La nuova leggesulla legittima difesa, uno dei cavalli di battaglia della Lega, si avvia rapidamente a diventare legge. E ovviamente Matteo Salvini la cavalca mediaticamente: “Martedì sarò in Aula alla Camera per seguire la legge sulla legittima difesa: la risposta che aspettano le persone per bene che hanno subito, troppe volte, oltre la violenza anche l’umiliazione della tutela dei loro carnefici. Anche su questo, finalmente, dalle parole ai fatti. La difesa è sempre legittima”. Non proprio dello stesso parere è il colonnello Sergio De Caprio, meglio noto come “Capitano Ultimo”, il carabiniere che arrestò Totò Riina e oggi guida Sindacato italiano militare (Sim) dell’Arma: “Una norma in più, una in meno… Non dobbiamo prendere in giro il popolo, non è mettendo la pena di morte che risolvi i problemi della sicurezza”. Anche Magistratura democratica, una delle correnti di sinistra delle toghe, ha criticato la legge come una sorta di licenza di uccidere affidata ai cittadini. Ha risposto l’avvocato e ministra della Funzione pubblica, Giulia Bongiorno (Lega): “Non c’è alcuna licenza di uccidere”, ma “un semplice diritto di respingere”.
Solinas non è ancora presidente: conteggio dei voti rallentato
Gli unici ad aver portato a termine la fatica sono gli scrutatori dei seggi dell’Ogliastra: 67 sezioni su 67 scrutinate. Altrove, a quasi una settimana dalla chiusura delle urne, lo spoglio non è ancora finito. Così va in Sardegna dove, da subito, lo scrutinio delle elezioni regionali è parsa un’operazione complessa e lenta, molto lenta. Non è servito cominciare a mente fredda: nonostante il voto si fosse concluso alle 22 di domenica scorsa, si è aspettato il mattino successivo per cominciare ad aprire le schede. Lunedì, nel tardo pomeriggio, il numero delle sezioni scrutinate ha consentito di stabilire vincitori e vinti: a differenza di quanto avessero stimato gli exit poll, il sorpasso del centrodestra con Christian Solinas era netto sia su Massimo Zedda che sul centrosinistra lo sosteneva. Ma ieri, il prossimo governatore, ha fatto presente che la proclamazione ancora non c’è stata, proprio a causa del “rallentamento nel conteggio dei voti”. Il sito della Regione Sardegna conferma: mancano ancora 8 sezioni da scrutinare per il candidato presidente e altre 34 per le liste.
I bot su Twitter che imbarazzano il governatore
È noto che nell’era digitale i social sono un’arma per i politici. Ma un’arma a doppio taglio. Lo dimostra Nicola Zingaretti, al centro di una polemica che ha coinvolto i suoi sostenitori virtuali. In seguito al confronto con Giachetti e Martina per la segreteria del Partito democratico, trasmesso giovedì scorso da SkyTg24, su Twitter hanno infatti cominciato a spuntare moltissimi commenti a sostegno del presidente della Regione Lazio. “Giachetti mi sembra molto arrogante, di Martina non capisco bene la linea politica. Per un nuovo orizzonte progressista, domenica ai gazebo #VotoZingaretti”. Queste le parole postate dal profilo di un’utente, @LorenaSarfati. Copiate e incollate da un altro post, di un tale @OnorioCastelli1. A sua volta identiche a quelle di @RobertaSerdoni, @BelvedereCarla, @IsabellaMeldini.
Un fenomeno analogo si è manifestato per altri post: “Il M5S mi ha molto deluso. Domenica ai gazebo #VotoZingaretti”. Decine di tweet che riportavano le stesse identiche frasi. Ma soprattutto gli stessi identici hashtag, proprio l’ingrediente segreto che permette a un tema di diventare il “trend topic” della giornata, ovvero l’argomento di maggior tendenza sul social.
Andando ad aprire i profili degli autori di questi post gemelli, come segnalato dal blogger David Puente, era possibile infatti riscontrare analogie maggiori delle semplici scelte linguistiche: avevano tutti pochi follower, immagini del profilo ritraenti cartoni animati o fotografie fittizie, ed erano stati creati tutti recentemente, tra dicembre 2018 e febbraio 2019. Alcuni addirittura poche ore prima il confronto. Inoltre, seguivano tre account in particolare: Zingaretti Segretario (@ZingaSegretario), Con Nicola Zingaretti per cambiare (@ConZingaretti) e l’account ufficiale di Nicola Zingaretti (@nzingaretti). Era dunque lampante la loro natura di “bot”, profili falsi che hanno accesso agli stessi sistemi di comunicazione, creati unicamente per promuovere gli hashtag sopracitati. Parliamo al passato perchè dopo le prime segnalazioni, questi profili sono stati prontamente eliminati. Non è stato possibile, tuttavia, cancellare l’attenzione che il caso ha attirato sul web.
Ci si chiede, ora, chi ci sia dietro quest’operazione ingenua e grossolana: sarà difficile, come per casi analoghi, risalire ai singoli o alla società che ha dato “una mano” alla campagna di Zingaretti, a meno che non sia lo stesso presidente del Lazio e probabile futuro segretario del Pd a rivelarlo. Per ora non ha detto una parola e neanche scritto un Tweet.
