Rimpasto, il piano per sostituire Tria dopo le Europee

I giorni del ministro dell’Economia Giovanni Tria sembrano contati: lui non ha certo voglia di dimettersi, nonostante i ripetuti scontri con i partiti di maggioranza, ma potrebbero essere Lega e Cinque Stelle a sacrificarlo nel rimpasto innescato dalle elezioni europee. I negoziati sono già cominciati, l’esito dipenderà anche dai rapporti di forza, cioè da quanto il M5S riuscirà a reggere l’erosione dei consensi. Ecco lo scenario che si delinea, secondo quanto riferiscono al Fatto fonti interne al governo. Un minuto dopo le elezioni, una volta certificato il successo della Lega, Matteo Salvini aprirà la trattativa: più ancora che il ministero della Salute oggi affidato a Giulia Grillo, il suo primo obiettivo è il dicastero dei Trasporti, guidato oggi dal pentastellato Danilo Toninelli. Le Regioni del Nord a guida leghista premono perché sia un uomo loro a gestire gli investimenti miliardari in infrastrutture.

C’è una grande incognita sul dossier Tav, ma il premier Giuseppe Conte e il leader M5S Luigi Di Maio hanno visto in questi mesi che i poteri del ministero dei Trasporti sono in gran parte teorici: l’ultima parola spetta sempre al dicastero che decide sulle spese e gli investimenti, cioè il Tesoro. Per cedere il posto di Toninelli, quindi, i Cinque Stelle pretenderanno di avere un uomo loro all’Economia, così da bilanciare il rafforzamento leghista e conservare diritto di veto su partite delicatissime per un Movimento che attinge consenso anche dalle proteste locali contro infrastrutture contestate. I rapporti con il ministro Tria sono logorati da tempo: i Cinque Stelle non gli hanno mai perdonato di aver preso impegni sul deficit 2019 mai concordati con i leader politici di maggioranza (il ministro garantiva che sarebbe stato 1,6 per cento del Pil, i partiti volevano il 2,4, alla fine si è arrivati al 2) e oggi lo vedono come inaffidabile politicamente e ancora circondato da uomini legati alla gestione precedente che molti in maggioranza vorrebbero allontanare, uno su tutti: il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera.

Difficile lasciare a Tria la gestione di una legge di Bilancio 2020 che si annuncia complicatissima, tra recessione e clausole di salvaguardia da 23 miliardi di euro sull’Iva. Il nome di Tria era emerso nei concitati negoziati di maggio 2018 dopo che il Quirinale di Sergio Mattarella aveva messo il veto su Paolo Savona al Tesoro. Fu poi lo stesso Savona ad accettare di farsi da parte e a indicare Tria, all’epoca professore di Tor Vergata a Roma, poco noto al grande pubblico. I rapporti tra i due si sono deteriorati in poco tempo: Savona, dirottato agli Affari europei, pensava di poter influenzare la politica economica pilotando Tria, ma non ha funzionato bene lo schema. Oggi Paolo Savona ha lasciato il ministero degli Affari europei e aspetta la conferma della Camera per diventare presidente della Consob, l’autorità di vigilanza sui mercati. Lo schema negoziato un anno fa è quindi saltato e tutto può essere rimesso in discussione.

L’omologo di Tria è Enzo Moavero Milanesi, altro tecnico non organico ai partiti di maggioranza che oggi guida la Farnesina con la benedizione di Mattarella. “Da quando Palazzo Chigi ha preso in mano la trattativa con l’Europa sulla manovra, Moavero ha fatto lui le funzioni di ministro per gli Affari europei”, è la frase con cui dentro la compagine di governo alludono a un possibile trasloco. Moavero, con un passato da alto funzionario a Bruxelles, è il profilo più autorevole che l’Italia può indicare come commissario europeo nella squadra che si definirà in giugno. Ma se le logiche di partito dovessero far emergere nomi diversi, magari più vicini alla Lega, Moavero dovrebbe andare agli Affari europei, liberando una casella di prestigio che potrà essere utile a Lega e Cinque Stelle per costruire un nuovo equilibrio di cariche. Nei mesi scorsi erano circolate voci sulle ambizioni di Alessandro Di Battista per la Farnesina, ma oggi un suo ingresso al governo sembra piuttosto improbabile, soprattutto perché turberebbe gli equilibri interni al Movimento (dove Di Battista è oggi il simbolo di un M5S di opposizione alternativo a quello governativo di Di Maio).

Anche se tutto dovesse filare liscio, resterebbe da definire un dettaglio: chi mettere al posto di Tria.

Il Quirinale ha sempre detto di preferire ministri politici, possibilmente leader di uno dei partiti, perché così si evita il solito scaricabarile sul tecnico. Ma a oggi è difficile fare previsioni. Chiunque sarà il titolare di via XX Settembre avrà un finale d’anno complesso in cui temi che oggi sono di dibattito intellettuale – la patrimoniale, il ritorno dell’Imu, l’aumento selettivo dell’Iva, il taglio delle agevolazioni fiscali – diventeranno questioni molto concrete. E impopolari.

