Il treno dell’autonomia differenziata ha un po’ rallentato, questo irrita i voraci governatori leghisti, e allora Matteo Salvini deve farlo accelerare almeno a chiacchiere. Ieri ha ricevuto al Viminale, non è chiaro in che veste, il lombardo Attilio Fontana e il veneto Luca Zaia insieme alla ministra Erika Stefani: al termine dell’incontro ha fatto sapere di aver “raccolto e accolto le richieste delle Regioni, comprese quelle dell’Emilia Romagna (sic), e entro questa settimana il vicepremier e ministro dell’Interno riceverà un documento di sintesi finale che discuterà con il premier Giuseppe Conte e il vicepremier Luigi Di Maio”. Non si capisce, a questo punto, a che testi lavori la Stefani e a cosa serva un documento di sintesi di richieste che tutti conoscono già, ma Salvini dice che lo porterà a Palazzo Chigi. Questo basta a far scrivere alle agenzie di stampa di “brusca accelerazione”. sull’autonomia. A quanto risulta al Fatto, però, i ministeri con cui manca l’accordo (Infrastrutture, Salute, Ambiente, etc.) non hanno cambiato posizione. In ballo c’è anche una questione generale: attuare sì l’articolo 116 della Carta (l’autonomia), ma pure il 120 (potere sostitutivo dello Stato). Il secondo, però, non piace ai leghisti.
Decretone, così cambierà alla Camera
Con 149 i voti a favore, il Senato ha approvato il Decretone che contiene il reddito di cittadinanza e quota 100, le due misure simbolo del governo gialloverde. Ma se era scontato l’esito della votazione, a far discutere è stata la bagarre scoppiata in Aula durante le dichiarazioni di voto. “Il folklore, senatrice Bernini, non appartiene a quest’aula né alla dignità delle istituzioni, ma alle piazze. La smetta, faccia togliere tutto!”, ha detto la presidente del Senato, la forzista Elisabetta Casellati, alla capogruppo del suo partito, Anna Maria Bernini, quando i senatori di Forza Italia hanno indossato gilet azzurri, un caschetto da lavoro e mostrato cartelli con la scritta “Sì lavoro, no bugie”. Poi, durante l’intervento di Paola Taverna del M5S, dai banchi del Pd per tre volte il senatore Vincenzo D’Arienzo ha esposto un cartello con la richiesta di Tso (trattamento sanitario obbligatorio) per l’esponente 5S.
L’iter del decreto legge ora è chiaro. Approderà alla Camera lunedì 18 marzo, dove sarà ulteriormente modificato per sciogliere il principale nodo: l’incognita delle coperture destinate al restyling finale delle due misure, in particolare il rafforzamento della tutela per le famiglie con minori e delle persone disabili, la soglia anagrafica per il riscatto della laurea e la stretta sulla pensione dei sindacalisti. Anche se per la piena attuazione del provvedimento sono necessari almeno altri 15 provvedimenti tra decreti attuativi (per le piattaforme web e monitoraggio delle spese), convenzioni (come quella con i Caf per la predisposizione del modulo di domanda per il reddito di cittadinanza che l’Inps dovrà predisporre entro il primo marzo) e intese con le Regioni (dai navigator ai Patti per il lavoro). Tutta da costruire anche la struttura dei controlli, per la quale servirà coinvolgere il Garante della Privacy e la Guardia di Finanza.
Intanto se l’impianto del decreto, uscito dal Senato, è rimasto invariato – per accedere al reddito di cittadinanza il nucleo familiare deve avere un valore Isee inferiore a 9.360 euro e un reddito patrimoniale sotto i 30mila euro; invariata anche la scala di equivalenza, cioè il criterio per stabilire l’ammontare del sussidio – le modifiche non sono mancate.
