Ci sono volute le vite di 40 soldati e due aerei abbattuti per far rivalutare all’India e al Pakistan le proprie mosse e soprattutto le conseguenze che queste rischiano di nuovo di generare. “Il mio Paese è pronto ad aprire un dialogo per evitare un’escalation della crisi in atto”, ha dichiarato il premier pachistano Imran Khan in un discorso alla nazione tenuto ieri dopo l’abbattimento dei due velivoli nello spazio aereo della regione contesa del Kashmir. L’episodio, avvenuto all’alba di ieri, che ha fatto esplodere la tensione già alta tra i due Paesi e che ha portato alla chiusura dello spazio aereo della regione, è stato ridimensionato dalla stessa Delhi che parla invece di un unico aereo abbattuto. L’altro sarebbe un velivolo pachistano.
Con Kim solo chiacchiere, con Hanoi affari
In attesa di firmare oggi una dichiarazione congiunta, il presidente degli Stati Uniti Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un ieri ad Hanoi hanno mantenuto fede alle rispettive sceneggiature: l’americano ha predetto un futuro radioso per il regime di Pyongyang – alla faccia degli oppositori che vengono torturati o che sono costretti a fuggire – e il dittatore ha mostrato il suo sorriso orientale, blandendo l’occidentale.
Il magnate-presidente si è lanciato in un parallelismo con il Vietnam: “Sta prosperando come pochi luoghi al mondo. La Corea del Nord sarà uguale, e molto velocemente, se denuclearizzerà. Il potenziale è grandioso, una enorme opportunità, come quasi nessuna nella storia, per il mio amico Kim Jong-un”. Trump si è sbilanciato affermando che il meeting sarà “un successo”. Di sicuro lo è per gli Stati Uniti che venderanno aerei al Vietnam per un valore di 20 miliardi di dollari dopo che il presidente Usa e l’omologo vietnamita Nguyen Phu Trong hanno presenziato ieri alla firma di diversi contratti con la Boeing. Sul fronte della trattativa sui missili, la realtà è che Pyongyang di smantellare l’arsenale non ha voglia, e punta sempre sulla protezione di Cina e Russia. Gli Stati Uniti auspicano che i nord coreani accettino di limitare quello che invece Kim considera un fondamento per mantenere il potere, ossia l’arsenale nucleare. In questo contesto gli americani vorrebbero che il leader promettesse di smantellare il reattore di Yongbyon, il più grande impianto atomico a sua disposizione, in cambio Washington potrebbe aprire un ufficio per le relazioni a Pyongyang o dichiarare la fine formale della guerra di Corea, che si chiuse con un semplice armistizio fra il Sud e il Nord firmato a Panmunjeom nel 1953.
A margine della prima giornata Trump si immedesima talmente in Kim il dittatore che taglia fuori quattro giornalisti – i tre inviati delle agenzie Associated Press, Bloomberg e Reuters e del Los Angeles Times – esclusi dal pool che ha seguito la cena di Donald Trump e Kim Jong-un all’hotel Metropole. I quattro sono “colpevoli” di aver posto quesiti sgraditi al presidente sulle nuove accuse del suo ex legale, Michael Cohen. Una portavoce dell’Associated Press, Lauren Easton, ha “condannato questo tentativo della Casa Bianca di limitare l’accesso al presidente. È di importanza fondamentale che ogni presidente americano rispetti gli standard di libertà di stampa, non solo in patria ma soprattutto all’estero”, ha spiegato. Il Washington Post definisce la mossa “un atto straordinario di rappresaglia da parte del governo degli Stati Uniti, che tradizionalmente ha tutelato i diritti dei giornalisti quando un presidente viaggia all’estero”.
“Sulla Trump Tower a Mosca Donald ha mentito agli Usa”
Un avvocaticchio da quattro soldi e di pochi scrupoli, che però è stato il legale personale dell’uomo più potente al mondo, tiene l’America incollata davanti al televisore, mentre dice al Congresso che Donald Trump mente: nel 2016, durante la campagna elettorale, sapeva di contatti con emissari del Cremlino e diresse i negoziati per la costruzione di una Trump Tower a Mosca. Circostanze sempre negate dal magnate.
