Sono allo studio del governo nuovi emendamenti da inserire nel decretone che contiene quota 100 e il reddito di cittadinanza per tutelare i rider e i dipendenti che salvano le aziende. Sul fronte dei rider, l’emendamento include le prestazioni attraverso piattaforme digitali tra quelle cui si applica la disciplina del lavoro subordinato. La proposta, ancora da limare, prevede anche il divieto della retribuzione “con il sistema del cottimo”, l’obbligo di assicurazione Inail e l’obbligo delle imprese del food delivery di fare almeno 6 ore di formazione sulla sicurezza, di fornire i dispostivi di protezione e di garantire la “sorveglianza sanitaria”. Un altro ritocco riguarda le tutele per i collaboratori e le altre categorie iscritte alla gestione separata Inps: potrebbero bastare una mensilità di contribuzione nell’ultimo anno, anziché le attuali tre, per beneficiare di indennità di malattia e ricovero ospedaliero, maternità e congedi parentali e anche la disoccupazione. Il governo sta poi valutando la creazione di un fondo ad hoc per i workers buyout, cioè gli ex dipendenti di imprese “sottoposte a procedure concorsuali” che costituiscono cooperative per rilevare queste aziende in default.
Altro che Salvini-Diciotti, la prima sfiducia del Pd è contro Toninelli
L’ultima trovata del Pd si chiama mozione di sfiducia. Ma a dettarne le condizioni è il cambio di felpa di Salvini: appena lui indossa una nuova casacca, i dem si adeguano e modificano il destinatario della loro iniziativa. Lo scorso 6 febbraio, Maurizio Martina, uno dei tre candidati alle primarie del Pd per la segreteria di oggi, annuncia una mozione di sfiducia individuale contro il leader del Carroccio sul caso Diciotti, iniziativa comunque votata alla bocciatura per mancanza di maggioranza. “È tempo di sfiduciarlo, ha violato la legge”, tuona Martina. Che aggiunge: “È venuto il tempo di presentare in Parlamento una mozione di sfiducia a questo ministro coniglio, forte con i debole e debole con i forti”. La replica di Salvini (su Twitter) non si fa attendere: “Martina mi vuole sfiduciare? Pensate, stanotte ho dormito sereno lo stesso!”. Il tutto in un tripudio di faccine. E lì sarà scattata la folgorazione per Martina: non più tardi di tre sabati prima si è ricordato che marciava a braccetto coi salviniani al corteo Sì Tav di Torino e invitava proprio Salvini a firmare un’altra mozione Pd: non quella che dovrebbe sfiduciarlo, ma quella che impegna il governo a fare il Tav. Così i dem mollano il caso Diciotti e tornano ad accanirsi sulla Torino-Lione annunciando una mozione di sfiducia contro il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli “che ha bloccato i cantieri in tutta Italia e ha preso in giro gli italiani”, commenta Martina. Mozione che i dem hanno deciso di assumere sia alla Camera che al Senato e che in un Pd lacerato dalle divisioni interne, dimostra solo che il Tav sembra essere l’unico collante in grado di metterli d’accordo.
Autostrade, nessuna rivoluzione
Il nostro è uno strano Paese, dove le strade gratuite sono gestite a spese dello Stato (tramite l’Anas) o da altri enti pubblici, mentre tutte le strade a pagamento, con poche eccezioni, sono date in gestione a concessionari privati che ne ricavano grandi profitti.
Qualche ingenuo potrebbe pensare che dipenda dal fatto che le strade a pedaggio (“autostrade”) siano state costruite con soldi dei concessionari, ma non è vero: gli azionisti delle concessionarie, tranne piccole eccezioni, non hanno mai versato se non somme irrisorie o hanno recuperato in pochi anni quanto pagato all’Iri. I concessionari hanno accumulato grandi capitali grazie ai pedaggi e a una classe politica a volte collusa, più spesso incapace, distratta o imbelle.
