Povertà: l’89% delle famiglie non ha soldi per mangiare

Non solo medicinali e assistenza, in Venezuela circa l’80% delle abitazioni vive in condizioni di “insicurezza alimentare”, mentre l’89% delle famiglie non ha reddito sufficiente per comprare del cibo. Sono questi i dati della vita nel Paese sudamericano al centro di una dura crisi politica, reduce da anni di disagi economici inaspriti dalle sanzioni degli Stati Uniti. A renderli noti è l’indagine nazionale sulle condizioni di vita della popolazione (Encovi), secondo cui lo stipendio medio in Venezuela è di 6 dollari al mese.

A risentirne è anche la dieta che i cittadini, in cui si evidenzia una diminuzione sia in termini di quantità che di qualità e varietà del cibo, anche a causa dell’aumento dei prezzi dato dall’iperinflazione. Il calcolo è stato fatto prendendo come riferimento l’ultima revisione salariale e il tasso di cambio ufficiale, si spiega nella ricerca, pubblicata dalla rivista venezuelana Dinero. L’altro dato importante riguarda la crescita del 51% del numero di famiglie sotto la soglia della povertà e un aumento anche della disoccupazione del 10% nei tre anni che vanno dal 2015 al 2018, secondo quanto ha spiegato Anitza Freitez, coordinatrice di Encovi e direttrice dell’Istituto di ricerca economica e sociale dell’Università Cattolica Andrés Bello (Ucab). Freitez ha avvertito anche dell’aumento dei casi di mortalità infantile e della riduzione dell’aspettativa di vita alla nascita. Di aiuti umanitari l’autoproclamatosi presidente del Venezuela Juan Guaidò parlerà oggi con il suo omologo brasiliano Jair Bolsonaro a Brasilia dove è arrivato ieri e ha incontrato i diplomatici europei, “per costruire le capacità e la cooperazione internazionale necessarie come appoggio sulla nostra strada verso la libertà”, ha twittato. Oggi invece, la vicepresidente di Nicolas Maduro, Delcy Rodriguez, sarà a Mosca per incontrare il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov per chiedere l’appoggio di Vladimir Putin.

La Cina seduta su petrolio, oro e coltan ora aspetta chi vince

“La Cina si augura che la Comunità internazionale possa fornire un aiuto ‘costruttivo’ al Venezuela, basato sul rispetto della sovranità del Paese”. Così, qualche giorno fa – in risposta all’incontro tra il vicepresidente degli Usa, Mike Pence, i Paesi del Gruppo di Lima e l’autoproclamato presidente del Venezuela, Juan Guaidó a Bogotà – il Dragone con il suo ministero degli Esteri si è posizionato sulla riva del fiume della crisi venezuelana aspettandone gli esiti. E ne ha ben donde.

Da quando, infatti, negli anni 2000, Pechino ha deciso di puntare sul Sudamerica, con una particolare attenzione a Caracas per il suo petrolio, fornendo in cambio al Venezuela miliardi di dollari di investimenti, la crisi politica avviata il 23 gennaio da Guaidó, ma latente da anni, ha rappresentato una spada di Damocle sulla testa dei cinesi. Al punto che – nel 2012, all’annuncio della malattia che poi avrebbe portato alla morte l’allora acclamato presidente venezuelano Hugo Chavez – la Cina mise al lavoro il suo più grande think tank che in diverse conferenze fu chiamato ad analizzare i possibili scenari di una crisi politica futura. Racconta Matt Ferchen, professore in relazioni internazionali specializzato nel paese asiatico, invitato a vari appuntamenti sul tema, che il bisogno cinese del petrolio venezuelano ha portato a ripetere, anche in patria il mantra secondo cui una possibile crisi non avrebbe potuto influenzare in nessun modo le relazioni con il paese amico e di conseguenza gli accordi commerciali. Perché ora le cose dovrebbero cambiare? Si saranno chiesti in questi giorni da Pechino. Da qui la dichiarazione di neutralità che non infastidisce né Maduro né Guaidó.

