“Popolo contro élite”, il gioco: il primo compra, le altre scrivono le regole

Giocate anche voi con il nuovo fenomeno del momento! Un successo superiore a quello del Monopoli! Acquistate subito il nostro straordinario gioco da tavolo Popolo contro élite®, un passatempo che dura da decine di migliaia di anni ora finalmente disponibile per lo svago in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro. Popolo contro élite®, il primo gioco da tavolo in cui i ruoli sono equamente divisi: il popolo lo compra e le élite scrivono le regole.

E si può giocare ovunque: all’alba con i figli dopo il turno di notte (popolo) o nelle pause rigeneranti tra un consiglio di amministrazione e l’atro (élite).

Ma per i pochi che ancora non conoscessero questo entusiasmante passatempo, ecco qualche spiegazione. Poche righe e poi… giocate tutti a Popolo contro élite®!

Le edizioni. Gioco democratico, Popolo contro élite® è realizzato in diverse versioni. Si va da quella in cartonaccio riciclato dipinto con colori tossici (dieci euro, ma si trova usato) alla Deluxe edition numerata in pelle di cervo, con i segnalini dei giocatori in oro, dadi Swarovski e il tabellone in risotto di Cracco pressato (9.700 euro, ma può arrivare anche a 38.000 se autografata da Calenda).

Scopo del gioco. I giocatori partono con un ruolo ben definito: chi fa il popolo e chi fa le élite. Alla fine, dopo molti turni (una partita può durare anni) vincono le élite, ma speriamo che anche il popolo si sia divertito. Assegnare i ruoli ai giocatori fa parte del gioco. Ognuno si sentirà élite a qualcun altro, fino al paradosso: professori di liceo pagati come minatori dell’Ottocento si sentiranno élite culturale rispetto a chi fa la fila di notte per comprare l’ultimo modello di telefono. E del resto chi fa la fila di notte per comprare l’ultimo modello di telefono si sentirà superiore a chi fa la fila alla Caritas per mangiare qualcosa. E del resto chi fa la fila alla Caritas per mangiare qualcosa si sentirà superiore all’immigrato, e anzi penserà che l’immigrato gli frega l’ultimo panino e vorrà cacciarlo in malo modo. Per chi compra la Deluxe edition, in omaggio un vassoio di brioches da tirare agli avversari.

Regole. Come si sa il popolo è più numeroso delle élite, e questo ha costretto gli sviluppatori a riequilibrare un po’ le regole (si trovano nel libretto allegato, in inglese e latino, proprio per non avvantaggiare troppo il popolo). Le élite, inoltre, hanno una serie di bonus, come buoni avvocati nel caso finiscano nei guai, mentre il popolo può pescare dalla casella “imprevisti” la temutissima carta “Cazzi tuoi”, che può giocare nelle sezioni sanità, welfare, scuola e mondo del lavoro. Essendo a volte il gioco molto lungo, è prevista la possibilità di lasciarlo in eredità, in modo che ci siano giocatori neonati con la Porsche già pre-iscritti ad Harvard e giocatori costretti a vivere coi genitori a causa del basso reddito e del lavoro precario (ma possono sempre ereditare la carta “Cazzi tuoi”). È a questo punto che le élite giocano la carta “Meritocrazia”.

Scambio di ruoli. Ciò che rende Popolo contro élite® imprevedibile e divertente è il possibile scambio di ruoli tra giocatori. Per esempio un giocatore élite può fingersi popolo, mandare in giro selfie in cui mangia la polenta, dire “sono come voi, amici, un bacione” e vincere con l’inganno. Più difficile il passaggio inverso (un giocatore popolo che diventa élite), ma può accadere, soprattutto quando un giocatore élite gioca la carta “Ma sì, fingiamoci democratici”. Come nel Monopoli, c’è la carta maledetta che manda in prigione, ma a giudicare dalla popolazione carceraria italiana, le élite non la pescano quasi mai. I giocatori della categoria “élite culturale” possono pescare la carta “Disprezzo” e giocarla ogni volta che un giocatore della categoria popolo gioca la carta “Rabbia”. Pronti? Bene, buon divertimento!

