La democrazia digitale resta sospesa tra Sparta e Atene

II 18 di febbraio la base del M5S –59 per cento contro 41 –ha deciso che Matteo Salvini non sarà processato per la vicenda della nave Diciotti. Che poco più di 50.000 utenti di una piattaforma online possano decidere del futuro del governo e della colpevolezza di un ministro della Repubblica è rappresentazione plastica di una nuova era: quella del “Partito Digitale”. E non c’è guida migliore per orientarvisi del recente volume di Paolo Gerbaudo (direttore del centro per la cultura digitale del King’s College di Londra): The Digital Party.

Gerbaudo ci spiega che la promessa dei Partiti Digitali è di rinverdire i fasti della democrazia diretta sul modello ateniese: la partecipazione che diventa potere decisionale, senza intermediazione. E tuttavia il modello dominante nelle piattaforme online di formazioni come il M5S è piuttosto un “plebiscitarismo 2.0” (come lo chiama Gerbaudo), nel quale una leadership ristretta detiene il potere, e il ruolo ritagliato per la base è di ratificare per acclamazione quanto deciso dal vertice. Il vertice, dal canto suo, per ottenere il risultato desiderato non si fa scrupolo di ricorrere a una propaganda interna martellante e alla manipolazione del quesito. Lo abbiamo visto in questo caso: sì per dire no, no per dire sì e una domanda che in realtà ha pochissimo a che fare con la questione su cui il parlamento era chiamato ad esprimersi.

Allo storico del mondo greco questo modello, paradossalmente, non ricorda tanto la democrazia ateniese quanto piuttosto l’oligarchia par excellence: Sparta. Come nella “democrazia” digitale a 5 stelle, a Sparta una leadership minuta – la Gerousia (Consiglio degli Anziani) – aveva controllo assoluto sull’agenda dell’assemblea. Decideva su cosa si dovesse votare, in che forma e con che tempistiche. L’assemblea era chiamata a ratificare per acclamazione quanto proposto dal Consiglio (i cui membri Demostene chiama “padroni delle masse”), mentre ogni dissenso era soggetto a pressioni e alla minaccia di sanzioni. Non solo: come la leadership dei Partiti Digitali, la Gerousia aveva potere di veto sulle proposte della “base”, ribaltando le decisioni dell’assemblea se riteneva che avesse preso la decisione “sbagliata”. Torna a mente la decisione di Beppe Grillo nel 2017 di annullare la scelta della base di candidare a sindaco di Genova Marika Cassimatis.

Nel criticare il M5S e formazioni analoghe, spesso i commentatori notano che gran parte delle votazioni online risultano in maggioranze bulgare (oltre l’80 per cento). Gerbaudo stesso le accosta alle elezioni truccate nell’ex-blocco sovietico. Ma non sono tanto le super-maggioranze a squalificare queste “democrazie digitali”, ma piuttosto gli strumenti con cui vengono raggiunte. Tanta ricerca su forme di autogoverno più o meno orizzontali ha mostrato che in realtà, dalle tribù germaniche, ai Navajo, alle assemblee cantonali svizzere, fino a Occupy Wall Street, la democrazia diretta decide in genere per consenso.

Il mondo greco non fa eccezione: l’homonoia (il “pensarla allo stesso modo”) non era un ideale solo in oligarchie come Sparta, ma anche in democrazie come Atene, dove, nonostante i feroci dibattiti assembleari, se andiamo poi a guardare le votazioni scopriamo che erano quasi tutte più o meno unanimi. La differenza era che da un lato il consenso era imposto col controllo dell’agenda, la manipolazione, il potere di veto; dall’altro, era ottenuto attraverso un impegno capillare nella deliberazione collettiva. Che il consenso sia centrale in entrambi i modelli non deve sorprendere: senza forti strutture statali di repressione a imporre le decisioni della maggioranza, l’unica stabile fonte di legittimità è il consenso. È difficile, cioè, immaginare che una comunità possa dividersi ripetutamente, nel voto, in fazioni caratterizzate da scelte e valori contrapposti senza infine mettere in dubbio la propria integrità. Per i greci, la divisione del voto portava con sé il pericolo della stasis, del conflitto civile, della disintegrazione della comunità.

Queste dinamiche sono tanto più centrali in partiti politici ai quali nessuno è obbligato ad appartenere e nei quali il dissenso si traduce facilmente in abbandono, astensione, nel passaggio ad altre formazioni. In questi contesti il consenso è indispensabile a garantire l’integrità della base e del partito. Davide Bono, consigliere regionale del M5S (citato da Gerbaudo) giustifica le frequenti maggioranze bulgare col fatto che “il movimento ha una forte identità collettiva”. In un certo senso ha ragione. In una formazione di questo tipo, ogni quesito ha una doppia funzione: da un lato, stabilire la posizione del movimento su una determinata questione; dall’altro, affermare che l’identità unitaria del movimento è tale che quella è l’unica scelta davvero possibile. Si decide e insieme si afferma un’identità comune. Ma, proprio per questo, nel M5S come nelle città-Stato greche, la divisione del voto, tanto più su una questione centrale all’identità del movimento come un’autorizzazione a procedere, non è normale, fisiologica. È al contrario segnale di stasis, di una disintegrazione possibile. Ed è, al contempo, segnale del fallimento della gestione oligarchica di questa comunità politica, dimostratasi incapace di salvaguardarne l’integrità.

