Dalla Stazione centrale, il Regio Express 3977 di Trenord per Alessandria parte ogni sera alle 23 e 25, binario 19. Sei minuti dopo si ferma al binario 11 di Milano Lambrate e diventa il treno nero. A chiamarlo così, dopo il primo stop, è il personale che va avanti e indietro sulla tratta che collega il capoluogo lombardo alla città piemontese: è nero come la disperazione di chi lo occupa per cercare un riparo. A Lambrate, a differenza di Milano centrale, l’accesso ai binari è libero. Così sul Regio Express – insieme a chi ha il biglietto, una casa un lavoro – sale anche chi non ha più nulla. “Perché in un dormitorio può succedere di tutto – dice Mauro – e si rischia una rissa in ogni momento: per questioni religiose, perché qualcuno è troppo ubriaco o perché è strafatto di droga. Fino a non molto tempo fa quasi tutti i ferrovieri facevano praticamente finta di nulla, ci conoscevano per nome. Poi ci sono state le proteste dei pendolari, qualcuno ha iniziato ad alzare la voce, qualcun altro ha cominciato a comportarsi come fosse il padrone del treno. Si sono intensificati i controlli e molti, anche se era l’unico luogo decente dove passare la notte, hanno smesso di usarlo come albergo viaggiante”. Mauro Ferrante ha 56 anni, è di Milano. Fino alla fine del 2013 ha fatto l’agente di commercio, per tre anni ha anche coordinato la rete di vendita in Lombardia della pasta De Cecco. Undici subordinati sotto di lui e un reddito di circa 60 mila euro all’anno. La crisi economica e la separazione dalla moglie lo hanno travolto. Un soffio. Ha prima perso il lavoro, poi la casa in affitto dove abitava con il padre, dopo il suo matrimonio. In sei mesi ha raschiato gli ultimi risparmi. La sua rovinosa discesa – giù, fino all’ultimo gradino – la misura così: “Due Natali e due Capodanni in stazione”, dice.
Il treno nero arriva ad Alessandria pochi minuti prima dell’una del mattino. Lì, con il riscaldamento acceso, si ferma fino alle 5, quando scatta l’ora dei primi pendolari e allora torna indietro. Si sceglie lo scompartimento giusto, ci si butta sui sedili, e si parte per quel ripetitivo viaggio: Pavia, poi Voghera, poi Tortona, infine Alessandria, ogni notte così. Meglio di un giaciglio di cartone sui marciapiedi di Milano, meglio anche di un dormitorio pubblico. I sedili del treno nero sono stati il letto di Mauro per mesi. Lui sa tutto quello che c’è da sapere delle nove stazioni in cui si ferma: “Quella di Alessandria è pulita”. Conosce bene anche il capo della Polfer di Alessandria. Perché sul treno nero capita che siano proprio gli ultimi a ristabilire l’ordine. Come quella volta in cui “cinque giovani ubriachi iniziarono a molestare la giovane capotreno. Una scazzottata e li abbiamo calmati”, racconta.
Da un anno, Mauro vive in un appartamento messo a disposizione dalla “Casa del giovane lavoratore-Don Orione”. Duecento euro al mese: cento li passa la parrocchia Santa Maria Ausiliatrice, altri cento li mette lui, che con il Rei, il reddito di inclusione, ne prende 187. Per la spesa rimedia 3 euro all’ora facendo le pulizie in chiesa. E attende che la Caritas Ambrosiana, con il servizio Siloe, gli procuri un altro tirocinio formativo: 500 euro al mese fino all’agosto scorso come tuttofare in un dormitorio.
Una volta erano in tanti a cercare un posto al caldo dove trascorrere la notte sulla linea Milano-Alessandria. La Polfer, a destinazione, faceva scendere chi dormiva, poi però “si voltava, e allora si risaliva: da un finestrino, da una porta rimasta aperta”, ricorda Mauro. Adesso che sempre più spesso le porte del Regio Express vengono chiuse, c’è chi ha trovato un’alternativa. Magari scende a Voghera, dove restano sempre fermi alcuni convogli. Oppure prosegue, prende ad Alessandria il treno che va a Torino Stura, poi Torino Porta Nuova e poi ritorna a Milano. “Il mio gruppo era di una decina di persone, tutti italiani tranne due marocchini”, racconta. “Separazioni conflittuali e perdita del lavoro erano le principali cause della nostra condizione. Poi c’era chi era scivolato nell’alcolismo, chi nella tossicodipendenza, chi aveva perso molti soldi al gioco. Ma si parlava poco del passato. In un ambiente di povertà nessuno ti dice mai la verità fino in fondo, quasi sempre la realtà ce la si infiocchetta, perché è troppo doloroso ricordare come era”.