Abruzzo e 5 Stelle, il messaggio per il Pd

Semplificando drasticamente, si può dire così: i 5Stelle subiscono una sonora sconfitta (dimezzano i voti nel giro di un anno), la Lega vede confermata nelle urne la straordinaria espansione del suo consenso preconizzata dai sondaggi, il centrosinistra, che governava la regione, come da previsioni, esce sconfitto ma non cancellato. Si dimostra cioè che un suo bacino elettorale esiste, che ancora si manifesta una domanda politica che attende di essere raccolta. Nonostante il drastico ridimensionamento del Pd. Merita chiedersi, dunque, che messaggio indirizzi l’Abruzzo al congresso in corso del Pd e, di riflesso, come vi rispondano i candidati alla sua guida. Nell’ordine.

Intanto, come anticipato, si rivela che una domanda politica e di rappresentanza c’è, ma che la risposta a essa è tutta da costruire. Di sicuro, il Pd non basta a corrispondervi. Il risultato di Legnini, pur nella sconfitta, è dignitoso, è una base di partenza per un nuovo centrosinistra, ma esso è maturato grazie a tre fattori: una candidatura di qualità, unitiva e radicata nel territorio, l’apporto di liste civiche e municipali, la cura di “andare oltre il Pd”, almeno per come lo si è conosciuto nella sua ultima stagione. Tre elementi da ritenere tutti nel segno della discontinuità, rispetto al tempo della presuntuosa, velleitaria autosufficienza del Pd e della sua leadership divisiva.

Ma è di tutta evidenza che il dato abruzzese più eclatante e suscettibile di produrre conseguenze sulla politica nazionale è quello del dimezzamento dei 5 stelle. Che pagano pegno all’alleanza innaturale con la Lega e forse, più in radice, alla difficoltà di un movimento vocato e forgiatosi più per l’opposizione che per il governo. A breve, sono da escludere traumatiche rotture nella maggioranza di governo. Ma neppure si può supporre che non accada nulla. È probabile che, in un movimento largo, articolato e dall’identità incerta, una qualche dinamica si metta in moto; che maturi una riflessione critica circa il bilancio di un corso politico e di governo tanto costoso in termini di consenso. Di qui una domanda da girare appunto al Pd a congresso. Può esso essere indifferente e reiterare la sua inerzia – quella che irresponsabilmente gettò i 5Stelle tra le braccia di Salvini – a fronte del sensibile indebolimento di essi e della certificazione della sempre più incontrastata egemonia della Lega su un centrodestra a un passo dalla maggioranza assoluta? Quando Mattarella offrì al Pd l’opportunità di una interlocuzione con i 5Stelle, poi stroncata dal veto di Renzi, una delle obiezioni fu la seguente: con quei rapporti di forza, il Pd si sarebbe condannato a fare da ascaro, da ruota di scorta. Così ci si rifiutò persino di sedersi a un tavolo per “vedere le carte”. Per inciso: nonostante la sconfitta, il Pd sortì dalle urne come secondo partito, con la Lega terza alle sue spalle.

Poi si è visto come sono andate le cose: nel giro di meno di un anno, i rapporti di forza tra 5Stelle e Lega si sono invertiti. Nella politica, nelle politiche, nei voti. A conferma che molto (tutto?) dipende da chi sa fare politica, da chi si attiva, interloquisce, prende l’iniziativa. Anziché stare un anno intero a bagnomaria, senza linea e senza guida, come nel caso del Pd. L’Abruzzo ora suggerisce che i rapporti di forza sono meno sbilanciati. Intendiamoci: oggi è tutto più difficile rispetto a un anno fa, perché, pur tra le contese, la contaminazione giallo-verde è andata avanti, e tuttavia l’indebolimento dei 5Stelle e le dinamiche che plausibilmente metterà in moto in seno a esso rappresentano per il Pd una opportunità. Ma bisogna lavorarci politicamente, insinuarsi nelle loro contraddizioni, pena rassegnarsi allo status quo e a un epilogo già scritto: la consegna del paese alla destra di un Salvini incontrastato. So bene che un rapporto tra 5Stelle e Pd è cosa assai complessa e problematica. Penso in specie a certe sgrammaticature nella politica estera. Ma penso anche che almeno si debba provare a scongiurare quello sciagurato epilogo. Conosco l’obiezione: Di Maio, il capo politico, non si può permettere alternative all’asse con Salvini, egli ha un solo colpo in canna, è ostaggio della formula politica giallo-verde. E tuttavia Di Maio non risolve in sé il movimento, che è cosa decisamente più complessa. Altrimenti non avrebbe raccolto un terzo dei voti degli italiani.

