Baglioni, “l’incantautore” con “Dodici Note Solo”

Nel bel saggio Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale (Einaudi), il filosofo Byung-chul Han assegna alla voce del cantante che “fa venire la pelle d’oca” il compito estetico e civile di farci sentire ancorati all’essere, legati al corpo del mondo, mentre gli stimoli fugaci del capitalismo digitale ci sradicano da noi stessi e ci allontanano dalla vita vera.

Claudio Baglioni, per milioni di italiani cantautore da pelle d’oca per antonomasia, è l’esempio più fulgido dell’artista che crea opere intramontabili, vive, generatrici di emozioni autentiche, che la sua voce portentosa magistralmente trasmette; cantore-atleta, per la verità: il suo tour Dodici Note Solo, che lo vede quasi tutte le sere sui palchi di 71 teatri lirici e di tradizione fino al 16 maggio, è una prova anche fisica della resistenza che l’arte oppone alla sparizione del reale.

L’ho visto al Teatro dei Marsi di Avezzano: un migliaio di spettatori (pochi intimi, per uno abituato agli 80 mila negli stadi) coinvolti per tre ore nel rito – ormai prodigioso, dopo due anni di interruzione imposta dalla Covid all’arte dal vivo – dell’ascolto collettivo. Il repertorio è vertiginoso, una scaletta escheriana tra l’afflizione genuina di Solo e le atmosfere opaline di Io dal mare; tra la densità elegiaca di Fotografie e l’alta definizione cinematografica di Amori in corso.

Nell’epoca in cui siamo costretti a udire costantemente musica – al ristorante, in ascensore, dal medico – cioè rumore, ciarpame elettronico che serve solo a distruggere il silenzio, commuove che ogni sera si ripeta la magia alchemica del canto live, nudo e acustico. Note e parole che, tradotte dal silenzio, sottraggono potere al disincanto, quello che Max Weber chiamava “notte polare”. Baglioni, da solo sul palco a 36 anni da Assolo e a 21 da InCanto, lo fa con la voce e le mani (anche l’ultimo album, In questa storia che è la mia, è artigianale, analogico): strumenti che costruiscono cose fisiche, i suoni, in grado di mettere radici nel cosmo e dentro chi ascolta; non nell’infosfera, dove sguazzano le non-cose, gli spettri dell’insignificanza. Il concerto è un corpo a corpo dell’artista con la materia sonora e con tre pianoforti (di tre epoche sonore diverse) a cui egli siede secondo un percorso antiorario, a ingannare il tempo, come davanti alle case cinesi si costruisce l’atrio a zig zag per fuorviare i demoni.

I classici hanno il potere di essere sempre attuali: in questo tempo orribile, Ninna nanna nanna ninna, da una poesia di Trilussa contro la guerra, è seguita da Vivi, canto nativo dell’eros che abita i quattro elementi e ci restituisce al respiro (benché l’amore sia la trave portante di un edificio eretto in 50 anni di carriera, non è vero che Baglioni sia solo cantore dell’amore romantico: invece l’eros nelle sue canzoni è spesso una creatura demonica, che costringe all’afasia, spezza la lingua, o induce alla facezia).

Baglioni ha inventato uno spettacolo che preserva la schiettezza del cuore in un mondo che si disgrega: anche l’ironia nei suoi intermezzi parlati non è ostile al delicato movimento del reincanto, non è irrisione del pathos; piuttosto, è humour, arte delle distanze, rifiuto della magniloquenza.

Il più popolare dei nostri cantautori è anche il più complesso: intonazione assoluta, parole e accordi levigati come ciottoli tra cui sia passata acqua corrente, Baglioni appartiene certamente alla stirpe dei cantori antichi, dei trovatori e dei madrigalisti. La sua vocazione è “far venire la pelle d’oca”: forse è tutto quel che si può fare con dodici note.

“I timori di Nuti sulla fama. Il trucco in barca della Vitti e lo sguardo della Muti…”

Professionista assoluto. “Perché nella mia vita ho avuto una bella scuola; secondo Pupi Avati sono l’unico attore che sa stare su un set, e non si riferisce alla recitazione”. A cosa? “Sostiene che non rompo mai i coglioni e sto attento, mentre spesso molti restano lì e danno fastidio al regista, all’operatore o al direttore della fotografia”. Invece? “Non bisogna parlare, mai correre, solo camminare ed è vietato passare davanti alla macchina da presa”.

Christian De Sica è una sorta di Cassazione della recitazione, di decalogo dei giusti comportamenti, di memoria storica di emozioni, intonazioni, processi mentali e cinematografici. Di amicizie. Di riti. Di debolezze. Di famiglie che durano l’illusione di un set. E se un tempo, per molto tempo, è stato De Sica figlio di Vittorio, ora è De Sica erede e portatore sano di un cinema nato il secolo scorso. “La regola più importante? Restare bambini”.