Zingaretti superfavorito, ma parte già dimezzato
A un anno esatto dalle Politiche (4 marzo 2018), a sei anni e mezzo dalle primarie contro Pier Luigi Bersani (2 dicembre 2012), che segnarono la sconfitta dell’allora Rottamatore, ma anche l’inizio della sua ascesa, e a cinque anni e mezzo dalla prima elezione di Matteo Renzi a segretario (8 dicembre 2013), il Pd oggi si prepara a voltare pagina e, probabilmente, a incoronare leader il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Sarà vera svolta? La domanda è d’obbligo, la risposta è incerta. Gli elettori del Pd possono scegliere tra lo stesso Zingaretti, Maurizio Martina (appoggiato da molti “post-renziani” a partire da Luca Lotti) e Roberto Giachetti, che si presenta come il capofila degli ultrà renziani, l’avamposto del partito nel partito.
Zingaretti è dato in tutti i sondaggi tra il 55 e il 60% (se per caso dovesse prendere meno del 50% a decidere sarà l’Assemblea, il 17 marzo), ma dovrà fare i conti con dei gruppi parlamentari che non sono suoi, un partito a pezzi sul territorio, un’operazione in corso (quella di Carlo Calenda in vista delle Europee) che di fatto mette in discussione i dem per come sono e una scissione alle porte, presumibilmente dopo le elezioni di maggio.
Comunque vada, non sarà facile. Tanto è vero che il quasi-segretario preferisce un “Renzi fuori” palesemente, anche col rischio di trovarsi un partito almeno un po’ svuotato, che un “Renzi dentro”, a togliergli terreno per riprenderselo, il partito.
La madre di tutti gli scontri potrebbe andare in onda con un’eventuale caduta del governo gialloverde. I retroscena di Palazzo si sprecano. Gli occhi dei Renzi boys sono puntati su Zingaretti, nella convinzione che il neo segretario farà di tutto per dare vita a un governo coi Cinque Stelle. Lui ufficialmente ha sempre smentito, in realtà l’ipotesi è sul tavolo. Un tavolo, però, parecchio ipotetico: nel senso che, comunque, anche in un Pd post renziano, Zingaretti i numeri per fare questa operazione non li avrà.
E poi il Movimento è meno compatto di un anno fa, cosa che renderebbe comunque l’operazione difficilissima. E allora, si fa strada un’altra convizione: ovvero che Matteo Salvini, prima di decidere di staccare la spina al governo, starebbe aspettando l’uscita di Renzi dal Pd. E non perché sarebbe pronto a considerare il suo nuovo partito come una gamba per un’alleanza di centrodestra (non se lo può permettere), ma perché, facendo mancare una serie di parlamentari a una futuribile alleanza Pd-M5s, aprirebbe la strada alle elezioni.
Mentre i Dem si preparano ai gazebo, Renzi continua ad andare in giro con il suo libro, con molti dei suoi sostenitori che dicono apertamente che primarie o no, il vero leader è lui. Il quale, tanto per non smentirsi, non ha fatto sapere per chi voterà.
Per i militanti dem, l’appuntamento è oggi dalle 8 alle 20. I tre candidati hanno fissato l’asticella del successo a 1 milione di voti. Due anni fa, nelle primarie che rielessero Renzi dopo la sconfitta al referendum, a votare ci andarono 1 milione e 800 mila (a scegliere il senatore di Scandicci furono 1 milione e 200mila). La prima volta, il 16 ottobre 2005, per le primarie dell’Unione che elessero Prodi, votarono quasi 4milioni e 300mila persone. E il 14 ottobre del 2007 – per le prime consultazioni del Pd, quelle che scelsero Veltroni – andarono in 3 milioni e mezzo. Due milioni e 800mila anche per la prima elezione di Renzi: comunque sia, è una curva in discesa libera, per un partito che per tanti versi è già superato.
Da domani, Zingaretti cercherà di gestirlo. Dovrà fare una segreteria (dalla quale i renziani tenderanno a rimanere fuori), poi punterà a sostituire uno dei due capigruppo (presumibilmente, quello del Senato, Andrea Marcucci). E si troverà alle prese con le liste per le Europee. Nodo numero uno, l’interlocuzione con gli scissionisti di Leu. E poi, c’è un altro tema: quando si arriverà alle politiche il candidato premier non sarà lui, ma Paolo Gentiloni.
I gazebo tornano, i tempi cambiano.
Cosa resta del potere renziano mentre il Pd sceglie il nuovo capo
“Chiunque vinca le primarie non dovrà temere da parte mia alcuna guerriglia come quelle che io ho subito”. Così parla Matteo Renzi alla vigilia della giornata che segnerà la fine del suo potere (relativamente) incontrastato nel Pd. L’archetipo è sempre lo stesso: quello di “#Enricostaisereno”, rivolto Letta poco prima di defenestrarlo. Ma siccome l’ex premier dice sempre anche un pezzetto di verità, può darsi che la guerriglia sarà breve. Tutto sta a quanto ci metterà a trovare “l’altra strada” di cui parla il suo libro, quella verso un altro partito. Mentre fa i conti non proprio esaltanti con soldi e consensi, Renzi conta le sue truppe dentro e fuori dal Parlamento.
Le liste per le elezioni del 4 marzo le fece lui. All’inizio, poteva contare su 36 senatori e una novantina di deputati: nel tempo ha perso molti pezzi e altri ne perderà. Ma il punto di partenza resta molto alto: sono 85 i parlamentari renziani (su 163 totali) che sostengono Maurizio Martina. Molti per la verità sono ormai “lottiani”: resta da vedere, ovviamente, se alla fine sosterranno Nicola Zingaretti se dovesse vincere. E poi ci sono quelli schierati con Roberto Giachetti e i non schierati, tutti ultrà renziani.