Oggi il tema, nel Pd, è tabù, ma, prima o poi, piaccia o non piaccia, se ne dovrà discutere. Dove, se non dentro il congresso e nel confronto tra i candidati alla leadership? La evocata discontinuità dovrebbe cominciare da qui, dalla trasparenza nel tematizzare e discutere senza reticenza i nodi politici cruciali. L’opposto della inveterata abitudine di rimettere le decisioni che contano all’estenuante negoziato tra i capicorrente il giorno dopo il congresso.

Mail box

 

Via Bussetti, all’Istruzione serve chi ha “vissuto” le aule

Ha fatto il giro del web la risposta del ministro Bussetti che, rivolgendosi agli insegnanti, ha suggerito che i problemi dell’istruzione al Sud sono risolvibili con “più sacrificio, più lavoro, più impegno. Vi dovete impegnare forte!”. Propongo, quindi, al M5s di sfiduciare il ministro e chiedere a gran voce la poltrona di viale Trastevere. Al Movimento non mancano persone all’altezza del compito. Penso a Laura Granato e Lucia Azzolina. Docenti che hanno una recente esperienza d’aula scolastica, che li ha condotti ad opporsi senza se e senza ma alla “Buona scuola” e alla riforma Gelmini (quella delle famose “classi pollaio”). Purtroppo il loro profilo di insegnanti, e aggiungo, da poco usciti dall’aula scolastica, costituisce un impedimento. Non ricordo nella storia più recente docenti divenuti ministri. Abbiamo avuto politici (Moratti, Fioroni, Gelmini), rettori (Profumo, Carrozza e Giannini) e sindacalisti (Fedeli). Tutti questi “esperti di aula”, purtroppo hanno progressivamente depotenziato il sistema-scuola. Ho l’impressione che il Movimento stia perdendo il mondo della scuola, grazie alla sua iniziale rinuncia ad assumere la guida del Miur. Se poi consideriamo i distinguo di Bussetti, rispetto al programma di governo, allora… Certo sarà poi necessario valutare l’operato del ministro-docente sulle decisioni concrete. Difficilmente però, “l’esperienza dell’aula scolastica” porterà a fallimenti eclatanti.

Gianfranco Scialpi

 

L’opposizione fa ostruzione invece di proposte serie

In un Paese democratico il ruolo dell’opposizione a un governo in carica, come è noto, è fondamentale e anzi, in certi casi riveste un’importanza maggiore dell’azione del governo stesso. Tenuto conto, dunque, che l’obiettivo primario deve essere sempre e comunque la salvaguardia degli interessi e del bene collettivo, è indispensabile che quello dell’opposizione non si riduca a una mera attività di contestazione fine a sé stessa, ma sia quella di vigilare sull’operato dell’esecutivo, con proposte, suggerimenti, inviti, tutte iniziative volte al miglioramento di una legge o di un qualsiasi atto governativo o parlamentare emanando. Nel nostro paese oggi si assiste ad una vera e propria rivoluzione copernicana in cui l’opposizione de noantri, formata in buona parte da partiti cosiddetti di sinistra (sic!) vanta l’appoggio, non solo di quei media asserviti agli interessi dei poteri forti, ma recentemente anche di quello delle principali sigle sindacali che, dopo aver taciuto per anni sulle leggi macelleria varate dai precedenti governi ai danni dei lavoratori, oggi contestano provvedimenti governativi che più di sinistra non si può. E così, tutti insieme appassionatamente, muovono critiche continue, a prescindere, su qualunque iniziativa della maggioranza di governo, anche su quelle che magari l’opposizione stessa condivide e che avrebbe potuto approvare quando aveva in mano le redini del comando, perché crede che questo sia il suo vero ruolo, ossia quello di contestare sempre e comunque l’operato del governo, con lo scopo unico di mandarlo a casa e prenderne il posto, infischiandosene altamente degli interessi degli italiani.