Solo così Xi Jinping potrà evitare di perdere definitivamente le migliaia di milioni di dollari prestati a Caracas, mai direttamente – non è lo stile cinese – piuttosto investiti in diversi progetti. Per l’esattezza circa 650, firmati dai due Paesi dal 2007, 28 dei quali sottoscritti a settembre scorso durante l’ultima visita di Nicolás Maduro in persona a Pechino, proprio in vista dell’inasprimento delle sanzioni statunitensi in concomitanza con l’acuirsi della crisi politica. Questi ultimi progetti – tutti volti a rafforzare il settore energetico – prevedevano l’esplorazione congiunta e l’estrazione di gas da parte della China National Corporation for Gas Exploitation, la Cnodc, e la Venezuelan Oil Company, la Pdvsa. La società cinese ha acquistato anche il 9,9% del capitale della joint venture Sinovensa, di cui possiede già una quota del 40%, oltre a firmare un accordo di cooperazione nel campo petrolifero Ayacucho 6, che si trova nella ricca fascia petrolifera dell’Orinoco. Secondo fonti stampa, la Cina avrebbe acquisito accordi per perforare 300 pozzi della zona. Ma, nel tempo, non sono mancati anche patti di altro genere, come quello tra la società cinese Yakuang con un gruppo di partner del Venezuela per l’esplorazione congiunta e l’estrazione di oro e l’intesa tra la società tecnologica cinese Zte e il ministero della Salute del Venezuela. È così che il paese conteso tra Maduro e Guaidó risulta essere il principale ricettore di prestiti cinesi nella regione Sudamericana, con una cifra che si aggira intorno ai 54,7 miliardi di dollari dal 2007 al 2016 e, secondo i dati della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal), nel 2014 (ultimo anno disponibile), soltanto tre paesi avevano una bilancia commerciale in attivo con la Cina: il Cile, per 4 miliardi di dollari, il Brasile, per 3 miliardi di dollari e il Venezuela per 2 miliardi.

Tornando alla strategia non interventista, va segnalato però, come ipoteca su un nuovo presunto governo di transizione in Venezuela l’annuncio di un invito in Cina per un gruppo di economisti del Tavolo di Unità democratica (Mud) legato all’opposizione. Oltre agli investimenti passati, infatti, il Venezuela possiede la materia prima del futuro, senza la quale la potenza tecnologica emergente del Dragone non starebbe in piedi: il coltan. Elemento presente nelle batterie di qualunque apparato elettronico, del quale, secondo l’annuncio dell’allora presidente Chavez nel 2010, il Venezuela possiede riserve per centinaia di miliardi di dollari. Il che rende ancora più vitale per la Cina restare sulla riva del fiume (Orinoco) e sperare che il vuoto lasciato dagli Usa in passato, non venga colmato ora da Trump già invischiato nella guerra tecnologica con la cinese Huawei.

Scritta “Romanista Anna Frank” cancellata a Roma

Alla vigilia del derby Lazio-Roma riappare nella Capitale Anna Frank come provocazione nazisteggiante. Ieri su un muro della zona del Circo Massimo è comparsa la scritta “Romanista Anna Frank”, condannata sia dalla sindaca Virginia Raggi che dal governatore Nicola Zingaretti e subito cancellata. Dopo le figurine antisemite della scorsa stagione, con Anna Frank ritratta con la maglietta giallorossa, ieri la scritta con tanto di svastica, rapidamente cancellata. Bonifiche nell’area dello stadio, controlli in aeroporti, stazioni e massima attenzione anche ai luoghi della movida del centro storico: così la Capitale si prepara al derby Lazio-Roma di domani sera all’Olimpico, primo banco di prova per il neo questore Carmine Esposito, che si insedia oggi e metterà a punto il dispositivo di sicurezza: oltre mille gli agenti delle forze dell’ordine che dovrebbero essere impiegati. Alcune strade attorno all’Olimpico verranno chiuse al traffico (a eccezione dei mezzi di soccorso, di pronto intervento e di trasporto pubblico che potranno transitare) dalle 18 di domani: si tratta di ponte Duca d’Aosta e di alcuni tratti del Lungotevere adiacenti.

