Preso Marco Di Lauro, il “fantasma” di Scampia

Lo chiamavano “il fantasma”. E sembrava fosse imprendibile. Almeno così è stato, per quasi 15 anni, ricercato dai tempi della prima sanguinosissima faida di Secondigliano, quando scampò alla “notte delle manette”: e nonostante gli inquirenti fossero andati molte volte “vicino” alla sua cattura. La latitanza della primula rossa del clan Di Lauro, quel Marco che nel famoso “libro mastro” della contabilità della camorra per la droga era indicato come F4 (F come “figlio” e 4 perché era il quarto dei dieci figli di Paolo Di Lauro, quel “Ciruzzo ‘o milionario” ras della droga che seppe trasformare il narcotraffico in un business miliardario), è finita ieri, al civico 424 di via Emilio Scaglione, un lungo stradone che da Chiaiano porta a Marianella e Piscinola, non lontano dalla zona del “Terzo mondo” nella sua Secondigliano.

Marco Di Lauro, 38 anni – nella top 3 dei superlatitanti di massima pericolosità – è stato arrestato nel corso di una massiccia operazione congiunta di polizia, Squadra mobile, Carabinieri, e Guardia di Finanza, coordinata dalla Dna. L’hanno trovato seduto sul divano, con la compagna e circondato dai molti gatti di casa, in un appartamento in affitto. Non era armato. Non ha opposto resistenza. Una volta uscito dalla palazzina in cui si era rifugiato, gli applausi. Ma non come per l’arresto di suo padre Paolo, o come quando fu catturato il fratello Cosimo (ancora si ricordano nel “Rione dei fiori” i campanelli e i citofoni che squillavano per chiamare a raccolta famiglie intere, e ci si ritrovò con 400 persone in rivolta contro l’arresto del boss). Gli applausi ieri sono per le forze dell’ordine, mentre al giovane Di Lauro la gente in strada grida “Munnezza!”.

Il taciturno e giovanissimo Marco, considerato ancora il primo referente dell’omonimo clan per i contatti coi potenti cartelli della droga sudamericani, una passione per le auto sportive “preparate” e le scarpe Paciotti, “ha qualche anno in più – ha detto il questore di Napoli Antonio De Iesu nel corso ieri di una conferenza stampa – ma non ha modificato le sue caratteristiche e ha ancora la stessa faccia da ragazzo”.

Deve scontare una condanna definitiva a 10 anni per associazione camorristica e droga, ed è sotto processo per l’omicidio dell’innocente Attilio Romanò, 30enne incensurato ucciso per errore nel 2005. Oltre a uno spiccato talento criminale – è famoso per i suoi travestimenti da donna, e si dice che girasse sempre con una parrucca a portata a di mano – Marco Di Lauro ha potuto contare negli anni della latitanza su un’ampia rete di fiancheggiatori, tra nomi importanti del clan Contini, “maestri” nella protezione dei latitanti, e “persone a busta paga dei Di Lauro che assicuravano l’attribuzione fittizia dei mezzi di locomozione”, hanno scritto i pm, che hanno permesso a Di Lauro di spostarsi cambiando più volte auto. Diversi collaboratori di giustizia hanno confermato di averlo visto a Secondigliano tra il 2011 e il 2014.

La svolta dell’arresto si è avuta all’improvviso, “in modo accidentale”, trapela dagli investigatori. Da un caso di femminicidio, e “dalle inusuali fibrillazioni che nel primo pomeriggio di ieri ci hanno consentito – ha spiegato il questore – di fare degli intrecci per arrivare all’abitazione dove si nascondeva Marco Di Lauro”. Salvatore Tamburrino, un ex sorvegliato speciale contiguo al clan di camorra dei Di Lauro, colpisce a morte la compagna Norina Mattuozzo, nella loro casa di Melito. Una telefonata di Tamburrino a Di Lauro potrebbe aver quindi forse condotto gli uomini delle forze dell’ordine dal latitante.

Proprio poco lontano dal suo quartiere, da quelle strade che, come scrisse al tempo il pm Giovanni Corona, beffardamente si chiamano via Miracolo a Milano, o via Il posto delle fragole. Le strade di uno dei luoghi simbolo del degrado e della camorra, e i nomi di pellicole e film d’autore.

