Vittorio Di Battista non ha votato con due euro falsi, in tre seggi diversi, per le primarie del partito Democratico. Però ha scritto un post su Facebook in cui lo lasciava credere, ammiccando a Mussolini e insultando gli elettori. Ecco uno stralcio: “Con un documento valido, la tessera elettorale e qualche euro falso, puoi comportarti da bravo cittadino e far contenti tutti e tre i candidati, far gioire i commentatori e triplicare il numero dei votanti. E pensare che il buon Benito definiva le elezioni ‘ludi cartacei’… A ‘mbecilli!”. Il post s’intitola “Mistero Buffo”, ed è stato rilanciato da testate ed agenzie come un’azione realmente avvenuta. Poi è arrivata la smentita di Bruno Astorre, segretario del Partito Democratico del Lazio: “Vittorio Di Battista non ha votato né al circolo del Pd di Civita Castellana, né al seggio di Castelnuovo di Porto, né in piazza Mazzini a Roma. Solo per la precisione”. Del resto, il post sul social network è stato pubblicato alle 7.36, 20 minuti prima dell’apertura dei seggi. Una fake news a regola d’arte, e Vittorio Di Battista sugli scudi per un giorno, almeno su Facebook.
Dai 4 milioni di Prodi ai quasi 2 dell’ultima conta tra segretari
Il 16 ottobre 2005 alle primarie di colazione che incoronarono Romano Prodi si recarono a votare 4.311.149 di cittadini.
Dopo due anni, il 14 ottobre 2007, le primarie furono l’atto di nascita del Pd, coronato da una affluenza di 3.554.169 persone. Fu eletto Walter Veltroni.
Il 25 ottobre del 2009, furono 3.102.700 a scegliere (dopo le dimissioni di Veltroni e la reggenza di Dario Franceschini) segretario del Pd Pier Luigi Bersani.
Il 25 novembre 2012, al primo scontro tra Renzi e Bersani parteciparono 3.110.210 votanti. Al secondo turno, svoltosi il 2 dicembre 2012, ai gazebo si presentarono in 2.802.382. Dopo la “non vittoria” alle ezioni Bersani chiuse la sua esperienza da segretario.
Così l’8 dicembre 2013 in 2.814.881 misero Matteo Renzi alla guida dei Democratici.
Il 30 aprile del 2017, quando alla segreteria pd correvano Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano, ai gazebo si contarono infine 1.848.658 elettori.
Nella valle del Tav, dove anche nei propri circoli i democratici si dividono tra Sì e No
“Io sto nel Pd perché c’è varietà di idee”, giura Sandro Plano, sindaco di Susa. Su questo nessun dubbio. Prendete il Tav: nello stesso partito convivono Plano e altri sindaci che da anni si battono contro il treno. Poi l’ex parlamentare Stefano Esposito e il governatore Sergio Chiamparino, alfieri della grande opera. Ed ecco il consigliere regionale Antonio Ferrentino che era un barricadero No-Tav e ora sostiene i cantieri. Democrazia o casino? Forse tutte e due insieme. Per questo è interessante partire da qui, dalla Val di Susa, per capire le primarie Pd. Qui dove le opinioni procedono ‘a cerchi concentrici’: più ci si allontana dall’epicentro del tunnel (in Piemonte ha la ‘u’ chiusa), più aumentano i favorevoli e tanti elettori fuori dall’urna ripetono quel nome: “Ci fosse Matteo Renzi…”. Se poi vai a Torino e Roma i ‘sì’ diventano quasi totalità. Ma sbaglia – anche tra i dem romani – chi pensa che il Pd sia solo per il ‘sì’, in una terra dove il ‘no’ alle politiche 2018 spinse il M5S al 31% (40 a Venaus). Allora partiamo da Susa, dove le primarie si svolgono ancora nella ‘Casa del Popolo’ anche se la scritta sulla facciata è appena leggibile e oggi trovi associazioni di bersaglieri, alpini. Perfino marinai, in mezzo ai monti. Stanze dove ti immagini ancora foto di Berlinguer appese ai muri. No, accanto all’urna delle primarie non c’è la coda di quando si confrontavano Pierluigi Bersani e Renzi. Ma c’è meno accanimento di allora. Vale anche per la Tav: chi si aspettava primarie trasformate in prova di forza tra favorevoli e contrari resterà deluso. A Susa in tre ti accolgono al seggio, due sono poco più che ragazzi: “Io ero per il ‘no’, ora con il passare del tempo e dei progetti ho le idee meno nette”, spiega Matteo Ghiotto, 34 anni, segretario del circolo di Susa. Certo, il Tav è decisivo per la valle, ma perfino qui sono stufi di avere solo questo volto: “Ho 33 anni”, esordisce Davide Ligas, “da quando ho cominciato a fare politica quindici anni fa il voto locale è ridotto al Tav, ma il territorio ha anche tanti altri problemi”. Certo, poi ci sono i ‘no’ più netti, come quello di Piera Favro, insegnante e sindaca di Mompantero: “Sa perché il nostro paese si chiama così? Deriva dal francese, vuol dire che si sgretola. E nella montagna sotto le nostre case – dove c’è amianto – ci vogliono fare un tunnel”. Una battaglia ormai lunga una vita: era il 2005 quando Piera vedeva sotto casa i ragazzi che si confrontavano con le forze dell’ordine in quella che fu chiamata la “battaglia del seghino”. Del resto lo dice anche Plano: “Non siamo contro tutte le opere, ma solo contro quelle inutili come il Tav”.
