Clinton, addio sogno alla Kennedy

Quanto vale una Hillary Clinton del 2016 al cambio del 2020? Mille dollari, se è stampigliata dietro le sbarre su una banconota da un dollaro con tanto di autografo di Donald Trump. Chi ha pensato di mettere all’asta online il dollaro taroccato, ‘memorabilia paccottiglia’ della campagna 2016, finirà col fare un buon affare: c’è ancora tempo per rilanciare ed è probabile che le offerte salgano ancora.

La banconota è un rimasuglio di quando Hillary correva per la Casa Bianca. La gente, ai comizi del suo rivale, scandiva “Lock her up”, mettetele le manette, accusandola dei peggiori misfatti (peraltro mai compiuti). Un’era fa: la campagna presidenziale 2020 sarà, negli Stati Uniti, la prima dal 1998 senza un Clinton di mezzo, che si tratti di Bill o di Hillary, in attesa che Chelsea, per ora impegnata a fare la mamma e l’imprenditrice, decida se e quando immischiarsi.

Con una dozzina di democratici in corsa per la nomination – e saranno molti di più, a conti fatti -, l’annuncio che Hillary non scenderà in lizza, fatto dal più clintoniano dei clintoniani, John Podesta, cancella i dubbi di un ennesimo tentativo dell’ex first lady di scalare la Casa Bianca, dopo l’amaro in bocca lasciatole dalla sconfitta nel 2016, quand’era arrivata a un passo – anzi, tre milioni di voti oltre quel passo – dal rompere il soffitto di cristallo che si frappone fra una donna e la presidenza degli Stati Uniti. Per storia, tradizione, successi, soprattutto per fortune cumulate, i Clinton restano indietro rispetto alle Grandi Famiglie che hanno fatto la storia degli Usa nel dopoguerra, i Kennedy – un presidente, ma sarebbero stati due se un assassino non avesse fermato Robert nel 1968, un ministro, un seggio al Senato quasi ininterrottamente per quasi 60 anni (prima John, poi Ted) – e i Bush: un senatore, due presidenti, due governatori.

Il lungo flirt tra la famiglia Clinton e la Casa Bianca inizia con le elezioni del 1988, quando tutti s’aspettano che Bill, giovane (42 anni) e ambizioso governatore dell’Arkansas, con una moglie. Hillary, persino più ambiziosa di lui, si candidi alla nomination, dopo che Mario Cuomo si nega e Gary Hart finisce fuori gioco per infedeltà coniugale. Non se ne fa nulla: Clinton fa il key speech della Convention democratica: un onore poi toccato ad Obama nel 2004. Quattro anni dopo, quando scese in campo, Bill era già un piacione capace di cogliere e assecondare gli umori del pubblico, simpatico e sorridente: si sarebbe installato alla Casa Bianca per otto anni, battendo nel ’92 il presidente in carica George W.H. Bush e nel ’96 l’eroe di guerra Bob Dole: lui il primo presidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale e il primo imboscato del Vietnam divenuto ‘comandante in capo’.

Nel 2000, i Clinton non erano candidabili: lui non più, avendo esaurito i due mandati concessigli dalla Costituzione; lei non ancora, essendo troppo fresca la sua esperienza di first lady. Hillary, per farsi un curriculum politico, si candidò a senatore dello Stato di New York e vinse. In corsa, c’era però il vice di Bill per otto anni alla Casa Bianca, Al Gore, che provò a prendere le distanze dal suo boss che proiettava intorno a sé l’alone elettoralmente negativo dello scandalo Lewinski; 250 voti in Florida o giù di lì, nonostante mezzo milione in più di voti popolari in tutta l’Unione, decretarono la sconfitta di Gore e la vittoria di Bush jr, che così riscattò il padre. Nel 2004, i Clinton, che controllavano il Partito democratico, vollero la candidatura d’un loro clone, John Kerry, con gli handicap d’essere intellettualmente ‘aristocratico’ e meno simpatico di Bill e d’essere stato in Vietnam, tornandone con tre onorificenze. L’America, ancora sotto la cappa dell’11 Settembre 2004, rielesse Bush jr. Nel 2008, Hillary decise che era ora di provarci, ma si scoprì la strada sbarrata, dentro il suo partito, da Barack Obama. L’ex first lady ed ex senatrice si riciclò da segretario di Stato nel primo mandato d’Obama.