La Grecia non è la Grecia, come l’italiano di Sciascia

Proprio come “l’italiano non è l’italiano, è il ragionare” di Una storia semplice, così la Grecia non è la Grecia, ma l’Europa. Per questo ne parliamo spesso e ci tocca rifarlo oggi perché accade un fatto straordinario: potrebbe essere – e lo desumiamo da alcune dichiarazioni rilasciate giovedì pomeriggio ad Atene da Pierre Moscovici – che siano stati i greci stessi a decidere di imporsi l’austerità che ne ha distrutto le vite. Parlando con alcuni deputati al Parlamento greco, infatti, il commissario Ue agli Affari economici ha sostenuto che i surplus di bilancio imposti alla Grecia (in passato e per trent’anni a venire) sono “troppo elevati”, “troppo alti e impraticabili”, “non realistici e a un certo punto dovranno essere ridotti”. Ma allora, perché glieli avete imposti? Va a sapere: “Questi surplus non sono stati proposti dalla Commissione, ma imposti da altri e sono stati accettati nel quadro di un accordo dell’Eurogruppo”. Almeno Jean Claude Juncker (prosit!) accusa – per quanto dicendo una bugia – il Fmi, Moscovici incolpa “altri”. Chi saranno? Dio solo lo sa. Forse – è la nostra ipotesi – gli stessi greci. Vabbè, dirà il lettore, ma se la Ue la pensa così, perché non abbassa questi surplus e basta? Non scherziamo, ha risposto il francese: “Non consiglierei a nessuno di farlo. La Commissione Ue non è nello spirito di perpetuare questi surplus per sempre, ma la credibilità è ancora al centro della questione”. Insomma, il piano è irrealistico e dannoso, ma bisogna portarlo avanti per essere credibili. Ora è chiaro perché la Grecia non è la Grecia, ma l’Europa?

La nuova battaglia dei simboli intorno alla croce populista

Dall’estate del 2018, tutti gli uffici della Baviera, uno degli Stati federali della Germania, devono esporre il simbolo della croce per legge. Secondo il presidente della Baviera, la croce rappresenta “l’identità bavarese, una confessione visibile dei valori fondamentali del nostro ordine legale e sociale”. Il “decreto croce” è stato attaccato sia da destra che da sinistra. Come si spiega tanta ostilità?

Il “decreto croce” è paradigmatico del nostro contesto post-migratorio, caratterizzato da continui negoziati conflittuali sull’identità, una volta preso atto delle migrazioni come fatto compiuto. Il contesto post-migratorio non riguarda la migrazione, ma le sue conseguenza. Poiché nell’attuale crisi dei rifugiati la maggior parte dei migranti vengono da Paesi a maggioranza musulmana, la Cristianità è stata scoperta o riscoperta come un segnale identitario in tutta Europa: rivendicare un “noi” cristiano permette di contrapporre la “nostra” Cristianità contro il “loro” Islam per tenere “loro” fuori. Costruzioni identitarie di questo tipo sono il cuore della politica populista in Europa.

Le Chiese si trovano in una situazione complessa, quando i politici cominciano a invocare la Cristianità. Se criticano i politici che invocano la Cristianità, si ritrovano sotto attacco da chi rimprovera loro di abdicare in favore dell’Islam. Se invece non criticano l’invocazione populista di Cristianità, finiscono sotto attacco perché abbandonano l’Islam in favore della propria fede.

Per questo penso che serva una teologia pubblica plurale, in questo contesto post-migratorio. Cristiani e musulmani devono lavorare insieme, dentro e fuori dai luoghi di culto, per sottrarsi alla predicazione populista. Analizzando la reazione della Chiesa al “decreto croce” in Germania, si capisce che le chiese potranno rimanere al centro del dibattito post-migratorio soltanto se la teologia pubblica riuscirà ad affermare la rilevanza tanto delle religione cristiana quanto di quelle non cristiane nella costruzione di un’identità europea

Se le società post-migratorie sono attraversate da discussioni costanti sull’identità, allora la teologia pubblica deve alimentare queste discussioni, per quanto conflittuali possano diventare. Questo sostegno non significa che ai teologi debba essere vietato di invocare la presenza dei simboli della Cristianità nei luoghi pubblici. Ma non possono limitarsi a questo. Cosa ci vieta di appendere, negli uffici statali della Baviera, i simboli della croce e della mezza luna uno accanto all’altro?

*Ulrich Schmiedel insegna Teologia, Politica ed Etica alla School of Divinity alla Università di Edimburgo. Questo testo verrà presentato alle giornate internazionali della European Academy of Religion (da oggi al 7 marzo) organizzate a Bologna dalla Fondazione per le scienze religiose “Giovanni XXIII”

Accogliamo il prossimo con indulgenza: nessuno è perfetto, neanche noi

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del Maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo Maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: ‘Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio’, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda (Luca 6,39-45).

Continua, anche in questa domenica, la presentazione del “discorso della pianura” secondo il Vangelo di Luca. Diversi sono i messaggi di approfondimento raccolti e narrati senza soluzione di continuità. Cinque brevi parabole con proverbi e similitudini costituiscono un piccolo decalogo sulla generosità, sulla benevolenza verso il prossimo, sul prezioso tesoro del buon cuore.