A ogni elettore il suo dialetto, che cambia da una frazione all’altra, diventa più piemontese nel fondovalle: “Ch’a fasa la cros mac ansìma an nòm”, raccomanda Matteo. Ma basta fare una manciata di chilometri e a Bussoleno il Pd mostra l’altra faccia: “All’inizio avevo molti dubbi, ma negli anni il progetto è stato cambiato”, sostiene Vito Intile, ferroviere e segretario del circolo Pd. E gli elettori dem? Un exit poll ‘fai da te’ dice che a Susa su 10 ce ne sono 4 favorevoli che salgono a 6 a Bussoleno e a 7 a fondovalle, ad Avigliana, dove la vista già si divide tra i monti e la pianura oppressa dalla cappa di smog. “Io eviterei di parlarne”, prova a glissare Piero Garbero che guida il seggio di Avigliana. Poi si sbilancia: “Credo abbia ragione Chiamparino, il Tav è utile all’economia italiana. Però… gli impatti sono imprecisati”. Ci si capisce sempre meno, ti senti ripetere dalla gente che viene a votare con il vestito della festa, soprattutto gli anziani. Tanti: “Dai novant’anni in giù, ma c’è chi sfodera una carta di identità fresca di stampa: 18 anni”, racconta Bartolomeo Stella a Buttigliera Alta.
Tanti Pd in uno. Com’è andata? L’affluenza tiene e stravince Zingaretti: 96 voti su 126 a Susa, 150 su 230 a Buttigliera. Ma i nomi dei candidati segretari quasi non li senti e perfino il Tav sfuma. Purché domani il Pd riparta.
Zingaretti segretario. Il renzismo archiviato: “Voltiamo pagina”
A queste primarie sembra che abbiano votato lo stesso numero di cittadini della volta scorsa”. È la prima cosa che dice il nuovo segretario del Pd, Nicola Zingaretti. Il messaggio è a chi ha cercato di depotenziare queste primarie, Matteo Renzi in primis. “Sono segretario a tutti gli effetti”, il sottotitolo. “È tempo di ricostruire. Voltiamo pagina”. Lo slogan che campeggia all’ingresso del Comitato alla Domus Massima, di fronte al Circo Massimo a Roma, sintetizza in maniera quasi empatica lo stato d’animo di molti di quelli che cominciano ad arrivare prima delle 20. Quando è già chiaro che il governatore del Lazio è il nuovo segretario del Pd, che veleggia su percentuali altissime (oltre il 65%) e che l’affluenza è andata molto meglio del previsto. Ci sono i vasi cinesi e i lampadari di cristallo nei locali del comitato. Effetto straniante che sottolinea un dato: il renzismo – almeno per quel che riguarda il Pd e i suoi elettori – è archiviato.
Il senatore di Scandicci, che da oggi in poi comincerà ad agitarsi ancora di più, nonostante il suo ostentato disimpegno, inanella un’altra sconfitta: non è riuscito a boicottare i gazebo, né ad oscurarli, con le presentazioni del suo libro. “Quella di Nicola Zingaretti è una vittoria bella e netta. Adesso basta col fuoco amico: gli avversari politici non sono in casa ma al Governo. Al segretario Zingaretti un grande in bocca al lupo. A Maurizio, Bobo e a tutti i volontari grazie. Viva la democrazia”, twitta alle 21 e 27, da Firenze. I suoi ci tengono a dire che se lo aspettava e che non era candidato. Vero. Ma per lui da oggi giocare da leader ombra diventa più difficile. Maurizio Martina, che aveva dietro di sé i maggiorenti del potere post renziano, come Luca Lotti, Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci si è fermato intorno al 20%. Pochi minuti prima delle 22 ci tiene a prendere la parola per fare gli auguri al neo Segretario. Accanto a lui, Matteo Richetti, maglioncino bianco, quando si dichiara contento per l’esito delle primarie lo guarda perplesso. Roberto Giachetti non è andato oltre l’11%. Prende la parola nello stesso momento in cui Zingaretti arriva al suo comitato. È livido, Anna Ascani accanto a lui non sorride mai.
Zingaretti arriva pochi minuti dopo le 22. Maniche di camicia, toni bassi, fa un discorso senza fuochi d’artificio, che però sembra spazzare via nei suoi 20 minuti scarsi gli anni del renzismo. “Grazie agli intellettuali”, dice a un certo punto. Definisce quella del 4 marzo “una sconfitta devastante”. E poi parla di “primarie per l’Italia”, parole che danno il senso di una ripartenza. Allude esplicitamente a un nuovo Pd, a nuove alleanze: sono finiti gli anni del Patto del Nazareno, guarda ai Cinque Stelle, a Leu, alla sinistra. Chiarisce che bisogna trovare “un’altra strada rispetto ai gialloverdi”. Non a caso sottolinea come “molti stanno tornando”. E poi, parla di poveri e disoccupati. Categorie quasi scomparse dal vocabolario del renzismo. La parola futuro la associa a “futuro del pianeta”, questo neo segretario che ribadisce: “Io non mi sento capo, ma leader di una comunità”. E che invita a guardare le persone “non dal dirigibile, ma dalla loro vita concreta”. Mentre condanna “politicismi e ambizioni incomprensibili”. Snocciola l’agenda (“Scuola, scienza, giustizia, infrastrutture, lavoro, conoscenza”) e cita Aldo Moro, come faro del suo Pd “per unire i credenti e i non credenti nell’onorare la vita”.
