Per imbellettare l’operazione hanno scomodato Pirandello nell’editoriale: “Finse di morire per un giorno e di rifiorire alla sera”. Ma quella tornata in edicola dopo settimane di chiusura, tra scioperi e il licenziamento in tronco di venti persone, de La Città di Salerno conserva solo la testata, la grafica e il direttore, Antonio Manzo. Ma è un’altra cosa, perché i giornalisti non ci sono più. Gli editori – Vito Di Canto e Giovanni Lombardi – hanno portato a termine il piano: un passaggio societario (ma la nuova società fa riferimento alle stesse famiglie di prima) per scaricare i debiti e liberarsi dai dipendenti. “Una manovra spregiudicata, in dispregio di tutte le regole di uno Stato di diritto dove il lavoro conserva ancora qualche tutela” scrive il Sugc. Undici giornalisti su 13 sono rimasti a spasso e ieri hanno diffuso un volantino per ricordare che la vera Città sono loro. Ed anche in Puglia non si ride: da oggi la Gazzetta del Mezzogiorno non sarà in edicola, sciopero a oltranza. I dipendenti non vedono uno stipendio da novembre, la crisi si trascina dal 24 settembre, quando il tribunale di Catania ha sottoposto a sequestro le quote societarie dell’editore Mario Ciancio Sanfilippo.
I pm: “Ingannato il mercato”
Mercoledì scorso, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti della società Sole 24 Ore, dell’allora presidente Benito Benedini, dell’allora ad Donatella Treu e dell’allora direttore Roberto Napoletano, considerato dai pm amministratore di fatto. Le accuse sono false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo. L’inchiesta riguarda i conti del 2015: secondo i pm Gaetano Ruta e Fabio De Pasquale, i tre si sarebbero macchiati di false comunicazioni sociali esponendo “fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, in particolare sull’andamento economico del quotidiano Il Sole 24 Ore, sulle vendite delle copie digitali e cartacee a esse connessi” al fine di “assicurare a se stessi un ingiusto profitto”. l’ufficio sanzioni della Consob ha proposto di multare pesantemente Treu, Napoletano e diversi manager di vertice.
L’ossessione per le copie digitali: i verbali segreti del “Sole 24 Ore”
Giovedì prossimo, 7 marzo, il consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore esaminerà il progetto di bilancio 2018, ma sarà soprattutto chiamato a decidere sull’azione di responsabilità contro gli ex vertici. Il 22 febbraio l’ufficio sanzioni della Consob ha proposto di multare per manipolazione di mercato la società quotata di Confindustria (140 mila euro), l’ex direttore del quotidiano Roberto Napoletano e l’ex amministratrice delegata Donatella Treu (280 mila euro a testa), l’ex dirigente marketing Anna Matteo (180 mila euro), l’ex direttore finanziario Massimo Arioli (160 mila euro) e l’ex responsabile diffusione Alberto Biella (150 mila euro). Se costoro non pagheranno, il Sole dovrà farlo al posto loro. L’ad Giuseppe Cerbone, in carica da agosto, ha un parere legale sulle condotte degli ex vertici per la gestione dei dati diffusionali, la cessione della divisione Business Media, consegnata a gennaio 2014 a Tecniche Nuove per un euro con una dote di 11 milioni (sulla vicenda Cerbone a novembre ha sporto denuncia contro ignoti), la vendita di una rotativa per 8 milioni.
Dopo due anni di indagini, il 27 febbraio la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali e aggiotaggio informativo dell’ex presidente Benito Benedini, di Treu e Napoletano, considerato amministratore di fatto. Anche la società è indagata. Il pm Gaetano Ruta e il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale hanno esaminato i conti 2015 e sostengono che gli ex vertici hanno realizzato “una rappresentazione tesa sempre a sovrastimare i risultati di gestione del più significativo asset della società – il quotidiano Sole 24 Ore – in particolare i ricavi da vendita copie e la penetrazione sul mercato, anche minimizzando le perdite con l’aggregazione di differenti aree di business” e che “diffondevano notizie false sulla situazione economica e finanziaria, idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo del titolo”.