Si inizia con un avvertimento rivolto ai responsabili delle comunità che Gesù definisce “guide cieche” perché prive di discernimento, di verità amorevole. Pertanto, non possono accompagnare gli altri sulle strade del vero bene. Chi non è ben formato (katertisménos) dall’esperienza della grazia e dall’incontro con la misericordia, non può guidare altri e guarirli dal male finchè non sia stato risanato dal Vangelo nei pensieri e nelle azioni. Gesù sempre si propone come colui che precede nel cammino i propri discepoli; non è un professore che impartisce lezioni e precetti, ma è Maestro che vive ciò che annuncia, che attrae a Sè perché vengano imitati il suo stile di vita e i suoi comportamenti. Aiuta ad acquisire la sua nuova mentalità, lotta contro l’ipocrisia, vive la persecuzione e dona la vita per ammetterci alla Sua per sempre. Doni dello Spirito Santo sono la sequela di Cristo e diventare guide della sua Chiesa. La conversione cristiana della coscienza rende capaci di accogliere il prossimo con benevola fraternità, senza pregiudizi sui limiti, non ingigantendone i difetti, magari nascondendo ipocritamente i nostri. Gesù ci sollecita a cambiare prima il nostro cuore, ad avere uno sguardo trasparente e pieno di tenera indulgenza allo scopo di aiutare poi i fratelli a togliere la pagliuzza dai loro occhi. Guariti dalla grazia dell’amore di Dio e dopo aver sperimentato di essere continuamente e incondizionatamente perdonati da Lui, per ogni uomo diventiamo fratelli che rendono bella la vita nel perfezionarla, nella correzione, nell’amicizia e piena nella carità verso i più deboli.

L’esemplificazione conclusiva, presa dal contesto agricolo, rende così l’insegnamento di Gesù facile e comprensibile a tutti. I frutti buoni rappresentano la certa concretezza di ciò che è stato seminato, che la pianta è sana e feconda, che il processo di coltivazione e di crescita è stato propizio, che gli sforzi compiuti per un abbondante raccolto rendono gioiosa e creativa la fatica. Le buone piante da frutto possono davvero rimandare alla profonda legge della vita dell’uomo redento, che cresce, fiorisce, crea, dona il suo frutto. Gesù dà fiducia all’uomo dal cuore buono perché questo bene è il tesoro della vita: dov’è il tuo tesoro, lì è il tuo cuore (Mt 6,21)! È il mistero della nostra interiorità: dall’incontro con Cristo, l’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene.

*Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche

Che cosa aspettano gli italiani?

Per “italiani” non intendo, come Salvini e come Di Maio, una massa di popolo che risponde unita a ogni richiamo dell’autorità e si appresta a seguire l’unica via indicata dalla autorità, pena l’espulsione. Intendo solo il certificato di nascita. Se sei nato qui e vivi qui, il problema è che cosa ti manca e che cosa ti aspetti. I pastori sardi, per esempio, si aspettano un prezzo più alto per il loro latte, ma sembrano non sapere a chi dirlo (il ministro dell’Agricoltura non ha alcun potere e chi ha potere sta altrove) e allora versano il latte per strada. I poveri hanno saputo che presso l’Inps potrebbero ritirare un prontuario di dodici pagine con tutte le istruzioni, tra cui come trovare un lavoro, e che un forbito impiegato di certi uffici mai frequentati dai poveri, detto navigator, spiegherà dove e come ti presenti (e con quale vestito?) per avere finalmente un impiego. Anche se la povertà profonda è vecchiaia, malattia, disabilità, abbandono. Se i poveri (poveri da non farcela, se non ci fossero la Caritas e la Comunità di Sant’Egidio) guardassero la televisione, avrebbero visto l’annuncio da un balcone di un posto chiamato “Palazzo Chigi”. L’annuncio era: “Abbiamo vinto. La povertà è finita”. Lo hanno detto con una euforia giusta. Ma non era giusto l’annuncio. La povertà, come certe malattie, richiede un lavoro ben più lungo. Richiede un contatto profondo ed esperto (non politico, personale) per far sentire che qualcosa di diverso comincia davvero. Poi un trattamento lunghissimo, a cui devono partecipare il medico e l’ammalato, senza separarsi mai, e senza dubitare mai l’uno dell’altro. Qui ci dicono che bisogna stanare i furbetti dal sofà. Sarà meglio avvertire che non ci sono molti sofà in casa dei poveri (se c’è una casa).

Ma a questo punto ci incontriamo con un altro problema della nuova gestione: nessuno si è preparato a niente. Pensate al ministro dell’Interno. Non ha voluto saperne di informarsi su un problema dibattuto in tutto il mondo civile (se e come tenere armi per difesa in casa e a quali condizioni). Per esempio, la frase “l’uso delle armi per autodifesa è sempre legale” è pericolosa e distorta, così come la frase “prima gli italiani”, proprio nel Paese dove siamo accusati di non saperci mettere in fila per una attesa. Che futuro hai, che futuro ti aspetti nel Paese in cui sei un cittadino in cui il governo ti assicura che, in ogni caso o prova o concorso, tu vieni prima non perché te lo meriti ma perché sei italiano?

