Il ministero degli Affari Ue compra il libro del ministro: 3.500 euro per “Politeia”

Anche se è di fatto un ex ministro e il suo futuro si chiama Consob, il lavoro che Paolo Savona aveva iniziato al governo non è certo destinato a finire a breve: il suo contributo come titolare degli Affari Ue durante questi nove mesi, certo, darà i suoi frutti nel tempo, ma ancor di più lo faranno le sue intuizioni e riflessioni sull’economia italiana e, ovviamente, sul futuro dell’Unione europea, croce e delizia di un uomo di potere dalla lunga storia atlantica e europeista finito, per uno di quegli strani scherzi della vita, ad essere assai irritualmente bandito dal ministero dell’Economia come pericoloso no-euro.

Il lavoro di Savona, si diceva, è consistito anche e soprattutto di un contributo intellettuale. Come ad esempio il documento Una Politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa che, ci informava una nota del suddetto dicastero, il 12 settembre scorso fu addirittura “inoltrato a Bruxelles” per opportuna conoscenza. Quel testo – ancora presente sul sito del ministero e, lo diciamo a scanso di equivoci, pieno di alcune sacrosante verità sulla natura disfunzionale dell’Ue – è divenuto un libro, edito da Rubbettino a fine dicembre, arricchito da due saggi: uno del consigliere economico di Savona, Alberto Heimler, sulla concorrenza nell’Unione europea, e uno dell’economista post-keynesiano Jan Kregel sulla politica monetaria e fiscale.

Un testo che deve rivestire, nelle intenzioni dell’autore, un’importanza strategica nel guidare le posizioni del governo italiano riguardo al necessario, inderogabile processo di riforma dell’Unione. Non sorprende allora, data appunto la sua importanza strategica, che sul sito di Palazzo Chigi risulti un appalto in affidamento diretto del ministero di Savona proprio con Rubbettino che ha per oggetto il “servizio di acquisto e consegna del volume: Paolo Savona, Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa” per il periodo dal 16 gennaio al 31 luglio di quest’anno. L’importo è modesto rispetto alle ambizioni: 3.400 euro più Iva (altri 150 euro circa), pari a circa 300 copie al prezzo di mercato. Certo, potrà parere poco elegante che il ministero compri il libro del ministro, ma la rivoluzione – si sa – non è un pranzo di gala.

Consob, secondo no di Fico: niente audizioni su Savona

Questa nomina s’ha da fare. E pazienza per l’apriscatole del tempo che fu, la trasparenza e il dibattito pubblico sulle scelte politiche. Provvidenzialmente i regolamenti e le prassi parlamentari vietano, o non prevedono, di approfondire col contributo di esperti della materia se Paolo Savona sia o no incompatibile con la carica di presidente della Consob: e laddove la compatta volontà politica di portare l’82enne ministro a dama poteva lasciare spazio a qualche spiraglio, ci ha pensato la sciatteria a chiuderlo.

Magari il dubbio sull’incompatibilità ce lo toglierà un giudice, in caso qualcuno faccia ricorso, ma l’acribia giuridica che fu giustamente impiegata a inizio legislatura da M5S e Lega per disarcionare Mario Nava, arrivato a Roma in distacco triennale da Bruxelles, non si porta più.

Il treno che accompagnerà Savona a guidare la Commissione di controllo sulla Borsa è partito e non farà fermate alla Camera. Come si sa, la commissione Finanze di Montecitorio – guidata dalla grillina Carla Ruocco, sia detto en passant amica del fu candidato gialloverde Marcello Minenna – ha chiesto per ben due volte di poter audire Anac, Corte dei Conti e giuristi sui possibili profili di incompatibilità di Savona. Il ministro rischia infatti una nomina illegittima grazie sia alla legge Severino che alla legge Madia: queste norme, riassumendo, impediscono di assumere la presidenza Consob ai membri del governo se non 12 mesi dopo le dimissioni; ai pensionati; a chi nei due anni precedenti abbia ricoperto cariche in società regolate dalla Commissione. Savona ricade in tutti questi profili.