Michael Cohen, già condannato a tre anni di detenzione per avere ammesso di avere violato a più riprese la legge e fresco di radiazione dall’albo degli avvocati dello Stato di New York, snocciola accuse pesanti. Sarà pure vero che “mente per farsi ridurre la pena”, come scrive in un tweet Trump da Hanoi, ma il Congresso e l’America lo stanno ad ascoltare ed è boom per i canali televisivi dove va in onda la diretta, non solo le all news, ma anche le maggiori reti generaliste: Abc, Cbs e Nbc -: un pubblico di decine di milioni di persone, più che per un SuperBowl, la finale del campionato di football americano. Da martedì a oggi, l’ex avvocato compare di fronte a tre diverse commissioni del Congresso: quel che dice confluirà di certo nell’inchiesta sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller. Il personaggio non è affidabile, coi suoi trascorsi; ma avalla i dubbi sulle capacità di Trump di scegliersi i collaboratori, visto che è stato il suo legale personale per almeno 12 anni, fino al maggio 2018. Sentito martedì per nove ore a porte chiuse dalla Commissione Intelligence del Senato, Cohen, ieri, s’è esibito in mondovisione di fronte alla Commissione Vigilanza della Camera, dove i democratici all’opposizione sono in maggioranza; lui chiede loro protezione per sé e per la sua famiglia da non meglio precisate “minacce presidenziali”.
“Io so chi è Donald Trump, è un razzista, un truffatore, un imbroglione”. Uno che minacciava le scuole da lui frequentate perché non rendessero noti i suoi voti; che simulò una malformazione per non andare in guerra in Vietnam; che gonfiò la sua ricchezza per entrare nella classifica di Forbes – e poi la ridimensionò per pagare meno tasse -; che quando il fisco gli diede un rimborso di 10 milioni di dollari sulle tasse versate commentò: “Come può il governo essere tanto stupido da dare tanti soldi indietro a uno come me?”. Cohen dice di non sapere se Trump fosse colluso con gli emissari del Cremlino, ma di sospettarlo; e aggiunge che tutta la famiglia era coinvolta nella vicenda della Trump Tower a Mosca. Il magnate, poi, sapeva in anticipo che Wikileaks aveva migliaia di mail di Hillary e dei democratici e che stava per pubblicarle. Infine, il legale mostra prove di pagamenti alla pornostar Stormy Daniels per comprarne il silenzio su un’avventura con Trump nel 2006 (era già sposato con Melania, ma non pensava di diventare presidente). I pagamenti furono 11, l’ultimo è un assegno datato 1 agosto 2017, quando Trump era già insediato da 200 giorni alla Casa Bianca. Cohen diventa melodrammatico: “Mi chiese di mentire a Melania. Avere mentito alla ‘first lady’ è uno dei miei rimorsi maggiori: non se lo merita”.
Un mandato a 81 anni Bouteflika, il presidente che si crede immortale
L’annuncio di Abdelaziz Bouteflika l’11 febbraio scorso di correre ancora una volta alla presidenza della Repubblica in Algeria (le elezioni si terranno il 18 aprile), ha scatenato le proteste della popolazione che dieci giorni dopo è scesa in piazza per manifestare contro quello che sarebbe il suo quinto mandato. Dal 22 febbraio le proteste di susseguono, non solo nella Capitale ma anche in tutto il Paese: Costantina, Annaba, Orano.
L’Algeria è stanca di un presidente che il 2 marzo prossimo compirà 81 anni e dal 2012 non si fa vedere più in pubblico e non riceve gli ospiti stranieri in visita nel Paese. Bouteflika nel 2013 è stato colpito da un ictus che lo costringe su una sedia a rotelle, e, si dice, gli ha tolto l’uso della parola. Già nel 2014, alle ultime Presidenziali, si era candidato in absentia, cioè senza partecipare personalmente alla campagna elettorale, ma affidandola ai suoi partigiani e ai militanti del suo partito, il Fronte di Liberazione Nazionale.
Allora nella popolazione era prevalsa la rassegnazione e la paura. Oggi le cose son cambiate – o comunque stanno cambiando – e la gente scende in piazza, sfidando i gendarmi e la polizia, che finora hanno fatto un uso limitato di gas lacrimogeni, idranti e altre armi non letali, e urla sui social la sua protesta. Ufficialmente le dimostrazioni in Algeria sono vietate dal 2001 (lo stato di emergenza è rimasto in vigore fino al 2011) e la popolazione, spaventata, non aveva mai osato infrangere le regole.
