e dimenandosi: e ogni tanto dando una sbirciata all’indirizzo dell’arbitro, a favore di telecamere, per vedere l’effetto prodotto dalla sua sceneggiata (Motta espulso, ed era la mezzora). Proprio come il macho Chiellini in Svezia-Italia 1-0 (per far cacciare Berg: respinto con perdite) e il macho Bonucci in Atletico-Juventus 2-0 (per far annullare il gol di Gimenez: respinto con perdite), i due guerrieri vanto della Juve e della Nazionale. E poi ci sarebbero anche gli arbitri che simulano di essere arbitri: come Tiziano Pieri, che in Bologna-Juventus 0-1 (2004) vide Cannavaro (Juve) sgambettare Thuram (Juve) inseguendo Cipriani (Bologna) lanciato a rete e fischiò punizione per fallo di Cipriani; o come Mazzoleni, che in Juventus-Genoa 3-2, sul 2-2, fece trillare il fischietto dopo che Del Piero, inseguito da Papastathopoulos, si auto-sgambettò fuori area per farsi dare punizione. Con sorpresa, si vide assegnare il rigore.