Manca la speranza, nel senso dell’attesa fondata di qualcosa di meglio. C’è un presidente del Consiglio che dà l’impressione di abitare altrove e di arrivare per tempo solo quando c’è una cerimonia. Ma lui non c’entra. Non è lui che fa. Lui (non sempre) partecipa all’annuncio e alla festa. C’è un capo travestito con varie divise che ha scelto una sua specializzazione: “Fermare i negri” e affidarli ai libici. La missione, di cui si vanta continuamente, è chiudere i porti. Non lo può fare, ma tutti stanno al gioco per non scalfire la sua fierezza di essere l’unico al mondo che ha capito come si ferma la continua migrazione che cambia il mondo. Per sua fortuna lo spettacolo piace moltissimo nell’Italia che credevamo fraterna e civile. C’è chi dorme meglio sapendo che i porti sono chiusi e questo porta fortuna alla Lega. Ma la folla neo-leghista si sparpaglia e si confonde quando viene a sapere che questo Paese, orgoglioso dei porti chiusi, sta per smembrarsi in regioni ricche e regioni povere, in medicina del Nord e medicina del Sud, in scuole bloccate nel passato e scuole avviate, con fondi adeguati, al futuro. E che, comunque, chi ha i soldi, in questo Paese, se li tiene. Perciò al Sud è meglio non rompere troppo presto i ponti con l’illegalità, che ha sempre compensato i vuoti di abbandono dei governi centrali. Futuro? Nuovi sgomberi di migranti fuggiti da guerre e fame, che vuol dire metterli fuori da case provvisorie per dare loro nessuna casa, e poi lamentarsi dell’ingombro stradale dei loro corpi. Futuro? Non state in ansia per CasaPound e l’edificio statale di buona qualità illegalmente occupato dagli orgogliosi militanti. I proprietari, prudentemente, hanno fatto sapere che a loro quell’edificio in ottimo stato nel centro di Roma, non interessa. Futuro? Tranquilli, il Paese ha ritrovato i suoi legami con la parte incivile del suo passato. Zingari e nomadi continueranno a essere perseguitati, le partite di calcio, con urla anti “negro”, e “Anna Frank della Roma” non saranno sospese, e restano un bel po’ di tombe ebraiche per le svastiche, e di pietre d’inciampo da asportare. Voi dite che non è la stessa gente. Però è un fatto che alla fine vengono fuori insieme, e chi si oppone è, per gli uni e per gli altri, “politicamente corretto” o élite. Ma quando il cielo sembra chiudersi, all’improvviso viene dal governo (il solito uno per tutti) un lampo di luce. La nuova Italia annuncia il ritorno delle case chiuse. Restituiscono i casini alla civiltà maschile italiana. È il cambiamento, bellezza.

Mail box

 

L’Ilva va chiusa: la salute è più importante del lavoro

Chiudere l’Ilva, la camera a gas della Puglia. In nome della difesa del lavoro, si sta consumando sull’altare del profitto una tragedia ambientale costellata di morti fuori e dentro il posto di lavoro. La morte è come un fantasma invisibile che non vedi e quando te ne accorgerai sarà troppo tardi per continuare a vivere. È spietata e non risparmierà nemmeno i minori. Chiuderla non produrrebbe come evocato da qualcuno una catastrofe peggiore di quella attuale nella quale si lavora per ammalarsi e per morire. Anni addietro hanno chiuso decine e decine di fabbriche come la Breda, La Marelli, la Falck, l’Innocenti, la Fiat e tante altre continuano nella loro corsa verso la fine. Risulta a voi che quegli operai rimasti senza lavoro siano morti assieme alle loro famiglie di fame? Casomai molti di loro sono morti anche di tumore per le conseguenze maturate nei posti di lavo. La cosa più giusta da fare sarebbe di chiudere l’Ilva garantendo la pensione a tutti i lavoratori. Bonificare Taranto e dare impulso alla fabbrica del turismo sarebbe possibile. Naturalmente i santoni del profitto selvaggio si giustificheranno con la mancanza di coperture finanziarie. Come ha fatto il governo Rumor con il sostegno di tutta l’opposizione nel 1973 a mandare in pensione 500 mila dipendenti in maggioranza del settore pubblico a 30/35 anni con contributi lavorativi pari a 14 anni, 6 mesi e 1 giorno? I lavoratori tutti a rischio salute dell’Ilva sono circa 15 mila. Molti di meno rispetto ai 500 mila.

Moreno Alampi

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo apparso il 2 marzo dal titolo “L’Italia richiama l’Ambasciatore in Australia” ritengo importante precisare quanto segue: sono io ad avere richiesto il mio rientro in Italia il 1 marzo per ragioni personali e familiari. Ogni altra ricostruzione non risponde alla realtà. Molto cordialmente.

Stefano Gatti, Ex Ambasciatore in Australia

 

La circostanza, peraltro riportata all’inizio dell’articolo, non nega il contesto di tensioni diplomatiche tra Italia e Australia che è il vero oggetto del pezzo e di cui non solo parlano senza problemi i principali giornali australiani, ma che lei stesso ha voluto sottolineare in un’intervista al quotidiano della comunità italiana, “Il Globo”, lo scorso ottobre.