Francesco Forino

 

I sindacati non vanno aboliti ma aiutati a cambiare

Possibile che Grillo non capisca che senza sindacato i lavoratori sono più deboli? Perfino lapalissiano doverlo ribadire. È vero che negli ultimi 20 anni almeno si sono burocratizzati e sono stati e spesso in appoggio ai governi, con dirigenti che volevano far carriere. Ma non basta per buttare via un’organizzazione di difesa del lavoro e de suoi diritti.

Il sindacato va rifondato, cambiato radicalmente, senza dimenticare la nuova legge sulla rappresentanza su cui insiste il buon e troppo verboso Landini. Il sindacato in quanto organizzazione dei lavoratori e del lavoro anche quello precario di oggi di fronte alla globalizzazione deve essere mantenuto e rafforzato, che è possibile se riesce a rigenerarsi, nei suoi dirigenti (meglio se di provenienza operaia) e nel rinnovato spirito di vero “servizio” ai lavoratori.

Grillo e molti Cinque Stelle devono capire che il singolo lavoratore o i singoli contratti di categoria, di fronte a un “padrone” onnipotente viene schiavizzato. Semmai il Movimento dovrebbero aiutare Landini a cambiarlo, non accostarlo alle madamine.

Marzio Campanini

 

Cgil, Cisl e Uil dovrebbero ricordare i precari di Anpal

Per ricordare che, riguardo Anpal – già Italialavoro – i cosiddetti “precari storici” citati sempre in questi giorni, sono quelli “fortunati” che sono stati fatti rimanere, ma Cgil Cisl e Uil dovrebbero ricordarsi anche di quelli come me-noi che vennero allegramente tagliati nel corso di questi anni, dalle riduzioni in cui si divertirono i governi Berlusconi e Pd. Almeno loro se lo ricordassero, visto che anche questo governo se ne sta tranquillamente fregando (scritto a Di Maio come ai due sottosegretari, senza alcuna risposta, neanche formale). Il lavoro per cui ci formarono all’epoca con vari corsi è proprio quello di cui si parla adesso.

Angelo Farano

Vigilare sui dati è giusto, ma non si può boicottare un’azienda florida

Gli Stati Uniti accusano la multinazionale Huawei di spionaggio mentre nel nostro Paese le abbiamo affidato la gestione della rete 5G ad altissima velocità. Affidarsi a un Paese non democratico come la Repubblica popolare cinese non comporta un rischio per la sicurezza dei nostri dati da non trascurare? Mettere le reti 5G in mano ai cinesi non è un azzardo quando su queste cose bisognerebbe essere cauti e attenti?

Gabriele Salini

 