Altra cosa ben strana è che, mentre le concessioni prevedono che a scadenza l’autostrada venga data gratuitamente allo Stato concedente, ciò non è mai avvenuto. In passato, anche col ministro Delrio, sono state concesse proroghe a tutti. Anche quando si è deciso di rimettere in gara la concessione, nell’attesa i concessionari sono sempre riusciti ad ottenere dal Ministero la gestione in proroga, anche per cinque anni come nel caso dell’Autobrennero, continuando a incamerare pedaggi e profitti che spetterebbero allo Stato. Si sono susseguiti ministri assai benevoli nei loro riguardi e più sensibili alle loro pressioni che non alla tutela delle casse pubbliche.
La domanda ora è: cambierà qualcosa col ministro Toninelli? Le prime indicazioni lasciano perplessi. Due concessioni scadute da tempo, l’Ativa (Torino- Ivrea) e la Torino- Piacenza sono ancora gestite in proroga dal concessionario: forse il ministero ha intenzione di mettere a gara una nuova concessione? Ma sono autostrade “mature” che non abbisognano di nuovi investimenti significativi. Perché il ministro non esercita il diritto dello Stato a riprendersele per gestirle “in house”, magari riducendo i pedaggi? C’è il rischio che prevalga ancora la preferenza a vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie: incassare subito dalla messa in gara, svendendo al concessionario (che sarà ancora Gavio, scommessa sicura) il diritto di tassarci per i prossimi decenni. Sarebbe una strana scelta, per un governo che ha proclamato di voler revocare addirittura la concessione alla società Autostrade.
Altro episodio è la modalità scelta, pare, per trovare i 350 milioni per completare la Asti-Cuneo. Verrebbero finanziati da Sias (gruppo Gavio) con i proventi dei pedaggi sulla Torino-Milano, con l’accordo che l’esborso, remunerato con interessi al 7%, verrebbe riconosciuto come indennizzo di subentro al termine della concessione, nel 2026. Così non si proroga formalmente la concessione ma lo si fa di fatto, visto che a scadenza lo Stato non avrà i fondi per pagare l’indennizzo, e il rinnovo a Gavio sarebbe certo. È un’operazione senza rischio commerciale per Sias e non si comprende perché lo Stato dovrebbe riconoscere un interesse così elevato per un “prestito” di 7 anni. Per quelle scadenze buone società italiane paganol’1,5% e la stessa Sias ha emesso bond che fruttano l’1,7%. Non si capisce perché lo Stato, che dalle autostrade incassa ogni anno 1.500 milioni di Iva e 650 di canoni, oltre alle imposte sugli utili, vada ad accattonare da un concessionario un prestito a tassi esosi. Sulla Asti-Cuneo lo Stato ha già speso 700 milioni; se a questi si aggiungono i 350 in questione si supera il miliardo. Sias al momento ha versato solo 33 milioni in conto capitale, ma ha il 65% della concessionaria (l’altro 35% è dell’Anas). Si rinnova il miracolo: le autostrade si costruiscono con soldi pubblici, ma controllo e profitti vanno a privati che investono briciole. La Asti-Cuneo è partita con un piano finanziario troppo ottimista. Se ora servono nuovi fondi perché non deliberare un aumento di capitale che lo Stato può sottoscrivere con i 350 milioni? Almeno avrebbe l’80% del capitale.
“Troveremo intesa. La Lega era contro, ma ora cerca i voti”
Sul sondaggio che dovrebbe convincere Luigi Di Maio all’eresia, ossia a dire sì al Tav, è sarcastico: “Il 70 per cento dei nostri elettori sarebbe favorevole? È un dato che esiste solo nelle speranze di chi lo ha inventato, questo dossier”. Ma in generale Stefano Buffagni, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per i Cinque Stelle, molto vicino proprio a Di Maio, ostenta fiducia: “Anche sulla Torino-Lione con la Lega si può trovare un accordo su tutto. Noi portiamo sempre buon senso”. Però lancia anche un avviso ai naviganti: “Per me questo governo durerà cinque anni, ma se qualcuno vuole tornare tra le braccia di Berlusconi e Formigoni è libero di farlo. Noi non siamo certo gelosi”.