Ieri, per la seconda volta, il presidente Roberto Fico ha risposto che non si può fare: il “contesto regolamentare e di prassi” è “univoco e consolidato” ed esclude audizioni che non siano quelle del nominato; tanto più che per la seconda volta la richiesta arriva senza il necessario previo via libera “dell’ufficio di presidenza della commissione integrato dai rappresentanti dei gruppi” (unico organo legittimato) e senza una precisa spiegazione della necessità delle audizioni, demandata a una lettera allegata – pur molto precisa – del deputato d’opposizione Marco Osnato. Non proprio un caso, diciamo, di finezza tattico-regolamentare.

Al di là del kamasutra normativo, il senso è che il governo spinge per blindare la nomina di Savona e a Fico non è certo dispiaciuto non aprire un nuovo fronte con Di Maio e Salvini. Volendo, poteva farlo: le decisioni degli interna corporis parlamentari sono sempre politiche, anche quando s’ammantano di tecnicismi: in questo caso, peraltro, sia il mandato della commissione (la “verifica dei requisiti” del candidato) che l’interesse pubblico del non dare a Consob il secondo presidente “pericolante” in un anno giustificavano un certo attivismo.

Che dire? Non è un periodo felice per le nomine pubbliche. Quella dello stesso Fico e della collega del Senato Alberti Casellati per la presidenza Antitrust – alla quale fu indicato a dicembre il magistrato Roberto Rustichelli – è stata finora bloccata dal Csm sempre per via della legge Severino (troppi anni fuori ruolo, in questo caso). Sarà sfortuna.

Per Calenda c’è posto solo a Ostia

Non è facile la vita dello scrutatore illustre. Soprattutto quando si chiama Carlo Calenda, che si è offerto di partecipare così alle primarie del Pd e poi ha scoperto cosa significa davvero. Ieri è andato in piazza del Popolo per proporsi come scrutatore in quella sezione. Gli è stato detto che no, non c’erano più posti, non serviva più nulla. Ma gli è stato dato un suggerimento: andare a Ostia e fare lo scrutatore lì. Non esattamente comodo per uno che bazzica il centro di Roma. E così pare che Calenda se ne sia tornato a casa, senza fiatare e senza decidere. Ora, se proprio ci tiene a mantenere la promessa – di parteciparealle primarie – potrebbe fare il rappresentante di lista per Maurizio Martina. Il che, però, vorrebbe dire esporsi un po’ troppo.

Vedremo. Quel che è certo è che si avvia a conclusione una settimana non proprio brillante per l’ex ministro dello Sviluppo. Che prima si è visto sfilare la candidatura al Nord come capolista di un Pd zingarettiano da Giuliano Pisapia. E poi ha postato sui social una sua foto in costume da bagno dopo un bagno in un laghetto ghiacciato. “Chi l’ha detto che solo i sovranisti (quelli originali, i nostri al massimo mangiano Nutella) fanno il bagno nell’acqua ghiacciata?! #orgoglioprogressista”. Humour inglese?

Il governatore insiste sul nome di Ilaria Cucchi, ma lei nega

Nicola Zingaretti vuole portare Ilaria Cucchi a Bruxelles. La sorella di Stefano, il giovane romano ucciso dopo un fermo dei carabinieri nell’ottobre del 2009, è il nome a sorpresa su cui il governatore della Regione Lazio punta per rafforzare e “aprire” le liste del Pd per le prossime elezioni Europee.

L’indiscrezione, anticipata dal Fatto Quotidiano a gennaio, la scrive ieri anche l’Espresso. Secondo il quale “Ilaria potrebbe essere candidata nella circoscrizione Italia centrale”. Lei però continua a negare di essere interessata alla corsa: “Ringrazio enormemente chi ha pensato a me – scrive su Facebook – ma ribadisco che non ho intenzione di candidarmi”.

Nelle liste di Zingaretti sarebbe già confermata la candidatura di Giuliano Pisapia nel Nord-Est.

E poi, il governatore del Lazio vedrebbe la partecipazione anche di Giuseppe Antoci. L’ex presidente del Parco dei Nebrodi in Sicilia che nel 2016 scampò a un attentato mafioso è in pole position per diventare capolista democrat nella circoscrizione dell’Italia insulare.

Insieme non fanno un leader: che noia!

