Il suicidio di Rocco Greco e la sconfitta dello Stato

Era stato nel direttivo dell’associazione antiracket di Gela Gaetano Giordano, ha denunciato e fatto arrestare gli estorsori che lo tartassavano, ma la sua azienda era stata cancellata dalla white list della Prefettura perché ritenuta permeabile alle infiltrazioni mafiose. Stanco di lottare, l’imprenditore Riccardo Rocco Greco di Gela si è sparato un colpo di pistola alla tempia e il suo gesto è ora un atto di accusa che scuote la politica: il deputato di Sel, Erasmo Palazzotto, chiama in causa Salvini (“penso che debba trovare il tempo per spiegare esattamente cosa è successo”) e l’ex procuratore antimafia Pietro Grasso parla di “sconfitta dello Stato”.

“Esiste un commissario antiracket che dovrebbe cercare di venire incontro a queste esigenze”. A trovare il corpo è stato il figlio Francesco, rimasto con la madre e la sorella a gestire la Cosiam, un’azienda edile: “Avevamo lavori in Emilia, Friuli, a Genova, in Campania e Calabria, e poi ovviamente il grosso in Sicilia, avevamo appalti con Enel, raffineria di Gela e Lukoil. Li abbiamo persi tutti”, racconta, da quando l’11 gennaio scorso dopo un’istruttoria di tre anni e mezzo il Tar aveva bocciato il ricorso di Greco contro la cancellazione dalla white list. Gli estorsori che aveva fatto arrestare lo avevano contro denunciato per complicità, il giudice aveva archiviato ogni accusa: “Ha ribadito che Rocco Greco era stato vittima della mafia – dice il figlio – non socio in affari dei boss”. Ma per la Prefettura era rimasta l’ombra di una permeabilità alle infiltrazioni che aveva fatto scattare l’interdittiva antimafia, il blocco delle commesse e il licenziamento di 50 operai. “Adesso – dice Palazzotto – la commissione Antimafia dovrebbe aprire una riflessione per comprendere come sia possibile che sempre più spesso chi denuncia finisce per diventare vittima anche dello Stato”.

“Nel 1993 il Sisde voleva far evadere Totò Riina”

Attraverso le cosche calabresi, il Sisde voleva fare evadere Totò Riina sei mesi dopo la sua cattura a Palermo nel gennaio 1993. A riferirlo è il pentito Pasquale Nucera, sentito ieri nel processo “’ndrangheta stragista” che vede imputati i boss Giuseppe Graviano e Rocco Filippone, accusati dell’attentato ai carabinieri Fava e Garofalo rientrante nelle “stragi continentali”.

Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, il collaboratore di giustizia descrive un progetto di evasione stile “El Chapo”: la ’ndrangheta avrebbe dovuto assoldare mercenari serbi e un pilota di elicottero.

Ci sarebbe stata anche una riunione, a Montecarlo dove pezzi infedeli dello Stato, già coinvolti nell’inchiesta sullo scandalo dei fondi neri del Sisde, si sarebbero incontrati con un agente libico, il figlio del boss Mico Libri e Vittorio Canale, storico ambasciatore della cosca De Stefano in Costa Azzurra. A quella riunione Pasquale Nucera non partecipò ma accompagnò proprio Vittorio Canale che, in quel periodo, lo stava ospitando a Nizza, nell’hotel “Panoramic”, “una vera e propria base per ‘ndrangheta e Cosa nostra”.

Sono passati più di vent’anni da quando Nucera ha deciso di saltare il fosso facendo trovare, a largo delle coste calabresi, la nave militare “Laura C”, affondata agli inizi del Novecento con tonnellate di tritolo diventato poi l’arsenale della ’ndrangheta.

Alcuni nomi non li ricorda. Altri invece ce l’ha impressi nella mente come quello di Licio Gelli conosciuto a Roma in un incontro organizzato per discutere dell’appalto sul doppio binario che collegava Reggio Calabria a Saline ioniche.