Marco Palombi e Wanda Marra

 

L’articolo pubblicato ieri e intitolato “La Chaouqui si ricicla leghista e lancia Maglie”, mi chiama in causa con illazioni del tutto arbitrarie, affermando che sarei leghista e sovranista per il semplice fatto che la mia agenzia di comunicazione, produzione e pubbliche relazioni, la Viewpointstrategy, cura i social della giornalista Maria Giovanna Maglie nella sua recente iniziativa di dar vita a un ciclo di dirette social, intitolato “Maglie strette”, per raccontare l’attualità e commentare la politica. Ora credo che anche un bambino capirebbe che un’agenzia di comunicazione è un’agenzia di comunicazione e che lavora, se ne ha l’opportunità e se è specializzata in visual branding di esponenti politici e grandi manager, con tutto il mondo politico, istituzionale, giornalistico e professionale che richiede la sua assistenza. Viewpointstrategy non fa eccezione. Veniamo a quanto detto sulla Rubrica web della Maglie: i numeri citati sono errati: la maglie ha registrato a febbraio: 224.000 utenti coperti dai post, più di 100.000 interazioni, growing pari a 2000 nuovi follower quotidiani e si registrano 100.000 persone raggiunte complessivamente nelle sue due dirette.

Un esperimento che sta dando frutti oltre a essere unico nel suo genere. Questo progetto coinvolge i social e non deve essere letto per null’altro di diverso da quello che realmente è: uno spazio live sui social che non implica una alternativa ad altri impegni professionali della Maglie.

Un’ultima precisazione personale: ho un passato di sostenitrice del Pd, non rinnego i tempi di Vedró con Enrico Letta e neanche le Leopolde di Renzi. Oggi il Pd è morto, i valori e le idee scomparsi sotto le macerie di interessi e personalismi fin troppo noti. Se non votassi Lega, mi resterebbero praticamente solo i 5 Stelle, e fortunatamente la testa mi funziona ancora.

Francesca Immacolata Chaouqui

 

Partiamo dai numeri: abbiamo riportato quelli delle visualizzazioni di “Maglie strette” su Facebook e Youtube che restano gli stessi (rispettivamente 35 mila e poco più di 300 alle 18 di ieri). Se i numeri sulle generiche interazioni complessive via social soddisfano invece Viewpointstrategy ne siamo felici, ma non smentiscono quanto abbiamo scritto. Quanto alle “illazioni del tutto arbitrarie” sul leghismo, che erano solo la chiusa scherzosa del pezzo, ci pare che le confermi Chaouqui stessa: “Se non votassi Lega, mi resterebbero praticamente solo i 5 Stelle”. Ovviamente, nel caso, non c’è nulla di male.

Ludovica Di Ridolfi

I NOSTRI ERRORI

Avendo letto con scarsa attenzione la ricostruzione di Le Monde sull’incontro tra imprenditori francesi e italiani a Versailles, ho scritto che in quell’occasione non si è parlato di Tav. Non è vero, se n’è parlato. Mi scuso con i lettori.

Salvatore Cannavò

Renzi, il convitato di pietra al banchetto delle primarie

“Renzi si è messo nell’ottica di aspettare. Non viviamo questa fase con risentimento, ma come un momento di preparazione”.

Maria Elena Boschi

 

“Chiunque vinca non tema guerriglia da parte mia”.

Matteo Renzi

 

Già da domani sera, appena il risultato delle primarie Pd sarà noto, il partito antipartito di Matteo Renzi uscirà allo scoperto. Anzi, si è già fatto vivo con quel ghignante “non tema guerriglia” rivolto al vincitore: una promessa che è molto più di una minaccia. Tre possibilità. Preparare il nuovo partito renziano, con una scissione da consumare dopo l’Europee. Con un occhio all’ipotesi, molto gettonata, di elezioni politiche anticipate nella primavera 2020. Oppure, logorare ai fianchi la segreteria Zingaretti con lo stesso metodo che fu usato nei suoi confronti. La “guerriglia” appunto: stillicidio di polemiche, avvelenare i pozzi e impedire al nuovo Nazareno qualsiasi decisione non concordata. Meglio ancora: logorare Zingaretti per poi salutare e andarsene. Nella tempestosa storia della sinistra italiana si era visto di tutto ma non un partito in ostaggio di un partito interno assai più forte. Renzi ci sta riuscendo per realizzare il disegno già messo in atto quando l’uomo solo al comando era lui. Rottamare l’intero Pd per costruire un nuovo contenitore. Qualcosa di più ambiziosetto che non mandare a casa, con tutto il rispetto, un D’Alema o un Bersani. Renzi che gira l’Italia per presentare un libro che non sarà la “Recherche” ma è in testa alle classifiche della saggistica. Renzi accolto come un messia da folle di sostenitori assetati di sangue grillino. Renzi che occupa i talk con ascolti che il trio dell’Ave Maria, Zingaretti, Martina e Giachetti, si sogna. Renzi che trasforma le disavventure giudiziarie dei genitori in un martirologio a proprio uso e consumo. Tutti aspetti importanti ma secondari se messi a confronto con la vera potenza di fuoco su cui può contare il senatore di Scandicci: il controllo di almeno una parte dei gruppi parlamentari Pd, con un ultrà, Andrea Marcucci, come capogruppo a Palazzo Madama. Una presenza che renderà difficile se non impossibile al Zingaretti di turno qualsiasi voto in Parlamento non gradito al reuccio di Rignano. Basta questo per avere chiaro quale sarà il futuro immediato di un Pd, nel migliore dei casi bicefalo. Perché al Renzi risorto guardano in molti. Dalla rete di relazioni istituzionali (renzianissimi sono Davide Ermini, vicepresidente del Csm, ed Ettore Rosato, vicepresidente della Camera). Alle simpatie di cui l’ex premier gode in gruppi editoriali primari (“Repubblica”, “La Stampa” ma anche “il Corriere della Sera”), oltre alle consolidate amicizie televisive (Fabio Fazio). Tutto questo per fare cosa? Dipende dagli eventi. Disinibito e dotato di sufficiente cinismo, come chi lo ha creato, il partito renziano sembra fatto apposta per svolgere indifferentemente ruoli di lotta e di governo. Lui, del resto, sarebbe capace perfino di un qualche appeasement con i Cinque Stelle, nel caso questi uscissero con le ossa rotta dal voto europeo. Poi c’è lo scenario fantasy, ma non troppo, che immagina il bipolarismo dei due Mattei. Da una parte, una maggioranza a guida Matteo Salvini. Dall’altra, un’opposizione a guida Matteo Renzi. I due leader alfa. Non sembrano fatti l’uno per l’altro?