Napoli, arriva l’acchiappafantasmi per la caccia a Totò

Non è vero ma ci crediamo. Totò, allegro fantasma, attraversa i muri.
Il principe Antonio de’ Curtis – tra i sommi della Commedia – da cinque anni a questa parte entra ed esce da palazzo San Giacomo, il municipio di Napoli.
Si degna di mostrarsi e una volta è perfino andato incontro ai passanti.
L’ultimo spettro municipale di cui si ha memoria è quello di cui ha parlato il sindaco Virginia Raggi. Le porte si chiudono da sole al Comune di Roma. Gianni Alemanno, nel 2011, convocò gli acchiappafantasmi. Pare si tratti di un tal frate avvistato nella sala della Musica, proprio sopra l’Aula Giulio Cesare.
Totò prende domicilio al Comune e torna fantasma in allegria.

Quattordici sono già i testimoni, tre si sono intrattenuti in conversazione con lui e Il Corriere del Mezzogiorno nell’edizione di ieri porta notizia dell’arrivo – prossimamente, verso la fine del mese – di Massimo Merendi, un cacciatore di fantasmi, che ha già approntato un dossier su Totò che cerca casa.

Non è vero ma c’è da crederci perché il fatto è inoppugnabile: è il 12 settembre scorso – sono le ore 22;00 – e un elegante spirito si aggira nei pressi del Maschio Angioino.

Eccolo.

Forse cammina, forse volteggia ma di certo incede quell’apparizione di grigio vestita.

Nelle fattezze di un uomo alto, giovane e distinto incrocia un turista, gli indica l’edificio comunale, si presenta e chiede: “Sono il principe de’ Curtis, questo è il palazzo San Giacomo?”.

Chi non crede non sa che è vero e il passante – non poco irrispettoso – invece di rispondere educatamente, domanda: “Lei è una controfigura di Totò?”.

Fa 48 il morto che parla e Anna Paola Merone, sul Corriere del Mezzogiorno, nel suo articolo riferisce dell’infastidito silenzio dell’illustre principe, dopodiché – onorando il palazzo di Città – l’ombra arrivata dall’aldilà, profferisce una lucente profezia: “Napoli sarà sempre più grande, la prima in Italia; diventerà la capitale di un regno”.

Invece che l’autonomia differenziata per la Campania, Totò già vede il ritorno al reame perché, insomma, signori si nasce – ci mancherebbe – e cos’altro si può sognare con Gelsomino di Santa Paola in arte Alberto di Torrefiorita, il figlio segreto di Pantaleo e di una cavallerizza da circo? È uno dei tanti ruoli di Totò ne L’Allegro fantasma, il film del 1941 dove i mobili si spostano, i candelabri si spengono e le zie zitelle scappano via terrorizzate.

Giammai il ridere e il morire sono agli antipodi, non fosse altro che si muore dal ridere con un lenzuolo addosso – con i fori all’altezza degli occhi – e così vedere l’effetto che fa.

La morte è la maschera messa a nudo: “Amo la notte”, dice Totò, “le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno cra cra, l’eleganza tetra della notte”. E la comicità è il discorrere intorno al catafalco: “È la vita”, gli risponde Totò a Ferribotte in I Soliti ignoti, “oggi a te, domani a lui!”.

La morte riconosce nella risata il suo degno coronamento.

In 47 morto che parla (sarebbe il 48 nella Smorfia napoletana…) la messinscena impone allo spilorcio barone Antonio Peletti l’espiazione per la propria avarizia tra i trapassati – “senta che freschezza, sono un morto di giornata!” – ma l’Aldilà non lo esenta dal giudicare quel che c’è qua. Totò, infatti, in quello che crede l’Inferno incontra un conoscente con regolamentare sudario addosso e commenta: “Era un uomo così antipatico che dopo la sua morte i parenti chiesero il bis!”.

In Totò cerca casa, ritrovandosi custode del cimitero, il principe vive la sua gag al cardiopalma alle prese con lenzuola, un secchio di biacca che gli cola in volto e poi ancora – nel pallore lunare di una notte – un continuo capitombolo tra tombe, lapidi e fossi.

Appunto, l’eleganza tetra della notte: la famosa Livella.

Quella che ci fa, con Totò, tutti fantasmi.