Il numero più interessante è quello del Senato. I renzianissimi sono almeno 7: Andrea Marcucci, Francesco Bonifazi, Dario Stefano, Teresa Bellanova, Pierluigi Collina, Dario Parrini e Davide Faraone. Sette è il numero perfetto: ovvero quello che (per citare lo stesso ex premier) consente di evitare qualsiasi maggioranza Pd-Cinque Stelle, nel caso qualcuno ancora ne avesse la tentazione. E a questi va aggiunto lo stesso Renzi, col quale il “gruppetto” sale a 8.
Alla Camera, tra gli ultrà c’è un pezzo da novanta come Maria Elena Boschi. E poi Luigi Marattin, Roberto Giachetti, Anna Ascani, Luciano Nobili, Ivan Scalfarotto. L’Europarlamento ormai è in scadenza: ma lì resta una sua frontwoman come Simona Bonafè.
Anche una serie di ruoli chiave istituzionali sono ancora in mano a renziani: Lorenzo Guerini alla guida del Copasir (il Comitato di controllo dei servizi segreti) ce l’ha voluto Matteo. Così come David Ermini alla vicepresidenza del Csm. E poi, Ettore Rosato, vicepresidente della Camera, Giachetti che è capo anche della Giunta per le Elezioni della Camera.
Alla vicepresidenza della Vigilanza Rai c’è Antonello Giacomelli, che però fa riferimento più a Lotti che a Renzi. E nel cda Rai, in quota Marcucci e Orfini (dunque Renzi), è rimasta Rita Borioni. Ci sono poi ruoli più nascosti, ma non meno importanti: per esempio a dirigere il gruppo Pd del Senato è arrivato un fedelissimo come Alessandro Giovannelli. E una consulenza coi gruppi di Camera e Senato, nonostante la crisi, l’ha ottenuta l’ex ministro Sandro Gozi.
Tra i luoghi di potere di una qualche importanza c’è pure la Fondazione Eyu: diretta da Francesco Bonifazi (fino a oggi anche tesoriere del Pd, da domani non più), è una via di mezzo tra think tank e centro studi, che in questi mesi ha raccolto finanziamenti, proponendosi come good company in contrapposizione alla bad company del partito (alle cronache la fondazione è nota anche per i 123 mila euro più Iva avuti dal costruttore Parnasi per uno studio).
In vista di una possibile uscita dal Pd, Renzi mantiene ferme tutte le sue interlocuzioni. Prima di tutto con Silvio Berlusconi, che non a caso è uno di quelli che gli ha espresso in maniera più netta solidarietà per la vicenda giudiziaria dei genitori. E poi, Denis Verdini, che media per lui col centrodestra. Quotidiani i rapporti dei suoi con Paolo Romani e Francesco Paolo Sisto, restando a Forza Italia, ma anche con Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Annamaria Bernini: qui l’approdo non è un partito, ma un fronte anti-governo.
Tra i renziani doc, nelle ultime settimane, va di moda l’espressione “leghisti delusi”. Matteo cerca costantemente il suo omonimo, Salvini: per garantirgli un appoggio su dossier che interessano a entrambi, per sondare il terreno del proprio gradimento. E poi, chissà.
Per fare un partito autonomo, però, ci vogliono soldi. Per questo l’incontro a Milano tra Renzi e Claudio Costamagna ha scatenato i retroscena sull’inizio di una campagna di raccolta fondi, come ai bei tempi della Fondazione Open e degli incontro di successo alla Leopolda.
Costamagna è stato nominato alla Cassa Depositi e Prestiti da Renzi nel 2015, ora è tornato a fare il banchiere d’affari in proprio, con la sua boutique di consulenza CC& soci. Magari un suo contributo di riconoscenza Costamagna potrebbe anche darlo, ma per Renzi è più prezioso per la rete di relazioni che coltiva da trent’anni. Nessuno conferma che in quell’incontro milanese si sia parlato di fund raising. E a chi sollecita risposte da Renzi, in questi giorni l’ex premier ha replicato che l’unico sostegno che cerca è quello dei lettori alle presentazioni del suo libro Un’altra strada (tour pagato dall’editore, Marsilio).
Anche l’unico incarico di business – più o meno – di Renzi è un po’ congelato: da qualche mese è membro dell’Algebris Policy & Research forum, una specie di think tank parallelo al fondo di investimento dell’eterno sostenitore Davide Serra, uno dei pochi che non lo ha mai mollato.
Tutto è stagnante ora che Renzi è rimasto nell’ombra del congresso Pd. Ma se lo strappo dovesse consumarsi, magari dopo la prima apertura di Zingaretti segretario ai Cinque Stelle, tanto invisi a quasi tutto l’establishment italiano, Renzi avrebbe ancora qualche appoggio importante. Pare che i suoi rapporti con il finanziere Francesco Micheli, altro prezioso snodo di relazioni, non si siano mai interrotti. E sempre a Milano, l’ex premier continua a godere della stima di Gianni Tamburi, altro banchiere d’affari sempre attivissimo (si sta comprando Ovs).