Dimessasi, lasciò il posto a Kerry, in quel sistema di revolving doors che è spesso la politica americana, cominciando a prepararsi per un ritorno in campo nel 2016. Che ci fu e fu – quasi – trionfale, nonostante lo scandalo, artificioso, dell’emailgate: l’avere usato un account privato, quand’era segretario di Stato, invece di quello ufficiale più protetto, e l’azione di disturbo interna di Bill Sanders, senatore del Vermont, che all’età di 75 anni era un homo novus rispetto a quella signora di 69 anni che flirtava con il potere da una vita. Fino al fatale 8 novembre, quando Trump le prese la vittoria e la Casa Bianca. Stavolta, Bill e Hillary sono entrambi ‘fuori gioco’: lui non è più in grande forma, lei ha capito che è aria di gente nuova. Ma non è affatto escluso che un, anzi una, Clinton riappaia sulla scena politica Usa: Chelsea, che visse l’adolescenza alla Casa Bianca, dall’età dell’apparecchio quella del college, una laurea a Stanford e un master a Oxford, ha i geni giusti ed è ben allenata: ha fatto con la madre campagne elettorali nel 2000, 2008 e 2016. Se vale la regola dell’otto, sarà in lizza nel 2024, quando avrà 44 anni.

“I militari mollino Maduro o non avranno l’amnistia”

Juan Guaidó sbarca in Argentina, salutato in piazza dalla vasta comunità venezuelana in esilio per essere poi accolto dal presidente Macrì, che lo riconosce così come leader legittimo del Paese nelle mani di Maduro. È una tappa del frenetico tour sudamericano che il giovane antagonista del presidentissimo bolivariano ha intrapreso per internazionalizzare il braccio di ferro con il regime.

Il presidente del Parlamento di Caracas viene osannato in piazza San Martin, sede del ministero degli Esteri, da circa 5000 compatrioti in una manifestazione dove l’emozione e le lacrime di gran parte dei presenti (l’Argentina ha dato ospitalità a circa 130.000 venezuelani) si sono mescolate alla gioia, allorché Guaidó ha promesso loro un rapido rientro nella loro terra natale.

Incontrandolo nella sede del ministero degli Esteri, Guaidó ha tra l’altro insistito sul ruolo chiave delle Forze armate, decisivi per rompere lo stallo del potere e di una transizione non sanguinosa e ha ribadito che chi regna ora a Caracas cerca solo la conservazione del potere a ogni costo.

“Ciò che è successo una settimana fa, con il blocco degli aiuti di emergenza alle frontiere del Paese, missione in cui erano coinvolti diversi Stati, è la dimostrazione di quanto all’attuale regime non interessi la vita del popolo venezuelano: un regime che è arrivato anche a uccidere indios che stavano trasportando aiuti. Attualmente circa 300.000 venezuelani sono a rischio di morire di fame e oltre 3 milioni soffrono di condizioni gravissime di salute. Lo sforzo diplomatico internazionale in corso ha come scopo non solo il ritorno del Venezuela alla democrazia, ma mettere la parola fine alla tragedia che il popolo sta vivendo”.

Quali sono dunque le ragioni di questo viaggio?

Per il popolo venezuelano è di estrema importanza il riconoscimento fatto da 60 nazioni del mondo di una lotta che dura da anni per ottenere la democrazia e il rispetto della Costituzione. Il grande dilemma attuale del Paese è quello tra dittatura e democrazia. È una lotta tra povertà e miseria contro progresso e prosperità. Ed è per questo che sono qui per spiegare il nostro progetto e di come vogliamo recuperare il Paese verso una transazione pacifica.

Come pensa di poter ritornare in Venezuela?

Sono ben cosciente della situazione di repressione che nel corso di questi anni ha coinvolto gli oppositori al regime e molti parlamentari dell’opposizione, alcuni dei quali sono stati uccisi, altri sequestrati, minacciati, arrestati e, nel migliore dei casi, costretti all’esilio. Ci dobbiamo preparare responsabilmente a iniziare questo periodo di transizione. Noi ci appelliamo alle garanzie che ci offre la Costituzione e anche all’appoggio internazionale di cui godiamo.

Come vede le relazioni di Cina e Russia con il Venezuela?