Ora invece la paura ha cambiato campo e il coraggio delle idee si è insinuato tra gli algerini: la determinazione pacifica e nonviolenta dei manifestanti ha colto di sorpresa il governo e le forze che lo difendono. Basta guardare i video postati sui social per capire come la reazione popolare abbia preso il posto della rassegnazione. “L’Algeria è una Repubblica, non un regno”, scandisce davanti a un cellulare un gruppo di donne sventolando una bandiera algerina. “Questa è una manifestazione pacifica, non vogliamo nessuna strumentalizzazione politica. Però diciamo “no” al quinto mandato di Bouteflika e di suo fratello Said” (indicato da più parti come il suo successore, ndr). “Il quinto mandato è un’aberrazione”, urla un altro dimostrante.
Bouteflika è al potere dal 1999 e in questi 20 anni ha governato agitando di continuo un’intimidazione: “Senza di me si torna al caos”, cioè alle scorribande degli islamisti con i loro omicidi alla cieca, i loro attentati cruenti, i loro attacchi terroristici contro inermi cittadini che, negli anni 90 e fino al 2002, hanno provocato, secondo alcune stime, 200 mila morti. E la gente docile e arrendevole gli dava, tutto sommato, ragione. Questo aveva impedito al Paese di essere contagiato dalle primavere arabe, cominciate nella vicina Tunisia. Ora il clima è cambiato i seguaci dell’arcipelago di gruppi e movimenti che ruotano attorno ad al Qaeda e allo Stato Islamico sono relegati nel profondo sud del Paese al confine con Mali e Niger. Il Gia (Gruppo Islamico Armato) è stato sconfitto e il pericolo pubblico numero uno, Amari Saifi (meglio conosciuto come Adirizak El Parà, un ex paracadutista dell’esercito regolare trasformatosi in terrorista) è scomparso nelle galere, dopo l’arresto in Ciad. La paura del terrorismo e del “salto nel vuoto” senza Bouteflika non c’è più e quindi non c’è più alcun motivo di reprimere le proprie rivendicazioni. Il 45 per cento della popolazione algerina è composto da giovani sotto i 25 anni che finora hanno conosciuto un solo presidente. La disoccupazione è arrivata a livelli insopportabili e colpisce un terzo dei ragazzi. Sono persone che hanno studiato, ma che sono costrette a lavori umili e sottopagati oppure hanno soltanto un’altra opzione: emigrare.
Le manifestazioni che si susseguono in questi giorni hanno un solo obiettivo: far cadere il regime che reagisce, per ora debolmente. Solo i vecchi politici che circondano il presidente hanno fatto dichiarazioni favorevoli alla sua rielezione. Lui, Abdelaziz Buteflika, il giorno prima della grande manifestazione della scorsa settimana ha inviato un messaggio lodando le virtù della “continuità”. Il testo è stato letto dal ministro dell’Interno, Noureddine Bedoui, ed è stato accolto con una certa indifferenza.
Intanto Ali Benflis, 74 anni, ex capo del governo e ora presidente del partito Talaie El Hourriyet, è afflitto da un dubbio: restare il candidato più forte e credibile dell’opposizione o boicottare le elezioni nel caso Boutleflika dovesse insistere sul proprio nome?
Affinità e divergenze post-elettorali tra Pd e M5S
Sostiene la scuola politologica che ha sede su questa scrivania che il M5S sia in sostanza il Pd senza conflitti di interessi, vale a dire – tolte “le relazioni pericolose” del secondo – un agglomerato liberaloide, con vaghe sfumature solidaristiche, nato contro la tradizione politica del 900. Le reazioni alle scoppole elettorali dei grillini, però, ci vanno convincendo che l’affinità non sia solo storica, ma anche antropologica. Cogliendo fior da fiore. Abbiamo il classico partito da rifondare: “Va affrontato il tema dell’organizzazione” (Luigi Di Maio). L’eterno non ci hanno capiti: “Sulla comunicazione non siamo bravi abbastanza” (Stefano Buffagni). Il pensoso tema della coalizione: “Va deciso se guardare alle liste civiche sul territorio” (Di Maio). Il sempreverde è colpa dell’elettorato: “Il popolo abruzzese ha deciso e ha fatto benissimo. Chiedo solo una cosa: che ci diano indietro i 700 milioni che gli abbiamo dato…” (Beppe Grillo). Il non è andata poi così male: “Non siamo morenti come dicono” (Manlio Di Stefano). C’è pure la minoranza interna coi classiconi: non si può stare al governo e guidare il partito (“serve maggiore impegno del capo politico, che oggi però ha troppi incarichi”, Elena Fattori); la necessità di coinvolgere la base (“ci vuole una riflessione collettiva che porti a una discussione profonda”, Paola Nugnes); il tradimento dei valori (“spostarsi a destra non paga”, Fattori). Va detto che, a differenza del Pd, i 5 Stelle hanno la speranza di sopravvivere non avendo nessuno, finora, sostenuto che bisogna ripartire dalle periferie.