Gli adolescenti furiosi in lotta per l’ambiente

Dimenticate le vecchie okkupazioni, portate avanti da manipoli di studenti politicizzati. Oggi a scuola si sciopera senza casacche politiche, e per ben altra ragione: l’inarrestabile cambiamento climatico. Sono giovanissimi, dai quattordici ai vent’anni, senza patrie nazionali, appoggiati dagli scienziati e spesso dai loro stessi genitori.

Svizzeri, tedeschi, belgi, inglesi, australiani, statunitensi, olandesi, austriaci, canadesi che, sulla scia della decisione presa in agosto dalla sedicenne attivista svedese Greta Thunberg di scioperare ogni venerdì sotto le sedi istituzionali – all’insegna dello slogan “Perché studiare se non abbiamo un futuro?” – hanno creato lo Student Climat Network. E lanciato dalla fine dell’anno scorso, utilizzando la piattaforma digitale per videogamer Discord, i cosiddetti FridaysforFuture, gli scioperi del venerdì, che culmineranno nello sciopero globale del 15 marzo prossimo. Cosa chiedono? In un comunicato congiunto di tutti i comitati dei vari paesi, gli studenti puntano il dito su un paradosso: “Siamo il futuro dell’umanità, eppure siamo senza voce e privi di potere”. Dichiarano “che non accetteranno una vita vissuta nella paura e nella devastazione” e chiedono il rispetto degli accordi di Parigi, il voto a 16 anni, una nuova forma di giustizia, quella climatica, e una rivoluzione culturale. “Non è più il momento della discussione e della speculazione”, racconta Carlotta Andersen, 14 anni, di Amburgo. “Ci spinge la rabbia verso i politici, anche se siamo entusiasti della nostra crescita esponenziale”. Jakob Basel, 18 anni, ha fondato il movimento in Germania. “Abbiamo cominciato il primo sciopero a Kiel, avvisando la polizia che saremmo stati una ventina: ne sono arrivati 500. Oggi siamo decine di migliaia”. “Dopo la Germania la Svizzera è il secondo paese per numero di scioperanti, 65.000, e questo ci dà grande speranza”, dice Jonas Kampus, che vive vicino a Zurigo.

Ciò che è diverso, in queste nuove manifestazioni di piazza, è proprio il “clima”. C’è un’atmosfera allegra, persino eccitata. I manifesti – si arriva con uno slogan sul clima e l’hashtag #Climatestrike – sono pieni di frasi ironiche (“Se madre natura fosse stata uomo forse avrebbero creduto nel cambiamento climatico”, “Anche i dinosauri erano convinti di avere tempo”). “Scendere in piazza è una terapia, un modo per combattere la frustrazione e il senso di impotenza di fronte a questo fenomeno. Fino a poco tempo fa non si poteva neanche andare a una festa e dire che si era preoccupati, si veniva etichettati come Cassandre”: a parlare è Sarah Marder, quattro figli, una delle fondatrici del sito nazionale di Fridays4Future Italia e organizzatrice degli scioperi sotto Palazzo Marino a Milano, dove ha iniziato da sola. “È giusto dare il primato ai giovani, ma in questa lotta tutti sono importanti”. E infatti, spiega Marianna Tonelli, 18 anni, che organizza i venerdì a Udine, “in piazza ci sono i sedicenni come gli ottantenni”. Anche Paola Mercogliano, climatologa del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), si dichiara entusiasta dello sciopero: “Ho due figli, un giorno dovrò spiegare loro perché nessuno ha fatto niente. Purtroppo saranno costretti a vivere in maniera radicalmente diversa da noi”. In Italia il movimento ha numeri relativamente piccoli, ma inizia ad essere diffuso in decine di città, con centinaia di persone per ciascun flash mob. “La prima volta sono scesa in piazza da sola, io e il mio cartello”, racconta Marianna Panzarino da Bari. “Avevo visto Greta Thunberg al World Economic Forum e mi sono detta: ha 16 anni e io già 24, cosa aspetto? Così abbiamo aperto la pagina Facebook di Bari, e stiamo cercando di coinvolgere le scuole per creare un presidio permanente sotto il comune”. “A chi mi chiede perché lo sto facendo rispondo: perché non lo fai tu, visto che tra 100 anni la pianura Padana sarà sott’acqua?”, dice a sua volta David Wicker, 14 anni, che vive in Val di Susa e sciopera in piazza Castello a Torino. Infine Luca Sardo, 19 anni, racconta: “Noi stiamo attenti a non dare solo messaggi apocalittici. Purtroppo però abbiamo solo 800 venerdì prima che sia tardi. Noi siamo la prima generazione che sente il cambiamento climatico e l’ultima che può far qualcosa”. Sotto l’effetto delle loro pressioni, una testa è già caduta, quella della ministra belga Joke Schauvliege, che li aveva accusati di essere manipolati da poteri oscuri. Ma presto, visti i numeri sempre più vertiginosi, tutti i governi dovranno confrontarsi con loro. E con un’opinione pubblica che i Fridays4Future stanno scuotendo, perché finalmente un ragazzino, anzi una ragazzina, ha gridato che il re è nudo.