Alitalia, Di Maio: “Quota del Tesoro non oltre il 15%”

Tetto massimo imposto alla quota del Tesoro nella nuova Alitalia: l’investimento deve rimanere entro il limite del 15%. Ad annunciarlo è il vicepremier Luigi Di Maio, che in un’intervista a Bloomberg corregge la sua precedente dichiarazione ridimensionando il ruolo del Mef. È stato il ministro dell’Economia Giovanni Tria a porre il veto, ricordando a tutti che qualunque intervento del Tesoro avverrà solo in presenza di un piano industriale robusto e nel rispetto delle regole Ue. Anche Danilo Toninelli ha detto la sua: “Non vogliamo nazionalizzare Alitalia, vogliamo che sia un vettore redditizio, che guadagni e che faccia lavorare migliaia di dipendenti”. “Il governo – fa capire meglio il sottosegretario Armando Siri – punterebbe al 14% detenuto dallo Stato francese, e ora anche da quello olandese, in Air France-Klm”.

La preoccupazione dei sindacati però rimane e anche alta. È previsto infatti uno sciopero di tutto il settore per il 25 marzo. La Fit Cisl sollecita a non lasciare le Ferrovie “da sole in una partita complessa che interessa l’intero Paese” e chiede una convocazione proprio al ministero di Toninelli.

La malafede dispiega la sua forza invincibile

Hanno fatto scendere in campo anche Geoffroy Roux de Bézieux, presidente della Confindustria francese. Titolo dell’intervista sul Corriere della Sera: “Le frizioni politiche? La Tav si deve fare”. L’intervista è sulle controversie italo-francesi, tra le quali il caso Tav non c’è. Verso la fine parte la domanda assassina: “Altro dissenso è sulla Tav”. La risposta è più breve del titolone: “Noi e Confindustria sosteniamo la Tav. Gli investimenti per le infrastrutture sono indispensabili”. Fine della trattazione, ma tanto basta a suonare la grancassa.

L’errore è stato fatto dal M5S all’inizio. Per mettersi d’accordo con la Lega – che più un’opera è inutile più la vuole – hanno messo nel contratto di governo l’analisi costi-benefici per tagliare la testa al toro. Anche gli economisti di Renzi la volevano per chiudere l’osceno capitolo. Ma i predecessori di Danilo Toninelli – Maurizio Lupi e Graziano Delrio – sono riusciti a non farla.

Toninelli l’ha fatta ma senza fare i conti con l’astuzia della malafede. Il gioco di prestigio è semplicissimo, basta rovesciare l’onere della prova. Anziché spiegarci in modo convincente perché dobbiamo tassarci per la nuova Torino-Lione, gli impostori si sono insediati come commissione d’esame: “Dimostrateci che sono soldi buttati”, hanno detto i Sì-Tav, unti del Signore che sanno come spendere i soldi degli altri, tanto saranno tutti morti quando lo spreco sarà dimostrato dai fatti. Com’era facilmente prevedibile, l’analisi costi-benefici non gli è piaciuta, e l’hanno bocciata, schierando una potenza di fuoco invidiabile e, come punte di diamante, i rivali accademici del professor Marco Ponti: e quei tecnici sono prevenuti, e la metodologia non convince, e dove hanno preso i dati, e via diffamando. Adesso arriva in soccorso il premier Giuseppe Conte, che ha preteso dalla commissione Ponti un “supplemento” di indagine. Continueranno all’infinito, finché i M5S non si arrenderanno.

Chiamparino ripiega sulla consultazione bonsai. Ma è illegittima

Dopo ripetuti artifici verbali, il presidente Chiamparino ha dovuto, in consiglio regionale, mettere le carte in tavola. Così, nell’arco di pochi minuti, la sua proposta di referendum sul Tav si è rivelata un castello di carte che è subito crollato. Ora, dunque, anche Chiamparino e la sua maggioranza ammettono che nessun referendum regionale è possibile sul Tav e ripiegano sulla più modesta soluzione della “consultazione” prevista dall’articolo 86 dello statuto regionale, presentandola come una cosa informale, senza nessun quorum, fatta alla bell’e meglio purché insieme alle Regionali e alle Europee del 26 maggio (sperando nell’effetto traino di quelle elezioni).