Al Circo Massimo arrivano, uno dopo l’altro, i big che hanno sostenuto Zingaretti. Gianni Cuperlo, tra i primi. Poi Dario Franceschini, che ancora una volta è salito per tempo sul caro del vincitore e che è il primo ad accoglierlo abbracciandolo. Il gruppetto di mischia che dovrà cercare di contrastare il potere ancora renziano a Palazzo Madama, come Antonio Misiani e Anna Rossomando. C’è Peppe Provenzano, uno dei volti più a sinistra del Pd, ma c’è anche Lorenza Bonaccorsi, un tempo apripista romana di Renzi. E poi, Cesare Damiano, Francesco Boccia, Walter Verini.
Da oggi comincia il nuovo corso. Si tratterà di nominare un vice segretario. Sarà una donna. In pole position, Paola De Micheli, coordinatrice della mozione. E poi, un nuovo presidente (Paolo Gentiloni) e la segreteria. Disegna l’idea di un partito come cantiere aperto, Zingaretti, con dipartimenti, forum tematici, consultazioni di varie realtà.
Resta la grande incognita dei gruppi parlamentari e delle mosse di Renzi e dei suoi. Il nuovo partito è all’ordine del giorno, ma non è pronto. E poi, in genere, il carro del vincitore si affolla molto rapidamente. “Non so perché è toccato a me. Ma è toccato a me”. Chiude con un tocco di sincerità il neo segretario, da sempre caratterialmente restio a lanciarsi nelle sfide più difficili. Ha vinto da anti leader. Il meglio deve ancora venire, avrebbe detto qualcun altro. Che però ormai è il passato.
“Un milione e mezzo di voti”. Il Pd ai gazebo è ancora vivo
Nel giorno delle primarie del Partito Democratico, un milione e mezzo di persone ha scelto il segretario al gazebo. Missione compiuta, al Nazareno: un milione di votanti era soglia minima che ci si era dati per tornare a sperare. Sin dal mattino, le code ai seggi arrivavano in strada. Come nell’area metropolitana di Milano, dove alle 13:00 avevano già votato 43mila persone, 3mila in più del 2017. Oppure a Napoli, dove le code si sono sciolte prima della partita con la Juve alle 20,30: i risultati delle primarie infatti sono arrivati in tarda notte, il conteggio è iniziato solo dopo il triplice fischio al San Paolo. In Sicilia non tutti esultano per le file ai seggi. Il sospetto è che i gazebo fossero troppo pochi, perciò i circoli erano affollati. Ad Enna si annunciano denunce alla magistratura. Fila lunga, a Roma, anche a Piazza Mazzini, quartier generale di Nicola Zingaretti.
Ai gazebo della Capitale, il popolo del Partito Democratico è fiducioso. Perfino nel VI municipio, estrema periferia di Tor Bella Monaca, dove il M5s ha spazzato via la sinistra. Oggi invece è il giorno della riscossa. Andrea Landi, presidente del seggio al circolo Versante Prenestino, annuncia trionfante 400 votanti alle 19,00: “Sono finite le schede e abbiamo fatto le fotocopie”, ammette. Con lui, al circolo, c’è Andrea De Carolis, un grillino pentito: “Stamattina c’era la fila fuori dalla porta”, dice mostrando la foto delle persone fino in strada. Nel quartiere arrivano i miasmi del centro per lo smaltimento dei rifiuti di Rocca Cencia. De Carolis si è battuto a lungo, con i comitati di quartiere, per la chiusura dell’impianto: “Qui la gente muore di tumore, e quando il M5s ha promesso che i rifiuti sarebbero stati spostati, ha fatto il pieno dei voti”. Lui, architetto, è entrato nella giunta grillina del VI municipio nell’estate 2013, dopo la caduta di Ignazio Marino. “Tre mesi dopo, a novembre, mi sono dimesso perché il Movimento si è rimangiato la promessa di chiudere l’impianto di Rocca Cencia”. Andrea non è l’unico deluso a Cinque Stelle. Anche Marco, 23 anni, nato e cresciuto a Tor Bella Monaca, ha votato Luigi Di Maio ma ora è al gazebo del Pd, quello di via dell’Archeologia. Zingaretti gli sembra più carismatico di Martina e Giachetti; un’alleanza Pd-M5s, Marco la voterebbe. Ma è solo: chi affolla il seggio rifiuta il dialogo con i Cinque Stelle. Una signora ammette di parlare poco pure con suo figlio: “È razzista, non lo ammette ma vota Salvini”. La madre non se ne capacita, lei che è nata di sinistra e morirà di sinistra: “In questa zona il razzismo è ovunque, tutti credono che il problema siano i neri”, dice con l’aria di chi non si rassegna. Anche Pina Cocci, sulla sua sedie a rotelle, ha voglia di lottare. Del resto, quello di via dell’Archeologia, nel cuore di Tor Bella Monaca, è il “suo” circolo. Quando è stato fondato, nel 1980, lei c’era. Oggi è candidata all’assemblea del Pd, al terzo posto nella lista Martina. Pina, la fila dei votanti fino al marciapiede, non la vedeva da tempo. Però è arrabbiatissima con Zingaretti e con la senatrice Michela De Biase, che è moglie di Dario Franceschini: “Lei non è del territorio ma è candidata all’Assemblea nazionale qui, al VI municipio, solo perché è sicura di vincere”. Un episodio simile era avvenuto nel 2013, per le primarie del sindaco, al circolo di Casalbertone del IV municipio. I militanti storici accusarono l’onorevole Micaela Campana di essersi candidata in un quartiere che non conosceva. Domenico Perla, militante Pd, al gazebo di Casalbertone a Piazza Santa maria Consolatrice, c’era anche sei anni fa: “Ai tempi sono volate sedie e insulti pesanti. Al nostro gazebo, oggi, Micaela Campana è meglio che non si faccia vedere”, dice Domenico. Lui e gli altri militanti sono felicissimi dell’affluenza: “Alle otto di sera, siamo a 382 votanti, poco meno delle primarie di Renzi e non ce l’aspettavamo”. Secondo Domenico molti ex compagni di sinistra, passati ai Cinque stelle, oggi sono tornati al gazebo delle primarie. Sull’alleanza con i grillini, a Casalbertone nicchiano: “In campagna elettorale, mai. Dopo il voto chissà, magari firmiamo con contratto”.