Enrico Vanzina su di lei: “Sa sempre le sue battute e quelle altrui”.

Un tempo conoscevo l’intero copione; gli attori spesso imparano quelle del giorno, mentre io devo andare a dormire tranquillo, non posso studiare all’ultimo; mio padre sosteneva: “Se la tua parte la conosci come l’Ave Maria, dopo puoi giocarci sopra”.

E invece?

Molti colleghi aspettano l’Arcangelo Gabriele per trovare le giuste parole; sempre papà aggiungeva: “Non è importante come si dice la battuta, ma guardare negli occhi chi ti sta davanti e ascoltarlo”.

Se l’attore è cane si innervosisce?

Sì, perché sbaglia e devo ripetere; (pausa) amo tutti gli attori, perché questo è un mestiere costruito senza una corazza, da bambini non cresciuti.

Obbligati a non crescere.

Se uno la mattina si guarda allo specchio, prova le battute, poi si incipria, si preoccupa del naso lucido e cerca la bella figura, non può che restare infantile.

Un po’ è cresciuto?

No! Ho settantuno anni, il meccanismo è leggermente arrugginito, ma lo spirito è di un sedicenne.

La chiamano maestro?

Sì, e mi dà un po’ fastidio.

Davvero?

Mi fa sentire l’età.

Lei chi chiamava maestro?

Nessuno.

Mai?

Erano tutti amici di famiglia, da Fellini a Rossellini fino ad Alberto (Sordi).

Bel vantaggio.

Sordi era mio zio, Rossellini un secondo padre, visto che prima di Silvia (la moglie) sono stato con sua figlia; poi Mastroianni ha iniziato con mio padre; (ci pensa) questo è un bene perché mi sono reso conto che la realtà è un’altra e il rutilante mondo dello spettacolo non esiste.

Cosa esiste?

Soggetti vari, come ogni realtà; poi per fortuna ho incontrato molte persone intelligenti, non quei cazzoni che si atteggiano a miti.

Sono più di cinquant’anni dal suo esordio.

Il debutto è con Rossellini, con me da poco maggiorenne: ero terrorizzato perché erano tutti attori provenienti della Comédie française; (pausa) Roberto non amava gli attori, il massimo dei suoi consigli era “fai de meno, non come tuo padre”; poi ogni tanto mi comandava: “Che vuoi diventare come Vittorio?”. “Magari!”. “È un mestiere da fannulloni”.

Ha conosciuto altri registi “ostili”?

No, mio padre amava gli attori. E io come lui. Non ho mai litigato con nessuno.

Difficile trovare qualcuno che parli male di lei.

(Ride) Ogni tanto il Fatto.

Qualche critica…

Ora sono in giro con il mio spettacolo Una serata tra amici, vado in scena con Pino Strabioli: lì entro dalla platea, e i primi minuti li passo a salutare il pubblico. Trovo i giovanissimi che mi trattano come uno zio.

Soddisfazione.

Alla mia età avere un seguito così non è comune.

E il dopo-teatro?

Devastante: negli ultimi anni ho preso trenta chili proprio per le cene a tarda sera.

Secondo Strabioli lei è una delle persone in assoluto più simpatiche.

Insieme ci divertiamo molto, poi Pino è fondamentale perché sono rincoglionito e spesso non ricordo le battute, così interviene lui.

Ha il vuoto?

No, quello mi ha preso solo una volta: ero al Sistina, Silvia mi aveva appena chiamato per un problema e al momento di entrare in scena non ricordavo nulla.

Soluzione?

Ho detto la verità; (cambia tono) è sul palco che dimostri di essere un attore.

Mentre il cinema?

È un grosso equivoco, perché davanti alla cinepresa possono rendere pure i non professionisti, come mio padre e Rossellini hanno dimostrato; Maggiorani (il protagonista di Ladri di biciclette) fu invitato a Hollywood: poco dopo lo rispedirono a casa.

È facile montarsi la testa?

Sì, ma a volte i non professionisti sono più bravi degli attori; papà avvertiva Paolo Stoppa e Gino Cervi: “Attenti, il non professionista non recita, quindi vi può fregare”.

Capolicchio ricorda: “Vittorio De Sica si faceva chiamare commendatore”.

(Ride) Non credo, al massimo lo prendeva in giro; un giorno vado sul set de Il giardino dei Finzi-Contini e trovo papà impegnato con il nodo alla cravatta di Lino. Stringeva. Stringeva. Fino a quando l’aiuto regista: “Dobbiamo girare, va via la luce!”. “Lasciami almeno il mio momento di frociaggine”.