Dopo un duro scontro nel cda, che a molti è parso la replica del violento confronto con l’allora consigliere Nicolò Dubini e l’allora ad Gabriele Del Torchio nelle riunioni del 3 e 11 novembre 2016 sulla questione della verifica delle copie digitali, giovedì scorso l’ex presidente di Confindustria Luigi Abete si è dimesso dal cda del Sole: vi sedeva da quasi vent’anni. Secondo alcuni, Abete “si è opposto fino all’ultimo all’azione di responsabilità che lo vede tra l’altro potenzialmente coinvolto in quanto nel vecchio cda”. Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, è l’ultimo consigliere rimasto in carica dagli anni in cui si sarebbero consumati i reati.
Gli ex vertici respingono le accuse. Nelle sue controdeduzioni alla Consob del 21 febbraio, Napoletano afferma che “al direttore di un quotidiano non compete alcun ruolo di gestione aziendale. Le strategie e le compatibilità economiche sono state decise in altre sedi, in riunioni (dove lui) non era presente. Non si è mai occupato di strategie di diffusione, pratiche commerciali e reporting”.
A contraddirlo c’è Biella, ex capo della diffusione ed ex socio occulto con Arioli, le mogli e altri manager del Sole della società Di Source, che dal 2013 a settembre 2016 vendeva all’estero (fittiziamente) decine di migliaia di abbonamenti digitali del giornale. Il 6 dicembre 2017, interrogato da indagato dal pm Ruta, Biella dichiara: “Il direttore (Napoletano, ndr) voleva che il quotidiano fosse il primo per diffusione. Treu e Napoletano davano espresse indicazioni sull’ammontare delle copie che mese per mese dovevamo raggiungere”, “il direttore [era] indifferente alla genuinità del dato diffusionale” e “interessato solo alla pubblicazione di numeri rilevanti”. Biella consegna al Pm la copia digitale di un suo colloquio del maggio 2015 con Napoletano. La registrazione allegata al verbale dell’interrogatorio dice molto sul Sole di quegli anni. Ecco alcuni passaggi:
Napoletano: Ho visto i messaggi di Romeo (Alfredo, le cui società sono state coinvolte nello scandalo Consip e in accuse di corruzione, ndr), è un mio industriale che ha scritto dal 10 maggio a Benucci (Francesco, all’epoca direttore comunicazione e relazioni esterne del Gruppo 24 Ore, ndr): “firmato accordo, siamo operativi”.
Biella: Però mi piacerebbe sapere con chi ha firmato, che accordo è…
N: Perché?
B: Se compra Confindustria non posso certificarlo, devo vedere come è fatto l’ordine, perché l’Ads (Accertamenti Diffusione Stampa è la società che certifica i dati su tiratura e diffusione della stampa, ndr) dice che non possono essere vendute (le copie, ndr) a controllori o società del gruppo. Quindi se è Confindustria, tipo Toscana24, gli sto girando le cose in modo che non compaia Confindustria…
N: Sì, certo… se è Napoli metti i nomi degli imprenditori a cui va, li manderanno a qualcuno, no?
B: Quante copie sono?
N: 400 + 300. Poi c’è il Banco Popolare, che sono 115 mila.
B: 115 mila che ho fatto il conto ieri, sono quasi 700 copie.
N: Io vorrei alzare un po’ aprile capito?
B: Ma questi comprano già.
N: Fanno un trimestre, se li allunghiamo il mese prima, che cazzo ce ne fotte. E aprile quanti sarebbero? Sarebbero 3,82, io vorrei farli arrivare a 3,84. Invece a maggio quanto siamo? Sei riuscito a fare un conto?
B: No, lo sto facendo, te lo dico domani…
N: Io ho Samsung… Vodafone… Io devo superare il Corriere… “Un contratto di 115 mila euro con Popolare”… allora tu sei merda! Cioè io vado a Verona, parlo con Saviotti (Pier Francesco, all’epoca ad del Banco Popolare, ndr), poi ci mando Cristian Martino (allora caporedattore della Finanza del Sole, ora a capo del settimanale Plus24, ndr), ci inventiamo i clienti e tu mi vendi quella a me?… “A2A, abbiamo ripreso il contatto!” ma va a cagare va… Domenica devo andare a cena (incomprensibile)… È una municipalizzata, non è la stessa cosa di parlare con un banchiere.