Rispetto a questo problema ci stiamo lavorando, però vorrei dire una cosa: capisco il supporto dato al Venezuela negli accordi multilaterali e in quelli diplomatici, ma se vogliamo entrare nei fatti, nessuno di questi due Paesi ha messo un dollaro nel periodo 2015-2016 e i successivi investimenti, fatti con capitali notevoli, nel 99% sono stati posti in settori che non stanno minimamente funzionando. Un governo serio avrebbe sviluppato le attività nelle quali sono stati fatti investimenti: invece qui ci troviamo per esempio con Pdvsa, la società petrolifera di Stato, con il fatturato catastroficamente ridotto. Il Venezuela, maggior produttore di petrolio al mondo, si trova oggi costretto a importare questa materia ed è il simbolo del collasso energetico. So bene che il processo di relazioni diplomatiche abbia i suoi tempi ma noi siamo sempre aperti al dialogo.

Nelle ultime riunioni dell’Organizzazione degli Stati americani e quella del Gruppo di Lima alle quali ha partecipato si è decisa un’amnistia da concedere ai militari. Ma come mai il fronte militare?

Le Forze armate sono state protagoniste in tutti questi anni di episodi di uccisioni, tortura e repressione ed è impensabile che un regime che continua a violare i diritti umani possa rimanere impunito di fronte alle accuse internazionali in questo senso. Per cui Maduro esercita tutte le pressioni possibili per evitare lo smembramento delle forze armate e poter continuare a esercitare il potere. Ma qui entra in gioco anche Cuba e la sua influenza logistica e di intelligence nel terrorizzare le truppe per evitare che si ribellino minacciando di imprigionarle: finora abbiamo registrato 180 defezioni nell’esercito e nel- l’aeronautica, con alti gradi e responsabili di reparti blindati. Si minacciano anche ritorsioni contro le famiglie di eventuali disertori. Bisogna anche tener conto di alti gradi dell’esercito che sono coinvolti in attività lucrative, come per esempio la gestione di imprese nazionalizzate dal regime. Noi garantiamo quanto prescritto dalla Costituzione e stiamo lavorando a una soluzione in questo senso: manteniamo a tutti la porta aperta per partecipare attivamente al periodo di transizione che ci aspetta cosa che include, ovviamente, le Forze Armate…

Quali saranno le prossime iniziative in Venezuela?

Si avvicina il Carnevale, un evento che non potremo festeggiare a causa della tragica situazione, per cui trasformeremo questa festa in un’occasione di protesta.

Cari Saviano e Segre ecco perché vi sbagliate

Niente Storia alla maturità? Fino a un certo punto: il ministro Marco Bussetti non l’ha cancellata dall’esame di Stato. Innanzitutto perché non è stato lui a riformarlo, ma il precedente governo. E poi perché la materia continuerà a essere presente nella prova d’italiano, all’interno di tracce trasversali. Quello che non ci sarà più è il vecchio tema storico, che apparteneva a una concezione diversa di esame.

Sulla questione si discute da giorni. “Ministro, ci ripensi: non rubiamo il passato ai ragazzi”, l’appello accorato della senatrice a vita Liliana Segre in un’intervista su Repubblica. Ancor più duro l’attacco di Roberto Saviano: “Via la storia dalla maturità, la scuola cambia in peggio per volontà del ministro leghista Bussetti”. In realtà non si tratta neppure di una polemica nuova, le stesse identiche accuse erano state lanciate lo scorso ottobre quando il Ministero aveva pubblicato la circolare sulla nuova maturità. Ora nelle scuole ci sono state le simulazioni d’esame e le tracce hanno riacceso le polemiche, se possibili ancor più feroci. E non del tutto imparziali: come riportato dal quotidiano La Verità, lo storico Andrea Giardina, uno degli accusatori di Bussetti negli ultimi giorni, con la sua “Giunta degli studi storici” aveva firmato un protocollo d’intesa con la precedente gestione ministeriale di Valeria Fedeli, a cui si deve la riforma.

