Il capitano: “Sapevo dei falsi su Cucchi ma non denunciai”

Il 17 aprile 2018, durante un’udienza per il processo a 5 carabinieri, tre dei quali accusati di omicidio preterintenzionale, il caso Cucchi giunge a un punto di svolta: si scopre che le note sul suo stato di salute sono state “modificate”. A dichiararlo sono due militari che, in quei giorni d’ottobre del 2009, prestavano servizio nella caserma di Tor Sapienza e si occuparono di lui la notte dell’arresto. “Mi chiesero di cambiarla”, dice in aula Francesco Di Sano, “non ricordo per certo chi è stato ma si è trattato di un ordine gerarchico”. Versione simile a quella del collega Gianluca Colicchio.

Fu modificata – spiega Di Sano – perché gli fu chiesto di farlo: la prima era “troppo dettagliata”. Da un interrogatorio effettuato l’8 novembre 2018 si scopre che, di questi “falsi”, si sarebbe potuto scoprire già nel 2015. Se soltanto il capitano dei Carabinieri Tiziano Testarmata – oggi indagato per il favoreggiamento legato a delle presunte omissioni che risalgono al novembre 2015 – avesse avvertito l’autorità giudiziaria. Nel 2015, infatti, il pm Giovanni Musarò chiede al comando Provinciale dei Carabinieri di acquisire, dalle varie stazioni e caserme che s’erano occupate dell’arresto di Cucchi, tutti i documenti relativi alla vicenda. Ecco come Testarmata ricostruisce ai pm l’acquisizione nella stazione di Tor Sapienza: “Il comandante della compagnia… richiese al suo comandante di stazione di recuperare tutti gli atti oggetto di richiesta… per quanto riguarda gli ordini di servizio e il memoriale di servizio… la ricerca fu spedita e li trovò… ma… mi riferisce di non trovare la pratica cartacea relativa alla vicenda Cucchi…”. Testarmata aggiunge: “…si mette al computer e comincia a mandare in stampa delle carte… mostra una serie… di annotazioni sfuse, diciamo senza lettera di trasmissione… a un primo sguardo verifico che alcune annotazioni sembrano simili, cioè sono gli stessi verbalizzanti, la stessa data… sembrano fotocopie che naturalmente…”.

Il Musarò lo interrompe: “… Parliamo di quelle di Di Sano e Colicchio?”. “Sì”, conferma Testarmata. Che aggiunge: “Per scrupolo mi metto a controllare… io personalmente con il dito… e mi rendo conto… che non erano identiche, che c’erano delle discrepanze…”. Testarmata in quel momento ha in mano la prova dei falsi. E lo conferma. “Lei aveva capito – lo interrompe il pm – che uno dei due era falso?”. “Certamente sì”. “E ha fatto una comunicazione notizia di reato?”, chiede ancora il pm. “No… cioè… ho rappresentato… la mia era un’attività diciamo di acquisizione”. “Perché non fa una comunicazione notizia di reato?” lo incalza Musarò, “è stato segnalato questo all’Autorità Giudiziaria?” “Non lo so… ho rappresentato nel dettaglio quello che avevo trovato e… con il Colonnello Sabatino (che smentisce di aver avuto notizia di falsi, ndr) fu commentato… carte alla mano, anche con il Colonnello D’Aloia (anch’egli smentisce, ndr) fu commentato l’esistenza poi … non mi sono preoccupato del… ritenevo che fosse… fosse comunicato… all’Autorità Giudiziaria”.

Eppure non si trattava di documenti irrilevanti: “Qual è il punto che non quadrava?”, continua il pm. “Le condizioni di salute di Cucchi”, risponde Testarmata. L’interrogatorio prende una piega ancor più surreale: “Il 17 aprile 2018, sei mesi fa, c’è stata un’udienza … sono state esibite queste due annotazioni… Di Sano ha accusato la scala gerarchica… è una storia che sanno tutti, non a Roma… la sa quantomeno tutta l’Italia, lei non ha avuto notizia di questa cosa?”. “Di aprile – risponde Testarmata – non… non ricordo…”. “Lei dava per scontato che noi lo sapessimo, vorrei capire come avremmo dovuto saperlo: ancora non ho capito… cioè come ha fatto lei con il dito… infatti così me ne sono accorto, ma dopo tre anni”.