B: Da A2A c’eravamo andati io e Anna Matteo ma si parlava di 9-10 copie…
N: Appunto, perciò adesso io ne porto là 600-1000.
Addio Sguaitzer, ex Mantova simbolo della lotta alla Sla
Si è spento ieri mattina Marco Sguaitzer, 60 anni il 4 luglio prossimo, ex calciatore del Mantova. Era ricoverato da giorni nell’ospedale del capoluogo: da anni lottava contro la Sla ed era diventato uno dei maggiori testimonial per la lotta contro la malattia. Sguaitzer aveva indossato la maglia del Mantova per due anni, in serie C, negli anni 70 e aveva lasciato il calcio per vari infortuni alle ginocchia. Nel 2008 l’impietosa diagnosi l’aveva trasformato in un coraggioso combattente.
Fondò una onlus, la Marco S.-No alla Sla, con cui raccogliere fondi per la ricerca e scrisse un libro, Senza Limite Alcuno per raccontare la sua esperienza, soprattutto nelle scuole, e invitare i giovani a “mai molàr”, mai mollare, il suo motto nella vita e nella malattia. A metà dicembre dello scorso anno, sempre affiancato dalla moglie Aiste che sposò nel 2016, radunò oltre 150 persone in una discoteca di Mantova per celebrare i dieci anni dell’inizio della sua battaglia contro la Sla. Oggi il sito del Mantova calcio lo saluta con un ciao e un brano tratto dal suo libro, mentre il sindaco della città Mattia Palazzi, sul sito Facebook, gli manda a dire: “Ciao campione, non smettere di sorridere, nemmeno lassù”.
Sanità, Regione Lazio e ministero sconfitti sulle riabilitazioni
È una vittoria del centro di eccellenza neuro-riabilitativa Santa Lucia di Roma, una sconfitta della Regione Lazio governata da Nicola Zingaretti e del ministero della Salute. Il Consiglio di Stato, infatti, ha annullato il fabbisogno programmato nel 2015 dal Ministero della Salute in 1.200 posti letto per tutta Italia. Oltre seimila i posti letto valutati come necessari da società scientifiche e dati epidemiologici. L’accesso a percorsi di neuroriabilitazione di alta specialità per pazienti con gravi lesioni del sistema nervoso è un diritto alla salute “non sacrificabile” pure nel doveroso rispetto delle esigenze di bilancio e di contenimento della spesa sanitaria. Non solo pazienti che hanno attraversato un periodo di coma devono poter essere trattati in strutture di alta specialità neuroriabilitativa, ma qualsiasi paziente che abbia subito una grave lesione del sistema nervoso. Così Consiglio di Stato con una sentenza che annulla quanto stabilito dal Ministero della Salute con il decreto 70 del 2015 in riferimento al fabbisogno di posti letto di neuroriabilitazione di alta specialità, proprio in seguito ad un ricorso della Fondazione Santa Lucia. Un fabbisogno che quel Decreto fissava in un massimo di 1.200 posti letto in tutta Italia, ma che il Consiglio di Stato ha giudicato “non supportato da idonea motivazione e istruttoria, risolvendosi in un’ingiustificata compressione del diritto alla salute”.
Tra i criteri restrittivi, contestato in particolare quello secondo cui avrebbero necessità di neuroriabilitazione di alta specialità solo i pazienti con grave cerebrolesione che hanno attraversato anche un periodo di coma. “Un criterio che non è supportato da alcuna evidenza scientifica – spiega Antonino Salvia, direttore sanitario del Santa Lucia –. Abbiamo pazienti con gravi deficit per lesioni del sistema nervoso che non hanno attraversato un periodo di coma, e viceversa pazienti che sono stati in coma, ma che non presentano deficit funzionali gravi”.
Ex Ilva, il valore della diossina è tornato ai livelli del 2009 In un anno è balzato a +916%
“In un anno il valore della diossina a Taranto è aumentato del 916%”, passando “da 0,77 picogrammi del 2017 a 7,06 picogrammi del 2018, molto vicino agli otto picogrammi del 2009” quando nella “masseria Carmine furono prelevati 1.124 capi di bestiame per essere abbattuti”. Lo denunciano il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli, e il consigliere comunale Vincenzo Fornaro, ex allevatore, riportando i dati di Arpa Puglia.