Ma è in provincia che Renzi ha maturato negli anni crediti di gratitudine che, alla bisogna, potrebbe riscuotere. C’è la Philip Morris, che al governo renziano deve lo stabilimento di Bologna. E sempre a Bologna Renzi ha una sostenitrice che conta, Isabella Seràgnoli, che guida il gigante del packaging Coesia, 1,5 miliardi di fatturato e 6.000 dipendenti. Un altro che è rimasto renziano è Vito Pertosa, una potenza in Puglia con MerMec (meccanica) e Angel (finanza), antico finanziatore dell’ascesa di Renzi. Tutti legami che, se (o quando) sarà necessario, possono diventare decisivi per dare sostanza alle ambizioni di un nuovo partito.
Toghe rosso-verdi
Se qualcuno vuole capire perché Salvini continua a fare incetta di elettori di destra, centro, sinistra e 5Stelle, ma anche perché i 200 mila che ieri hanno manifestato a Milano contro il razzismo non trovano rappresentanza politica, si faccia un giro nel mondo fatato del congresso di Magistratura democratica. Vi troverà tutti i migliori alleati del salvinismo trionfante. Cioè i vizi e i tic che hanno dannato e continuano a dannare la sinistra italiana: spocchia, autoreferenzialità, ipocrisia, doppiopesismo, astrattezza, elitismo, negazione dei problemi, allergia a tutto ciò che viene dal popolo (bue), autocompiacimento di stare dalla parte dei buoni e dei giusti, compatimento per la plebe “giustizialista”, “populista” e “sovranista”. Come se non bastassero i loro deliri vetero-ideologici contro il “populismo giudiziario” del governo, le anime belle in toga hanno chiamato i rinforzi: Gian Domenico Caizza, presidente delle camere penali, e il vicepresidente del Csm, David Ermini. Caiazza è l’istigatore della legge per separare le carriere dei magistrati, presentata dal forzista Sisto con l’appoggio dei pidini Martina e Giachetti: Md, in piena sindrome di Stoccolma, l’ha invitato a concionare al suo congresso. Ermini è uno dei più zelanti ayatollah del renzismo, che per anni ha attaccato qualunque pm osasse avvicinarsi a Renzi, guadagnandosi l’anno scorso la rinomina a deputato, per poi passare al ruolo di “garanzia” di numero 2 del Csm. Ma ogni tanto se ne scorda e il richiamo della foresta lo riporta agli antichi amori: l’altro giorno era alla Camera con la Boschi, impegnata a bastonare i giudici di Firenze che osano arrestare i genitori di Renzi, e poi a tavola con altri renziani anti-toghe.
In un Paese civile, Mattarella e i colleghi del Csm l’avrebbero accompagnato alla porta. Invece pontifica dal pulpito di Md: non per difendere i giudici di Firenze manganellati dai suoi compari come lui menava quelli di Napoli per Consip; ma per denunciare “la saldatura tra populismo e sovranismo” che “si fa potere di governo” e mette addirittura “in crisi i capisaldi della democrazia costituzionale e dello Stato di diritto con le politiche del rancore e l’ideologia moralistica della volontà popolare”. Già, perché la volontà popolare va bene solo quando vince il Pd e i giudici vanno difesi solo quando li attacca B. o Salvini. C’è chi può e chi non può. Così gli elettori di destra penseranno che avesse ragione B., quando strillava alle “toghe rosse” e le accusava di guardare in una sola direzione. Mutatis mutandis, è la posizione di Ermini e degli astuti magistrati democratici che lo invitano a tuonare contro gli unni al governo.
Cioè contro questo barbaro “presente giuridicamente regressivo, declinante verso il giustizialismo”, questo plebeo “populismo che scardina le regole e mette in crisi la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e delle autorità di controllo, col rischio di trascinare il processo democratico verso l’abisso della dittatura della maggioranza e la visione ordalica e sommaria della giustizia” (qualunque cosa voglia dire). Chissà a che titolo il vicepresidente dell’autogoverno dei giudici si permette di trinciare giudizi del genere non su singole norme (su cui il Csm ha il diritto-dovere di esprimere osservazioni), ma sulla legittima maggioranza parlamentare. Una delle sue supercazzole – “l’ottica secondo cui la decisione del giudice viene valutata secondo fuorvianti e inesistenti legami con idee di popolo dal significato emotivamente ambiguo, più vicine all’immagine della piazza o della folla” – pare alludere alla (orrenda) legge leghista sulla legittima difesa. Ora, sapete chi scrisse quella del Pd, approvata dalla Camera il 4.5.2017, che già dava licenza di uccidere i ladri in base a un semplice “turbamento psicologico”, ma solo “in ore notturne”? Lo stesso Ermini che ora strepita contro la giustizia di piazza. Salvini si è limitato a copiare la sua boiata e a estenderla alle ore diurne.
