Pietà popolare. Sotto il cappuccio, la mascherina: ritornano le processioni della Settimana Santa

Tornano gli incappucciati della Settimana Santa e quest’anno i versi del Miserere – laddove il salmo 50 sarà intonato lungo le strade d’Italia secondo le varie partiture: gregoriana, di Selecchy, di Verdi – risuoneranno soprattutto per le vittime del Covid e di questa maledetta guerra. “Miserere mei Deus, secundum magnam misericordiam tuam”, “Pietà di me o Dio, secondo la tua misericordia”.

Dopo due anni di deserto pandemico, più che quaresimale, i vescovi italiani hanno autorizzato le processioni della settimana che precede la Pasqua, in particolare quelle del Venerdì Santo (il 15 aprile). Ovviamente il ritorno di incappucciati e statue è reso possibile dalla fine dello stato di emergenza e in ogni caso i partecipanti dovranno osservare varie regole, come quella di sfilarsi la mascherina, sotto il cappuccio, solo una volta avviato il corteo. Quest’anno, poi, la ripresa delle “manifestazioni di pietà popolare”, secondo la definizione dei vescovi, incrocia l’apertura dell’anno di Procida capitale italiana della Cultura, il 9 aprile alla presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella. E per l’occasione la casa editrice Nutrimenti ha pubblicato un magnifico volumetto dedicato a “feste, riti e processioni” dell’isola napoletana di Arturo (il famoso romanzo di Elsa Morante): Procida Sacra, a cura di Salvatore Di Liello, professore associato dell’Università Federico II del capoluogo campano (175 pagine, 16 euro).

Oltre alla descrizione accurata dei riti procidani della Settimana Santa, il libro affronta un problema da vari anni posto in questa rubrica: la mancata valorizzazione dell’enorme giacimento antropologico di religiosità popolare dell’Italia, al contrario di altri Paesi come la Spagna che lo hanno trasformato in un tesoro turistico-culturale. E propedeutica alla valorizzazione è innanzitutto la conoscenza, cioè il censimento delle migliaia e migliaia di manifestazioni e processioni. Scrive nella presentazione di Procida Sacra un altro accademico della Federico II, Fabio Mangone: “Se, (…), la tutela inizia dalla catalogazione dei beni, si è molto indietro in questi settori. (…). Perché, se adeguatamente riconosciute, le processioni e le feste possono essere parte essenziale di quella offerta culturale che si vuole presentare ai viaggiatori”.

In tal senso, il primo, modesto appello rivolto da queste colonne a Dario Franceschini, eterno ministro della Cultura, è del 2016. Nello stesso anno anche Pietrangelo Buttafuoco e Andrea Camilleri scrissero una lettera al ministro per i riti siciliani della Settimana Santa. Non è mai successo nulla. Eppure l’Italia è il Paese di Ernesto de Martino, Alfonso Maria Di Nola, Luigi Lombardi Satriani, giganti dell’antropologia che con le loro ricerche offrono una solida base per catalogare questo immenso patrimonio. Peccato.

 

La peste del nazionalismo uccide la nostra umanità

“La patria non è l’astrazione che manda gli uomini al massacro, ma un certo gusto della vita che è comune a certi individui: la sua vita, i cortili, i cipressi, le trecce di peperoni, i paesaggi assolati, e non i fondali teatrali in cui un dittatore si inebria della propria voce, e soggioga le masse”. Salgono alle labbra queste parole di Albert Camus (1937) quando si vede, su twitter, che il messaggio ucraino in cui si esulta per l’uccisione di un certo, efferato, militare russo (di cui si posta una fotografia) riceve migliaia di “like” dall’Italia. Putin è un despota criminale, la sua è una guerra di aggressione, l’autodifesa degli ucraini è indiscutibilmente legittima: e però davvero qua, in Italia, dobbiamo esultare per l’uccisione di un umano, guardandolo in faccia?

Non vorrei discutere della legittimità delle scelte (inviare le armi o no), o dell’enormità del rischio nucleare – quello per cui in queste notti mi sveglio di soprassalto. Vorrei solo dire che facendoci risucchiare nel baratro dei nazionalismi stiamo uccidendo “l’umano nell’uomo”, per usare un’espressione carissima a Vasilij Grossman, gigantesco scrittore russo, nato in Ucraina ed ebreo, vittima del nazismo e poi dello stalinismo. Chi si trovò a dover combattere contro il fascismo e il nazismo non pensò di farlo per una qualche specifica patria, ma anzi per la fine di ogni nazionalismo: “Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi” (Carlo Rosselli, 1934).

Per costruire questa “cittadinanza universale”, la cultura è la leva fondamentale. Per questo, imporre agli artisti russi di rilasciare pubbliche dichiarazioni di condanna del loro governo, o chiudere le collaborazioni di ricerca con gli studiosi russi, è un terribile errore. In questi giorni, è stato Alberto Leiss a evocare (su il Manifesto) l’antidoto più giusto. Sono parole di un arabo cristiano che, studiando la percezione occidentale dell’Oriente, cita un tedesco che studiava filologia romanza, che a sua volta cita un monaco medioevale: un intarsio di tempi, di diversità e di luoghi che basterebbe a mostrare il valore universale di questo messaggio. Ebbene, a Edward W. Said (in Orientalismo, 1978) stava a cuore “la tradizione umanistica di coinvolgimento in culture e letterature nazionali differenti dalla propria”, e per questo ricordava come il grandissimo Erich Auerbach concludeva le sue riflessioni sulla Filologia della letteratura mondiale (1952) con una significativa citazione dal Didascalicon di Ugo di San Vittore (XI secolo): “L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un tenero principiante; quello per cui ogni suolo è come il suolo nativo è già più forte; ma perfetto è quello per cui l’intero mondo è un paese straniero”.