In particolare, aumentano i controlli per chi chiede di accedere al reddito di cittadinanza e risulta separato o divorziato successivamente al primo settembre 2018. La polizia locale dovrà certificare, con apposito verbale, l’effettivo cambio di residenza. Chi proviene da Paesi extra Ue dovrà, invece, farsi certificare dal Paese di origine la situazione patrimoniale e reddituale e la composizione del nucleo familiare. Ed ancora. I percettori del reddito di cittadinanza saranno obbligati ad accettare il lavoro solo se la retribuzione sarà superiore a 858 euro. mentre i genitori dei minorenni saranno tenuti ad accettare un’offerta di lavoro solo entro i 250 chilometri dalla loro residenza. Lo Stato non vedrà, però, le singole spese effettuate con la card del reddito, ma potrà monitorare “i soli importi complessivamente spesi e prelevati”. Maggiormente tutelati anche i dati dei richiedenti inseriti nelle piattaforme in capo all’Anpal e al ministero del Lavoro. Sul fronte dei tutor, per assumerli sono stanziati 500 milioni in tre anni ma servirà il parere della Conferenza Stato Regioni. Infine, in caso di dimissioni volontarie, l’esclusione per 12 mesi dal reddito riguarderà solo l’interessato.
Tria: “Schäuble ricattò l’Italia per farle approvare il bail in”
Il fatto era noto: accennato dall’interessato davanti alla Commissione d’inchiesta sulle banche nella passata legislatura e raccontato a chiare lettere in almeno una conversazione con amici e colleghi. A fine 2013, di fronte alle “perplessità” italiane sull’introduzione della direttiva in materia bancaria (bail in), il governo tedesco minacciò quello italiano spingendolo alla capitolazione. Questa verità per cultori della materia ieri è stata affermata con una certa violenza dal ministro dell’Economia Giovanni Tria durante un’audizione in Senato: in Italia, ha detto, “erano tutti contrari, anche Banca d’Italia, e il ministro di allora Saccomanni, ho letto una sua dichiarazione, fu praticamente ricattato dal ministro delle Finanze tedesco”, il quale disse che se l’Italia non avesse accettato “si sarebbe diffusa la notizia che il nostro sistema bancario era prossimo al fallimento”.
Quale che sia il motivo che ha spinto ieri Tria, col peso del suo ruolo, a rivelare questo retroscena, il racconto è in linea con parole e silenzi dell’ex ministro Fabrizio Saccomanni, una vita in Bankitalia, oggi presidente di Unicredit. Torniamo al 2013. La proposta italiana era che l’unione bancaria entrasse in vigore tutta assieme, assicurazione comune sui depositi compresa (che ancora aspetta) e senza applicazione retroattiva delle nuove regole ai vecchi bond. In primavera, ha raccontato Ignazio Visco un anno e mezzo fa, “manifestammo le nostre perplessità chiaramente, ma non fummo ascoltati; rendemmo poi pubblica la sostanza delle nostre riserve nel novembre di quell’anno”; l’accordo prevedeva comunque, spiegò il governatore, che la direttiva valesse solo per i bond di nuova emissione (ma poi “nella fretta”…) e che il bail in entrasse in vigore nel 2018, ma “la data fu anticipata al 2016 nella riunione dell’Ecofin di dicembre 2013”. Di chi fu la colpa? “Banca d’Italia non partecipa alle trattative tra i governi”.
In buona sostanza, Visco a giugno 2017 punta il dito contro l’allora premier Enrico Letta e il suo ministro Saccomanni, che non rispondono. L’accusa non è di quelle leggere, e non solo perché Letta e Saccomanni festeggiarono il bail in come un successo, ma anche perché la sua introduzione in Italia – con parziale prima applicazione a novembre 2015 a Etruria & C. – fece precipitare l’indice dei titoli bancari italiani in Borsa del 60% in soli sei mesi.
Saccomanni ha raccontato poi, molto vagamente, quel passaggio il 21 dicembre 2017 davanti alla commissione banche: l’Italia “fu messa in minoranza” dai Paesi del Nord e da quelli “sotto programma” (Grecia, Spagna, etc.), che erano “debitori della Commissione e quindi pro quota maggiori debitori della Germania”; quando poi si discuteva “privatamente”, gli interlocutori dicevano “sì, in effetti avete ragione, la situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Qui lascio i puntini di sospensione per non dire cose sgradevoli”. Quelle che disse, invece, in una conversazione privata già riportata dal Fatto: “Wolfgang Schäuble disse che i mercati ci avrebbero punito” (e la “punizione dei mercati” è espressione ricorrente in questi racconti).