La maturità, infatti, è cambiata. Non oggi, e neppure ieri, ma con la “Buona Scuola” di Matteo Renzi e dell’ex ministra Stefania Giannini: la Legge 107/2015 prevedeva svariate deleghe, tra cui una sull’esame di Stato. L’ha attuata il decreto legislativo 62/2017, firmato dalla ministra Fedeli sotto il governo Gentiloni: è lì che cambia l’esame, con l’abolizione della terza prova e altre modifiche alle prime due. Nel testo non c’è scritto esplicitamente che il tema storico dovrà essere abolito, ma ci sono un paio di parole che trasformano completamente l’impostazione dell’esame: si verificano le “competenze diverse” degli studenti. Mentre prima si puntava più sulle singole discipline, ora l’obiettivo è permettere ai ragazzi di esprimersi su temi trasversali, su cui dimostrare le proprie conoscenze. Così si arriva alla circolare di Bussetti, che ha solo attuato le disposizioni precedenti e – tra le varie cose – ha cancellato il tema storico: già in passato rappresentava un unicum (non esistevano altre tracce monotematiche), poco apprezzato dagli studenti (nel 2018 lo scelse appena l’1,9%); piaccia o meno, nella nuova maturità non avrebbe avuto senso.

La Storia, però, non scomparirà. Il prossimo giugno i maturandi potranno scegliere fra 7 tracce e 3 tipologie di prove (analisi del testo, testo argomentativo, riflessione critica) su diversi ambiti, tra cui appunto anche quello “storico”. “La Storia sarà nelle prove di giugno”, ha rassicurato il ministro Bussetti. Del resto, era già ben presente nella simulazione appena effettuata, in ben tre tracce: l’analisi del testo de La storia di Elsa Morante, il testo argomentativo sulla conquista e difesa dei diritti umani e, soprattutto, quello sul rapporto tra passato-presente e l’importanza dello studio della Storia, con citazioni di Tacito e Momigliano. La risposta migliore per chi sostiene che sia stata cancellata dalla maturità.

Il candidato leghista: “Non ci sono gay nella mia famiglia”

L’imprenditoreGiuseppe Brini, candidato sindaco del centrodestra a Pontedera, in provincia di Pisa, ha pensato bene di presentarsi così: “Vengo da una famiglia normale, ho quattro nipoti e non ci sono gay”. E se verba volant, video manent: la diffusione sui social dei post che lo immortalavano mentre rivendicava la sua “patente di normalità” gli hanno impedito di rimangiarsi la dichiarazione omofoba. E hanno costretto il deputato leghista Edoardo Ziello (che aveva partecipato alla presentazione della candidatura) a prendere le distanze dall’imprenditore: “La frase sui gay pronunciata da Giuseppe Brini è imbarazzante e non rispecchia in alcun modo il pensiero della Lega, partito inclusivo che guarda al futuro. Per noi ognuno è libero di seguire l’orientamento sessuale che più lo aggrada e questo è testimoniato dal fatto che abbiamo iscritti e simpatizzanti omosessuali”. Alla fine Brini è stato costretto a scusarsi: “Mi sono espresso male e probabilmente qualcuno si sarà offeso delle mie parole e me ne dispiaccio”.

Riecco Di Mare, Mr. Pampers verso la “striscia”

A volte i nomi contano. Ecco, un nome come Franco Di Mare rende già tutto più facile ed esotico. Un po’ come Manuel Fantoni in Borotalco. “A 18 anni m’imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…”. Se in più ci mettiamo anche una solida esperienza come inviato di guerra (Golfo, Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Ruanda, ecc..), l’identikit prende migliore forma. Secondo i boatos di Viale Mazzini, sarà Franco Di Mare a realizzare la striscia informativa post Tg1 delle 20. Tramontata l’ipotesi Maria Giovanna Maglie, i vertici aziendali avrebbero scelto l’attuale conduttore di Unomattina. Di Mare, oltre a un solido curriculum che l’ha portato dai fronti caldi delle crisi internazionali a quelli più ovattati delle conduzioni a Saxa Rubra, ha dalla sua un atout importante: piace da pazzi ai 5 Stelle, che già a ottobre volevano piazzarlo alla direzione del Tg1, andata poi a Giuseppe Carboni. E infatti il nome è suggerito ancora dai pentastellati.