Scordatevi Venezia: tra 80 anni mezza Italia sotto l’acqua

Fiumi che si ingrossano pericolosamente, soprattutto il Tagliamento e l’Adige, con esondazioni in Friuli, Trentino e Sicilia; smottamenti e allagamenti nel Veneto e in Calabria; il 40% di Venezia finita sotto l’acqua; la forza del mare che devasta la costa ligure. Questi sono solo alcuni dei tragici avvenimenti che hanno colpito l’Italia nel 2018. Una forza della natura che in pochi si sarebbero aspettati, ma talmente reale da causare 38 morti e oltre 4.500 tra sfollati e senzatetto in 134 Comuni, distribuiti in 19 Regioni (dati Cnr-Irpi).

La scorsa settimana con il “Proteggi Italia”, il governo ha stanziato 11 miliardi di euro per interventi contro il dissesto idrogeologico nel triennio 2019-2021 (3 miliardi solo quest’anno), ma intanto oltre la metà degli italiani è già potenzialmente a rischio di eventi estremi causati dall’innalzamento del livello del mare. E questo è solo l’inizio di un’immane tragedia che parte dal riscaldamento globale. Secondo le proiezioni dell’Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), entro il 2100 il Mediterraneo salirà di 1 metro, facendo scompare 385 chilometri di costa italiana, mentre a rischio inondazione ci sono 5.686,4 chilometri quadrati di costa, pari alla grandezza della Liguria.

“Tra soli 81 anni – spiega Fabrizio Antonioli, responsabile del Laboratorio modellistica climatica e impatti dell’Enea – in assenza di interventi di mitigazione e adattamento l’innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 metri e 1,035 metri”. E queste sono le previsioni meno allarmanti, perché l’innalzamento potrebbe anche arrivare tra 1,31 metri e 1,45 metri se si utilizzano stime meno prudenziali. A rischio ci sono le coste dell’alto Adriatico tra Trieste e Ravenna fin quasi a Rimini. Poi c’è la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo, l’area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia, La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, l’isola d’Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana. Andando al Centro-Sud sotto minaccia ci sono la piana Pontina di Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania, l’area del Cagliaritano e del Sassarese. Poi la Sicilia con le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria. Ma è Venezia la città che risulta a maggior rischio: negli ultimi 100 anni è sprofondata di 23 centimetri.

Difficile aggiungere qualcosa a dati così catastrofici. E altrettanto facile constatare una mancata sensibilità sul tema, anche perché raramente la percezione del rischio e il rischio reale collimano. Gli allarmi ripetuti da anni sul riscaldamento globale sono, infatti, percepiti come un non-problema, relegati a eventi di cronaca, semmai associati alla trama di un film di fantascienza. Nel caso italiano, però, il cambiamento climatico è un reale motivo di preoccupazione: la nuova generazione rischia di veder sprofondare una grande fetta d’Italia e tempo a disposizione per invertire la rotta non ce n’è quasi più. Sempre l’Enea sostiene, infatti, che ad aggravare ulteriormente la situazione è il fenomeno dello storm surge: un mix di bassa pressione, onde e vento che potrebbe addirittura innalzare il livello delle acque di un ulteriore metro. “Negli ultimi 200 anni il livello medio degli oceani – spiega Antonioli – è aumentato a ritmi più rapidi rispetto agli ultimi 3 mila anni, con un’accelerazione allarmante pari a 3,4 millimetri l’anno solo negli ultimi due decenni”.

Insomma, senza un drastico cambio di rotta nelle emissioni dei gas a effetto serra, l’aumento atteso del livello del mare modificherà irreversibilmente la morfologia attuale del territorio italiano. Mare, però, non vuol dire solo coste. Ci sono anche i porti che rischiano di essere spazzati via: la stima è di un innalzamento delle acque di circa un metro entro il 2100, con picchi superiori a Venezia (+1,064 metri), Napoli (+1,040 metri), Cagliari (+1,033 metri), Palermo (+ 1,028 metri) e Brindisi (+1,028 metri). Uno scenario apocalittico che vedrebbe finire sott’acqua le banchine dello scalo di Genova, ma anche l’aeroporto. Così come Roma, Napoli, La Spezia e tutte le piattaforme logistiche di interscambio delle merci delle 40 aree italiane a rischio inondazione.

Il punto è che, nonostante l’allarme lanciato da decenni da qualsiasi organismo e organizzazione che si occupa di ambiente, dall’Onu in giù sia a livello politico sia a livello territoriale, sia nella percezione della coscienza delle persone, non si fa abbastanza e si sottovaluta la complessità del riscaldamento globale che rende l’atmosfera sempre più calda e instabile. Secondo l’ultimo rapporto di aggiornamento dell’Ipcc (International panel on climate change), tra l’aumento della temperatura globale, lo scioglimento dei ghiacciai perenni e l’innalzamento dei mari, ci restano ancora 12 anni prima di superare il punto di non ritorno, ossia fare in modo che i cambiamenti climatici in atto non diventino irreversibili. Alla conferenza sul clima di Parigi (Cop21) del dicembre 2015, 195 Paesi si sono impegnati a mantenere l’incremento della temperatura media globale compreso tra 1,5 e 2 gradi.