In tre, non fanno una leadership paragonabile a quella di Matteo Renzi. E sia detto senza giudizi di merito sugli esiti di quella leadership, ovviamente. Ma a guardare il duello che è andato in onda ieri su Sky tra Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti, si è notata un’assenza non solo di pathos, ma anche di vera voglia di buttarsi nella battaglia politica. Nicola Zingaretti è destinato a vincere le primarie di domenica: è stato prudente su tutto, equilibrato sul reddito di cittadinanza e sui magistrati, gentile nei confronti di Renzi. Eppure, ha ribadito che il “Pd è malato”. Forse la sua frase più forte: non poco per uno che si candida a prenderne la guida. Ma che in realtà ha già in testa un piano B: un post Pd, più vicino alla sinistra, o forse solo un postPd, non troppo chiaro neanche per lui. Roberto Giachetti ha interpretato il ruolo dell’ultrà renziano, regalando i (pochi) momenti di brivido (ovvero di lite) dell’intero duello: ha già un piede fuori, e lo dice pure. Maurizio Martina, a disagio con se stesso, con la sua mozione e pure con il suo predecessore, era forse l’unico che davvero avrebbe voluto farlo il segretario di questo Pd. Modello fassiniano, ha in testa la figura di un “servitore”, di uno che si rimbocca le maniche e mette tutti d’accordo. Sogni impossibili, che hanno prodotto una campagna congressuale in cui nessuno ha capito chi è e chi rappresenta. Quando gli hanno chiesto con chi dividerebbe la stanza per l’Erasmus, ha risposto prima giustificando la non scelta di Renzi e poi annunciando quella di Calenda.

Le uniche differenze (quasi) chiare tra i tre sono venute sulle alleanze, ma più nei toni, che nei contenuti. Tanto è vero che a parole tutti dicono no a Leu e M5s, ma Giachetti è categorico e Zingaretti poco credibile. La performance di ieri, poi, la dice lunga: i tre spesso non hanno usato tutto il tempo a loro disposizione per le risposte. Tanto meno le repliche. E il suddetto Renzi, che non le manda mai a dire, li stronca così: “Il duello? Non l’ho visto”.

Maurizio Martina. L’ecumenico

Classe 1978, è nato a Calcinate, nel Bergamasco. Provenienza Ds, è stato ministro nei governi Renzi e Gentiloni e reggente del Pd nell’interregno dopo le dimissioni di “Matteo”. Nessuno ha capito bene davvero con quale piattaforma e ambizione politica si candidi. Sguardo mite, vagheggia un’unità che spesso si traduce in un “ma anche” fuori tempo massimo.

Sostenitori (nel Pd e fuori) Doveva essere una mozione “aperta” e composita, è diventata quella dei post-renziani illustri. Luca Lotti, Lorenzo Guerini, ma pure Vincenzo De Luca. Con lui molti parlamentari e anche “renziani autonomi” tipo Graziano Delrio. Il suo vice doveva essere Matteo Richetti, ma dopo l’epurazione dei suoi dalle liste per l’Assemblea ha detto elegantemente: “Martina può andare a cagare”.

Che Pd vuole Sogna un partito dove tutti si vogliono bene, da Giachetti a Zingaretti. Vuole una segreteria unitaria, con amministratori locali, un comitato nazionale aperto per le Europee e 10 mila comitati per la nuova Europa .

Il simbolo Per lui non si tocca. “Sono orgoglioso del simbolo del Pd”, ha detto. Pure se ha parlato della necessità di “metterlo al servizio insieme ad altri”.

Renzi: risorsa o zavorra? Una domanda difficilissima per l’ultimo ex segretario dem, che cerca di non rispondere mai: “Il dibattito non si può esaurire tra renziani e anti renziani”.

Giustizia a orologeria? Tante parole per un imbarazzo: “Massimo rispetto per la situazione umana, ma grande rispetto per la giustizia sempre, principi saldi di garantismo per tutti”.

Gli scissionisti: reprobi o no? Poche le dichiarazioni sul tema. Ma quelle che ci sono, vedono un no all’alleanza con LeU. Poi, chissà.

I Cinque Stelle: nemici o futuri amici? L’ipotesi di un’alleanza fra il Pd e il M5S “è esclusa”. Eppure, anche lui aveva cercato durante la formazione del governo di costruire un’interlocuzione con il Movimento.

Il reddito di cittadinanza Contrario, ma in maniera soft: “Utilizzerei le risorse che hanno speso per il reddito di cittadinanza in altro modo. Farei un’operazione più legata alle politiche attive del lavoro abbattendo il costo del tempo indeterminato”.