Ora, i motivi di questo innamoramento sfuggono. Ma a lui, che dalla sua ha di essere uno dei volti Rai tra i meno etichettabili, questa attenzione non dispiace. L’unico legame degli ultimi anni a lui ascrivibile è quello con Mario Orfeo, quindi, per traslazione, qualcuno l’ha fatto passare per renziano. Sugli smartphone dei giornalisti Rai circola un gustosissimo video in cui Di Mare e Francesca Fialdini sono intenti a piazzare candeline su una torta arrangiata per fare una sorpresa di compleanno all’allora direttore del Tg1, Orfeo appunto. “Tanti auguri direttoreee…”.

L’unico vero scivolone in carriera, da valergli il soprannome di Mister Pampers, avviene nel 2008, quando confeziona una finta edizione del Tg1 con Attilio Romita, che dallo studio dà la linea a un Di Mare inviato al centro congressi di Pescara dove, con un mega evento, si festeggiano i 50 anni di Fater, azienda produttrice di Pampers, Lines e Tampax. E poi via a servizi con i grandi della terra a far l’elogio dei pannolini. Bush jr (“dietro a una grande uomo c’è sempre un grande pannolone”), Putin, Prodi, fino a Benedetto XVI, che benedice i Pampers durante l’Angelus. Vette sublimi del giornalismo marchettaro, ma illegali, visto che ai giornalisti è vietato fare pubblicità. L’Odg però verso Di Mare e Romita, dopo un balbettìo di scuse e “io non sapevo”, è stato magnanimo limitandosi alla censura.

Autore di numerosi libri, in Non chiedere perché Di Mare racconta la storia della bambina di Sarajevo da lui adottata e diventata sua figlia (Stella, oggi maggiorenne e studentessa di economia), romanzo da cui la Rai nel 2015 ha realizzato una fiction (L’angelo di Sarajevo) con Beppe Fiorello. La vita privata di Di Mare viene spiattellata poi sui rotocalchi nel 2017 quando, dopo avere lasciato la moglie, viene paparazzato con la sua nuova compagna. “Di Mare lascia la moglie per una barista”, titolano i giornali. La ragazza in questione si chiama Giulia Berdini e, per la precisione, è la responsabile dei servizi bar alla mensa della Rai. Ventisette anni lei, 63 lui, beccati da un fotografo mentre si sbaciucchiano a Fregene. Tutto molto esotico, appunto.

“Rivogliamo il vitalizio”. La rivolta dei condannati

Vi ricordate dell’ex ministro Francesco De Lorenzo? Sua Sanità è evidentemente stanco di vivere da francescano come aveva promesso dopo la condanna a 5 anni inflitta in via definitiva nel 2002 per finanziamento illecito ai partiti durante Tangentopoli. E probabilmente non dovrà vendere neppure gli amati pastori del suo presepe settecentesco per finire di pagare gli oltre 5 milioni di euro che lo Stato nel 2012 è riuscito con molta difficoltà a farsi riconoscere a titolo di risarcimento del danno all’immagine dell’amministrazione.

Passata la buriana, De Lorenzo ora può ben sperare di ammortizzare il colpo rimettendo le mani sul vitalizio che la Camera gli ha sospeso nel 2015 con una delibera dell’ufficio di Presidenza che ha fatto scattare la tagliola sugli assegni degli ex onorevoli condannati. Che hanno prontamente impugnato il provvedimento: in primo grado è andata male. Ma ora di fronte al Collegio di appello di Montecitorio possono tornare a sperare. De Lorenzo, ma pure l’ex potente vicesegretario nazionale del Psi di Craxi, Giulio di Donato, l’indimenticato Giancarlo Cito e un altro paio di ex deputati, Luigi Sidoti e Raffaele Mastrantuono. Che vogliono anche gli arretrati. Il loro ricorso verrà deciso a giorni e non pare del tutto esclusa l’ipotesi che la delibera in questione possa essere disapplicata almeno per alcuni di loro: va verificato a che titolo vennero condannati e se i loro casellari giudiziari sono rimasti o tornati immacolati come gigli.

Sarebbe una svolta. Perché da quanto la Camera ha chiuso i rubinetti, gli ex onorevoli si sono trovati loro malgrado nelle pesti, peggio del poverello d’Assisi. Giulio Di Donato ha fatto lasciare agli atti la sua difficoltà a sbarcare il lunario, specie dopo la separazione dalla moglie. L’ex sindaco di Taranto Cito ha sostenuto di essere sul lastrico essendo il vitalizio la sua unica fonte di reddito. De Lorenzo, che pure è stato professore universitario, ha denunciato la difficoltà di mettere insieme il pranzo con la cena dopo la repentina cessazione dell’assegno su cui aveva ben fatto affidamento avendolo percepito per oltre 21 anni di seguito e nonostante la condanna diventata definitiva già 13 anni fa.

