Taglia sul figlio di Bin Laden: è lui il nuovo capo di al Qaeda

Otto anni dopo il raid che portò i Navy Seal a uccidere Osama bin Laden (2 maggio 2011) è ancora un membro della famiglia del fondatore di al Qaeda – e organizzatore dell’attentato in territorio americano con aerei dirottati, due dei quali si schiantarono sulle Torri Gemelle – a togliere il sonno agli analisti dell’intelligence. Si tratta di Hamza bin Laden, uno dei figli di Osama: la Cia offre un milione di dollari a chi fornirà notizie per localizzarlo; si ritiene che Hamza operi muovendosi fra la frontiera di Afghanistan e Pakistan ed abbia sbaragliato la concorrenza conquistando la leadership di al Qaeda.

Dal dipartimento di Stato si sottolinea che Hamza ha “minacciato attacchi contro gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali”.

Hamza inoltre ha minacciato di “vendicarsi della morte del padre”. La formazione del figlio di Osama sarebbe stata curata fin dalla sua giovinezza come avrebbero dimostrato i documenti sequestrati dai Navy Seal nel bunker di Abbottabad, la località del Pakistan dove si nascondeva lo sceicco del terrore; Osama stava educando il figlio a essere il suo successore alla guida dell’organizzazione. Le lezioni sembrano aver avuto l’effetto sperato, tanto che Hamza si è sposato con la figlia di Mohammed Atta, il terrorista egiziano che faceva parte del commando che dirottò gli aerei di linea l’11 settembre 2001, facendoli poi schiantare sul World Trade Center e sul Pentagono (un quarto si abbatté al suolo per la reazione dei passeggeri). Dopo l’annuncio della taglia americana, L’Arabia Saudita ha revocato la cittadinanza a Hamza bin Laden.

Macron “bocciato”: l’esame di Napoleone nei licei non si cambia

Gli studenti del liceo Henri-Matisse di Vence, come quelli del Jean-Perrin di Nantes o del liceo Sophie-Germain di Parigi finiranno tutti l’anno scolastico con il massimo dei voti. Invece di scendere nelle strade, molti professori hanno scelto forme alternative per protestare contro la riforma dei licei e dell’esame di maturità, il baccalauréat, del ministro dell’Educazione Jean-Michel Blanquer e promessa di campagna di Emmanuel Macron. Quella del 20/20 politico per tutti è una di questa.

A Tolosa più di cento insegnanti si sono dimessi dal Consiglio di Istituto. A Noisy-le-Grand, nella periferia di Parigi, sono state organizzate delle “le notti dei licei”. ll 12 dicembre, nel pieno della crisi dei Gilet gialli, è nato su Facebook il gruppo degli “stylos rouges”, le “penne rosse”: “Abbiamo creato gli Stylos rouges en colère perché ci siamo sentiti dimenticati dal presidente” ha spiegato Jennifer, una delle fondatrici. Le “penne” hanno cominciato col chiedere l’aumento degli stipendi e col protestare contro il taglio di 2600 posti di professori nei licei e nelle scuole medie previsto nel 2019, ma poi la protesta si è allargata. Ora il gruppo conta sui 60 mila iscritti. Come i Gilet gialli hanno concluso che i classici cortei al fianco dei sindacati hanno fatto il loro tempo: “Conserviamo il registro con i voti reali, ma poi all’amministrazione comunichiamo solo il massimo dei voti – ha spiegato un professore del liceo Rollin-Quinet di Lille –. È uno strumento per intasare il sistema degli esami e fare pressione sul governo”. La riforma, che entra in vigore il prossimo anno scolastico, prevede la fine delle classiche filiere, L (letteraria), ES (economico-sociale) e S (scientifica). D’ora in poi, oltre a seguire un insegnamento comune a tutti i licei, ogni studente potrà scegliere tre materie specialistiche su un totale di 12. L’esame di maturità cambierà dal giugno 2020. Ora, a seconda della filiera, il maturando porta dalle 12 alle 16 materie. Dopo, l’esame conterà 4 prove scritte e una orale. Il 60% del giudizio finale dipenderà dal risultato dell’esame, il 40% restante dai voti ottenuti nel corso dell’anno. Il governo intende alleggerire un esame “diventato troppo pesante e troppo costoso da organizzare”, ha spiegato il politologo Pierre Mathiot. Per il ministero si tratta di preparare meglio i giovani all’università o al mondo del lavoro. Ma i francesi sono affezionati al loro bac di napoleonica memoria e ogni volta che un governo tenta di riformarlo professori e studenti scendono in piazza. Il baccalauréat (dal latino bacca laurea, bacca di alloro) fu istituito con decreto nel 1808 da Napoleone, che due anni prima aveva avviato una profonda riforma dell’insegnamento e creato l’Università imperiale.

La prima sessione di esami, nel 1809, accolse 32 maturandi. Già allora il sistema funzionava per filiere, quella letteraria e quella scientifica. Più di 200 anni dopo, la riforma di Blanquer non convince per diversi motivi. Non tutti i licei saranno in grado di proporre insegnamenti su tutte e 12 le materie specialistiche. Il ministero ha promesso una “carta accademica” per garantire l’accesso a tutte le materie “su un perimetro geografico ragionavole”. Ma degli studenti saranno obbligati a spostarsi in altri licei per seguire le lezioni non disponibili nel loro. Si critica anche la proporzione importante sul giudizio finale del bac dei voti ottenuti nel corso dell’anno, assegnati con criteri che variano da un istituto all’altro. Per gli oppositori della riforma questo segnerà la fine del “diploma nazionale”: “Ancora una volta solo le famiglie privilegiate e meglio informate troveranno soluzioni per i loro figli”, osserva Alice, insegnante di Combourg, nel nord. I giovani delle campagne e delle periferie, o di origini modeste, saranno penalizzati. Ecco perché a Lille molte penne rosse si sono decise a indossare il gilet fluorescente. Sabato scorso accanto agli striscioni “Macron démission” sono spuntati quelli “Blanquer démission”. “Tra noi e i Gilet gialli le rivendicazioni di base sono le stesse – ha detto Clément Cordier, del Collectif 35 – uguaglianza e giustizia sociale. La riforma limiterà l’accesso alle superiori degli studenti delle classi popolari”.

