Ci sono i soldi per fare le moschee, non per i poveri

Nonostante le ripetute operazioni militari israeliane sulla Striscia di Gaza assediata e la distruzione di migliaia di case, la costruzione di prestigiose e lussuose moschee per un valore di milioni di dollari è in aumento. E la costruzione di moschee di lusso indigna la popolazione dell’enclave controllata da Hamas, dove 1,3 milioni di palestinesi vivono grazie ai sussidi ONU. La moschea dell’Imam al-Shafei nel quartiere di al-Zaitoun di Gaza City è costata 3,5 milioni di dollari e quella di Al-Hassayna ha superato i 2 milioni di dollari. Per quelle dedicate a Al-Khalidi e Abu Salim siamo già oltre il milione di dollari ciascuna. La Grande Moschea di Khan Yunis è un’altra moschea sontuosa oltre alla Moschea Khalil al-Wazir dello sceicco Ajlin, che sarà presto aperta ai fedeli. Queste spese stanno creando molto malcontento nella Striscia come spiegano molti suoi abitanti, i gazawi: anche se le forti somme per costruirle vengono da donazioni private andrebbe spiegato ai donatori che nella Striscia ci sono altre emergenze dove questi denari sarebbero più utili come scuole o ospedali. Povertà e tassi di disoccupazione a Gaza sono saliti alle stelle a livelli superiori all’89% lo scorso anno, secondo l’Ufficio centrale di statistica palestinese .

Stando alle statistiche durante le guerre dal 2008 al 2021 Israele ha distrutto 113 moschee, 99 delle quali ricostruite per lo più a costi piuttosto elevati. Secondo i dati elaborati dall’Onu, nella guerra del 2014 sono state distrutte più di 12.000 unità abitative, molte delle quali devono ancora essere ricostruite. Durante l’ultima guerra del 2021, 1.447 unità abitative sono state distrutte e altre 13.000 sono state danneggiate e non sono state ricostruite per la mancanza di finanziamenti. Gli sfollati sono ancora centinaia di migliaia. Il ministero degli Affari religiosi di Hamas respinge le obiezioni e si trincera dietro la solita risposta di convenienza: “Una donazione deve essere utilizzata per lo scopo per cui è stata designata e non può essere spesa per nessun altro scopo, come il soccorso ai poveri o altri progetti”.

 

“Putin e i suoi siloviki: ecco come funziona oggi la Russia”

Sergei Pugachev è uno degli oligarchi dell’era Eltsin. Proprietario di una banca dal 1991, Pugachev aveva appoggiato Vladimir Putin per succedere al potere a Eltsin. Oggi si definisce uno dei “principali nemici” del presidente russo, insieme ad Alexei Navalny e Volodymyr Zelensky. In Francia, l’imprenditore 59nne aveva avviato il contratto franco-russo per la vendita di due portaelicotteri Mistral che intendeva far costruire nei cantieri navali di sua proprietà a San Pietroburgo, ma Pugachev fu messo da parte dallo stesso Putin e il contratto fu firmato senza di lui sotto Nicolas Sarkozy nel 2011, prima di essere interrotto da François Hollande al momento dell’invasione della Crimea nel 2014. Nel 2010, per ordine di Putin, Pugachev ha perso gran parte del suo impero, ha rinunciato alla nazionalità russa per quella francese: vive a Nizza. Pugachev parla del “sistema Putin”: “La Russia è un quasi-Stato – osserva – che non ha nulla a che vedere con la struttura consueta di uno Stato. Non esistono veri ministeri. A rappresentare lo Stato c’è un piccolo gruppo di persone, una giunta, che si è accaparrata tutto, potere, soldi, istituzioni. Siamo di fronte ad un’usurpazione totale del potere. Il consiglio della Federazione, il parlamento, sono istituzioni fantoccio.

Di chi stiamo parlando?

Sono i siloviki, persone che Putin ha fatto entrare nella sua cerchia ristretta: Nikolai Patrushev, il segretario del Consiglio di sicurezza, e Alexander Bortnikov, capo dell’FSB, i servizi segreti, ai quali si aggiunge Sergei Shoigu, il ministro della Difesa, che era già uno dei suoi fedelissimi. Sono loro a prendere le decisioni.

Quindi Putin non è isolato nel suo Paese come si pensa?

No, non lo è affatto. Ma vive in una realtà parallela. Negli ultimi anni aveva perso un po’ della sua influenza. Ma con l’inizio della guerra è cambiato tutto, ha ripreso il potere. Oggi è il sovrano del paese.

Che impatto possono avere le sanzioni su Putin e sul suo entourage?

Ritngo che nessuno nell’entourage di Putin aveva messo in conto la dimensione economica del conflitto. La capacità dell’Occidente di unirsi e la pressione delle sanzioni non erano state anticipate. A mio avviso, il fatto che in più di una settimana Mosca non abbia raggiunto gli obiettivi militari che si era fissata e che l’Occidente sia riuscito ad adottare delle sanzioni di tale portata segna la fine della Russia di Putin. Siamo in una fase di rottura, come nella transizione tra l’URSS di Gorbachev e la Russia di Eltsin. Non si potrà tornare indietro.

Per descrivere il regime, Alexei Navalny ne ha sottolineato soprattutto la corruzione. Condivide questa analisi?