Di fronte alla richiesta di aiuto da parte di questi insospettabili bisognosi, per scrupolo in primo grado, il Consiglio di giurisdizione aveva pure cercato di accertare le loro reali condizioni economiche: ma niente da fare, nessuno – Isee alla mano – era risultato in stato di indigenza. L’organismo di Montecitorio, insomma aveva risposto picche, invitandoli, se proprio, a chiedere aiuto al fondo di solidarietà per i parlamentari che versino in condizioni di difficoltà. Oppure di rivolgersi, come i comuni mortali, agli istituti previsti per la generalità dei cittadini.

Giammai avrà pensato, nonostante le ristrettezze, la pattuglia degli ex parlamentari. Che feriti nell’onore e soprattutto nel portafogli si sono rimboccati le maniche. E hanno affilato le armi perché gli venga restituito il malloppo: Di Donato per le tre legislature passate a Montecitorio percepiva prima della sospensione del vitalizio 3600 euro al mese che rivuole al più presto perché non è mica una “graziosa concessione”. Giancarlo Cito che incassava 2088 euro ha denunciato nel ricorso l’incostituzionalità della delibera del 2015 e già che c’era pure la legittimità degli organi che hanno disposto la sospensione del vitalizio in regime di autodichia. Per poi chiarire in un’intervista: “Chi cazzo si credono di essere, il Padreterno?”. Si dice inciso nei suoi diritti fondamentali anche l’ex ministro della Sanità De Lorenzo che il vitalizio aveva cominciato a prenderlo dal 15 aprile del 1994, quando aveva cessato l’attività politica dopo 11 anni passati alla Camera. Da “incensurato e incensurabile” precisa nel ricorso il suo avvocato Maurizio Paniz che stigmatizza: avergli sospeso il vitalizio di punto in bianco è un intervento del tutto imprevedibile e irragionevole che manifesta un’ostinazione moralizzante pubblica che sfocia nell’arbitrio”. Camera ingrata.

“Ultimo” contro la legittima difesa: “Una falsa soluzione”

“Una norma in più, una in meno… non dobbiamo prendere in giro il popolo, non è mettendo la pena di morte che risolvi i problemi della sicurezza. È creando meccanismi di comunità partecipata in cui tutte le persone si assumano una parte: i cittadini, gli studenti, le famiglie, i parroci, va promossa una cittadinanza attiva e va data una consapevolezza”. Parole del colonnello Sergio De Caprio, il ‘Capitano Ultimo’ che arrestò Totò Riina e che oggi è alla guida del Sim (Sindacato italiano militare) carabinieri, commentando il dibattito in corso in tema di legittima difesa. “La difesa legittima – osserva – è quando si tolgono le cause della discriminazione, della disuguaglianza, della fame, della povertà, della disperazione che spinge chi non ha a prendere le cose per sopravvivere. Il dramma è che c’è gente che ha fame e che ricorre all’illecito perché non ha altre vie, non ha un lavoro, non ha una sua propria identità, non ha una casa, non ha niente. Il 90% dei cosiddetti criminali sono queste persone, che vanno seguite dalla comunità”. “La difesa possibile è quindi ricreare meccanismi di comunità con le famiglie, con la scuola, facendo partecipare tutti i cittadini alla soluzione dei problemi di sicurezza”.