Ma mi faccia il piacere
In che senso? “Non potremo mai allearci con i 5 Stelle, sarebbe come fare il pedofilo e andare con i bambini” (Silvio Berlusconi, presidente FI, Quarta Repubblica, Rete4, 18.2). Mubarak deve aver finito i nipoti.
Vaglio e Ollio. “Il vaglio di ammissibilità che ho fatto rispetto alla presentazione… la mozione rimane ammissibile perchè lei in questo caso interpreta una contraddizione in termini dell’impegno del governo… che è l’impegno che i presentatori hanno rivolto al governo, ma il vaglio di ammissibilità per me rimane così, anche con la questione della centralità del Parlamento, la sensibilità in questo caso il vaglio rimane vagliato, invariato, chiaramente” (Roberto Fico, M5S, presidente del Senato, rispondendo a un’interrogazione parlamentare in aula, 24.2). La cosa – diceva Totò – non è venuta vagliata.
Totò contro Maciste. “Mi candido per il mio senso di responsabilità, si sta profilando un progetto di egemonia dell’impero cinese che è pericoloso per il mondo” (Berlusconi, 15.2). Lo sconfigge lui da solo, con le nude mani.
L’oroscopo di Fitch. “Fitch: Italia in bilico, Conte cadrà” (La Stampa, 23.2). Ancora nessuna notizia, invece, dell’Ariete e del Sagittario.
É andata male. “Conti pubblici, Italia graziata: ‘Ma rischio di voto anticipato’. Fitch conferma il rating”, “La tregua che annuncia la tempesta” (Repubblica, 23.2). Su, cari patrioti, non fate così: andrà peggio la prossima volta, consolatevi.
La minaccia. “Chiunque vinca le primarie non dovrà temere da parte mia alcuna guerriglia” (Matteo Renzi, senatore Pd, 2.3). Faceva prima a twittare #Nicolastaisereno.
L’augurio. “Martina può andare a cagare domattina” (Matteo Richetti, deputato Pd e sostenitore di Maurizio Martina, messaggio vocale inviato via WhatsApp al suo staff, 24.2). Faceva prima a dire #Mauriziostaisereno.
Decide lui. “Gli arresti domiciliari si fanno al mattino, non all’ora dei tg serali” (Roberto Giachetti, candidato a segretario Pd, La Stampa, 23.2). Se no?
Attenti a quei P2/1. “Penso che la separazione delle carriere dei magistrati sia una strada da perseguire: per un periodo era stata una battaglia del Pd, poi però l’abbiamo abbandonata” (Anna Ascani, deputata Pd, Repubblica, 22.2). Confonde il Pd con la P2.
Attenti a quei P2/2. “Per tempo ho scritto la separazione delle carriere nella nostra mozione. … Non farebbe male a nessuno. Dobbiamo superare la stagione del berlusconismo e dell’antiberlusconismo senza timore di riportare le lancette all’indietro” (Maurizio Martina, candidato a segretario Pd, Repubblica, 23.2). In effetti l’iscrizione di B. alla P2 è del 1978 e il Piano di Rinascita di Licio Gelli è del 1979.
La prima gallina che canta. “Davigo: ‘Le ingiuste detenzioni? Colpevoli che l’hanno fatta franca’. Insorge Forza Italia” (il Giornale, 24.2). A nome dei colpevoli che l’hanno fatta franca.
Meglio mafiosi che gialloverdi. “Se la sola scelta possibile fosse tra un bandito consapevole e un fanatico ignaro di tutto sceglierei, tremando, il bandito” (Corrado Augias su B. e il governo Conte, Repubblica, 23.2). Di nuovo a corto di stallieri?
Er mejo. “Formigoni è stato il miglior governatore di tutte le Regioni” (Berlusconi, 22.2). Fortuna che ne ha governata una sola, sennò gli davano l’ergastolo.
Porte girevoli. “Mi spiace di non poter ricambiare la visita a Formigoni, lui era venuto a trovarmi in prigione” (Totò Cuffaro, ex governatore della Sicilia, condannato per favoreggiamento mafioso, Libero, 24.2). Quella volta l’avevano fatto uscire.
Il Lupetto. “Non voglio che i miei figli vivano nell’Italia dei Di Battista. Qui rischiamo il Sudamerica” (Lupo Rattazzi, nipote di Gianni Agnelli, il Giornale, 26.2). Puoi sempre andare in Svizzera: lo zietto deve aver lasciato qualche spicciolo.
La folgorazione. “La città è governata dagli amici di Lanzalone” (Pinuccia Montanari, ex assessore all’Ambiente di Roma, Corriere della sera, 1.3). Ma tu pensa, se n’è accorta giusto il giorno che se n’è andata per il disastro della sua Ama.
Orologeria israeliana. “Netanyahu incriminato prima delle elezioni: ‘E’ una persecuzione’” (Repubblica, 1.3). Questo dev’essere lo zio di Renzi.
Il titolo della settimana. “Giorgetti vola negli Usa: la Lega sarà garante della stabilità politica. Missione a Washington per vedere i collaboratori di Trump e rassicurare sul ruolo del Carroccio per la tenuta del governo” (La Stampa, 27.2). Zitto zitto, è tornato De Gasperi.