Area Cirio, indagati anche i forzisti Cesaro e Pentangelo

Ci sonoanche i parlamentari di Forza Italia Luigi Cesaro e Antonio Pentangelo tra i 17 indagati di un avviso di proroga notificato nei giorni scorsi dalla Procura di Torre Annunziata, che ha ereditato per competenza i presunti reati di pubblica amministrazione scoperti dalla Dda di Napoli durante l’inchiesta Olimpo sul pizzo imposto dalla camorra a Castellammare di Stabia. Il nome “Olimpo” è un richiamo al principale indagato, Adolfo Greco, in carcere dal 5 dicembre per accuse di estorsione aggravata dal metodo camorristico. In questa nuova tranche tutto ruota intorno al progetto di riqualificazione dell’ex area Cirio, che Greco avrebbe voluto trasformare in un complesso di 330 appartamenti. E per fare questo l’imprenditore dai trascorsi cutoliani avrebbe mosso le sue amicizie in politica, ed in particolare nell’ex Provincia di Napoli, che nominò un commissario ad acta per il rilascio della licenza, intervenuto su istanza della Polgre di Greco “visto il perdurante inadempimento” dell’ufficio tecnico comunale. All’epoca la Provincia era guidata dal presidente Cesaro e dal suo vicario Pentangelo.

Battisti: Salvini e Bonafede archiviati, non il capo del Dap

Il vice premier Matteo Salvini e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede non verranno processati. Condividendo l’impostazione della Procura di Roma infatti, il Tribunale dei ministri ha archiviato l’indagine relativa al video che ritraeva l’arrivo a Ciampino e l’ingresso in carcere del latitante Cesare Battisti, catturato a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia, il 13 gennaio scorso. I due erano accusati di abuso d’ufficio, ma secondo il Tribunale mancherebbe il dolo intenzionale. In altre parole il presunto reato non sarebbe stato commesso per ottenere intenzionalmente un vantaggio, arrecando un danno a Battisti. Da qui l’archiviazione. Il caso però non è definitivamente chiuso.

Infatti oltre a Salvini e Bonafede, sul registro degli indagati era stato iscritto anche il capo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria), Francesco Basentini. Nei suoi confronti, oltre al reato di abuso d’ufficio ormai archiviato, era stata ipotizzata anche una seconda accusa: omissione di atti d’ufficio. L’obiettivo adesso è quello di verificare se Basentini avrebbe dovuto impedire che quel video di circa quattro minuti fosse girato. Il nuovo filone d’indagine mira dunque ad appurare se il capo del Dap abbia messo in campo tutte le misure per tutelare la dignità umana del detenuto Battisti. Ed è proprio su queste basi che si fonda l’esposto inviato ai Garanti della privacy e dei detenuti dalla Camera Penale di Roma. L’avvocato Cesare Placanica, presidente dell’associazione che rappresenta i legali della Capitale, aveva fatto riferimento anche all’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul “divieto di trattamenti disumani e degradanti”. Bonafede, dopo le polemiche, aveva invece cercato di spiegare che quel video voleva essere “un riconoscimento al lavoro che aveva fatto la Polizia penitenziaria”. Un’impostazione che sembrerebbe essere stata condivisa dal Tribunale.

“Mai contro i pm, ma ora parli il tribunale”

L’applauso scatta alle 19.14 ed è molto lungo. È il momento in cui il figlio accenna ai guai giudiziari dei genitori. “È evidente che sto vivendo una fase personale molto difficile” dice Matteo Renzi nel giorno del rinvio a giudizio della mamma a Cuneo per bancarotta. “È naturale, è fisiologico, si collega a quanto sta accadendo alla mia famiglia che non avrei mai immaginato potesse accadere”.