Tiziano si difende su Facebook, ma finisce male

Se Tiziano Renzi non ha convinto il giudice di Firenze Angela Fantechi, da giorni prova a farlo con i propri follower sui social network. Ma finora senza successo. Da quando, insieme alla moglie Laura Bovoli (detta “Lalla”), è agli arresti domiciliari a Rignano sull’Arno con l’accusa di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, il babbo dell’ex premier parla solo tramite il proprio profilo Facebook. E lo fa con il tono da Enzo Tortora in salsa toscana (“Mi dicono: confessa e ti faranno uscire. Non posso confessare ciò che non ho fatto”) senza risparmiare i magistrati di Firenze che lo stanno indagando per la gestione di tre cooperative collegate alla “Eventi 6”, l’azienda di famiglia che si occupa di marketing e distribuzione di volantini e giornali: “Siamo rappresentati come criminali, i criminali più pericolosi d’Italia” ha scritto venerdì babbo Renzi in un lungo post sul proprio profilo Facebook. Da quando i Renzi sono ai domiciliari, Tiziano ha parlato pubblicamente solo tramite due post: nel primo aveva attaccato soprattutto i giornali “pieni di ricostruzioni solo dell’accusa” mentre in quello di venerdì si è anche rivolto ai giudici definendo “enorme” la misura degli arresti domiciliari.

Ma, escludendo parenti e renziani della prima ora, la tesi di Tiziano non ha convinto il variegato mondo dei social. C’è chi gli intima di “vergognarsi” e di andare “in prigione”, chi come l’utente C.M dà dei “delinquenti” a entrambi i genitori ma anche chi lo paragona agli italiani che lavorano “onestamente”: “A fare l’imprenditore in questo modo sono capaci tutti!” è il commento di B.R al post di venerdì dopo la conferma degli arresti domiciliari. Qualcuno attacca Tiziano anche sull’aspetto fisiognomico: “Se fossi un magistrato questo lo condannerei solo per la faccia che si ritrova” scrive R.D. Ovviamente poi non possono mancare i riferimenti al figlio Matteo che nei giorni scorsi ha ripreso il tour per presentare la sua ultima fatica letteraria (“Un’altra strada”) dopo aver attaccato i giudici di Firenze sulla stessa falsariga Berlusconi &C.: “Se io non avessi fatto politica, la mia famiglia non sarebbe stata sommersa dal fango” aveva scritto l’ex premier subito l’arresto. Oggi, sulla bacheca di Tiziano Renzi, i riferimenti all’ex segretario dem si sprecano: “tutto suo figlio”, “stai sereno!” e chi come T.R che accusa Matteo di essere “così ingenuo da non accorgersi di avere dei genitori un po’ truffaldini”.

Chissà se questi finiranno nella rete di denunce@matteorenzi.it, l’indirizzo di posta elettronica aperto dall’ex premier per raccogliere le segnalazioni offensive e nel caso trasformarle in querele. Ma la bacheca di Tiziano non è solo presa di mira da tifoserie opposte che si insultano tra loro (abbondano i “pidioti” e i “grillini moralisti”): molti commenti citano passaggi dell’inchiesta dei magistrati di Firenze ripresi dai giornali mentre altri utenti si definiscono “elettori Pd” delusi da una faccenda che potrebbe dare il colpo di grazia al partito. “Non è un attacco politico – scrive P.V in un commento –. Finitela di scrivere sciocchezze. E lo dico da iscritta al Pd. Stiamo diventando la barzelletta dell’ Italia. Ci si difende nelle sedi competenti. Capisco e sono solidale ma smettetela di parlare di attacco politico. La magistratura sta facendo il suo corso. Finitela con le barzellette politiche”. Amen.

Ermini fa il comizio: “C’è aria di dittatura della maggioranza”

È un discorso politico contro sovranismo e populismo, palesemente contro il governo giallo-verde, quello del vicepresidente del Csm David Ermini, ex parlamentare fedelissimo di Matteo Renzi, che ieri è intervenuto al congresso di Magistratura Democratica, la sinistra dei magistrati. Ermini ha lanciato l’allarme per la tenuta democratica in Italia e nel resto d’Europa, ha stigmatizzato di fatto i comportamenti di Matteo Salvini che obiettivamente hanno delegittimato la magistratura, ignorando i principi più elementari dettati dalla Costituzione.

Ma questa volta il vicepresidente del Csm non ha tenuto fede alla promessa fatta dopo il suo insediamento a Palazzo dei Marescialli: smettere di essere un uomo di partito. Non ha speso una parola per condannare le accuse di fini politici lanciate ai magistrati fiorentini da Matteo Renzi e da tanti renziani, a partire da Orfini, dopo che i genitori dell’ex premier sono finiti ai domiciliari.