I grandi americani di Clint: bianchi, maschi e “original”

Si direbbe che ciò che continua a spingere Clint Eastwood a girare film – come attore e come regista – sia un impetuoso desiderio di dar vita a una galleria sempre più ricca di ritratti di “americani originali”, ovvero rispondenti a una serie di canoni etici e comportamentali (e anche estetici) che hanno definito il maschio di quelle parti dalla seconda metà dell’Ottocento, perfezionandosi lungo il Novecento, con l’entusiastica collaborazione di Hollywood. Secondo Eastwood, ma anche secondo tanti narratori d’oltreoceano, venendo giù da Hemingway a Richard Ford, un certo tipo di maschio bianco, opportunamente rappresentato (attenzione: il fattore razziale non è trascurabile in questa epopea di autoreferenzialità) è il miglior protagonista letterario che si possa immaginare.

Una visione nella quale è irrilevante l’esito delle sue imprese (è l’impresa in se stessa a contare), o lo spessore del suo conto in banca, o l’attenzione pubblica che può o non può circondarlo. Quel che conta sta nella mistica di un romanticismo post-europeo, in un Paese che volle darsi un “destino manifesto” e che descrive i propri eroi in base a principi d’indipendenza, individualismo, conclamata libertà, resilienza, dispregio della prudenza e nel nome dell’intangibile valore della cavalleria. Che siano cisposi pensionati antipatici (il Clint di Gran Torino) o piloti di jet indispettiti dall’enormità della loro stessa performance professionale (Sully), gli americani di cui, secondo Eastwood&c. si rischia di perdere la matrice, sono il cardine dello spirito fondativo della nazione: gente di poche parole e segreti pudori, di naturale audacia e di una morale non scritta ma tramandata, appunto “naturale” e senza la quale l’America non sarebbe più la stessa. Non che per questo li si debba tacciare di razzismo inconscio, ma è un fatto che in molti ambienti sociali d’oltreoceano è comune pensare che l’America, la “buona vecchia America”, esista perché mille Clint Eastwood ne hanno modellato il carattere. Si può obiettare che tutto ciò racconti una saga anacronistica, venata di puerilità, ultimo riverbero di una illusoria metafisica dell’Uomo Nuovo. Ma è un fatto che questa grande illusione collettiva sia stato uno dei principali ingranaggi della più straordinaria affermazione di massa che la storia dell’uomo ricordi. E che questo repertorio costituisca il filone aureo della narrativa occidentale, transitando con disinvoltura dalla pagina scritta al grande schermo e perfino all’arena politica.

Quando poi a tornare in campo, con quel tintinnare di giunture scricchiolanti, è un campione con Eastwood, il discorso assume valori religiosi: perché è già lui stesso, Clint, a impersonare quella dimensione del migliore americano possibile. Per cui poi, le storie che racconta assumono la dimensione di parabole, narrate col suo verbo scontroso, venato di umiltà e commozione. Inutile girarci intorno: sono personaggi che conquistano, un immaginario che continua sedurre. E a innervosire. Come l’ultimo esemplare messo in scena da Eastwood – in sincronia col collega Robert Redford, che ha chiuso la carriera recitando l’ultraottantenne malfattore gentiluomo di Old Man & The Gun – che ribadisce la sua idea della “necessità” di figure del genere, sul crinale del politicamente scorretto e di un inevitabile narcisismo. È la vicenda (vera e opportunamente caramellizzata) di Leo Sharp, che nel film ha il nome di Earl Stone, e costituisce il canto del cigno di questa filosofia apologetica di Eastwood.