Tria, insomma, ha raccontato in Parlamento un fatto noto agli addetti ai lavori, ma a cui non era mai stata data grande rilevanza pubblica. En passant, il ministro s’è anche schierato per l’eliminazione del bail in (“sono d’accordo con Patuelli”), anche se “non credo che potrà essere abolito a breve”. Resta da capire perché il ministro abbia voluto ricordare quell’episodio (anche se, in serata, ha provato ad attenuare parlando di “espressione evocativa ma infelice”): Bruxelles, che ieri ha pubblicato un non lusinghiero report sull’Italia, ritiene necessaria una nuova correzione sui conti pubblici; l’Italia replica che in recessione è come un invito al suicidio; se stiano correndo minacce tra le parti, forse lo sapremo tra qualche anno.
Global Compact: il Parlamento dice di no, M5S diviso
Dopo qualche mese dall’inizio del caso sul Global Compact (l’accordo dell’Onu sulle migrazioni) che vedeva il governo diviso (con i Cinque Stelle e il ministro degli Esteri, Moavero, a favore e la Lega contraria) con un escamotage passa il no. A essere votata la mozione contro il Global Compact, promossa da Fratelli d’Italia, sul no dall’inizio. Per rendere più indolore il passaggio parlamentare, la bocciatura è stata inserita in un passaggio di una mozione in materia di contrasto dell’immigrazione clandestina e della mafia nigeriana.
La Lega si astiene. Il Movimento si divide: tre deputati, Giuseppe Brescia, Valentina Corneli e Doriana Sarli votano No, gli altri pentastellati astengono, come i loro alleati di governo. L’esecutivo si era rimesso all’Aula su questa parte della mozione, passata con i voti favorevoli di Fi e Fdi.
Nel testo è previsto l’impegno del governo “a non sottoscrivere il Global Compact” e “a non contribuire in alcun modo al finanziamento del relativo trust fund”. Giorgia Meloni canta vittoria e si attribuisce la regia politica dell’operazione. Ma in realtà è il Carroccio che la spunta ancora una volta.
Lui, lei e l’altra: il fidanzato faceva bonifici a spese sue
C’è una parte della versione di Giulia Sarti che non ha convinto i pm di Rimini, i quali però non l’hanno mai sentita per consentirle di chiarire il significato perlomeno ambiguo di alcune chat. Tutto ruota intorno al suo ex fidanzato e collaboratore romeno Bodgan Andrea Tibusche, del quale la deputata 5Stelle si fidava al punto da lasciargli la chiavetta con le password per la gestione del suo conto corrente e per sostenersi le spese di vitto e alloggio. L’uomo le aveva raccontato di essere malato e bisognoso di cure, cioè di soldi. E così aveva giustificato alcuni prelievi in banca. Quando uscirono le prime indiscrezioni dell’inchiesta delle Iene su “Rimborsopoli”, la deputata era portata a credere che gli unici ammanchi fossero dovuti a quelle drammatiche esigenze. Invece Bogdan le aveva nascosto di essere legato da otto anni con la salernitana Maria Stanzione, sulla cui carta Postapay aveva girato circa 17.800 euro provenienti dal conto della Sarti. Di qui la sorpresa della parlamentare quando, in banca, scoprì la cosa e chiese via chat al fidanzato chi fosse quella donna.
Incrociando alcune parti della chat Telegram tra Giulia e Bogdan, e le deposizioni di Stanzione e Tibusche, la Procura si è convinta che qualcosa non torni. Scrive Sarti a Tibusche alle 19.42 del 14 febbraio 2018: “Ti devo denunciare, ci sono più di 12.000 euro da ottobre a oggi che ti sei versato tra affitto di Salerno e Maria Stanzione che non so chi sia ma è conto tutto giusto? Non ci sono altre soluzioni”. L’ex fidanzato si difende in chat (“mai preso un cent senza che tu lo sappia”) e poi davanti ai pm nell’interrogatorio del 16 febbraio 2018 (anche quei bonifici sulla Postapay della Stanzione sarebbero stati “tutti autorizzati dalla persona offesa”). Sentita anche lei dai pm, la Stanzione spiega la relazione con Tibusche (“da otto anni”) e conferma “di essere perfettamente al corrente che l’indagato utilizzava in uso esclusivo una Postepay e un Paypal da lei stessa attivate”. E così secondo la Procura “non vi sono elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio” contro Tibusche nemmeno per questo: “Negli estratti conto della banca sono indicati sempre dei nomi riferibili all’indagato. ovvero ‘Bogdan’, ‘Iovine Gianfranco’ (padrone di casa di Bogdan), inoltre, relativamente alla intestazione a favore di Stanzione Maria (fidanzata di Bogdan), la stessa Sarti (vedi conversazione Telegram) intuisce immediatamente che erano bonifici a vantaggio di Bodgan”. Se fosse stata sentita dai pm, la Sarti avrebbe potuto ribadire di non aver mai saputo della relazione salernitana del fidanzato.