Naturalmente Ermini non fa alcun mea culpa, confidando nella smemoratezza di Md (che, quando certe porcate le faceva il Pd, taceva e acconsentiva). E nessuno di chi grida alla barbarie giustizialista si domanda perché la propaganda securitaria è così popolare fra gli elettori di ogni tendenza. Eppure è semplice, banale: la gente non ne può più di uno Stato incapace di mettere ordine nelle strade, garantire certezza delle pene e tutelare le vittime dei reati. Questo è “il” problema, che poi ha soluzioni diverse. Quelle xenofobe, forcaiole e incivili di Salvini (quasi tutte avviate o tentate dal centrosinistra) non risolvono nulla, ma le conoscono tutti. Il ministro Bonafede aveva provato a realizzarne di civili, utili ed efficaci, bloccando la Svuotacarceri del predecessore (molto gradita ai decarceratori di Md), fermando la prescrizione e alzando il rischio giudiziario per corrotti e corruttori (come in passato chiedevano anche i magistrati, Md inclusa). Ma il Csm e Md, per non parlare delle Camere penali, hanno alzato le barricate perché è vietato dire che i 5Stelle fanno anche cose giuste (e sono gli unici a subire processi, anche fantasiosi come quelli alla Raggi e a Nogarin, senza dire una parola contro i magistrati). Il resto l’ha fatto l’informazione di regime, oscurando una buona riforma come la Spazzacorrotti, attesa dai tempi di Mani Pulite. Così ora, sul campo, restano gli opposti estremismi: da una parte Md e le Camere penali, che continuano a negare i problemi della sicurezza e dell’immigrazione incontrollata, anziché indicare soluzioni serie, e a scomunicare col ditino alzato (“populismo giudiziario”) chi chiede un minimo di ordine e certezza della pena; dall’altra Salvini, che non risolve nulla ma illude tutti con la propaganda da saloon, a base di pistoleri, negri e bordelli. Indovinate chi vince.
Pensavo fosse amore… invece era solo un untore
Pubblichiamo “L’uomo che sapeva amare”, il racconto di Dacia Maraini edito da Tea nella raccolta “La scia nera”, in cui 30 scrittori raccontano la violenza sulle donne.
Ho conosciuto un uomo dalle orecchie a sventola e gli occhi di falco. Visto da vicino metteva un poco di inquietudine. Ma a guardarlo camminare, si rimaneva affascinati. Era alto, agile, ben fatto e aveva gambe lunghe e braccia morbide fatte per abbracciare e carpire…
L’uomo dalla voce profonda sapeva come avvicinare le donne e conquistarle. La sua fame di seduzione era senza fondo. Eppure ogni volta si innamorava, o per lo meno così sembrava, perché era tale l’attenzione che dedicava alla donna del momento, e tale la tenerezza che sapeva esprimere, che nessuna rimaneva indifferente. Le sue preferite erano le ragazze molto giovani e inesperte. Per loro si trasformava in un paziente maestro d’amore. Il suo garbo, la sua delicatezza le conquistava… A lui piaceva trovarle sulla rete, anonime e lontane. Dopo molte chiacchiere da un cellulare all’altro, dopo molte riflessioni sull’amore, proponeva un appuntamento. E a questo punto quasi tutte acconsentivano. Pensando di averlo fatto innamorare.
Così è successo con me. Però nel mio caso non ci siamo incontrati in rete, ma in un negozio di frutta dove io ero entrata per comprare delle arance e lui stava scegliendo delle mele che prendeva una per una nelle mani eleganti. Sembrava incantato dal profumo di quelle mele che faceva scivolare da un palmo all’altro e mentre le annusava sorrideva deliziato. Tanto che il padrone si è allarmato e gli ha chiesto se era venuto per comprare o per tastare la frutta con le mani nude, cosa che era proibita dalla legge. Perché non aveva messo i guanti di nailon e perché non riempiva, come tutte le persone perbene, il sacchetto di plastica per pesarle sulla bilancia a disposizione dei clienti?
L’uomo aveva risposto che quelle mele dovevano venire da un paese caldo e meraviglioso, che solo quel negozio aveva la fortuna di offrire delle mele così belle e profumate. Comunque ne avrebbe comprate un paio, non doveva preoccuparsi, non era né un ladro né un perdigiorno, ma solo un degustatore di frutti preziosi. Il padrone era rimasto lusingato da queste parole e forse anche lui incantato dalla voce profonda e seducente dell’uomo che se ne stava ritto vicino al banco, con le lunghe gambe strette nei blue jeans sdruciti, mentre un impermeabile bianco gli si apriva sopra un maglione rosso lacca che lo faceva sembrare un ragazzino mentre probabilmente doveva avere superato i trenta… Quando sono uscita col mio sacchetto di arance, ho sentito i suoi passi alle mie spalle. Non ho pensato che mi seguisse, finché ho girato l’angolo e i passi si sono fatti più vicini.
“Posso presentarmi? Mi chiamo Arcangelo Turco e sono un giornalista. Posso farle qualche domanda?”. Il tono era quello giusto, il linguaggio leggermente cerimonioso, suonava sincero…
“Ma scusi, perché vorrebbe farmi delle domande e su che?”.
“Sul perché compra le arance in quel negozio che le fa pagare un occhio della testa mentre nei supermercati le pagherebbe la metà”.
“Quindi lei sta facendo un’indagine di mercato?”.
“Ha indovinato, faccio un’indagine di mercato”. Ma subito dopo, complice e intimo, mi ha chiesto se volevo prendere un caffè con lui al prossimo bar.
“Mi dispiace, ma ho fretta”, ho risposto ricordando che non bisogna mai dare retta agli sconosciuti, lo diceva mia nonna, ma anche mia madre…
“Peccato. Volevo continuare la mia indagine sui venditori di frutta in città. Posso chiederle il suo numero di telefono? Magari mi risponde con un WhatsApp”. A questo punto mi sono arresa… E da quel momento non mi sono più liberata. Mi chiamava a tutte le ore del giorno e della notte. Mi parlava d’amore, ma con delicatezza, senza mai cadere nell’ovvio, con quel tanto di leggerezza e di ironia che me lo faceva parere sincero.