Il format della presentazione del libro dell’ex premier – stesse battute, stesse analisi, stessa camicia bianca, stessi aneddoti una volta inediti e ormai ritriti come l’intervista a Gino Bartali di Renzi cronista a Firenze – fa tappa a Napoli e la reazione della “gente del Pd” è sorprendente, il Circolo Politecnico che lunedì aveva ospitato tra ampi spazi vuoti i fans di Nicola Zingaretti non riesce a contenere un numero di persone cinque volte superiore, così la Polizia chiude le porte paventando problemi di ordine pubblico e il braccio di un operatore tv ne viene schiacciato, si teme una frattura.

È un format collaudato e per deviare il copione dovrebbe succedere qualcosa di clamoroso. Il rinvio a giudizio di Mamma Laura non lo è, la notizia era attesa. I toni del figlio restano bassi e già ascoltati. “Mai detta una parola contro i magistrati, spero che i processi si facciano velocissimamente”.

Del format fa parte, ma non sempre, la presenza di Maria Elena Boschi. Ieri c’era ed era sintonizzata sulla stessa frequenza di Matteo: “Credo che come sempre occorra aspettare che i magistrati facciano il proprio lavoro e aspettare i processi. E’ quello che chiede la famiglia Renzi, che chiede Renzi e che ho chiesto anche io quando è toccato a mio padre, cioè che i processi si svolgessero nelle aule dei tribunali, non nei talk show o sui social”, centellina l’ex ministra a margine. “Anche nel caso di mio padre il tempo ha dimostrato la verità, è stato archiviato quindi vuol dire anche che occorre aspettare il lavoro dei magistrati”.

L’ex premier arriva nervoso. Si scioglie poco alla volta, quando resta in maniche di camicia. Ci mette mezzora ad arrivare lì dove tutti lo aspettano: la giustizia. E le inchieste, sui suoi familiari e il suo entourage. “Non sono il primo ad esserci passato. Tanti di voi sanno che è giusto combattere per una giustizia giusta e condannare chi è colpevole, è anche vero che ci sono stati degli innocenti triturati” e indica Boschi e Stefano Graziano, indagato per concorso esterno in associazione camorristica e poi archiviato in istruttoria dopo essersi dimesso dalla carica di presidente del Pd Campania. “Ma per altri aspetti ciò che è accaduto sulle banche, la notizia dell’archiviazione del padre di Maria Elena – sottolinea – è finito a pagina 42 del giornale. Eppure per quanti mesi quella vicenda è stata l’apertura dei giornali?”.

Siamo a Napoli ma chi auspicava o pronosticava una polemica o un intervento sul caso Consip è rimasto deluso. Allora la notizia diventa Renzi che ammette una sconfitta. “Qui in Campania ho perso la grande battaglia della scuola” dice, ricordando le proteste di migliaia di insegnanti trasferiti al Nord. Poco male. Un centinaio di persone sono in fila per un’ora pur di farsi firmare una copia del libro. E quasi nessuno che sembra interessato alle primarie del Pd. A cominciare da Renzi. “Il dibattito tra i candidati? Non l’ho visto, ero qui… spero comunque che chi vinca non subisca ciò che è accaduto a me, prendere il 70% e poi essere distrutto dal fuoco amico”.

Concorso in bancarotta: mamma Renzi a processo

Laura Bovoli rinviata a giudizio dal gup di Cuneo con l’accusa di concorso in bancarotta documentale nell’inchiesta sul fallimento della Direkta. La madre di Matteo Renzi dovrà comparire davanti ai magistrati il 19 giugno, per la prima volta in veste di imputata. Lo ha deciso il gup Emanuela Dufour al termine di un’udienza complessa. Il magistrato era infatti stato ricusato dalle difese perché in passato giudice in un processo collegato; la Corte d’appello di Torino, però, ha ritenuto che non sussistessero impedimenti. Intanto i Renzi restano ai domiciliari per l’inchiesta fiorentina su un’altra bancarotta (Delivery Service).