Quando il pm lo incalza rivive tutte le situazioni e incastra le circostanze come aveva già fatto davanti ai magistrati di Palermo e Firenze.

Era il luglio 1993 quando – dichiara il pentito – si svolse una riunione in un albergo di Montecarlo”. A quell’incontro “c’era un agente libico e c’era Broccoletti, uomo dei servizi deviati”.

Il nome di battesimo non lo fa, ma il riferimento è a Maurizio Broccoletti, l’ex direttore amministrativo del Sisde, allontanato nel 1991 dagli apparati di sicurezza e coinvolto nello scandalo dei fondi neri.

L’agente libico, invece, per il pentito Nucera è un personaggio che, “fino a 4 o 5 anni fa lavorava con il petrolio, la benzina di contrabbando che veniva venduta a parecchi distributori gestiti dalla ’ndrangheta e da cosa nostra”.

“Ho accompagnato Vittorio Canale a quell’incontro in cui Broccoletti e l’agente libico lo avevano incaricato di organizzare l’evasione di Salvatore Riina dal carcere. – dichiara Nucera – Gli avevano dato una prima rata di acconto di 100 mila dollari. Forse di più. Soldi che dovevano servire ad assoldare un gruppo di 20 mercenari e un pilota di elicottero”.

Questo compito spettava proprio a Pasquale Nucera perché era in contatto con i mercenari che nel 1991 avevano combattuto la guerra del Golfo. In Iraq, infatti, c’era pure il pentito: “Sono stato lì 22 giorni”. È per questo che – aggiunge – a me diedero l’incarico di gestire i rapporti con i mercenari che servivano per l’evasione di Riina”. Nucera fornisce i loro nomi: “Sono andato a Belgrado. Dovevano essere serbi. Gli dovevo presentare alcuni mercenari di Milosevic come Vinco, Machilla, Luis e Alain”.

I rapporti tra le cosche calabresi e quelle siciliane stanno dietro pure all’omicidio del giudice Antonino Scopelliti consumato nel 1991. La decisione di uccidere il magistrato, che in Cassazione avrebbe dovuto rappresentare l’accusa nel maxi-processo a Cosa Nostra, fu presa in un summit a Villa San Giovanni dove i boss calabresi incontrarono “il commercialista di Riina, Mandalari”, e un tale “Santoro”. In realtà, quest’ultimo era “Leoluca Bagarella”.

Non ha dubbi il pentito Nucera: “’Ndranghetisti e massoni hanno deciso di eliminare il giudice Scopelliti”.

I Caf accoglieranno le richieste del reddito di cittadinanza

In attesa del 6 marzo, primo giorno in cui potranno essere presentate le domande per il reddito di cittadinanza mediante sito ufficiale del governo, Poste e Caf, è arrivata ieri l’intesa con l’Inps sul rinnovo della convenzione Isee e sulla nuova convenzione del Redditone. I Centri garantiranno assistenza agli utenti già a partire da mercoledì prossimo. Ovviamente il servizio sarà gratuito per i cittadini, mentre l’Inps erogherà ai Caf circa 12 euro per ogni pratica presa in carico. Dal canto suo l’istituto di previdenza ha già provveduto a pubblicare online i tre moduli per la domanda del reddito: oltre a quello principale, sono online da mercoledì sera anche il modello RdC/PdC Ridotto, per comunicare i redditi di attività lavorative in corso al momento della presentazione della domanda e non interamente valorizzati su ISEE, e il form RdC/PdC Esteso, con il quale i beneficiari dovranno comunicare tutte le variazioni intervenute nel corso della percezione della misura. Ovviamente anche Poste avrà un ruolo importante. Riceverà infatti le domande, le girerà all’Inps e dopo l’eventuale ok si occuperà di fissare i vari appuntamenti con la card pronta.