La corruzione è totale, ma va intensa in modo diverso da come si è abituati in Francia. Qui si parla di corruzione quando si consegnano dei soldi a una persona che è al potere per ottenere qualcosa in cambio. In Russia, gli uomini d’affari, i cosiddetti oligarchi, fanno parte integrante del sistema politico. Non credo sia esistito un altro sistema politico come questo nella storia. Non c’è più distinzione tra gli oligarchi, tutto si fonde con lo Stato. Lo 0,1% della popolazione di 140 milioni di persone possiede il 100% del potere e il 100% delle risorse. Non è più corruzione. Prima delle sanzioni, Putin disponeva a suo piacimento delle riserve d’oro, di Gazprom, di Rosneft… Il palazzo di Putin a Gelendzhik non è nulla. La corruzione all’estero ha inoltre occupato molto Putin negli ultimi anni. L’essenziale era poter corrompere i leader politici dell’Ue e altrove. È stata la sua politica estera.

Le sanzioni prese contro gli oligarchi le sembrano sufficienti?

Assolutamente no. Queste persone finanziano il regime di Putin. Bisogna sanzionare chiunque abbia grossi asset finanziari. In Russia, la proprietà è fittizia. Putin ha popolato il Paese di falsi proprietari terrieri, perché in realtà tutto appartiene a lui.

Un oligarca aveva contribuito al salvataggio del Front National concedendo un prestito al partito di estrema destra. È stata una decisione di Stato?

Agli oligarchi non interessa sapere se finanziano Le Pen, Macron, Lukashenko o un altro politico. Qualcuno ha detto loro: bisogna finanziare Le Pen e loro eseguono, punto. Per loro è una questione di sopravvivenza. L’ordine viene dal Cremlino. È una decisione politica. L’Occidente non si era preparato a questo tipo di sistema dopo la Guerra fredda. L’URSS cercava di corrompere, di reclutare agenti, ma era l’ideologia ad avere la precedenza, non il denaro. La Russia invece non ha ideologia, allora usa i soldi.

Offrire dei posti amministrativi strategici a François Fillon o Nicolas Sarkozy, anche questa è una strategia?

Le sto per dire una terribile realtà. Questi uomini politici europei, a cominciare da Gerhard Schröder, l’ex cancelliere tedesco diventato presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom, che dopo aver lasciato le loro funzioni sono entrati in grandi aziende russe, come Rosneft, Rostelecom o MTS, non sono remunerati per il lavoro che svolgono in queste aziende, ma per i servizi resi alla Russia mentre erano al governo nei loro Paesi. Putin aveva reclutato Schröder all’epoca. Il gasdotto Nord Stream, la Legione d’Onore… È un modo per legalizzare la corruzione: erano stati promessi loro 10 milioni, 100 milioni? Ecco come glieli fanno pervenire.

Quindi è un sistema collaudato finalizzato a confortare l’influenza della Russia?

È sistemico. Ci sono file di persone disposte a offrire i loro “servizi”. Funziona così: mettiamo che hai conosciuto il primo ministro francese e che conosci un amico di Putin. Organizzi un incontro tra i due e monetizzi il contatto. Hai fatto un affare. Fantastico, ti viene risposto. Se ti comporti bene ti facciamo un contratto alla Gazprom da 10, 100 o anche 200 milioni. Putin possiede, o meglio possedeva, uno strumento unico al mondo: una quantità incredibile di denaro, totalmente libero e utilizzabile a suo piacimento, appalti, costruzioni… Parliamo di miliardi di dollari. Cercano contatti ovunque, amici, amici di amici. Quando li trovano, iniziano a reclutarli. A che scopo? Raccogliere informazioni… come per i servizi segreti di tutto il mondo. In Russia, poiché tutti quelli che sono al potere vengono dai servizi, è la sola cosa che si sa fare bene, reclutare delle spie o, ancora meglio, dei decision makers. Quando recluti il primo ministro di un Paese è per far prendere e applicare una decisione.

Se potesse inviare un messaggio a Putin, cosa gli direbbe?

È troppo tardi per dirgli qualsiasi cosa. Lo conosco dal 1990 e gli ho già detto tutto quello che avevo da dirgli in quegli anni. Ma bisogna pensare al futuro. Putin rappresenta il passato. Chiamare Putin per chiedergli di mettere fine alla guerra è grottesco e patetico. Quando vedo Macron oggi, non posso fare a meno di pensare a Schröder ieri. Quando Macron chiama Putin per la venticinquesima volta per convincerlo a smetterla di uccidere dei bambini è ridicolo. Prima della guerra aveva ancora senso discutere. Anzi, era necessario. Ogni giorno, 24 ore su 24. Ma oggi? Non riesco a capirlo, eppure è un uomo intelligente. Queste conversazioni con Putin creano solo confusione. Macron non può non capire che il suo metodo non funziona. Poi, ogni volta che parla con Putin, aggiunge: “Il peggio non è ancora arrivato”. Eppure lo richiama. A che serve? Quindi, o i leader occidentali non capiscono cosa sta succedendo, o sono troppo concentrati sui propri interessi, il gas per la Germania, la rielezione per Macron… Immaginiamo Hitler nel suo bunker nel 1945, sul punto di suicidarsi, con gli inglesi, gli americani e i russi che lo chiamano al telefono continuamente per chiedergli come va: “Adolf, come ti senti? Stai attento, eh. Non prenderla troppo con i bambini”. Qual è il senso di queste telefonate? Che sta facendo la diplomazia europea? Credo che la strategia più efficace sia di isolare totalmente la Russia, non solo sul piano finanziario ed economico, ma soprattutto politico.