Il monaco medievale, commentava Auerbach, “si riferisce a chi ha come mèta la liberazione dall’amore per il mondo. Ma anche per chi voglia raggiungere il giusto amore per il mondo, questa è sempre una buona strada”. La morale, spiega Said, è che “più si è capaci di staccarsi dalla propria patria culturale, più è agevole giudicarla, e giudicare il mondo stesso, con quel distacco culturale e quella generosità indispensabili per un’autentica visione delle cose. E tanto più, inoltre, si riuscirà a valutare se stessi e le altre culture con l’identica combinazione di intimità e distanza”.

Ebbene, in queste ore in cui chi protesta in Russia contro una guerra fratricida è arrestato perché “filoucraino”, e in Italia chi protesta contro la corsa alla guerra atomica è bollato come “filorusso”; in queste ore in cui leggere Dostoevskij è sospetto; in queste ore in cui torna a risuonare nei discorsi di politici e giornalisti “un terribile amore per la guerra” (James Hilmann); in queste ore in cui “le azioni sono considerate buone o cattive non per il loro valore intrinseco, ma a seconda di chi le compie” (così Orwell nei suoi Appunti sul nazionalismo, 1945), è vitale trovare la forza per prendere le distanze dalla propaganda, e per criticare innanzitutto la nostra parte e la nostra patria. In un momento in cui tutta l’umanità è davvero in pericolo, l’unica identità che conta è quella umana.

Kosovo, Iraq, Libia, Ucraina&C.: tutti i Signorsì del Pd alle guerre

26 marzo 1999, interno Montecitorio. Mentre le bombe della Nato iniziano a piovere sulla testa degli abitanti di Belgrado, il presidente del Consiglio Massimo D’Alema si presenta alla Camera per giustificare l’intervento, anche italiano, in un conflitto – quello in Kosovo – che in poche settimane provocherà, secondo le stime dello Humanitarian Law, circa 800 vittime tra civili e forze armate. Due giorni prima, era il 24 marzo, gli aerei della coalizione atlantica avevano iniziato a volare sopra la Serbia che non voleva riconoscere l’indipendenza del Kosovo. L’Italia è capofila dell’operazione militare insieme a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania. Il presidente del Consiglio Ds si presenta davanti ai deputati per le comunicazioni sulla guerra e giustifica così la scelta: “L’intervento militare della Nato è stato ed è finalizzato a far cessare quel conflitto, a riprendere la strada del negoziato e naturalmente ad ottenere tutto questo nel tempo più breve possibile”. Due settimane dopo, il 13 aprile, Camera e Senato approvano la risoluzione sugli aiuti militari: vota a favore la maggioranza di centrosinistra e i cossighiani, tranne il PdcI di Cossutta, mentre Rifondazione di Bertinotti esce dall’aula. Il Polo delle Libertà vota contro. Negli anni precedenti, il Parlamento italiano aveva votato anche per la partecipazione in guerra in Bosnia e Albania ma la guerra in Kosovo crea uno spartiacque nella Seconda Repubblica: è un intervento che porta la firma chiara del governo di centrosinistra.

Oltre vent’anni dopo, poco è cambiato. Il Pd di Enrico Letta – molto diverso dai Ds di allora e in un contesto imparagonabile – è il partito che più sostiene l’invio di armi all’esercito ucraino e, tramite il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, l’aumento delle spese militari al 2% del Pil: si passerà da 26 a 38 miliardi. D’altronde negli anni Duemila il Pd e i suoi antenati hanno sostenuto, certo non da soli, con forza gli aiuti e gli interventi militari in giro per il mondo. Spesso anche dall’opposizione ai governi di centrodestra. Il 9 ottobre 2001, dopo l’attacco alle torri gemelle, la maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi I votò una risoluzione per sostenere gli Stati Uniti nella “lotta al terrorismo internazionale” e l’intervento in Afghanistan. Le risoluzioni furono approvate a larghissima maggioranza con lo stratagemma dell’astensione incrociata: l’Ulivo si astenne su quella del centrodestra e vicerversa. La sinistra post-comunista e i Verdi ancora una volta si opposero. Lo stesso evento si ripeterà dieci anni dopo, siamo nel 2011, per l’intervento in Libia voluto fortemente dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e subito dal governo Berlusconi IV. Il Pd si dirà a favore pur votando una propria mozione separata dalla maggioranza PdL più Lega. Unica forza contraria all’intervento italiano in guerra fu l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, dirà: “Abbiamo fatto la cosa necessaria, adesso bisogna farla per bene, credo che l’intervento forse sia stato anche tardivo se si trattava, come si tratta, di fermare la guerra di Gheddafi contro il suo popolo”.

Oggi nel Pd sono pochissime le voci in dissenso sulla guerra in Ucraina. Sull’invio delle armi solo quella di Laura Boldrini. Sull’ordine del giorno che impegna il governo ad aumentare le spese militari, invece, l’europarlamentare Pierfrancesco Majorino al Fatto si è detto contrario e ha fatto rumore l’astensione alla Camera di tre deputati dem: l’ex capogruppo Graziano Delrio e le colleghe Giuditta Pini e Susanna Cenni. Erasmo Palazzotto invece non era presente al voto. Delrio è espressione di quel mondo cattolico contrario al riarmo e per questo non è passata inosservata la sua prima firma a una risoluzione depositata giovedì in commissione Esteri (e sottoscritta dai deputati Fassino e Quartapelle) per chiedere al governo di esprimere una condanna “netta e severa” per “l’uso di cluster bombs e mine antipersona in Ucraina” e di “adottare iniziative, in sede internazionale, per garantire migliore protezione alle popolazioni civili coinvolte loro malgrado nelle guerre urbane”. E anche, si legge nella risoluzione, l’adozione di una dichiarazione dell’Onu “per evitare l’uso di armi esplosive con effetti a largo raggio in aree popolate”. E mentre Letta sostiene l’invio di armi in Ucraina, fuori dai confini italiani i partiti di sinistra radicale europei – Podemos, France Insoumise e l’ex leader laburista Jeremy Corbyn – stanno lanciando una piattaforma pacifista in senso opposto.