Mail Box
Lavoro domenicale: i contratti sono regolamentati per legge
L’intervento di un lettore pubblicato dal titolo “Aperture festive: le aziende adeguino il costo del lavoro” contiene talune inesattezze relativamente all’impiego di personale per lo svolgimento di attività in giorno di domenica o festivi. Innanzitutto sarebbe interessante conoscere la fonte che individuerebbe nella percentuale del 90% i contratti chiamati “atipici” dall’articolo suddetto. Infatti, se per atipici intendiamo il part time, esso è talmente tipizzato dall’essere disciplinato a più riprese dal legislatore (da ultimo nel Decreto Legislativo n. 81 del 2015) e dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del Terziario, Distribuzione e Servizi, sottoscritto da Confcommercio e dalle OOSS Filcams/Cgil; Fisascat/Cisl; Uiltucs/Uil, che regolamenta il lavoro a tempo parziale dal 1978 (prima che se ne occupasse il Legislatore). Quanto al lavoro a chiamata (lavoro intermittente), i limiti ci sono già, fissati dalla legge (anche in questo caso Dlgs 81/2015) e sono sia soggettivi (età inferiore a 24 anni o superiore a 55 anni) che oggettivi (tetto massimo per lavoratore di 400 giornate lavorative in un triennio, pena la trasformazione in rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato). Peraltro, in caso di utilizzo di lavoro a chiamata esiste un obbligo di comunicazione mediante sms o posta elettronica alla direzione del lavoro territorialmente competente, che deve indicare la effettiva durata dell’impiego del lavoratore intermittente. Tale obbligo è sanzionato da 400 fino a 2400 euro per ogni lavoratore interessato dalla comunicazione.
Quanto alla maggiorazione, quella contrattuale è del 30% ed è applicata in tutti casi di lavoro domenicale e festivo. È appena il caso di ricordare, infine, che la retribuzione è la stessa degli altri lavoratori, ivi compresi i ratei di 13 e 14esima mensilità, e non decurtata del 50%. È evidente che se l’impiego copre il 50% dell’orario di lavoro di un dipendente a tempo pieno, la retribuzione oraria, le maggiorazioni ed i ratei saranno necessariamente riproporzionati alla percentuale di impiego.
Donatella Prampolini, vicepresidente Confcommercio
L’astensione fa bene soltanto ai lorsignori della politica
Da qualche parte nelle leggi italiane sta scritto che il voto è un “diritto/dovere”, e una volta se non votavi scrivevano sul tuo certificato penale “non ha votato”. Ma continuando sulla falsariga delle elezioni in Abruzzo, anche in Sardegna è andato a votare il 50% degli aventi diritto e non credo che andrà meglio alle Europee. Così si rende il voto di scarsa validità, poiché il primo partito è l’astensione, e si rende esplicita la “grande” fiducia e la vicinanza degli elettori con gli attuali politici, nessuno escluso. Ma per quest’ultimi non poi è una cosa così negativa: quando la partecipazione si sarà ridotta a un misero 5/10% per la disperazione degli elettori (e non ci vorrà ancora molto), in pratica voteranno solo le élite e sarà molto più facile per “lorsignori” comprarsi voti e consensi, con ben minore spesa e poca fatica, e fare eleggere chi vogliono loro. Pratico, pulito e indolore.