In pochi, però, credono che l’umanità riesca ad impedire che la temperatura media della Terra cresca meno di 2 gradi, impedendo il passaggio a una fase peggiore della precedente. E la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti: la crescita recente di tempeste, bombe d’acqua e siccità.

L’arma anti-fake: prendono piede i micro influencer

Il confine è labile: recensore, influencer, youtuber, tutto è sul web e tutto si sviluppa su piattaforme importanti. L’obiettivo delle aziende è sempre lo stesso: convincere i clienti ad acquistare un prodotto. Sui siti di ecommerce funziona meglio il sistema delle recensioni al prodotto, sui social network si sfrutta la visibilità dei cosiddetti influencer, personaggi con un nutrito seguito che fanno da vetrina – con foto, video e stories – ai marchi. I più famosi, da Chiara Ferragni alle Kardashian, sono pagati tra le decine e le centinia di migliaia di dollari per una foto su Instagram, gli Youtuber registrano video in cui espongono le loro opinioni su ciò che hanno acquistato o ricevuto (oppure ricorrono al product placement, il posizionamento ‘strategico’ e a volte anche occulto dei prodotti, in caso di video con contenuti creativi), i recensori di professione sui siti di acquisti online rispondono alle dinamiche raccontate nell’articolo qui accanto. Molti non si limitano ad esporre il prodotto, ma lo descrivono ed esprimono il loro parere. Ma cosa succede se il personaggio diventa così ingombrante, al punto di oscurare il prodotto?

La risposta è nel nuovo trend che sta prendendo piede tra i rivenditori: ricorrere ai micro e i nano influencer. Il paradigma è che minore sia il numero dei follower, maggiore sia l’attenzione che chi li segue rivolge a ciò che valutano. Una ricerca di Rakuten Marketing ha rilevato che il numero di celebrità per la promozione dei marchi sui social media è diminuito drasticamente. Solo due anni fa potevano aspettarsi anche 75mila sterline per un post sui social, ora la media è di 25mila sterline. La spesa per le campagne di influencer, però, è raddoppiata. Secondo lo studio, i grandi marchi spendono una media di 800mila sterline l’anno ma li indirizzano verso una platea più grande, influencer di micro e media grandezza. Poche migliaia di follower ma con un pubblico molto coinvolto. E pubblico coinvolto significa fiducia. E fiducia significa maggiore probabilità di vendita.

Un recente sondaggio di Digiday ha stimato che questi micro (tra i 10mila e i 100mila follower) e nano influencer (tra mille e 10mila) arriverebbero a coinvolgere fino all’8,7% del pubblico che li segue, percentuale maggiore rispetto ll’1,7% delle celebrità che hanno più di un milione di follower. “Il loro punto di forza – spiegano su Ninjamarketing – è che pur non avendo mai lavorato con i social media, sono molto bravi con la creazione di contenuti unici e creativi ma soprattutto godono di quella credibilità sana e genuina da parte dei loro follower”.

Inoltre, si concentrano su nicchie di mercato, in segmenti in cui spesso mancano dei veri e propri leader di settore. “Per questo, ogni parola, ogni considerazione che realizzano nei loro post ha molto peso ma soprattutto molto valore per quello specifico pubblico”. Va poi tenuto in considerazione il fatto che i micro e i nano influencer siano legati davvero al brand che decidono di condividere e che non sempre siano pagati (nella maggior parte dei casi ricevono i prodotti): due elemento che assicurano una genuinità che manca in altri campi e che protegge dal rischio di recensioni e pareri pilotati.

“Dal 2015 abbiamo bloccato le attività di più di sessanta aziende di recensioni a pagamento nel mondo – ha spiegato qualche mese fa il sito più famoso di recensioni di viaggio,Tripadvisor – . Ma non possiamo fare tutto da soli”. E infatti la piattaforma si è rivolta ai giudici e in Italia è riuscita ad ottenere una condanna per un’azienda, la PromoSalento, che offriva e vendeva ai propri clienti pacchetti di false recensioni. Nove mesi di carcere e 8mila euro di danni per aver tentato di postare circa mille recensioni finte su centinaia di diverse strutture. Dei professionisti della contraffazione digitale. Per farlo, la società cambiava spesso account e mail di registrazione. Ma non è bastato. Le piattaforme online, da Amazon a Tripadvisor, nel tempo hanno infatti sviluppato sistemi di identificazione molto sofisticati che vanno dal tracciamento dell’indirizzo Ip al rilevamento del browser e della risoluzione dello schermo di chi scrive le recensioni. In questo modo riescono a capire quando le recensioni sono riconducibili alla stessa mano. Intanto, però, la fiducia risulta compromessa e chi deve acquistare resterà sempre col dubbio. A quel punto, meglio affidarsi al parere di uno sconosciuto sui social, con pochi amici, che non ha interesse a dire una bugia. O almeno, non ancora.