Gentile Gabriele, converrà con me che non essendo – nonostante vorremmo tutti e a volte abbiamo anche l’impressione che sia così – esperti di cybersicurezza e hacker potrebbe essere difficile verificare con certezza se Huawei o qualunque altra azienda che maneggia il traffico dei nostri dati se ne appropri o ci spii. Non resta quindi che affidarsi alle scelte di chi ci governa, sperando fortemente che abbia attivato tutte le precauzioni del caso e abbia fatto le necessarie verifiche. Per il momento, il ministero dello Sviluppo economico sostiene di essere tranquillo, gli operatori telefonici fanno scelte per proteggere i loro investimenti a fronte di incertezze politiche e quindi economiche, Huawei&C. sostengono di rispettare le leggi dei Paesi in cui operano e chi è incaricato di controllare e assicurare la sicurezza del Paese avrà sicuramente attivato i suoi controlli. Il dibattito è arduo: si può, nel nome di un principio di precauzione, sbarrare la strada a un business e a una azienda in crescita che ha comunque dipendenti e genera un indotto non indifferente? La risposta andrebbe trovata solo sulla base di informazioni certe e verificate. Non mi fraintenda: ogni Paese ha bisogno di una catena di controllo e certificazione che sia in grado di proteggere i cittadini e le infrastrutture sensibili da inferenze esterne nel digitale proprio come già accade nell’analogico. La sicurezza nazionale si trasferirà sempre di più sul software, con il 5G come mai in precedenza. Sarà quindi importantissimo avere la certezza della provenienza e della protezione degli strumenti che saranno applicati. Ma come ha potuto notare, finora è tutto avvolto nel dubbio, nel condizionale, nel rischio e nello scenario. Qualcuno esagererebbe parlando di complotti e cospirazionismi, tanto della Cina che vuole spiare l’Occidente quanto dell’Occidente che vuole bloccare il boom economico e tecnologico che sta vivendo Pechino. Tenere gli occhi aperti è importante, essere in allerta è fondamentale, semplificare troppo è rischioso.

 

Micalizzi ricoverato a Baghdad: rischia la vista da un occhio

Il fotoreporter Gabriele Micalizzi, 35 anni, che in Siria stava seguendo l’offensiva contro l’ultimo fortino dell’Isis, nella zona di Deir Ez-Zorzor, rischia di perdere la vista da un occhio dopo esser stato colpito da schegge di un razzo Rpg; stava assistendo ai combattimenti sulla riva orientale dell’Eufrate. Lo hanno confermato fonti in contatto con i familiari del reporter; dopo essere stato colpito Micalizzi è stato ricoverato nell’ospedale militare americano di Baghdad. Intanto il Rojava Information Center, conferma che “violenti scontri continuano a Baghuz”, proprio dove Micalizzi era andato assieme ad altri colleghi.

Lo scrittore che dava fastidio agli ayatollah

A quarant’anni dalla rivoluzione islamica in Iran, l’influenza degli ayatollah persiani sul confinante Iraq, paese a maggioranza araba, è sempre più forte. Tanto forte che chi osa denunciarla ad alta voce può finire all’altro mondo. È successo al poeta iracheno Alaa Mashzoub, noto oltre che per i suoi versi, anche per le critiche contro le interferenze straniere nel suo paese e la corruzione dilagante specialmente nell’esecutivo guidato da partiti sciiti foraggiati da Teheran. Il poeta, 51 anni, nato e vissuto a Kerbala, una delle città sante per tutti gli sciiti non solo iraniani, è stato ucciso sabato scorso da 13 pallottole in un agguato avvenuto mentre rincasava; a sparargli, due uomini. Nei suoi scritti l’intellettuale aveva affrontato senza remore i tabù politici e religiosi che rendono la vita delle menti libere irachene difficile e frustrante.

Lo scrittore, laureato alla facoltà di Belle Arti all’Università di Baghdad nel 1993, iniziò la propria carriera scrivendo per i media locali, in seguito divenne autore di numerosi racconti e romanzi. Dalla caduta di Saddam Hussein, Mashzoub, aveva iniziato a scrivere contro l’aumento del settarismo e lo strapotere delle milizie alimentate dai soldi dell’Iran.

Il suo primo libro pubblicato nel 2008 e intitolato In the Homeland and Nazionalism, era una raccolta di poesie proprio sull’interferenza straniera in Iraq e sul ruolo dei religiosi come Moqtada al Saadr. In un post su Facebook del 17 gennaio, Mashzoub aveva criticato l’ayatollah Khomeini, il leader della rivoluzione iraniana del 1979. L’anno scorso inoltre aveva partecipato alle proteste di piazza contro la mancanza di servizi pubblici e di lavoro. Il ministero della Cultura iracheno ha condannato il suo omicidio, ma sono parole che risuonano vuote.