Crisi energetica. Nazionalizzare i gruppi e guidare la transizione. Parigi l’ha capito, Roma si sveglierà?

L’Unione europea dipende per circa il 45 per cento del suo fabbisogno energetico dalle importazioni di gas naturale russo e per il 25 per cento dalle importazioni di petrolio russo. L’Ue ambisce a ridurre entro il 2030 le emissioni di gas a effetto serra del 55 per cento rispetto al 1990.

La transizione energetica europea comporta una doppia rivoluzione di portata storica. La prima è modificare un sistema energetico fondato sulle fossili, rimasto sostanzialmente inalterato dal 1990 ad oggi. L’Ue sarebbe l’unico tra i tre grandi a decarbonizzare, visto che gli Stati Uniti sono e resteranno il maggior produttore di petrolio e gas al mondo, mentre la Cina farà scendere il consumo di fonti fossili solo dal 2030. La seconda rivoluzione consiste nel tagliare il cordone ombelicale con la Russia: il principale partner energetico europeo con il quale i legami si sono costantemente rafforzati negli ultimi anni.

A fronte della doppia rivoluzione energetica l’Ue balbetta. Non c’è accordo nello stracciare il libero mercato dell’energia governato da meccanismi speculativi di formulazione dei prezzi per tornare a prezzi controllati e contratti a lungo termine con i fornitori. C’è timidezza nel tassare i “sovra-profitti” delle società energetiche che, mentre i cittadini annaspano per pagare le bollette, hanno accumulato rendite gigantesche. Eni ha appena annunciato che, piuttosto che rafforzare le ambizioni nelle rinnovabili, sfrutterà le vacche grasse per aumentare il “buy back” delle proprie azioni (e i dividendi) passando da 400 milioni di euro a 1,1 miliardi.

L’unico Paese Ue che sembra essersi accorto della portata della sfida è la Francia di Macron. Il Presidente francese ha parlato di “volontà di pianificazione”, affermando che “dobbiamo riprendere il controllo capitalistico di vari attori industriali”. Pensa in primo luogo ad EDF , tra le prime cinque società elettriche europee, attualmente di proprietà statale per l’84% e quotata in borsa. L’idea è che la sua definitiva nazionalizzazione consentirebbe di finanziare investimenti a lungo termine nel nucleare a costi bassissimi, grazie alla garanzia statale, permettendo di offrire energia “pulita” ai francesi a prezzi contenuti.

Se Macron pensa prevalentemente al nucleare, una questione simile si pone per gli enormi investimenti necessari nelle rinnovabili, nell’idrogeno verde e nelle infrastrutture elettriche. Se si vuole garantire una redditività elevata alle aziende del comparto energetico i costi della transizione per i cittadini saranno esorbitanti (le bollette crescevano costantemente più dell’inflazione già prima delle crisi energetica). Lo Stato italiano ha quote di controllo di due colossi energetici, Enel per l’elettricità, ed Eni per gli idrocarburi. Che sia il caso di individuare i comparti “strategici” di queste due entità e di scorporarli per dar vita a un ente pubblico energetico in grado di “pianificare” la decarbonizzazione italiana a prezzi abbordabili per i cittadini?

 

Guerra e crescita stagnante: rivediamo i nostri investimenti

Nel momento in cui scriviamo, nulla è possibile sapere sugli impatti politici ed economici della guerra criminale scatenata dal dittatore russo. Qualcosa, però, si può affermare. Siamo un paese ricco (abbiamo l’ottavo Pil del mondo, più della Russia e di tutta l’Africa), che tuttavia non cresce e che ha un debito pubblico record (150% del Pil dopo il Covid). Questo ultimo fatto non è grave in sé se crescessimo (il parametro critico è, appunto, il suo rapporto con il Pil). La mancata crescita ha reso recessivi gli impatti di rientro dal debito che ci hanno imposto prima i mercati, e poi i vincoli europei. I rientro dall’eccesso di debito non ha impatti recessivi di rilievo se vi è crescita (e gli interessi da pagare sono bassi). Quindi la spesa pubblica, che ha continuato a crescere dopo che per vent’anni il Pil è cresciuto poco, non è la causa prima dei nostri problemi: senza questa spesa saremmo cresciuti ancor meno.

Il Pnrr (o meglio, il NextGenEU) è stato un evento epocale di solidarietà europea con due obiettivi: la crescita e i cambiamenti climatici. L’inflazione è risultata un problema esogeno al piano e imprevisto, provocato dal combinarsi di spesa pubblica in Usa e in Europa e da strozzature dell’offerta, presa di sorpresa da una domanda imprevista e da problemi di produzione (energia, semiconduttori etc.). L’inflazione è un animale pericoloso: è difficile da abbattere, erode i redditi in modo iniquo, e postula “cure” che rallentano la crescita (l’aumento dei tassi di interesse).