Con buona pace di Chiamparino e della sua maggioranza, peraltro, anche questa consultazione bonsai non è giuridicamente possibile. Per due ragioni fondamentali. Anzitutto perché l’art. 86 dello statuto della Regione Piemonte non prevede la consultazione dei cittadini piemontesi, come vorrebbe Chiamparino, ma solo quella “di particolari categorie o settori della popolazione su provvedimenti di loro interesse”. Il testo della norma non lascia dubbi. E non è solo una questione di forma. C’è una fondamentale ragione di sostanza: lo strumento di partecipazione diretta del corpo elettorale è il referendum (nazionale o locale) che si svolge nei limiti, nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione e dalla legge; la “consultazione” non è una sua replica in forma minore (di cui non c’è alcun bisogno) ma un coinvolgimento ad hoc di “categorie o settori” (per usare i termini della legge) su profili specifici che li riguardano in modo particolare. In altri termini e con riferimento al tema in discussione, una consultazione potrebbe essere fatta in Piemonte, ma solo per la popolazione della Val Susa…

In secondo luogo, ogni forma di consultazione popolare richiede un provvedimento di carattere generale (una legge o un regolamento a seconda dell’ente promotore) che ne disciplini modalità e tempi di indizione, organizzazione della campagna elettorale, procedimento, condizioni di validità e quorum, finanziamento e quant’altro. La cosa è intuitiva, non essendo pensabile che per ogni consultazione si usino regole diverse, stabilite di volta in volta. Anche qui, poi, non c’è solo la razionalità. Lo ha detto esplicitamente il Consiglio di Stato nel parere n. 464/1998 e nella successiva sentenza n. 3769/ 2008 (sez. VI) con riferimento alla materia analoga dei referendum comunali precisando che “un regolamento in materia si prospetta in funzione complementare ed integrativa rispetto alle previsioni statutarie, tanto da rendere inapplicabile il suddetto istituto in mancanza dello stesso”.

E tale orientamento è stato fatto proprio dal ministero dell’Interno – Dipartimento per gli affari interni e territoriali nella nota 12 maggio 2016 emessa in risposta a specifico quesito nella quale si aggiunge che, in conformità a quanto affermato dalla giustizia amministrativa, “deve essere la fonte regolamentare a prevedere le varie fasi nelle quali si articola la consultazione, dall’iniziativa sino alla proclamazione dei risultati, inclusi i sistemi con cui sindacare l’ammissibilità della consultazione”. A fronte di ciò non resta che prendere atto del fatto che la Regione Piemonte non ha adottato alcuna legge al riguardo. Sarebbe meglio, per la residua credibilità delle istituzioni, evitare iniziative che sarebbero bloccate dal giudice amministrativo per la loro evidente illegittimità.

La mini-analisi costi/benefici per rimandare l’affaire Tav

Il governo riapre i giochi sul Tav, mentre una parte del M5S manifesta di non sopportare più questa incertezza. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mette le mani avanti: “Sto studiando bene il dossier. Dopo ci riuniremo per discuterne tutti assieme”, ha detto ieri, all’indomani dell’incontro sullo Sblocca cantieri con Matteo Salvini e Luigi Di Maio che non ha portato a una sintesi.

A Conte arriverà presto un’integrazione dell’analisi costi-benefici che il governo ha chiesto alla commissione guidata dall’economista Marco Ponti, che ha già prodotto la prima. Dalle prime indiscrezioni è un’analisi “sovranista”, nel senso che valuta i soli costi/benefici della parte italiana dell’opera. Invece che 7 miliardi di perdita, si attesterebbe sui 3,5. Una cifra ancora incredibilmente alta, ma che darebbe fiato all’ennesimo dibattito sul tema. Entro la prossima settimana ci sarà una decisione”, annuncia il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Decisione che potrebbe dare il via libera ai bandi di Telt, la società pubblica italo-francese che sovrintende la costruzione della Torino-Lione. I bandi erano stati sospesi lo scorso martedì. Toninelli minimizza: “Non partono i bandi ma parte solo una ricognizione”. Sulla partita ci sono molti interessi politici.

Da una parte c’è il presidente del Piemonte Sergio Chiamparino che vuole una consultazione popolare in Piemonte a fine maggio nel giorno delle elezioni regionali ed europee; dall’altra parte ci sono invece il fronte del Movimento 5 Stelle più legato alla lotta No Tav che serra i ranghi. La Lega, però, non molla: “Il governo è alla ricerca di una sintesi – ha spiegato il sottosegretario Armando Siri – Nessuno è mai andato indietro. Stiamo ragionando e troveremo le sintesi giuste”.

L’11 marzo prossimo sarà una giornata cruciale, dice Chiamparino: “Se in quella data il governo avrà autorizzato Telt sarà una vittoria di tutti coloro che sono scesi in piazza e si sono impegnati a sostegno della Tav. Viceversa, chiederò al ministro Salvini di autorizzare la consultazione popolare”. Il M5s bolla questa iniziativa come “l’ultima arma di distrazione di massa di Chiamparino”. Per il senatore Alberto Airola rompe gli argini: “Non ci sono spazi di contrattazione. O il M5s dice no oppure sarò io a dire ciao al Movimento”. Intanto la consigliera regionale Francesca Frediani e tre dei consiglieri comunali di Torino “dissidenti” hanno apposto su Facebook il “badge” “Stop bandi Telt”.