Le pressioni sono fortissime, e la Lega non arretra. Non è che accetterete un piano b per il Tav?
Fa sorridere come quelli che governavano prima ora invochino un mini-Tav, che oltretutto non si sa neppure cosa sia. Volevano buttare miliardi per un’opera che descrivono sovra-dimensionata.
Voi invece dite sempre no.
Noi vogliamo aprire tutti i cantieri, tanto che abbiamo appena sbloccato il quinto lotto del Terzo Valico. Piuttosto, vanno cambiate le norme folli sugli appalti, messe da chi c’era prima di noi.
Ma la Torino-Lione la invoca anche Salvini: ogni giorno.
I leghisti sono sempre stati contrari all’opera, basta guardare quanto dicevano sui territori. Oggi però l’informazione ha trasformato il Tav in un’opera essenziale, e così la Lega per fini elettorali dice di volerla. Ma gli interventi che servono sono ben altri, a partire dai ponti e dal Sud.
Anche il ministro dell’Economia Tria vuole il Tav…
Magari non si pone il problema perché ha già stanziato i soldi e non deve trovarne altri (ride, ndr)… Dopodiché Tria può esprimere il suo pensiero. Ma c’è un contratto di governo. E c’è un limite a tutto.
La prossima settimana dovrete riunirvi con il Carroccio per trovare un’intesa. Lascerete che vengano indetti i bandi per i lavori, o fermerete tutto?
Verrà definito da chi sta trattando sul punto. La nostra linea è molto chiara: ci sarà un tavolo che troverà una soluzione condivisa, come è sempre accaduto fino a questo momento su tutto.
Lo è anche per Giuseppe Conte? Dicono che si sia riallineato solo ora, e che una mediazione con il Carroccio la volesse, eccome…
Il premier fa la sintesi politica, sulla base di quanto succede nella maggioranza di governo. E il Movimento che ne rappresenta i due terzi è contrario all’opera.
Mica facile fare sintesi: tra voi e Salvini è guerra su tutto.
Che ci sia una dialettica vivace è evidente, e che il Movimento sia per fortuna molto diverso dalla Lega è altrettanto evidente. Però l’informazione carica tutti gli aspetti negativi sul M5S, mentre attribuisce tutte le cose positive al Carroccio.
Colpa della stampa: solito alibi.
Noi vogliamo cambiare un sistema, mentre la Lega è il partito più vecchio.
Però non è colpa dei giornali se litigate anche sulle autonomie. La Lega vorrebbe scuole differenziate con insegnanti locali, per dire. Brutto, no?
L’autonomia è nel contratto e io ci tengo. Ma ci sono grandi criticità, e sull’istruzione non si può scherzare: non si può aprire a una gestione senza senso, spalancando le porte ai privati.
Il Carroccio vuole chiudere la partita prima delle Europee.
Qualcuno aveva già detto di voler chiudere prima del 22 ottobre (la ministra per gli Affari regionali, Erika Stefani, ndr) ma le cose vanno fatte bene, non per ottenere uno scalpo elettorale. E serve la condivisione con gli enti locali: tanti Comuni lamentano di non essere stati coinvolti.
Il ministro per la Famiglia, il leghista Fontana, ha dato il suo sostegno al Congresso mondiale delle famiglie. E lei ha commentato: “No al Medioevo”.
Io sono cristiano e credo nella famiglia. Ma in quell’incontro parteciperanno mondi che sviliscono la donna al ruolo di casalinga che stira. È vergognoso, e bisogna prendere le distanze.
Buffagni, come fate ad andare avanti con il Carroccio?
Sui diritti civili è sovrano il Parlamento. Noi dobbiamo mettere in pratica il contratto di governo.