Vale la pena ricordare che tra i paesi industriali l’Italia è ambientalmente virtuosa, il suo peso sulle emissioni totali è molto piccolo e diminuirà, e che la crescita può generare risorse indirizzabili a fini ambientali: quanto più altri bisogni sociali primari sono soddisfatti, tanto più cresce la disponibilità, anche culturale, ad affrontare i problemi ambientali. Allora forse l’ago della bilancia dei due obiettivi per l’Italia, il paese più indebitato e il maggior percettore delle risorse, può spostarsi un po’ verso la crescita economica. Comunque per entrambi gli obiettivi sembra necessario un rigore molto superiore a quello attuale, data la crescente criticità dell’uso dei fondi europei.

Per l’ambiente sembrano mancare due verifiche quantitative essenziali: innanzitutto una rigorosa quantificazione, da misurarsi annualmente, della decrescita dei gas climalteranti emessi (soprattutto CO2); e, ancora più importante, una analisi comparata dei costi unitari di abbattimento. Abbattere le emissioni costa, chiunque paghi, pubblico o privato che sia, altrimenti ci penserebbero i meccanismi di mercato. Se costa, e non si abbatte dove costa meno abbattere, a parità di risorse si abbatte di meno, cioè si danneggia l’ambiente. Per esempio, in alcuni settori già molto tassati, abbattere costa moltissimo: se un inquinatore è tassato, abbatte subito dove gli costa meno, e quindi si trova poi ad avere costi di abbattimento alti e crescenti (per esempio nei trasporti si è già abbattuto molto). Altri settori molto inquinanti godono di sconti fiscali (per esempio, le industrie energivore: siderurgia, cemento, vetro, piastrelle). Altri settori inquinanti sono addirittura sussidiati, come l’agricoltura. Occorrerebbe iniziare da questi ultimi, ma è indispensabile conoscere bene i costi, anche sociali, di abbattimento, per sviluppare nel tempo strategie efficienti.

Per la crescita, il discorso è più complesso, perché alcune quantificazioni sono semplici (la redditività degli investimenti, per esempio), mentre per una serie di riforme le cose si complicano. Ma se, per esempio, prendiamo a la voce più consistente degli investimenti fisici, quelli in infrastrutture (soprattutto ferroviarie), purtroppo c’è poco da sperare nella qualità complessiva degli investimenti nei diversi settori.

Per le infrastrutture ferroviarie sono previsti 62 miliardi, di cui 25 nel Pnrr e 37 da reperire successivamente. Tra le infrastrutture a pedaggio, quelle ferroviarie sono le uniche tutte a carico dello Stato, in parte anche nella fase di esercizio. L’assenza di redditività finanziaria significa che non si generano risorse per investimenti successivi. I progetti (faraonici) sono stati presentati prima di qualsiasi analisi specifica che ne dimostrasse almeno la redditività socioeconomica. Le uniche sono state fatte dalle ferrovie stesse, in conflitto di interessi, e dicono dei “Si’” entusiastici a progetti con domanda modesta. Il più costoso (l’Alta Velocità Salerno-Reggio) costa 22 miliardi e farà risparmiare poco più di mezz’ora rispetto alla linea esistente. Abbatterà le emissioni di CO2, ma con un costo di abbattimento pari a 5 volte il massimo previsto come efficiente dalla Commissione Europea.

Come si vede, anche prima della guerra e a maggior ragione ora, occorre rivedere la strategia degli investimenti pubblici, specie quelli (ferroviari) nel Pnrr.

 

Colao&C. regalano il cloud di Stato alle Big Tech Usa

Si chiude oggi la gara per il Polo strategico nazionale (PSN) per il cloud della pubblica amministrazione. Definirla gara però è forse esagerato. La sensazione di tutti è che la partita sia già chiusa in partenza. La gara o andrà deserta o sarà solo un pro-forma. Le ultime notizie davano come partecipante una cordata organizzata in extremis da Fastweb e Aruba che, grazie anche a una proroga della scadenza, dovrebbe evitare così che la procedura vada completamente deserta. In ogni caso nessuno si aspetta davvero sorprese. Il motivo sta tutto in un concorrente: la cordata formata da Tim, Leonardo, Cassa depositi e prestiti e Sogei (la in house del Tesoro per il digitale), un rassemblement che contempla ben tre società controllate dal ministero dell’Economia e una partecipata, promosso dal ministro della Transizione digitale Vittorio Colao. Questa corazzata ha già visto a dicembre il proprio progetto selezionato come base della stessa gara per la concessione e si avvia così verso la gestione, per 13 anni, della più importante infrastruttura digitale pubblica in costruzione, grazie ai fondi del Pnrr.

Dopo un’esitazione iniziale, il ministero ha mantenuto una tabella di marcia serrata. L’obiettivo del Psn è importante: creare un’infrastruttura che metta al sicuro i dati della Pubblica amministrazione, specialmente quelli più sensibili, e al contempo favorire il trasferimento dei servizi informatici delle P.A. sul cloud. Che sia necessario è un fatto sacrosanto: la maggioranza dei dati delle P.A. italiane sono affidati attualmente a data center obsoleti e dispersi e la migrazione al cloud è una modernizzazione necessaria. La strategia seguita dal governo tuttavia ha suscitato non pochi dubbi.

In primo luogo, che modello ha seguito il governo? Certamente non un modello di mercato. Ci sono state due procedure di gara. Ma in realtà è stato un processo fortemente diretto dal ministero, tanto nella determinazione delle coordinate principali del progetto, come nella composizione della cordata più forte. Una scelta comprensibile, visto che il concessionario dovrà mettere al sicuro i dati più sensibili della Pubblica amministrazione e la debolezza dell’industria nazionale in campo digitale.