Stone/Sharp è un veterano della Seconda Guerra Mondiale, che per anni ha lavorato come floricoltore, costruendosi una reputazione presso gli appassionati. Leo i fiori non solo li coltiva, ma li inventa, ne crea di nuovi, nella famiglia dei gigli. Il suo fiore più famoso è l’Ojo Poco, perfezionato nel 1994, arancione e nero, salutato come un capolavoro. Fino all’età di 75 anni Leo vive dunque tra fiori, concimi e profumi. Poi le cose cominciano a girargli male, le economie si raffreddano, il suo rinomato catalogo postale riceve sempre meno richieste. E qualcuno dei suoi lavoranti messicani gli suggerisce che potrebbe esistere una singolare strada per raddrizzare la baracca. L’amico di un amico di un amico pensa che un vecchio e rispettato signore come lui possa rendersi utile a un business emergente: il traffico di cocaina.

È così che Leo Sharp, diventa El Tata, “il nonno” del cartello messicano di Sinaloa, quello guidato da El Chapo, trasformandosi in un abile corriere, un “mulo”, come si chiama in gergo, e come Eastwood ha battezzato la sua pellicola. Sharp è insospettabile per la sua veneranda età, è disinteressato ai pericoli che corre ed è magicamente protetto da un alone d’innocenza che ne fa il più temerario dei paladini del vizio. Lavora e guadagna guidando il suo sgarrupato pick-up su e giù per l’America e il confine col Messico, importando quintali di stupefacenti e riportando valigie di dollari. Un vecchio pazzo, un savio furbo, un cowboy deviato.

Ci vorrà tempo perché gli agenti della DEA lo identifichino e lo intercettino, consegnandolo nelle mani di un giudice pietoso: la condanna sarà mite, il suo pentimento quasi stupefatto, e breve sarà il tempo che sopravviverà alla sua assurda impresa senile. Però il New York Times ne effigerà con stile la vicenda, facendo sì che Eastwood ne annoti il nome per la sua galleria di original, consegnandone lo sviluppo a Nick Schenk, lo sceneggiatore di Gran Torino. Il film è dolcemente affascinante e sottilmente irritante. Le moine si sprecano, ma è soprattutto questa perenne tentazione di salvare il soldato Ryan, di preservare il superstite, l’esemplare raro dell’americanità che si va estinguendo, sommersa dall’onda globale, a suonare superato. Forse, fossimo nati nel Nebraska, sarebbe un sentimento che potremmo condividere. Ma qui c’è quel moloch che ci si para davanti e che porta il nome di Nostalgia. Leo Sharp è soprattutto il fantasma della nostalgia, per quanto abbia la nobiltà del tocco del personaggio di razza. La realtà è che il suo campionato è finito, ha fatto il suo tempo, non si disputa più. Rimane in piedi solo la Hall of Fame. Dove John Wayne l’aspetta sulla porta e Humphrey Bogart l’accompagnerà sul palco. A proposito: di ragazze in giro, neanche l’ombra. Ma, al momento giusto, la predestinata si farà trovare al bancone di un bar.

“Mosca si rassegni: Moldavia verso l’Europa”

Vladimir Cebotari è vicepresidente del Partito democratico moldavo, formazione che aspira al governo in contrasto con il Partito socialista (filo-russo) e la formazione filo-Ue, Acum. Nessuno ha ottenuto una maggioranza per ottenere la leadership.

A una settimana dal voto nella ex Repubblica sovietica, indipendente dal 1991, qual è il clima politico?

Siamo in fase di negoziati per creare la nuova coalizione di governo. Abbiamo fatto proposte ai leader del blocco Acum, ma noi democratici non escludiamo nessuno, teniamo a mente le priorità del paese: miglioramento del welfare, aumento di salari e pensioni, nuovi programmi per il sistema sanitario ed educativo. E prima di tutto, creare stabilità.

I socialisti del Psrm con oltre il 31% dei consensi, sono arrivati primi, ma non hanno la maggioranza per governare: il presidente Igor Dodon ha parlato di ritorno ai seggi.

Il presidente non ha proposto nuove elezioni, ma non le ha escluse. Per creare un governo abbiamo tre mesi. Noi democratici abbiamo progetti di riforme, squadre di specialisti. Proponiamo fatti, invece ai socialisti non rimangono che promesse e parole. Cos’altro posso dire?

Lei è stato il capo della campagna elettorale dei Democratici. L’affluenza alle urne dei cittadini (49%) è stata la più bassa dal 1991, anno dell’indipendenza. I moldavi hanno votato un partito o hanno scelto tra est e ovest?

Alle elezioni presidenziali del 2016 l’affluenza è stata maggiore solo dell’1%. Queste sono state le prime elezioni in assoluto in cui gli elettori hanno votato in base ai programmi proposti e non solo rispetto ai blocchi politici; certamente c’è anche una scelta tra Russia e Europa.

Il suo partito e il blocco anti-corruzione Acum hanno posizioni pro-europee.

Ogni scenario è possibile, ma io credo che il prossimo governo moldavo sarà pro-europeo.

Ci sono state denunce di brogli elettorali.

Provengono dai politici più giovani del blocco Acum. Ci sono stati degli incidenti, ma organi internazionali come l’Osce hanno ribadito la validità di queste elezioni.

Avete accusato Mosca di ingerenza.