L’ha fatto, invece, il presidente dell’Anm Francesco Minisci, anche lui ospite al congresso di Md: “Inammissibile parlare di giustizia a orologeria”. Il silenzio di Ermini lascia intatte le critiche per quel pranzo inopportuno a Montecitorio, dato il suo ruolo, con gli amici parlamentari renziani, proprio all’indomani delle basse insinuazioni sulle toghe fiorentine.

Il vicepresidente, invece, si è concentrato esclusivamente sul tema specifico del Congresso: “La saldatura tra populismo e sovranismo nel momento in cui si fa potere di governo opera un salto di qualità nella messa in crisi dei capisaldi dello stato di diritto, alimentando politiche del rancore, della chiusura e agitando l’ideologia moralistica della volontà popolare”. Ed esprime preoccupazione per il propagarsi di queste idee pure oltre confine: si sta assistendo a “un passaggio traumatico da un’espansione dei diritti fondamentali e individuali, all’incognita di un presente giuridicamente regressivo, declinante verso il giustizialismo e povero di tutele”. Sta avvenendo, secondo Ermini, uno “scardinamento delle regole che mette in crisi la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e delle autorità di controllo”, con il rischio di sprofondare “verso l’abisso della dittatura della maggioranza”.

Questa nuova realtà è governata “dalla mistica della legittimazione popolare, al di sopra della legge” che rischia di sgretolare “l’argine della giurisdizione”. Pertanto, la sua difesa “quale presidio di legalità e garanzia dei diritti, è imperativo pressante”. Inaccettabile – prosegue Ermini – “un’ottica secondo cui la decisione del giudice viene valutata sulla base di fuorvianti legami con idee di popolo dal significato emotivamente ambiguo, più vicine all’immagine della piazza o della folla”. Se si ha una concezione della giustizia “da asservire alla demagogia, si intacca la credibilità dei magistrati”. Insomma, Ermini è d’accordo con quanto sostenuto da Maria Rosaria Guglielmi, segretaria di Md: “È sul terreno della giurisdizione che si gioca ora una partita decisiva per i nuovi assetti della democrazia”.

La conclusione del suo discorso anti governo è che non si può pensare di assistere all’ennesimo scontro politica-magistratura, sarebbe “una miopia strategica”. Il populismo “sta ponendo una questione di più ampio respiro, l’equilibrio tra poteri e, in definitiva, l’idea stessa di democrazia come spazio di libertà e patrimonio di uguaglianza e diritti”. E bisogna pure stare attenti a come ci si esprime: “Il rischio – nel clima di antagonismo emotivo tra popolo ed élite in cui ci troviamo – è che certe reazioni siano in realtà percepite come egoismi di casta”. Ma ci vuole, comunque, su questi temi “un ruolo attivo e propulsivo dell’associazionismo giudiziario nel dibattito politico istituzionale”, bisogna trovare punti di unione magistrati-avvocati. Ermini si schiera anche contro l’ipotesi di riformare il sistema elettorale del Csm con un sorteggio di tipo secondario: ridurrebbe il Consiglio “a un’entità meramente burocratica ed esecutiva”. È un progetto su cui punta il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, grande assente – volontario – di questo Congresso.

Palazzo Chigi: “Nessun patrocinio al Family congress”

“La presidenza del Consiglio non ha mai ricevuto nessuna richiesta di patrocinio per il World congress of families, in programma a fine marzo a Verona, né quindi ha potuto mai concederlo. Si tratta di una iniziativa autonoma del ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana, attraverso procedure interne agli uffici e che non hanno coinvolto direttamente la presidenza del Consiglio”. Questa la smentita che il premier Conte ha diffuso ieri pomeriggio sull’iniziativa organizzata da una serie di associazioni (come Organizzazione Internazionale per la Famiglia, ProVita Onlus e Comitato Difendiamo i Nostri Figli) legate al Family day, ma che non è comunque riuscita a placare i contrasti all’interno del governo tra il ministro leghista e il sottosegretario M5s alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora. “Quello che che mi fa arrabbiare – ha commentato – è il tentativo di accomunarci alla Lega, ma io rigetto tutti i tentativi di accomunarci alle loro posizioni. Noi sui temi dei diritti siamo diversi da loro, che portano avanti delle idee che non sono le nostre e che non avranno mai M5s dalla loro parte. Finché ci sarà questo governo, con questo contratto di governo, non si dirà mai sì ad un arretramento culturale del Paese”.