Dal Mali a Milano, storia di Konate che ce l’ha fatta

C’è un puntino microscopico, un paese di capanne senza luce, senza acqua, senza nulla, nel nord-ovest dell’Africa. Quel puntino si chiama Kadjila e lo trovo su Google maps zoommando su un’area deserta di uno dei Paesi più poveri del mondo: il Mali. Qui, in questo nulla a 3000 km dall’Italia, 24 anni fa è nato Konate. I suoi ultimi 5 anni di vita sono stati un susseguirsi di eventi tragici e bellissimi. Incontro Konate qualche mese fa alla serata di un’associazione che promuove eventi in cui cucinano rifugiati.

Quella sera cucinava lui e assaggiai il mafè, uno stufato maliano con carne e burro d’arachidi. Imparai a volergli bene fin da subito anche solo per quello, ma poi, sentendolo parlare con un italiano più convincente di quello di tanti connazionali, capii che quel ragazzo con un ciuffo buffo, aveva qualcosa di speciale. Oggi Konate è stato assunto come apprendista aiuto-cuoco in uno dei ristoranti spagnoli più belli di Milano e il 17 gennaio ha ottenuto lo status di rifugiato per appartenenza a un gruppo etnico. Il giorno del sì del ministero mi ha mandato una nota vocale: “Ho la notizia più bella del mondo, oggi sono libero, l’Italia è mio paese, è madre e padre. Ora ti lascio perché sono troppo felicissimo e non so cosa sto dicendo”.

Konate com’era il tuo paese nel Mali?

Un villaggio di case di fango, non c’era neppure l’energia elettrica. Avevo due fratelli, un giorno mio papà è morto di malattia. Mia mamma si è risposata con un militare e ci siamo trasferiti a Kidal, al Nord, dove c’era la guerra.

E lì cosa è successo?

Una notte c’è stato uno scontro a fuoco e il compagno di mia madre è morto. Io, lei e i miei due fratellini siamo scappati verso il Niger. Le donne e i bambini su camionette, gli uomini a piedi.

Vi siete ritrovati?

Ho camminato tre giorni e tre notti, arrivato in Niger li ho cercati nei centri dove finivano i profughi per 15 giorni ma nulla. Ho sperato di ritrovarli in Libia ma non li ho mai più visti.

Quanti anni avevi?

Diciannove, i miei fratelli 6 e 12.

Come sei arrivato in Libia?

Nel Niger degli uomini mi hanno preso e mi hanno caricato su un pick-up con altri ragazzi. Per 19 giorni abbiamo attraversato il deserto mangiando solo cous cous secco e bevendo dalle pozzanghere. Ho visto tante persone morte sul ciglio della strada. Lì se si rompe una macchina sei morto, non c’è nulla.

Ti hanno chiesto soldi?

No, perché loro guadagnano vendendoci come schiavi. Appena sono arrivato a Tripoli mi hanno venduto a un signore che aveva un pollaio e io dovevo occuparmi dei suoi animali. Mi riempiva di bastonate perché non parlavo la sua lingua.

Quanto sei rimasto in Libia?

Tre anni. Da quel signore sono scappato, ma quando scappi in Libia ti trovano sempre perché per strada vedono che sei nero. Ho fatto tanti lavori, sempre come schiavo. Il contadino, il muratore, il panettiere e mi picchiavano sempre. Poi sono finito in una prigione per quattro mesi. Una notte i nostri carcerieri hanno cominciato a spararsi addosso e uno di loro ci ha portati verso il mare.

Avevi mai visto il mare?

Mai. Lo vedevo la prima volta alle tre di notte, il 25 giugno 2016, col buio. Non sapevo nuotare.

Cosa hai pensato?

A una sola cosa: la morte.

Che barca era?

Un gommone. Eravamo 115, donne, uomini, bambini.

Com’è stato il viaggio?

Siamo stati 4 giorni in mare. Della benzina bollente ha cominciato a uscire dal serbatoio, tredici persone sedute vicino al motore sono morte per le ustioni. È morta anche una donna con una bimba piccolissima in braccio. Pregavamo. E io tremavo tanto per la paura. Mi facevano tanta paura anche i pesci volanti.

Cioè?

Di notte nel Mediterraneo saltano questi pesci grandissimi accanto alla barca, sembra che ti seguano, io non avevo mai visto dei pesci, ero terrorizzato, tremavo. Poi un giorno ci ha soccorsi una nave e dalla Sicilia mi hanno portato a Foggia.

Lì come è andata?

A Foggia ho avuto ancora più paura. Mi sembrava di essere di nuovo in Libia. Eravamo in una specie di caserma, c’erano tutti questi militari bianchi con dei cani tanto grossi, non ci parlavano mai. Così un giorno sono scappato, sono salito su un treno, senza biglietto, lo ammetto!

Dove sei andato?

In Austria, poi da lì dopo qualche mese mi hanno mandato a Milano. Ho cominciato a studiare, dopo tre mesi capivo l’italiano, dopo nove lo parlavo. Ho preso la terza media, poi ho deciso di fare il cuoco.

Come mai proprio il cuoco?

Ho fatto amicizia con una famiglia di italiani che spesso mi invita a cena. Quando arrivavo a casa loro vedevo che le tre figlie magari studiavano, la mamma aveva da fare e il papà cucinava. Nel Mali noi eravamo tre figli maschi, gli uomini non cucinavano, lì quando una donna è malata si va a prendere il cibo dalla vicina, nessun uomo cucina. Mi è sembrato così incredibile che ho pensato: voglio cucinare.

Il 17 gennaio hai ottenuto lo status da rifugiato.