Secondo i pm Bovoli deve rispondere di fatture emesse nel 2012 per circa 80.000 euro in cui avrebbe modificato le causali consentendo a Mirko Provenzano – titolare della Direkta, in rapporti con la Eventi6 dei Renzi – di non saldare un debito verso quattro cooperative. Secondo l’accusa, le note di credito “di fatto risultano, almeno in parte, rappresentare il rimborso dei costi sostenuti da Eventi6 per il pagamento di interessi passivi (…), per spese legali o per errate fatturazioni, chiamato dalle parti cosiddetto rischio d’impresa”. In una email del 13 aprile 2013, Provenzano chiedeva “di avere delle richieste su carta intestata Eventi6 di note di credito per penali e disservizi con data antecedente di un giorno o due alla data delle emissioni delle note”. Per i pm, Bovoli avrebbe predisposto “documentazione da ritenersi falsa”.

C’è un passaggio nelle carte che crea qualche imbarazzo al Giglio Magico (Matteo Renzi non è indagato né toccato dalle indagini): “Provenzano il 31 agosto 2012 effettuava un finanziamento per 250 mila euro alla Soluzioni Grafica sas, operazione fatta risultare come ‘affitto d’azienda’ dalla Web&Press Edizioni di Firenze contabilizzando e mantenendo in contabilità un credito di 80 mila euro nei confronti della Soluzioni Grafica nel bilancio del dicembre 2012 nonostante la stessa società fosse stata sciolta senza liquidazione da ottobre, finanziando l’operazione con 200 mila euro ricevuti dalla Eventi 6”. In pratica dalla società dalla Eventi6 (dei Renzi) partono 200 mila euro che transitano da Cuneo, per essere poi utilizzati nel finanziamento di una società di Patrizio Donnini (non indagato), uomo delle campagne elettorali dell’ex Rottamatore e di tanti big Pd.

Un episodio (contestato solo a Provenzano) che non ha rilievo penale né per i Renzi, né per Donnini. Nell’inchiesta Direkta, Provenzano ha patteggiato. Ora a giugno comincerà il processo a Bovoli e altri due imputati: Paolo Buono, cliente della Direkta, e Franco Peretta che teneva la contabilità per Provenzano. “La decisione del giudice era ampiamente prevedibile, ci difenderemo nel dibattimento”, è il commento di Federico Bagattini, difensore dei Renzi.

Ma gli inquirenti piemontesi hanno inviato gli atti ai colleghi genovesi che si occuparono del caso Chil. Renzi sr. ottenne l’archiviazione sulla base della tesi di aver interrotto ogni rapporto con la società dopo averla venduta. I pm piemontesi hanno ritenuto che ai colleghi potesse interessare parte del materiale sequestrato presso la sede della Direkta per capire se davvero i Renzi abbiano interrotto i rapporti con la Chil e i suoi titolari (tra questi Mariano Massone che ha patteggiato nel processo genovese ed è stato arrestato nelle scorse settimane insieme con Tiziano Renzi). Nel 2011, come ha raccontato su La Verità Giacomo Amadori, Bovoli aveva scritto a Provenzano e Massone: “A Mirko che materialmente provvede a effettuare il lavoro (di distribuzione dei volantini, ndr) non può essere riconosciuto da settembre che massimo il 70% dell’intero fatturato, a Chil promozioni andrebbero riconosciuti almeno i costi bancari, a Tiziano è utopistico prevedere il rientro graduale ventilato da Mariano”. Bisognerà capire se gli inquirenti liguri riapriranno l’inchiesta Chil. Notizia per ora smentita.

Fincantieri: la Lega spinge per Bono, M5S resiste (per ora)

L’eternoGiuseppe Bono, alla guida di Fincantieri fin dal 2002, pare proprio destinato a rimanere ai vertici dell’azienda pubblica insieme al presidente Giuseppe Massolo (l’interessato, 75enne, ha già fatto sapere che non intende avere un nuovo “coinquilino”, magari con ambizioni future di succedergli). La Lega s’è intestata la battaglia per la conferma e insiste nel far uscire veline che danno la cosa per fatta: “L’accordo è fatto”, scrivevano le agenzie ieri pomeriggio. Un eccesso di ottimismo, visto che alle “fonti della Lega” hanno poi risposto le “fonti 5 Stelle” sostenendo che l’accordo su Fincantieri non c’era affatto. “Squadra che vince non si cambia – insistevano allora le fonti della Lega – Fincantieri assume, cresce, innova, compra aziende straniere, è folle rimetterne in discussione la gestione”. Eppure Bono dovrà aspettare ancora un po’. Com’è noto il sottosegretario grillino Stefano Buffagni, che ha avuto da Luigi Di Maio la delega a parlare di poltrone, cerca da settimane un sostituto: “Bono ha 75 anni ed è compito del governo pianificare il futuro di un’azienda importante, Salvini sarà d’accordo”, ha sostenuto qualche giorno fa. Salvini, però, non è d’accordo e Bono ancora meno.