Sempre per Vanzina, lei si è schiacciato troppo sui cinepanettoni.

Un po’ è vero; purtroppo in questo Paese quando interpreti una volta il cowboy, poi tutta la vita avrai quella maschera, e così con me; con De Laurentiis firmavo contratti magari di cinque film, e di questi cinque solo tre dovevano essere “panettoni”…

E poi?

Finito il terzo arrivava Aurelio accompagnato da un interrogativo retorico: “Perché vuoi girarne uno drammatico? Non incassiamo una lira”; e poi mi faceva un po’ terra bruciata con gli altri.

Adesso?

Giro meno cinepanettoni e sono arrivate offerte che non credevo, come Comedians di Salvatores o il prossimo di Virzì.

I cinepanettoni sbancavano.

Natale sul Nilo ha incassato 45 milioni di euro. De Laurentiis ci si è comprato il Napoli.

Quindi è impegnato con Virzì.

Mi trovo benissimo, perché dopo tanti anni di cinema, Paolo mantiene l’occhio e l’atteggiamento da neofita entusiasta.

Come lei.

Quando giro sono talmente felice da arrivare per primo sul set; a me piace stare in quell’ambiente, studiare, parlare con gli elettricisti, con i macchinisti. Oramai li conosco tutti; l’altro giorno, sul set, ho incontrato degli operai, e uno mi ha fermato: “Sono il figlio del capo elettricista…”. Ecco, adesso lavoro con i figli di.

Secondo Monicelli la commedia è finita quando il cinema è sceso dall’autobus.

Lo sosteneva anche Visconti con mio padre, ma non è stato questo; la loro generazione ha commesso un errore: quando sono diventati famosi si sono chiusi nelle case e hanno continuato a frequentarsi tra di loro; Visconti disse a papà: “Non possiamo più girare un film come Ladri di biciclette o La terra trema: ti conviene andare avanti con film tratti da libri. Io mi dedico a Morte a Venezia”. E papà stava per girare Il Giardino. Non conoscevano più il presente. E questo è capitato anche agli attori.

Adesso è un grande momento per Napoli…

René Clair spiegava a mio padre: “Vittorio, per te è più facile: io quando devo girare un film, per scegliere gli attori, sono costretto ad andare all’Accademia di Arte drammatica, perché la gente comune non sa recitare, mentre a te basta camminare per Napoli, dove sono obbligati a mentire per sopravvivere”; lì ci sono nati: basta pensare a Enzo Cannavale, un grande, poco utilizzato.

Caratterista.

A parte Totò, allora per il cinema dovevi essere bello; oggi ci sono pure i ragni.

Lei è bello.

Sono parte dei simpatici.

A vent’anni era brutto?

Non ero Brad Pitt.

La imbarazzavano le scene di sesso?

No, perché sono incosciente. In un film con la Giorgi (Conviene far bene l’amore, 1975) giravo sempre nudo per il teatro; c’è un gruppo di attori, e penso a Banfi, Boldi, Carlo (Verdone), che ha spinto molto sulla comicità, mentre oggi stanno attenti, altrimenti non gli danno il David. È una fregatura per i comici. A noi non interessava, era più importante la risata.

Sono 40 anni da Viuuulentemente mia.

Per quel film dovevo interpretare il ruolo di un playboy, però ero certo che non mi avrebbe portato a nulla, quindi chiesi a Vanzina di cambiare con l’oste gay, spagnolo, con tono di voce e atteggiamenti da stronzo.

E…?

Grazie a quello ho proseguito con Sapore di mare.

In Viuuulentemente c’era la Antonelli.

(Tono quasi commosso) Carina, con lei ho girato tre film; (pausa) era fragile, molto fragile; il povero Francesco Nuti mi ripeteva sempre: “Reggere il successo non è facile”. Anche mio cognato Carlo, dopo l’exploit con Un sacco bello, entrò in crisi: il successo ti può stravolgere, ti puoi sentire una pedina mossa, non hai più i tuoi spazi.

L’anonimato è un bene…

Prezioso; uno si impegna in questo mestiere per piacere al pubblico, ma quando non si è più anonimi si apre un fronte: per molti non è facile.

Lei?

Evito le passeggiate, altrimenti metto la coppola, gli occhiali neri, la mascherina e soprattutto guardo sempre per terra; attenzione: mi fa piacere, o sarebbe finita.

La sua famiglia come ha vissuto la fama?