Il giorno prima di andare in banca e scoprire la dimensione degli ammanchi, il 13 febbraio 2018, la deputata detta a Bogdan la mail che intende inviare a Di Maio per cospargersi il capo di cenere e salvarsi dall’espulsione in campagna elettorale: è l’ormai famoso passaggio sui portavoce del M5S Ilaria Loquenzi e Rocco Casalino, che le avrebbero consigliato di denunciare il suo collaboratore “per salvarsi la faccia”. Lei commenta: “Sono fuori, ma ho detto di no”. Il contesto è quello di un dialogo tra una donna innamorata e l’uomo che pensa abbia usato i suoi fondi perchè malato. Dopo la visita in banca, il 15 febbraio, lo denuncia.
“Sei sicura che sia stato lui? Sei sicura al 100% della sua colpevolezza? Perché se denunci un innocente commetti reato”, le chiede in chat Rocco Casalino. Aggiungendo: “Se è stato davvero lui è giusto che denunci, ma se non è così stai facendo una cosa grave”. La Sarti tira diritto e denuncia.
Interrogato dai pm, Tibusche afferma: “Relativamente alle spese e alle somme non versate nell’anno 2017” il motivo è “da individuarsi nel fatto che l’on. Sarti doveva affrontare ingenti spese per la campagna elettorale tuttora in corso. Tra cui la futura presenza del candidato premier Luigi Di Maio che avrebbe comportato comunque spese ingenti da sostenere a suo carico, circa 4.200 euro”.
I pm non intendono sentire nè Casalino nè la Loquenzi e nemmeno approfondire la volontarietà o meno dei mancati versamenti al M5S, questione “penalmente irrilevante”. E tantomeno avviare d’ufficio una indagine per calunnia: la richiesta di archiviazione – precisano gli stessi pm – ha una formula dubitativa. E ora la deputata presenterà una memoria al Gip che dovrà decidere se accogliere la richiesta di archiviazione o disporre nuove indagini.
Di Maio: “Sarti va espulsa”. La vera chat Giulia-Casalino
Nemmeno ventiquattro ore dopo essersi autosospesa dal Movimento e aver lasciato la carica di presidente della commissione Giustizia, il verdetto è deciso: “Credo che la sua espulsione sia doverosa”. E se a parlare è Luigi Di Maio, per Giulia Sarti il destino pare segnato.
Decideranno i probiviri, certo. Ma ieri il capo politico dei Cinque Stelle ha usato già il pugno duro. Non solo perché l’argomento soldi – ci sono 23 mila euro che la Sarti ha restituito solo dopo essere finita nel mirino de le Iene, un anno fa – è uno dei più delicati per i Cinque Stelle. Ma anche perché questa brutta storia ha tirato in ballo anche l’attuale portavoce del presidente del Consiglio, Rocco Casalino. Che ieri ha rilasciato un profluvio di dichiarazioni per prendere le distanze dalla deputata riminese: “Si è coperta dietro il mio nome con l’allora compagno, se avessi saputo di questi ammanchi o di giri strani l’avrei immediatamente riferito al Capo politico e ai Probiviri. Io non tutelo i parlamentari, ma il Movimento”.