(Traduzione di Luana De Micco)

Ucraina, l’Ue ignora i nostri interessi

Circola un numero talmente spropositato di menzogne, sulla guerra in Ucraina, che pare di assistere a un contagio virale. I ragionamenti freddi (o realisti) vengono sistematicamente inondati da passioni bellicose e molto calde.

L’onda travolge le ricostruzioni del conflitto, e anche i fatti elencati dagli esperti militari. Perché ripercorrere la storia dei rapporti russo-ucraini, o ricordare le tante guerre Nato, quando il dualismo teologico-politico è così favolosamente chiaro: lì il Male, qui il Bene – lì Satana, qui arcangeli in tute mimetiche – lì il “dittatore sanguinario” e “criminale guerra” (epiteti escogitati da Biden), qui i combattenti della civiltà.

In genere si replica che in guerra è sempre così: propaganda e controverità imperversano in tutti i campi –si ripete – e già è una prima menzogna perché gli italiani e l’UE non sono in guerra, non vogliono andarci e potrebbero dunque concedersi il lusso di analisi più vicine alla realtà, meno interessate al proselitismo bellico, tendenti più all’asciutto che all’umido. Gli Stati Uniti invece vogliono che la guerra continui, anche se per procura. D’altronde è questo lo scopo di Biden: “Far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo” (4-2-21).

Ne consegue che gli interessi europei e americani divergono, coincidendo solo nella retorica. Per l’Europa e l’Italia il proseguimento bellico è una sciagura, sia che Putin perda sia che vinca. Avranno un caos che durerà decenni ai confini orientali. E se l’Ucraina entra nell’Unione gli equilibri si sbilanceranno a Est ancor più di quanto già lo siano, da quando l’UE ha incorporato Paesi più interessati alla Nato che all’Europa (soprattutto Polonia e Baltici). L’egemonia nell’Unione sarà esercitata dall’Est, con Berlino che fungerà da arbitro avendo deciso di ergersi a potenza militare di primissimo piano. Parigi per ora si limita a commentare. Il Sud è muto. Solo i produttori di armi guadagneranno.

Di qui la menzogna più vistosa: ovunque vengono aumentate a dismisura le spese militari, si intensifica il riarmo dell’Ucraina (Biden promette 1 miliardo di dollari), e l’Unione europea si trasforma in patto bellico, proclamando però che mai invierà soldati e mai chiuderà i cieli agli aerei (no-fly zone), affinché non scoppi l’Armageddon nucleare. Dai nostri paesi non partono soldati ma mercenari e contractor sì, molti: almeno 20.000 occidentali di cui 4.000 nordamericani, secondo fonti ucraine. Un guazzabuglio di guerra-non guerra insomma, che resuscita la Nato e abbassa l’Europa potenza pacifica.

Il contagio genera altre controverità, come fossero varianti virali. Tra le più fuorvianti: la supposta condanna del Cremlino espressa “quasi all’unanimità” dall’assemblea Onu, il 2 marzo, e l’esistenza di una “comunità internazionale compatta” nel penalizzare Putin. Più che una menzogna è un’impostura. Dalla “quasi unanimità” vengono esclusi Cina, India, Iran, Pakistan, parte dell’America Latina, parecchi paesi arabi, che si sono astenuti. Si tratta di più di 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione terrestre. Segno che la “comunità internazionale” e l’“ordine mondiale” minacciato da Mosca sono pure invenzioni.

Quel che esiste è un disordine globale che il potere unipolare statunitense ha propagato aprendo più scenari di guerra (Afghanistan, Libia, Siria, Somalia, ecc) e spostando la Nato fino alle porte della Russia, per volontà dei Presidenti Usa a partire da Clinton. Quel che esiste è la volontà statunitense di perpetuare l’ordine unipolare creatosi dopo la fine della guerra fredda, fallito miseramente in Iraq e Afghanistan. Un ordine che Biden vorrebbe resuscitare usando l’Ucraina, per meglio sfidare Russia e poi Cina.

All’Europa converrebbe aprire con la Russia una trattativa che preveda la fine delle guerre in Ucraina e la costruzione nel medio termine di un sistema comune di sicurezza, indipendente dalla Nato e dalle strategie Usa. Dire che “Putin non vuole la pace”, come annunciato da Draghi, senza offrire la fine delle sanzioni in cambio della cessazione delle ostilità, rispecchia la teologia politica della Nato, non i nostri interessi. Ormai dovrebbe essere chiaro che l’identificazione dell’UE con l’Alleanza atlantica e con le aspirazioni unipolari statunitensi produce guerre e caos ovunque. La terra è abitata da una moltitudine di potenze e paesi con aspirazioni e visioni contrastanti, che devono imparare a coesistere senza scannarsi e concentrandosi sul punto essenziale che è la sopravvivenza del pianeta. L’ordine futuro non potrà che essere multipolare: qualcosa di ben più complesso del multilateralismo praticato da Stati che già possiedono comuni obiettivi.

La genealogia della guerra ucraina non è ignota. Comincia quando la Nato promette di accogliere Kiev, nel 2008 a Bucarest; continua con la destituzione nel 2014 del Presidente Janukovyc, colpevole di aver ribadito la neutralità scelta dopo la fine dell’Urss; prosegue nel 2019 con l’adesione della Nato iscritta nella Costituzione. Sempre nel 2014 scoppia la guerra nel Donbass, e il neonazista battaglione Azov viene inserito nell’esercito regolare ucraino. Gli accordi di Minsk-2 chiedevano che venissero concesse vere autonomie al Donbass, anche linguistiche, ma Kiev si opponeva.