Tranquilli; quando erano piccoli mi infastidivo solo se per strada li fermavano e li abbracciavano; anche quando è morto mio padre era tutto strano, alterato: chiunque si buttava addosso alla bara, piangevano, partivano gli applausi. Da personaggio pubblico diventi parte di un contesto più grande.

È mai scappato?

(Ride) Qualche volta da alcune galline che urlavano il mio nome; (cambia tono) quando mamma stava morendo sono andato al Colosseo per una passeggiata, ovviamente ero triste, con lo sguardo perso, fino a quando ho incontrato un tizio: “A Cri’, ma che è sta faccia da stronzo, fattela ‘na risata!”.

Ha risposto?

Ho continuato a camminare; comunque ci sono vantaggi.

Il primo?

Trovi posto al ristorante.

Sono trent’anni da Ricky & Barabba

Da regista ho girato una decina di film.

Il suo preferito…

Uomini Uomini Uomini, su un gruppo di amici omosessuali, con De Laurentiis che aveva paura, e invece ha incassato bene e ha girato il mondo.

Ora tra i giovani si parla di sessualità fluida.

Sarebbe?

Nessuna preclusione a prescindere.

Allora sono bisessuali.

Niente categorie.

Una volta ho chiesto a un attore: “Sei mai stato con un uomo?”. E lui: “Sì, ed è stato insipido e doloroso”.

Da poco è morta Monica Vitti.

L’ho conosciuta grazie a mio padre, poi abbiamo girato Un amore perfetto, o quasi, interpretava mia madre, mentre Raf Vallone era mio padre: donna simpatica; un giorno le riprese erano in alto mare su un motoscafo, lei tutta truccata, io con gli occhi rossi e 39 di febbre.

Quindi?

A un certo punto il regista si arrese per le mie condizioni: “Torniamo in albergo, riproviamo domani”. E Monica: “Ma no cazzo, me so’ preparata!!”. Mi voleva ammazzare.

È vero che si sentiva brutta?

Era bellissima e ha avuto la fortuna di incontrare Roberto (Russo): quando si sono messi insieme, tutti a criticarli, a dire “guarda la signora che sta con un ragazzino”; invece né Michelangelo Antonioni, né Carlo Di Palma se ne sono occupati tanto. Roberto le è rimasto vicino per anni, fino alla fine: ogni mattina la portava a Villa Borghese per una passeggiata.

L’attrice più sexy con la quale ha lavorato?

Ornella Muti: ha quello sguardo che a noi uomini piace.

Qual è?

Tra la mamma e la tipa mooolto sveglia. Ed è pazzesco.

Lei chi è?

Un ragazzino non cresciuto.

Italrugby, impresa a Cardiff Vittoria dopo 36 sconfitte

Storica vittoria dell’Italrugby, e anche fuori casa: a Cardiff finisce sul filo di lana 21-22, con una meta azzurra allo scadere del secondo tempo. Gli Azzurri mettono fine a una lunga collana di sconfitte nel torneo contro i padroni di casa del Galles, dopo 7 anni a secco di risultati positivi e per la prima volta nel paese britannico. A decidere è stata l’azione corale che ha portato l’ovale dietro la linea bianca per mano di Padovani, che schiaccia in mezzo ai pali, rendendo facile la trasformazione a cura di Garbisi.

I “pizzini” di Merlo, Rep e la guerra dei Monda

Il nome di Antonio Monda dirà poco al grande pubblico, ma attorno a lui si sta svolgendo una piccola faida di potere nel Pd romano, che è pure un modesto apologo sul giornalismo di relazione. Monda è da sette anni il direttore artistico della Festa del Cinema di Roma, ma con il nuovo sindaco Roberto Gualtieri il suo regno sul red carpet capitolino è al capolinea. Gualtieri ha nominato un nuovo presidente della kermesse – Paolo Farinelli, già direttore della Cineteca di Bologna – che probabilmente metterà alla guida del festival una donna, Paola Malanga.

Le fortune di Monda sono in declino, dunque, ma le sue amicizie sono salde. È legato al gruppo veltronian-bettiniano che ha generato e dominato l’Auditorium della Capitale per lustri, e soprattutto a Repubblica (alla quale presta occasionalmente la sua penna) molti cuori battono ancora per lui. In questi giorni – come ha notato Dagospia – si sono moltiplicati gli articoli benevoli sul direttore dimissionario nella cronaca romana del quotidiano fondato da Scalfari. Non solo: un pizzino pro-Monda è finito pure nella rubrica della posta di Francesco Merlo. “Caro Merlo – chiede la curiosa lettrice Giulia Acciarito – perché vogliono cacciare Monda dalla direzione della Festa del Cinema di Roma? Difficile contestarne la competenza (…) e soprattutto le relazioni con i protagonisti internazionali del cinema e della letteratura (…). Crede che Monda possa resistere?”. Merlo ovviamente ne conviene: “Monda, che noi di Repubblica conosciamo bene, (…) ne ha fatto davvero una Festa, il salotto italiano del cinema mondiale”. Poi è polemico: “Capiremo dal nome del successore cosa vogliono invece farne il sindaco Gualtieri e il ministro Franceschini e vedremo se riusciranno a cancellare, con una fine più degna, l’impressione che tutti abbiamo di una guerra scatenata dalle mezze calzette”. Infine aulico: “Sarai Monda se monderai lo mondo”.