I grillini involontari

Ogni volta che i 5Stelle perdono un’elezione – cioè praticamente sempre, fuorché alle Politiche e nei Comuni mandati in bancarotta da quelli bravi e competenti – tutti si affrettano a decretarne il decesso. E ad annunciare il lieto ritorno del vecchio caro bipolarismo, cioè di quella roulette truccata dove, comunque vada, vince sempre il banco. Intanto torna in scena la Compagnia della Buona Morte di quelli che si credono i peggiori nemici dei 5Stelle, mentre sono i loro migliori alleati. E, appena l’ammucchiata si riappalesa in tutto il suo orrore e fetore, funge da promemoria per gli elettori smemorati o pentiti. Cioè rammenta loro il motivo per cui avevano votato M5S: per non rivedere mai più certe facce.

Prendete Carlo Calenda: all’apparenza, è difficile immaginare un politico (si fa per dire) più incompatibile con i grillini. Invece è uno dei loro migliori supporter. Le trippe e i bargigli esibiti sui social in riva al lago dei cigni ingoiati a colazione, con lo sguardo languido rivolto all’unico esemplare superstite candidato alla merenda, è un messaggio subliminale (anche per lui) agli elettori: cari italiani, non vorrete mica rivedere uno come me al governo, spero, dunque sapete per chi votare.

Prendete Renzi: giura “Non dirò mai una parola contro i giudici” e intanto li attacca gridando al complotto giudiziario a orologeria contro i genitori; dice “Il rancore lo lascio agli altri” e poi ci campa a colazione, pranzo e cena, schizzando bile contro chiunque osi non essere Renzi, con particolare riferimento ai 5Stelle. Messaggio subliminale (anche per lui): ragazzi, io ormai sono un caso umano ambulante, ma ho una sola possibilità di tornare, cioè la sconfitta dei 5Stelle, quindi sappiatevi regolare.

Prendete Maria Elena Boschi: l’altra sera s’è presentata su La7 travestita da professorina occhialuta, riuscendo a sfoderare un look ancor più antipatizzante del solito (e non era facile) e argomenti ancor più suicidi del consueto (e pareva impossibile): con tutto quel che han combinato lei e il padre su Banca Etruria, s’è messa a disquisire dei genitori di Di Maio e Di Battista, rammentando il suo monumentale conflitto d’interessi familiar-finanziario a chi se lo fosse scordato. Messaggio subliminale (anche per lei): nonostante tutto Di Maio e Di Battista sono meglio di me, perché han preso le distanze dai piccoli pastrocchi dei padri, mentre io continuo a difendere mio padre e i suoi pranzetti con Flavio Carboni, ma anche me stessa e i miei giri delle sette chiese per salvare la banca che lui amministrava così bene.

Prendete i tre candidati del Pd. Ieri, nel primo e unico confronto su Sky, avevano l’ultima occasione per far capire agli elettori cosa vogliono, cosa li divide, con chi intendono allearsi contro l’avanzata delle destre (ammesso che per loro sia un problema), quali cose di sinistra hanno in mente (reddito universale? salario minimo? patrimoniale? manette agli evasori? energie alternative?), insomma quale partita si gioca domenica e perché è importante andare ai gazebo. Ma l’hanno astutamente mancata: nessuno ha capito perché siano in tre, visto che dicono più o meno le stesse cose, a parte l’aspetto storico-archeologico del giudizio sulle “riforme” renziane (già peraltro anticipato dagli elettori). Messaggio subliminale (anche per loro): cari elettori di sinistra che avevate votato 5Stelle e ve ne stavate pentendo nel timore dell’ondata di destra, restate pure dove siete e non guardate a noi, perché qui non cambierà mai nulla, la sinistra ci fa schifo (patrimoniale pussa via) e l’ondata di destra non è un problema, semmai un’opportunità, dunque meglio lasciare al governo il M5S a sorvegliare un po’ la Lega e a far qualcosa per i deboli, perché noi sull’economia, lo sviluppo e il lavoro la pensiamo come Salvini&B.