Meme-Calenda: l’ironia oltre la pancia

Sapersi prendere in giro, in fondo, è un’arte. E in quest’arte l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, è bravo. L’autoironia non gli manca e neanche la capacità di cogliere la genialità di chi partendo dalla sua – nello specifico partendo dalla foto che ha postato su Twitter da “vero sovranista”, che lo immortala dopo un bagno in un lago ghiacciato di montagna, con cigno annesso alle spalle – ha creato e fatto circolare dei fantastici fotomontaggi. Lo stesso Calenda ne ha condivisi un paio sulla sua pagina Twitter, incoronando tra i migliori quello con il fumetto che contiene un volatile arrostito (il povero cigno?) e quello che lo colloca in testa alla folla ritratta ne “Il quarto Stato” di Giuseppe Pellizza.

La pensione è un diritto, però un privilegio va tolto

“Taglieremo le pensioni d’oro dei sindacalisti” e “aboliremo i privilegi sindacali”. Questa la versione di Luigi Di Maio, vicepresidente del Consiglio. “Di Maio dice sciocchezze”, questa, invece, la versione di Maurizio Landini, segretario della Cgil. Qual è la situazione? Ci sono o no i privilegi o le pensioni d’oro o altro?

Le pensioni d’oro, quando ci sono, costituiscono il frutto di stipendi molto alti che però si contano su pochi casi. Il più eclatante resta quello, scoperto dal nostro giornale, di Raffaele Bonanni, ex segretario Cisl che, con uno stipendio di 336.260 euro l’anno, ottenne una pensione di 5.391 euro mensili. Ma è difficile trovarne altri analoghi (che pure ci sono).

Il resto, invece, ruota attorno alla “contribuzione aggiuntiva” prevista da un decreto legislativo, il 564 del 1996 che regolamenta le aspettative per incarico sindacale.

L’aspettativa è un privilegio?

No, si tratta di un diritto sancito dallo Statuto dei lavoratori (art. 31) che garantisce ai “lavoratori che siano eletti” e “ai lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali” di essere “collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro mandato”.

In che consiste l’aspettativa nel caso dei sindacalisti?

L’aspettativa per i sindacalisti, sia nel privato che nel pubblico, può essere retribuita, e in tal caso si definisce “distacco”, o non retribuita. Nel primo caso è il soggetto che impiega a corrispondere lo stipendio (caso raro nel privato), mentre nel secondo caso sarà il sindacato presso cui si esercita l’incarico sindacale a farsi carico dello stipendio.

Chi paga i contributi?

I contributi, per la parte che compete alla retribuzione ordinaria, sono “figurativi”, cioè a carico del fondo previdenziale. Qui si può raffigurare una situazione di favore, ma, se fossero a carico del sindacato, renderebbero di fatto impossibile la loro attività. Esiste un problema di abusi che però non dovrebbe scoraggiare questo diritto. Secondo il ministero della Pubblica amministrazione le giornate di assenza dei pubblici dipendenti per motivi sindacali (inclusi i permessi) nel 2010 rappresentavano lo 0,16% delle giornate complessive di lavoro, pari al lavoro di 3.655 dipendenti per un anno per un costo di circa 113 milioni di euro.

Che cos’è la contribuzione aggiuntiva?

Sulla eventuale differenza tra lo stipendio percepito sul posto di lavoro e quello corrisposto dal sindacato (anche nella forma di vari emolumenti o indennità) quest’ultimo ha la facoltà, e non l’obbligo, di versare nelle casse previdenziali una “contribuzione aggiuntiva” che si aggiunge a quella figurativa e non dà diritto, autonomamente, a nessuna prestazione previdenziale, ma rende più cospicui i contributi e quindi, alla fine dell’attività lavorativa, la pensione. Non si tratta di un vantaggio previdenziale perché è un effettivo esborso di denaro da parte del sindacato, peraltro che deve essere autorizzato dall’Inps.

Perché allora l’Inps parla di un privilegio medio del 27%?