Le mani del Pd sulla cultura: giro di nomine ai soliti noti

Se c’è un settore in cui, storicamente, il generone della sinistra romana non ha mai fatto prigionieri, nel bene e nel male, quello è proprio la cultura. Un’intera classe politica cresciuta nel mito di Giulio Carlo Argan, Renato Nicolini, Antonio Cederna e Gianni Borgna, che si ritrova alla guida della Capitale dopo di fatto 13 anni, di cui soli 2 anni e mezzo dedicati alla litigiosa esperienza del “marziano” Ignazio Marino. Così dall’Auditorium al PalaExpo, da Zètema alla Festa del Cinema, è partito uno spoil system selvaggio che stavolta vede il sindaco Roberto Gualtieri (suo malgrado) arbitro di una battaglia tra gruppi senza esclusione di colpi. Una specie di “restaurazione” annunciata e inevitabile, della quale il primo cittadino può solo provare a dettare i tempi.

L’ultimo fronte aperto riguarda l’Auditorium Parco della Musica. La velina rifilata venerdì sera all’agenzia Dire ha fatto saltare le pagine delle cronache romane. L’ad della Fondazione Musica per Roma, Daniele Pitteri, nominato da Virginia Raggi, lascerà il posto anzitempo. In Campidoglio, secondo Dire, si parlerebbe di “risultati insoddisfacenti”. Pitteri, arrivato nella Capitale a maggio 2020 dalla Fondazione Modena Arti Visive, in realtà è riuscito a far svolgere in piena pandemia il Roma Summer Fest sia nel 2020 – uno dei pochi in Italia, grazie all’intuizione del “pubblico virtuale” – e nel 2021, con gli ingressi contingentati. E il bilancio che sarà votato ad aprile sarà in pareggio. Un’impresa. Certo, qualche critica dagli addetti ai lavori è arrivata per il mezzo flop della mostra su Adrian Tranquilli e per il festival Equilibrio. Basta per cacciare un manager trovatosi a fronteggiare la peggiore crisi del settore dal Dopoguerra a oggi? In Campidoglio non vogliono sentir pronunciare la parola “revoca”. Dal Pd vogliono farlo fuori subito. Gualtieri e il suo factotum Albino Ruberti spingono per concedergli l’onore delle armi, facendogli fare la stagione estiva e magari congedandolo ad agosto. Anche perché in caso di rottura totale bisognerebbe trattare una buonuscita considerevole. I nomi per la nuova governance? Il futuro presidente potrebbe essere quell’Antonio Rosati defenestrato da Eur Spa dal governo Draghi contro il parere di Gualtieri. Al posto di Pitteri invece andrebbe “una donna”. Gira il nome di Fabia Bettini, che non è solo la sorella dell’eterna eminenza grigia dem Goffredo, ma anche la madre di “Alice nella città”, tra i primi eventi cinematografici estivi che nel 2003 anticipava il Festival del Cinema e le iniziative dei Ragazzi del Cinema America. Altro nome “suggestivo” in questo contesto è quello di Giovanna Melandri: l’ex ministra è ormai al Maxxi dal 2017 e una sua nomina potrebbe riaprire il valzer anche nelle istituzioni ministeriali. Chance anche per il giornalista e critico Marino Sinibaldi, molto stimato da Gualtieri.

Si è accennato a Goffredo Bettini. L’ideologo dei sindaci Rutelli, Veltroni e Marino, padre politico di Nicola Zingaretti, è legatissimo al settore cultura e soprattutto alla Festa del Cinema. A dicembre la sua uscita dal cda della Fondazione ha scosso tutto il Pd. Dimissioni rumorose, dovute alla (presunta) rottura con Gualtieri e Ruberti, con il sindaco che poi ha nominato presidente Gianluca Farinelli. Le sue manovre sotterranee sono proverbiali in città, ma lui ha smentito e ribadito più volte di non essere coinvolto in questo risiko.