Insomma, è entrato piano piano nella mia vita rimpiazzando il compagno che per sei anni aveva abitato con me e poi un giorno se n’era andato per mettere su casa con la mia migliore amica. Ero sola da mesi e quella nuova voce innamorata mi teneva compagnia. Ci ho messo settimane per accettare un altro incontro. C’era qualcosa che mi impediva di lasciarmi andare completamente al suo fascino… Voleva sapere tutto su di me: dove vivevo, cosa facevo, quanti amici avevo, se ero innamorata o meno, se ero sola o in compagnia, se avevo parenti e dove abitavano, se avevo un lavoro eccetera. Di sé rivelava poco o niente. Ma io non sono sospettosa. Pensavo che si trattasse di una persona introversa e discreta…
È stato naturale finire a casa mia e fare l’amore. Mentre ci spogliavamo rapidamente gli ho chiesto se avesse con sé una protezione. Mi ha risposto di no. “L’amore non vuole impedimenti”, ha detto Arcangelo – quel nome mi martellava in testa come una profezia di misteriosi piaceri celesti – inalberando un sorriso innamorato, “e poi sai, ti confesso che io sono sterile, il mio seme non prende… Comunque l’amore è l’amore e va fatto al naturale”, ha sussurrato mentre mi baciava sul collo. E io non ho insistito. Non sentivo in lui l’estraneo, mi pareva un uomo responsabile. Se diceva che non c’erano pericoli, non c’erano pericoli. L’ho abbracciato e l’ho accolto dentro di me come un corpo amico.
Dopo quel giorno è sparito. Mi ha mandato un breve messaggio dicendo che stava partendo per l’America per una urgenza di cui poi mi avrebbe spiegato e mi avrebbe scritto da lì. Ma non si è fatto più vivo. Lì per lì sono stata molto male. E l’ho aspettato. Ma niente. Era semplicemente scomparso dalla mia vita così come era comparso, nel vuoto di un nome che suonava grandioso…
Sei mesi dopo, ascoltando le notizie della sera, l’ho visto improvvisamente camminare a testa bassa tra due carabinieri. Ho fatto un salto sulla sedia… Natale Hingram, che si faceva chiamare Arcangelo, era un seduttore seriale, malato da anni di Aids e ora era in arresto per avere sedotto e contagiato delle minorenni.
“Lei le ha contagiate freddamente, volutamente, sapendo che potevano morire”, ha commentato il giudice.
“Le ho amate tutte”, ha risposto l’uomo con un sorriso crudele sulle labbra.
“Lei non le ha amate, le ha solo collezionate, per poterle contagiare, ingannandole spudoratamente. Ma perché? Cosa ci guadagnava?” ha insistito la giudice.
“Non volevo morire da solo”, ha risposto lui… La giuria lo ha condannato a sei anni di carcere. “Erano le mie donne e le volevo portare con me nell’altro mondo!” ha gridato il falso Arcangelo prima di lasciare l’aula.
Sono corsa a fare le analisi. E ho ringraziato mille volte la fortuna che mi ha assistita. Non ero stata contagiata.
Che fine ha fatto Spacey? Il fratello teme il suicidio
Lunedì 4 marzo Kevin Spacey dovrà tenere il telefonino acceso. È quanto ha stabilito lo scorso 7 gennaio il giudice Thomas S. Barrett: l’attore due volte premio Oscar stavolta potrà fare a meno di comparire in tribunale, gli è richiesta la mera reperibilità telefonica. Niente più ressa, niente più curiosi e, allorché Spacey abbandonava l’aula e veniva inghiottito da un suv, quell’urlo solitario: “Underwood 2020!”. Lui non profferì parola: dieci minuti di udienza, poi “Cosa prova oggi Mister Spacey?” cade nel vuoto.
Imputato. In Massachusetts è alla sbarra con l’accusa di aver aggredito sessualmente un diciottenne in un bar di Nantucket: la star di House of Cards avrebbe molestato il figlio della reporter di Boston Heather Unruh, che ha sporto denuncia, il 7 luglio del 2016. Per il reato di abuso sessuale, Spacey rischia cinque anni di prigione: se giudicato colpevole, verrebbe altresì registrato quale sex offender. Sebbene intenzionato a farlo, in aula non ha dovuto dichiararsi non colpevole: la legge del Massachusetts non lo prevede.
Molestie & Snapchat. Dopodomani sapremo di più, per ora gli avvocati dell’attore hanno ottenuto che la presunta vittima non potesse modificare né cancellare i dati del proprio smartphone e cloud: in ballo c’è un video di Snapchat inviato dal ragazzo alla fidanzata, raffigura una mano che stringe una zona vestita. Secondo la Unruh, Spacey avrebbe offerto un drink dopo l’altro al giovane, che, diciottenne, si sarebbe dichiarato ventunenne, quindi ne avrebbe abbassato i pantaloni e toccato i genitali “senza consenso”.
Gli accusatori. A incolpare Spacey di abusi sessuali è una dozzina di persone: il primo nell’ottobre del 2017 è stato l’attore Anthony Rapp, secondo il quale il più celebre collega l’avrebbe molestato, all’età di 14 anni, nel proprio appartamento nel 1986. In un ormai celebre tweet del 29 ottobre 2017, Spacey si è scusato per l’accaduto, adducendo la propria ubriachezza, e ha fatto coming out, attirandosi comprensibilmente un mare di critiche: il collegamento molestia-omosessualità è insostenibile. Se a Londra sarebbero più d’uno i casi aperti che lo riguardano, lo scorso settembre il procuratore distrettuale della Contea di Los Angeles ha però rinunciato a perseguirlo per la supposta violenza ai danni di un uomo a West Hollywood nel 1992.
