Difficile in Nigeria scegliere il candidato alle prossime elezioni presidenziali previste per il 23 febbraio. Il Paese, ricchissimo di petrolio, è corrotto fino al midollo. Risultato: politici ricchissimi e popolazione poverissima. Nel sud operano gruppi di militanti che rivendicano una difficile equità sociale e nel nord i terroristi di Boko Haram spadroneggiano.
In questo coacervo sociale esplosivo, due sono gli aspiranti alla carica più alta del Paese con concrete possibilità di successo: Muhammadu Buhari, presidente uscente, e Atiku Abubakar, ex vicepresidente a cavallo degli anni Duemila. Buhari era diventato capo dello Stato una prima volta nel 1983, grazie a un golpe, e due anni più tardi era stato a sua volta rovesciato dai militari, accusato di corruzione. Atiku Abubakar è stato vicepresidente di Olusegun Obasanjo dal 1999 al 2007. Allora il suo capo l’aveva sospettato di distrazione di fondi e di essersi costruito una fortuna quand’era vicecapo delle dogane. Buhari nel 2015 è stato eletto con una agenda che al primo posto aveva la lotta al malaffare. In questi ultimi giorni di campagna elettorale, i due si sono combattuti duramente. Un portavoce di Atiku ha sostenuto che il presidente uscente ha “una lunga storia di riciclaggio di fondi rubati”. Ha citato per questo uno scandalo del 1984. Cinquantatré valigie provenienti dall’Arabia Saudita e appartenenti all’attendente di campo di Buhari erano state sdoganate senza controlli. Secondo l’accusa erano imbottite di dollari. Nel 2015 Muhammadu Buhari è stato eletto dai nigeriani che speravano in un serio impegno nella lotta ala corruzione. Effettivamente sono state avviate numerose indagini contro politici di alto profilo, la maggior parte però è stata diretta a colpire i membri del precedente governo. Insomma, la guerra al crimine politico non è stata imparziale. Anche parecchi processi a carico dei dirigenti dell’attuale amministrazione sono stati accantonati. “Si ha la sensazione – spiega un diplomatico occidentale contattato per telefono ad Abuja, la capitale, – che gli amici e gli alleati di Buhari siano trattati con il guanto di velluto, mentre i membri dell’opposizione con il pugno di ferro”. Il suo sfidante, Atiku Abubakar, è uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese. Ha un socio d’affari italiano, Gabriele Volpi, naturalizzato nigeriano. Una commissione di inchiesta del Senato americano ha accertato ingenti tangenti pagate alla coppia da società petrolifere. Volpi e Atiku a Port Harcourt, la capitale petrolifera della Nigeria, sono proprietari di una società, la Intels (Integrated Logistic Systems), che gestisce un immenso “rifugio per espatriati” cioè una cittadella cintata e blindata con villette, campi da tennis, piscine, ristoranti, ma soprattutto guardie di sicurezza che la sorvegliano contro ladri, rapinatori e sequestratori, gente che nella ricca area del Delta del Niger abbonda. Lì vivono, praticamente, tutti gli stranieri che lavorano nell’industria del petrolio. A Port Harcourt prospera un complicato arcipelago umano in cui coabitano uomini d’affari occidentali in smoking, politici corrotti, militari senza scrupoli, banditi da strada, sgozzatori di professione e, naturalmente, 007. Atiku Abubakar ha solide amicizie in Italia. Nell’agosto 2003, tre mesi dopo la sua rielezione come vicepresidente, viene in Sicilia, ospite di Domenico Gitto, proprietario della Gitto Costruzioni Generali Nigeria Ltd, sospettato, secondo rapporti di intelligence, di fungere da “ufficiale di collegamento” con il clan di Bernardo Provenzano. Lo accompagnano la moglie Jennifer Douglas Abubakar, due dei fedelissimi, Boni Haruna, allora governatore dell’Adamawa State, Musa Adade, ex senatore, e due italiani, Gabriele Volpi e Gian Angelo Perrucci, allora capo dell’Intels.
Gitto, poche settimane dopo, ottiene ordini da varie agenzie governative nigeriane per oltre 100 miliardi di Naira (500 milioni di euro). Tra i proprietari dell’Intels e costruttori siciliani però non tutto va nel verso giusto, questi ultimi perdono alcune commesse e Domenico Gitto muore di infarto (qualcuno sospetta che non sia stato propriamente un colpo apoplettico). Il denaro che ha lasciato in Africa, diversi milioni di euro, infatti sparisce. I rapporti di Atiku con la mafia siciliana hanno richiamato l’attenzione degli investigatori del Congresso Usa. In un rapporto del Senato si legge che tra il 2000 e il 2008 Volpi e la sua famiglia avrebbero trasferito in tre conti americani – uno dei quali appartiene alla moglie, cittadina Usa – almeno 45,1 milioni di dollari, provenienti da affari illeciti e da corruzione (1,7 milioni parte di una bustarella proveniente dalla società tedesca Siemens Ag, e 38 di una tangente pagata da società offshore meno note).