A questi eventi si aggiungano le manovre Nato sul territorio ucraino. Nel centro di addestramento di Yavoriv, ai confini della Polonia presso Leopoli, la Nato addestra da anni l’esercito ucraino, fornisce armi e know how. È partita da qui l’ultima esercitazione – la più intensa – nel settembre 2021 (“Rapid Trident”). Hanno partecipato 15 paesi tra cui l’Italia. Nel giugno-luglio 2021 si era svolta un’esercitazione nel Mar Nero guidata da USA e Ucraina, di fronte alla Crimea (nome in codice ”Brezza di Mare”).

Con questo non neghiamo che Mosca sia l’aggressore. Non supponiamo nemmeno che Putin faccia i propri interessi. Per ora è riuscito a resuscitare la Nato, a incollare UE e amministrazione Usa, a spostare a Est il baricentro dell’Unione, a creare nel centro Europa una potenza tedesca super-armata, più legata di prima al fronte Est. E come potrà nascere un’Ucraina pacifica, dopo simile guerra? Come finanziare la ricostruzione delle sue città, della sua economia, dello stesso Donbass, dopo tanta devastazione? Come evitare una dipendenza da Pechino che rischia di seppellire l’idea russa di un’alleanza tra pari? Sono domande cui Putin e i suoi successori faticheranno a rispondere, quali che siano le genealogie della guerra in corso.

 

Spie russe a Bergamo? Il Copasir ha smentito tutto: “Solo aiuti medici”

Ci sono dei tic nella stampa italiana duri a morire. Uno riguarda la “misteriosa” missione russa a Bergamo al tempo del Covid che generò articoli e sospetti, in particolare su Stampa e Repubblica, circa le reali intenzioni dei militari di Mosca. Ieri il tic è ricomparso sull’onda degli attacchi al ministro della Difesa Lorenzo Guerini, minimizzati dallo stesso ministro, ma che hanno fatto ripartire la caccia alla spia.

“La genesi del primo intervento in assoluto di militari russi in un Paese della Nato resta misteriosa” scrive la Repubblica. Nell’operazione “Dalla Russia con amore”, la Difesa “non viene preavvisata, né ha modo di concordare le modalità: il 22 marzo 2020, poche ore dopo il colloquio, gli aerei cominciano ad atterrare a Pratica di Mare. I nostri militari sono spiazzati”. Repubblica ricorda di aver condotto un anno fa una lunga inchiesta sulla vicenda, giungendo a una conclusione: “La missione a Bergamo voluta da Putin non aveva l’obiettivo di aiutare gli italiani. Si è trattato di un’operazione di intelligence”. E lascia intendere che fu il presidente del Consiglio di allora, Conte, a fare da sponda alle manovre putiniane.
Tesi rafforzata dalla Stampa che spiega come “diverse fonti di alto livello ce la presentarono come operazione di propaganda”.

Ognuno utilizza le fonti che ha, ovvio, ma pochi giorni fa è stata discussa al Senato la Relazione annuale del Copasir, il comitato parlamentare che controlla l’attività dell’intelligence, quindi la fonte più autorevole in tema di servizi segreti. L’ampio documento – di cui il Fatto aveva già dato notizia settimane fa – si sofferma proprio sulla missione russa a Bergamo e scrive: “Secondo notizie di stampa, nel contingente militare russo inviato in supporto all’Italia nel contrasto all’emergenza sanitaria da Covid-19 nelle province di Bergamo e Brescia nel marzo/aprile del 2020, sarebbe stato presente personale dei servizi segreti russi”. Sulle “notizie di stampa” sono state fatte opportune audizioni di vertici del Dis, dell’Aise e dell’Aisi, le articolazioni dei nostri servizi segreti. “Da quanto si è appreso”, conclude il Copasir, “la missione russa si sarebbe svolta esclusivamente in ambito sanitario con il compito di sanificare ospedali e residenze sanitarie assistenziali (Rsa) e il convoglio si è mosso sempre scortato da mezzi militari italiani”.

Nessun mistero, nessun complotto, tanto che il 26 marzo del 2020 fu lo stesso Guerini a ringraziare, tra gli altri, i russi. E del resto, pensare che in un governo come quello giallo-rosa il M5S potesse manovrare d’intesa con i russi sotto il naso del Pd serve solo a tirare dentro il dossier anche i Dem.

I 5Stelle fanno filtrare l’irritazione di Conte per queste “dietrologie e il complottismo che serve solo a screditare il suo governo”. Tra l’altro se si volesse dare la caccia agli amici di Putin bisognerebbe ricostruire gli ultimi 20 anni, come ha opportunamente ricordato l’altra sera Pierferdinando Casini a In Onda. Si scoprirebbero cose deliziose: quanti ricordano, ad esempio, che l’unica entità italiana a riconoscere l’annessione russa della Crimea nel 2016 fu la Regione Veneto?