Damnatio memoriae. Senza aspettare il tribunale, Hollywood l’ha già dichiarato colpevole, riservandogli ostracismo e iconoclastia senza precedenti: la International Academy of Television Arts & Sciences gli ha revocato l’Emmys Founders Award; Netflix l’ha espunto dalla sesta, ultima e infine fallimentare stagione di House of Cards e ha cancellato il biopic di Gore Vidal che avrebbe dovuto interpretare; in Tutti i soldi del mondo, diretto da Ridley Scott, è stato sostituito nel ruolo del miliardario Jean Paul Getty da Christopher Plummer, ovvero il film è stato rigirato senza Spacey. Mutatis mutandis, l’unico suo titolo uscito in sala dopo lo scoppio dello scandalo è andato malissimo: Billionaire Boys Club ha fatto 1.349 dollari al botteghino americano, due milioni e mezzo in tutto il mondo. Un chiodo nella bara.
“Let me be Frank”. “Se non ho pagato per quello che ho fatto, di sicuro non pagherò per quello che non ho fatto”. L’attore americano, 60 anni il prossimo 26 luglio, è tornato a farsi sentire via social la scorsa vigilia di Natale, con il video Let me be Frank, ossia “Lasciate che io sia Frank”, l’Underwood di House of Cards, e “franco”, onesto. Sovrapponendosi al suo mefistofelico presidente e sfruttandone l’enorme seguito, ci chiama in correità – “Non mi sono mai comportato secondo le regole e questo vi è piaciuto tantissimo” – e insieme in soccorso: “Sentite la mia mancanza, non è vero?”.
Rischio suicidio. Del supporto del proprio pubblico Spacey avrebbe disperato bisogno, almeno a dar retta al fratello maggiore Randall Fowler, un 63enne abbastanza improbabile, sosia di Rod Stewart e conducente di Limousine: “Temo Frank possa suicidarsi. Ma poi ti dici ‘no, è troppo narcisista, non lo farebbe mai’”.
La lezione di Lester. Ricevendo nel 2000 la statuetta quale migliore attore protagonista per il Lester Burnham di American Beauty, Spacey aveva forse preconizzato le proprie traversie, e pure il nostro destino di orfani inconsolabili – si capisce, non dell’uomo – dell’attore straordinario e amorale che è: “Per questo mi è piaciuto Lester, perché tutti noi vediamo i suoi peggior difetti e nondimeno continuiamo ad amarlo”.
“Kashmir, così Modi può sfruttare la crisi”
Non si trattasse di uno scontro tra due potenze nucleari, parrebbe uno sceneggiato cinematografico. Due jet sconfinano in territorio nemico, vengono colpiti, uno riesce a puntare il muso verso il confine, dal secondo si proietta un paracadute il cui pilota, tra gli alti alberi, perde l’orientamento. Sopraggiungono dei giovani, lo rassicurano, lui dapprima si tranquillizza, poi capisce: è una trappola, l’esercito nemico sta arrivando. Si dice tenti una fuga rocambolesca, di ingoiare documenti segreti, ma viene acciuffato, e dal remoto villaggio di montagna la notizia si diffonde al mondo, portando due nazioni sul precipizio del conflitto. Lo sfondo è il Kashmir, epicentro di crescenti (e preoccupanti) tensioni tra India e Pakistan. E questo episodio, l’arresto di un pilota di un jet indiano, catturato in territorio pakistano è “la miccia di una crisi potenzialmente pronta ad esplodere”, ci ricorda Satish Misra, analista di uno dei più importanti think tank indiani, Observer Research Foundation.
Qual è l’origine della crisi?
Un attentato suicida avvenuto in India lo scorso 14 febbraio che ha colpito un convoglio paramilitare, uccidendo 40 poliziotti indiani sulla strada tra Jammu e Srinagar. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo terroristico Jaish-e-Mohammed che, secondo il governo di New Delhi, opererebbe in Pakistan con il benestare del governo di Islamabad. Per questo, all’alba di martedì 26 febbraio due jet indiani, Mirage 2000, hanno attaccato tre campi di terroristi in territorio pachistano, compreso un sito a Balakot, a 196 chilometri dalla capitale Islamabad. Il Pakistan il giorno dopo ha risposto con un contro-attacco a posizioni militari indiane.
Perché si è parlato di un momento di massima crisi?
Parliamo della escalation militare più seria degli ultimi dieci anni, cioè dalla guerra che India e Pakistan combatterono tra maggio e luglio del ‘99, che prese origine dal fatto che le forze armate pachistane entrarono nella regione kashmira di Kargil, in territorio indiano, oltre la linea che separa i due territori.
Come nasce la questione Kashmir?
La battaglia per il Kashmir inizia nel ‘47 con la Partizione, quando India e Pakistan divennero indipendenti. Si tratta di una regione contesa per la quale le due nazioni hanno combattuto ben quattro conflitti, oggi divisa da una “Linea di Controllo” tra le due.
Quanto pesano le prossime elezione indiane, sulla crisi attuale?