Il domandone
Che febbre per Freddie, ma passata l’isteria si teme il boomerang della noia
Centoventimila mani che battono in sincrono: forse basterebbe questa immagine per descrivere il carisma e il potere dei Queen, band immortale e Re Mida dello showbiz. Nell’indimenticabile performance del 1986 a Wembley, le note di Radio Gaga erano riuscite infatti ad allineare tutte le persone del pubblico sulla stessa lunghezza d’onda, perfettamente a tempo con Freddie Mercury, leader del gruppo. Ma se questa può sembrare un’impresa eccezionale, non è nulla rispetto alle onorificenze che negli ultimi tempi sono riconducibili alla band: il loro film-tributo Bohemian Rhapsody ha infatti fatto man bassa agli Oscar, vincendo ben 4 premi (Miglior attore protagonista a Rami Malek, nei panni di Mercury; Miglior montaggio; Miglior sonoro; Miglior mixaggio audio) e trionfando anche ai Golden Globes (Miglior attore protagonista, anche qui, e Miglior film drammatico). Al successo riscosso tra i critici, e con i Premi, si unisce quello ai botteghini: Bohemian Rhapsody, a oggi, ha registrato più di 861 milioni di incassi nel mondo. È stato addirittura riproposto nelle sale, il 22 e 23 gennaio scorsi, in versione karaoke. Ma non finisce qui: il biopic ha ispirato anche un libro omonimo, in uscita a fine mese, che racconta i retroscena del film.
La pellicola ha raccolto l’unanime consenso di pubblico e critica, rispecchiando perfettamente la carriera dei Queen, che verrà raccontata anche in un documentario dal titolo Show must go on, in onda dal 24 aprile su Abc. E parlando di opere ispirate alla band, non si può omettere We will rock you, il musical rappresentato al Teatro Brancaccio di Roma (fino a oggi), che ha inanellato un sold-out dopo l’altro, con un’affluenza di 1.700 persone a replica. “We are the champions”, direbbero loro: campioni di incassi, ma anche di longevità artistica.
Che i Queen abbiano scritto la storia non è un mistero: abituati al “tutto esaurito” delle tournée, incisero album rimasti nelle classifiche britanniche per tempi record (1.322 settimane, vale a dire oltre 27 anni), di cui il primo (Greatest Hits del 1981) è il più acquistato di sempre nel Regno Unito. La cosa che però sorprende è il modo in cui riescono a travalicare i confini non solo dello spazio, ma anche del tempo. Sembra infatti che sia iniziata una nuova era di isteria collettiva, nella quale folle in adorazione riscoprono il piacere di idolatrare la band britannica.
I Queen riescono a travolgere persone di generazioni diverse, di luoghi diversi, persino di gusti musicali diversi. “They want it all”, e riescono ad averlo, mettendo d’accordo tutti grazie alla loro capacità di essere nello stesso tempo rock e glam, anticonformisti ma in maniera rassicurante, innovativi ma classici, sofisticati ma accessibili a tutti. E questo lo sanno bene Brian May e Roger Taylor, membri superstiti della band, che stanno cavalcando l’onda della loro rinnovata popolarità.
Chissà come Freddie Mercury avrebbe affrontato il fatto di vedere, nel 2019, la sua faccia su milioni di profili social, nelle locandine dei cinema, nelle brochure teatrali, sulle copertine dei libri, sulle magliette, le tazze, i portachiavi, le calamite. Probabilmente ne sarebbe stato lusingato, ma è impossibile eludere un dubbio: non è che, a furia di essere martellati dalle loro immagini e dalle loro note, i Queen finiranno per venirci a noia?
Quando c’è da dirigere, la danza è cosa da uomini
C’è un enorme pregiudizio da sfatare, ancora oggi nel 2019: la danza è una “cosa da femmine”. Come se non bastassero le incredibili performance dei danzatori alla Roberto Bolle, che hanno avuto il merito di trasformare il balletto in un’arte pop, a conferma della banalità dell’assunto esiste un fatto: nella stragrande maggioranza delle compagnie di fama mondiale i direttori artistici sono uomini. Quando va bene, ex ballerini o ex coreografi.
A lanciare l’ennesima sfida di genere, nel momento in cui il #MeToo pare sepolto in soffitta come le scarpette da punta consumate, è stato l’altro giorno il New York Times, che ha riportato la notizia delle nuove nomine al New York City Ballet. La prestigiosa compagnia si era ritrovata all’inizio del 2018 senza un direttore, dopo che lo storico Peter Martins aveva dovuto abbandonare la poltrona su cui sedeva da trent’anni per le accuse di cattiva condotta sessuale e fisica. Da quel momento il corpo di ballo era stato diretto ad interim dall’ex danzatore Jonathan Stafford. Nei mesi successivi, per giunta, tre ballerini erano stati espulsi dopo essere stati accusati di aver condiviso foto sessualmente esplicite.
A distanza di un anno, e con l’ovazione del pubblico e della compagnia, ad affiancare Stafford arriva adesso Wendy Whelan, che nel NYCB ha danzato fino al 2014. Tutto risolto al meglio? Non proprio: “Il rapporto professionale della sig.ra Whelan con il signor Stafford – scrive il Times – è privo di un prefisso, per esempio co-”. Mentre lui diventerà il direttore artistico del City Ballet e della sua affiliata School of American Ballet, lei è stata nominata direttore artistico associato del City Ballet. A quanto pare, cioé, Stafford dirigerà la compagnia e la scuola e deciderà chi balla cosa; a Whelan, invece, saranno affidate la programmazione, la scelta dei coreografi e l’insegnamento. La speranza è che i due ex colleghi possano fare squadra.