Enrico Costantini
Va bene l’intransigenza di M5S ma attenti alla fretta
“L’espulsione dal M5S di Giulia Sarti è doverosa”. Così, ieri, forse un po’ troppo drastico, si è espresso Luigi Di Maio sul caso dei 23 mila euro di rimborsi liquidati in ritardo da Giulia Sarti, nel 2018. Furono Le Iene a inserirla tra i parlamentari che non avevano versato una parte dei loro stipendi. È colpevole la deputata, che ha immediatamente lasciato la Presidenza della commissione Giustizia della Camera? Di quale reato? La deputata di Rimini non è indagata. E nell’inchiesta sull’ex fidanzato – indicato da Sarti, nella sua denuncia alla Procura, come la persona che non avrebbe versato le somme – è stata avanzata la richiesta di archiviazione del pm e dovrà pronunciarsi il Gip. Non si tratta di riproporre l’ormai logora contesa tra garantisti e giustizialisti, ma dell’esigenza che i grillini, in una fase politica tutt’altro che facile, non dimostrino eccessiva fretta nel liquidare una dirigente che sino al giorno prima riscuoteva la fiducia del vertice. Bene la severità e l’intransigenza, se verranno accertate le chiare responsabilità della deputata. Ma attenzione a non dimostrarsi rigidi solo per dare risposte agli attacchi strumentali degli avversari.
Pietro Mancini
Alberi: Raggi forse ha ragione, ma perché evocare il Duce?
Non so se fosse un motto di spirito quello della Raggi che rilevava che gli alberi che si sradicano erano stati piantati durante il fascismo. Non credo che giungerà un proclama dell’Anpi a esaltare l’eroismo dei partigiani che si sono adoperati per far crollare un regime reo degli incidenti che avrebbero provocato anche qualche morto sulle strade oltre a danni alle macchine. E poi, a dire il vero, vicino a casa nostra sono caduti tre pini piantati venti o trenta anni fa durante un sistema democratico. Sarebbe stato interessante leggere le critiche sui quotidiani che non aspettavano altro per infierire. Immancabile quello di Alessandra Mussolini in difesa del nonno. Ma forse la Raggi voleva solo determinare – impropriamente – il tempo passato. Chi sa di essere sotto tiro farebbe meglio a misurare le proprie parole.
Antonio Fadda
Parità: “La mamma stira, il papà lavora”. Una condanna per i prossimi 20 anni
Ho letto della polemica scoppiata a causa del libro di grammatica che riportava le frasi “Mamma stira e cucina, papà lavora e legge”. Ripenso alla mia infanzia: anche io sono cresciuta con esercizi simili a scuola, ma non li ho mai visti come una minaccia, forse perché abituata a una madre lavoratrice. Non trovate che la polemica esplosa sia esagerata?
Loredana Mammucari
Gentile Loredana, sono una bambina degli anni Settanta e all’epoca era più che normale a scuola leggere testi simili. Questo non ha condizionato la mia vita che, anzi, mi ha visto occuparmi molto spesso, per lavoro e non, dei diritti negati alle donne. Però io ho avuto la fortuna, come lei, di crescere in una famiglia in cui mia madre – per sua scelta – lavorava a tempo pieno, motivo per cui aveva poco tempo (ma di qualità) per occuparsi dei figli e della casa. Anzi, mia madre ha contribuito in maniera determinante all’indipendenza e alla parità mia e di mio fratello (che cucina anche meglio di me). Provi a immaginare quel che accade in una famiglia ritenuta – nostro malgrado – culturalmente tradizionale, quella in cui davvero papà lavora e porta i soldi e mamma si occupa dei figli e della casa. Quei bimbi cresceranno portandosi dentro un modello culturale profondamente retrogrado. Cosa li potrebbe salvare? La scuola, prima ancora che la curiosità verso il mondo più civile che circonda l’Italia. L’insegnamento scolastico, per come lo intendo io, non può e non deve ridursi a un mero apprendimento di regole matematiche e grammaticali (seppur fondamentali). La scuola ha l’obbligo di formare gli uomini e le donne di domani, di scuotere le coscienze addormentate dei ragazzi (e dei genitori) e, perché no, di costituire un elemento di rottura rispetto alla mancanza assoluta di cultura di genere. Un bambino che vede la mamma costretta a stirare può imparare, attraverso un esercizio che a noi sembra banale, che il modello corretto non è quello. In casa possono, anzi devono, stirare e cucinare tutti coloro che hanno tempo e voglia di farlo. Senza distinzione di genere e senza che i papà si sentano “sminuiti” quando portano un piatto in tavola. Solo così potremo – magari tra dieci anni – affrontare l’enorme divario che ci divide dai Paesi scandinavi, per esempio, dove fin dalle elementari viene insegnato a tutti a programmare una lavatrice.
Ps: io, fossi stata una bambina di quella classe, avrei risposto ironicamente che “papà gracida”.