Però il M5S continua a crollare nei sondaggi. L’accordo vi sta uccidendo.
Crolliamo nei sondaggi da quando siamo nati. E non ci siamo fatti tanti amici, facendo l’anticorruzione e alzando le tasse alle banche.
Ancora alibi.
No, è la realtà. Ma va detto che siamo in guerra su troppi fronti. E ne va chiuso qualcuno.
Cosa intende?
Non faccio esempi. Ma vanno scelte alcune priorità. Però da qui alle Europee recupereremo.
Mega-appalti Tav, il governo non sa come fermare i bandi
La partita sul Tav s’ingomitola ogni giorno di più, mentre s’avvicina la data fatidica dell’11 marzo in cui si riaprirà a Parigi il consiglio d’amministrazione di Telt, la società dei governi italiano e francese che ha l’incarico di costruire la Torino-Lione. Quel giorno il cda lancerà i primi due bandi di gara per la realizzazione del tunnel: riguardano l’intero tratto francese del traforo, i tre quarti dell’opera, 45 dei 57,5 chilometri totali, del valore di 2,3 miliardi di euro. Sarà la vera partenza del Tav: finora sono stati realizzati solo studi e scavi preparatori.
Per fare il miracolo, dopo vent’anni di studi, proteste, modifiche e rinvii, c’è voluto un governo con dentro i No-Tav e un ministro delle Infrastrutture Cinquestelle. Danilo Toninelli ha ribadito la sua personale contrarietà alla Torino-Lione, come il Movimento da cui proviene, che ha sempre ritenuto l’opera uno spreco ingiustificato. Le fredde cifre dell’analisi costi-benefici hanno confermato la non utilità del Tav. E anche Davide Casaleggio, presidente dell’associazione Rousseau, ieri ha ribadito che “il tema è già stato dibattuto anni e anni con gli iscritti e la soluzione e il punto d’arrivo è sempre stato lo stesso. Penso che la base su questo tema abbia sempre espresso la propria opinione in modo univoco”. Il Movimento 5 stelle ha smentito l’ennesima bufala circolata nei giorni scorsi, secondo cui Luigi Di Maio sarebbe preoccupato per un sondaggio riservato che rivelerebbe che la maggioranza degli elettori pentastellati sarebbe favorevole alla Torino-Lione. “Nessun dossier segreto, i due terzi degli elettori M5s sono contrari, solo il 18 per cento è favorevole”.
Eppure lunedì 11 partiranno i primi bandi. Toninelli si dice convinto che, secondo le norme francesi, gli appalti potranno comunque essere in seguito bloccati. Non sono dello stesso parere gli esperti consultati finora, che ritengono difficile fermare unilateralmente, adducendo “motivi d’interesse generale”, le gare una volta avviate. L’Avvocato dello Stato a cui era stata chiesta dal ministero una relazione tecnico-giuridica aveva sostenuto che uno stop da parte dell’Italia “potrebbe non integrare il contenuto di un nuovo motivo di interesse generale”. E gli esperti della Commissione tecnica Torino-Lione avevano aggiunto che i rischi di contenziosi e le possibili richieste di risarcimenti a carico dello Stato rendono irreversibili le procedure d’appalto, dopo il loro lancio.
Ora Toninelli sembra orientato a chiedere un nuovo parere all’Avvocatura dello Stato: sulla possibilità di bloccare gli appalti dopo aver lanciato le gare; e anche sul problema sollevato dalla Commissione tecnica Torino-Lione e raccontato ieri dal Fatto Quotidiano: le gare non potrebbero essere bandite, in forza dell’articolo 16 dell’Accordo italo-francese del 30 gennaio 2012 ratificato dai Parlamenti italiano e francese. Dice che “l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale” non può avvenire senza “una condizione preliminare”: la disponibilità del finanziamento per realizzare l’opera. La disponibilità non c’è: dei 9,63 miliardi di costi del tunnel, quantificati dal Cipe nel 2016, l’Italia ha messo a disposizione 2,63 miliardi, il 27 per cento, l’Unione europea 0,57 miliardi, il 6 per cento, ma la Francia non ha ancora deciso alcuna programmazione futura su base pluriennale per i finanziamenti che, finora, sono arrivati attraverso l’agenzia pubblica Afitf.