Il men power non è un caso isolato, nella danza: se si va a curiosare nell’organigramma delle grandi compagnie, è molto difficile trovare una donna al vertice. È un uomo, Kevin McKenzie, che dirige l’American Ballet Theatre, tra le cui star milita anche il nostro Bolle, in qualità di primo ballerino. È un uomo, Makhar Vaziev, a capo del mitico Bol’šoj di Mosca. Prima di approdare in uno dei templi della danza mondiale, ha diretto anche la nostra Scala e da lì si è portato dietro il nuovo fenomeno Jacopo Tissi, che ha 24 anni ed è primo ballerino. Per rimanere in Russia, l’attuale direttore artistico del Balletto di San Pietroburgo è Timur Gareev, ex solista del Teatro dell’Opera e Balletto di Kharkov. Si diceva del Teatro alla Scala: anche qui c’è un direttore e non una direttrice, Frédéric Olivieri. Come pure nel prestigioso Royal Ballet di Londra, portato avanti, dal 2012, da Kevin O’Hare. Dallo stesso anno dirige il Dutch National Ballet Ted Brandsen, cha ha un passato da ballerino del National Ballet olandese (dal 1981 al 1991) poi da coreografo, poi ancora da direttore artistico del West Australian ballet. Per rimanere in Olanda, Paul Lightfoot ha la direzione artistica del Nederlands Dance Theatre, la prestigiosissima compagnia di danza contemporanea che ha sede a L’Aja.
In un mondo con poco gesso e tanti sospensori, ci sono però alcune eccezioni. Roma, prima di tutto, dove il corpo di ballo del Teatro dell’Opera è diretto dall’etoile Eleonora Abbagnato. Dal primo agosto 2016, invece, i francesi possono godere dell’attenta guida di Aurélie Dupont alla sezione danza dell’Operà national de Paris: l’ex ballerina ha preso il posto di un uomo, Benjamin Millepied. E infine come non ricordare un’icona storica del balletto mondiale? Alicia Alonso, che ha fatto del Balletto di Cuba un appuntamento da non perdere mai. Di certo qui non si fa una questione di “quote tutù”, non è che le donne devono essere per forza meglio degli uomini. Ma proviamo a ribaltare il punto di vista: perché una danseur che sopporta il dolore e la fatica di 32 fouettés sulle punte non può essere in grado di dirigere una compagnia di colleghi?
“Porno, follia e humour nero: così è nata la nostra Cinico Tv”
Una richiesta al suo collaboratore: “Per favore chiudi la porta? Altrimenti mi viene l’ansia. Anzi, ho già l’ansia”. Eppure siamo in uno studio di registrazione, isolato, a un paio di metri sotto l’asfalto di Palermo. “Qui sto benissimo, al riparo dal mondo”. È necessario? “Sì, perché le ho tutte: sono compulsivo, bipolare, depresso… poi in assoluto c’è la pesantezza della vita, quindi mi preoccupo”. “Non le manca nulla” (e finalmente Franco Maresco sorride).
Lui è il papà (insieme a Daniele Ciprì) di Cinico Tv, il programma che nei primi anni Novanta ha ribaltato il concetto di televisione: bianco e nero, silenzi lunghissimi, attori non professionisti, il surreale e il situazionismo come approdi mentali, canottiere e peti a corredo; polemiche e proteste a cadenza quotidiana. Poi, non soddisfatto, ha il vessillo di ultimo censurato del Paese con il film Totò che visse due volte, ritenuto blasfemo, e allora boicottato, bloccato, vessato, considerato capolavoro dai fan che stanno festeggiando il ventennale dall’uscita. “Sono una delle persone più discriminate del panorama televisivo e cinematografico. Solo a Rai Cinema mi considerano”.
Come mai?
Vivo in periferia, non lecco culi, e ancora utilizzo il telegramma per comunicare; e poi sono impulsivo, incazzoso, per fortuna rispetto a un tempo mi sono calmato.
Il telegramma è una metafora?
No, è vero. Ne ho mandato uno anche a Carlo Freccero.
E…
Ha risposto: “Dobbiamo aggirare la pericolosità del tuo nome”. Poi più sentito; io aspetto, ma tanto va avanti così da tanti anni, non ci sono spazi.
Non come all’inizio.
Allora fu una coincidenza storica, ultimo sussulto di un’Italia piena di teste pensanti.
Come avete esordito?
Tra il 1985 e il 1986 siamo apparsi in un programma di Italia 1, Isole comprese, dove selezionavano alcune eccellenze delle televisioni locali: già eravamo Cinico Tv su Televideomarket.
E un vostro pubblico.
Alcuni folli nottambuli; dopo Italia 1 sono arrivati Enrico Ghezzi e Marco Giusti con il gruppo di Blob e Fuoriorario: all’improvviso i fratelli Abate e gli altri nostri attori sono diventati personaggi non più solo di nicchia.
Improvvisamente famosi.
La nostra esistenza non è cambiata, continuava a essere di merda.
Nel senso?
Io e Daniele avevamo vite differenti, ma tutti e due con una serie di problemi non piccoli e consapevolmente abbiamo deciso di restare chiusi in un piccolo mondo, insieme ai nostri attori.
Solo voi…
Non accettavamo neanche le presentazioni.
Mai.
Neanche una, nonostante pressioni e inviti, come quelli di Maurizio Costanzo per partecipare al suo show.
Giammai.