Il fratello di Mashzoub, Kassem, ha affermato che chiunque denunci la corruzione in Iraq può diventare vittima della “libertà di parola”. L’uomo ha detto che “tutto ciò che mio fratello desiderava era vedere l’Iraq in un bellissimo Stato”. Secondo Ali Al Bayati, membro dell’Alta Commissione irachena per i diritti umani, “l’assassinio di Mashzoub è stato perpetrato da un gruppo criminale che intende diffondere il terrore e la paura tra gli iracheni e limitare la loro libertà di espressione. I precedenti omicidi di attivisti civili riflettono la debolezza dei servizi di intelligence”.

A settembre dello scorso anno era stata uccisa a Baghdad una star dei social media, la modella Tara Fares, “colpevole” di essersi occidentalizzata. Alcune settimane dopo, nella città di Bassora, dove la rete idrica era stata contaminata dall’acqua fognaria facendo scoppiare una epidemia, era stata freddata Soad Al Ali, madre di quattro figli, promotrice delle manifestazioni contro il dissesto infrastrutturale negato dal governo centrale.

Altro che Muro, al confine con il Messico un cancelletto

Forse si accontenterà d’un muretto lungo il confine con il Messico, invece del muro invalicabile – e pagato dai chicanos – delle sue promesse elettorali, per cui servono 5,7 miliardi che il Congresso continua a negargli. Trump non s’è ancora impegnato ad accettare l’accordo di principio raggiunto da Democratici e Repubblicani per evitare che, dopo una tregua di due settimane, ricominci lo shutdwon, cioè la serrata dell’Amministrazione federale, che ha funestato l’inizio dell’anno nell’Unione. Ma non è aria che la pantomima dei musei e dei parchi chiusi riparta.

Ai cronisti, il presidente dice di non aver ancora deciso, di stare prendendo in esame tutte le ipotesi, senza escludere il ricorso all’emergenza nazionale, se il compromesso parlamentare risultasse insoddisfacente. Ma aggiunge che non ritiene probabile una ripresa dello shutdown. “E, se ci sarà, sarà colpa dei democratici”: ovvio! Deputati e senatori, dal canto loro, si mostrano fiduciosi che Trump finirà con il firmare: deve farlo entro la fine della settimana, per evitare che diverse agenzie federali restino senza fondi per pagare i dipendenti.

L’intesa trovata l’altra notte tra i democratici, che controllano la Camera, e i repubblicani, che sono maggioranza al Senato, prevede la realizzazione, al confine con il Messico, di 88,5 km di barriere e di un centinaio di km di filo spinato, assai meno dei 321,86 km di muro progettati. Se il presidente s’accontenta di 1,375 miliardi di dollari, cioè un quarto di quanto chiesto, la partita è chiusa, almeno per quest’anno: l’offerta è inferiore agli 1,6 miliardi di dollari proposti dal Congresso al magnate prima che iniziasse lo shutdown, andato avanti per cinque settimane, un record assoluto. La notizia dell’intesa bipartisan ha raggiunto il magnate presidente ‘sul terreno’, a El Paso, la città del Texas che solo un ponte divide da Ciudad Juarez, in Messico. Lì, Trump ha tenuto il suo primo comizio 2019, che è stato anche il primo della sua campagna elettorale 2020: un’occasione, l’ennesima, per attaccare i media e per mettere alla berlina i democratici in lizza per la nomination, già quasi una decina, soprattutto donne.

Nel mirino del magnate, è finita soprattutto Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota, ‘colpevole’ d’avere lanciato la sua corsa sfidando una forte nevicata e una temperatura di -14: “Amy – l’ha canzonata Trump – ha orgogliosamente parlato di combattere il riscaldamento globale, mentre era dentro una tempesta di neve… Cattiva scelta di tempo… Alla fine, pareva un pupazzo di neve”. A El Paso, però, non è filato tutto liscio: ad ascoltare il presidente, c’erano 6.000 persone – e molte erano lì per contestarlo: “Andate a casa dalla mamma … Vi metterà in castigo”, è stata la replica -. Mentre, a meno di un km di distanza, ce n’erano quasi 10.000 per Beto O’Rourke, astro nascente del partito democratico, nonostante la sconfitta nel voto di midterm, potenziale avversario di Trump a Usa 2020.