Più secca la posizione del ministero del Tesoro, il cui ruolo nella partita Tav è ancor più determinante, visto che è quello che ci mette i soldi. Ritiene che le gare non possano essere fermate, per non mettere a rischio i finanziamenti dell’Unione europea. Lo aveva ribadito seccamente il rappresentante della Commissione europea nel cda Telt del 19 febbraio: “Condizione per la conferma dell’intera contribuzione di 813 milioni di euro” è “la tempestiva pubblicazione dei bandi, mentre in caso contrario verrà applicata una riduzione di 300 milioni”. In queste condizioni, ragionano al Tesoro, i membri del cda Telt di nomina italiana (cinque su dieci) non possono bloccare le gare, col rischio di essere poi chiamati a rispondere di danno erariale. Per fermare il treno degli appalti, è la linea del Tesoro, ci vorrebbe una legge votata dal Parlamento italiano che faccia uscire ufficialmente l’Italia dalla partita Tav. Ma per questa legge i voti in Parlamento non ci sono: i 5stelle sarebbero soli contro tutti.
Fico parlerà alla Duma. È il primo presidente della Camera a farlo
Roberto Ficosarà il primo presidente della Camera a parlare alla Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, in occasione della 16esima riunione della Grande Commissione interparlamentare Italia-Russia prevista per martedì prossimo. La visita, che comincerà domani, prevede tra le altre cose l’inaugurazione della mostra dedicata al designer Mario Bellini al Museo di Architettura Schusev, e una chiacchierata a porte chiuse con gli studenti dell’associazione italiana dell’università Mgimo, specializzata in Relazioni Internazionali. Martedì 5, tuttavia, sarà il giorno più importante: dopo la deposizione della corona di fiori al milite ignoto, avverrà l’incontro con Vyacheslav Volodin, presidente della Duma, luogo in cui si terrà l’intervento di Fico riguardo diverse tematiche: dalle “misure per stabilizzare la situazione nelle aree di crisi” alla “cooperazione nelle sedi internazionali”, senza trascurare le “relazioni bilaterali” fra Roma e Mosca. La visita del presidente della Camera segue a quella del ministro dell’Economia Giovanni Tria e della presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati. Dopodiché, sarà la Russia a venire in Italia: il presidente Vladimir Putin è infatti atteso entro l’estate prossima.
Meloni in trasferta: ospite all’assemblea dei conservatori Usa
La ConservativePolitical Action Conference è la più grande manifestazione dei conservatori Usa e ieri sera ha ospitato la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, invitata “per parlare di sovranità, di democrazia, di lotta contro il pensiero unico”. Meloni è intervenuta ieri sera e ha spiegato ai conservatori Usa che sogna di portare in Italia la ricetta seguita da Donald Trump: “Taglio delle tasse, sburocratizzazione, difesa delle proprie aziende e investimenti pubblici”. Ma pure – spiega via Twitter – “la difesa degli uomini e delle donne in divisa”, visto che negli Stati Uniti c’è una “taglia” da 10 mila dollari se denunci qualcuno che ha sparato ad un poliziotto. Quello di ieri è il secondo appuntamento internazionale che vede la Meloni protagonista: la settimana scorsa la “convenzione blu” siglata a Roma a Villa Miani ha sancito l’abbraccio tra Meloni e il gruppo dei conservatori europei. La leader di Fratelli d’Italia sarà la rappresentante italiana del gruppo, insieme all’ultradestra polacca , la stessa che aveva “rifiutato” il dialogo con Matteo Salvini perché considerato troppo gilo-Putin.