Prendete Sergio Chiamparino, presidente uscente e si spera mai più rientrante del Piemonte: annuncia un referendum sul Tav per tutti “i piemontesi”, “il 26 maggio insieme alle elezioni europee e regionali”, sul “governo che blocca i lavori della Torino-Lione”, in base “all’articolo 86 dello Statuto regionale”. Ora, come spiega il giurista Pepino a pag. 2, quel che ha in mente il buontempone non è né un referendum né un voto per i piemontesi: l’art. 86 dello Statuto prevede una “consultazione” (peraltro consultiva, non vincolante, inutile) “di particolari categorie o settori della popolazione su provvedimenti di loro interesse”. E qui non si sa quali siano i provvedimenti da contestare, visto che il governo non ne ha adottato neanche uno, salvo disporre un’analisi costi-benefici non soggetta a referendum. Ma soprattutto si ignora quali siano le categorie o i settori interessati al Tav. A parte gli abitanti della Val di Susa infestati dal cantiere. Gli altri piemontesi, dai torinesi ai cuneesi, dagli astigiani agli alessandrini, dai novaresi ai verbanesi, hanno lo stesso interesse per il Tav dei lombardi, dei veneti, dei lucani e dei sardi, visto che tutti gli italiani lo pagherebbero caro e salato con le loro tasse. Ma, a tagliare la testa al toro, c’è il fatto che la Regione Piemonte, anche per promuovere questa ridicola “consultazione” tra non si sa bene chi e su che cosa, dovrebbe varare una legge ad hoc. E non l’ha mai varata, né avrebbe il tempo per vararla ora e organizzare il voto, visto che la campagna elettorale sta per partire. Quindi non è un referendum né una consultazione, ma solo la supercazzola di un candidato disperato a caccia di pubblicità. Messaggio subliminale (anche per lui): cari grillini, se noi siamo quelli competenti, meglio che vi teniate i vostri incompetenti, che magari saranno dei pasticcioni, ma almeno non sono dei truffatori.

Ma io difendo Adrian: certi geni non si capiscono al primo colpo

Il genio, a differenza del talento, non è mai dove te lo aspetti. È sempre altrove rispetto ai suoi contemporanei. Avanti, sopra, di lato, non importa: ma altrove. Il talento, invece, deve essere esattamente lì, dove lo aspetti: meglio degli altri, ma lì, dove sapevi che sarebbe stato. Lo diceva anche Carmelo Bene: “Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può. Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento”. Esempio chiarificatore: Celentano è un genio, Fiorello è un talento. Dal primo non sai mai cosa aspettarti, se confermerà o meno le tue certezze, se ti piacerà o no ciò che dirà; del secondo sai tutto, che sarà bravo, bravissimo, e che le sue parole saranno quelle giuste, le migliori, le più divertenti: ma sarà lì, non altrove. Il primo crea, inventa; il secondo esegue, molto bene. E se aveva ragione Gilles Deleuze che nell’arte l’invenzione è tutto, Adriano Celentano è arte, il resto chiacchiericcio di fondo. Sì, perché l’opera d’arte – dalla migliore definizione possibile – serve a far vedere “ciò che gli occhi non vedono”. L’arte non ha mai avuto il compito ultimo di essere consolatoria, tranquillizzante, salottiera, bensì di essere un pugno nello stomaco, provocante, temibile: fuoco sotto la cenere. E spesso indecifrabile secondo i nostri canoni, perché è già davanti a noi. E se l’arte approda in televisione, il regno delle certezze, il rischio è doppio, anzi triplo.

D’altronde Celentano ci ha abituati da sempre a cose così: ambientalista prima degli ambientalisti, animalista prima degli animalisti, etico (ed eretico) prima degli etici (e degli eretici) da salottino. Uno capace di portare il silenzio in televisione – cosa inammissibile da manuale, ma non per lui – o di far cambiare canale durante un suo programma: ma chi lo ha mai fatto? Chi? Ha sempre guardato molto lontano Adriano, “oltre il giardino”, rock prima del rock, e non sempre è stato capito. Ci mancherebbe altro, un genio che viene capito subito, ma quando? Ma a lui è capitato anche questo, doppio miracolo. Il povero Caravaggio, per fare un esempio iperbolico, ha impiegato tre secoli per diventare Caravaggio, prima veniva considerato quasi un madonnaro: nell’Ottocento gli veniva preferito Guido Reni – grande artista, ma imparagonabile – e se non fosse stato per Roberto Longhi chissà che non lo preferiremmo ancora. Tutto per dire ciò che dicevamo all’inizio, il genio fa cose stravaganti, spesso suo malgrado.

Portare un cartone animato in prima serata su Canale 5 è un po’ la stessa cosa, un rischio, un ribaltamento e un colpo di genio insieme.

Cambiare la prospettiva, irridere e irrompere, toglierci dal nostro divano di casa, andare oltre il pianerottolo e il nostro garage che tanto bene conosciamo: ecco Adriano Celentano. Ed è per questo che le critiche ad Adrian, il catone animato del molleggiato – opera che Canale 5 ha messo in onda per alcune puntate e ora sospeso (per mancanza di share temiamo, anche se la versione ufficiale è per una non ben precisata convalescenza di Celentano) – sono state ingenerose e soprattutto pretestuose: qualcuno ha seguito davvero con attenzione le gesta dell’orologiaio? Qualcuno è entrato davvero in medias res? O si è parlato solo di costi e di share? Che poi essendo soldi privati al massimo potranno incazzarsi i committenti, ma mica i benpensanti. Qui sembrava quasi fossero soldi pubblici – vabbè. E poi nella tv di oggi toccare il 19% di share con il primo capitolo di un cartoon è tanta roba, anche se per una sola serata. In Adrian c’è tutta una vita, quella del Celentano visionario, che mai sarà scindibile da quella dell’uomo: un racconto razionale (e irrazionale) delle cose, le sue cose: l’ambiente, il futuro, la morale pubblica e via cantando. Un racconto portatore integerrimo di quella che Celentano stesso considera rettitudine etica prima che morale, quindi che viene da lontano e finisce in via Gluck.