Bonelli e Fornero sostengono che “sono in aumento le diossine anche nell’area dell’agglomerato del siderurgico con un valore di 11 picogrammi, e nel quartiere Tamburi, in via Orsini, con valore pari 5,5 picogrammi”. “In altri paesi europei come Francia e Germania – sottolineano – i valori limiti sono pari a 5 e 4 picogrammi”. Secondo i Verdi “ci troviamo di fronte ad una situazione drammatica che evidenzia come a Taranto non si sia mai smesso di inquinare e che il regime d’immunità penale ha favorito questa gravissima situazione: presenteremo un esposto all’autorità giudiziaria, perché a questo punto sarà inevitabile aprire una nuova inchiesta Ambiente svenduto 2, perché l’inquinamento a Taranto non è mai cessato”.
La città di Taranto viene “colpita e affondata – sostengono ancora i due ambientalisti – dalla latitanza del ministro Costa e del ministro Di Maio che hanno irresponsabilmente confermato la norma sull’immunità penale prevista dal decreto 98/2016, voluta da Renzi e Calenda, e peggiorato la situazione ambientale con il famoso addendum di Arcelor Mittal: già domani invieremo una diffida al ministro Costa affinché ordini il riesame dell’Aia dell’ex Ilva di Taranto, oggi di proprietà Arcelor Mittal, e al ministro Di Maio chiedendogli di abrogare la scandalosa immunità penale”.
“La uccise in preda a tempesta emotiva causa gelosia”. Pena dimezzata per il femminicidio
Aveva strangolatoa mani nude la donna con cui stava insieme da un mese. Ma era in preda a una “tempesta emotiva”, e questo è bastato alla Corte d’Appello di Bologna per dimezzare la pena di Michele Castaldo, il 57enne che il 5 ottobre 2016 uccise la sua compagna Olga Matei. In primo grado Castaldo aveva ricevuto una pena di 30 anni (ergastolo ridotto per rito abbreviato), ma ieri la sua condanna è stata dimezzata in secondo grado, nonostante sia stata riconosciuta l’aggravante di motivi abietti e futili. I pm, che chiedevano ai giudici del secondo grado una conferma della pena, sono rimasti insoddisfatti.
“Ho perso la testa perché lei non voleva più stare con me. Le ho detto che doveva essere mia e di nessun altro”: questa la dichiarazione fatta dall’uomo dopo l’assassinio. L’omicidio era avvenuto al termine di una lite, nel momento in cui Olga aveva deciso di porre fine alla loro relazione perché non accettava più le insicurezze e le paure dell’uomo. Gelosia, possesso, attaccamento morboso: i moventi che avrebbero portato alla morte della Matei. Uno stato emotivo alterato: il fattore che regalerà a Castaldo 14 anni di carcere in meno. A pesare sulla riduzione della sentenza, anche la confessione spontanea dell’uomo, che, dopo aver commesso il crimine, sarebbe tornato a casa per tentare il suicidio. Dopo aver preparato un cocktail di vino e farmaci, Castaldo scrisse un messaggio a una cartomante che frequentava: “Cambia lavoro, l’ho uccisa e mi sto togliendo la vita, non indovini un c…”.
Lara Cecchini, difensore di parte civile per la sorella di Olga Matei, commenta: “Non ce lo aspettavamo. Dopo una confessione come la sua era impossibile attendersi un verdetto di questo tipo. La sorella di Olga si attendeva giustizia e invece si trova con un’ingiustizia, dopo aver perso la sorella”.