“Niente paure: lo straniero non è un nemico”
Lo ha definito “un appuntamento fondamentale per l’Italia”. Per questo Claudio Bisio non poteva mancare alla manifestazione di Milano. Presente al corteo insieme ai volontari del Centro italiano aiuti all’infanzia (Ciai), un ente che si occupa di adozioni internazionali, l’attore e conduttore televisivo è convinto che fosse un dovere scendere in piazza.
Qual è il messaggio di questa giornata?
Parlare a quella parte di Paese che ha paura. Da un certo punto di vista si tratta di paure comprensibili, ma bisogna spiegare a queste persone che lo straniero non è un nemico.
L’obiettivo è mandare un segnale alla Lega?
Secondo me lo scopo di questa festa non è protestare contro Matteo Salvini, ma dimostrare agli italiani che facciamo tutti parte della stessa comunità. L’adesione di così tante persone ne è la dimostrazione.
Non teme che la sua presenza possa essere strumentalizzata?
Sicuramente, sono curioso di vedere cosa scriveranno sui social dopo la giornata di oggi. Ma era troppo importante esserci, nonostante il clima di diffidenza e di ostilità che si respira nel Paese.
Lo ha percepito anche durante l’esperienza a Sanremo?
Assolutamente sì, anche in questo Sanremo si conferma lo specchio dell’Italia. Erano tutti attenti a capire se nominassi la Lega, se facessi riferimenti alla politica. E non parlo solo della Rai, ma soprattutto della reazione del pubblico sui social, dei commenti dei giornalisti.
Se lo aspettava?
Da un lato era prevedibile, perché durante quei cinque giorni tutti guardano a ogni tua mossa, a quello che dici e a quello che non dici. Però non pensavo che si creasse così tanta aspettativa intorno alla mia partecipazione.
Da Sanremo alla piazza di Milano: pensa che sia ora di mettersi in gioco in prima persona?
Non sarei qui se non lo pensassi. Anzi, sono convinto che noi italiani, e lo dico senza retorica, siamo molto meglio di quanto non appariamo a volte. Il problema è che questa immagine negativa si è creata anche all’estero. Me lo stanno raccontando i ragazzi del Ciai con cui sono oggi al corteo: ultimamente alcuni Paesi stranieri sono diventati restii a dare il via libera alle adozioni verso l’Italia.
Perché?
Anche dall’estero si percepisce questo clima negativo. Allo stesso modo tanti ragazzi adottati, italianissimi, subiscono sempre più spesso esperienze non piacevoli. Magari non episodi di violenza, ma occhiatacce o momenti di tensione. Lo scopo di oggi è dimostrare a quell’Italia che non c’è niente da avere paura. Non mi interessa la politica, ma solo che la gente ricominci a fidarsi del prossimo.
“Senza Ong meno rischi di importare illegalità”
C’è un passaggio della relazione annuale sull’attività di intelligence presentata giovedì che è passato quasi inosservato, eppure ha una sua rilevanza politica. Nel 2018 gli sbarchi di migranti sulle coste italiane si sono ridotti dell’80 per cento rispetto al 2017 e “tale sviluppo è da attribuire soprattutto alla rafforzata capacità della Guardia costiera libica nella vigilanza delle acque territoriali, fortemente promossa dal governo italiano, e alla drastica riduzione delle navi delle Ong nello spazio di mare prospiciente quelle coste che, di fatto, ha privato i trafficanti della possibilità di sfruttare le attività umanitarie ricorrendo a naviglio fatiscente e a basso costo”.