Perché il suo sguardo sulle cose è sempre e solo da artista, mai da parte in causa, ma neanche da troppo in alto, che poi si rischia di perdere il senso del tutto. Dunque mai come Fabrizio, che nella Certosa di Stendhal è quasi convinto di aver vinto a Waterloo, e mai come un Victor Hugo, che sembra sempre vedere le cose dall’altezza di Dio – se Napoleone avesse avuto il suo racconto di Waterloo non avrebbe certo perso la battaglia – ma sempre “alla Celentano”, sezionando la visione in modo non ortodosso, potremmo dire obliquo, come si taglia una fetta di salame.

Ora si dice che Adrian tornerà a settembre, intanto ci siamo goduti un assaggio, e c’è da giurarci che il geniaccio per quella data si inventerà qualcosa. Poco importa se, oggi, gli applausi sono meno dei fischi, la vita è una ruota. E poi avrà avuto ragione anche Majakovskij, che rivendicava il diritto dei poeti di “stare saldi sullo scoglio della parola ‘noi’ in un mare di fischi e indignazione”. Adrian, ségnati i nomi di chi oggi fischia, perché a settembre diventeranno applausi. Così, ancora una volta, potrai perdonarli.

“La parte mancante” di Di Giacomo tra il vino, il divano e la cucina di casa

Era il 21 febbraio del 2014 quando si spegneva all’improvviso una delle più belle, intense e significative voci della musica italiana, quella di Francesco Di Giacomo. Una carriera iniziata nel ’71 al fianco dei fratelli Nocenzi come cantante del Banco del Mutuo Soccorso e che, per oltre 40 anni e una ventina di album ha segnato un percorso sempre in evoluzione. Il Banco ha contribuito in maniera determinante a creare il genere Progressive, ma senza mai restare prigioniero di schemi prefissati, avvicinandolo alla forma canzone e mantenendo sempre una grande vitalità creativa. Ma se la voce di Francesco e i suoi testi sempre profondi e intensamente poetici restano per tutti indissolubilmente legati al nome del gruppo, esiste anche una parte della sua opera, finora sconosciuta, che con il Banco non ha nulla a che fare, una “Parte mancante” che ora a cinque anni dalla scomparsa di “Big” è finalmente disponibile all’ascolto dei tanti che lo hanno amato. Era il suo progetto solista, condiviso con l’amico e sodale Paolo Sentinelli, creato nel corso di pomeriggi e serate passate a comporre, parlare, scherzare e bere vino, fra il divano e la cucina di casa sua. Ora, finalmente, quel materiale vede la luce sotto l’inevitabile titolo di La parte mancante, per ora solamente in vinile, con 4.000 copie distribuite nelle edicole in allegato alla rivista Prog diretta da Guido Bellachioma, che ha fortemente sostenuto il progetto, poi, in Aprile, anche su Cd, mentre è già disponibile su Spotify. Tutti gli arrangiamenti sono quelli originali, la musica è stata tutta risuonata in studio, mentre la voce di Francesco è quella dei provini registrata quasi sempre nella sua cucina o nel salotto, non perfetta tecnicamente, ma con dentro tutta la verità di quei momenti. Anche i musicisti coinvolti, da Adriano Viterbini, che si è occupato delle chitarre, al bassista del Banco Tiziano Ricci che ha suonato il violoncello, sono tutte persone profondamente legate a Di Giacomo da inossidabili amicizie.

La genesi dei 10 brani presenti sul disco (la versione cd conterrà tre tracce in più) ce l’hanno raccontata Paolo Sentinelli e la storica compagna di Francesco, Antonella Caspoli. “In realtà – racconta Sentinelli – erano dieci anni che Francesco ed io facevamo cose insieme, senza particolari ambizioni discografiche. Eravamo due amici che amavano la musica e ci veniva naturale creare. Spesso i testi nascevano da cose che lui diceva conversando e io prendevo appunti, perché anche parlando diceva cose illuminanti. Una volta l’ho sfidato a fare un testo con solo verbi e avverbi. Lui mi rispose una cosa del tipo ‘che cavolo stai a dì, falla finita’, poi però scrisse Lo stato delle cose che è fatto proprio così e che, ascoltato oggi, è di un’attualità assoluta. Purtroppo, proprio quando avevamo deciso di dare concretezza al progetto, avvenne la tragedia e a quel punto tutto si fermò. Tecnicamente avremmo potuto pubblicare 4 mesi dopo la morte, ma ci sono voluti anni per trovare il coraggio di rimetterci mano, perché Francesco ci manca moltissimo e anche solo riascoltare il materiale era un’esperienza emotivamente troppo forte. Per noi è stato un lutto pesantissimo e forse solo ora siamo in grado di lasciar andare Francesco, di rassegnarci a quel che è successo, grazie a questa trasmutazione di una cosa brutta, triste, di dolore e di pianto in una cosa bella, di sorriso e di gioia”.