Scontro sull’azione di responsabilità, Abete lascia il cda

Luigi Abete si è dimesso da consigliere d’amministrazione del Sole 24 Ore. È successo ieri al culmine di una tesa riunione del consiglio presieduta da Edoardo Garrone. La notizia è stata data da Lettera43. Nella riunione è venuto al pettine il nodo dell’azione di responsabilità contro gli ex amministratori per i quali la procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per aggiotaggio informativo e false comunicazioni sociali, reato secondo gli inquirenti milanesi commesso nel periodo che va dal 2014 al 2016. Si tratta dell’ex presidente Benito Benedini, dell’ex amministratore delegato Donatella Treu e dell’ex direttore del giornale Roberto Napoletano, imputato in quanto, secondo l’accusa, amministratore di fatto. Da tempo la società editoriale e il suo azionista di controllo, la Confindustria, resistono all’ipotesi di mettere sotto accusa gli ex amministratori. Dopo una accesissima discussione con l’avvocato Lombardi, consulente che aveva apertamente sostenuto la necessità di procedere, Abete, consigliere di lunghissimo corso e quindi legato a tutte le vecchie gestioni, che non era d’accordo sull’azione di responsabilità, ha rimesso il mandato.

Ecotassa, da oggi la batosta. Come funzionano le misure

La parola d’ordine è incertezza: quella delle case costruttrici che spiegano di non capire ancora le modalità operative per attuare la nuova misura e quella degli automobilisti che da tre mesi aspettano di acquistare l’auto nuova a ridotte emissioni con gli incentivi statali, rallentando di fatto il settore. Nel mezzo c’è l’ecobonus, promosso dalla legge di Bilancio, che oggi fa il suo debutto avvolto da un velo di confusione, in attesa della pubblicazione del decreto attuativo.

Solo nella tarda serata di ieri l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la risoluzione sul funzionamento pratico del sistema di bonus-malus basato sulle emissioni di CO2 delle auto, mentre toccherà aspettare le ore 12 di oggi per l’avvio della nuova piattaforma online dedicata dal ministero dello Sviluppo economico che consente di richiedere i contributi per le auto acquistate e immatricolate dal 1° marzo 2019 al 31 dicembre 2021. Ma guai a chiamarlo un click day, ha tenuto a precisare il Mise, quasi a chiedere di non utilizzare in massa il sistema per evitare possibili ulteriori complicazioni e suggerendo “di non affrettarsi nei primi giorni”. La partenza, questa mattina, sarà quindi in salita, perchè gli incentivi non sono prenotabili e tutto resterà per qualche giorno nel limbo. Vediamo perché. La procedura tecnica prevede due momenti distinti: la prima fase di apertura dello sportello è dedicata alla registrazione dei concessionari, che potranno iscriversi e caricare i propri dati. Solo successivamente si potrà inserire l’ordine e prenotare l’incentivo. Il bonus sulle auto meno inquinanti è un contributo da 1.500 euro a 6.000 euro (nel caso di rottamazione) per l’acquisto e immatricolazione di un veicolo con emissioni inquinanti di CO2 inferiori a 70 g/km e prezzo da listino ufficiale della casa produttrice inferiore a 50.000 euro (Iva esclusa). Bonus che viene riconosciuto come sconto dal concessionario e che sarà poi rimborsato dalla casa costruttrice che lo recupera a sua volta sotto forma di credito d’imposta. Mentre sul fronte dell’ecotassa, quella che si paga sull’acquisto di autovetture nuove con emissioni di anidride carbonica superiori a 160 g/km di Co2 (si va da un minimo di 1.100 euro fino a 2.500 euro per le auto con emissioni superiori a 250 grammi di Co2), l’imposta va pagata dall’acquirente o da chi chiede la targa del veicolo entro la data dell’immatricolazione. Una tassa che non colpirà solo vetture di lusso e i suv, ma anche modelli che hanno un prezzo di listino più basso (è il caso della Dacia Lodgy Stepway, ma anche del Doblò e del Fiat Qubo, per fare qualche esempio intorno ai 14 mila euro). Intanto, i concessionari – che fino a ieri hanno spinto la vendita delle auto a benzina, destinate all’ecotassa – lamentano il timore che il bonus-malus deprimerà ancora di più un mercato che ha mostrato di non godere di ottima salute: a gennaio le immatricolazioni sono calate del 7,55% rispetto al 2018. Ma si tratta di dati “drogati” anche dall’effetto delle auto a “Km 0”, auto già immatricolare che i concessionari pur di smaltirle si sono intestate.

