II 18 di febbraio la base del M5S –59 per cento contro 41 –ha deciso che Matteo Salvini non sarà processato per la vicenda della nave Diciotti. Che poco più di 50.000 utenti di una piattaforma online possano decidere del futuro del governo e della colpevolezza di un ministro della Repubblica è rappresentazione plastica di una nuova era: quella del “Partito Digitale”. E non c’è guida migliore per orientarvisi del recente volume di Paolo Gerbaudo (direttore del centro per la cultura digitale del King’s College di Londra): The Digital Party.
Gerbaudo ci spiega che la promessa dei Partiti Digitali è di rinverdire i fasti della democrazia diretta sul modello ateniese: la partecipazione che diventa potere decisionale, senza intermediazione. E tuttavia il modello dominante nelle piattaforme online di formazioni come il M5S è piuttosto un “plebiscitarismo 2.0” (come lo chiama Gerbaudo), nel quale una leadership ristretta detiene il potere, e il ruolo ritagliato per la base è di ratificare per acclamazione quanto deciso dal vertice. Il vertice, dal canto suo, per ottenere il risultato desiderato non si fa scrupolo di ricorrere a una propaganda interna martellante e alla manipolazione del quesito. Lo abbiamo visto in questo caso: sì per dire no, no per dire sì e una domanda che in realtà ha pochissimo a che fare con la questione su cui il parlamento era chiamato ad esprimersi.
Allo storico del mondo greco questo modello, paradossalmente, non ricorda tanto la democrazia ateniese quanto piuttosto l’oligarchia par excellence: Sparta. Come nella “democrazia” digitale a 5 stelle, a Sparta una leadership minuta – la Gerousia (Consiglio degli Anziani) – aveva controllo assoluto sull’agenda dell’assemblea. Decideva su cosa si dovesse votare, in che forma e con che tempistiche. L’assemblea era chiamata a ratificare per acclamazione quanto proposto dal Consiglio (i cui membri Demostene chiama “padroni delle masse”), mentre ogni dissenso era soggetto a pressioni e alla minaccia di sanzioni. Non solo: come la leadership dei Partiti Digitali, la Gerousia aveva potere di veto sulle proposte della “base”, ribaltando le decisioni dell’assemblea se riteneva che avesse preso la decisione “sbagliata”. Torna a mente la decisione di Beppe Grillo nel 2017 di annullare la scelta della base di candidare a sindaco di Genova Marika Cassimatis.
Nel criticare il M5S e formazioni analoghe, spesso i commentatori notano che gran parte delle votazioni online risultano in maggioranze bulgare (oltre l’80 per cento). Gerbaudo stesso le accosta alle elezioni truccate nell’ex-blocco sovietico. Ma non sono tanto le super-maggioranze a squalificare queste “democrazie digitali”, ma piuttosto gli strumenti con cui vengono raggiunte. Tanta ricerca su forme di autogoverno più o meno orizzontali ha mostrato che in realtà, dalle tribù germaniche, ai Navajo, alle assemblee cantonali svizzere, fino a Occupy Wall Street, la democrazia diretta decide in genere per consenso.
Il mondo greco non fa eccezione: l’homonoia (il “pensarla allo stesso modo”) non era un ideale solo in oligarchie come Sparta, ma anche in democrazie come Atene, dove, nonostante i feroci dibattiti assembleari, se andiamo poi a guardare le votazioni scopriamo che erano quasi tutte più o meno unanimi. La differenza era che da un lato il consenso era imposto col controllo dell’agenda, la manipolazione, il potere di veto; dall’altro, era ottenuto attraverso un impegno capillare nella deliberazione collettiva. Che il consenso sia centrale in entrambi i modelli non deve sorprendere: senza forti strutture statali di repressione a imporre le decisioni della maggioranza, l’unica stabile fonte di legittimità è il consenso. È difficile, cioè, immaginare che una comunità possa dividersi ripetutamente, nel voto, in fazioni caratterizzate da scelte e valori contrapposti senza infine mettere in dubbio la propria integrità. Per i greci, la divisione del voto portava con sé il pericolo della stasis, del conflitto civile, della disintegrazione della comunità.
Queste dinamiche sono tanto più centrali in partiti politici ai quali nessuno è obbligato ad appartenere e nei quali il dissenso si traduce facilmente in abbandono, astensione, nel passaggio ad altre formazioni. In questi contesti il consenso è indispensabile a garantire l’integrità della base e del partito. Davide Bono, consigliere regionale del M5S (citato da Gerbaudo) giustifica le frequenti maggioranze bulgare col fatto che “il movimento ha una forte identità collettiva”. In un certo senso ha ragione. In una formazione di questo tipo, ogni quesito ha una doppia funzione: da un lato, stabilire la posizione del movimento su una determinata questione; dall’altro, affermare che l’identità unitaria del movimento è tale che quella è l’unica scelta davvero possibile. Si decide e insieme si afferma un’identità comune. Ma, proprio per questo, nel M5S come nelle città-Stato greche, la divisione del voto, tanto più su una questione centrale all’identità del movimento come un’autorizzazione a procedere, non è normale, fisiologica. È al contrario segnale di stasis, di una disintegrazione possibile. Ed è, al contempo, segnale del fallimento della gestione oligarchica di questa comunità politica, dimostratasi incapace di salvaguardarne l’integrità.