“Non è stato facile – conferma Antonella – risentire la sua voce e quelle parole che sembravano un po’ dirette a me, un po’ a Paolo, ma devo dire che questo 21 febbraio 2019 è il primo che riusciamo a vivere con uno stato d’animo diverso dai precedenti, perché sentiamo di aver fatto la cosa giusta. Uscire proprio il giorno dell’anniversario è un regalo a Francesco e a noi per primi, una sorta di rinascita. È un disco pieno d’amore e la cosa più bella è poter condividere questo amore e questa bellezza con tutti coloro che vorranno ascoltarlo”.

“Il sospettato”, da Simenon un altro gioiello (anarchico)

“C’era troppo sole, quel mattino, un sole troppo allegro, troppo inebriante. Troppa animazione, anche, lungo la troppo vivace rue Saint-Antoine, autentica fiera del cibo. Era difficile concentrarsi, cogliere il lato serio delle cose”. È George Simenon ne Il sospettato. Un gioiello di appena 140 pagine (come sempre, edizione Adelphi). Semplice in apparenza, complesso nella sostanza; termini non ricercati, un ritmo lieve e avvolgente, non si nasconde dietro costruzioni roboanti, perfette solo per intimorire il lettore. Simenon non ne ha bisogno.

Costruisce le sue storie con una sicurezza rara, la sicurezza di chi non deve dimostrare nulla, lui è, lui sa chi è, e sa come portare il lettore dentro i suoi climi, come condurlo, senza strattonarlo, tra le vie di Parigi degli anni Trenta, la Senna, i bistrot, le fabbriche, i pescatori sul moletto, le sigarette artigianali; ti permette di sentire l’odore del cassoulet, l’odore della povertà, dei giacigli improvvisati o del dolore misto a paura. La paura ha odore. “Come se non bastasse il pavimento di piastrelle rosse, in piena periferia c’era un odore di campagna, un odore di locanda in riva al fiume, con la frittura di pesce, la muffa negli armadi e dei gabinetti fatti con un’asse forata sopra la fossa”.

E non parliamo in assoluto di una delle sue opere migliori, ma Simenon resta una certezza, i suoi romanzi non deludono, non abbassa mai il livello di scrittura e di storia, anche un suo testo medio è comunque al di sopra della maggior parte degli autori; nella seconda di copertina il romanzo viene definito à bout de souffle (senza fiato), uno dei pochi di Simenon, ha scritto André Gide, in cui il protagonista agisce dall’inizio alla fine ‘spinto da una volontà ferrea’”. Una volontà che cresce con lo scorrere delle pagine, la volontà di un leader anarchico di fermare un attentato, uno che rischia in prima persona per non consentire una strage di persone e di ideali, e tutto attraverso il suo pellegrinare tra le vie parigine, senza quasi mai toccare livelli di angoscia cieca, ma solo l’ineluttabile incontro con il destino, la lotta con il destino stesso, a tu per tu, dove non è possibile nascondersi dietro una qualunque scusa, non solo banale; e qui non è ammesso cedere ai bisogni primari (cibo, sonno, famiglia, affetti, timori, sopravvivenza).

John Belushi, Jake “Joliet” Blues in The Blues Brothers avrebbe riproposto il suo celebre mantra: “Sono in missione per conto di Dio”. E Pierre Chave (questo il nome del protagonista) lo è, in missione, per conto di un differente credo.

Intorno a lui una serie di personaggi-maschere descritti a meraviglia grazie ad alcuni sapienti tocchi, pochi aggettivi, alcuni sospiri in grado di decifrarne il grado umano, come l’anarchico debole (Baron, detto il Barone), debosciato e tendente al tradimento, catturato e quindi interrogato. “‘Non so niente’ gemeva lui, temendo, in fin dei conti, più se stesso che gli altri. Per quanto corpulento, non era forte. Gli venivano le palpitazioni per un nonnulla e soprattutto la spiacevole sensazione di soffocamento che lo mandava nel panico. Aveva paura di morire. Un medico incontrato in un bar gli aveva raccomandato di evitare le emozioni”. Un medico incontrato in un bar…

Terminate le 140 pagine il pensiero è uno, sempre lo stesso da molti anni, quando c’è di mezzo un romanzo di George Simenon: per fortuna è stato uno degli scrittori più prolifici della storia moderna.