Il popolo di Maria, “Amici” dei tronisti

Ci sono le conseguenze dell’amore e le conseguenze della videocrazia; a volte le prime sono conseguenze delle seconde. Per farsene un’idea, basta seguire Uomini e donne-La Scelta (Canale 5, prima serata del venerdì). Tutti giù dal trono, è il momento di quagliare. Il pretendente prescelto, festeggerà. Chi sarà rifiutato, non si preoccupi. Può risalire sul trono e riprovarci. Gratta e Vinci. Per questa versione deluxe della sua fiera dei sentimenti Maria De Filippi ha predisposto una grande festa in un castello, come in una favola. Eppure è tutto vero. Ci sono giovani davvero contenti di affidare alle telecamere le emozioni più private, lieti di farsi stimare come cavalli da corsa. Ci sono parenti e amici entusiasti di tifare e di mettersi in tiro per strappare un’inquadratura, di abbracciare Tina (Cipollari) e Gianni (Sperti) come i salvatori della Patria. Si esprimono a fatica, questi tronisti incoronati, la sintassi annaspa nelle grevi paludi della cadenza dialettale; in compenso i corpi sono levigati, palestrati, fumettizzati allo spasimo. Giulia Di Lellis, sedicente “esperta di immagine” (ovvero del nulla), è pronta a consigliarli: dalla fascia dello smoking all’intimo total black. Anche nell’era del web la Tv resta il grande traguardo finale, nella fucina di Maria la vita è già un reality, dalla culla (Amici) alla tomba (C’è posta per te). Di cosa parliamo, quando parliamo di popolo? La mutazione antropologica prevista da Pasolini è a portata di telecomando.

Afghanistan, il vero specchio dell’Occidente

Su Sette è stato pubblicato un interessante reportage da Kabul di Lorenzo Cremonesi, forse il nostro migliore inviato di guerra, equilibrato, attendibile, credibile. Interessante perché ci fornisce elementi per capire la situazione non solo dell’Afghanistan di oggi ma anche quella di ieri e di domani.

Cominciamo da alcuni dati. Il governo di Ashraf Ghani controlla il 30% del Paese, i Talebani il restante 70% e questo è l’esatto opposto di quanto la stampa occidentale aveva sostenuto finora . Ed è quanto sostengo io da tempo. Non ci voleva un genio per capire che tutto l’Afghanistan rurale, cioè territorialmente la stragrande maggioranza del Paese, è legato alle proprie tradizioni e che qui la sharia non ha alcun bisogno di essere imposta, sta nel dna di quelle popolazioni. Se i Talebani sono meno forti nelle città ciò è dovuto certamente al fatto che Kabul o Herat si erano avviate verso una moderata modernizzazione già in epoca pretalebana, ma anche al fatto che ogni tentativo di conquista delle città da parte dei Talebani è sempre stato stoppato dall’intervento dei bombardieri americani.

Cremonesi sostiene che la situazione dell’Afghanistan attuale è pur sempre migliore di quella dell’epoca talebana. Non tiene conto che quando Omar e i suoi arrivarono al potere, l’Afghanistan usciva da dieci anni di devastante invasione sovietica e da due anni di conflitto civile fra i ‘signori della guerra’. Conflitto che proprio i Talebani erano riusciti a sedare, anche se Massud, il leader dei Tagiki, continuava a porre dei problemi perché non si rassegnava alla sconfitta. E sarà proprio Massud ad aprire le porte all’intervento americano.

Certo gli afgani erano poveri, come poveri lo sono sempre stati perché il Paese non ha nessuna delle grandi risorse energetiche che altri hanno, a cominciare dal petrolio. Erano poveri, ma non miserabili. Sono due categorie sociologiche diverse. Una cosa è essere povero dove tutti lo sono, altro è esserlo quando vedi che intorno a te crescono grandi e inspiegabili ricchezze. Ed è questo uno dei guasti più gravi portati dall’occupazione occidentale in Afghanistan, in cui anche noi italiani siamo abbondantemente compromessi. Racconta Hamidullah Qasemi, uno dei più importanti uomini d’affari di Kabul: “Negli ultimi cinque anni abbiamo subìto fughe di capitali privati pari a oltre 70 miliardi di dollari”. Da dove vengono questi 70 miliardi? Dal profluvio di dollari che gli americani hanno riversato in Afghanistan per corrompere la popolazione e portarla dalla loro parte. E adesso questi collaborazionisti corrotti se la filano verso esili dorati, che si erano già preparati da tempo in previsione del ritorno talebano, a Istanbul, a Dubai, a New York, in Europa. Nell’Afghanistan non controllato dai Talebani è corrotto l’esercito, è corrotta la polizia, è corrotta la magistratura, è corrotta la pubblica amministrazione.