In realtà basta leggere la chat integrale tra Casalino e Sarti, che Il Fatto ha potuto visionare, per capire che si tratta di una tempesta in un bicchiere d’acqua. Giulia Sarti ha condiviso con l’allora portavoce M5s la scelta di denunciare non per finalità di mera facciata (come lo stralcio pubblicato nella richiesta di archiviazione faceva ipotizzare suscitando le ire di Casalino) ma per un fine di tutela del Movimento e della sua credibilità personale.
“Davanti a diversi testimoni – racconta adesso Casalino – ricordo di aver ricevuto la telefonata di Sarti mentre ero al comitato. Visto che lei mi disse che era colpa del compagno, io le risposi di denunciarlo. Tutto qui, avrei fatto lo stesso con chiunque”. La conferma arriva dalla chat del 15 febbraio 2018, giorno della denuncia e della telefonata. “Ho compiuto questa scelta senza che nessuno me lo abbia chiesto. Il motivo è semplice. Il calvario personale che sto affrontando negli ultimi due giorni e che ha dato luogo alla denuncia di cui tutti sapete – scriveva la Sarti a Casalino – non può e non deve diventare un processo mediatico usato per indebolire la credibilità del Movimento e di tutte le splendide persone che ne fanno parte…. Il mio ex mi ha già scritto che vuole farmi la guerra mediatica pubblicando cose personali e quant’altro. Io la affronto da sola senza che il mio nome venga associato al Movimento… Rocco spero sia chiaro che questa denuncia non è un alibi per continuare a fare la deputata del Movimento. Questa persona mi ha provocato un danno economico e morale che non può restare impunito. Io ho visto gli estratti conto ieri mattina. Voglio andare avanti e chiarire tutto in giudizio”. La risposta di Casalino è laconica: “Ok”.
Nel Movimento oggi nessuno si azzarda a prendere posizione. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede lascia aperto uno spiraglio: “La situazione non è così chiara, ci sono diverse versioni. Se mi chiede se mi è dispiaciuto, mi è dispiaciuto”. In commissione Giustizia per la presidenza lasciata vacante c’è l’avvocato Angela Salafia, eletta per la prima volta con i 5 Stelle a marzo 2018.
Greco, fine corsa: via dalla direzione del Tg4 dopo 6 mesi
Benservito a Gerardo Greco: il conduttore del Tg4 e del talk W l’Italia è stato infatti licenziato dopo una permanenza di pochi mesi. Alla base di questa scelta non ci sarebbero motivi politico-editoriali: l’azienda di Cologno Monzese è infatti rimasta insoddisfatta dagli ascolti dei programmi del giornalista. Provvedimento drastico, ma non del tutto inaspettato: un primo segnale si era avuto con la sostituzione di Greco in favore di Rosanna Ragusa nell’edizione di mezzogiorno del Tg4. Il giornalista, per entrare in Mediaset, aveva detto addio alla Rai: un rapporto che comincia nel 1992 e culmina nel programma Agorà, abbandonato nel giugno 2018 dopo l’offerta di un lavoro (anzi, due) nelle reti di B. Greco avrebbe dovuto rappresentare la novità in grado di contrastare la “piega populista” assunta da Rete 4 negli ultimi anni, ma questa tesi venne smentita già allora dal direttore generale di Mediaset Mauro Crippa.
Oggi, l’azienda dovrà fare i conti con le sue scelte. Se non si trova un accordo e un risarcimento per il danno che Greco sostiene di aver subito, l’unica via percorribile sarà quella legale.
La diaspora del popolo rosso in “C’era una volta la sinistra”
Pubblichiamo un estratto di “C’era una volta la sinistra” in uscita oggi
In un paese immaginario (ma non troppo) si verifica un fenomeno stupefacente. Milioni di elettori cominciano a svanire nel nulla. Non tutti insieme contemporaneamente, ma nell’arco di alcuni anni. Succede che gli altri, i sopravvissuti, non sembrano farci caso. Nessuno chiede conto degli scomparsi, e neppure ci si interroga sulle cause della sparizione collettiva. Un po’ come nella serie televisiva The Leftovers: con la differenza che ciò che questo libro vi racconta è tutto vero. A cominciare dal titolo: C’era una volta la sinistra, che infatti non c’è più. Basti pensare che in un non lontanissimo 1976, il partito egemone di quella parte politica – che per tanti era come una chiesa, una religione, il Pci – oscillava tra i dieci e i dodici milioni di consensi. Senza contare che a quei tempi rivendicava la propria appartenenza alla sinistra anche un vasto arcipelago di forze che andavano dal Psi, al Psiup, ai movimenti extraparlamentari. Per non parlare del peso decisivo, nelle vicende sociali e del lavoro del Paese che aveva la Cgil, il sindacato “rosso”, la potente cinghia di trasmissione tra classe operaia e rappresentanza politica.