La stortura riguarda solo coloro che, nel pubblico impiego, ancora godono del sistema misto per il calcolo della pensione. Questo si basa su due tipologie di contributi: la quota A, calcolata sulla retribuzione percepita l’ultimo giorno di servizio, e la quota B, calcolata sulla media delle retribuzioni in un periodo più lungo. Come spiega l’Inps, “un versamento elevato di contribuzione aggiuntiva sull’ultima retribuzione incide in modo molto significativo sulla quota A, facendo aumentare anche di molto la pensione complessiva dei sindacalisti del settore pubblico”. Qui sta il vero privilegio. Secondo la Cgil, per eliminare questo caso basterebbe la vigilanza dell’Inps oppure una norma che equipari le regole tra pubblico e privato.

Ci sono altri privilegi?

Come ha spiegato Maurizio Landini, il sindacato si basa sui versamenti dei propri iscritti per le proprie spese. Nel pubblico impiego, però, c’è il nodo dei distacchi e dei permessi sindacali, diritto sacrosanto, ma di cui spesso si abusa. C’è poi il contributo rilevante, 255 milioni annui, per gli enti di Patronato e 246 milioni, che nel 2019 si ridurranno a 217 milioni, per i Caf, per i servizi da questi svolti (dichiarazione redditi pensione, etc.). Si tratta di un contributo in cambio di un servizio, ma è chiaro che lo scambio è sottoposto a costante valutazione.

“L’Italia liberata”, il progetto che dà voce a storie di Resistenza

Non è solo un libro, uno spettacolo teatrale, una mostra. “L’Italia liberata” è un grande progetto multimediale sulle storie partigiane, in cui la guerra di liberazione dalla dittatura nazifascista e dall’occupazione tedesca viene raccontata attraverso le tante storie di resistenza che hanno fatto l’Italia e cambiato il corso della storia. Realizzato dal giornalista, scrittore e autore Daniele Biacchessi, in collaborazione con Associazione Arci Ponti di memoria e il sostegno di Arci nazionale, il progetto si compone di un libro (in uscita il 2 aprile per Jaca Book) e di uno spettacolo che partirà il 19 marzo da Cetona (in provincia di Siena) e andrà avanti fino a fine maggio con oltre 15 date in giro per tutto il Paese. Tutto autofinanziato da una campagna di crowdfunding (per cui le donazioni sono ancora aperte). Per dare voce a una grande narrazione popolare e collettiva che ripercorre i luoghi dove è ancora vivo il ricordo delle migliaia di persone che hanno pagato a caro prezzo gli ideali di democrazia e libertà. È questa “l’Italia liberata”.

Pd, il gioco delle primarie: trova le differenze fra i tre

Un elettore di centrosinistra, ma anche semplicemente un democratico, non può non augurarsi che il sistema disponga di alternative. Oggi un’alternativa alla maggioranza di governo non può prescindere dal Pd. Dunque non si può essere indifferenti alle sue primarie, nonostante il clamoroso, imperdonabile ritardo con il quale si celebra il suo cosiddetto congresso, dopo un anno di sostanziale immobilismo, e con decisive consultazioni europee alle porte. Prevengo una facile obiezione alle note che seguono, sfidando apertamente la convenzione “politicamente corretta” secondo la quale contano i contenuti, le politiche e i programmi. Spesso si tratta di un espediente esorcistico: certo conta il cosa, ma contano anche il chi, i partner, gli interlocutori. Non giova all’affluenza alle primarie il surplus di tatticismo dei tre candidati, l’opposto di una trasparente e franca tematizzazione delle differenze, cui di sicuro contribuisce il convitato di pietra Matteo Renzi, con la sua studiata doppiezza: resto o vado per “un’altra strada” (titolo eloquente e allusivo del libro che va presentando in un tour frenetico); voto alle primarie ma non rivelo per chi; distribuisco i miei su due candidati, Giachetti e Martina. Eppure il confronto congressuale dovrebbe muovere esattamente da un giudizio sul corso renziano, da un bilancio di quella esperienza politica e di governo che fa tutt’uno con il profilo identitario del Pd. Non quello fissato nelle carte statutarie, ma quello interpretato e forgiato da Renzi, dominus di quella stagione.