A petto di questo disastro etico e sociale quali sono stati i vantaggi portati dall’occupazione occidentale? Cremonesi scrive che “6 milioni di afgani girano con i cellulari in mano, s’informano su una cinquantina tra radio e televisioni più o meno libere, trovano cibo nei mercati e hanno i figli che surfano in Internet come a New York, Parigi, Pechino o Roma”. Insomma il progresso – questa non è certamente l’idea del solo Cremonesi – sarebbe aver portato in Afghanistan la nostra nevrosi, la nostra mancanza di dignità, la nostra mancanza di senso, cioè proprio quello che sta corrodendo nel profondo il mondo occidentale e i Paesi che si sono allineati al suo modello.

Cosa succederà in Afghanistan se le forze occupanti se ne andranno e i Talebani riprenderanno il potere che si erano legittimamente conquistati nel 1996? C’è un prima e un dopo. Facendo un’inversione temporale parliamo innanzitutto del dopo. Nei colloqui che sono in corso a Mosca fra Talebani e rappresentanti della società civile non legati al governo Ghani, Nazar Mutmain, uno dei negoziatori, ha affermato: “Le donne andranno a scuola, frequenteranno l’università, ma sempre nel pieno rispetto della legge coranica, che negli ultimi tempi è stata troppo spesso violata”. C’è da precisare che nell’Afghanistan talebano non c’era nessun divieto formale per le donne di frequentare la scuola (si veda il decreto del 1996, pubblicato nel fondamentale libro Talebani di Ahmed Rashid). Solo che i Talebani, nella loro indubbia sessuofobia, non solo non volevano le classi miste ma pretendevano che gli edifici scolastici di maschi e femmine fossero a debita distanza. Ma ancora impegnati militarmente da Massud avevano, nell’immediato, altre priorità e non ebbero il tempo di costruire edifici scolastici dedicati alle donne.

Ma l’eventuale uscita di scena degli americani e la formalizzazione, sempre eventuale, degli accordi che si stanno cercando a Mosca, hanno un prima. Nel 1996 quando il Mullah Omar prese il potere fece giustiziare Najibullah, il presidente fantoccio che i sovietici avevano lasciato a Kabul, e il giorno dopo concesse un’amnistia generale. Ma Omar, uomo di grande saggezza e per nulla assetato di sangue, è morto nel 2015 e gli americani hanno avuto anche l’ “astuzia” di uccidere con un drone il suo numero due, Mansoor, che era della sua stessa generazione, aveva fatto lo stesso percorso e ne seguiva l’impostazione sostanzialmente moderata.

Come siano i Talebani delle nuove generazioni post Omar non lo sappiamo. Possiamo però immaginare che dopo 18 anni di guerriglia si siano geneticamente modificati rispetto ai Talebani della prima ora e incarogniti. Certamente non metteranno le mani sui soldati dell’esercito ‘regolare’ afgano loro coetanei, loro affini, costretti ad arruolarsi per la situazione disperata in cui è precipitato l’Afghanistan (Kabul all’epoca di Omar aveva un milione di abitanti, oggi ne ha 6 milioni, che cosa possono fare i ragazzi di Kabul se non arruolarsi, visto anche che l’arrivo del turbocapitalismo occidentale, ma adesso anche cinese, ha distrutto l’artigianato locale?). Ma i collaborazionisti ad alto livello, uomini del governo Ghani, alti ufficiali dell’esercito, magistrati, giornalisti, non se la caveranno a buon mercato. Ci sarà un bagno di sangue. Non vorrei proprio essere nei panni di un giornalista di Tolo Tv.