Ci sono stati cyberattacchi russi ai nostri sistemi di voto. Poi ci sono le accuse di finanziamento della campagna elettorale dei socialisti, ma questo sta alle autorità competenti dimostrarlo. Qualcosa di ufficiale c’è: Mosca ha proposto l’amnistia migratoria per i moldavi che sono ora nella Federazione e un abbassamento delle tasse sui nostri prodotti agricoli da esportare in Russia.

Vladimir Plahotniuc, a capo del suo partito, due volte vicepresidente del Parlamento, è l’astro della galassia politica moldava. È tra gli uomini più ricchi del paese e Mosca lo accusa di far parte del crimine organizzato.

Durante gli anni in cui siamo stati al governo, con il premier Pavel Filip, siamo noi quelli che hanno combattuto la corruzione più di chiunque altro. Solo la settimana scorsa abbiamo bloccato una grossa catena di riciclaggio di denaro sporco in arrivo dalla Russia, che attraverso la Moldavia, finiva in banche tedesche. Si parla di milioni di euro.

La corruzione, insieme con la povertà, è uno dei problemi più grandi della Moldavia. Molti sono costretti a migrare.

Attualmente la più grande diaspora del mio popolo è nel Nord Italia e sa perché? Parliamo quasi la stessa lingua.

Ottawa molla Lady Huawei agli Usa e il Dragone s’infuria

Il Canada ha deciso di accogliere la richiesta degli Stati Uniti sull’estradizione di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei e figlia di Ren Zhengfei, il fondatore della compagnia che si occupa di telecomunicazioni e secondo produttore mondiali di telefoni cellulari. Su ‘Lady Huawei’ e la compagnia pendono più di una ventina di contestazioni formulate dal dipartimento di Giustizia Usa dallo scorso gennaio: l’accusa è aver eluso le sanzioni americane all’Iran. Fondamentale sarà l’udienza in tribunale del 6 marzo, quando il giudice esaminerà le prove a carico della manager e se saranno considerate valide, darà il via all’estradizione. Pechino non ha preso bene la decisione del Canada.

La Cina ha chiesto al Canada di bloccare l’estradizione negli Stati Uniti di Meng Wanzhou, il portavoce del ministero degli Esteri, Lu Kang, ha attaccato sia il governo canadese che quello americano sostenendo che l’eventuale estradizione può essere interpretata come un “abuso” e “una grave violazione dei diritti umani”. L’ambasciata cinese ad Ottawa ha cercato di solleticare l’orgoglio canadese rispetto alle aspettative dei cugini americani: “Il caso di Meng Wanzhou non è un puro caso giudiziario, ma una persecuzione politica nei confronti di una società tecnologica cinese, la sentenza finale del tribunale sarà una cartina di tornasole per l’indipendenza della magistratura canadese: aspetteremo e vedremo”.

Di certo tutte le agenzie di sicurezza americane – Cia, Nsa, Fbi – hanno accusato Huawei di spionaggio, sostenendo la necessità di evitare di usare tecnologie dell’azienda cinese. Il South China Morning Post ha raccolto alcuni pareri: il capo del team degli avvocati di Meng, David Martin si è detto “deluso dal fatto che il ministro della giustizia canadese abbia deciso di procedere di fronte alla natura politica delle accuse americane, anche perchè il presidente degli Stati Uniti ha già detto che si sarebbe occupato della vicenda qualora possa aiutare i negoziati con la Cina per un accordo commerciale”.

Wu Xinbo, direttore del Center for American Studies dell’Università di Fudan, guarda ad una via diplomatica ora che la guerra dei dazi fra Usa e Cina sembra aver trovato una tregua : “Pechino e Washington potrebbero discutere del caso di Meng nei prossimi negoziati commerciali, e ci potrebbe essere una risoluzione dopo che il presidente Xi Jinping incontrerà il presidente Trump”, riferendosi al meeting di fine marzo. Ryan Mitchell, professore specializzato in diritto internazionale dell’Università cinese di Hong Kong ritiene però che il caso per Meng sia complicato e che una delle tattiche per il suo team di legali potrebbe essere quella di prendere tempo: “All’udienza di estradizione Meng non sarà in grado di presentare prove per dimostrare la sua innocenza, ma se la sua squadra di avvocati deciderà di formulare ogni possibile ricorso, il processo potrebbe richiedere mesi o più”.

Meng era stata arrestata l’1 dicembre scorso a Vancouver, poi il giudice William Ehrcke della Corte Suprema della British Columbia aveva autorizzato il suo rilascio in seguito al pagamento di una cauzione di 7,5 milioni di dollari. L’udienza del 6 marzo potrebbe essere utile anche per conoscere altri particolari sulle accuse che sono rivolte a Meng, che si è avvalsa del publication ban, il divieto alla diffusione di informazioni sull’inchiesta da parte degli inquirenti. Gli Stati Uniti accusano ‘Lady Huawei’ di aver venduto all’Iran tecnologia americana, inserita in prodotti dell’azienda, in disprezzo alle sanzioni ripristinate verso Teheran dall’amministrazione Trump.