Persino l’Unione europea sta abbandonando i dogmi liberisti nel settore digitale. Tuttavia non c’è stata trasparenza sui metodi e i criteri che hanno guidato le decisioni politiche. E non c’è stato nessun dibattito politico. E senza dibattito e trasparenza e soprattutto senza innovazioni – che il contesto tecnologico reclama – il rischio è che si sommino i peggiori difetti del dirigismo e del mercato. La durata della concessione, per esempio, 13 anni, era necessaria? In un contesto così dinamico, sembra un’era geologica.

Seconda criticità. Tra gli obiettivi fortemente voluti dal ministro Colao, c’è stato quello di avere nel progetto i big tech americani. Ovunque nel mondo, persino negli Usa, c’è una grande preoccupazione per i livelli crescenti di concentrazione nel settore digitale. Per il governo italiano però, sin dall’inizio, il problema è stato l’opposto. Ovvero: come coinvolgere questi attori o “le migliori tecnologie”, nel linguaggio di Colao, nel Psn, nonostante l’ostacolo posto dal Cloud Act, la normativa con la quale le autorità Usa si sono riservate un potere di accesso ai dati gestiti dai loro giganti tecnologici anche se detenuti in altri Paesi?

Alla fine, i partners che sono stati portati dalla cordata guidata da Tim sono Microsoft, Google e Oracle. La soluzione trovata è innovativa. È basata sulla cessione delle licenze dei software Usa al consorzio che li gestirà con personale proprio e sull’uso di chiavi crittografiche. L’architettura del progetto è anch’essa innovativa: prevede una graduazione dei livelli di sicurezza (con uso relativo di cloud pubblico o privato) in funzione della sensibilità dei dati, e l’adozione di una struttura multi-cloud per evitare di creare dipendenza su una singola tecnologia o impresa.

La dipendenza tecnologica dai Big Tech Usa è però completa. E questo ci porta a un terzo aspetto. L’Europa ha intrapreso negli ultimi 2-3 anni una molteplicità di iniziative allo scopo di promuovere una propria autonomia tecnologica nel digitale, in generale e specificatamente nel cloud. Nel progetto di Psn, tuttavia, non si fa alcun cenno a queste iniziative (la più famosa è Gaia-X). Più in generale è sembrato non ci sia stata mai realmente l’ambizione di coordinarsi con gli altri partner europei. Anche in questo caso la scelta è avvenuta senza un vero dibattito e non è chiaro perché: scetticismo verso le ambizioni europee, urgenza di trovare una soluzione o volontà politica? Di certo, nei fatti, la strada intrapresa sembra rafforzare la linea di quei governi europei più atlantisti e più riluttanti a seguire Francia e Germania nella loro aspirazione a una maggiore autonomia industriale nel digitale.

Questo ci porta all’aspetto forse più problematico. Italia ed Europa hanno accumulato un forte ritardo in competenze e autonomia tecnologica nel digitale. I grandi investimenti nella migrazione al cloud delle Pubbliche amministrazioni – parliamo di molti miliardi euro di spesa pubblica solo in Italia e di decine di miliardi a livello europeo – rappresentano un’occasione unica e irripetibile per sostenere ricerca, formazione, occupazione qualificata e soluzioni innovative tecnologiche e di politica industriale.

Era la linea richiamata dalla “Dichiarazione di Berlino” del Consiglio europeo del dicembre del 2019. Nel piano seguito dal governo per il Psn tuttavia non c’è traccia di questi obiettivi. Si sono cercate le migliori tecnologie sul mercato e si è costruita una soluzione giuridica e architettonica per mettere al sicuro i dati. Ma non sembra esserci spazio per l’idea che l’Italia possa essere qualcosa di più che un consumatore di tecnologia.

“Ultima chiamata: è la nostra base vitale che sparisce”

“IIn Italia il divario fra numero desiderato e numero realizzato di figli è più alto che in Paesi come Francia e Svezia”. Gli ultimi, disastrosi, dati Istat sulla natalità in Italia si possono raccontare anche così, come lo scarto tra desiderio e realtà. Ne parliamo con Alessandro Rosina, classe 1968, ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Cattolica di Milano e autore in questi mesi del saggio Crisi demografica (Vita e pensiero).

Professore, perché abbiamo il più basso tasso di fecondità?

I giovani hanno maggiori difficoltà a conquistarsi un’autonomia, ad accedere all’abitazione, a trovare lavoro e ad avere una continuità di reddito e questi fattori si ripercuotono sull’età a cui si riesce ad avere figli: l’età media in cui una donna ha il primo figlio in Italia è intorno ai 31,5 anni, fra le più alte in Europa. La fragilità nelle condizioni dei giovani è testimoniata, fra le altre cose, dal fatto che abbiamo la più alta percentuale di Neet (giovani che né studiano né lavorano), con un record nella fascia 30-34 anni.

Quindi è un problema di mercato del lavoro.

Senza un lavoro che consente un reddito continuativo, sempre più giovani dipendono economicamente dalle generazioni precedenti e diventa per loro più difficile immaginarsi come genitori. In Italia, poi, dopo l’arrivo del primo figlio ci si scontra più che in altri Paesi con le carenze degli strumenti di conciliazione fra lavoro e famiglia: spesso non si trovano asili nido, si ha difficoltà ad avere un congedo, il part-time diventa un vincolo, c’è difficoltà nella collaborazione dei padri tra le mura domestiche.

Quindi c’è un tema anche di servizi pubblici.

La copertura dei servizi per l’infanzia in Italia è ancora intorno al 26%, mentre l’obiettivo europeo per il 2010 era il 33%: dopo oltre dieci anni siamo ancora sotto a quel target, mentre Paesi come Svezia e Francia hanno una copertura superiore al 50%. Ci sono problemi di accesso in termini di costi e di qualità, con disparità molto ampie fra Nord e Sud.

Perché il part-time è un problema?