Inferno a Mariupol, pioggia di missili: “10mila in trappola”

“Sono di Kharkiv, vivevo nel quartiere di Saltivka e sono arrivata qua sei giorni fa. Le finestre di casa mia sono esplose quando sono stati colpiti altri appartamenti poco distanti, dall’altra parte della strada. Quando bombardavano i miei figli piangevano sempre, si mettevano le mani sopra la testa: pensavo fosse una reazione normale e, non avendo un altro luogo dove andare, non siamo scappati. Dopo le prime due settimane, invece, sembrava non avessero più paura, rimanevano quasi indifferenti alle esplosioni e allora ho capito che dovevo assolutamente portarli via”. Irina è in una camera con le pareti gialle: la sua nuova casa adesso è il centro di accoglienza profughi di Novomoskovsk, una cittadina a trenta chilometri da Dnipro dove, all’interno di un mai costruito del tutto campeggio per bambini, hanno trovato rifugio circa mille persone nelle ultime tre settimane. I letti per i duecento residenti attuali non bastano per tutti e alcuni riposano su dei materassi sistemati sul pavimento, accanto ai quali ognuno conserva i propri bagagli.

In molti arrivano da Kharkiv e in particolare da Saltivka, il quartiere nord est della città a ridosso delle ultime posizioni dell’esercito ucraino, dove i russi bombardano giorno e notte dal 24 di febbraio. Chi non è riuscito a scappare, è rimasto sottoterra, nelle metropolitane, nelle cantine e nei seminterrati delle scuole abbandonate da settimane.

Dopo 24 giorni di guerra, la linea di contatto tra le forze ucraine e le truppe russe sembra ancora tenere nella seconda metropoli più grande dell’Ucraina, ma nel resto del Paese l’avanzata di Mosca è ricominciata, lenta, ma costante e così anche l’esodo dei profughi. A Mangush, nella regione di Donetsk, l’esercito russo ha sequestrato automobili in massa ai check point: alle persone non è rimasto che proseguire a piedi in direzione di Berdyansk. Dentro una decina di casette sparse in un’area grande all’incirca come un campo da calcio, i profughi di Kharkiv, Volnovacha e Sjevjerodonec’k vivono dietro a delle porte colorate, divisi per famiglie. Anche le pareti sono colorate, alcune verdi, altre gialle, altre ancora azzurre. “Le ultime due famiglie di Mariupol sono partite questa mattina”, dice il direttore del centro di accoglienza profughi, “ma con la città ormai circondata, con i russi che avanzano, e senza corridoi umanitari ne arrivano sempre meno, nonostante sia una vero disastro umanitario”. Secondo le autorità municipali di Mariupol, infatti, l’assedio delle forze russe si fa ogni giorno più decisivo e ieri hanno colpito la città con “armi pesanti”, distruggendo anche una scuola dove avevano trovato rifugio quattrocento persone. Da Kiev, intanto, il Governo fa sapere che sono almeno diecimila le persone in attesa di essere evacuate dalla città e tenute in ostaggio dal fuoco dell’artiglieria russa.

In auto, in treno o in autobus: sono decine, ogni giorno, gli arrivi e le partenze, al centro profughi di Novomoskovsk, dove qualcuno, in realtà, da qui pensa di non andarsene fino alla fine della guerra, sperando soltanto che questo giorno sia vicino per poter fare ritorno nella propria casa.

“Gli aiuti alimentari, così come i farmaci, arrivano freschi ogni giorno”, dice una della volontarie impegnata quotidianamente al centro: “Ogni mattina, ogni sera, un uomo solo prepara per tutti: è Rouslan, il nostro chef!”. Rouslan, come molti, ha dovuto lasciare parte della sua famiglia e scappare da Volnovacha per mettere in salvo i suoi figli, di cui uno affetto da autismo. Nella sua improvvisata cucina a legna, nel bel mezzo del giardino del centro rifugiati, Rouslan si carica di lavoro per non pensare a chi non ha più accanto: “questa mattina mi ha telefonato un conoscente per comunicarmi che hanno bombardato la mia abitazione, dove vivono anche i miei suoceri e non so più nulla di loro. Non ho più loro notizie dal ventotto di febbraio”, dice a bassa voce: “Non riesco a sapere neanche se siano ancora vivi o sono morti”.

Leopoli, quella normalità fatta di sirene e notti gelide di guardia

Il sabato sera di Olexandr inizia alle 01.00, l’ora delle discoteche. Solo che il ragazzone ventenne barbuto a quell’ora smonta dal turno di guardia alla barricata d’ingresso a Leopoli da ovest. Consegna l’arma a chi gli dà il cambio, sfila il giubbetto in kevlar e, insieme ai compagni, si ficca in macchina per tornare a casa: è domenica e sarà giorno di riposo per questo drappello di volontari della difesa cittadina della “capitale dell’ovest”, punto di arrivo per chi fugge da Kiev e dall’est e di partenza per la Polonia. Il bus dalla frontiera ha compiuto la gimcana tra sacchi di sabbia e jersey per fermarsi, scaricare del materiale su un furgone della guardia cittadina e proseguire il suo viaggio notturno. I volontari non si aspettano altri arrivi e possono allontanarsi dal barile dove arde un fuoco che riscalda i -4 gradi della notte: in Ucraina sta arrivando la primavera, senza piogge. “Non mi aspettavo che il presidente si dimostrasse così abile”, dice l’omonimo di Zelensky mentre ripone il bagaglio nell’auto prima di attraversare i deserti stradoni mal illuminati verso il centro della città, a lungo polacca in epoca pre sovietica e da 25 anni patrimonio Unesco. I volontari hanno smesso le occupazioni pre-belliche, difendono la città senza esaltazione. Cavalli di frisia vengono forgiati e accumulati ai lati delle direttrici d’ingresso per esser sparsi nel momento in cui i tank russi dovessero avvicinarsi; ma non è nell’aria, se si esclude il “solito” allarme anti-aereo. La gente di Leopoli vive queste settimane con semplicità, come l’affollamento alla stazione: non c’è più la calca dei primi tempi e il flusso viene smaltito senza affanni dalle associazioni con le tende sul piazzale dell’edificio Art Nouveau. “Zelensky dice che l’Europa non fa abbastanza per aiutarci: queste fortificazioni non basteranno contro i russi”, dice uno dei volontari. I ragazzi si lanciano poi in una disquisizione sulla lingua russa, così diversa da quella ucraina e più vicina alle lingue slave: quella degli “invasori” è definita “idioma da orda”, quello dei conquistatori mongoli venuti per secoli dalle steppe orientali. Insomma, barbari estranei a quella che si considera orgogliosamente culla della cultura russa, che si sarebbe ora rivoltata contro le sue stesse origini.