I due candidati più accreditati si segnalano per reticenza. Naturalmente tutti dichiarano che Matteo è una risorsa, si augurano che non faccia mancare il suo prezioso contributo, ma la realtà è palesemente diversa, ma domina una dissimulazione che certo non favorisce la chiarezza del confronto. Il solo esplicito è Giachetti, che rivendica orgogliosamente il suo turborenzismo e che, non a torto, lamenta l’irenismo dei suoi competitor. Egli non esclude l’abbandono del PD se la vittoria di Zingaretti dovesse portare a una ricucitura con Bersani e a un dialogo con i 5 stelle. In breve, una posizione chiara ma già virtualmente scissionista. Per parte mia, la penso come Giachetti ma alla rovescia: non potrei mai stare in un Pd improntato a un renzismo ancor più autoreferenziale al limite del settarismo; che rimuove la sequenza ininterrotta delle disfatte elettorali; ma soprattutto un partito lontanissimo dal suo originario imprinting ulivista.

Programmaticamente grigia la posizione di Martina: la sua retorica unitaria e il suo “maanchismo” si spiegano. Egli fu il vice di Renzi, la sua spalla (riluttante) è l’ex portavoce Richetti. Non può prendere le distanze; anche perché sostenuto dalla più parte dei renziani “concretisti” che non sono già con un piede fuori dal Pd. Del resto, tra i supporter di Martina c’è Delrio, che motivò il suo sostegno con l’incredibile, esorcistica tesi secondo la quale il congresso non avrebbe dovuto dividersi nel giudizio sul corso renziano. Di che discutere allora, dopo quattro anni di “partito personale” e un’esperienza di governo a guida Renzi (sonoramente bocciata dagli elettori)? Martina segue il medesimo canovaccio. Non una sola idea che lo caratterizzi politicamente. Persino la chiusura al dialogo con gli ex di Bersani. L’opposto dell’esigenza di inclusione e di allargamento, a cominciare dai meno lontani.

Infine, il favorito Zingaretti, che evoca ma non esplicita discontinuità. Non basta alludervi genericamente, si deve dare ad essa un nome preciso: nella politica, nelle politiche, nella visione e nella gestione del partito. Penso a due questioni cruciali sulle quali Zingaretti è reticente, forse per non urtare suscettibilità e idiosincrasie lievitate negli anni del renzismo. La prima: il dialogo con i 5S, un tabù che prima o poi – magari dopo nuove elezioni – dovrà essere rotto da parte di un partito che non più autosufficiente. Zingaretti aveva fatto intendere un’apertura, per poi ripiegare quasi fosse una bestemmia.

La seconda: la strategia elettorale per le prossime europee. Zingaretti ha firmato l’appello di Calenda per un listone degli europeisti, il cui sottinteso politico più o meno dichiarato è che la polarità è tra europeisti e antieuropeisti e non anche (sottolineo: anche) tra destra e sinistra. Un posizionamento da partito centrista, non di centrosinistra. Zingaretti vi si riconosce? Può egli accettare l’idea di Calenda di un listone i cui eletti poi approdino a loro piacimento ai liberali, ai verdi, ai socialisti, magari anche ai popolari (cioè al centrodestra europeo)? Come può egli, su queste basi, recuperare elettori e allargare a sinistra? Urge chiarezza.

I due Renzi non convincono. Il gip conferma i domiciliari

Il gip di Firenze conferma gli arresti domiciliari per Tiziano Renzi e la moglie Laura Bovoli. Tre pagine in cui il giudice Angela Fantechi ribadisce le accuse nei confronti dei genitori di Matteo Renzi: “Gli indagati – scrive il gip – si sono limitati ad affermare la falsità delle dichiarazioni rese dalle fonti dichiarative e di alcune fonti documentali e poi a minimizzare di valore indiziario gli elementi obiettivi come i contenuti delle mail, i dati documentali, nonché l’uso stesso del computer da parte della Bovoli… delle caselle mail delle cooperative Delivery e Europe Service”.