Sarti e il nodo dei soldi prestati al padre

La procedura per l’espulsione non è partita. L’email che dovrebbe sancirne l’avvio è ancora ferma, ufficialmente perché il collegio dei probiviri dei Cinque Stelle sta ultimando l’istruttoria. Ma per Giulia Sarti, ormai ex presidente della commissione Giustizia della Camera e deputata autosospesasi dal M5S, la situazione resta delicatissima. E la novità che potrebbe costarle la cacciata sono quei 7mila euro che avrebbe prestato al padre per l’acquisto di un’auto e la ristrutturazione di una casa, sottraendoli dal suo conto e quindi senza rendicontarli, come era invece obbligo dei parlamentari a 5Stelle.

Questa almeno la versione raccontata ai magistrati da Bogdan Andrea Tibutsche, il suo ex compagno, denunciato dalla Sarti con l’accusa di aver sottratto soldi dai suoi conti a sua insaputa, invece di versarli sul fondo per le piccole e medie imprese a cui gli eletti del Movimento dovevano destinare parte del loro stipendio. Ma la procura di Rimini ha chiesto l’archiviazione per Tibutsche, che alla procura ha raccontato tutta un’altra verità, ossia di “non aver mai preso un euro”.

Aggiungendo, tra gli altri, un aneddoto, come ieri riportava il Resto del Carlino: “Una volta ha prestato del denaro 7mila euro a suo padre per l’acquisto di un’auto e la ristrutturazione della casa avvenuta nel 2017. Questi soldi sono venuti a mancare nel suo conto e quindi non sono stati rendicontati. ‘Con quale faccia non aiuto mio padre a comprare l’auto nuova che sono cinque anni che sono in Parlamento’, mi disse Giulia. Così lei ha prelevato quei soldi dal suo conto per aiutare suo padre”. Questo racconta il suo ex compagno rumeno. Ed è una verità su cui il Movimento si attende una risposta, da Sarti. E la deputata dovrà provare a darla nelle sue controdeduzioni ai probiviri, previste dal regolamento del M5S.

Sarti avrà dieci giorni di tempo per formularle, una volta ricevuta dal collegio la email che le notificherà l’avvio della procedura. E dovrà essere molto convincente e precisa per evitare l’espulsione, su cui i “giudici” del Movimento dovrebbero esprimersi nei successivi 90 giorni. Però su di lei pesano le parole di due giorni fa del capo politico Luigi Di Maio, duro: “Credo che la sua espulsione sia doverosa”. E ieri durante Otto e mezzo anche il capogruppo in Senato Stefano Patuanelli è stato secco: “L’onorevole Sarti riceverà un procedimento dai probiviri, dopodiché immagino che sarà espulsa. Gli chiederemo di dimettersi dal suo ruolo di parlamentare, ma solo Sarti può decidere se farlo”. Però la email dei probiviri non è ancora partita.

E questo perché ai piani alti del Movimento c’è ancora discussione, con alcuni che spingono per “attendere le carte e le decisioni dei magistrati”. Partendo da un ragionamento: “Se la procura non dovesse aprire nei suoi confronti una procedura per calunnia, perché dovremmo mandarla via?”. Anche perché, come sussurra un big, “la vicenda di Giulia è molto complicata”. Intanto il M5S dovrebbe aver scelto come sua sostituta alla presidenza della commissione Giustizia la deputata veneta Francesca Businarolo.