Kiev, via i partiti filo-Mosca e legge marziale anche in tv

Tempo di guerra, di cori e non voci sole. Con un decreto firmato ieri, “in base alla legge marziale” in vigore nel Paese, il presidenze Volodymir Zelensky ha accorpato tutti i canali tv ucraini per creare “un’unica piattaforma informativa” per “una comunicazione strategica”: giorno e notte andrà in onda un contenuto singolo, “che consiste principalmente in programmi informativi e analitici”. Le reti verranno unificate, ma non chiuse, ha assicurato a Bruxelles Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente. “Per tutelare la sicurezza” il Consiglio nazionale della difesa del “servitore del popolo” ha deciso anche di sospendere dalle attività 11 partiti accusati di legami con Mosca. Raggruppamenti, per lo più, con pochi elettori e potere, ad eccezione della “Piattaforma d’opposizione – per la vita” che occupa 44 seggi alla Rada, il Parlamento ucraino. A capo c’è l’oligarca Viktor Medvedchuk: già accusato di tradimento dalle autorità di Kiev prima che il conflitto cominciasse, è scappato dagli arresti domiciliari tre giorni prima che i carri armati di Mosca varcassero la frontiera il 24 febbraio scorso. Medvedchuck, contrario all’avvicinamento del Paese ex sovietico all’Unione europea e all’allineamento con le Capitali occidentali, è più che vicino agli uomini del Cremlino e, in particolare, al suo capo: il padrino della figlia, si mormora, sarebbe proprio Putin. Tra le persone non grate, in base all’ultimo decreto di Zelensky, ci sono anche i membri del partito Nashi, “I nostri”, guidati da Yevhen Murayev, il politico che, ha riferito in precedenza l’intelligence britannica, i servizi segreti russi avevano individuato come possibile sostituto del presidente ucraino. Silenziare parte dell’opposizione di Kiev è “Un altro errore che dividerà il Paese”, ha commentato Vyacheslav Volodin, presidente della Duma di Stato russa.

Un nuovocollegamento per spostare gli equilibri delle alleanze, un altro mega-schermo da cui affacciarsi, verso un nuovo Parlamento: ieri, a quello israeliano, la Knesset, Zelensky ha ricordato le parole di Golda Meir, quarta premier di Tel Aviv, nata a Kiev e fuggita dai suoi pogrom: “Noi vogliamo vivere, ma i nostri vicini ci vogliono morti”. E poi, perentorio: “Questa è la guerra tra il bene e il male”. Suggerendo paralleli tra Hitler e l’ Olocausto e l’azione di Putin, il popolo ebraico e quello ucraino, il leader gialloblu ha chiesto due cose: armi per il suo esercito e forti sanzioni contro la Russia. All’appello è però seguita anche un’offesa: “La guerra è terribile, ma il paragone con l’Olocausto e la soluzione finale è oltraggioso”, ha detto Yoaz Hendel, ministro delle Comunicazioni israeliano.

Altri due gli allarmi: il primo è dell’Onu, che stima che circa 10 milioni di ucraini abbiano già abbandonato le loro case. Il secondo di alcune parlamentari di Kiev accolte a Westminister: stupri ed impiccagioni sarebbero stati compiuti dalle forze russe contro le donne delle regioni dove le truppe di Mosca avanzano. Non smentita dalle Capitali di guerra – che continuano però a dirsi non pronte a compromessi – la Turchia, membro Nato, lascia che il mondo speri in una prossima tregua: “Siamo in contatto con i team dei negoziatori, ci sono progressi per porre fine all’invasione, le parti sono vicine ad un accordo”, ha detto il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu. Il fedelissimo di Erdogan ha assicurato che si è raggiunta un’intesa “sui primi quattro punti del documento proposto da Mosca”. Ankara, in corsa per accreditarsi come mediatrice finale del conflitto, si offre di ospitare il vertice trilaterale tra il presidente russo e l’omologo ucraino sotto l’egida di quello turco. Ieri, davanti alle telecamere della Cnn, il numero uno di Kiev è tornato a chiedere un incontro all’omologo moscovita: “Se i tentativi falliscono, allora vuol dire che questa è la terza guerra mondiale”.

A distanza siderale e online, oggi verranno ripresi i colloqui e riaperti i negoziati. A Mosca, riaprirà anche la Borsa: è rimasta chiusa dal 25 febbraio, il giorno successivo a quello che ha cambiato la mappa dell’Ucraina e il destino d’Europa.

Ma mi faccia il piacere

Loro Piana, noi pirla. “Loro Piana: ‘Imbarazzati per la nostra giacca da 12mila euro indossata da Putin’” (Repubblica, 19.3). Pensavano che la comprassero solo gli operai metalmeccanici.