Silvia D’Onghia
Mafia, finalmente viene fuori la verità (a teatro)
Scriveva Eduardo De Filippo che “il teatro non è altro che il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita”. È un mondo irreale in cui si può finalmente capire quello reale. È un cerchio magico che diventa, spente le luci e aperto il sipario, più reale del reale. Da otto anni Giulia Minoli lavora su un pezzo di realtà dura, sgradevole, a lungo addirittura negata dalla cultura e dalla politica: la mafia, la presenza criminale tra di noi, dentro la nostra vita, dentro la nostra storia. Nel 2011 ha portato in scena al Teatro di San Carlo di Napoli uno spettacolo dal titolo “Dieci storie proprio così”, in cui i poteri criminali e la ribellione di chi vi si oppone venivano raccontati con la magia del teatro e la forza della verità. Negli anni sono cresciute la riflessione sui fatti e la pratica sui palcoscenici di tutta Italia e oggi il viaggio di Giulia Minoli, accompagnata da Emanuela Giordana, ha preso le forme di uno spettacolo nuovo: Se dicessimo la verità, in scena fino al 3 marzo al Teatro Studio Melato di Milano. Apre il Festival dell’impegno civile “Un’altra storia”, organizzato con il Piccolo Teatro, che presenta musica, proiezioni e dibattiti.
Come il teatro delle compagnie girovaghe si modificava a mano a mano che il viaggio lo portava su nuovi palcoscenici, così lo spettacolo di Giulia Minoli ed Emanuela Giordana si è via via arricchito, dopo otto anni e tante storie raccontate, fino a diventare quello che è oggi. In ogni città dove approdava si integrava con le storie e i personaggi locali, si intrecciava con i dibattiti e i contributi che via via si aggiungevano. Ora è arrivata anche la collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, con il corso di Sociologia della criminalità organizzata tenuto da Nando dalla Chiesa, con il quale il Piccolo Teatro, attraverso l’“Osservatorio sul presente”, svolge da anni un lavoro di studio e riflessione sui temi della legalità.
La mafia non è solo un brutto spettacolo a cui assistiamo: ci coinvolge e ci attraversa. La nuova forma scenica ci interroga anche sul contributo che ciascuno di noi può dare al crescere dell’illegalità, offrendo più spazio ai poteri criminali e assumendo la corruzione come modus vivendi. “Se dicessimo la verità” ci mostra che la verità è molto più insidiosa e scomoda di quanto siamo disposti a confessare a noi stessi.
Tra i protagonisti raccontati in scena c’è il giovane giornalista siciliano Paolo Borrometi, sotto scorta a causa delle sue inchieste sulla mafia tra Ragusa e Siracusa. C’è Tamara Ianni, 29 anni, testimone chiave nel processo contro il clan Spada di Ostia. C’è Maria Stefanelli, vedova del boss Francesco Marando, che si è ribellata alla famiglia di ’ndrangheta di Platì impiantata da anni nell’hinterland torinese e oggi vive in un luogo segreto sotto la protezione dello Stato: “La mafia mi ha ucciso quasi tutti in famiglia: abbiate il coraggio di denunciare”.
“Purtroppo – spiega Giulia Minoli – non possiamo più parlare solo di infiltrazioni mafiose al nord, ma di complicità con il crimine, di prassi criminale a cui ci stiamo abituando, con distratta colpevolezza”.
Accanto allo spettacolo al Teatro Studio, tra le iniziative del Festival dell’impegno civile segnaliamo il concerto “Al posto mio”, con il rapper napoletano Lucariello (1 marzo, al Beccaria, il carcere minorile milanese di via Calchi Taeggi); il dibattito sulla rete antimafia con Nando dalla Chiesa, Alessandra Dolci e Monica Forte (2 marzo, al Piccolo Teatro Grassi di via Rovello); e il faccia a faccia tra il giornalista Giovanni Minoli e il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri (2 marzo, al Piccolo Teatro Studio).
La battaglia sui salari: quando la sinistra era presente a se stessa
Qualche settimana fa, in questa rubrichina, ebbi l’ardire di parlare di salari. Lo feci un po’ imbizzarrito, ammetto, dal fatto che alcuni (Confindustria, Boeri e altri) notavano che molti italiani che lavorano prendono più o meno come il reddito di cittadinanza. Pareva dagli accenti, dalle sfumature, e a volte anche da affermazioni dirette, che ciò fosse gravemente lesivo del libero mercato che – prendendo un disoccupato una certa cifra – non avrebbe potuto comprimere ancora di più i salari. Una specie di concorrenza sleale tra disoccupati poveri e lavoratori poveri su cui i “poveri” imprenditori versavano accorate lacrime.