Il gip boccia la ricostruzione dei Renzi che nei giorni scorsi avevano chiesto tramite i legali la revoca degli arresti domiciliari: “Le dichiarazioni” dei Renzi “non offrono una diversa ricostruzione dei fatti ovvero la offrono solo se si ipotizza la sussistenza di ‘una specie di complotto’ che ha determinato la costituzione di un compendio indiziario falso”. Nell’interrogatorio di garanzia del 25 febbraio i Renzi avevano sostenuto di non essere amministratori di fatto delle società oggetto dell’indagine e di aver lasciato le cariche nella Eventi6, la ditta di famiglia. Il gip, però, ritiene che persista l’esigenza delle misure cautelari perché “è emerso in modo pacifico che gli imputati hanno svolto ruoli di fatto” nelle società oggetto di indagine “tanto che non è possibile ritenere che le loro dimissioni da cariche formali” possano essere sufficienti a evitare le misure cautelari. Il gip indica quali sarebbero i rapporti tuttora esistenti tra i Renzi e le società: “Mariano Massone (anche lui arrestato, ndr) risulta tuttora dipendente della DMP Italia… tale società, a detta dei Renzi, avrebbe acquistato la Marmodiv a loro insaputa, circostanza contraddetta da Massimiliano Di Palma, amministratore della DMP, il quale ha riferito di essersi incontrato a Rignano sull’Arno con Tiziano Renzi, il genero Conticini… sempre tramite Massone”. Il giudice Fantechi infine ricorda le parole di Daniele Goglio (estraneo all’inchiesta): “Parlando con terzi… riferiva di aver rilevato la Marmodiv per fare un favore personale alla ‘famiglia Renzi’ e” ricordava “la presenza di un ‘buco da 300 mila euro fatto dall’uomo di Renzi che egli non aveva intenzione di accollarsi”.

Intanto i Renzi rispondono su Facebook: “Gli avvocati che ci seguono ci chiedono di aspettare il processo per difenderci in aula. È una linea seria, che rispettiamo. Ma è anche vero che nei fatti i media ci processano ogni giorno e noi non abbiamo diritto di parola. La nostra azienda di famiglia, Eventi 6, non ha mai avuto nessun problema con bancarotte o false fatture o lavori in nero. Mai. Chi dice il contrario mente e ne risponderà”. Infine uno sfogo: “Siamo rappresentati come i criminali più pericolosi d’Italia. Un incubo allucinante”.

Lupanari, tanta nostalgia a 5Stelle

La nostalgia è canaglia, si sa, anche per chi certe cose non le ha vissute. Perfino per chi impersona il governo del cambiamento. E allora non è necessario stupirsi se Carlo Sibilia, sottosegretario all’Interno dei Cinque Stelle, va a sostegno del “suo” ministro Matteo Salvini sulla riapertura delle case chiuse. “Aprire la discussione sul tema non farebbe assolutamente male, si può fare con toni sereni senza alimentare inutili divisioni”. E il collega di partito Vittorio Ferraresi, sottosegretario alla Giustizia, va sobriamente a supporto: “Ci deve essere una discussione approfondita sulla questione, in quanto si tratta di un tema delicato, così come sulla regolamentazione della cannabis. Sono due argomenti importanti su cui ci deve essere un approfondimento non ideologico ma sul merito”. Certo, poi ci sarebbe anche la deputata Fabiana Dadone, che ricorda: “Sono contraria alla riapertura delle case chiuse perché anche in quei Paesi europei che hanno adottato una soluzione simile non si è assistito a una limitazione delle vittime della tratta, anzi”. Però la discussione è aperta, ripetono nel Movimento. Tanto che, si vocifera, potrebbe finire sulla piattaforma web Rousseau, così da essere sottoposta agli iscritti.