“Amazon ospita recensioni col trucco”

“Ciao, sono un rivenditore di Amazon. Vorresti ricevere un rasoio da barba gratuitamente in cambio di una buona recensione? Fammi sapere se sei interessato”. Messaggi così vengono spediti frequentemente e a riceverli sono le persone che, nel corso degli anni, si sono guadagnati la fama di “grandi recensori” del colosso dell’e-commerce. Hanno acquistato molti prodotti online, hanno scritto sul sito le valutazioni utili a tanti altri utenti i quali, a loro volta, hanno lasciato loro voti molto alti. Per via del prestigio, sono bersagliati da commercianti disposti a tutto pur di migliorare la reputazione sul web. Anche a fare regali per un feedback positivo e imbrogliare ignari clienti che, forse, decideranno se comprare o no proprio in base a quello che hanno letto. Le recensioni “prezzolate” sono state a lungo tollerate da Amazon. Poi, nel 2017, l’azienda di Jeff Bezos ha deciso di proibirle: il rischio è che si tratti di una mossa tardiva o, per usare una metafora, che il recinto sia stato chiuso quando i buoi ormai erano già scappati.

I venditori, infatti, hanno conservato una lista di contatti e continuano imperterriti a mettere in atto questa pratica scorretta. Come? Il meccanismo rodato prevede quattro passaggi. Nel primo si contatta l’utente presentando il prodotto: si tratta di mail che in genere provengono dalla Cina, scritte in inglese o in un italiano imperfetto. Una di queste, che il Fatto ha visionato, si conclude dicendo “cerchiamo reviewers a lungo termine e desideriamo che tu sia l’unico”. L’obiettivo è instaurare un rapporto duraturo nel tempo. A quel punto sta a chi riceve l’offerta decidere che fare: se accetterà, dovrà necessariamente comprare quel prodotto e quindi pagarlo regolarmente; così facendo, su Amazon sarà segnalato al pubblico come un acquisto certificato. Una volta ricevuto a casa l’acquisto, c’è il terzo passaggio che consiste nella scrittura della recensione positiva. Il rivenditore, solo quando l’avrà vista, rimborserà tutta la spesa – magari anche qualcosina in più per il favore – attraverso il sistema di pagamenti elettronici PayPal.

Come detto, ora Amazon sta cercando di fermare questo traffico usando la stessa tecnologia per stanare e chiudere gli account degli utenti scorretti. Ovviamente, però, creandone uno nuovo con un diverso indirizzo e-mail si può rimettere in moto la giostra teoricamente all’infinito. “Utilizziamo una combinazione di team di investigazione e di tecnologie automatizzate – spiegano dall’azienda – per prevenire e rilevare su larga scala revisioni non autentiche e per agire contro i cattivi attori. Stimiamo che oltre il 90% delle recensioni non autentiche sono generate al computer”. Diego Campy è un blogger, assiduo recensore di Amazon fino a un paio d’anni fa, quando il sito di e-commerce ha deciso di “bannarlo”. “Non so perché hanno preso questo provvedimento contro di me – ha affermato al Fatto – mi hanno detto che ho violato le linee guida, ho chiesto spiegazioni più precise ma non hanno aggiunto altro. Avevo lasciato molte recensioni negative, ma penso non sia nemmeno quello il problema”. Molte delle sue esperienze oggi sono raccontate sul sito www.diegocampy.it. Nonostante la sua assenza da Amazon, continua a ricevere le mail dei venditori che propongono di aggirare il divieto di offrire merce in cambio delle recensioni. “Con il tempo sono diminuite – aggiunge – perché molti hanno visto che non sono interessato, ma non terminate: le ultime mi sono state mandate proprio negli ultimi giorni”.

In passato Diego ha anche partecipato al programma “Vine”, tutt’ora in vigore, che prevede (legalmente) la spedizione gratuita di prodotti a recensori scelti sotto il controllo di Amazon. In pratica, il colosso dell’e-commerce invita alcuni clienti a entrare in questo circuito; questi testimoni privilegiati ricevono oggetti in omaggio che poi dovranno recensire. Per garantire più trasparenza, viene indicato che quelle valutazioni non provengono da un acquirente ma da una “voce Vine”. Di recente il New York Times si è interessato al programma. Sembra che non sia particolarmente entusiasmante: Amazon chiarisce che chi viene invitato in questa cerchia non è obbligato a lasciare feedback positivi e che comunque è sottoposto alla valutazione degli altri utenti. Il rischio però è un altro: chi riceve un prodotto non perché gli serve ma perché può averlo gratis potrebbe essere portato a usarlo poco e quindi a non coglierne i difetti. Questioni sottili che però possono contribuire a creare distorsioni a danno dei clienti.

A volte le scorrettezze avvengono pure a parti invertite, con il cliente che contatta il rivenditore per chiedere merce gratis in cambio di una recensione. Lo fa notare l’Unione dei consumatori: “Ci risultano reclami degli operatori che sono vittime di comportamenti estorsivi da parte degli utenti”, spiega il presidente Massimiliano Dona. L’associazione, però, lamenta anche alcune pratiche messe in atto da Amazon e un mese fa ha presentato un esposto all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcom) per denunciare la cancellazione di recensioni negative. In sostanza, alcuni clienti avevano lasciato una cattiva valutazione ai propri acquisti e si sono visti rimuovere il feedback. Lo staff del sito di e-commerce si è giustificato parlando di violazioni delle linee guida da parte dei recensori, ma Dona controbatte dicendo che “erano recensioni sobrie, senza insulti, si limitavano a riportare l’esperienza negativa”, e aggiunge che altrimenti non si sarebbero rivolti all’Antitrust. Ma Amazon non avrebbe interesse a mantenere i giudizi sfavorevoli per mostrarsi più trasparente agli occhi del consumatore? “No – sostiene Dona – perché ogni macchia sulla reputazione viene vista come qualcosa da cancellare, con l’e-commerce usato ancora poco ogni alone di malfunzionamento diventa qualcosa da smacchiare”.