Se ne va anche il magazziniere: i giocatori preparano il campo e si lavano le maglie
Di sabato pomeriggio, alla vigilia della partita di campionato, la zona dello stadio Porta Elisa è deserta. Non c’è più nessuno: né il magazziniere, né gli addetti alla sicurezza dell’impianto, tantomeno i dirigenti. E allora, i giocatori della Lucchese (Serie C girone A, lo stesso della cancellata Pro Piacenza) devono organizzarsi da soli: comprano autonomamente le bottigliette d’acqua per allenamenti e partite, si alternano per disegnare le righe di gesso al terreno di gioco e nei giorni scorsi hanno anche tagliato l’erba del prato. Non solo, i giocatori in maglia rossonera fanno i turni per lavarsi e stirarsi le magliette. Il magazziniere, che non riceveva lo stipendio da mesi, se n’è andato mentre nessuno riesce a parlare con l’amministratore unico della società, il romano Umberto Ottaviani.
Dopo l’ennesima crisi societaria – la società era già fallita nel 2008 e nel 2011 passando dalla C1 ai dilettanti – nel dicembre scorso la Lucchese era stata venduta alla triade romana Aldo Castelli-Enrico Ceniccola-Umberto Ottaviani ma da allora la cordata, che detiene il 98% delle quote societarie, non si è più fatta vedere in città. E adesso non ci sono più soldi: gli stipendi di novembre e dicembre sono stati pagati attingendo dal fondo della Lega per la valorizzazione dei giovani (4 punti di penalizzazione) ma entro il 18 marzo dovranno essere pagati quelli di gennaio e febbraio e la Federazione ha bloccato l’emissione di ulteriore fondi. A quel punto arriveranno altri 8 punti di penalizzazione da sommare ai 16 già al passivo e i giocatori potranno chiedere la messa in mora della società e di essere svincolati d’ufficio. Il terzo fallimento in dieci anni è alle porte. Da giorni però nessuno riesce a parlare con la dirigenza: gli unici rimasti a Porta Elisa sono il direttore sportivo Antonio Obbedio e la segretaria Marcella Ghilardi ma chi ha in mano la società, il bancario 71enne Ottaviani, non risponde a nessuno e comunica solo tramite mail. Ma non c’è solo lo spettro del fallimento alle porte: non ci sono nemmeno i soldi per organizzare le trasferte della squadra che, senza la penalizzazione, viaggerebbe con un ritmo da play-off.
“Servono 8 mila euro per la trasferta di Olbia del 31 marzo – ha spiegato il ds Obbedio – 5-600 euro per il pullman che il 9 ci porterà a Pisa dove abbiamo il derby più sentito della stagione e circa 2000 euro per il bus che dovrà accompagnare la squadra a Siena il 16, compresa la sosta per mangiare un piatto prima della partita”. A Lucca, nel frattempo, non si parla d’altro. Il Comune ha messo in piedi una commissione consiliare ad hoc per provare a risolvere la situazione andando alla ricerca di un nuovo acquirente ma l’unica speranza per la Lucchese rimane la cooperativa dei tifosi Lucca United che ha aperto un conto corrente chiedendo alla città di “poter far fronte alle esigenze e necessità che quotidianamente devono essere affrontate dalla squadra rossonera”. I tifosi parlano di “ultima trincea” ma l’abisso è sempre più vicino.
Il capoclan di Trapani, Motisi e Cubeddu, caccia agli altri tre
Marco Di Lauro era tra i quattro superlatitanti di massima pericolosità inseriti in una lista del Gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti più pericolosi (GIIRL) della Direzione centrale della polizia criminale e inseriti nel sito del ministero dell’Interno. Ora la lista si è assottigliata a tre nomi: per Cosa Nostra quello di Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, che deve scontare l’ergastolo e di Giovanni Motisi, anche lui destinatario dell’ergastolo e ricercato dal 1998. Per l’anonima sequestri è ancora ricercato Attilio Cubeddu, latitante dal 1997, che deve scontare 30 anni in via definitiva. Curbeddu non fece rientro, al termine di un permesso, nella Casa Circondariale di Badu è Carros.
Tra gli arrestati “eccellenti”, catturati in questi anni e inseriti nella lista dei latitanti di massima pericolosità, spiccano i nomi di Michele Zagaria, arrestato per camorra nel 2011, di Antonio Iovine, arrestato nel 2010 a Casal di Principe e anch’egli boss di camorra; di Giovanni Strangio, esponente della ‘ndrangheta arrestato nel 2009 nei Paesi Bassi, di Giuseppe Bellocco, catturato nel 2007 in Calabria e appartenente alla ‘ndrangheta, di Giuseppe Morabito, preso nel 2004 in Calabria.