Pussy Riott vende moda. “Putin ha parlato in pubblico dopo tempo, maglione dolce vita bianco da cinepanettone” (Gianni Riotta, Repubblica, 19.3). Col caldo che fa a Mosca, si aspettava come minimo canotta e infradito.

Ascolta, si fa Pera. “Dobbiamo prevenire la guerra. Anche con il dispiegamento di armi” (Marcello Pera, Foglio, 17.3). E prevenire la puzza, anche scoreggiando.

Il petomane. “Quando ha dato del criminale di guerra a Putin, il presidente Biden stava parlando dal suo cuore” (Jen Psaki, portavoce della Casa Bianca, 18.3). Sicura che fosse il cuore?

TgPravda. “Su questi scalini Odessa si ribellò ai bolscevichi nel 1905” (Tg1, sulle immagini de La corazzata Potemkin, 12.3). Purtroppo i bolscevichi presero il potere nel 1917, mentre nel 1905 Odessa si ribellò allo zar Nicola II incitata dal leader rivoluzionario Lenin, e i ribelli furono massacrati non dai bolscevichi, ma dagli zaristi.

Par condicio. “Dopo Zelensky, mi piacerebbe che alla Camera parlasse anche Putin” (Nicola Grimaldi, deputato M5S, 18.3). Seguirà, in Antimafia, la lectio magistralis di Matteo Messina Denaro.

Il nuovo Merkel. “L’asse Draghi-Rutte” (Foglio, 17.3). “Draghi è tornato sempre più centrale” (Foglio, 19.3). I nuovi obiettivi di Draghi e la Ue”, “Draghi ha appena incontrato i colleghi di Spagna, Portogallo e Grecia allo scopo di rafforzare l’unità d’azione dei Paesi mediterranei” (Stefano Folli, Repubblica, 19.3). “Draghi, asse con Sànchez e Costa” (Corriere della sera, 19.3). Accipicchia, e poi dicono che non conta niente.

La Recalcàzzola. “La sinistra ideologica e populista – quella che Manconi ha definito ‘sinistra autoritaria’ – che non si schiera apertamente a fianco del popolo ucraino, invocando la retorica del ‘né né’, perde l’occasione per mostrare la sua adesione alla democrazia contro ogni forma di dittatura, ivi compresa quella del popolo che, come sappiamo, è purtroppo una matrice archetipica” (Massimo Recalcati, Repubblica, 19.3). Come fosse antani con scappellamento a sinistra per quattro.

Autobombe. “Civili uccisi a Donetsk. Missile sul Donbass fa più di 25 morti. Non è chiaro chi abbia sparato” (Repubblica, 16.3). Probabile che i russi si bombardino da soli.

Betullate. “I nostri 007 si informano sui giornali” (Renato Farina, Libero, 14.3). Bei tempi quando giornalisti e 007 coincidevano.

Caffè corretto grappa. “Il professor Orsini… la vera star del Pacinarcisismo… sembra posseduto da una sorta di timor panico nei confronti di Putin… La mia speranza rimane che un giorno a Mosca un omologo del professore possa dire in un talk show che i russi fanno schifo come gli occidentali. Significherebbe che anche lì è arrivata la libertà” (Massimo Gramellini, “Il Caffè”, Corriere della sera, 19.3). Come in Italia, dove Orsini viene censurato dalla Luiss e dal Messaggero e Innaro dalla Rai per aver detto la loro sull’Ucraina, mentre i Gramellini, eroicamente silenti sui crimini dell’Occidente in Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia, vengono puniti con programmi Rai e prime pagine del Corriere.

Noi chi? “Diamo più armi a Kiev e ci rafforziamo a Est” (Jens Stoltenberg, segretario generale Nato, Corriere della sera, 17.3). Fortuna che ogni tanto confessano.

Saldi e ribassi. “Berlusconi avverte il premier: ‘Leali ma niente sconti sul fisco’” (Giornale, 19.3). A parte quelli che si fa già lui da solo.

Bertoldo. “Palamara ricusa i suoi giudici: ‘Incompatibili, sono dell’Anm’” (Giornale, 16.3). Lui si fa processare solo da giudici iscritti alla Fiom.

Falsini. “Renoldi al Dap porterà la Carta Costituzionale dentro le nostre carceri” (Walter Verini, deputato Pd, Dubbio, 19.3). Quindi i governi Prodi, Draghi, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte2 e Draghi – guidati o sostenuti dal Pd da quando esiste – l’avevano cancellata.

Fiandaca Maxima. “Renoldi scelta eccellente. L’antimafia dura e pura è contro la Costituzione” (Giovanni Fiandaca, Dubbio, 16.3). Meglio l’antimafia molle e zozza.

I titoli della settimana/1. “Putin all’ultimo stadio” (Foglio, 19.3). “Putin all’ultimo stadio” (Giornale, 19.3). “All’ultimo stadio” (Manifesto, 19.3). Stesso titolista per risparmiare?

I titoli della settimana/2. “Quelle tristi analogie tra No-vax e filo-Putin” (Luigi Manconi, Stampa, 19.3). Uahahahahahah.

I titoli della settimana/3. “Sul processo al figlio di Grillo si allunga l’ombra della prescrizione” (Luca Fazzo, Giornale, 17.3). Ma non si chiamava assoluzione? Ah no, solo quelle del padrone.

I titoli della settimana/4. “Stefania Craxi: ‘Bettino avrebbe capito le intenzioni di Putin’” (Verità, 16.3). E gli avrebbe chiesto subito una mazzetta.