L’America e la stampa paiono sostanzialmente annoiati dalla diatriba sul muro e non ancora eccitati dalla corsa alla Casa Bianca, a oltre 600 giorni dall’Election Day del 3 novembre 2020. Così l’attenzione si disperde in micro-rivoli polemici: Trump viene criticato perché, per la prima volta dall’inizio del ‘900, non c’è un cane alla Casa Bianca – sinceramente, non se ne sente la mancanza – e perché continua a progettare una parata militare il 4 luglio, l’Independence Day (l’idea, copiata dalla parata sui Campi Elisi il 14 luglio, pareva tramontata per eccesso di costi). I mercati, invece, reagiscono bene alle voci d’una proroga dei negoziati commerciali con la Cina, oltre il 10 marzo: finché si tratta, c’è speranza che la guerra dei dazi non venga combattuta.

Il latitante Puigdemont: “Stress test per la democrazia”

“È uno stress test per la democrazia spagnola” il processo ai leader indipendentisti. Parola di Carles Puigdemont (nella foto), ex presidente della Generalità e mente del movimento separatista, ora latitante. Parla da Berlino: “Assistiamo è un giudizio che non avrebbe mai dovuto essere messo in piedi”. A Madrid gli altri 12 imputati in diretta streaming siedono di fronte a sette giudici del Supremo rischiando fino a 25 anni di prigione, come nel caso di Oriolo Junqueras, ex vicepresidente dell’esecutivo regionale. Portati nella sala contigua al Tribunale alle 8,30 di ieri e due ore prima dell’inizio del procedimento, gli imputati puntano a dimostrare che non vi sia nessun rilievo penale nei fatti contestati. Così l’incipit della difesa ieri ha risuonato in aula come un attacco ai giudici ritenuti non “legittimati a trattare in modo imparziale gli imputati“: “Si tratta di un atto d’accusa della giustizia all’indipendentismo”, ha dichiarato l’avvocato di Junqueras. Il processo durerà circa 3 mesi, il verdetto non è atteso prima di luglio. Più delle parole hanno significato le immagini, come l’ingresso del presidente della Generalità Qim Torra con tanto di laccio giallo alla giacca, simbolo dell’indipendenza.

Il segretario del Partito Popolare, Casado, durante il dibattito sul bilancio ha accusato il governo: “Sta facendo un patto sotto banco per concedere l’auto determinazione alla Catalogna”

“Sánchez apra alla Catalogna o non voteremo il bilancio”

Pere Aragonés, vicepresidente della Generalità della Catalogna, è nato alla fine del primo ciclo di indipendenza del 1982, e il cosiddetto proces – che ha portato al referendum dell’1 ottobre 2017 e alla “ribellione” contestata dai giudici ai 12 leader da ieri sul banco degli imputati – lo conosce come fosse uno dei proponenti della legge per i referendum. E lo è stato.

“Se il governo Sánchez non torna a dialogare con noi, non voteremo la legge di Bilancio”. Una presa di posizione che davanti al Tribunale supremo di Madrid suona come una minaccia anche per eventuali governi futuri di destra: “Anche José Maria Aznar andò al governo grazie al catalanismo e dialogò con Eta, un’organizzazione armata, perché non dovrebbero negoziare con partiti democratici?

Che vuol dire per lei stare qui davanti al Tribunale supremo?

Sicuramente è un giorno triste, non solo per chi in Catalogna difende la democrazia, ma per tutti gli spagnoli democratici, perché si stanno giudicando delle idee politiche e lo svolgimento di un programma elettorale approvato da una maggioranza.

Lei rappresenta anche quella parte della società catalana che non voleva il processo verso l’indipendenza.