In Italia il ricorso al tempo parziale è più o meno in linea con la media europea, ma da noi per due terzi è imposto dalle aziende e per un terzo è scelto liberamente, mentre nel resto d’Europa avviene il contrario. Se il part-time non è scelto e non è dunque reversibile, diventa un boomerang per la conciliazione lavoro-famiglia.

Qual è il rapporto fra nascite e diffusione della povertà?

In Italia la scelta di avere un figlio espone maggiormente al rischio di povertà e questo legame è aumentato nel tempo. Inoltre, il rischio di povertà assoluta per le famiglie under-35 è circa il doppio di quello per le famiglie over-65. E ancora: l’incertezza sugli investimenti per lo sviluppo e sulle opportunità per le nuove generazioni fa sì che spesso le famiglie lascino in sospeso la scelta maggiormente impegnativa per il futuro, quella di avere un figlio. Più passa il tempo, più quella scelta sospesa diventa rinuncia.

Quali conseguenze concrete ha la trappola demografica?

Non mettendo le persone nelle condizioni di entrare nei tempi e nei modi giusti nel mondo del lavoro, di formare una famiglia e di avere figli, si producono delle rinunce. Ciò si ripercuote su tutta la popolazione. La denatalità passata riduce le nascite future, perché rende sempre più deboli a livello demografico le generazioni che via via entrano nella vita adulta.

Un circolo vizioso.

Esatto. Stiamo depotenziando la base vitale del Paese, perché progressivamente si riducono le persone che possono formare nuove famiglie e avere figli. È urgente agire subito: più aspettiamo, più la trappola demografica ci vincola verso il basso.

Quali errori sono stati commessi nel passato?

Al di là delle singole misure, ciò che conta è l’approccio. In Italia abbiamo sempre avuto politiche familiari frammentate, incerte e deboli. La Francia, ad esempio, ha realizzato politiche integrate, solide, continue e rafforzate nel tempo. Questo ha dato sicurezza alle famiglie. C’è anche un messaggio culturale: investire nelle politiche per le famiglie con figli significa che i figli non sono solo un costo privato, ma un bene pubblico su cui tutta la società investe.

Altri esempi a cui guardare?

La Svezia, dove le misure familiari si rivolgono egualmente a madri e padri e così evitano di far ricadere solo sulle madri la scelta di avere un figlio. Le politiche di conciliazione sono anche di condivisione. O la Germania, dove le politiche familiari sono state messe al centro dello sviluppo del Paese. In Italia invece sono sempre state marginali, pensate non in funzione dell’obiettivo, ma dei soldi trovati nelle varie “finanziarie”.

Oggi, soprattutto per timore dell’inflazione, si parla di ridurre il sostegno all’economia: politiche restrittive non rischiano di aggravare la situazione demografica?

Certamente. Se non rafforziamo l’infrastruttura sociale del Paese, se obblighiamo le persone a fare rinunce e non permettiamo loro di conciliare lavoro e famiglia, avremo sia meno occupazione sia meno natalità. Ciò manterrà l’Italia in un percorso di basso sviluppo. Oggi abbiamo l’ultima occasione per invertire la tendenza: agganciare alla fine della pandemia una ripresa solida, anche della natalità.

Un Paese che impoverisce non fa figli: ecco il caso Italia

Lunedì scorso l’Istat ha diffuso i primi dati sulla demografia italiana nel 2021. Il titolo era speranzoso – Nascite, matrimoni e migrazioni: segnali di ripresa ma non è ancora recupero – i numeri molto, molto meno (se si esclude una piccola inversione di tendenza a novembre e dicembre). Per la prima volta nella storia l’anno scorso le nascite in Italia sono scese sotto le 400mila unità: 399.431 per la precisione le iscrizioni all’anagrafe di nuovi nati al 31 dicembre. Per capirci, le nascite in Italia sono state tra 900mila e un milione dal Dopoguerra al 1970 per scendere poi sotto le 600mila a metà degli anni 80 e intorno alle 530 mila nei Novanta. Il nuovo millennio avevano portato una leggerissima ripresa fino al “record” di 576mila nuovi nati del 2008, sia detto en passant l’anno della grande crisi finanziaria da cui l’economia italiana non si è ancora ripresa: da allora il dato scende ogni anno e nel 2021 abbiamo registrato 177mila nascite in meno di quattordici anni fa, circa 59mila in meno delle quali negli ultimi cinque anni.

Contestualmente, dal 2014, cala anche la popolazione residente nel nostro Paese, che ovviamente tiene conto anche di chi, nato all’estero, si trasferisce qui: otto anni fa in Italia risultavano residenti 60 milioni 345mila persone (con 502mila nascite), il 1° gennaio di quest’anno erano 58 milioni 983mila, quasi 1,35 milioni in meno per un calo del 3,2% abbondante (oltre 600mila dall’inizio della pandemia). Tra diminuzione delle nascite, morti (peraltro esplose col Covid) e l’emigrazione di molti italiani, anche il saldo migratorio è ormai stabilmente negativo. Una dinamica che riguarda tutte le macroaree d’Italia e – dicono le simulazioni Istat – è compatibile con una popolazione di 47,6 milioni di individui nel 2070, al livello del 1951: basti dire che nel 2019 pre-Covid il cosiddetto “saldo naturale”, la differenza tra nascite e morti, era negativo di 214.333 unità.