“Berlusconismo, il ceppo del virus resiste alle cure”

“Non è ammissibile parlare di giustizia a orologeria”. L’Associazione nazionale magistrati ha risposto così ai sostenitori di Matteo Renzi in merito alla vicenda che ha portato i genitori agli arresti domiciliari. Aggiungendo poi un invito a evitare “tuffi dannosi nel passato”. Proprio da questo passato vorremmo cominciare la nostra chiacchierata con Paul Ginsborg, storico e attento osservatore della politica italiana.

Professore, il virus berlusconiano ha lasciato tracce: di nuovo i pm sono nel mirino. La sinistra ne sembrava immune, o quasi…

Non lo era affatto, basta leggere certe passate affermazioni di Massimo D’Alema! Per quanto riguarda il “virus berlusconiano”, mi sembra un ceppo alquanto resistente perché corrisponde fin troppo bene agli sviluppi deleteri del sistema democratico stesso – gestione privata dei media, spese elettorali incontrollabili, corruzione persistente, paternalismo irrefrenabile, ecc. Tutta l’Italia doveva essere il suo clan. In un tale disegno, la soggezione del potere giurisdizionale era fondamentale. Non bisognava solo ridurre il potere legittimo della magistratura, bisognava anche ridicolizzare i giudici come persone, denunciarli perché “antropologicamente diversi” o “mentalmente disturbati”. In un’intervista al Washington Post nel 2016, suggerivo un altro aspetto del “virus berlusconiano” che continua ad avere una risonanza significativa. Mi riferisco a quanto è facile nelle democrazie contemporanee per un Berlusconi o un Trump, una volta accumulato un patrimonio considerevole, “comprare” l’ascesa al potere politico. Per ultimo, ma la lista degli effetti collaterali di questa malattia sarebbe lunga, c’è il “populismo culturale” di Berlusconi, che precede e accompagna il populismo politico di questi anni.

Visto che siamo nei paraggi di Berlusconi, il Cavaliere sta tornando. Com’è possibile che un uomo condannato fa per un reato grave contro la pubblica amministrazione, torni a rappresentare il popolo?

Credo che dipenda dalla mancanza di una griglia forte di protezione legislativa relativamente alle incandidabilità o ineleggibilità in casi di questo genere. La sanzione sociale è molto importante, ma la vera chiave è la possibilità giuridica di accedere di nuovo a cariche elettive. Quando Berlusconi ha preso il potere e aveva una confortevole maggioranza nelle due Camere nessuno scommetteva sulla possibilità di sopravvivenza della democrazia liberale in Italia. In quella situazione di emergenza è stato importante che si siano mosse, almeno in parte significativa, tutte le forze dissenzienti fuori e dentro lo Stato. Quando Francesco Saverio Borrelli ha detto “resistere, resistere, resistere” credo intendesse ricordare ai colleghi proprio la loro funzione costitituzionale di potere dello Stato. Le toghe non sono immuni da critica ma se la democrazia italiana è sopravvissuta negli ultimi 25 anni si deve in misura importante alla loro lucidità.

E politicamente il ritorno di B. che significa? Il centrodestra ha possibilità di riunirsi?

Siamo alle prime manovre, dipende tutto dai rapporti di forza con la Lega. Ora se si spacca il governo, viste le quotidiane fibrillazioni tra i due soci di maggioranza, è possibile l’alleanza fra Lega e Forza Italia si riformi, anche se Salvini assolutamente non la vuole. La Lega è cresciuta moltissimo dal 4 marzo a oggi, ma dubito che potrebbe andare oltre un terzo dell’elettorato. Non si sa mai. Ricordo quando i commentatori parlavano della Lega al 6-8 per cento: una percentuale accettabile per un partito razzista in una grande democrazia. Poi va alle elezioni e fa un grande salto, per continuare a guadagnare consensi.

Come spiega il successo di Salvini?

È un abile interprete del disagio degli italiani. E ha avuto la grande fortuna di arrivare sulla scena nel momento “giusto”. Se andiamo a rileggere i primi libri sulla Lega di Ilvo Diamanti, ci accorgiamo che il messaggio della Lega era sostanzialmente uguale. Cambia il nemico, ma il senso è lo stesso. Quello che è cambiato è il contesto socio-economico in cui si muove. I tempi o sono con te o non lo sono: il vento è stato molto favorevole a Matteo Salvini. Ma non dura in eterno.

Torniamo al caso Renzi: l’espressione giustizia a orologeria presuppone una finalità politica delle toghe: in questo caso sarebbe stata distrarre l’attenzione dal caso Diciotti.

La famiglia conta tanto in Italia ma almeno in questo frangente la tempistica non è determinante. Ci sono alcuni componenti della famiglia Renzi che sono agli arresti domiciliari. Matteo non è tra di loro. Basta. La legge seguirà il suo corso.

Bisognerebbe dirlo ai dem. Claudio Petruccioli ha addirittura evocato l’Affaire Dreyfus. Un po’ esagerato, no?