Sì, prima del colloquio non ho dormito e non ho mangiato per giorni. Sono andato lì vestito bene, mi sono anche tagliato il ciuffo!

Se te lo avessero negato?

In quei giorni di attesa guardavo la metropolitana e pensavo che mi sarei fatto investire. Ho visto la morte nella guerra, nel deserto, in Libia, su un barcone, non mi faceva paura più niente.

Chi hai ringraziato quando è arrivato il sì?

Non Dio. Ero musulmano ma non credo più. Io credo che la vita la facciano le persone. Io sono il mio dio e il cielo è la terra in cui abito.

Il razzismo lo vedi?

Su Internet, tanto. Per strada nessuno mi offende. Ogni tanto guardo la bacheca di Salvini, non lascio mai commenti, ma poi la chiudo, mi dispiace troppo quello che leggo.

Cosa diresti a Matteo Salvini se lo incontrassi?

Non tante parole, solo di ricordarsene una: responsabilità.

Come ti vedi tra dieci anni?

A capo di una cucina. Un uomo onesto che paga le tasse.

Con moglie e figli?

Con una moglie, i figli se li vorrà anche lei, siamo in Italia, non nel Mali!

Hai cercato tua mamma e i tuoi fratelli?

Li ho cercati. Li cercherò dappertutto.

Mauro dorme sul “treno nero” della povertà

Dalla Stazione centrale, il Regio Express 3977 di Trenord per Alessandria parte ogni sera alle 23 e 25, binario 19. Sei minuti dopo si ferma al binario 11 di Milano Lambrate e diventa il treno nero. A chiamarlo così, dopo il primo stop, è il personale che va avanti e indietro sulla tratta che collega il capoluogo lombardo alla città piemontese: è nero come la disperazione di chi lo occupa per cercare un riparo. A Lambrate, a differenza di Milano centrale, l’accesso ai binari è libero. Così sul Regio Express – insieme a chi ha il biglietto, una casa un lavoro – sale anche chi non ha più nulla. “Perché in un dormitorio può succedere di tutto – dice Mauro – e si rischia una rissa in ogni momento: per questioni religiose, perché qualcuno è troppo ubriaco o perché è strafatto di droga. Fino a non molto tempo fa quasi tutti i ferrovieri facevano praticamente finta di nulla, ci conoscevano per nome. Poi ci sono state le proteste dei pendolari, qualcuno ha iniziato ad alzare la voce, qualcun altro ha cominciato a comportarsi come fosse il padrone del treno. Si sono intensificati i controlli e molti, anche se era l’unico luogo decente dove passare la notte, hanno smesso di usarlo come albergo viaggiante”. Mauro Ferrante ha 56 anni, è di Milano. Fino alla fine del 2013 ha fatto l’agente di commercio, per tre anni ha anche coordinato la rete di vendita in Lombardia della pasta De Cecco. Undici subordinati sotto di lui e un reddito di circa 60 mila euro all’anno. La crisi economica e la separazione dalla moglie lo hanno travolto. Un soffio. Ha prima perso il lavoro, poi la casa in affitto dove abitava con il padre, dopo il suo matrimonio. In sei mesi ha raschiato gli ultimi risparmi. La sua rovinosa discesa – giù, fino all’ultimo gradino – la misura così: “Due Natali e due Capodanni in stazione”, dice.

Il treno nero arriva ad Alessandria pochi minuti prima dell’una del mattino. Lì, con il riscaldamento acceso, si ferma fino alle 5, quando scatta l’ora dei primi pendolari e allora torna indietro. Si sceglie lo scompartimento giusto, ci si butta sui sedili, e si parte per quel ripetitivo viaggio: Pavia, poi Voghera, poi Tortona, infine Alessandria, ogni notte così. Meglio di un giaciglio di cartone sui marciapiedi di Milano, meglio anche di un dormitorio pubblico. I sedili del treno nero sono stati il letto di Mauro per mesi. Lui sa tutto quello che c’è da sapere delle nove stazioni in cui si ferma: “Quella di Alessandria è pulita”. Conosce bene anche il capo della Polfer di Alessandria. Perché sul treno nero capita che siano proprio gli ultimi a ristabilire l’ordine. Come quella volta in cui “cinque giovani ubriachi iniziarono a molestare la giovane capotreno. Una scazzottata e li abbiamo calmati”, racconta.

Da un anno, Mauro vive in un appartamento messo a disposizione dalla “Casa del giovane lavoratore-Don Orione”. Duecento euro al mese: cento li passa la parrocchia Santa Maria Ausiliatrice, altri cento li mette lui, che con il Rei, il reddito di inclusione, ne prende 187. Per la spesa rimedia 3 euro all’ora facendo le pulizie in chiesa. E attende che la Caritas Ambrosiana, con il servizio Siloe, gli procuri un altro tirocinio formativo: 500 euro al mese fino all’agosto scorso come tuttofare in un dormitorio.

Una volta erano in tanti a cercare un posto al caldo dove trascorrere la notte sulla linea Milano-Alessandria. La Polfer, a destinazione, faceva scendere chi dormiva, poi però “si voltava, e allora si risaliva: da un finestrino, da una porta rimasta aperta”, ricorda Mauro. Adesso che sempre più spesso le porte del Regio Express vengono chiuse, c’è chi ha trovato un’alternativa. Magari scende a Voghera, dove restano sempre fermi alcuni convogli. Oppure prosegue, prende ad Alessandria il treno che va a Torino Stura, poi Torino Porta Nuova e poi ritorna a Milano. “Il mio gruppo era di una decina di persone, tutti italiani tranne due marocchini”, racconta. “Separazioni conflittuali e perdita del lavoro erano le principali cause della nostra condizione. Poi c’era chi era scivolato nell’alcolismo, chi nella tossicodipendenza, chi aveva perso molti soldi al gioco. Ma si parlava poco del passato. In un ambiente di povertà nessuno ti dice mai la verità fino in fondo, quasi sempre la realtà ce la si infiocchetta, perché è troppo doloroso ricordare come era”.