La povertà ha perso i suoi connotati: cambia faccia
A Milano ci sono due città. La ricca e patinata capitale della moda, del design, della finanza, e l’“altra” Milano, quella che appena galleggia. Se ne sono accorti alla Caritas Ambrosiana, che oltre al capoluogo della Lombardia copre Varese, Lecco, Monte Brianza e parte della provincia di Como: 50 mila utenti. Tra questi, gli italiani sono sempre di più. Dieci anni fa erano solo il 16% del totale, oggi sono il 40%. Gli stranieri, invece, diminuiscono. “Una volta, tra gli immigrati, si rivolgevano a noi soprattutto badanti provenienti dall’Est Europa e famiglie nordafricane”, dice Elisabetta Larovere, responsabile dell’osservatorio della Caritas Ambrosiana. “Oggi queste comunità si sono maggiormente radicate, e poi si aiutano tra di loro. Oppure, semplicemente, lasciano il Paese, in cerca di miglior fortuna”.
I nuovi poveri italiani a Milano sono single (quasi il 60%) e hanno tra i 45 e i 64 anni. Perso il lavoro non riescono più a ricollocarsi anche se hanno un titolo di studio medio alto: quasi il 34% ha almeno il diploma di maturità. Scivolano nella miseria pensando che sia solo una brutta parentesi, invece ne rimangono schiacciati: “I disoccupati di lungo periodo sono più che raddoppiati”, spiega Larovere. Milano non è una mosca bianca. I poveri italiani sono aumentati anche a Roma: “Ormai sono la metà di quelli che vengono nelle nostre mense”, conferma Laura Bianchi, Caritas della Diocesi di Porto Santa Rufina.
A livello nazionale il 39% di coloro che nel secondo semestre dello scorso anno hanno ottenuto il Rei è costituito da persone sole. Quelli di mezza età che si rivolgono alle diocesi, insieme ai giovani tra i 18 e i 34 anni, fanno il 50%. E sono in crescita anche al Sud, dove, storicamente, i poveri sono in maggioranza italiani. “La fascia d’età predominante oggi? Dai 44 ai 55 anni”, dice Giuseppe Giambusso, Caritas di Palermo. Tutti attendono il reddito di cittadinanza. “Ma nessuno ora è in grado di fare proiezioni”, spiegano all’Inca-Cgil. “Anche perché c’è il vincolo dei dieci anni di residenza: e ricostruire la storia anagrafica di chi ha perso tutto non è facile”.
La Milano degli empori solidali: qui la spesa è a punti
In via San Vigilio a Milano – siamo alla Barona, quartiere di 85 mila abitanti a 10 minuti dai Navigli – c’è l’emporio solidale gestito dalla Caritas e dalla cooperativa sociale Farsi Prossimo. È il primo aperto in città: altri, nella diocesi lombarda, sono a Cesano Boscone, Garbagnate Milanese, Saronno, Molteno e Varese (e altri due apriranno a breve in città, nelle zone di Lambrate e Niguarda). Una volta, l’emporio di via San Vigilio era un negozio di ortofrutta. Il venerdì è il giorno del “fresco”: arrivano latte, formaggi, yogurt, primi piatti solo da scaldare. Sugli scaffali ci sono le donazioni: Barilla, Coop. Ci si mette in fila con la tessera a punti: minimo, 50 al mese, poi 10 in più per ogni membro della famiglia. La pasta si prende con 0,35 punti. Per il latte se ne vanno 0,70. Intorno qualche panchina di cemento, un vecchio bar, un serpentone di mattoni rossi che si alza per sette piani: case popolari. “Per accedere ci vuole un Isee inferiore a 3 mila euro”, spiega il responsabile Federico Mancuso. “Ma si parte dal presupposto che i beneficiari possano risollevarsi, trovare prima o poi un lavoro, arrivare alla pensione”. Invece la povertà si fa sempre più cronica. Il primo emporio solidale in Italia aprì nel 1997; poi, dal 2009, l’impennata: oggi sono 178, servono quasi 105 mila persone, per oltre il 50% italiane. Alla Caritas dicono che spesso la rassegnazione è tale che chi si presenta, ormai allo stremo, non chiede più nemmeno un lavoro, solo una qualsiasi forma di aiuto.
In Stazione centrale, Mauro conosce praticamente tutti. Quelli che, senza casa, si ritrovano davanti al McDonald’s; i giovani centroafricani che, nel piazzale, hanno sostituito i nordafricani. Da una parte gli italiani, dall’altra gli immigrati: “Qui si litiga per un nonnulla, per una elemosina o perché al McDonald’s assumono solo cingalesi”.
Mauro, “in cambio di qualche spicciolo, si arrangia aiutando le persone che non sono capaci di acquistare i biglietti del treno alle macchine automatiche: lo facciamo in tanti, qui”. Non smette di ringraziare i suoi due “angeli”, Mara e Francesca, “due assistenti sociali che mi aiutano tanto”. Gira sempre con uno zainetto: dentro, il curriculum, due pagine. Lo tiene con sé sempre. Lo mostra per ricordare. “Per far vedere che non ero un cretino. Ho lavorato per Glen Grant, per Lindt, anche se adesso raccolgo le cicche per terra”.