Il Jobs act “Ne difendo l’impianto riformista, ma sono pronto a discutere come si fa meglio o di più”.

Parola chiave Salario minimo per chi sta fuori dai contratti nazionali e abolizione dei tirocini gratuiti.

Verso le Europee: quale listone? Ha firmato più convintamente degli altri il manifesto di Calenda. “Serve un listone. Non possiamo andare da soli”.

Il disegno segretoIl suo non è chiaro. Quello di Lotti è riprendersi il Pd dall’interno, magari per rioffrirlo a Matteo Renzi e bloccarlo sulla strada verso l’uscita.

Roberto Giachetti. L’ultrà

Classe 1961, romano, Roberto Giachetti arriva dal Partito Radicale. Già capo di gabinetto di Rutelli, è tra i fondatori della Margherita. In Parlamento dal 2002, è stato candidato sindaco di Roma contro Virginia Raggi. Polemico e volutamente eccessivo nei toni, in questo congresso gioca a fare l’ultrà renziano (anche se l’ex segretario ufficialmente non lo appoggia).

Sostenitori (nel Pd e fuori) Il fiore all’occhiello è Maria Elena Boschi. Con lui, gli ultrà renziani, a partire da Anna Ascani e Luciano Nobili.

Che Pd vuole S’immagina già minoranza ed esplicita di avere un piede fuori dal partito. Per lui il Pd resta quello dei tempi d’oro del renzismo.

Il simbolo Lui lo terrebbe: “Sbagliato rinunciarci”, ha detto più volte a Nicola Zingaretti.

Renzi: risorsa o zavorra? “Renzi non mi manca, c’è ed è l’arma di punta della nostra opposizione. Io sono leale con quel progetto di 5 anni fa che ha fatto molto bene all’Italia. Renzi è nel Pd e lo dobbiamo ringraziare”.

Giustizia a orologeria? “La giustizia italiana è malata, l’ho pensato 30 anni fa per certe cose capitate a Berlusconi e a Mastella e lo penso adesso. Va riformata a prescindere di chi è colpito”.

Gli scissionisti: reprobi o no?Per Giachetti non esiste un’alleanza con LeU né la possibilità di riproporre coalizioni alla Unione del 2006: “Non dimentichiamo cosa vuol dire vincere le elezioni con tutto e tutto il suo contrario e poi quando si va a governare si è paralizzati dai ricatti dei piccoli e piccolissimi partiti”.

I Cinque Stelle: nemici o futuri amici? “Mai con i Cinque Stelle” e “Nicola è ambiguo rispetto a loro”: Giachetti sul tema non le manda a dire.

Il reddito di cittadinanza “Una polpetta avvelenata. Io quei soldi li userei per il Rei, che stava funzionando, e per abbassare le tasse sul lavoro”.

Il Jobs act “Difendo la stagione del Jobs act”, ha detto. E infatti, nella sua mozione si legge che bisogna reintrodurre gli incentivi al tempo indeterminato, che ci furono solo nei primi 3 anni.

Parola chiave “Il sussidio universale contro la povertà, ovvero il Rei, deve diventare un sussidio europeo, finanziato con il bilancio europeo”.

Verso le Europee: quale listone? “Sono favorevole al listone”, ha detto. Il problema, però “è con chi”.

Il disegno segreto L’uscita dal Pd, magari per dare vita al partito di Renzi è all’ordine del giorno. Lo dichiara pure: “Se si finisce col M5s o rientra chi se ne è andato il Pd non è più casa mia”.

Nicola Zingaretti. Il favorito

Classe 1965, romano, oggi governatore del Lazio, ex presidente della Provincia, provenienza Ds, fratello minore dell’attore Luca, ovvero il Commissario Montalbano con i suoi toni soft e l’attitudine a schivare fino all’ultimo momento utile le sfide più importanti, Nicola Zingaretti è favorito al congresso Pd.

Sostenitori (nel Pd e fuori)Paolo Gentiloni, Marco Minniti, Andrea Orlando, Marianna Madia, Roberta Pinotti, Giuliano Poletti: con lui ci sono molti illustri esponenti del fu governo Renzi. Il vero “regista” della sua candidatura è Goffredo Bettini, europarlamentare, già “creatore” di Francesco Rutelli e Walter Veltroni. E aspettano con ansia la sua vittoria anche gli ex Pd: Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani.