“La paura di far cadere Conte non può snaturare i 5 Stelle”

È stata la prima capogruppo alla Camera, quella dello streaming con Pier Luigi Bersani in cui nel 2013 respinse così l’offerta di un patto più o meno di governo: “Sono vent’anni che sentiamo queste cose, mi sembra di stare a Ballarò”. E sei anni dopo, Roberta Lombardi è capogruppo del M5S in Regione Lazio, governata da quel Nicola Zingaretti che vuole prendere proprio il ruolo che fu di Bersani, quello di segretario del Pd, e che nei primi mesi da governatore si è tenuto a galla anche con i voti dei Cinque Stelle. “Ma solo su punti condivisi” precisa più volte Lombardi, grillina dal 2007, quando il M5S ancora non esisteva.

In questi anni come è cambiato il rapporto tra Movimento e Pd?

Io parto dalla mia esperienza personale, quindi dallo streaming con Bersani, in cui lui non ci propose di fare un governo assieme, ma di adottare tecniche parlamentari per far nascere un suo esecutivo. Insomma, di far alzare un po’ di nostri senatori al momento del voto di fiducia. Un’offerta non proprio irresistibile, anche se oggi sarei più diplomatica.

Ma quel no fu giusto?

Certamente, e gli anni del renzismo lo hanno dimostrato.

E invece in Regione Lazio?

In Regione dopo il 4 marzo si era verificata una situazione inedita, con Zingaretti vincitore di un soffio e senza maggioranza in Consiglio. Così provai a fare un discorso al centrosinistra, partendo dal fatto che c’erano diversi punti in comune tra i nostri programmi. Per questo proponemmo al governatore di lavorare assieme su alcuni temi condivisi. E ci siamo riusciti, su ambiente, lavoro e trasparenza.

Qualche esempio?

È stato avviato un percorso per il piano regionale dei rifiuti, che nelle linee guida recepisce i principi cardine del M5S, dal riciclo al riuso, bandendo il ricorso agli inceneritori. E abbiamo ottenuto sei milioni in tre anni per i lavoratori di imprese in crisi, per permettere loro di creare cooperative e rilevare e rilanciare la loro azienda.

Verrebbe da dire che ha ragione Massimo Cacciari, ossia che il M5S ha molti più punti in comune con il Pd che con la Lega.

Tra i nostri abbiamo sicuramente più gente con una storia di sinistra che persone vicine alla Lega o al centrodestra. Ma ciò perché sono soprattutto i cittadini di sinistra a essersi sentiti traditi, e che hanno ritrovato certi valori nei nostri programmi, dalla lotta alla povertà alle battaglie per il diritto alla casa.

Si arrenda: nei programmi avete tanti temi di sinistra.

Non è una bilancia. Gianroberto Casaleggio diceva che non esistono idee di sinistra o di destra, ma che esistono buone o cattive idee.

Sarà. Però ora il M5S di governo si sta schiacciando sulla Lega.

Bisogna evitare che la paura di far cadere il governo mini l’identità del M5S. E la nostra identità è realizzare buone idee.

Nel contratto di governo quante ce ne sono?

Molte, sia nostre che della Lega. Ma noi eravamo e restiamo equidistanti. E non dimentichiamo che noi il contratto di governo lo avevamo proposto sia al Pd che al Carroccio.

Però vi siete accordati con Matteo Salvini.

È falso dire che abbiamo preferito la Lega. L’accordo con il Pd era praticamente chiuso, ma Matteo Renzi lo fece saltare.

Quindi?

Quindi non si può escludere che un domani il Movimento torni a dialogare con il Pd come è avvenuto nel Lazio, dove Zingaretti ha avuto l’intelligenza di capire che il renzismo era morto, e di assorbire alcuni dei nostri temi.

Però proprio Zingaretti ripete sempre che non si alleerà mai con i 5Stelle. È sincero?

Non lo so. Ma ogni volta che dice questa frase io la segno sulla mia agendina…

Intanto Luigi Di Maio vuole riorganizzare il M5S. È d’accordo?

Sì, c’è l’esigenza di farlo. Siamo passati da gruppo di cittadini auto-organizzati a forza di governo. Ma riorganizzazione non vuol dire struttura.

Di Maio vuole creare proprio una struttura, con referenti regionali e una segreteria politica.

Il capo politico ha giustamente capito che è il metodo a caratterizzare il Movimento. Quindi invece di calare una serie di nomi in conferenza stampa ha aperto un percorso condiviso, con tutti noi.