Si dirà che io ho la ‘fissa’ dell’Afghanistan. Ma in Afghanistan si gioca una partita che lo trascende. Ha detto il giovane Mohammed Saber, 24 anni, intervistato da Cremonesi: “È ora di porre fine a tutte queste libertà per le donne. C’è troppa promiscuità, si stanno minando le basi delle nostre tradizioni. Occorre trovare un compromesso tra il liberalismo eccessivo delle città e le spinte conservatrici delle nostre realtà rurali. Ecco il motivo per cui i contingenti stranieri devono andarsene. È tempo che noi afgani si prenda finalmente in mano il nostro destino, senza interferenze straniere o di culture e abitudini a noi estranee”.

Ed è questo il punto. Bisogna ritrovare il diritto, dei popoli ma anche degli individui, schiacciato dalla globalizzazione mondiale, a essere, o a tornare a essere, ciò che si è.

I dem accolgano l’appello di Cacciari: dialogo con i grillini

Neanche una squadra come il Real Madrid vincerebbe contro una di Serie B se scendesse in campo con 3 calciatori contro 11, la qualità soccomberebbe di fronte alla differenza quantitativa delle forze in campo. È accaduto qualcosa di simile in Sardegna alle elezioni regionali: i 5Stelle correvano con 59 candidati contro 1.400. Questi numeri dicono molto della “sconfitta” pentastellata e dei giornaloni che straparlano di una presunta fine dei 5Stelle.

È ritornato il bipolarismo – dicono in tanti –: “Centrodestra contro centrosinistra”. Sono gli stessi che in mille articoli hanno annunciato la fine delle categorie di “destra” e “sinistra”, ma questo non conta per persone capaci di sostenere tutto e il contrario di tutto, anche che B. è ancora fondamentale nello scenario politico italiano. Esagero? Ascoltate Stefano Folli: “I sardi hanno permesso a Berlusconi di sentirsi ancora necessario: Forza Italia perde tanti voti, ma quelli che conserva le permettono di non farsi schiacciare dai leghisti”. È davvero incredibile come Repubblica sponsorizzi l’uomo di Arcore dopo averlo combattuto per una vita. Ma la coerenza, si sa, è merce rara.

Anche Tria infatti perde la testa e immaginando (forse) una crisi irreversibile dei 5Stelle, dichiara: nessuno investirà in Italia “se il Paese mostra che un governo non sta ai patti, cambia i contratti, le leggi…”. Insomma, rivendica di “stare ai patti” nel momento in cui li nega. Accettando di fare il ministro, Tria ha accettato anche il “Contratto di governo” che prevede un riesame della questione Tav. E dunque: può appellarsi a “patti stipulati da altri” chi nega quello col proprio governo? Ha perso la testa anche chi nel Movimento attacca forsennatamente Di Maio. Sbagliano, perché amplificano l’esito delle Amministrative e sottovalutano che alle Politiche (e in parte già alle Europee) sarà un’altra musica: 1. I pentastellati non cederanno sul Tav e ne beneficeranno elettoralmente; 2. Incasseranno gli effetti del reddito di cittadinanza (dei soldi finalmente arrivati nelle tasche degli italiani); 3. Si daranno (lo stanno già facendo) un nuovo assetto organizzativo che li renderà più competitivi; 4. Diverranno centrali, senza la zavorra delle questioni locali, le battaglie politiche già vinte dal Movimento: vitalizi, Spazzacorrotti, dl Dignità, no bavaglio sulle intercettazioni…

Infine, le critiche al reddito di cittadinanza si ritorceranno contro chi le fa: “Fotografa la povertà – dicono –. Non la combatte”. Non è così. “Fotografa la realtà e aiuta milioni di persone a vivere”, questa è la verità. Poi, certo, occorrerà darsi da fare per diminuire la disoccupazione ma intanto i 5Stelle non lasciano milioni di cittadini in miseria: riceveranno il reddito e, constatarlo farà la differenza nelle urne.

Ciò non significa che l’alleanza 5Stelle-Lega da tattica debba diventare strategica. Su ciò ha ragione Cacciari: il M5S ha commesso errori – scrive – ma “è assurdo che i dem ignorino le differenze fra Di Maio e Salvini”. Il Pd deve dialogare col M5S, è incredibile che non rilanci l’idea “di riavviare insieme le riforme istituzionali affossate dai renziani”. Giusto. Anche perché – ricordando le responsabilità dem – emergono le ragioni dell’anomala alleanza giallo-verde. C’è un contratto ma restiamo alternativi alla Lega – dice Di Maio –, quando Salvini sbaglia attaccando i giudici lo contesto (Repubblica, 28 febbraio).