Savastano, le paranze e il rampollo di Ciruzzo
La figura di Marco Di Lauro, ultimo rampollo del clan più potente di Scampia e Secondigliano, attraversa gli ultimi 15 anni delle guerre di camorra della periferia Nord di Napoli. E attraversa le pagine di Gomorra di Roberto Saviano, e le immagini e i personaggi della serie omonima tratta dal romanzo (le prime due stagioni, soprattutto). La perdita della “corona” con la prima faida di Scampia, gli scontri della seconda, il ritorno con la terza. Sullo sfondo, la definitiva trasformazione del mercato della droga in industria.
Prima fu il padre. E l’idea che la droga potesse dar da mangiare a tanti, bastava accontentarsi. Paolo Di Lauro – la figura che ha ispirato il personaggio di Don Pietro Savastano – ideò un sistema che prevedeva l’assegnazione delle piazze di spaccio a vari capizona alle sue dipendenze. Andò avanti così per diversi anni, anche durante la latitanza di quel boss detto Ciruzzo ‘o milionario, per le banconote che perdeva dalle tasche. La continuità della gestione criminale venne assicurata da Vincenzo Di Lauro, primogenito, ma pure lui fu arrestato nel 2014. I figli più giovani di Ciruzzo, tra cui Cosimo, Ciro e Marco, allora 24enne, si fidavano però più dei 20-30enni, che dei fedelissimi del padre. È a Cosimo – il boss che si vestiva sempre di nero e con una pettinatura a Il Corvo Brandon Lee, e che a tratti sembra ricordare la figura di Genny Savastano – che si deve il progetto di ringiovimento del clan. Raccontò il collaboratore di giutizia Pietro Esposito: “Sui Di Lauro si dice che gli esponenti devono avere massimo 30 anni. A seguito di questa decisione, molti affiliati sono stati messi da parte, e per questo motivo sono passati con gli scissionisti”. Scoppiò la guerra. Il delitto, tra tanti, della giovane Gelsomina Verde. Solo nel 2004, 134 omicidi di camorra. Col Wahshington Post che scriveva: “Negli ultimi mesi una serie di omicidi efferati ha dato nuovo significato al famoso adagio: ‘Vedi Napoli e poi muori’. Se sei un gangster in questi giorni nemmeno tua mamma è al sicuro”. Poi, da latitante, è il turno di Marco. F4 “governa” la tregua alla prima faida. Mette un punto. Ristruttura il clan. Riorganizza le piazze di spaccio. La polizia trovò un libro mastro dei guadagni dei Di Lauro che registrava il periodo 2008-2010: 172 bloc-notes con cifre da capogiro, incassate con lo spaccio negli androni dei palazzi e nelle strade isolate. Per il solo maggio 2010, l’incasso totale era di 2.685.465 euro. Tolte le spese per gli stipendi agli affiliati e ai parenti dei detenuti (in tutto, 1.814.680), rimaneva un guadagno netto di 870.785: una somma limitata alla vendita di droga solo nell’area del cosiddetto “Terzo Mondo”, il feudo dei Di Lauro concentrato tra via Miracolo a Milano, dove si vendeva cocaina e crack, e via Praga magica, per marijuana e hashish.
Cominciarono poi a emergere adolescenti e ventenni, in cerca di spazio. E Marco, ultimo latitante della famiglia, capisce i nuovi mutevoli rapporti di forza: le precedenti organizzazioni dello spaccio saltavano rapidamente, per l’incalzare di agguati e morti. Raggruppa i pusher in paranze (almeno dieci persone con un capo). E diventa, negli anni, il riferimento non solo del suo clan, inizialmente confinato nel “Terzo Mondo” dopo la prima faida di Scampia, ma anche un elemento di primo piano per il gruppo della Vanella Grassi, i cosiddetti “Girati” perché avevano tradito i loro capi, quelli che si erano opposti ai Di Lauro nella prima ribellione generazionale. Marco Di Lauro diventa così figura di primo piano nella scena del narcotraffico a livello mondiale. Fino a ieri.