Quindi, no a una riorganizzazione calata dall’alto?

Assolutamente no.

Casellati fa fuori un altro portavoce

Ormai ha più ex portavoce che nomi o cognomi. Maria Elisabetta Alberti in Casellati è di nuovo priva, appunto, di un portatore di voce, il terzo – in meno di un anno – ha lasciato ieri. Si tratta di Maurizio Caprara, già collaboratore di Giorgio Napolitano al Quirinale. Caprara ha resistito un mese alle dipendenze di Casellati, ieri è andato via per “divergenze”, che dice molto per il linguaggio felpato che si usa tra le sacre cariche istituzionali. La presidente del Senato vorrebbe per sé una narrazione magnifica, vorrebbe essere amata, forse adorata, cancellare quel passato poco elegante di sottosegretario che nominò sua figlia come capo segreteria al ministero della Salute oppure di agguerrita berlusconiana che marciò verso il Tribunale di Milano al tempo del processo Ruby. Forse Casellati sperava in una comunicazione più incisiva, più brillante, per innescare un movimento popolare e collettivo per poi raggiungere – tra ali festanti di folla e il consenso unanime dei grandi elettori – il Quirinale dopo il settennato di Sergio Mattarella. L’impresa era molto complicata e la solidarietà umana, quella più sincera e calorosa, va a Caprara, a chi l’ha preceduto e, soprattutto, a chi verrà dopo.

“Ora ho fatto anche un disco. La politica? A sinistra fanno a chi piscia più lontano”

“Sono felice perché riascoltando il disco, sento proprio la voce mia”. Vladimir Luxuria, dopo la politica, i libri e la tv, esordisce come cantante, con Vladiland (Indiehop). Un album realizzato dal produttore svizzero Gionata. “Avevo già cantato Come mi vuoi di Conte nell’omonimo film, in commedie musicali e a Tale quale show, ma quest’album è stato scritto apposta per me”. Nove tracce sospese tra gli anni 80 e l’Indie in cui, con una voce malinconica e credibile, Vladimir canta di amori, tradimenti e follie, senza mai rinunciare all’ironia come nel singolo, Sono un uomo, che prende in giro il machismo.

Nella vita ha fatto di tutto, le mancava solo un disco.

Sì, un disco e prendere i voti in convento.

Attivista, politico, scrittrice, personaggio televisivo. Come si definirebbe?

Transgender, stavolta non in senso sessuale.

Il suo rapporto con la politica oggi?

Mi sento una persona libera che ragiona con la sua testa, senza vincoli di partito, senza soggezione. Del resto fui eletta in Rifondazione comunista tra le fila degli indipendenti, senza avere tessere.

C’è una regressione culturale nel paese?

Sì, perché le parole dei potenti hanno un riverbero incredibile e oggi quelli che quasi si vergognavano di affermare certe idee, sono usciti con la testa fuori dal sacco, come diciamo al sud.

Dieci anni fa lei entrò in Parlamento da trans, oggi sono diminuite perfino le donne…

Mi sta chiedendo se bisognerebbe fare un decreto per cui se non si rispettano le quote rosa, si dovrebbe obbligare un certo numero di deputati a cambiare sesso? Solo così riusciremmo a dare più spazio alle donne…

Per chi ha votato il 4 marzo?

Per la Bonino: ero arrabbiata con la sinistra, troppo frammentata, non si fa in tempo a ricordare una sigla che già cambia. Fanno a gara a chi ce l’ha più grosso, a chi piscia più lontano.

La sinistra esiste ancora?

Esiste un popolo senza bandiera, devono smettere di litigare. Ho deciso di non candidarmi più, dopo un congresso a Chianciano, nel 2008, dove quelli di Rifondazione e quelli dell’area di Nichi Vendola arrivarono alle mani. Lì capii che non volevo più perdere tempo.

Ritornerà a fare politica?

Vedremo. Siamo tutti utili e nessuno è indispensabile: anche altri possono farsi carico dei temi Lgbt. Una volta mi chiedevo se ero abbastanza credibile da essere eletta, oggi mi pongo il problema della credibilità di chi me lo propone.