Il titolo della settimana/5. “Fucile e lecca lecca. ‘Vi spiego perchè ho fotografato così la mia bambina di 9 anni’” (Corriere della sera, 13.3). Perché sei un imbecille.

“Mi fanno male i capelli”: Monica crede di essere la Vitti

 

Dopo Claudia Gerini, autrice e interprete di Tapirulàn (nelle sale tra un mese), anche Paola Cortellesi e Micaela Ramazzotti stanno per debuttare alla regia: la prima a settembre con una commedia Wildside di cui sarà la protagonista, dopo averla sceneggiata con Furio Andreotti e Giulia Calenda; la seconda tra pochi giorni con Felicità, di cui sarà anche interprete per Lotus Production con Max Tortora, Anna Galiena e Sergio Rubini, dopo aver recitato in un episodio di The Good Mothers, una serie Disney+, tratta da storie vere, su tre donne nate nei clan della ’ndrangheta che decidono di collaborare con la giustizia.

 

Roberta Torre ha iniziato le riprese del suo settimo film intitolato Mi fanno male i capelli, interpretato da Alba Rohrwacher e Filippo Timi e prodotto da Donatella Palermo per Stemal e Rai Cinema. Racconta la storia di Monica, una donna che perde la memoria e ritrova il senso alla propria vita identificandosi nei personaggi dei film interpretati da Monica Vitti. Edoardo, che la ama profondamente, spera che questo gioco la salvi e così permette che la finzione diventi la loro nuova vita quotidiana.

 

Sabrina Impacciatore, Beatrice Grannò e Simona Tabasco, le ultime due reduci dal successo della serie Rai Doc – Nelle tue mani, sono le interpreti italiane scritturate con Jennifer Coolidge, F. Murray Abraham e Tom Hollander per la seconda stagione della serie Hbo-Sky The White Lotus, ambientata questa volta in Sicilia e incentrata sui capricci e le nevrosi degli ospiti di un resort di lusso, nella fattispecie il San Domenico Palace di Taormina.

 

La vita del boss Raffaele Cutolo, fondatore della Nuova Camorra Organizzata, verrà raccontata in un film e una serie tv scritti da Giancarlo De Cataldo per Ilbe (Iervolino and Lady Bacardi Entertainment) e Elisir 27 di Elide Melli.

Il tour di Gino il Giusto: 360 chilometri di corsa e documenti nel telaio per salvare gli ebrei

Non dev’essere facile raccontare il silenzio, tanto meno disegnarlo. Eppure il graphic novel Bartali, scritto da Julian Voloj e illustrato da Lorena Canottiere, ci è riuscito. Qui il silenzio è quello calato per anni sull’impresa più eroica di Gino Bartali, che salvò la vita a centinaia di ebrei, mettendo a rischio la propria, nel più assoluto riserbo. La biografia a fumetti, edita da Coconino, ha trovato tutte le sfumature e i colori per raccontare la “scelta silenziosa” di un campione che è riuscito a fare tutto con due soli mezzi: la bici e il coraggio.

La vita del ciclista iniziò in modo modesto: figlio di un muratore e di una sarta, nacque nel 1914 a Ponte a Ema, vicino a Firenze. Profondamente religioso, con la bicicletta riscoprì quella libertà che il fascismo gli aveva tolto. Nel 1938 vinse il primo Tour de France, ma al posto di dedicare la vittoria al duce, com’era prassi, si limitò a ringraziare Santa Teresa di Lisieux e i suoi ammiratori. Nel 1948 conquistò per la seconda volta la Grande Boucle, a 34 anni, battendo rivali molto più giovani di lui. Il clamore mediatico fu enorme e riuscì a coprire quello suscitato dall’attentato a Togliatti. Qualcuno sostenne che Bartali, con la vittoria, evitò lo scoppio della guerra civile in Italia. Un po’ esagerato, forse. Sta di fatto che prima dell’ultima tappa del tour ricevette una telefonata dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi: “Volevo farle solo sapere che… ecco, la sua vittoria sarebbe importante per la nazione”. E vinse. Ma la sua impresa più eroica restava segreta.

Tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944, Bartali fece spola tra Firenze e Assisi, dove si procurava documenti falsi per salvare famiglie di ebrei. Sfruttava la sua notorietà per passare i posti di blocco. Repubblichini e nazisti riconoscevano “quel naso triste come una salita e quegli occhi allegri da italiano in gita” cantati da Paolo Conte, e lo lasciavano passare. Partiva la mattina dall’Arcivescovado di Firenze con le foto dei perseguitati e le portava ad Assisi, dove la tipografia Brizi stampava i documenti. Ripartiva nel pomeriggio con le carte nascoste nel telaio della sua Bartali da 17 chili e correva per 360 chilometri tra gli Appennini. Salvò quasi mille ebrei dai rastrellamenti e rischiò la vita più di una volta. Finì anche interrogato a Villa “Triste”, a Firenze, ma non rivelò mai quello che aveva fatto. Al posto suo parlarono le Clarisse di Assisi che si ricordavano i pranzi con il ciclista durante le soste tra un viaggio e l’altro: lo raccontarono nel 2005 a Paolo Alberati, all’epoca studente di Scienze politiche a Perugia, che lo scrisse nella sua tesi di laurea. La notizia, nel 2013, a tredici anni dalla morte, valse a Bartali il titolo di “Giusto tra le nazioni”.