(ride) Mi sembrano due fatti incomparabili. Come si può paragonare questa minuscola vicenda a un fatto che fece discutere tutta Europa?

La sinistra è al capolinea?

La sinistra paga soprattutto il suo settarismo. Ha distrutto ogni possibilità di stare insieme, vittima delle liti e delle correnti, dei piccoli opportunismi del momento. Quell’incredibile tentazione a dividersi… Sono stato formato, qui in Italia, dall’esperienza dei girotondi. Era impressionante vedere come il partito, allora il Pd si chiamava Ds, non volesse accogliere migliaia di cittadini che a Piazza San Giovanni nel 2002 volevano dar vita e partecipare a una nuova sinistra. I dirigenti di allora pensavano solo a blindare il partito. Non che Bertinotti e gli altri abbiano saputo fare meglio….

C’è poi un capitolo che riguarda i 5 Stelle e il processo negato per il ministro Salvini. In molti hanno rilevato una sorta di mutazione genetica dei grillini. È cosi?

Sono stato sempre scettico sulla capacità delle 5 Stelle di creare una politica diversa, sia nella forma che nel contenuto. La modestia della loro proposta è ora molto evidente. Niente “mutazione genetica”, piuttosto la conferma della politica politicante.

“Graziando” Salvini i 5 Stelle hanno firmato la loro condanna in termini di consensi?

Una volta l’elettorato italiano era attaccato ai suoi partiti, alle idee e qualche volta ai servizi che offrivano. Quei tempi sono passati. Gli elettori sono diventati delle farfalle in un luminoso pomeriggio primaverile, pronti a passare da una parte del giardino all’altra, da un fiore-partito a un altro. La pessima e pericolosa alleanza con la Lega servirà a spingere altrove una buona parte della loro base.

Addio al filosofo Tullio Gregory, fu anche nel cda Rai

Tullio Gregory, morto ieri a Roma, aveva compiuto 90 anni lo scorso 28 gennaio. E per l’occasione era stato festeggiato con un brindisi all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, a cui collaborava dal 1951.

Nato a Roma nel 1929, Gregory è stato docente di storia della filosofia medievale e di storia della filosofia presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Socio nazionale (1987) dell’Accademia dei Lincei, Gregory aveva promosso nel 1964 il gruppo di ricerca Cnr del Lessico Intellettuale Europeo, di cui è stato direttore dalla fondazione. È stato directeur d’études all’École pratique des hautes études di Parigi (1975-77, 1985-86) e professore alla Sorbona (1986-87).

Entrato all’Enciclopedia Italiana nel 1951, ha Direttore delle Appendici (dalla V alla IX) della Enciclopedia Italiana di Lettere, Scienze ed Arti, direttore della Enciclopedia della Moda e della Storia del XX secolo. Dal 1993 al 1994 è stato anche membro del consiglio di amministrazione della Rai dei “professori”. Nominato nel 2002 cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana, dal 2006 è membro del consiglio scientifico del Dipartimento identità culturale del Cnr.

Fazio e il caro amico francese Macron

Conciliante, pieno di nuove premure per l’Italia e gli italiani. Senza un capello fuori posto, e neanche un filo di bianco o una ruga emergente, Emanuel Macron ha chiuso la più grave crisi diplomatica con Roma con un tocco di cipria oltre le attese. Le parolacce di ieri, o anche i paroloni (“vomitevole” il giudizio che venne dato dall’Eliseo del governo in carica) sono retrocesse all’ultimo banco e Macron ha spiegato a Fabio Fazio, l’autore di questa intervista sentimentalona, che si sono trattate solo di “peripezie” tra i due Stati confinanti. “Amo l’Italia, amo il Rinascimento, Napoli è nel mio cuore (con Parigi formano le capitali d’Europa)”. Macron si è innamorato giovinetto di Eduardo, e grazie a una commedia di Eduardo ha fatto innamorare, lui ancora giovanissimo, la più temprata Brigitte, oggi sua moglie.

Dunque sorrisi, prego. E soprattutto amicizia. I “malintesi” si superano, la Francia e l’Italia sono amiche per la pelle, “mi ritroverò insieme al presidente Mattarella il 2 maggio per festeggiare il cinquecentesimo della nascita di Leonardo”, e nulla, nemmeno i gilet gialli, potranno incrinare il buon vicinato. Fazio li ha appena evocati, Macron ha fatto finta di scordarli. Nè Salvini né Di Maio, quest’ultimo autore della gita fuori porta con i duri protagonisti della protesta francese, i guastatori in giallo dei sabati parigini, hanno avuto menzione. Molta invece la riflessione sulla paura. Il rischio del contagio, il ritorno agli egoismi, “e quindi antisemitismo, razzismo, odio”.

Con tono super amichevole Macron ha levigato i dissidi, fatto suo persino qualche principio di colpa: “L’Europa non ha saputo ascoltare l’Italia”, che da sola ha sostenuto il peso, lui l’ha definito “fardello”, troppo grande da sopportare nel tempo della infinita migrazione africana verso nord. Un accenno di autocritica, ancorchè deviato verso Bruxelles, sull’assenza di qualunque collaborazione, di un aiuto che alleviasse le difficoltà. Tanta gente, troppa gente, organizzata “dai trafficanti di uomini che dovremmo combattere”, ha prodotto “la grande paura” che ha portato al governo i sovranisti, i nemici culturali della filosofia macroniana. Oggi, dice, serve istituire “il diritto d’asilo europeo”.