Mal me ne incolse, perché venni subito apostrofato da Carlo Calenda che mi chiedeva (a me!) idee su come alzare i salari, che è un ben strano modo di intendersi esperti del ramo, un po’ come se l’elettrauto mi chiedesse col ditino alzato: “Be’? Come si monta questa cazzo di batteria? Me lo dica, non stia lì solo a criticare!”. Non fa una piega. Segnalo comunque che nelle settimane intercorse si sono ascoltati tutti discutere su come abbassare il reddito di cittadinanza, e nessuno su come alzare i salari, quindi diciamo così che a pensar male ci si azzecca. Ora che il Pd affronta un congresso per decidere dove andare, non è male che qualcuno, là dentro, rifletta sul tema della rabbia. Un grande partito sa incanalarla, farne strumento di pressione, volgerla verso decisioni meno inique, mentre il Pd, per quello che si è visto e sentito, l’ha guardata crescere come la mucca guarda passare il treno, e in qualche caso fomentata. Dal 2010 al 2017 (governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) i salari reali sono calati del 4,3 per cento (fonte: Sole 24 Ore), un dato che dice tutto, a proposito di incazzatura. Se volete sommare altri numeretti, che sono noiosi ma spiegano l’ampiezza del problema, sappiate che un italiano su tre dichiara meno di 10.000 euro l’anno, cioè una cifra insufficiente a campare degnamente. Si aggiunga la questione del lavoro “sovraistruito”, cioè quel 35 per cento di lavoratori diplomati e laureati che hanno un’occupazione non adeguata al titolo di studio. Insomma: ingegneri che consegnano pizze, sì, ne abbiamo.
E del resto, quando si trattava di ingolosire investitori esteri a venire qui (ottobre 2016), il ministero dello Sviluppo economico stampò e diffuse delle belle brochure colorate dove si leggeva: “Un ingegnere in Italia guadagna mediamente in un anno 38.500 euro, mentre in altri Paesi lo stesso profilo ha una retribuzione media di 48.500 euro l’anno”. Tradotto: venite qui che costiamo meno, veniamo via con poco, due cipolle e un pomodoro. Un vero e proprio vanto (ancora da quella brochure): “I costi del lavoro in Italia sono ben al di sotto dei competitor come Francia e Germania”. Che culo, eh! Il ministro era – lo dico senza ridere – Carlo Calenda.
Ora, a farla breve, bisogna capire come il salario (che si sognava, a sinistra, variabile indipendente) sia diventato variabile dipendentissima, subordinata e in ginocchio, mentre a diventare variabile indipendente (cioè intoccabile) sono i profitti e le rendite. Capire, sì. E magari anche intervenire sulla vera manovra urgente: riequilibrare la voragine che si è aperta nel reddito dei lavoratori italiani, quelli che hanno pagato la crisi. Quali forze politiche oggi vogliono e possono prendere questo problema e farne il centro della loro azione? Si direbbe nessuna. Eppure, a proposito di popolo e populismo, quella sui salari sarebbe una battaglia assai popolare, a patto di tornare un po’ verso sinistra (il Pd) o di andarci (i 5 Stelle). Chissà, forse disegnare intorno al lavoro (dignità, salari, diritti) una qualche politica di medio-lungo termine, invece di stare appesi alle battaglie dello sceriffo Salvini, sarebbe una luce in fondo al tunnel.
’ndrangheta, vedi Cantù e pensi a Locri
Eora i doppiogiochisti, gli abusivi della democrazia non hanno più scampo. Quel che sta succedendo a Como nel processo alla ’ndrangheta di Cantù è un limpido certificato dello stato in cui è precipitata la Lombardia grazie a un esercito di irresponsabili. Qualche cronaca l’ha pur raccontato. Ma le testimonianze dirette dei pochissimi che, da osservatori, sono stati in aula, hanno visto e sentito, sconvolgono e indignano. Ma quale mafia silente che tende a starsene coperta perché le interessa solo farsi in pace i suoi affari. Silente è la società, piuttosto.