Ma davvero qualcuno pensa che l’anima di sinistra dei 5Stelle goda a stare coi leghisti? Chi in passato ha votato Pd vuole – io sono tra questi – che i dem accolgano senza indugi il lucido appello di Cacciari. Zingaretti, dopo le primarie, batta un colpo. E la politica italiana cambierà verso.

Da Sofocle a Totò: truffe senza epoca

Nel mio ultimo articolo ho narrato di una tentata truffa, ormai frequentissima, facile e ignobile: un pirata informatico entra nella posta elettronica di Marco Travaglio e mia e, fingendosi noi all’estero e in difficoltà, chiede soldi. Ho poi parlato della vera truffa, quella che implica un rischio da parte di chi l’esercita e, in quanto tale e se ben concepita, è un’arte.

Ho citato l’immortale Totò truffa. Un altro, meno noto, film del Sommo, Sua Eccellenza si fermò a mangiare, racconta di un raggiro: lungo e paziente, questo. Totò, sotto il fascismo, si finge il medico del Duce, colui che durante la Grande Guerra l’ha guarito dal tifo petecchiale e che con Lui si sente almeno una volta al giorno, visitandolo anche per telefono (“Eccellenza, dite trentatrè!”). Così riesce a farsi affidare da una nobile famiglia che la detiene dal Rinascimento un servizio di posate cesellato da Cellini: per portarlo in prestito a Palazzo Venezia … Uno degli strumenti dell’inganno è la capacità di assumere una falsa identità, o di attribuire a se stessi un falso carattere. E vorrei in un paio di scritti raccontarne un po’ di casi.

Il teatro comico sin dalle origini ne fa uno dei suoi principali mezzi. Nell’Anfitrione di Plauto Mercurio assume l’aspetto di Sosia, il servo di Anfitrione, mentre Giove, prese le sembianze di costui, si giace con la moglie Alcmena: e quando il vero Sosia vuol entrare in casa, il dio, in uno dei più strepitosi testi comici mai composti, lo convince di essere egli l’autentico Sosia, lasciando il servo privo della stessa sua identità. Ruggero Guarini indica in questo dialogo surrealista, pieno di equivoci verbali, una delle radici di Totò. Uno dei più grandi eredi di Plauto e di Terenzio è Molière: nel Tartufo egli inventa un libertino, avido di denaro e sfruttatore di una famiglia, il quale si fa credere un così perfetto devoto da portare tale famiglia, da lui dominata, a una comicissima, estrema bigotteria. Se sosia è diventato il sinonimo di colui che assomiglia tanto a uno altro da poterlo contraffare, tartufo è quello dell’ipocrita e del falso credente. Potenza del genio.

Ma anche il teatro tragico può basarsi sulla falsa identità. Il caso atroce dell’Edipo tiranno di Sofocle è che Edipo finge di essere il figlio di Polibo, re di Corinto, e non di Laio, il re di Tebe: ma è il primo a crederlo, onde uccide di notte il padre a un crocicchio e sposa la madre Giocasta. Gli dei hanno teso a un innocente questo crudelissimo inganno: il sommo Poeta si interroga, ben prima di Agostino (“Se Dio è, donde nasce il Male?”), sul tema se la divina giustizia esista. Occorrerà giungere alla purificazione della Tragedia che completa questa, Edipo a Colono, per accettare l’idea che gli dei sono giusti e che la loro giustizia è imperscrutabile.

Edipo può finalmente morire, e muore placato. Chi sa se, oltre a placarsi il Re, si placa davvero Sofocle. E dopo, nell’Antigone, il sublime poeta affronta un altro tema capitale: può una Giustizia nascente dalla natura e dalla pietà (ossia: dal rispettare la volontà degli dei, ché questo pietas significa) esser superiore alla legge dello Stato? La risposta è affermativa. Antigone ha accompagnato il padre Edipo, accecatosi per l’orrore, nell’esilio, e muore per aver seppellito il fratello ucciso dall’altro fratello, in spregio al di lui divieto.

L’incomprensibilità divina si manifesta a partire dallo strumento della falsa identità; dall’una e dall’altra Tragedia nascono alcuni dei principali imperativi etici e metafisici del cristianesimo.

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