Mai presidente di uno Stato estero è stato di più al centro del dibattito politico italiano, mai volto più commentato e anche combattuto, mai parole più feroci sono state levate per giudicare la sua politica come la rappresentazione di ciò che non bisogna fare. Se esiste l’elite, l’interprete eccellente è Macron. Se esiste nemico giurato, è lui.

L’intervista, che Fazio con un di più di autostima aveva annunciato come “molto densa”, impegnata a trattare temi “planetari”, si è via via rinsecchita, trovando il suo bandolo nella considerazione che è molto meglio essere amici che nemici, che Francia e Italia forse antipatizzano un po’ ma al fondo si piacciono, che in Europa Parigi vorrà andarci non soltanto a braccetto con Berlino ma anche con Roma. Persino sul Tav, sul quale finora il governo di Parigi non ha investito un euro, si troverà il tempo di far pace e concertare: “Concerteremo una posizione comune”. L’opera si farà, magari si modificherà, ma Macron è ottimista: “Ambiente e innovazione devono andare d’accordo”.

Due riferimenti a Mattarella, uno ma sussiegoso a Napolitano, un ricordo di Umberto Eco, un inchino verso Altiero Spinelli, un riferimento a Roberto Saviano. Oltre Eduardo De Filippo, la Toscana e il golfo di Napoli. È amore. Macron saluta l’Italia e gli italiani: “Mettiamo il cuore oltre l’ostacolo”.

“Il reddito va votato, ma finanziamolo con la patrimoniale”

“Il reddito di cittadinanza è una misura importante che però va accompagnata da misure di giustizia fiscale e da politiche economiche di contrasto al lavoro povero. Faremo le nostre proposte migliorative, ma se io fossi in Parlamento voterei sì. Ed è questo l’orientamento dei parlamentari di Mdp”. Ex Ds ed ex Sel, Arturo Scotto fa parte della direzione nazionale di Mdp – Articolo 1, forza politica nata con i fuoriusciti dal Pd e da Si. Proprio oggi Scotto, insieme a Roberto Speranza, sarà protagonista di un’iniziativa a Roma su “Reddito di cittadinanza e ragioni della sinistra”.

Scotto, per dare un sostegno importante alle fasce più deboli della popolazione ci volevano i Cinque Stelle…

Da capogruppo di Sel presentai una proposta di legge per il reddito minimo garantito. Il reddito d’inclusione (Rei, ndr) dei precedenti governi andava nella direzione giusta, per certi versi era più completo perché univa all’azione monetaria anche politiche per il lavoro. Certamente il reddito di cittadinanza mette sul tavolo risorse mai viste prima.

Lei voterebbe sì, però avanza anche critiche…

Il reddito si può reggere solo se accompagnato da una parte da misure contro il lavoro povero con politiche salariali e di contrasto alla precarietà. Dall’altra, da misure di redistribuzione del peso fiscale. Per dirla chiaramente: non può essere finanziato in debito, ma da una patrimoniale. Una tassazione dello 0,8% sui patrimoni mobili e immobili sopra i 3 milioni di euro farebbe entrare nelle casse dello Stato circa 10 milioni con cui finanziare il reddito. Il tutto accompagnato da formazione e provvedimenti che rendano più facile l’ingresso nel mondo del lavoro. Altrimenti il reddito sarà come un caciocavallo appeso: servirà a poco.

Luci e ombre, dunque.

Le risorse messe sul piatto sono importanti. Ma, per esempio, andrebbe cambiato il sistema di distribuzione. Più che ai centri per l’impiego avrei dato la gestione ai servizi sociali, con navigator stabili e non precari. Inoltre il reddito deve essere corrisposto in maniera individuale e non per nuclei familiari.

Il Pd ha assunto un atteggiamento di contrapposizione. Perché?

Lo trovo un errore madornale. Nella passata legislatura, nonostante facessimo un’opposizione feroce al governo Renzi, votammo a favore degli 80 euro e del ‘rei’. Quando s’intraprendono misure che agiscono sul terreno del contrasto alla povertà e della redistribuzione sociale, la sinistra deve stare a sentire. Il Pd, invece, ha assunto un atteggiamento snobistico dando sponda alla tesi che le persone prenderanno soldi per stare sul divano. Detto da chi ha smontato l’articolo 18 e precarizzato il mondo del lavoro, fa ridere. Un errore politico. Mi auguro che, con l’elezione di un nuovo segretario, il Pd cambi atteggiamento.

Si diceva che il boom elettorale dei 5 Stelle al Sud era dovuto alla promessa del reddito. Ora i sondaggi sono in calo. Quando il reddito arriverà, i sondaggi risaliranno?

Non lo so, ma il reddito trasformerà il rapporto tra i 5 Stelle e i suoi elettori, specialmente nel Meridione. Il Movimento è destinato a diventare una forza politica più tradizionale perdendo una parte del voto di opinione che fin qui l’ha contraddistinto, ma costruendo un legame con un blocco sociale di riferimento, un bacino elettorale più ristretto ma più fidelizzato.