“Taglieremo le pensioni d’oro dei sindacalisti” e “aboliremo i privilegi sindacali”. Questa la versione di Luigi Di Maio, vicepresidente del Consiglio. “Di Maio dice sciocchezze”, questa, invece, la versione di Maurizio Landini, segretario della Cgil. Qual è la situazione? Ci sono o no i privilegi o le pensioni d’oro o altro?
Le pensioni d’oro, quando ci sono, costituiscono il frutto di stipendi molto alti che però si contano su pochi casi. Il più eclatante resta quello, scoperto dal nostro giornale, di Raffaele Bonanni, ex segretario Cisl che, con uno stipendio di 336.260 euro l’anno, ottenne una pensione di 5.391 euro mensili. Ma è difficile trovarne altri analoghi (che pure ci sono).
Il resto, invece, ruota attorno alla “contribuzione aggiuntiva” prevista da un decreto legislativo, il 564 del 1996 che regolamenta le aspettative per incarico sindacale.
L’aspettativa è un privilegio?
No, si tratta di un diritto sancito dallo Statuto dei lavoratori (art. 31) che garantisce ai “lavoratori che siano eletti” e “ai lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali” di essere “collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro mandato”.
In che consiste l’aspettativa nel caso dei sindacalisti?
L’aspettativa per i sindacalisti, sia nel privato che nel pubblico, può essere retribuita, e in tal caso si definisce “distacco”, o non retribuita. Nel primo caso è il soggetto che impiega a corrispondere lo stipendio (caso raro nel privato), mentre nel secondo caso sarà il sindacato presso cui si esercita l’incarico sindacale a farsi carico dello stipendio.
Chi paga i contributi?
I contributi, per la parte che compete alla retribuzione ordinaria, sono “figurativi”, cioè a carico del fondo previdenziale. Qui si può raffigurare una situazione di favore, ma, se fossero a carico del sindacato, renderebbero di fatto impossibile la loro attività. Esiste un problema di abusi che però non dovrebbe scoraggiare questo diritto. Secondo il ministero della Pubblica amministrazione le giornate di assenza dei pubblici dipendenti per motivi sindacali (inclusi i permessi) nel 2010 rappresentavano lo 0,16% delle giornate complessive di lavoro, pari al lavoro di 3.655 dipendenti per un anno per un costo di circa 113 milioni di euro.
Che cos’è la contribuzione aggiuntiva?
Sulla eventuale differenza tra lo stipendio percepito sul posto di lavoro e quello corrisposto dal sindacato (anche nella forma di vari emolumenti o indennità) quest’ultimo ha la facoltà, e non l’obbligo, di versare nelle casse previdenziali una “contribuzione aggiuntiva” che si aggiunge a quella figurativa e non dà diritto, autonomamente, a nessuna prestazione previdenziale, ma rende più cospicui i contributi e quindi, alla fine dell’attività lavorativa, la pensione. Non si tratta di un vantaggio previdenziale perché è un effettivo esborso di denaro da parte del sindacato, peraltro che deve essere autorizzato dall’Inps.
Perché allora l’Inps parla di un privilegio medio del 27%?
La stortura riguarda solo coloro che, nel pubblico impiego, ancora godono del sistema misto per il calcolo della pensione. Questo si basa su due tipologie di contributi: la quota A, calcolata sulla retribuzione percepita l’ultimo giorno di servizio, e la quota B, calcolata sulla media delle retribuzioni in un periodo più lungo. Come spiega l’Inps, “un versamento elevato di contribuzione aggiuntiva sull’ultima retribuzione incide in modo molto significativo sulla quota A, facendo aumentare anche di molto la pensione complessiva dei sindacalisti del settore pubblico”. Qui sta il vero privilegio. Secondo la Cgil, per eliminare questo caso basterebbe la vigilanza dell’Inps oppure una norma che equipari le regole tra pubblico e privato.
Ci sono altri privilegi?
Come ha spiegato Maurizio Landini, il sindacato si basa sui versamenti dei propri iscritti per le proprie spese. Nel pubblico impiego, però, c’è il nodo dei distacchi e dei permessi sindacali, diritto sacrosanto, ma di cui spesso si abusa. C’è poi il contributo rilevante, 255 milioni annui, per gli enti di Patronato e 246 milioni, che nel 2019 si ridurranno a 217 milioni, per i Caf, per i servizi da questi svolti (dichiarazione redditi pensione, etc.). Si tratta di un contributo in cambio di un servizio, ma è chiaro che lo scambio è sottoposto a costante valutazione.