La cultura a Roma non si fa solo a viale de Coubertin. Sebbene lì ci siano gli stipendi più ricchi. Dopo l’antipasto del Teatro dell’Opera, con la nomina del “siciliano” Francesco Giambrone, i nodi da sciogliere per Gualtieri sono diversi. A iniziare dai musei. Sta passando sotto silenzio il progetto di accorpare l’ente PalaExpo (Palazzo Esposizioni, Macro e Macro Testaccio) con la municipalizzata Zètema. A via Nazionale, nel 2017 Raggi chiamò Cesare Pietroiusti, importante artista contemporaneo, inizialmente preso in giro (ingiustamente) dai giornali romani per una sua nota performance in cui mangiava e poi evacuava banconote. Il cda ora è scaduto e, a quanto risulta al Fatto, la priorità di Palazzo Senatorio è rinnovarne la governance. Ci sarebbe già una call interna in corso che dovrà portare a una selezione veloce del sostituto di Pietroiusti. Comunque vada, per ora resterà al Macro il direttore Luca Lo Pinto, che sostituì lo “sperimentatore” Andrea De Finis, incensato dai dem quando era al Maam e poi aspramente criticato al suo arrivo a via Nizza. Poi c’è l’Associazione Teatro di Roma, che raggruppa Argentina, India, Torlonia, Valle e i teatri di cintura. L’ente è commissariato ma di nomi non se ne fanno. Molto dipenderà da chi – sempre in chiave spoil system – sostituirà Maria Vittoria Marini Clarelli, in uscita dalla Sovrintendenza capitolina: in pole position c’è Claudio Parisi Presicce, che già in passato ha ricoperto ruoli simili.

Ex Cia alle calcagna di Lenny per le tette di Lady Roosevelt

LA STAND-UP COMEDY

Per capire meglio cosa sia uno stand-up comedian stiamo ripercorrendo l’arte e la vita di Lenny Bruce, che innovò quest’arte a metà del secolo scorso.

Village Theatre. Quando John F. Kennedy vince le elezioni nel 1960, un giovane imitatore sconosciuto, Vaughn Meader, coglie l’occasione e si mette a imitarlo: il suo album comico, The First Family, è un successo, e lo trasforma in una star. Una settimana dopo l’assassinio di JFK, Lenny Bruce si esibisce al Village Theatre di New York. Il Paese è ancora sotto shock, nel teatro l’atmosfera è tesa. Lenny sale sul palco. Al termine dell’applauso d’ingresso, resta zitto per diversi secondi, poi esala un fischio e dice: “Vaughn Meader è fottuto.”

Cafe Au Go Go. Locale di New York dove Lenny viene arrestato per oscenità nel 1964. In una gag bizzarra aveva detto: “Il corpo più bello che abbia mai visto è stato a una festa nel 1945. Ero in camera da letto a prendere i cappotti. La porta della toilette era stata lasciata socchiusa intenzionalmente, e ho visto il seno più perfetto fare capolino da una blusa di taglio maschile. Eleanor Roosevelt aveva le tette più belle che avessi mai visto o sognato in vita mia.” In cima alla denuncia della polizia c’è “Eleanor Roosevelt e l’esibizione delle sue tette”. Lenny licenzia gli avvocati e si difende da sé. Il suo argomento principale riguarda la legge sull’oscenità. Aveva scoperto che un emendamento del 1931, poi incluso nella legge dall’allora governatore di New York Roosevelt, escludeva dall’arresto per spettacolo osceno le maestranze teatrali, gli spettatori, i musicisti e gli attori. La legge, insomma, era stata applicata contro di lui in modo erroneo. “Ignorare il mandato di Franklin D. Roosevelt”, osservò Lenny, “è molto più offensivo che dire che Eleanor ha delle belle tette.” L’ispettore Herbert Ruhe, un ex agente della Cia che monitorava lo spettacolo, testimonia che Bruce ha fatto gesti osceni: “Ha spostato il microfono avanti e indietro per alcuni minuti, così (simula un atto masturbatorio), faceva questo gesto davanti al suo inguine”. Lenny replica: “Vostro onore, quei gesti, le masturbazioni, erano gesti di benedizione. Era un pezzo sul cattolicesimo. La corte non ha visto lo show. Lasciate che vi dica di cosa trattava. Per favore, ho un bisogno disperato della vostra considerazione. Non impeditemi di lavorare nel mondo dello spettacolo. Non mettete in galera quelle 6.000 parole”. Prima della sentenza, il pubblico ministero raccomanda alla corte di non avere alcuna pietà, perché Bruce aveva mostrato “una totale mancanza di rimorso”. Lenny replica: “Non sono qui per il rimorso, ma per la giustizia. Il problema non è l’oscenità, ma il fatto che sputo in faccia all’autorità”. Viene condannato a quattro mesi. Nella sala stampa del Criminal Courts Building, un giornalista gli domanda: “Crede nell’oscenità?” Lenny risponde: “Cosa intende? Se credo che dovremmo pregare per l’oscenità?”