Oggi a chiamarsi comunisti sono rimasti gli adepti di una simpatica pattuglia di nostalgici, con l’aggiunta di qualche intellettuale in là con gli anni. Quanto alla parola sinistra è diventato perfino difficile pronunciarla, tanto ha un suono sinistro per molti. È così vero che nel partito considerato l’erede di quella tradizione politica, il malconcio Pd, di sinistra non osa dichiararsi (quasi) più nessuno. E allora come è stato possibile che di quel mondo così orgogliosamente popolato, così profondamente strutturato, i cui valori costituivano una fede praticata sovente in modo incrollabile, non sia rimasto (apparentemente) quasi più nulla? Lo abbiamo chiesto ad Achille Occhetto, Fausto Bertinotti, Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani i quali hanno parlato di tutto, non si sono sottratti a nessuna domanda, hanno rivelato particolari inediti, retroscena sorprendenti. Abbiamo raccolto i momenti decisivi della loro confessione. Hanno ammesso la sconfitta e le responsabilità che pesano sulle loro spalle? Hanno rimpianti? Rimorsi? Lo scoprirete leggendo. Noi, come giornalisti e cittadini, crediamo che ci sia molto di vero in quella “rottura di un rapporto sentimentale” evocata da D’Alema dopo il massiccio no al referendum costituzionale di Matteo Renzi. Ma siamo anche convinti che quella frattura tra popolo della sinistra e sinistra politica venga da più lontano. Che sia maturata negli anni del berlusconismo trionfante. Quando, per esempio, il “gruppo dirigente” non faceva altro che spargere acqua gelata sull’entusiasmo delle piazze dell’opposizione gremite. In quanto convocate dai Girotondi e dunque non abbastanza “in linea”. O mentre si decideva di abolire le Feste dell’Unità, un marchio popolarissimo, oltre che universalmente riconosciuto, per sostituirlo con un brand tristanzuolo (Feste Democratiche o qualcosa del genere) fallito miseramente. Oppure, quando si dichiarava guerra all’Unità (a guida Furio Colombo-Antonio Padellaro), resuscitata con successo dal fallimento ma per nulla docile alla strategia dell’inciucio con il cavaliere di Arcore, portata avanti dal combinato disposto Ds-Pd.
E ancora. Come era stato possibile che il secondo governo Prodi, quello dell’Unione, nato al culmine di una progressiva avanzata elettorale del centrosinistra, implodesse dopo poco più di un anno, squassato da risse indecorose? E che in quindici mesi il Partito democratico dilapidasse buona parte del patrimonio di consensi e di calore suscitato dalle famose primarie? Dove erano finiti i tre milioni e mezzo di cittadini che avevano incoronato Walter Veltroni leader del Pd? Come è successo che quindici mesi dopo, da un giorno all’altro quel leader gettasse la spugna senza fornire una vera (e credibile) spiegazione del suo drammatico abbandono? La sconfitta alle regionali sarde?
Non scherziamo. Dopo questo autosabotaggio non poteva certo sorprendere che l’Italia in un miscuglio diffuso di scetticismo, cinismo e crisi economica galoppante, continuasse a sostenere Berlusconi. Il suo disinvolto populismo, la sua esibizione di impunità, il suo arrogante conflitto d’interessi, la gestione personale dei più potenti mezzi d’informazione pubblici e privati. Un suicidio convinto e continuato quello del centrosinistra. Nel 2013, sopravvissuto alla “non vittoria” del Pd di Pier Luigi Bersani decide di donare il sangue dei propri elettori all’austerità lacrime e sangue del governo Monti-Fornero. Senza chiedere in cambio nulla in termini di welfare e di sostegno alle fasce più deboli. Eppure, quella generosa Italia che continua a credere nelle idee di progresso, solidarietà, giustizia sociale offre un’ultima possibilità al quartier generale democratico, conquistato nel frattempo di Matteo Renzi. Il 41% alle elezioni europee di cinque anni fa rappresentava un patrimonio che andava reinvestito in fiducia, speranza, futuro. Non dilapidato in una cieca operazione di narcisismo.
