Lo chiamavano “il fantasma”. E sembrava fosse imprendibile. Almeno così è stato, per quasi 15 anni, ricercato dai tempi della prima sanguinosissima faida di Secondigliano, quando scampò alla “notte delle manette”: e nonostante gli inquirenti fossero andati molte volte “vicino” alla sua cattura. La latitanza della primula rossa del clan Di Lauro, quel Marco che nel famoso “libro mastro” della contabilità della camorra per la droga era indicato come F4 (F come “figlio” e 4 perché era il quarto dei dieci figli di Paolo Di Lauro, quel “Ciruzzo ‘o milionario” ras della droga che seppe trasformare il narcotraffico in un business miliardario), è finita ieri, al civico 424 di via Emilio Scaglione, un lungo stradone che da Chiaiano porta a Marianella e Piscinola, non lontano dalla zona del “Terzo mondo” nella sua Secondigliano.
Marco Di Lauro, 38 anni – nella top 3 dei superlatitanti di massima pericolosità – è stato arrestato nel corso di una massiccia operazione congiunta di polizia, Squadra mobile, Carabinieri, e Guardia di Finanza, coordinata dalla Dna. L’hanno trovato seduto sul divano, con la compagna e circondato dai molti gatti di casa, in un appartamento in affitto. Non era armato. Non ha opposto resistenza. Una volta uscito dalla palazzina in cui si era rifugiato, gli applausi. Ma non come per l’arresto di suo padre Paolo, o come quando fu catturato il fratello Cosimo (ancora si ricordano nel “Rione dei fiori” i campanelli e i citofoni che squillavano per chiamare a raccolta famiglie intere, e ci si ritrovò con 400 persone in rivolta contro l’arresto del boss). Gli applausi ieri sono per le forze dell’ordine, mentre al giovane Di Lauro la gente in strada grida “Munnezza!”.
Il taciturno e giovanissimo Marco, considerato ancora il primo referente dell’omonimo clan per i contatti coi potenti cartelli della droga sudamericani, una passione per le auto sportive “preparate” e le scarpe Paciotti, “ha qualche anno in più – ha detto il questore di Napoli Antonio De Iesu nel corso ieri di una conferenza stampa – ma non ha modificato le sue caratteristiche e ha ancora la stessa faccia da ragazzo”.
Deve scontare una condanna definitiva a 10 anni per associazione camorristica e droga, ed è sotto processo per l’omicidio dell’innocente Attilio Romanò, 30enne incensurato ucciso per errore nel 2005. Oltre a uno spiccato talento criminale – è famoso per i suoi travestimenti da donna, e si dice che girasse sempre con una parrucca a portata a di mano – Marco Di Lauro ha potuto contare negli anni della latitanza su un’ampia rete di fiancheggiatori, tra nomi importanti del clan Contini, “maestri” nella protezione dei latitanti, e “persone a busta paga dei Di Lauro che assicuravano l’attribuzione fittizia dei mezzi di locomozione”, hanno scritto i pm, che hanno permesso a Di Lauro di spostarsi cambiando più volte auto. Diversi collaboratori di giustizia hanno confermato di averlo visto a Secondigliano tra il 2011 e il 2014.
La svolta dell’arresto si è avuta all’improvviso, “in modo accidentale”, trapela dagli investigatori. Da un caso di femminicidio, e “dalle inusuali fibrillazioni che nel primo pomeriggio di ieri ci hanno consentito – ha spiegato il questore – di fare degli intrecci per arrivare all’abitazione dove si nascondeva Marco Di Lauro”. Salvatore Tamburrino, un ex sorvegliato speciale contiguo al clan di camorra dei Di Lauro, colpisce a morte la compagna Norina Mattuozzo, nella loro casa di Melito. Una telefonata di Tamburrino a Di Lauro potrebbe aver quindi forse condotto gli uomini delle forze dell’ordine dal latitante.
Proprio poco lontano dal suo quartiere, da quelle strade che, come scrisse al tempo il pm Giovanni Corona, beffardamente si chiamano via Miracolo a Milano, o via Il posto delle fragole. Le strade di uno dei luoghi simbolo del degrado e della camorra, e i nomi di pellicole e film d’autore.