Ed era ovvio che appena le istituzioni avessero iniziato a fare sentire la propria presenza questa comunità di “pacifici” signori avrebbe alzato la voce, minacciato, esibito la sua vera identità, come già dopo qualche dibattito pubblico nelle scorse settimane. Non manager, doppiopetti dell’economia, ma potere brutale, arrogante, con la pretesa di disporre di uno Stato infarcito di fuggiaschi e di corrotti.
A Cantù il mito della mafia silente che aveva arruolato investigatori e studiosi (e che ancora ne affascina la maggioranza) è stato mandato all’aria nel corso degli ultimi anni da incendi, colpi di pistola e spedizioni di piazza. E da questa occupazione rumorosa di un tribunale dove i magistrati vengono lasciati soli con il proprio senso delle istituzioni (complimenti alla presidente della Commissione regionale antimafia Monica Forte che ha scelto di andarci a mettere la faccia), tra minacce e insulti e fischi. E dove la presidente della corte Valeria Costi è stata costretta a sospendere pochi giorni fa il dibattimento per i boati scatenati dal pubblico. “Non si è mai visto qualcosa del genere nemmeno a Locri”, ha commentato allibita la pubblico ministero Sara Ombra. Quante volte i pesci in barile, di fronte alle denunce della avanzata mafiosa in Lombardia, hanno risposto che “Milano non è Reggio Calabria”. Infatti. Sotto questi aspetti è peggio. Perché in Brianza, a Como e a Lecco come nell’hinterland milanese, come pure a Reggio Emilia e dintorni, il tormentone politico che questi signori non esistessero e si dedicassero al massimo a una silenziosa e felpatissima “finanza”, ha regalato loro una sensazione di forza e di impunità con la quale ora siamo tutti obbligati a fare i conti, fino in fondo: prefetti e magistrati, questori e comandanti dei carabinieri, giornalisti e pubblici funzionari, imprenditori e ordini professionali, consiglieri comunali e regionali, sottosegretari e ministri, soprattutto (o no?) della Giustizia e degli Interni.
Quel che accade nel tribunale di Como è una perizia sullo stato della Lombardia. Non una perizia falsa, come quelle fatte per camorristi e ’ndranghetisti da medici compiacenti, uno dei quali finalmente l’altro giorno è stato condannato duro per avere dichiarato cieco, in un istituto “d’eccellenza” di Pavia, il capo militare dei Casalesi che sarebbe poi andato a uccidere quasi una ventina di persone. Questa è una perizia vera, perché certi spettacoli non nascono mai per caso, ma hanno dietro retroterra sociali profondi. Portano allo scoperto convenzioni e convinzioni radicate nel tempo. I testimoni che ritrattano in serie visibilmente terrorizzati, che un po’ accusano se stessi di dabbenaggine un po’ i carabinieri di avere falsato la realtà, sono il riflesso di una Lombardia già immortalata in questa veste in altri processi come in memorabili inchieste televisive (si veda ad esempio quella su Lonate Pozzolo, provincia di Varese, in Presa diretta). Confidiamo che i giudici, diversamente dalle attese degli imputati e dei loro avvocati, usino queste omertà non per assolvere ma, come chiede con precisione la legge Rognoni-La Torre, come prova della natura mafiosa dell’associazione (essendone previsti infatti come segni distintivi assoggettamento, omertà e intimidazione).
L’Italia intera guardi a questo processo e su di esso, non sui comizi, misuri da che parte stanno i pubblici poteri. La mafia non è quel che dicono esperti d’avventura, solo bigliettoni fruscianti e borsa. È soprattutto e prima di tutto questo: potere, contestazione della giurisdizione dello Stato, piccoli paesi e centri minori conquistati palmo a palmo. Specchiarsi in Milano dà più gloria. Specchiarsi in Cantù meno. Ma questo processo, così come già “Infinito” nell’hinterland milanese e a Monza, così come “Minotauro” in Piemonte o come “Aemilia” in Emilia, è per la lotta alla ’ndrangheta un passaggio decisivo. Qui è Rodi, qui chi deve saltare lo faccia.
Ps: si attende ora il politico di turno che vada a Cantù e dintorni a sobillare i cittadini tuonando che “vi accusano di essere tutti mafiosi”; o amministratori e avvocati che querelino qualcuno accusandolo di avere affermato che “tutti i calabresi sono mafiosi”. Il copione della cultura mafiosa non sarebbe completo…