In principio erano lettere velenose e sinistre telefonate mattutine ai direttori. Poi, con l’arrivo del digitale, fu Maurizio Gasparri: all’epoca vicepresidente del Senato, e dunque in teoria obbligato dal famoso senso delle Istituzioni a una proporzionale misura, il forzista fu l’inventore di un metodo che, come molte altre cose, i pallidi epigoni berlusconidi del Pd renzista hanno portato allo zenit (anzi, al nadir), costruendo su di esso la massima parte della loro comunicazione. Gasparri al mattino leggeva i giornali in cerca del proprio nome; il cronista o il satirista che avesse osato tirarlo in ballo e non per dire quanto fosse brillante, finiva alla gogna su Twitter, dove un drappello di fan di Gasparri (specie oggi estinta, come i dodo) regolava i conti da par suo (bene, vista la competenza nel ramo “spedizioni punitive” della parte politica da cui proviene Gasparri, che oggi a onor del vero è un lord del Lancashire in confronto a molti colleghi). Il messaggio recapitato all’autore della sgarberia era chiaro: la prossima volta pensaci due volte a scrivere di me, perché a infamarti per pura vendetta ci metto un secondo.
Poi venne Beppe Grillo, che diede alla pratica una teoria e un alibi: nella rubrica “Giornalista del giorno” sul suo blog, si eleggeva un vincitore nella produzione di fake news (incidentalmente, notizie e commenti negativi sul M5S), il quale per premio veniva subissato di sputi virtuali e minacce sotto tutte le forme che la cloaca del web consente; ovviamente, anche la più flebile protesta valeva come convalida dell’iscrizione alla lista nera. Di questo sbarazzino vezzo, ricalcano lo spirito Di Maio e Di Battista quando dedicano epiteti da lupanare ai giornalisti critici o vicini all’establishment.
Oggi lo sporco lavoro è stato perfezionato dall’opposizione, anche detta “argine ai populisti”. Molti politici o quasi del Pd, incapaci di gestire il loro fallimento epocale e mal sopportando la ferita narcisistica inferta loro dai commentatori non controllabili, passano le giornate a frignare sui social per la cattiva stampa; lì, truppe più o meno organizzate con altrettanto tempo libero e frustrazioni varie partecipano volentieri a questa inedita forma di intimidazione democratica. Renzi, per esempio, sa di poter contare su un esercito di alacri delatori, se ha persino aperto una casella e-mail dove segnalargli offese e mancanze di rispetto, di modo che egli possa procedere a esemplare querela. Del resto lui è quello che in una Leopolda elesse tra le grida del pubblico “il peggior titolo di giornale” (vincemmo noi, modestamente).
Calenda, aspirante leader ignoto al grande pubblico ma tanto autorevole da pubblicare foto di sé stesso in costume a bordo lago per “prendere in giro il machismo dei sovranisti” (mah), ha additato al suo pubblico come “talebana” la sottoscritta per aver detto l’ovvio, e cioè che egli al momento, prima di prendere il 30% previsto da sé stesso e dai principali quotidiani, non rappresenta nessuno.
La sparuta orda di troll e odiatori che costituisce il suo seguito ha risposto all’appello: gente che non aveva neanche letto l’articolo sgradito al Sirenetto dei Parioli se n’è fatta bastare una riga per coprire la sua autrice di insulti per 48 ore; un tripudio di cuoricini s’è guadagnato Calenda quando ha stimato che noi del Fatto non “rappresentiamo nessuno” (forse dobbiamo candidarci alle elezioni per parlare, come disse Di Maio di Bankitalia), o comunque meno di “un’unghia del mignolo del piede sinistro della Bonino” (come se noi fossimo in competizione con una politica con la storia della Bonino, della quale semplicemente ricordavamo il 2,5% alle elezioni). Escluso che i suoi fan squadristi verbali conoscessero la nostra opera omnia, di Calenda premiavano il tono denigratorio, cioè del politico non la caratura politica, che oggettivamente è quel che è, ma la capacità di demolire la reputazione di chi osi nominarlo. Paradossalmente, in queste rappresaglie i giornalisti vengono additati ai (non) lettori come “casta” dai protagonisti di quella che si pretende “opposizione ai populisti”, laddove gli haters sono sempre più la nuova base del Pd.
È curioso in quest’andazzo il silenzio dei sinceri democratici che di fronte all’editto bulgaro di B. e alle liste di Grillo gridarono alla democratura, alla schedatura e alla lapidazione. Di alcuni, sappiamo: mettono i like al politico spiritoso sapendo di esserne risparmiati, gongolando se un loro collega viene oltraggiato da una muta di feroci nullità. Di certo sappiamo dove eravamo noi, quando a finire nelle liste nere erano loro, e dove staremo sempre: dalla parte della libertà di parola, di satira e d’invettiva, consci che le reazioni isteriche dei piccoli politici stanno lì a dimostrare che se nel trollaggio sul web essi sono imbattibili, nel mondo reale le parole scritte sui giornali hanno ancora un valore.