Il documento, presentato dal premier Giuseppe Conte, titolare della delega ai servizi segreti, dal direttore del Dis (il coordinamento) Gennaro Vecchione e dai direttori dei due servizi Luciano Carta (Aise, estero) e Mario Parente (Aisi, interno) afferma senza sfumature un punto che neppure l’autorità giudiziaria – con le inchieste della Procura di Catania di Carmelo Zuccaro – è riuscita a dimostrare con prove documentali. Cioè una connessione tra la presenza delle organizzazioni non governative al largo della Libia e il business dei trafficanti di esseri umani. Il rapporto accusa in pratica alle Ong di aver reso per anni la vita più semplice ai trafficanti che potevano permettersi di lasciare centinaia di migranti su gommoni instabili perché avevano la certezza che, in tempi rapidi, le navi private umanitarie sarebbero intervenute.
In questi anni i servizi segreti hanno potuto ottenere informazioni sulle attività delle Ong e su quelle dei trafficanti con strumenti preclusi all’autorità giudiziaria italiana, quelli propri dell’attività di intelligence che sono utili a raccogliere informazioni, ma non possono essere esibiti in tribunale. Già durante il governo Gentiloni i servizi avevano fatto presente all’esecutivo un problema che viene sottolineato nella relazione: se in mare ci sono troppi soggetti e migranti che passano da una nave all’altra, per l’intelligence diventa praticamente impossibile garantire che in mezzo ai normali disperati in cerca di una vita migliore non si infiltrino potenziali terroristi, caricati sul barcone all’ultimo secondo prima del salvataggio da parte degli stessi trafficanti (a Napoli sono stati arrestati due cittadini del Gambia sospetti di essere stati addestrati da Al Baghdadi, il capo dell’Isis).
Appena insediato da ministro dell’Interno, il 4 giugno 2018, Matteo Salvini aprì una crisi diplomatica all’apparenza incomprensibile, accusando la Tunisia che “spesso e volentieri esportano galeotti”. Perché un attacco così a freddo a uno dei pochi Paesi che accetta i rimpatri dei migranti irregolari in Italia?
La relazione dei servizi segreti sembra suggerire, a posteriori, una giustificazione per quella strana uscita: il 10 aprile 2018 la Guardia di Finanza aveva smantellato una organizzazione attiva tra Nabeul (Tunisia) e la Sicilia che trasportava “clandestini” via gommone: “La rilevata presenza, nel circuito gravitante attorno al sodalizio, di soggetti attestati su posizioni jihadiste è valsa a ribadire il pericolo che il canale gestito dall’organizzazione potesse essere sfruttato per il trasferimento di estremisti, oltre che di individui ricercati per gravi reati”.
Salvini non era presente alla presentazione della relazione sull’intelligence, Lettera43 ha riferito di qualche suo malumore per i riferimenti al pericolo razzismo e xenofobia. Ma la relazione, pur senza dare dettagli (l’intelligence può essere trasparente solo fino a un certo punto) a sostegno di affermazioni nette, è quanto di meglio Salvini potesse sperare. Nei rapporti interni al governo, il premier Conte ci tiene molto a chiarire che la delega ai servizi è sua. Ma la sintonia tra i vertici (Vecchione e Carta scelti da questo governo, Parente eredità di quello precedente) con il ministro dell’Interno pare notevole.
La marcia antirazzista: “L’invasione siamo noi”
Non un corteo contro qualcuno, ma “la festa di tutti, organizzata per far vedere che un’Italia diversa è possibile”. È con queste parole che un papà ha spiegato al figlio il motivo per cui ha deciso di portarlo a Milano alla manifestazione antirazzista “People, prima le persone”. Alla marcia, secondo gli organizzatori, hanno partecipato più di 250mila cittadini. Un successo andato ben oltre le aspettative. In effetti, mentre la testa del corteo era già arrivata in piazza Duomo, la coda non si era ancora spostata dal punto di partenza. Un fiume di persone ha sfilato per le vie del centro a ritmo di musica, con canti in lingue diverse, balli multietnici e carri colorati. All’appello lanciato da sei sigle del terzo settore (Anpi, Acli, Insieme senza muri, Sentinelli, Action Aid e Mamme per la pelle) hanno risposto oltre settecento Comuni e più di mille fra enti e associazioni.