Un reale pressing: per incoraggiarci arrivò a specificare “oh, vi prendo tutti e due sul palco”, mentre noi non solo rifiutavamo, ma appena era possibile ne parlavamo anche male e con godimento.
A che proposito.
Da ragazzino lo ammiravo, in particolare ai tempi di Bontà loro, poi ho avvertito il cinismo, il trasformismo, la capacità di dirottare il pubblico: il suo programma è stato la metafora dell’Italia, ricordava il Circo Massimo romano, una passerella dove mischiava qualunque emozione, storia, atteggiamento, moralità e presunta moralità, verso un appiattimento pericoloso del quale oggi paghiamo pegno.
Lei è un nostalgico.
È vero. Assolutamente. Abbiamo svenduto ogni forma di dignità e coerenza. Oggi è obbligatorio piacere. E non potevo stare sullo stesso palco con personaggi come Vittorio Sgarbi. (Riflette) Per il nostro racconto era necessaria una coerenza assoluta.
A ogni costo.
Ci offrirono di girare molte pubblicità, tipo quella di uno scooter, e con bei compensi sul tavolo; o alcuni videoclip, tra questi un brano di Vinicio Capossela, nostro fan, ma l’unica risposta è sempre “no”.
Cosa temevate?
Ricordo le prime recensioni di Manifesto e Unità, entrambe negative, ci accusavano di sfruttare i diversi; solo tempo dopo hanno capito la parità del gruppo e che volevamo solo raccontare un certo tipo di sud; una volta Marco Giusti scrisse: “Nel rapporto di Maresco e Ciprì con i loro attori, non è chiaro chi è prigioniero di chi”.
Simbiotici.
Una sorta di manicomio semovente, nato in un momento particolare: mi ero da poco separato, avevo un bambino piccolo e una famiglia d’origine disperata, con tanto di episodi complicati legati a malattie mentali.
E Ciprì?
Se la passava meglio, era una sorta di fratello minore, e poi aveva un negozio di fotografia, quindi una serie amplissima di materiale e strumenti a disposizione. Passavamo tutti i giorni insieme, incluse le feste comandate.
Compresi gli attori. Una comune…
Esatto, e ci palleggiavamo ossessioni, follie, fobie, depressioni, ma solo così è stato possibile creare quel microcosmo volontario.
Tutti in gioco.
Un’esperienza che può ricordare gli anni Sessanta, per questo era dolorosa l’accusa di sfruttamento.
I vostri attori come reagirono ai riflettori nazionali.
Non gliene fotteva un cazzo.
A nessuno?
Per Marcello Miranda (l’uomo sempre in mutande), erano importanti solo le videocassette hard e le puttane; Pietro Giordano chiedeva l’elemosina, un caso meraviglioso di follia…
Cioè?
Girava in Lacoste e con scarpe da 200mila lire, proveniva da una famiglia non povera, con tanto di casa di proprietà e il servitore filippino; la sua passione era quella di imbucarsi ai matrimoni e mangiare a sbafo: una volta, scoperto, fu costretto a scappare dalla finestra di un bagno.
Personaggi ancor prima di diventarlo.
Quando giravamo eravamo solo noi, tutti rigorosamente uomini, i sensi non dovevano distrarsi, per ottenere il giusto risultato era necessaria la sofferenza, così dopo aver battuto il ciak, andavo da Marcello Miranda e a bassa voce gli raccontavo alcune scene erotiche. Lo uccidevo psicologicamente. E all’improvviso diventava il simbolo della condizione umana. Le donne avrebbero sottratto tutto questo.
Racconta Luca Guadagnino: “Maresco mi insegnava: ‘Devi odiare le donne, feriscono, mentre devono essere usate’”.
Lui era un borghese che mangiava mais e un po’ ha travisato il mio pensiero, anche se lo ammetto: ero un teorico della misoginia.
Era…
Ai tempi di Luca avevo un negozio di videocassette che pian piano era diventato una sorta di appoggio a Basaglia.
Pure il negozio!
Un luogo dove il centro della giornata non era la videocassetta, ma una sorta di prova tecnica di Cinico Tv…
Avventori particolari.
Veniva l’Italia arrapata in cerca di prodotti pornografici, io ero un simil confessore e Vanessa Del Rio (celebre pornostar) era oggetto di discussioni approfondite; però anche Renoir e John Ford offrivano spunti ai nostri confronti, e citavamo frasi western del tipo “la migliore delle donne non vale un buon cavallo”.
Seri?
Macché, c’era ironia, ma eravamo solo uomini, un Circolo Pickwick della disperazione, e la videocassetta diventava una parentesi fastidiosa.
Perché?
Quando entrava un cliente vero, interrompeva i nostri flussi.
Ma oltre al cinema, di cosa parlavate?
Una discussione frequente partiva dalla domanda “Perché non ti ammazzi?”.
Bordate di allegria.
Un modo per esorcizzare il problema, riflettevamo sul suicidio con dell’umorismo nero; la tesi era: “Oggi arriverai a casa e troverai la bolletta, poi la moglie incazzata, la mamma che sta male, magari tuo padre si è rotto una gamba; nel calcolo delle probabilità camperai altri quarant’anni, e all’85 per cento saranno di questo genere, il 15 non andrà oltre il ‘così e così’. E dopo? quattro palate di terra e tutto è finito. Quindi: perché rimandare a domani quello che si può ottenere oggi?”.
Non fa una piega.
Funzionava.
Ha salvato qualcuno?
(Ride) Sì, e non sono convinto sia una nota di merito; in questo contesto un giorno è arrivato Luca Guadagnino che mi accusa di essere l’artefice delle sue successive scelte sessuali.