 

“Mi vogliono a X-Factor, ma la fama non è per me”

La casa di Milano di Maurizio Pisciottu, 35 anni, in arte Salmo è un piccolo loft con i mobiletti Ikea da comuni mortali. “È un caos totale come la mia musica”. Cinque album all’attivo, l’ultimo è Playlist, terzo disco di platino appena conquistato. Un tour sold out in partenza in tutta Italia e un nuovo cortometraggio in arrivo, Lunedì. Salmo fa un piccolo bilancio di un anno invidiabile parlando senza filtri.

I tuoi genitori, a Olbia, come vivono il tuo successo?

Mio padre è impazzito nel senso che adesso è un mio fan. Ma fino a ventisette anni non era la stessa cosa. Mia madre è distaccata, le basta sapere che sono felice e mi chiede soprattutto se ho mangiato.

Ha dichiarato: “Non approvo le scorciatoie, voglio arrivare senza scendere a compromessi”.

Di occasioni per prendere scorciatoie ne ho avute tante. Adesso è diverso. Tutto quello che volevo fare l’ho fatto e, soprattutto, a modo mio. Ora potrei fare qualsiasi cosa.

Anche “X-Factor”?

Sì, anche. Mi stanno chiedendo di andare. Ancora non ho deciso. Potrei farlo ma solo per divertirmi non per diventare famoso. Anche se questo non cambia il mio pensiero sui talent: ci sono anche altre strade, forse meno facili ma più funzionali.

Citando il suo brano “La prima volta” quando ha capito di avere l’urgenza di scrivere? C’è molta sofferenza nei suoi testi e pochi stereotipi del rapper classico…

Parlare di se stessi, dire i cazzi tuoi è importante nel rap. Io sono cresciuto per strada, ho avuto amici che sono diventati criminali. Ma non ho mai parlato della strada, ma di me stesso. Un pezzo come Lunedì – nel quale sono completamente a nudo – sono certo che resterà nel tempo.

Nei suoi testi ci sono paure, depressioni, dolori anche profondi. Condividerli è un modo di esorcizzarli?

È una terapia. Lunedì è stato scritto un anno e mezzo fa dopo un periodo di merda, come capita a tutti. E il fatto di scriverlo mi ha aiutato parecchio perché poi ne sono uscito. Io ho questa croce: anche se la vita va bene mi capita di stare male, di entrare in depressione. E da una parte meglio così, perché mi regala la forza per scrivere. Questa forza capisci che è precaria, la puoi perdere in un attimo.

L’istinto è ciò che più emerge dai suoi testi. Ne “Il cielo in una stanza” poteva edulcorare il testo ammiccando alle radio ma non l’ha fatto.

Ho lasciato il testo grezzo e ci sono andato lo stesso in radio. È una poesia a modo mio, un po’ volgare. C’è un po’ di volgarità nell’amore. Nell’intimità metti la mano sul culo, tocchi le tette, infili la lingua in bocca: è poesia no? Perché non scriverlo? È reale.

Diseguaglianza, salari, problemi nel mondo del lavoro. Le è mai venuta voglia di fare un pezzo ad hoc?

Sono abbastanza ignorante e in più non mi appassiona la politica. Mi stanno sul cazzo tutti. Ci sono politici che stanno risvegliando l’ignoranza delle persone.

L’impressione è che ultimamente alcuni politici vogliano competere con voi usando i social con il vostro linguaggio.

Non è una cosa negativa questa. A Salvini riconosco che si è messo in gioco. Ha usato il linguaggio giusto e questo fa di lui una persona furba. Comunque non c’è tutto questo odio contro Salvini, il modo in cui lavora è figo, respect! Sono le idee che magari non condivido.

Restando sull’attualità, ha seguito la vicenda dei pastori sardi?

Certamente. Non stanno chiedendo la luna, ma di arrivare a un euro a litro di latte, poveri cristiani! Salvini è l’unico che può fare qualcosa: le persone lo hanno eletto, speriamo faccia qualcosa.

Fedez ha dichiarato che il suo disco non l’ha ancora sentito…

Secondo me l’ha sentito. Io ho ascoltato il suo, mica mi vergogno.

Le è piaciuto?

No. Gli ha dato un titolo giusto, Paranoia Airlines: si è descritto molto bene. Non mi ricordo una rima.

Chi stima?

Fabri Fibra è il mio maestro. Per me le sue interviste sono Vangelo. Lucido e intelligente. Ha scritto cose lui sulla droga in Mr. Simpatia che in confronto Sfera Ebbasta è un’educanda. A proposito di Sfera, non so come riuscirà a uscirne dai tragici fatti di Corinaldo. Poteva succedere a chiunque. Il problema è che gli italiani ti fanno una foto e quella ti si appiccica. Ricordate Masini? O Mia Martini? La gogna mediatica ti taglia la testa. Ormai non basta più fare bene la musica: bisogna essere un personaggio. Devi spingerti, essere presente. Devi rendere la tua vita invidiabile. Non escludo di sparire completamente. Forse non è bene per il mio lavoro ma è bene per me. La gente vuole apparire? Il contrappasso sarà proprio sparire.