“Stop alle prostitute in nero, serve il condono”

“Qualcuno mi ha detto che è una cazzata, ma io sono in grado di dimostrare il contrario…”. Il termine è icastico, ma quanto mai appropriato, visto che di disciplina della prostituzione si tratta nella proposta di legge statale che il consigliere Antonio Guadagnini ha presentato in Regione Veneto, con l’intento di riaprire le case chiuse, far aprire le partite Iva alle donne che mettono in vendita il corpo e far incamerare allo Stato almeno un miliardo di euro all’anno.

“I dileggiatori? Ad esempio Marco Travaglio, che ha preso per i fondelli in televisione, cercando di ridicolizzare l’iniziativa. Ma anche i benpensanti, i perbenisti, i bigotti. Ha una calcolatrice? La prenda…”. Guadagnini, con fervore ragionieristico (si è laureato in Economia a Ca’ Foscari) e determinazione politica (si è laureato in Filosofia con Emanuele Severino, discutendo del concetto di “relazione” nel pensiero speculativo) comincia a far di conto. “Centoventimila prostitute in Italia hanno 9 milioni di clienti e producono 5 miliardi di euro di affari all’anno. Mi segue?”. Certo. “Togliamo i ragazzi fino a 15 anni e gli uomini sopra gli 80 anni, che vorrebbero ma non possono, in Italia restano 40 milioni di persone, dividiamo per due tra uomini e donne, ecco 20 milioni di maschi. Nove milioni di loro vanno a puttane, siamo a una percentuale del 40 per cento. Se entra in un bar, su dieci persone quattro fanno sesso a pagamento. Le pare un problema da poco?”.

No, vista così. Ma fiscalmente? “Pagherebbero le tasse…”. Teoricamente 2 miliardi di euro, ma la “sindacalista” delle lucciole Pia Covre dice che in Germania poche migliaia di prostitute hanno accettato di emergere dal lavoro nero. “E io replico: meglio qualche migliaio che nessuno. Ma potremmo fare gli studi di settore e incentivare le dichiarazioni con un 20 per cento tombale”. Tombale o trombale? “Lasci stare l’ironia, potrebbero essere 700-800 milioni di euro l’anno”.

A parte gli studi di settore, contestati da tutti, perché fanno venire un’erezione solo virtuale ai bilanci, che invece la crisi ammoscia, come la mettiamo con i moralisti? “A loro chiedo: che differenza c’è tra una prostituta e una pornostar? Perché chi fa all’amore davanti alle telecamere deve pagare le tasse e chi lo fa in strada no? Oppure, che differenza c’è con una donna che fa un matrimonio d’interesse? Un mio amico avvocato sta discutendo una causa al riguardo, con un’eccezione di incostituzionalità…”. Lasciamo stare la Consulta. “Ma allora leggiamo la Cassazione che sistematicamente conferma le condanne delle prostitute per evasione fiscale. La mia iniziativa parte da questo. Se i giudici dicono che sono libere professioniste, perché devono evadere?”.

Guadagnini, classe 1966, bassanese, ha un lontano passato democristiano, poi rinverdito con l’Udc e trasformato da dieci anni in una convinta militanza venetista (ma non leghista). Non pensiate che non persegua anche una finalità sociale: “Le prostitute vivono nel discredito. Non crede che un albo professionale possa ridare loro una dignità sociale? In fondo è la normalità che De André ha cantato in poesie indimenticabili. Se la ricorda Bocca di rosa?”.

A questo punto, l’ultima domanda su tanto fervore è d’obbligo. Guadagnini, lei ha mai conosciuto una prostituta? “No, mai. Neanche quando da giovani andavamo in discoteca e c’era sempre qualche ragazza che veniva a farsi offrire da bere con quello scopo…”.