Vi sentite ancora?
Pure lui non mi risponde più, introvabile e mi dispiace.
Torniamo al porno.
Il primo collante tra me e Ciprì: Daniele prima di tornare a casa passava dal negozio e spesso era oltre l’alticcio, magari ubriaco, perché allora per vivere girava i film dei matrimoni, quindi si scolava quello che gli passava sotto il naso; allora ero veramente un grandissimo esperto di cinema hard, ed era un merito, oggi con Internet non lo è più, è cambiata la qualità.
Quanto esperto?
Sono stato preda di compulsioni erotiche, sapevo tutto, una sera, in un film francese, ho riconosciuto la voce di Emilio Cigoli, doppiatore di John Wayne e Gary Cooper.
Maresco ai tempi della scuola.
Leopardiano. E lo sono ancora.
Come andava?
Esperienza fallimentare. Tempo fa uno psicoanalista ha sentenziato che sono affetto da narcisismo, e forse allora non sopportavo i miei compagni perché volevo tutta l’attenzione su di me. Comunque mi assentavo spesso.
Direzione?
Le periferie della città, dove anni dopo avrei girato con Daniele.
A scuola come veniva giudicato?
Un essere strano, per gli insegnanti un ragazzo con qualche problema; a distanza di anni non avevano tutti i torti, però sono riuscito a conoscere personaggi interessanti
Tipo?
Francesco Mangiameli, un professore palermitano della destra più estrema, poi ucciso vicino Roma.
Ma cosa trovava in un tipo del genere?
È Dostoevskij, sono le letture notturne, mi appassionavano i Demoni, e di Mangiameli sapevo la storia di violenza, mentre in apparenza si manifestava con uno stile pretesco, parlava e citava Nietzsche ed Evola; volevo capire le sfaccettature dell’uomo.
Com’è l’uomo?
Sempre una merda dentro.
L’uomo in generale o lui?
Anni fa volevo girare un film sulla storia del mondo, il cui titolo doveva essere: “Perché l’uomo è un pezzo di merda”. E partivo da Adamo ed Eva. Chi ha letto Dostoevskij o Céline può capire.
Ha polemizzato con Marco Risi a causa di “Mary per sempre” e “Ragazzi fuori”. Risi risponde che per lei se uno non è siciliano non può parlare della Sicilia.
Non è esattamente così, infatti considero Risi un genio rispetto all’operazione di appiattimento portata avanti da Pif, dove racconta una Palermo tutta tranquilla e infiocchettata, quando non è così.
Quindi?
Marco ha inaugurato una stagione di cinema romano, dato inizio a una lunga serie di operine, filmettini, porcheriole e serie televisive; uno sciacallaggio, con la Sicilia tramutata in pozzo senza fine, e ciò ha causato una forma di spettacolarizzazione e banalizzazione stomachevole. Conta solo l’aspetto commerciale.
Mentre prima?
Penso alle opere di Damiano Damiani: registi come lui creavano spettacolo anche dal punto di vista culturale e personale; Il giorno della civetta rispettava i canoni, aveva forza e funzione educativa, nel 1967 raccontava cos’era e cosa rappresentava la Democrazia Cristiana.
Lei comunista?
Per un periodo sono andato alla sezione di Corso Calatafimi, e chissà cosa mi immaginavo di trovare, magari persone simili o affini a Gramsci, in realtà c’era molta borghesia, militanti diversi da me e dai La Torre, che infatti era isolato dentro al Pci: lì dentro non amavano la forza comunista con le mani callose e gli eredi di quel clima oggi si chiamano Cracolici e Faraone (esponenti Pd).
“Quando suono il pianoforte poi va tutto male”. Parole sue.
Volevo diventare musicista e anni fa ho studiato con un grande didatta, però si era sviluppata una strana forma di nevrosi: ogni volta che mi applicavo, poi andava male il resto. E per anni me ne sono privato; quando ho ricominciato, di nuovo tutto male.
Ora va meglio?
No, ma per prudenza evito, non vorrei che la situazione peggiorasse. In questo caso sono un po’ codardo.
Secondo Abel Ferrara il cinema è dei gangster.
Ha ragione: a Palermo, per anni, il capo delle comparse è stato Enzo Castagna, uomo legato ai clan, e lo sapevano tutti; senza di lui era impossibile girare e nel suo mestiere era bravo. Da quando lui è finito, e i figli condannati, c’è solo piattume.
Ha mai avuto problemi con i clan?
Dopo Totò che visse due volte, film tosto, con Daniele volevamo riavvicinare il pubblico e girammo Il ritorno di Cagliostro, una commedia comica. Nel cast volevamo Enzo Castagna, nel ruolo del cardinal Sucato, lui felicissimo; una mattina mi chiama una persona, mi raggiunge e a fil di voce consiglia: “Gli amici non vogliono Enzo nel film”.
Gli amici, nel senso?
Le famiglie palermitane.
Perché?
Temevano il ridicolo, di far ridere i polli: “Non è contro di voi, ma iddu è scimunito”. Enzo addolorato, ci teneva davvero.
Stupito?
Divertito, in qualche modo avevano apprezzato il nostro lavoro.
Tra cinquant’anni come verrà ricordato?
La fortuna è che non sarò ricordato, ma credo che nessuno celebrerà nemmeno gli altri; il mio auspicio è che ci siano gli androidi, il trionfo dell’intelligenza artificiale, e quindi non terranno conto del nulla che abbiamo rappresentato nella nostra storia.
Allora perché si ostina a voler girare?
Perché conosco solo questo mestiere, e fino alla fine continuerò a tentare.