Tornano gli incappucciati della Settimana Santa e quest’anno i versi del Miserere – laddove il salmo 50 sarà intonato lungo le strade d’Italia secondo le varie partiture: gregoriana, di Selecchy, di Verdi – risuoneranno soprattutto per le vittime del Covid e di questa maledetta guerra. “Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam”, “Pietà di me o Dio, secondo la tua misericordia”.
Dopo due anni di deserto pandemico, più che quaresimale, i vescovi italiani hanno autorizzato le processioni della settimana che precede la Pasqua, in particolare quelle del Venerdì Santo (il 15 aprile). Ovviamente il ritorno di incappucciati e statue è reso possibile dalla fine dello stato di emergenza e in ogni caso i partecipanti dovranno osservare varie regole, come quella di sfilarsi la mascherina, sotto il cappuccio, solo una volta avviato il corteo. Quest’anno, poi, la ripresa delle “manifestazioni di pietà popolare”, secondo la definizione dei vescovi, incrocia l’apertura dell’anno di Procida capitale italiana della Cultura, il 9 aprile alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella. E per l’occasione la casa editrice Nutrimenti ha pubblicato un magnifico volumetto dedicato a “feste, riti e processioni” dell’isola napoletana di Arturo (il famoso romanzo di Elsa Morante): Procida Sacra, a cura di Salvatore Di Liello, professore associato dell’Università Federico II del capoluogo campano (175 pagine, 16 euro).
Oltre alla descrizione accurata dei riti procidani della Settimana Santa, il libro affronta un problema da vari anni posto in questa rubrica: la mancata valorizzazione dell’enorme giacimento antropologico di religiosità popolare dell’Italia, al contrario di altri Paesi come la Spagna che lo hanno trasformato in un tesoro turistico-culturale. E propedeutica alla valorizzazione è innanzitutto la conoscenza, cioè il censimento delle migliaia e migliaia di manifestazioni e processioni. Scrive nella presentazione di Procida Sacra un altro accademico della Federico II, Fabio Mangone: “Se, (…), la tutela inizia dalla catalogazione dei beni, si è molto indietro in questi settori. (…). Perché, se adeguatamente riconosciute, le processioni e le feste possono essere parte essenziale di quella offerta culturale che si vuole presentare ai viaggiatori”.
In tal senso, il primo, modesto appello rivolto da queste colonne a Dario Franceschini, eterno ministro della Cultura, è del 2016. Nello stesso anno anche Pietrangelo Buttafuoco e Andrea Camilleri scrissero una lettera al ministro per i riti siciliani della Settimana Santa. Non è mai successo nulla. Eppure l’Italia è il Paese di Ernesto de Martino, Alfonso Maria Di Nola, Luigi Lombardi Satriani, giganti dell’antropologia che con le loro ricerche offrono una solida base per catalogare questo immenso patrimonio. Peccato.