Quando ha cominciato a morire la sinistra? Le risposte sono molte, la principale è che ha dimenticato i lavoratori, quelli che avrebbe dovuto rappresentare. Renzi che falcidia l’articolo 18, simbolo dei diritti dei lavoratori, è l’immagine plastica di quello che per molti è un tradimento mortale, consumato per smania di potere, in nome di un inarrestabile riformismo che ha segnato la mutazione genetica di quelle classi dirigenti. Negli ultimi due lustri la sacrosanta battaglia dei diritti civili è stata brandita – questo il più imperdonabile tra gli imbrogli – contro i diritti sociali, mentre si smantellava il sistema del Welfare nell’assordante silenzio degli intellettuali.
Insomma, la sinistra forse non è scomparsa ma si è semplicemente stancata di stare a sinistra: gli artefici di questo capolavoro stanno per raccontarci come diamine ci sono riusciti.
Saltano le direzioni e la Lega già protesta. Maglie “emigra” su Fb
Spariscono le direzioni di Rete (Raiuno, Raidue, Raitre, ecc..), ma ci saranno 8 direzioni di contenuto con cui i canali dovranno interfacciarsi: intrattenimento day time, intrattenimento prime time, cultura, fiction, cinema e serie tv, documentari, kids, new format. Più, probabilmente, un’unica direzione news con cui invece dovranno coordinarsi Tg e talk. Entro il 2023 nascerà poi una newsroom che realizzerà servizi per i vari telegiornali, le cui testate però resteranno. Sarà poi la nuova figura del direttore della distribuzione che valuterà come veicolare i contenuti su canali e palinsesti. Questa la rivoluzione del piano informazione cui sta lavorando l’ad Rai Fabrizio Salini e che sarà presentato al Cda il 6 marzo prossimo, insieme al piano industriale. Un progetto che vuole rimettere i contenuti al centro ma che già registra le prime critiche. “Siamo contrari alle direzioni di contenuto che rischiano di uniformare e togliere identità alle singole reti”, fanno sapere dalla Lega. Insomma, da qui a mercoledì sarà battaglia. Mentre Maria Giovanna Maglie, saltata la striscia post Tg1, da ieri sera si consola con una diretta su Fb, Instagram e Twitter di 15 minuti sui temi di attualità.
Ricostruiamo un campo largo per i delusi del “cambiamento”
Non capisco le ironie su chi ha raccolto più del 30%, ma i 5 Stelle non si sono mostrati all’altezza di quella responsabilità. Passare dalla richiesta di impeachment a giurare al Quirinale, volare a Parigi per incontrare uno pseudo golpista, gestire dossier delicati con la disinvoltura di chi è in gita, mangiarsi l’anima per salvare il capo della Lega: una navigazione senza bussola e forse senza altra meta che non sia rimanere ancorati al potere.
Detto ciò, Lega e 5Stelle condividono la deriva del governo, ma non sono affatto la stessa cosa. La Lega è un movimento autonomista che Salvini ha trasformato in una moderna forza nazionalista 2.0. Il M5S, come tutte le culture “rivoluzionarie”, mette in discussione il primato della legalità sulla legittimità: “uno vale uno” non è un’invenzione di Casaleggio e non a caso la piattaforma l’hanno battezzata Rousseau, non Montesquieu. Che poi quella premessa abbia come sbocco le truffe sui bonifici dovrebbe far riflettere su come si seleziona una classe dirigente. Ora alla sinistra toccherebbe incalzare il M5S sui temi che gli sono cari – la povertà, l’illegalità e l’evasione fiscale – e farne leva per una diversa distribuzione di risorse e opportunità.
Il tema non è convincere Di Maio a divorziare da Salvini per prenderne il posto, ma ricostruire un campo largo parlando a chi non ha più creduto in noi ma alle promesse di un cambiamento che i fatti hanno smentito.