 

La povertà ha perso i suoi connotati: cambia faccia

A Milano ci sono due città. La ricca e patinata capitale della moda, del design, della finanza, e l’“altra” Milano, quella che appena galleggia. Se ne sono accorti alla Caritas Ambrosiana, che oltre al capoluogo della Lombardia copre Varese, Lecco, Monte Brianza e parte della provincia di Como: 50 mila utenti. Tra questi, gli italiani sono sempre di più. Dieci anni fa erano solo il 16% del totale, oggi sono il 40%. Gli stranieri, invece, diminuiscono. “Una volta, tra gli immigrati, si rivolgevano a noi soprattutto badanti provenienti dall’Est Europa e famiglie nordafricane”, dice Elisabetta Larovere, responsabile dell’osservatorio della Caritas Ambrosiana. “Oggi queste comunità si sono maggiormente radicate, e poi si aiutano tra di loro. Oppure, semplicemente, lasciano il Paese, in cerca di miglior fortuna”.

I nuovi poveri italiani a Milano sono single (quasi il 60%) e hanno tra i 45 e i 64 anni. Perso il lavoro non riescono più a ricollocarsi anche se hanno un titolo di studio medio alto: quasi il 34% ha almeno il diploma di maturità. Scivolano nella miseria pensando che sia solo una brutta parentesi, invece ne rimangono schiacciati: “I disoccupati di lungo periodo sono più che raddoppiati”, spiega Larovere. Milano non è una mosca bianca. I poveri italiani sono aumentati anche a Roma: “Ormai sono la metà di quelli che vengono nelle nostre mense”, conferma Laura Bianchi, Caritas della Diocesi di Porto Santa Rufina.

A livello nazionale il 39% di coloro che nel secondo semestre dello scorso anno hanno ottenuto il Rei è costituito da persone sole. Quelli di mezza età che si rivolgono alle diocesi, insieme ai giovani tra i 18 e i 34 anni, fanno il 50%. E sono in crescita anche al Sud, dove, storicamente, i poveri sono in maggioranza italiani. “La fascia d’età predominante oggi? Dai 44 ai 55 anni”, dice Giuseppe Giambusso, Caritas di Palermo. Tutti attendono il reddito di cittadinanza. “Ma nessuno ora è in grado di fare proiezioni”, spiegano all’Inca-Cgil. “Anche perché c’è il vincolo dei dieci anni di residenza: e ricostruire la storia anagrafica di chi ha perso tutto non è facile”.

 

La Milano degli empori solidali: qui la spesa è a punti

In via San Vigilio a Milano – siamo alla Barona, quartiere di 85 mila abitanti a 10 minuti dai Navigli – c’è l’emporio solidale gestito dalla Caritas e dalla cooperativa sociale Farsi Prossimo. È il primo aperto in città: altri, nella diocesi lombarda, sono a Cesano Boscone, Garbagnate Milanese, Saronno, Molteno e Varese (e altri due apriranno a breve in città, nelle zone di Lambrate e Niguarda). Una volta, l’emporio di via San Vigilio era un negozio di ortofrutta. Il venerdì è il giorno del “fresco”: arrivano latte, formaggi, yogurt, primi piatti solo da scaldare. Sugli scaffali ci sono le donazioni: Barilla, Coop. Ci si mette in fila con la tessera a punti: minimo, 50 al mese, poi 10 in più per ogni membro della famiglia. La pasta si prende con 0,35 punti. Per il latte se ne vanno 0,70. Intorno qualche panchina di cemento, un vecchio bar, un serpentone di mattoni rossi che si alza per sette piani: case popolari. “Per accedere ci vuole un Isee inferiore a 3 mila euro”, spiega il responsabile Federico Mancuso. “Ma si parte dal presupposto che i beneficiari possano risollevarsi, trovare prima o poi un lavoro, arrivare alla pensione”. Invece la povertà si fa sempre più cronica. Il primo emporio solidale in Italia aprì nel 1997; poi, dal 2009, l’impennata: oggi sono 178, servono quasi 105 mila persone, per oltre il 50% italiane. Alla Caritas dicono che spesso la rassegnazione è tale che chi si presenta, ormai allo stremo, non chiede più nemmeno un lavoro, solo una qualsiasi forma di aiuto.

In Stazione centrale, Mauro conosce praticamente tutti. Quelli che, senza casa, si ritrovano davanti al McDonald’s; i giovani centroafricani che, nel piazzale, hanno sostituito i nordafricani. Da una parte gli italiani, dall’altra gli immigrati: “Qui si litiga per un nonnulla, per una elemosina o perché al McDonald’s assumono solo cingalesi”.

Mauro, “in cambio di qualche spicciolo, si arrangia aiutando le persone che non sono capaci di acquistare i biglietti del treno alle macchine automatiche: lo facciamo in tanti, qui”. Non smette di ringraziare i suoi due “angeli”, Mara e Francesca, “due assistenti sociali che mi aiutano tanto”. Gira sempre con uno zainetto: dentro, il curriculum, due pagine. Lo tiene con sé sempre. Lo mostra per ricordare. “Per far vedere che non ero un cretino. Ho lavorato per Glen Grant, per Lindt, anche se adesso raccolgo le cicche per terra”.

Mail Box

 

Gli animali vanno rispettati. Basta violenze su di loro

“Persino gli animali più odiati meritano rispetto e aiuto” avrebbe detto Michael Sehr, uno dei soccorritori che a Bensheim, in Germania, hanno liberato un topo che era tanto grasso da non riuscire a passare attraverso il buco di un tombino, rimanendovi incastrato. Trovo molto confortante leggere queste notizie di solidarietà verso gli animali e aiuto sincero. Basta violenze sugli animali.

Cristian Carbognani

 

La tassa patrimoniale è ingiusta: erode il capitale e lo distrugge

Si sente ogni tanto (seppur fiocamente, in verità) parlare di tassa patrimoniale. Io non capisco perché una tassa del genere possa essere considerata giusta: colpisce per una seconda volta quanto già tassato al momento del guadagno. Io potrei capire un aumento anche sostanziale di aliquota da applicare al momento del conseguimento di redditi elevati, oppure su proventi finanziari derivanti dal capitale accumulato, ma erodere sistematicamente il capitale nel caso in cui lo stesso non faccia conseguire guadagni ulteriori porterebbe nel tempo alla sua estinzione.

Alessandro Carrara

 

Il M5S dovrebbe farsi valere contro l’alleato Salvini

L’attuale governo si è formato in base a un accordo tra due forze politiche: una maggioritaria con il 32 per cento e una minoritaria con il 17. Ora, se i numeri contano qualcosa, dovrebbe essere chiaro a tutti quali delle due compagini dovrebbe “menare le danze”: Di Maio e i suoi dovrebbero avere molto più peso nelle decisioni rispetto al proprio alleato. Così non è stato, da subito Salvini ha imperversato senza che tra i grillini ci fosse stato qualcuno che riuscisse a farlo rientrare nei ranghi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: Lega in continua crescita e M5S sempre più a picco. L’insipienza degli epigoni di Grillo e Casaleggio è confermata dallo snervante tira e molla sulla Tav. Senza entrare nel merito, visto che per il Movimento tale opera non si deve fare, il discorso doveva essere già chiuso da mesi. Se ancora se ne sta discutendo è proprio dovuto all’assoluta incapacità politica dei pentastellati.

Mauro Chiostri

 

Il centrosinistra non ha più leader carismatici

Spiacente, ma questa volta ho deciso che non andrò a votare per le primarie del Pd come ho fatto in alcune precedenti occasioni, pur non essendo iscritto al partito.

Non vedo un progetto chiaro in nessuno dei candidati, non vedo un’idea di futuro per il partito. Inoltre, coloro che si propongono per guidare il PD mi sembrano sbiaditi ologrammi. Altro che Veltroni, D’Alema, Prodi, Renzi che (ognuno coi suoi difetti…) riuscivano a scaldare gli animi.

Qui siamo davanti a una minestra fredda e sciapa…

Gianluigi de Marchi

 

DIRITTO DI REPLICA

In relazione all’articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano il 26 febbraio, il ministero del Lavoro precisa che non corrisponde al vero che la Direzione generale degli ammortizzatori sociali e formazione abbia documentazione che accerti illegittimità nella gestione della Cigsda parte di Alitalia. Gli uffici della DG, a seguito di denunce di presunte irregolarità da parte di OO.SS. di settore, hanno richiesto agli Ispettorati territoriali competenti di accertare i fatti denunciati.

L’Ispettorato di Roma, che è il principale ufficio territoriale interessato, ha più volte comunicato che funzionari dell’Ispettorato stanno svolgendo, in qualità di U.P.G., verifiche ispettive proprio sulla CIGS per conto della competente autorità giudiziarie e che non possono riferire in merito alle richieste avanzate dalla predetta Direzione generale. È evidente che il ministero può e deve avviare procedimenti di riesame sulla base di fatti e dati che siano accertati dagli Ispettori e non riportati in articoli di giornale o in legittime denunce da parte del sindacato, che devono essere confermate e circostanziate dagli organi dell’Ispettorato a ciò preposti.

Infine, si precisa che il Dott. Ugo Menziani è Direttore generale degli Ammortizzatori sociali e formazione del ministero del lavoro e delle politiche sociali e non e’ mai stato dirigente dell’Ispettorato del lavoro.

In ogni caso, il ministero dello Sviluppo economico, in relazione ai fatti in questione, ha richiesto immediatamente ai commissari straordinari di Alitalia ogni necessario elemento al riguardo.

Luigi falco, portavoce del ministero del lavoro

 

È vero, il dottor Ugo Menziani non è dirigente dell’Ispettorato nazionale del lavoro, è molto di più: è presidente del Consiglio di amministrazione
dell’Ispettorato. Al “Fatto” risulta che dal suo ufficio la Guardia di Finanza ha prelevato documentazione relativa alla cassa integrazione concessa ad Alitalia. Dal 2016 a oggi, cioè da quando la compagnia era ancora una società privata, la Direzione del ministero del Lavoro guidata da Menziani ha ricevuto dall’Ispettorato di Roma almeno 4 comunicazioni sull’uso indebito della cassa nelle quali tra l’altro era precisato che sulla vicenda è in corso un’indagine di natura penale. Nonostante ciò il ministero del Lavoro ha ritenuto opportuno continuare a firmare i decreti per il rinnovo della cassa stessa.

Da. Ma.

Medicina. Il numero chiuso è necessario. Ma perché non selezionare meglio?

 

In merito all’articolo sul superamento del numero ”chiuso” alla scuola di Medicina e Chirurgia che intende sperimentare Ferrara, nessuno si pone il problema di quale sarà il mercato occupazionale dei medici in Italia tra 11 anni, quando i nuovi iscritti saranno laureati e specializzati. I nostri studi mostrano che la gobba pensionistica sarà esaurita e che le uscite dal sistema sanitario pubblico saranno intorno a 3 mila ogni anno rispetto alle 7 mila attuali. Qualcuno dovrebbe dirci come intende impiegare questi professionisti che ci apprestiamo a formare oltre i reali fabbisogni. Alla fine l’unica possibilità di impiego sarà all’estero. Possiamo permetterci di regalare 200 mila euro per ogni medico che formeremo in eccedenza? Parliamo di 800 milioni per ciclo accademico. Non è meglio utilizzarli per assumere personale nel Ssn?

Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao (Sindacato dei medici dirigenti del Ssn)

 

Gentile dottor Palermo, il numero chiuso non è il problema della filiera sanitaria italiana. È un dibattito, una questione di diritti e meritocrazia, ma non un problema. Il problema è l’imbuto post laurea tra università e specializzazione, fra cui esiste mediamente un gap di circa 2.500 posti ogni anno che si traducono in ragazzi che restano fuori dalle scuole, parcheggiati in attesa di una sistemazione. E poi – come sottolinea l’Anaao – lo sbocco occupazionale, perché non tutti i medici trovano spazio nel Sistema sanitario nazionale proprio per la discrepanza tra fabbisogno degli ospedali e produzione universitaria (le stime parlano di circa 25 mila disoccupati, senza contare i precari). Non ha alcun senso aumentare il numero di laureati senza far crescere proporzionalmente quello delle borse di specializzazione (quest’anno in manovra ne sono state finanziate 900 in più: ancora poco) e delle assunzioni. Questi sono i veri problemi, per risolverli servono soldi. Senza dubbio su questa priorità devono essere concentrate le (poche) risorse a disposizione. Ciò non toglie, però, che sia giusto interrogarsi sui metodi d’accesso a Medicina: i medici del futuro devono essere selezionati nel modo migliore, il quiz del test d’ingresso forse non lo è. Perché allora non sperimentare altre forme di selezione, come propone Ferrara? Sempre di questo si tratta: col modello ferrarese, francese o quant’altro, i laureati dovranno essere comunque selezionati, la proposta non prevede di aumentarne il numero. Pensare che l’università possa sfornarne una quantità imprecisata non sarebbe un bene per il Ssn, e nemmeno per i giovani.

Lorenzo Vendemiale

Le vite di Funari sono troppo speciali

Dagli amori mi guardi Iddio che dagli odi mi guardo io. Enrico Lucci vuole troppo bene a Gianfranco Funari per rendergli veramente onore, siamo sicuri che se avesse potuto Funari lo avrebbe dissuaso dalle troppe lodi e dai troppi pellegrini ospitati nello speciale andato in onda su Rai2. L’intrattenimento è già abbastanza cadavere per potersi permettere serate d’onore postume. Resta il fatto che il fantasma di Funari, l’unico spettro ghiotto di mortadella, è vivo e lotta insieme a noi. Nel rapporto incestuoso tra la politica italiana e la Tv c’è un prima e un dopo Funari. Il dopo è cominciato a mezzogiorno, là dove c’erano solo telefoni e fagioli, e invece, sull’Italia 1 diretta da Carlo Freccero, Funari toccò con mano che la politica italiana era la prosecuzione del cabaret con molti più mezzi. Mani Pulite arrivò come il cacio sui bucatini, l’unica rivoluzione a compiersi veramente fu quella mediatica di cui oggi viviamo l’ultima, tetra stagione, dove i politici fanno più ridere delle loro imitazioni. Funari è stato l’apprendista stregone di questa mutazione, e la prova sta negli occhiali. Prima dei mitici ray-ban azzurrati del “giornalaio”, ci vedeva benissimo senza; nella fase politologo passò a una montatura rotonda da intellettuale, quindi, nella versione finale guru millenarista, occhiali-mascherina tipo supereroe. Da croupier a Uomo Ragno: così la Tv ha cambiato l’uomo che l’aveva cambiata. Non c’è niente di gratis nella vita adulta, a cominciare dai regali.

Ve l’avevo detto: la storia è finita

Da quando ho pubblicato il saggio The End of History? Alla metà del 1989 e il libro La fine della storia e l’ultimo uomo nel 1992, continuo a sentirmi chiedere se l’evento X non invalidi la mia tesi. X poteva essere di volta in volta un golpe in Perù, la guerra nei Balcani, gli attentati dell’11 settembre, la crisi finanziaria globale o l’elezione di Donald Trump. Gran parte di queste critiche nascevano da un puro e semplice fraintendimento della tesi.

Io usavo la parola “storia” in senso hegeliano-marxista, come il processo evolutivo di lungo termine delle istituzioni umane che potremmo chiamare “sviluppo” o “modernizzazione”. La parola “fine” era intesa non nel senso di “termine” ma di “bersaglio” o “obiettivo”. Karl Marx aveva suggerito che la fine della storia sarebbe stata un’utopia comunista, e io stavo suggerendo che la versione di Hegel, in cui lo sviluppo si traduceva in uno Stato liberale legato a un’economia di mercato, fosse l’esito più plausibile. Ciò non vuol dire che i miei punti di vista non abbiano subìto dei mutamenti nel corso degli anni. I due più importanti riguardano la difficoltà di sviluppare uno Stato moderno, impersonale (il problema a cui mi riferivo con la formula “arrivare in Danimarca”) e la possibilità che una moderna democrazia liberale subisca un declino o un arretramento.

I miei critici non avevano notato che il saggio originale aveva un punto interrogativo in fondo al titolo, e non avevano letto gli ultimi capitoli di La fine della storia e l’ultimo uomo, sul problema dell’ultimo uomo di Nietzsche. Sottolineavo che né il nazionalismo né la religione stavano per sparire quali forze attive nella politica mondiale perché, sostenevo allora, le democrazie liberali contemporanee non avevano risolto fino in fondo il problema del thymós. Il thymós è la parte dell’anima che ambisce al riconoscimento della dignità; l’isotimia è l’esigenza di essere rispettati su una base paritaria con gli altri; la megalotimia è l’ambizione di essere riconosciuti come superiori.

Le democrazie liberali moderne promettono, e in larga misura offrono, un grado minimo di pari rispetto, sotto la forma dei diritti individuali, dello stato di diritto e del diritto di voto. Questo però non garantisce che gli individui in una democrazia siano in pari misura rispettati nella pratica, in particolare i membri di gruppi con alle spalle una storia di emarginazione. Interi Paesi possono sentirsi non rispettati, e questo alimenta un nazionalismo aggressivo. L’isotimia continuerà a stimolare richieste di riconoscimento paritario, che difficilmente saranno mai pienamente soddisfatte.

L’altro grande problema è la megalotimia. Le democrazie liberali sono state abbastanza efficaci nel garantire pace e prosperità (un po’ meno negli ultimi anni). Queste società ricche, sicure, sono il campo d’azione dell’ultimo uomo di Nietzsche, “uomini senza petto” che passano la vita nella ricerca della soddisfazione consumistica, ma che non hanno niente dentro di sé, nessuna meta o ideale superiori per i quali siano disposti a lottare e a sacrificarsi. Una vita del genere non soddisferà tutti. La megalotimia prospera nell’eccezionalità: correre grandi rischi, impegnarsi in conflitti colossali, perseguire effetti di grande portata, perché tutte queste cose portano a riconoscersi superiori agli altri. In alcuni casi la megalotimia può condurre a leader eroici come un Lincoln o un Churchill o un Nelson Mandela. Ma in altri può portare a tiranni come Cesare, Hitler o Mao. Dal momento che storicamente la megalotimia è sempre esistita in tutte le società, non è possibile superarla: la si può soltanto canalizzare o moderare.

L’interrogativo che ponevo nel capitolo finale di La fine della storia e l’ultimo uomo era se il moderno sistema di democrazia liberale legato a un’economia di mercato avrebbe offerto sbocchi sufficienti alla megalotimia. Questo problema era stato riconosciuto dai padri fondatori americani, preoccupati del problema del cesarismo. La loro soluzione fu il sistema costituzionale di controlli e contrappesi che avrebbe distribuito il potere impedendone la concentrazione in un singolo capo. Nel 1992 ipotizzavo che anche un’economia di mercato fornisse sbocchi per la megalotimia. Un imprenditore poteva accumulare ricchezze favolose contribuendo al tempo stesso al benessere generale. Oppure tali individui potevano partecipare ai campionati di Ironman o stabilire primati nel numero di picchi himalayani scalati o fondare l’impresa web più quotata al mondo. In La fine della storia citavo proprio Donald Trump come esempio di individuo eccezionalmente ambizioso il cui desiderio di riconoscimento era stato solidamente incanalato in una carriera di business (e più tardi di intrattenimento). Non sospettavo che di lì a venticinque anni il successo e la celebrità non gli sarebbero bastati più, e che sarebbe entrato in politica facendosi eleggere presidente. Ma questo non contrasta affatto con l’argomento generale a proposito delle potenziali minacce alla democrazia liberale, e del problema centrale del thymós in una società liberale. Figure simili erano esistite nel passato con nomi come Cesare, Hitler o Perón, che lungo sentieri disastrosi avevano condotto le loro società alla guerra o al declino economico. Per farsi avanti, tali figure sfruttavano il risentimento della gente comune che sentiva l’oppressione esercitata sulla propria nazionalità o religione o stile di vita. In questo modo megalotimia e isotimia univano le loro forze.

La domanda di riconoscimento della propria identità unifica gran parte di quanto sta accadendo oggi nella politica mondiale. Non è limitata alla politica dell’identità praticata nei campus universitari, o al nazionalismo bianco che essa ha provocato, ma si estende a fenomeni più ampi come l’impennata del nazionalismo di vecchio stampo e dell’Islam politicizzato. Molto di ciò che passa per motivazione economica ha in realtà le sue radici nella domanda di riconoscimento, e quindi non può essere soddisfatto semplicemente tramite mezzi economici. Questo ha implicazioni dirette su come affrontare il populismo. Secondo Hegel, la storia umana era sospinta da una lotta per il riconoscimento. Il filosofo tedesco sosteneva che l’unica soluzione razionale per il desiderio di riconoscimento era il riconoscimento universale, nel quale veniva accreditata la dignità di ogni essere umano. Il riconoscimento universale è stato contestato fin da allora da chi vi contrapponeva altre forme parziali di riconoscimento basate su nazionalità, religione, setta, razza, etnia o genere, o da individui che volevano essere riconosciuti come superiori. L’affermarsi della politica delle identità nelle moderne democrazie liberali è una delle principali minacce che queste si trovano ad affrontare, e se non riusciremo a ritornare a visioni più universali della dignità umana, ci condanneremo a un conflitto senza fine.

Primarie Pd tra Zinga, Marty e lo smilzo

Domani ci saranno le Primarie Pd. L’attesa, nel Paese, è diversamente spasmodica. Il Pd se l’è presa giustamente comoda, impiegando solo un anno dalla Waterloo delle Politiche. I tre sfidanti saranno Zingaretti, Martina e Giachetti. Il Partito spera di raggiungere almeno un milione di votanti, per poi andare in tivù e dire che loro sono felici di tutta questa partecipazione popolare. Così felici che, poi, se anche perdono le elezioni chi si ne frega.

L’ineffabile Zinga. È il favorito, ma se non raggiungerà il 50% più uno dei consensi rischierà l’usuale gogna dei delegati allorquando il Congresso dovrà scegliere l’erede di nessuno (cioè di Renzi e Martina).

L’ineffabile Zinga, è per distacco e per mancanza di avversari, il migliore tra i candidati. Il piccolo problema non è tanto quel carisma da salumaio triste di Vitiano, quanto il suo parlare tanto senza dir nulla. È contro i 5 Stelle, però un po’ anche a favore. È contro Renzi, però “Matteo ha fatto anche cose buone” (come il Duce). Panettone, ma anche pandoro. Una sorta di “maanchismo” veltroniano, forse fuori tempo massimo. Domanda: quanti, nel mondo reale, non vedono l’ora di smettere di votare 5 Stelle per votare Zingaretti?

Il rutilante Marty. Parlare di Maurizio Martina ti fa sentire come quando Spinoza cercava di descrivere il nulla. Di lui tutti non ricordano assolutamente nulla: e non potrebbe essere altrimenti. Durante le consultazioni ha provato a dialogare con i 5 Stelle, solo che poi Renzi gli ha tirato le orecchie e ciao core. Il rutilante Marty ha un coraggio così spiccato che, se per caso a Don Abbondio capitasse di incontrarlo, si sentirebbe per contrasto Chuck Norris. Ultimamente Martina si è trasformato in supereroe, agghindandosi come Dylan Dog. Non è un caso: il primo albo della serie Bonelli si intitolava L’alba dei morti viventi, che è poi il programma di Martina. Tra i suoi grandi sostenitori c’era Richetti, uno che si innamora sempre della persona sbagliata come Lady Gaga, e c’è ancora quel galantuomo di De Luca Vincenzo. Daje Marty!

Il Bondi smilzo. Roberto Giachetti è ormai inarrivabile nell’incarnare il peggio del peggio della politica italiana. Dopo un inizio da radicale anonimo, è divenuto vagamente noto per quel suo vezzo del digiunar a favor di telecamera perché la legge elettorale gli faceva schifo. Poi però ha votato la fiducia sull’Italicum, che è un po’ come marciare per la pace e poi sganciare la bomba atomica sull’opposizione. La sua candidatura è tra le più brutte nella storia dell’umanità, ma a lui – perfezionista – non bastava e per questo ha chiesto aiuto a Calamity Jane Ascani. I loro video hanno l’allegria delle epidemie e l’efficacia delle catastrofi. Dopo aver perso tutto quel che c’era da perdere, Giachetti si è reinventato turborenziano efferato, ovvero una sorta di Bondi smilzo post-contemporaneo. Non ha chance di vittoria, ma ha ottime possibilità di rovinare la vita a Zingaretti. Vicino alla sinistra come il Foglio ai successi editoriali, potrebbe avere una vaga funzione nell’ecosistema solo se poi portasse tutti i suoi sostenitori (Boschi, Marattin & Marcucci: insomma, l’Armageddon) in un partito ad hoc. Chiamato magari “SIP”, ovvero Siamo I Peggiori. Purtroppo però Giachetti non lo farà, perché ha tanto coraggio quanta coerenza.

Il Cigno Nero. Sui tre candidati aleggia come un fenicottero bulimico Calenda. Il quale, tra una foto sexy e l’altra in riva alle pozzanghere, continua la sua cavalcata da incrocio bolso tra un Barca debole e un Renzi minore, interpretati peraltro da un Renato Pozzetto che si ostina a parlare in romanesco. Calenda resta un politico inutile come la prima “r” di Marlboro, ma non diteglielo altrimenti ci rimane male. E si mangia anche l’ultimo cigno rimasto sul pianeta Terra.

E ora va in onda il tg unificato di TeleCarroccio

 

“Già la Seconda Repubblica, al confronto con la Prima, sembrava regressiva. Ma la Terza asseconda in pieno il motto, caro ai pessimisti di tutte le epoche, secondo cui al peggio non c’è mai fine”

(da Invano – Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua di Filippo Ceccarelli – Feltrinelli, 2018, pagine 856)

 

Sotto gli impulsi di quell’infallibile sismografo della politica italiana che è la Rai, il nostro servizio pubblico radiotelevisivo si sta rapidamente trasformando in TeleCarroccio. Non è neppure un giudizio, bensì una constatazione. Nella sua cronica impotenza istituzionale, incapace di sanzionare adeguatamente chi vìola le regole, lo attesta l’Autorità di garanzia sulle Comunicazioni, certificando che i telegiornali di Stato dedicano al governo giallo-verde il 33% dei loro spazi, contro il 20% del fu governo Renzi. Ma è l’invasiva onnipresenza di Matteo Salvini a fare la differenza. E non è soltanto la Rai a riservare questo trattamento privilegiato al governo e al vicepremier leghista, ma anche Mediaset e perfino La7 con il suo telegiornale, diretto dal fondatore del Tg5 berlusconiano e arrivato addirittura al 40% (del trattamento privilegiato, non dello share).

Per carità, è chiaro che nella triplice veste di capo del Carroccio, vicepremier e ministro dell’Interno, Salvini fa notizia ogni giorno e spesso anche più volte al giorno. Una volta perché “sequestra” 177 migranti a bordo di una nave della Guardia costiera, attraccata in un porto italiano; un’altra volta perché pretende l’autonomia “differenziata” per le regioni più ricche a danno di tutto il Sud; un’altra perché proclama che la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione si farà certamente; un’altra volta perché va in Sardegna a piangere sul latte versato dai pastori per protestare contro il prezzo troppo basso; e un’altra ancora perché vuole riaprire le “case chiuse” o perché indossa la divisa da poliziotto, alpino, pompiere, protettore civile e chissà quante altre “maschere” esibirà per Carnevale.

Ma di chi è la colpa? La colpa è di chi ha imposto al vertice della Rai un presidente di sicura fede sovranista, eletto in una misteriosa e controversa votazione della Commissione di Vigilanza, mentre si aspetta ancora che la presidenza del Senato consenta la verifica delle schede. La colpa è di chi ha imposto alla guida del Tg2 un direttore ancor più sovranista che arriva a rivendicare una “faziosità limpida ed esibita”, cioè la negazione del servizio pubblico, nell’ambito di una spartizione delle reti e delle testate che è forse la peggiore lottizzazione mai vista. E insomma, la colpa è in primo luogo del medesimo Salvini, con la complicità del M5S che ha partecipato a questa occupazione manu militari della Rai, rinverdendo i tempi gloriosi della Prima e della Seconda Repubblica.

È un trend dilagante che si propaga come un contagio virale. Pazienza per Mediaset e per La7: fatti loro, anche se il regime delle concessioni televisive presupporrebbe il rispetto del pluralismo. Ma quelli della Rai sono fatti nostri, di tutti i cittadini che pagano il canone d’abbonamento e avrebbero il diritto di ricevere un’informazione più equilibrata e obiettiva.

Sarà pur vero che alla Rai è sempre stato così. Ma dal “governo del cambiamento” era lecito aspettarsi – appunto – qualche cosa di nuovo e diverso. Magari una riforma organica che, a differenza della “riformicchia” varata da Matteo Renzi, affrancasse finalmente il servizio pubblico radiotelevisivo dalla sua subalternità alla politica. E pensare che il “contratto di governo” prevedeva di eliminare la lottizzazione e di promuovere la meritocrazia.