I giorni del ministro dell’Economia Giovanni Tria sembrano contati: lui non ha certo voglia di dimettersi, nonostante i ripetuti scontri con i partiti di maggioranza, ma potrebbero essere Lega e Cinque Stelle a sacrificarlo nel rimpasto innescato dalle elezioni europee. I negoziati sono già cominciati, l’esito dipenderà anche dai rapporti di forza, cioè da quanto il M5S riuscirà a reggere l’erosione dei consensi. Ecco lo scenario che si delinea, secondo quanto riferiscono al Fatto fonti interne al governo. Un minuto dopo le elezioni, una volta certificato il successo della Lega, Matteo Salvini aprirà la trattativa: più ancora che il ministero della Salute oggi affidato a Giulia Grillo, il suo primo obiettivo è il dicastero dei Trasporti, guidato oggi dal pentastellato Danilo Toninelli. Le Regioni del Nord a guida leghista premono perché sia un uomo loro a gestire gli investimenti miliardari in infrastrutture.
C’è una grande incognita sul dossier Tav, ma il premier Giuseppe Conte e il leader M5S Luigi Di Maio hanno visto in questi mesi che i poteri del ministero dei Trasporti sono in gran parte teorici: l’ultima parola spetta sempre al dicastero che decide sulle spese e gli investimenti, cioè il Tesoro. Per cedere il posto di Toninelli, quindi, i Cinque Stelle pretenderanno di avere un uomo loro all’Economia, così da bilanciare il rafforzamento leghista e conservare diritto di veto su partite delicatissime per un Movimento che attinge consenso anche dalle proteste locali contro infrastrutture contestate. I rapporti con il ministro Tria sono logorati da tempo: i Cinque Stelle non gli hanno mai perdonato di aver preso impegni sul deficit 2019 mai concordati con i leader politici di maggioranza (il ministro garantiva che sarebbe stato 1,6 per cento del Pil, i partiti volevano il 2,4, alla fine si è arrivati al 2) e oggi lo vedono come inaffidabile politicamente e ancora circondato da uomini legati alla gestione precedente che molti in maggioranza vorrebbero allontanare, uno su tutti: il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera.
Difficile lasciare a Tria la gestione di una legge di Bilancio 2020 che si annuncia complicatissima, tra recessione e clausole di salvaguardia da 23 miliardi di euro sull’Iva. Il nome di Tria era emerso nei concitati negoziati di maggio 2018 dopo che il Quirinale di Sergio Mattarella aveva messo il veto su Paolo Savona al Tesoro. Fu poi lo stesso Savona ad accettare di farsi da parte e a indicare Tria, all’epoca professore di Tor Vergata a Roma, poco noto al grande pubblico. I rapporti tra i due si sono deteriorati in poco tempo: Savona, dirottato agli Affari europei, pensava di poter influenzare la politica economica pilotando Tria, ma non ha funzionato bene lo schema. Oggi Paolo Savona ha lasciato il ministero degli Affari europei e aspetta la conferma della Camera per diventare presidente della Consob, l’autorità di vigilanza sui mercati. Lo schema negoziato un anno fa è quindi saltato e tutto può essere rimesso in discussione.
L’omologo di Tria è Enzo Moavero Milanesi, altro tecnico non organico ai partiti di maggioranza che oggi guida la Farnesina con la benedizione di Mattarella. “Da quando Palazzo Chigi ha preso in mano la trattativa con l’Europa sulla manovra, Moavero ha fatto lui le funzioni di ministro per gli Affari europei”, è la frase con cui dentro la compagine di governo alludono a un possibile trasloco. Moavero, con un passato da alto funzionario a Bruxelles, è il profilo più autorevole che l’Italia può indicare come commissario europeo nella squadra che si definirà in giugno. Ma se le logiche di partito dovessero far emergere nomi diversi, magari più vicini alla Lega, Moavero dovrebbe andare agli Affari europei, liberando una casella di prestigio che potrà essere utile a Lega e Cinque Stelle per costruire un nuovo equilibrio di cariche. Nei mesi scorsi erano circolate voci sulle ambizioni di Alessandro Di Battista per la Farnesina, ma oggi un suo ingresso al governo sembra piuttosto improbabile, soprattutto perché turberebbe gli equilibri interni al Movimento (dove Di Battista è oggi il simbolo di un M5S di opposizione alternativo a quello governativo di Di Maio).
Anche se tutto dovesse filare liscio, resterebbe da definire un dettaglio: chi mettere al posto di Tria.
Il Quirinale ha sempre detto di preferire ministri politici, possibilmente leader di uno dei partiti, perché così si evita il solito scaricabarile sul tecnico. Ma a oggi è difficile fare previsioni. Chiunque sarà il titolare di via XX Settembre avrà un finale d’anno complesso in cui temi che oggi sono di dibattito intellettuale – la patrimoniale, il ritorno dell’Imu, l’aumento selettivo dell’Iva, il taglio delle agevolazioni fiscali – diventeranno questioni molto concrete. E impopolari.