1965, Lenny riesce a trovare ingaggi solo a San Francisco. Si esibisce a Berkeley davanti a duemila persone: studenti di legge, professori, poeti e scrittori: “Penso che molti matrimoni finiscano in un divorzio perché le donne della mia generazione non sanno che gli uomini sono diversi. È molto difficile per le donne rendersi conto che, anche se parliamo la stessa lingua, siamo diversi. Nessun uomo, in realtà, ha mai tradito sua moglie. Le donne lasciano il marito perché pensano di essere state tradite, e per una donna tradire significa baciare, abbracciare e amare qualcun’altra. Deve almeno piacerti. Ma gli uomini non funzionano così. Le donne sono emozione, mentre gli uomini sono distacco emotivo. Gli uomini si distaccano, non consapevolmente, ma lo fanno e basta, si distaccano. Per esempio, una donna non può passare attraverso una lastra di vetro e venire a letto con te cinque secondi dopo. Ma gli uomini possono avere collisioni frontali con gli autobus Greyhound. In zone disastrate. Tutti giacciono morti sull’autostrada. Bene: non in ospedale, nell’ambulanza l’uomo ci proverà con l’infermiera. ‘Come hai potuto farlo in un momento simile?’ ‘Mi ero eccitato.’ ‘Cosa?’ ‘Mi ero eccitato.’ ‘Come puoi esserti eccitato col piede mozzato?’ ‘Non lo so.’ ‘È un animale! Si è eccitato con un piede mozzato!’ ‘Credo di essere un animale, sì.’ ‘Cosa ti ha eccitato?’ ‘L’uniforme dell’infermiera eccetera.’ ‘È un idiota! È un animale!’ No, è solo che gli uomini si distaccano, e la cosa non ha niente a che fare con l’amore. Mettete gli uomini su un’isola deserta. Faranno sesso con la melma. La melma! Una donna becca suo marito con della melma, dopo aver attraversato in qualche modo i mari per arrivare fin là: ‘Melma! Non parlarmi, è tutto finito. Pezzo di merda. Lasciami sola. Vattene con la tua melma, divertiti. Vuoi la cena? Di’ alla tua melma che te la prepari lei.’”

Beverly Hills, 3 agosto 1966Lenny Bruce viene trovato cadavere nel bagno di casa. Motivo del decesso: overdose da eroina. L’amico John Judnich pulisce la stanza, ma la polizia, prima di ammettere i fotografi, ricrea la scena: serra un laccio al polso di Lenny, e gli pone accanto una scatola di siringhe trovata nel cestino (Goldman, 1974). Anni dopo, il procuratore distrettuale di New York Vincent Cuccia dice: “Bruce fu processato a causa delle sue parole. Non faceva del male a nessuno, non commise aggressioni, non rubò, non tenne comportamenti che danneggiassero direttamente qualcun altro. Quindi fu punito prima di tutto per le parole che usava. È sbagliato processare qualcuno per le sue idee. È stata l’unica cosa che ho fatto nell’ufficio di Hogan” (il procuratore precedente, di cui era vice) “di cui mi vergogno davvero. Lo abbiamo ridotto sul lastrico, e abbiamo usato la legge per ucciderlo”.

Lenny Bruce parlava di ipocrisie e di ingiustizie con un linguaggio esplicito: fu un campione della libertà di espressione, e aprì la strada ai comici delle decadi successive. Krassner (2002): “Lenny era un pioniere: voleva poter parlare su un palco con la stessa libertà che aveva nel suo soggiorno, una cosa che adesso il pubblico dà per scontata. Oggi Robin Williams può mimare liberamente il cunnilingus, e la serie TV South Park può dedicare un episodio altamente scatologico agli abusi su minori da parte di sacerdoti.”

Nel 1984, Steve Allen introduce così lo speciale della Hbo su Lenny Bruce: “A volte Lenny usava un linguaggio che anche oggi è considerato ruvido, ma sempre per fare un commento filosofico. Questa sera siamo qui per festeggiarlo. O, per dirla altrimenti, dopo gli show di Eddie Murphy, George Carlin e Richard Pryor, la Hbo stasera voleva trasmettere uno show pulito con Lenny Bruce.”