Che Pd vuole “Il Pd è malato” ripete spesso e volentieri: un’affermazione che fa pensare al superamento di questo partito, magari guardando a sinistra. Ma nel frattempo, punta a stravolgere gli equilibri presenti e a fare una segreteria unitaria.

Il simbolo Non è una priorità, ha detto: alle Europee è disposto a non presentarlo.

Renzi: risorsa o zavorra? “Io con Renzi ho un ottimo rapporto”, ha detto. “Non l’ho mai votato ma l’ho sempre rispettato. Mi auguro non ci manchi, penso a un Pd aperto e pluralista”.

Giustizia a orologeria? “Non c’è giustizia a orologeria, non ci sono complotti, ma le persone vanno difese”.

Gli scissionisti: reprobi o no? “Gli stessi leader di LeU dicono che non hanno alcuna intenzione di rientrare nel Pd”, ha detto. Ma il rapporto con loro per lui è fondamentale: sul tavolo c’è l’alleanza per le Europee.

I Cinque Stelle: reprobi o futuri amici? “Nessuna alleanza con i Cinque Stelle”, ma “dialogo con i loro elettori delusi” è la posizione ufficiale. Il governatore del Lazio è però il più possibilista a un confronto con il Movimento.

Il reddito di cittadinanza Contrario, ma anche no: “Il reddito di cittadinanza non lo abolirei, ma lo cambierei, facendo investimenti per creare posti di lavoro. Molto meglio il reddito di inclusione fatto dal Pd”.

Il Jobs act Va rivisto, non stravolto: “È necessario fare un tagliando alle politiche del lavoro, quindi costruire una nuova agenda che tenga insieme due parole, crescita ed equità”.

Parola chiave Il fulcro del programma è “sostenibilità sociale, ambientale e economica”.

Verso le Europee: quale listone? Zingaretti pensa a una lista del Pd “aperta”, con dentro personalità varie, da Carlo Calenda a Giuliano Pisapia. E intrattiene un rapporto privilegiato con gli ex Pd.

Il disegno segreto Una scissione è possibile: Zingaretti si aspetta la faccia Renzi, ma non è detto che alla fine non sia lui a trasformare il Pd in un partito simile ai Ds che furono. O a inventarsi un’altra formula, che adesso non si vede, per catalizzare gli elettori di centrosinistra.

Tre candidati e un partito che già quasi non c’è più

Riuscirà il Pd a voltare pagina esattamente un anno dopo la sconfitta alle Politiche del 4 marzo, che ha portato alle dimissioni di Matteo Renzi e al congelamento di tutto? Domenica si vota. Si sfidano Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti. Il primo, favorito, punta a trasformare del tutto il partito. Come? Roberto Giachetti ha già un piede fuori e Maurizio Martina potrebbe essere il cavallo di Troia dei renziani. Notazione: Renzi andrà a votare, ma non ha detto per chi. Asticella fissata a un milione di partecipanti, ma il giorno dopo i gazebo comincerà la sfida su come schierarsi alle Europee. Queste primarie potrebbero essere le ultime: il partito è in trasformazione.

Riforma del codice appalti in due anni. Intanto il decreto

Una delega che prevede la riforma totale del codice degli appalti (poteri dell’Anac inclusi) in due anni per cercare di sbloccare la stasi che, secondo costruttori e politici, ha causato negli investimenti: è quanto arrivato ieri sera in Consiglio dei ministri. La delega però non basta: la lunghezza dei tempi cozza con l’urgenza del governo nell’accelerare e sbloccare investimenti e cantieri. Per questo nelle prossime settimane sarà varato un decreto che elimini dal codice le norme più critiche. La delega fa parte delle 19 totali del ddl Semplificazioni, ieri spacchettato in più provvedimenti, ognuno su una materia specifica, dalla riforma del codice civile al Turismo. In totale, dieci. Il governo istituirà poi a Palazzo Chigi una Commissione permanente “cui è attribuito il compito di assicurare in concreto l’attuazione delle misure di semplificazione”, secondo quanto prevede la bozza del ddl delega di semplificazione. Vengono stanziati 2 milioni nel 2019 e 8 milioni dal 2020. Lo stesso testo prevede un “Comitato interministeriale” per la semplificazione presieduto dal presidente del Consiglio, con una Cabina di regia a Palazzo Chigi, presieduta dal Capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi.