Addio Rosetta Stame, la memoria collettiva delle Fosse Ardeatine

Quando il padre fu ucciso alle Fosse Ardeatine, Rosetta Stame, morta ieri a Roma, aveva solo sei anni. Era piccola ma dei suoi fratelli era la più grande e del resto la storia, quella familiare e quella con la S maiuscola, aveva già deciso per lei l’età adulta. Da quel 24 marzo del 1944, giorno dell’eccidio nazista, la vita di Rosetta non fu solo quella di un’orfana ma fu anche quella di custode di dolore e memoria. Memoria privata e collettiva, militata per anni nell’Anfim, l’associazione dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, di cui è stata presidente fin dal 2007: “L’immagine più chiara che ho di mio padre è il suo volto sempre pieno di cerotti, di lividi. Entrava e usciva dal carcere, più volte era stato portato in via Tasso, era tra i sospettati di collaborare con la resistenza”, ricorderà Rosetta in un’intervista.

Un’immagine che porterà Rosetta, non solo a coltivare la memoria delle vittime e della pagina più crudele dell’occupazione nazifascista a Roma, ma anche a resistere e a non cedere. Fu teste nel processo contro Erich Priebke e in aula, ricordando le torture subite dal padre, urlò: “Perché devo ridire ancora queste cose? Sto soffrendo”.

Uccise il socio a coltellate: 24 anni a Sandro Cozzi, ex conduttore Rai

Cancellata l’aggravante della premeditazione e quindi niente ergastolo, ma comunque 24 anni di carcere: questa la pena decisa in appello per Alessandro Cozzi, ex conduttore tv condannato in secondo grado per avere ucciso a coltellate, più di vent’anni fa, l’ex socio Alfredo Cappelletti, colpendolo a morte mentre si trovava nel suo ufficio in via Malpighi a Milano.

La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha accolto parzialmente la richiesta del sostituto pg Maria Grazia Omboni, che aveva chiesto di confermare il giudizio di primo grado del luglio 2017, ovvero il carcere a vita. “È meglio di una assoluzione. Almeno farà qualche anno in galera”, il commento di Maria Pia Beneggi, moglie della vittima. Con lei, ad aspettare il verdetto anche i suoi due figli, tra cui la giovane che il 13 settembre 1998 ritrovò il corpo senza vita del padre. A differenza dei giudici della Corte, la donna non ha dubbi che l’assassinio di suo marito fosse premeditato. “Cozzi voleva farci credere che si fosse suicidato”.

Il caso in effetti fu inizialmente archiviato come suicidio, ed è stato riaperto dopo che il conduttore di Diario di Famiglia confessò l’omicidio di Ettore Vitiello, titolare di un’agenzia, pure lui accoltellato ma per un debito di gioco. Delitto per cui Cozzi sta già scontando 14 anni di carcere. Così il gip, avendo riscontrato “assordanti analogie” tra l’omicidio di Vitiello e la morte di Cappelletti, aveva disposto l’imputazione coatta anche per il secondo caso. Nelle motivazioni di primo grado, la Corte d’Assise scriveva che era stato proprio l’imputato a tentare di “evitare/sviare” le indagini sull’omicidio Cappelletti. L’ex conduttore ha sempre negato l’omicidio: “Non ho ucciso Alfredo, eravamo molto legati. Entrambi condividevamo la fede cristiana”. Anche i giudici d’appello però lo hanno ritenuto colpevole, confermando in parte la condanna. Fra 90 giorni le motivazioni.

Bonus bebè modello Lombardia. “Il requisito minimo dei 5 anni di residenza è discriminatorio”

Il “bonus bebè” regionale veniva approvato a Milano nell’Ottobre 2015 dalla Giunta regionale lombarda, sotto la guida di Roberto Maroni. Voleva essere una delibera a sostegno della famiglia: prevedeva infatti dodici assegni erogati mensilmente dall’INPS per ogni figlio nato, adottato o in affido pre-adottivo. La Corte d’Appello di Milano, però, l’ha ritenuto un provvedimento “a carattere discriminatorio”, facendo specifico riferimento alla “parte in cui prevede, ai fini dell’accesso al bonus, il requisito dei cinque anni continuativi di residenza” di entrambi “i genitori del nuovo nato”. La sentenza di ieri è solo l’ultima tappa di un percorso cominciato con il ricorso dell’Associazione Studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) e della ONLUS “Avvocati per niente”, che oggi chiedono alla Regione Lombardia di “modificare” la delibera con “l’abolizione” del requisito dei cinque anni continuativi di residenza e “di riaprire i termini per la presentazione delle domande”, a cui sono interessati soprattutto gli immigrati.

Non è la prima volta che la Corte d’Appello del capoluogo lombardo solleva obiezioni sull’equità di un provvedimento regionale: in una sentenza dello scorso dicembre, a seguito del ricorso di una donna salvadoregna, aveva già dichiarato il carattere discriminatorio del “Fondo sostegno affitti”. Il contributo per i meno abbienti (che arrivava fino a 1.200 euro mensili) consentiva l’accesso solo ai cittadini “extra Ue” che esercitassero “una regolare attività di lavoro” e risiedessero da almeno dieci anni in Italia, di cui minimo cinque nella regione. Maroni, nel 2015, dichiarò ai giornalisti: “Abbiamo le idee chiare: sarebbe un peccato sprecare le risorse. (…) Vogliamo evitare di regalare soldi agli immigrati clandestini”.

Favorirono il gruppo Grimaldi, interdetti i vertici dell’autorità portuale del Mar Tirreno Nord

Favorivano illegalmente il gruppo Grimaldi provocando danni milionari per l’erario e interferendo con la libera concorrenza. Ieri sono stati interdetti i vertici dell’autorità portuale di Livorno e il ministero dei Trasporti ha disposto l’immediata individuazione di un commissario straordinario. Secondo le accuse della Procura, e le indagini della Guardia di Finanza, il porto sarebbe stato gestito nella illegalità per parecchi anni. Nel mirino degli investigatori le banchine per la movimentazione delle navi in viaggio per la Sardegna, Sicilia, Tunisia e Spagna: sarebbero state affidate alla compagnia Grimaldi senza rispettare a pieno le necessarie procedure a evidenza pubblica.

In sostanza – e per ben 28 volte – le banchine sarebbero state assegnate con delle autorizzazioni temporanee. Una procedura prevista solo in casi di uso precario e particolari esigenze contingenti. In realtà, secondo l’accusa, in questo modo sono state affidate delle vere concessioni demaniali – durature e non occasionali – all’interno del porto di Livorno, ostacolando la concorrenza e applicando tariffe di favore all’armatore Grimaldi con conseguenti danni per l’erario. A richiedere l’interdizione è stato il procuratore capo della Repubblica di Livorno Ettore Squillace Greco. Le accuse sono concorso in abuso d’ufficio e falso ideologico. Il gip Marco Sacquegna ha emesso un provvedimento cautelare di interdizione per Stefano Corsini (presidente dell’autorità di sistema portuale del Mar Tirreno settentrionale) Massimo Provinciali (segretario generale), Costantino Baldissara (Ad della Sintermar S.p.A. e principale referente del gruppo di Grimaldi a Livorno), Corrado Neri (presidente della Sintermar), Massimiliano Ercoli (amministratore unico della Seatrag autostrade del mare). Sono inoltre indagati, ma non interdetti, Giuliano Gallanti già presidente dell’autorità portuale di Livorno fino al marzo 2017 e Matteo Paroli (oggi segretario generale dell’autorità portuale di Ancona e fino all’ottobre 2015 dirigente del settore demanio dell’autorità portuale di Livorno).

La cricca dei rifiuti: “Ora facciamo il botto”. Storie dalla Terra dei fuochi del Nord

La cricca dei rifiuti, in poco tempo, smaltendo illegalmente 37mila tonnellate di materiale, ha incassato circa un milione di euro. Questo il giro d’affari contabilizzato nell’inchiesta Velenum della procura di Milano e che ieri ha portato all’arresto di 15 persone. L’indagine, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, è partita dall’incendio che il 14 ottobre scorso ha devastato il sito di stoccaggio di via Chiasserini a Milano. L’incendio, certamente doloso, andò avanti per giorni. Tra il materiale bruciato c’era, infatti, molta plastica. Nel mirino così è finito Aldo Bosina, dominus della Ipb Italia che aveva preso l’area dalla Ipb. Un passaggio di proprietà caratterizzato da fideiussioni false e minacce esplicite al vecchio proprietario. Allo stato ancora restano ignoti gli esecutori materiali del rogo. Dalle carte dell’indagine però emerge un vero sistema. Con i rifiuti che arrivavano dalla Campania e dal Veneto, dopodiché venivano stoccati in modo del tutto illegale in vari siti del nord Italia. Le intercettazioni dimostrano come i protagonisti fossero sempre alla ricerca di nuovi luoghi dove piazzare i rifiuti. Valentino Bovini ha lavorato come autista per conto della Ipb Italia e, secondo il giudice, ha avuto un ruolo importante in questa vicenda. Pochi giorni prima dell’incendio Bovini rivelerà a un conoscente: “Adesso facciamo il botto”. Il giorno dopo il rogo, sempre Bovini aggiornava l’interlocutore: “Hai sentito abbiamo finito”. Un testimone dell’accusa spiegherà: “Quando i magazzini erano pieni, loro si spostavano in altri sistemando la cosa a modo loro”. Pochi giorni prima del rogo, il sito era stato visitato dalla Polizia locale che pur avendo constatato la presenza di rifiuti non aveva proceduto a mettere i sigilli, “come – scrive il gip – invece sarebbe stato auspicabile”. Non solo, lo stesso Bosina, scrive il gip, “dopo il rogo ha trattato l’affitto di un altro capannone a Buscate”. E ancora: “Come hanno dimostrato le intercettazioni, gli indagati hanno continuato a trafficare illecitamente rifiuti anche dopo l’incendio di via Chiasserini”. La cricca si sentiva impunita. Tanto che sempre lo stesso Bosina, con messaggi via WhatsApp, dava indicazione a parenti e dipendenti di “occultare” la documentazione. In un caso, telefonando alla segreteria, le dice “di portare il computer nel bosco per non farlo trovare dalla polizia giudiziaria”. Pc nel bosco e documenti nascosti in cantina. Tra i destinatari dell’ordinanza di ieri anche Massimo Sanfilippo, di 50 anni, amministratore di fatto della Winsystem Groups srl, società intermediaria nel traffico di rifiuti diretti ai capannoni di via Chiasserini, Verona San Massimo (Verona) e Meleti (Lodi). Indagato anche Pietro Ventrone, di 35 anni, amministratore di fatto della Waste Solution srl, altra società intermediaria nel traffico dei rifiuti, nonché della Gea Log. Un teste dell’accusa racconterà di essere stato chiamato da un indagato. Scrive il giudice: “Gli disse di essere alla ricerca di magazzini da adibire a deposito di rifiuti (..) e gli aveva chiesto eventualmente di segnalargliene”. Il testimone ha poi spiegato che l’uomo gli avrebbe dato appuntamento in via Chiasserini qualche giorno dopo per presentargli “il suo referente”, ma avendo lui “subodorato” che “l’attività propostagli fosse illegale”, rifiutò.

Divieto di dimora a Riace, punto a favore di Mimmo Lucano

L’inchiesta “Xenia” della Procura di Locri perde un pezzo, anche se il sindaco Mimmo Lucano non può ancora tornare a Riace. La Cassazione, per quanto riguarda le presunte irregolarità nell’affidamento del servizio di raccolta dei rifiuti e alle esigenze cautelari, ha annullato con rinvio e sarà di nuovo il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria a dover decidere se costringere ancora Lucano a stare lontano da Riace. Per la Cassazione resta in piedi solo l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver contribuito a presunti matrimoni fittizi, il reato meno grave tra quelli contestati al sindaco di Riace. Secondo il gip, infatti, il sindaco “sospeso” non ha intascato un centesimo dei soldi pubblici destinati ai progetti per i migranti. Anzi, se si incrociano le risultanze investigative emergerebbe addirittura che proprio Lucano ha presentato diverse denunce quando qualcuno ha tentato di infiltrarsi nella gestione dell’accoglienza.

Ora si attendono le motivazioni della Cassazione prima che il Riesame si pronunci di nuovo. A meno che il gip di Locri, alla luce di quel che resta dell’inchiesta, non revochi prima il divieto di dimora per il sindaco.

L’orco, 5 colpi a sangue freddo e la coca: l’ordalia di Rozzano

I primi giorni di novembre dello scorso anno. Nella casa di Rozzano (Milano), la bambina di otto anni è in compagnia della nonna. La madre è fuori. Rientrerà a breve. La piccola però non riesce ad aspettare. Ha un peso che si porta dietro dalla scorsa estate. Prende il cellulare e manda un messaggio vocale: “Mamma devo dirti una cosa importante, ma ho paura che ti arrabbi”. È il prologo a una confessione choc. Quella sugli abusi subiti da parte del nonno materno, il 63enne che sarà poi ucciso lunedì a Rozzano nei giardinetti di via Venezia da un pregiudicato della zona e soprattutto dal padre della bambina, avuta da una relazione con la figlia della vittima. Il racconto della bambina ha passaggi devastanti. Le presunte violenze risalgono alla scorsa estate, quando il nonno che risiedeva stabilmente a Secondigliano, sale a Rozzano per le vacanze. La bambina sta con lui diversi giorni. Gli abusi saranno quotidiani. Fino al tentativo di un rapporto sessuale e palpeggiamenti intimi. L’uomo si comporta come se quella bimba non fosse sua nipote ma la sua fidanzata. Spesso, e senza motivi, la bacia. Poi la porta fuori e le compra il gelato.

La madreascolta il racconto. Con lei la nonna, divorziata dal marito da tempo. La tappa successiva è l’ospedale. Qui viene certificata una presunta violenza e la bambina viene dimessa con una prognosi di 30 giorni. La storia degli abusi, a questo punto, diventa una denuncia. Viene aperto un fascicolo, ma il nonno della bambina resterà indagato a piede libero. Una scelta della quale lo stesso padre si lamenterà e non poco in famiglia, accusando apertamente l’operato della magistratura. Le confidenze della piccola alla madre arrivano poi allo zio. Da qui il racconto arriva al padre. Con quali particolari non è dato sapere. Il padre giura vendetta. In quel momento, il presunto violentatore è già all’angolo, messo all’indice da tutta la sua famiglia. Tanto che una delle ipotesi che si studiano in procura a Milano è che la vittima sia stata attirata a Rozzano. Insomma l’esecuzione sarebbe stata decisa da tutta la famiglia. Allo stato però nessun parente risulta indagato.

I fatti della scorsa estate, ripetuti giorno dopo giorno, hanno poi un precedente. Due anni fa, emerge dalla cerchia della famiglia, il nonno poi ucciso inviò un messaggio vocale alla figlia, chiedendole di salutare molto l’altra nipotina. In quel frangente l’uomo si augurava che la bambina si ricordasse di lui e spiegava che sarebbe salito a trovarla. Il dato non è di poco conto. Anche perché questa bambina abitualmente frequenta la piccola vittima di abusi. Insomma, il quadro è desolante.

Torniamo al giorno dell’omicidio. Il padre dirà di aver saputo per caso che il nonno si trovava in quel parchetto. In realtà dalla visione del video emerge un atteggiamento del killer compatibile con un’ipotesi di premeditazione. Sono le 17.53. In via Venezia arriva lo scooter. Guida lui, dietro un secondo uomo. Lo scooter scompare dietro agli alberi del parco. Poi si vede l’omicida, il padre della bambina, che indossa scarpe bianche andare verso un furgone seguito dal nonno. Quando i due sono di fronte, il primo colpo. L’uomo cade a terra. Il killer non si scompone. Esplode altri quattro colpi. Poi con estrema lentezza fa un giro attorno al corpo e sempre tranquillamente si avvia verso lo scooter che parte senza accelerare. Il compagno urla: “Che cazzo hai fatto?”. L’altro dice: “Scusa”. Poi i due si dividono. A verbale, sostenendo la non premeditazione, il killer dirà: “Ho avuto un black out”. Dopo l’omicidio, l’altro uomo sullo scooter, pregiudicato, passerà la notte nel parco e si costituirà il martedì. Prima degli spari, i due girano in moto per Rozzano. Giocano una schedina al centro scommesse IziPlay, mangiano un panino, poi passano due volte davanti al parchetto. Ripartono verso via delle Mimose. Nel frattempo sniffano cocaina. Una paio di dosi. L’ultima alle 17. Circa 53 minuti dopo sono nel parchetto di via Venezia. In quel momento nell’area c’è il figlio della vittima. Con lui almeno una decina di parenti della moglie e cinque bambini. Verso le 17,40 li raggiunge il nonno, con un nipotino di tre anni, che andrà incontro alla morte. Subito dopo l’omicidio, il figlio della vittima, farà il nome del killer. Aggiungerà che i parenti lo avevano visto passare due volte. Circostanza che avvalora l’ipotesi della premeditazione.

Qualcuno deve aver avvertito il killer della presenza del suocero, arrivato a Rozzano il 23 febbraio. Tanto che persone a lui vicine, si faranno sfuggire una confidenza su chi lo avrebbe avvertito e forse non avrebbe dovuto farlo. Prima che il padre si costituisca passano diverse ore. Pensa di scappare. Qualcuno a Rozzano si mette al lavoro. In questo tempo, lui vede delle persone. Dice che ha ucciso perché temeva che il nonno potesse fare di nuovo male alla figlia. E che aveva la pistola perché voleva uccidersi. In realtà sarà lui a uccidere. La pistola che getterà poi via, ha già il colpo in canna. Poche ore prima in Tribunale a Milano si era concluso l’incidente probatorio per l’indagine sugli abusi. Presente la bimba, non l’indagato che sarà ucciso poco dopo. In quell’interrogatorio emergerà che gli abusi subiti andavano avanti dal 2016, da quando la piccola aveva solo sei anni.

Sole 24 Ore, chiesto il rinvio a giudizio per i tre vertici

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex direttore editoriale del Sole 24 Ore Roberto Napoletano, l’ex presidente del cda del gruppo Benito Benedini e l’ex ad Donatella Treu. I reati contestati sono false comunicazioni sociali e manipolazione del mercato. Chiesto anche il rinvio a giudizio per lo stesso gruppo. La società risponde in relazione ai reati contestati, che riguardano un arco di tempo che va dal marzo 2014 al marzo 2016. Stando alla ricostruzione dei pm, Fabio De Pasquale e Gaetano Ruta, l’ex direttore “al fine di assicurare a se stessi e a terzi un ingiusto profitto” avrebbero esposto nella semestrale del giugno 2015, nel resoconto intermedio del settembre successivo, nel bilancio del dicembre, “fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società”. Per i magistrati, inoltre, i tre sarebbero intervenuti “sull’andamento economico del quotidiano, le vendite delle copie digitali e cartacee e i ricavi” per “sovrastimare i risultati di gestione”. Dal marzo 2014 al marzo 2016, inoltre, i dati di settore del gruppo sarebbero stati aggregati in modo tale da impedire “di valutare la natura e gli effetti sul bilancio della società dei risultati di ciascun settore”.

Legittima difesa, l’Anm contraria Salvini: “Allora fatevi eleggere”

C’è un nuovo scontro magistrati-Salvini. Il vicepremier ha detto al presidente dell’Anm Francesco Minisci, che ha osato bocciare il progetto di legge sulla legittima difesa, che deve “farsi eleggere”, come se i magistrati non dovessero dire la propria in materia di giustizia. Tutto è cominciato ieri mattina quando Minisci, ospite di Radio anch’io, commentando il rinvio del voto sulla legittima difesa, ha detto “che questo rinvio sia sine die. Che non si faccia la riforma sulla legittima difesa, di cui non abbiamo bisogno. È un istituto sufficientemente regolamentato ”. Salvini, ignorando la Costituzione, ribatte: “Candidati alle elezioni e fatti eleggere dalla sinistra. Non penso spetti a un magistrato decidere quali leggi bisogna fare”. Immediata la reazione di correnti della magistratura: Area, la corrente progressista, ricorda al ministro che “esprimere pareri tecnici anche critici sulle riforme che riguardano la Giustizia non solo non costituisce alcun rischio per la democrazia, ma rientra tra i compiti della magistratura associata”. Anche Autonomia e Indipendenza, la corrente di Davigo dice che Minisci “è stato oggetto di scomposte critiche per avere espresso una opinione condivisa da larghissima parte della magistratura”. Magistratura Indipendente, la corrente conservatrice, che nei giorni scorsi si era dissociata dal comunicato dell’Anm critico verso Salvini, per la visita solidale in carcere all’imprenditore di Piacenza che ha ucciso a sangue freddo un ladro, ora dà un colpo al cerchio e uno alla botte: “Ai magistrati spetta la possibilità di formulare valutazioni tecniche, ma non possono dire se una riforma si deve o non si deve fare. Penso, ha detto il segretario Antonello Racanelli, che il presidente Minisci forse sia stato frainteso intendendo ancora una volta esprimere le perplessità tecniche di una parte della magistratura. Nello stesso tempo è opportuno che da parte degli esponenti politici si evitino affermazioni che rischiano di delegittimare la magistratura”.

Macché manette facili: il resto della Ue ha più detenuti di noi

Da giorni imperversa una polemica che vede uniti parlamentari di Forza Italia, il presidente dell’Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza e alcuni giornali come Il Foglio, per una intervista di Piercamillo Davigo, attuale consigliere del Csm, al quotidiano La Stampa di sabato scorso.

Le frasi definite “agghiaccianti”, per esempio da Caiazza, riguardano i detenuti. Al giornalista che gli chiede se in Italia non si arresti troppo, Davigo ha risposto: “Tutt’altro, in galera ci vanno in pochi e ci stanno poco. Crescono solo gli arresti in flagranza di reato e quelli per terrorismo e mafia”. E ancora: “Oggi conviene delinquere, non pagare i debiti, impugnare le condanne. Non si ha niente da perdere. Invece, bisogna incentivare i comportamenti virtuosi”. L’avvocato Caiazza ha accusato Davigo di aver perso “il senso della misura delle cose: le carceri sono sovraffollate oltre ogni limite di tollerabilità”.

La piaga del sovraffollamento delle carceri fa parte ormai delle convinzioni generali di ciascuno di noi. Ma al netto dei problemi di singoli penitenziari, delle condizioni fatiscenti e inaccettabili di molte carceri dove magari manca l’acqua, il cibo è immangiabile, non ci sono spazi ricreativi e possibili attività per la doverosa rieducazione del detenuto che deve scontare la pena, il sovraffollamento complessivo è, di fatto, per usare un gergo molto di moda, una fake news. E sono i parametri della Corte per i diritti dell’uomo di Strasburgo (Cedu), che in pochi conoscono, a smentire quella che è una convinzione solida come una roccia.

Sono due studiosi del settore, Alessandro Albano e Francesco Picozzi a illuminarci su come stiano davvero le cose. Scrivono sul sito Personaedanno, nel 2016: “Nel nostro Paese, in mancanza di qualsiasi norma sul punto, la ‘capienza regolamentare’ complessiva del sistema penitenziario – che viene comunicata ufficialmente dal ministero della Giustizia – è determinata in base a una prassi amministrativa che prevede 9 mq per una cella singola, più 5 mq per ogni ulteriore detenuto (ad es. 14 mq per due reclusi, 19 mq per tre). Tale capacità ricettiva è oggi pari a quasi 50.000 posti”. Proprio per questi parametri italiani, lodevolmente più severi rispetto a quelli della Cedu, che vedremo in seguito, c’è molta confusione. Albano e Picozzi fanno l’esempio di Wikipedia alla voce carceri italiane: “Si afferma che i dati ministeriali non rappresenterebbero la ‘capienza regolamentare’, ma la ‘capienza massima tollerabile’ del sistema penitenziario e si aggiunge che la ‘vera’ capienza regolamentare sarebbe pari all’incirca alla metà dei numeri ufficiali. Insomma, applicando questo errato ragionamento, con le cifre attuali si dovrebbe concludere che la capienza regolamentare complessiva delle carceri italiane sia di circa 25.000 posti. La realtà – spiegano Albano e Picozzi – è ben diversa e assai più positiva per il nostro Paese. L’Italia, infatti, calcola la sua ‘capienza regolamentare’ (l’unica oggi indicata nelle statistiche ministeriali, non usandosi da tempo il riferimento alla capienza tollerabile) secondo gli standard sopra descritti (9 mq + 5 mq), i quali sono evidentemente più elevati non solo rispetto a quelli minimi e inderogabili sanciti dalla Cedu, ma anche del CPT”, ovvero il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e delle Pene o Trattamenti Inumani o Degradanti. Il Cpt ha prodotto a fine 2015 un documento in cui invita, non avendo poteri vincolanti, gli Stati membri del Consiglio d’Europa ad adottare parametri più civili per le celle dei detenuti: 6 mq per una singola a cui vanno aggiunti 4 mq per ogni detenuto in più, a cui va aggiunta la zona bagno. Ma è solo la Cedu a poter condannare gli Stati per violazioni della Convenzione. Scrivono ancora Albano e Picozzi che “la Corte di Strasburgo esprime la prevalente tendenza a considerare 3 mq di spazio detentivo pro capite come una soglia, al di sotto della quale, il sovraffollamento della cella può costituire una forte presunzione di violazione dei diritti umani”. Quindi, una soglia ben al di sotto di quella italiana.

Va, però, ricordato che l’Italia, nel 2013, fu condannata dalla Cedu per condizioni degradanti, che avevano a che fare anche con lo spazio ristretto delle celle, dopo il ricorso di alcuni detenuti. Da allora, però, non ci sono state più condanne, anzi nel 2016 l’Italia ha superato positivamente la procedura a livello europeo di valutazione dell’attuazione delle raccomandazioni della Cedu, che aveva indicato nella sentenza di condanna di tre anni prima. Anche con i numeri attuali per l’Italia la bilancia pende un po’ più dal lato positivo, ma c’è ancora da migliorare. Secondo dati del ministero della Giustizia aggiornati al 31 gennaio 2019, i detenuti sono 60.125 contro una capienza di 50.550. Un dato questo, va ribadito, dettato dai nostri parametri e non da quelli minimi della Cedu o di tanti altri Paesi europei.

Quanto al numero dei detenuti in proporzione alla popolazione, l’Italia ne ha meno rispetto a Paesi simili. Secondo la statistica del Consiglio d’Europa del 2016, l’Inghilterra e il Galles insieme hanno “146.4” detenuti per ogni 100 mila abitanti, il Portogallo “133.2”, la Spagna “130.7”, il Lussemburgo “122.3”, la Francia “102.6”, l’Italia “89.3”.