C’erano le Ong che salvano i migranti in mare, come Mediterranea e Open Arms, con un carro a forma di imbarcazione. C’erano gli attivisti di Libera, tutti uniti intorno a un grande lenzuolo blu dipinto con la scritta “Nessuno è straniero”. E poi lo striscione di Amnesty International per ribadire che “sui diritti non si torna indietro”, oltre alle decine di organizzazioni a tutela dei disabili, delle donne, del mondo lgbt. “Perché siamo qui? Per far sentire la nostra voce contro questo modo terribile di considerare le persone”, spiega Giovanna, 44 anni, arrivata dal Veneto in pullman. Come lei tanti altri, provenienti da diverse regioni d’Italia, alcuni persino dalla Sicilia.
“Siamo noi la vera invasione, non quella di cui parla Salvini”, aggiunge la sua amica Irene. Mentre parla, agita in aria un lembo della coperta termica dorata diventata il simbolo dell’accoglienza dei migranti. “La vera sicurezza è un’altra”, aggiunge. “Non possiamo avere paura delle persone in quanto tali”.
Al corteo non sono mancati anche i volti della politica. “Questa è la nostra visione dell’Italia in un momento di grande cambiamento per il Paese”, ha dichiarato il sindaco di Milano Beppe Sala. Insieme a lui presenti il resto della giunta, con l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino in prima linea nell’organizzazione dell’evento, e diversi esponenti della sinistra nazionale. “Abbiamo bisogno di ritrovare l’empatia con le persone. Il governo sta distribuendo solo odio e rabbia: questo è il corteo di chi non crede che sia la strada giusta”, sono le parole del candidato alle primarie del Pd Nicola Zingaretti. Gli fa eco Maurizio Martina, anche lui in corsa per la segreteria dem: “Oggi è iniziata la primavera democratica dell’Italia, è da qui che bisogna ripartire”. Tra la folla presenti anche l’ex sindaco Giuliano Pisapia, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, personaggi dello spettacolo come Claudio Bisio e le bandiere dei tre sindacati.
Proprio il neo-segretario della Cgil Maurizio Landini ha ribadito la natura della manifestazione: “Non è una piazza per mandare un messaggio a Salvini, ma al Paese che chiede più partecipazione. Questo è un governo che fa politiche sbagliate e non sta combattendo le disuguaglianze”.
Tutto è finito all’ora del tramonto in piazza Duomo, con le mani alzate a forma di cuore verso il cielo. Un flash mob messo in scena sulle note dell’inno “People have the power” di Patty Smith.
Niente comizi o interventi ufficiali, a rimarcare ancora una volta la natura apartitica della manifestazione.
In effetti, di bandiere politiche se ne sono viste ben poche. La vera anima della marcia era rappresentata dalle migliaia di famiglie con bambini, anziani e ragazzi che hanno sfilato per dire no al razzismo.
“Io sono arrivato in Italia cinque anni fa”, racconta Bakari, originario del Mali. “Da allora mi è capitato spesso di dover sopportare atteggiamenti ostili da parte degli italiani. Sono qui perché alla fine dei conti siamo sempre esseri umani”. Un concetto ribadito dai tanti rappresentanti delle comunità straniere che hanno accettato di partecipare. “Nel mio arcobaleno c’è anche il nero”, recita il cartello portato in alto da una ragazza proveniente dalla Cina.
Dietro di lei, sul balcone di Palazzo Marino ancora campeggia lo striscione giallo dedicato a Giulio Regeni. E non sono in pochi a volgere lo sguardo in quella direzione mentre sfilano in piazza della Scala lungo il tragitto per raggiungere il Duomo. “Oggi siamo in strada anche per lui”, spiega Giacomo, 86 anni compiuti a dicembre scorso. “Combattiamo fino all’ultimo per difendere i nostri diritti di esseri umani, a qualunque costo”.