L’attacco terroristico del 14 febbraio è stato una tragedia ma, inavvertitamente, ha fornito l’opportunità al partito al governo, il Bjp, di sfruttare il sentimento popolare di rabbia. L’attacco del 26 febbraio ai campi terroristici in Pakistan, compreso quello di Balakot che si trova in pieno territorio pachistano, ha in un certo qual modo stabilito che l’India si trovava in “mani sicure”, quelle del primo ministro Narendra Modi. E il partito in carica probabile beneficerà della situazione.
Quali sono ora gli scenari aperti?
Non sono d’accordo con chi parla di possibili conflitti nucleari. India e Pakistan vogliono evitarli. Abbiamo indizi che ci dicono che Stati Uniti, Arabia Saudita, Francia e Cina stiano lavorando per la distensione. Quanto al governo indiano, dal premier Modi, non sembrano previste ulteriori dichiarazioni.
L’India ha implementato la sicurezza interna. Ci saranno strascichi?
Il livello di sicurezza interna resterà alto. Se il Pakistan non porterà avanti azioni specifiche, come la distruzione di infrastrutture terroristiche sul suo territorio, la tensione non diminuirà.
Re Bibi alle strette, ora parla di “persecuzione politica”
L’uomo che un tempo era il capo di Gabinetto di Benjamin Netanyahu potrebbe averne l’altra sera decretato l’inizio della parabola discendente. Avichai Mandelblit oggi è il procuratore generale dello Stato d’Israele, capo dell’ufficio che in 57 pagine ha riassunto i capi di imputazione contro il premier uscente che vanno dalla frode alla corruzione, alla violazione della fiducia. Un pacchetto di accuse serie messo insieme in due anni di indagini serrate dalla Lahav 433, l’unità speciale contro la frode e la corruzione, arricchite dalle testimonianze di tre ex intimi collaboratori di Bibi, che hanno collaborato in cambio di un declassamento delle accuse contro di loro.
L’annuncio, anche se ampiamente previsto nei tempi, è piovuto nel pieno della campagna elettorale per le elezioni del 9 aprile che si annunciano come quelle che dopo 13 anni potrebbero segnare la fine del regno di “King Bibi”. Lui – consapevole che questa potrebbe essere la sua ultima battaglia – promette di vender cara la pelle e parla di “persecuzione politica”. Ha imbarcato nel suo schieramento l’ultra destra razzista e xenofoba dei ‘kahanisti’, messi fuorilegge negli anni Novanta e adesso tornati sotto altre sigle, e poi coloni messianici, frange violente del tifo calcistico, per far fronte alla avanzata dell’Alleanza dei generali, i suoi sfidanti: Benny Gantz, Moshe Yaalon e Gabi Askenazi. I tre ex comandanti in capo dell’IDF hanno una fila di medaglie lunga un metro ciascuno e il vento in poppa nei sondaggi, staccano il Likud di Netanyahu di ben 6 seggi. Gantz, che dirige l’Alleanza “Kahol Lavan” (Blu e Bianco, la bandiera di Israele) insieme a Yair Lapid, ha invitato Netanyahu alle dimissioni dopo la formalizzazione delle accuse.
I sedici minuti di discorso di Netanyahu via tv e Facebook l’altra sera sono stati solo il primo assaggio del suo schema di difesa che sembra mutuato da quello del suo sostenitore Donald Trump nei confronti delle indagini dell’Fbi sui di lui: delegittimare chi lo accusa. “Questo intero castello di carte crollerà – ha detto – ne sono assolutamente certo e intendo servire il Paese per molti anni a venire”. E fino a quando al processo non sarà condannato, potrà continuare a servire come primo ministro, a condizione che il suo partito – il Likud – vinca le elezioni della Knesset e rimanga al potere.
La decisione di Mendelblit arriva dopo mesi di lunghe discussioni che hanno coinvolto venti alti funzionari del ministero della Giustizia. Circa 140 testimoni sono stati ascoltati, alcuni hanno fornito prove come gli ex collaboratori del premier Ari Harow , Shlomo Filber e Nir Hefetz; anche cinque ministri del governo attuali o precedenti – Yair Lapid, Gilad Erdan, Yariv Levin, Zeev Elkin e Tzipi Livni – hanno deposto davanti ai giudici.
Benjamin Netanyahu, il Likud e i partiti alleati hanno fatto di tutto perché l’ufficio del Procuratore Generale si pronunciasse dopo il voto del 9 aprile sostenendo che la decisione di Mandelblit avrebbe “influenzato il voto e minato la democrazia”. “Il processo – accusano – è stato spinto dalla pressione dei media e della sinistra”. La decisione di Mandelblit non è definitiva. Netanyahu avrà l’opportunità di capovolgerla in un’audizione che si terrà nei mesi successivi al giorno delle elezioni del 9 aprile. Nell’udienza preliminare l’accusa presenterà tutte le sue prove contro il premier, sarà la prima volta che il collegio di difesa di Netanyahu potrà consultarle nella loro interezza. Il processo potrebbe richiedere fino a un anno. I giudici di Israele hanno già dato prova di non farsi influenzare dalla caratura dei personaggi sotto accusati. In un recente passato hanno condannato un capo dello Stato (Moshe Katsav per molestie sessuali), un vice-premier (Ehud Olmert per corruzione), un ministro ortodosso per bustarelle e un altro per spionaggio. Non si faranno intimidire da Bibi Netanyahu.