Qualcuno potrebbe pensare: non c’è problema, staremo più larghi. Non sarebbe un pensiero intelligente. Le coorti di nuovi nati sono ormai stabilmente assai più piccole di quelle dei 50enni, dei 60enni e persino dei 70enni: la piramide demografica si sbilancia verso l’alto, la società invecchia e, fermandosi agli effetti economici, spende di più producendo sempre meno ricchezza in un circolo vizioso difficile da spezzare. Volendo la cosa si può misurare in Pil, visto che il Prodotto interno lordo tiene conto – tra le molte cose – anche della demografia e della popolazione: il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha ipotizzato sul Sole 24 Ore che se la popolazione italiana scenderà di qui al 2040 di quattro milioni di abitanti l’effetto sul Pil sarebbe una contrazione di quasi il 7%; se si immagina che questo calo avvenga soprattutto nella quota di popolazione in età attiva allora il tonfo potrebbe arrivare fino al 18,6%.

Quella che ci sta davanti per evitare questa particolare decrescita infelice non è una sfida impossibile, ma enorme. Il tasso di fecondità totale – vale a dire il numero medio di nascite per donna – nel 2021 dovrebbe essere sceso sotto l’1,24 che era il record negativo registrato nel 2020: un dato peraltro composto dall’1,17 delle donne di cittadinanza italiana e dall’1,89 delle straniere residenti. Per dare l’idea di quello che è successo in pochi anni il tasso di fecondità nel 2008, già basso, era 1,44 (1,33 per le italiane e 2,53 per le straniere, la cui propensione a fare figli cala a ritmo doppio rispetto alle italiane). E, per dare di nuovo un metro di misura, il tasso di fecondità che consentirebbe un sensato equilibrio tra le generazioni è 2, numero da cui siamo assai lontani da quasi quarant’anni.

Ovviamente tra i fattori che bilanciano il declino demografico italiano c’è l’immigrazione, vivace negli ultimi decenni nonostante il tasso di occupazione italiano sia tra i più bassi d’Europa: un dato anomalo rispetto ai flussi migratori in altri Paesi (un basso tasso di occupazione è invece in genere positivamente correlato a un abbassamento del tasso di fecondità, nel senso banale che più gente lavora e più figli si fanno). Ovviamente si tratta di un processo, quello migratorio, spesso non indolore e in ogni caso inadatto a equilibrare la mancanza di nuovi nati nel Paese, fenomeno che – come abbiamo visto – inizia a riguardare anche le famiglie straniere: un’economia stagnante, mobilità sociale assente, lavoro assai spesso precario, malpagato e in settori a basso valore aggiunto – tutte cose che riguardano in particolar modo l’occupazione tra gli stranieri – creano un ambiente tossico (anche psicologicamente) per la voglia di metter su famiglia. Diversi studi seguiti alla crisi finanziaria del 2008, anche di istituzioni pubbliche come l’Inps e il Tesoro, hanno rilevato un legame abbastanza stretto tra calo delle nascite e aumento della povertà relativa (esplosa nell’ultimo decennio).

Non si tratta di una correlazione che stupirà nessuno. Non a caso in tutto il mondo le politiche per la natalità sono anche politiche del lavoro: buona occupazione, conciliazione coi tempi di cura, servizi e sussidi pubblici. L’Italia è stata del tutto negligente su questo negli ultimi decenni, nonostante il problema della bassa natalità non sia certo recente.

Un primo segnale, non privo di difetti, è arrivato dal lato dei sussidi con l’assegno unico per i figli entrato in vigore un anno fa dopo lunga gestazione: una misura che sostituisce tutti gli strumenti precedenti di supporto alle famiglie (assegni, detrazioni e bonus) e vale dal settimo mese di gravidanza al 21esimo anno di età (a certe condizioni). L’assegno pieno – che spetta a chi ha un Isee inferiore a 15mila euro – vale 175 euro per i figli minorenni e 85 euro per i maggiorenni che ne hanno i requisiti (sono previste maggiorazioni per le famiglie numerose). Oggi costa circa 20 miliardi l’anno, la stragrande maggioranza dalla cancellazione dei sostegni familiari precedenti, a regime (nel 2029) dovrebbe arrivare a 29 miliardi l’anno.

Il difetto principale è una progressività assai parziale: l’assegno cala al salire del reddito, ma a 40mila euro di Isee (quando vale 50 euro mensili a figlio) si ferma e lì resta anche per i milionari. Per di più, così sostengono i sindacati, il disegno della misura ha penalizzato i dipendenti a reddito medio-basso a favore di partite Iva con redditi più alti. La Cisl nel 2021 sostenne che circa il 18% delle famiglie interessate (circa 7 milioni) si ritrova a prendere meno di prima.

“C’è troppa povertà: con la guerra a rischio anche la pace sociale”

Le due guerre sovrapposte le chiama Jean Paul Fitoussi.

Di là i cannoni a cui assistiamo sgomenti e impauriti. Da noi potrebbe accadere qualcosa di meno distruttivo ma ugualmente grave: insofferenze di piazza sempre più larghe, spinte dalla condizione di minorità economica di interi ceti sociali e produttivi che si vedono falcidiare dai disastri della nuova economia.

La guerra in Ucraina provoca lo choc energetico nell’Occidente. Le sanzioni che abbiamo deciso contro la Russia le aggravano.

A farne le spese gruppi sociali sempre più vasti. Costa di più l’energia, costeranno di più le materie prime e la lunghissima sequela di beni di consumo. L’inflazione subirà un brusco innalzamento. La quota sempre più ampia di consumatori e lavoratori che non ce la faranno diverrà predominante negli equilibri sociali.

Si riempiranno le piazze.

Ricorda la rivolta dei gilet gialli nella mia Francia? Attenzione perché la brace arde.

Professor Fitoussi, questi sarebbero gli effetti collaterali della guerra?

In parte sì. Non c’è alcun dubbio che petrolio, gas, grano alimenteranno il caro prezzi. La speculazione poi farà il resto e la bolla della pace sociale scoppierà.