Secondo i sondaggi circa l’80% dei catalani vuole rendersi indipendente, o appoggia un referendum per decidere il rapporto tra Catalogna e Spagna con le urne.

E chi è sceso in piazza contro il referendum?

Noi rispettiamo i cittadini che non lo vogliono. Ma dobbiamo tenere conto del mandato ricevuto dalla maggioranza per l’autodeterminazione.

Installare le urne per il voto dell’1 ottobre 2017 negli istituti pubblici può essere considerata una violenza.

No. A un referendum partecipa chi vuole. L’unica violenza che abbiamo visto è stata quella della polizia che entrava per sequestrare le urne che dicevano non avessero nessun valore dal punto di vista legale. Quindi, se non avevano nessun valore legale perché entrare con la forza nelle scuole per sequestrarle? E poi nelle scuole quel fine settimana ad aiutare a organizzare il referendum furono anche i genitori dei bambini che le frequentavano.

Che farete con il bilancio dello Stato?

Noi abbiamo espresso al governo la necessità di arrivare a un dialogo per creare un tavolo di negoziazione che risolva la questione catalana. Non crediamo di risolverla ora, né in un giorno, ma siamo per un tavolo politico che porti a un accordo che possa essere votato dai cittadini. Venerdì scorso il governo Sánchez ha deciso di interrompere i negoziati e per questo noi votiamo contro il bilancio, a meno che il governo spagnolo non cambi idea.

Non le sembra rischiosa questa strategia? Se votate contro e cade il governo, per il dialogo sarebbe la fine.

Se il bilancio non si approva, non deve per forza cadere il governo. Anzi, potrebbe andare avanti e noi abbiamo già detto che favoriremmo questa continuità. Inoltre la decisione di convocare elezioni anticipate o no è del governo, non dei deputati indipendentisti del Congresso. L’unico che dovrebbe temere un cambiamento di presidente alla Moncloa è quello attuale. Come dire, il più interessato alle sorti di Pedro Sánchez è Pedro Sánchez.

La destra accusa Sánchez di essere troppo accondiscendente con voi. Questo vuol dire che se alle elezioni dovessero vincere loro, non sarebbero tanto disposti al dialogo?

Tutti i governi, in momenti diversi, hanno negoziato con gli indipendentisti, in alcuni casi con successo, in altri no. E hanno fatto accordi con noi per governare. Credo che in questo momento ci sia un interesse politico a breve termine nel criticare il catalanismo in alcuni posti in Spagna perché porta molti voti, e per questo c’è una forte competizione tra le diverse componenti della destra a chi colpisce più forte l’indipendentismo. La cosa più incredibile è che in questo processo si sia permesso che una delle parti dell’accusa sia proprio l’estrema destra (Vox, il partito di ultradestra che ha denunciato per trama golpista i separatisti, ndr). Noi continueremo a lottare per i nostri obiettivi.

220 leader colpevoli: colpo all’ordinamento battista americano

Lo scandalo degli abusi sessuali in America coinvolge anche la Chiesa Battista (Southern Baptist Convention). Le accuse emerse dopo una serie di indagini hanno coinvolto ben 380 leader, 200 dei quali sono stati già riconosciuti colpevoli.

Gli abusi sono stati perpetrati ai danni di oltre 700 fedeli nell’arco di un ventennio. Tra le vittime anche bambini di soli tre anni.

Lo scandalo è stato svelato grazie a un’inchiesta durata un anno e condotta da due quotidiani texani, lo Houston Chronicle e il San Antonio Express-News.

In sei mesi di indagini i giornali locali hanno passato al setaccio le accuse contro centinaia di ministri di culto e volontari da parte di giovani membri delle chiese. Gli organi di stampa hanno creato un database che identifica tutte le persone condannate per reati sessuali e legate alla Southern Baptist Convention. Lo scandalo interessa le chiese di tutto il Paese. Tra le accuse ci sono molestie, pornografia, stupro, senza contare le donne rimaste incinta. Molti dei ministri coinvolti sarebbero tornati in servizio anche dopo essere stati condannati per reati sessuali.