Lei dice in parte sono effetti collaterali della guerra. E in parte?

In parte questi disagi sono figli della considerazione di un grave effetto ottico che nasconde ai nostri occhi una povertà sempre più larga e profonda delle società occidentali. Siamo più poveri di quanto pensiamo di essere e non ci crediamo, sottovalutiamo oppure non immaginiamo una proporzione matematica. Se è vero che quelli che si arricchiscono di più sono sempre di meno, dev’essere vero che quelli che ci perdono di più sono sempre di più.

L’Europa sta messo peggio di come si raffigura.

È meno ricca ed è attraversata da una economia esposta ai venti della speculazione e una democrazia strattonata dalla propaganda delle forze estreme, specialmente quelle di destra.

Sempre che riusciamo a tenerci fuori dalle cannonate di Putin.

La guerra è il grande choc. Che non sarà solo economico, ma sociale e persino demografico. Grandi masse si sposteranno da un posto all’altro. Le nostre società avranno un bisogno assoluto di iniezioni di denaro pubblico.

Ce la farà l’Unione a costruire un altro fondo di resilienza e ripresa?

E perché no. Chi ce lo vieta? L’Unione europea ha la possibilità di spendere. L’importante è che i suoi soldi li spenda nei settori giusti.

Cosa consiglia?

Aumentare le risorse per il welfare. Mantenere in vita i disoccupati, alimentare la spesa pensionistica e i salari più bassi indicizzandoli all’inflazione che punterà in alto. Spendere nella cura sanitaria.

Bisogna creare una rete di sostegno ai nuovi poveri, a quelli che verranno.

I nuovi poveri si aggiungeranno alla moltitudine che già ora soffre. Questo aumento può costituire il braciere vivo delle prossime contestazione di piazza.

Lei immagina le proteste come molto vicine.

Sono assolutamente sicuro che ci saranno. La miccia dei bisogni è innescata, ancora qualche settimana e vedremo le conseguenze.

In estate il grande incendio anche della democrazia.

La nostra democrazia è fragile ed esposta alle intemperie dei settarismi e dei nuovi fascismi e razzismi. Bisogna provare a spegnere il braciere che cova già adesso.

Come si spegne?

Con una grande politica ridistributiva. Una massa finanziaria deve bagnare le parti basse della società, deve inondare i campi ora aridi del bisogno assoluto. Spostare dai ricchi ai poveri. Intesi?

“Sbagliato spendere di più per le armi: è contro la difesa Ue”

Definisce l’invio di armi a Kiev un enorme “dilemma etico” ma sull’aumento delle spese militari è netta: “È sbagliato perché, oltre a discendere da accordi Nato di cui si discute da anni, quindi non legata direttamente la crisi ucraina e con valenza pluriennale, va in direzione opposta rispetto a una razionalizzazione delle spese in vista di una difesa europea, quella in cui credo da federalista convinta”. Elly Schlein, vicepresidente della regione Emilia Romagna con delega alla transizione ecologica, è reduce, sabato a Roma, dal partecipato appuntamento “Visione Comune”. Critica il governo Draghi anche sulla transizione ecologica: “Manca una strategia nazionale che capisca quanto la conversione ecologica e la decarbonizzazione siano trasversali a tutti i settori”.

Cos’è “Visione comune” e quali sono i temi cardine emersi?

È un luogo trasversale dove aggregare le forze sui contenuti da realizzare: uscita dalle fonti fossili, un piano di sviluppo delle rinnovabili, comunità energetiche, salario minimo, contrasto all’elusione fiscale delle grandi multinazionali, nuovo welfare di prossimità, città dei 15 minuti, congedo paritario, settimana lavorativa breve, nuovi diritti del lavoro digitale. La visione comune non è nata ieri, ma per la prima volta è emersa chiaramente e in modo trasversale tra esponenti di diverse forze sociali e politiche (Pd, Cinque Stelle, sinistra ecologista).

Il centrosinistra è ancora molto diviso. L’agenda Draghi è o no la vostra agenda?

Quella che abbiamo provato a delineare non è l’agenda di un governo di larghissime intese, ma di un campo pacifista, ecologista, progressista, femminista che non c’è. D’altronde, se vogliamo riallacciare i fili con ciò che si muove nella società, serve chiarezza, per superare le frammentazioni dei partiti più piccoli, ma anche le contraddizioni di quelli più grandi. Non è un tema che ci possiamo porre quindici minuti prima delle elezioni. Ci sono persone senza tessera che queste battaglie già le realizzano.

Transizione ecologica: come giudica l’operato del governo e del ministro Cingolani?

La transizione per funzionare deve essere giusta e accompagnare le fasce più fragili. Ma questo governo non sembra orientato a politiche redistributive delle ricchezze, dei saperi e del potere. E poi punta ancora sulle fonti fossili, e mi sembra che non creda nemmeno nelle potenzialità del superbonus, che ci farebbe risparmiare il 15% di gas dall’estero.

E sul Pnrr?

La parte sulla transizione ecologica è debole. Mi preoccupa poi che per rispondere al dramma del caro energia, il governo scelga la strada di prendere le risorse dalle aste di CO2 che devono sostenere lo sviluppo delle rinnovabili. Sacrifichiamo all’urgenza dell’oggi la possibilità dell’indipendenza energetica di domani, che è invece una questione democratica e di credibilità sullo scacchiere geopolitico. Non solo, è anche la scelta più economica: il World Energy Outlook, per dire, individua il fotovoltaico come la fonte con i costi di elettricità più bassi della storia. Non lo chiedono solo gli ecologisti di accelerare sulle rinnovabili, ma anche le imprese, Confindustria compresa.