Festival Costituzione, sindaco leghista toglie il patrocinio: “Non volevano B. presidente”

Per il sindaco leghista di San Daniele del Friuli, prima della Costituzione viene Silvio Berlusconi, o meglio l’adesione che un’associazione culturale ha dato alla campagna del Fatto Quotidiano contro l’elezione del Cavaliere al Quirinale. Con una straordinaria inversione dei termini, galeotta non fu la candidatura alla prima carica dello Stato, bensì la firma che “Per la Costituzione” ha apposto a una petizione che ha raccolto 350 mila consensi, dandone poi informazione sul proprio sito. Il gruppo organizza dal 2014 un festival dedicato alla Carta. Quest’anno, dal 27 al 29 maggio, toccherà all’articolo 37, con il tema “Donne, lavoratrici, madri”. L’amministrazione comunale ha deciso che non concederà il patrocinio e che non metterà nemmeno a disposizione la sala antica della Biblioteca Guarneriana, la seconda biblioteca pubblica più vecchia d’Italia. Come non bastasse, niente più sede per l’associazione in un locale comunale. Il patrocinio è stato tolto a gennaio, il diniego della sede è notizia di questi giorni. Le motivazioni? “Con quella presa di posizione, hanno fatto un’azione politica, il Comune non può riconoscere il patrocinio. Berlusconi non c’entra, se ci fosse stato Letta sarebbe stato lo stesso”. È irremovibile il leghista Pietro Valent (eletto sindaco nel 2018 per soli 36 voti in più). “Non ho nessuna antipatia per l’associazione, ma hanno fatto politica”.

In realtà il tema era perfettamente in linea con le finalità dell’associazione, che a San Daniele in passato ha ospitato presidenti della Corte Costituzionale come Onida, Silvestri, Tesauro, Flick e De Siervo. “Il sindaco non dovrebbe gestire i beni della comunità in modo discrezionale, sulla base di amici-nemici – replica il presidente Paolo Mocchi – Noi non abbiamo linee politiche, ma solo pensieri che liberamente esprimiamo ai sensi dell’articolo 21 della Costituzione, quando riteniamo che venga disattesa. Lo abbiamo fatto anche contro la riforma Renzi”. In questo caso? “Abbiamo aderito alla campagna del Fatto, perché la possibile elezione a presidente di una sola persona, tra decine di milioni di italiani che lo potevano diventare, era in contrasto con gli articoli 18, 54 e 87…”. Ovvero l’adesione ad associazioni segrete (P2), l’osservanza delle leggi, il fatto che il capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale. “Il sindaco è di parte, noi siamo dalla parte della Costituzione” conclude Mocchi.

I Duran Duran sui tetti e Bono per Kiev, divisi i Pink Floyd

In assenza di Lennon, non resta che Le Bon. L’establishment pop-rock cerca voci credibili (fuori dal rifugio social) contro la guerra: l’autopromozione le silenzia. Il tour dei Duran Duran è in vista? Ecco a voi il rodaggio live sul tetto dell’Astor di Hollywood, accanto al grattacielo Capitol illuminato di giallo e blu. Su Fb la band ha scritto ai fan in Russia: “Sostenete la pace: tutti speriamo possiate tornare in un mondo normale”. Citazione, non casuale, per l’hit Ordinary World. Nello spottone il tetto richiama il concerto dei Beatles, già emulato dagli U2 (di nuovo a L.A.) nell’87, quando i dublinesi erano i cazzuti portavoce pacifisti del rock. Oggi, semmai, il parallelismo da brividi tra l’Irlanda insanguinata e il conflitto russo-ucraino è in Zombie dei Cranberries ricantato dalle manifestanti arrestate a Mosca; mentre Bono si sta trasformando in una figura da operetta, soprattutto dopo la lettura di una sua poesia da parte della speaker della Camera Nancy Pelosi. In versi che scimmiottano Yeats, il frontman degli U2 vede in Zelensky un nuovo San Patrizio che salverà l’Ucraina. I pernacchi su twitter hanno seppellito la star, con tanto di vecchia foto di un summit Putin-Blair-Vox. Iniziativa bocciata pure da Roger Waters (‘eejits’: slang per ‘idioti’), piuttosto infervorato nelle sue prolusioni anti-guerra. Rispondendo a una fan ucraina il bassista ha lanciato anatemi a Putin, marchiando però Usa e Occidente come ‘falchi criminali’. E non cessano le ostilità striscianti proprio nel campo Pink Floyd: Dave Gilmour ha proibito la vendita sulle piattaforme russe degli album successivi alla rottura con Waters. Perché la pace è un obiettivo comune, ma in casa ci si tirano i dischi.

“La Storia la riscriveranno i vinti”

La serata organizzata dall’associazione dei familiari delle vittime Covid-19 #sereniesempreuniti, in occasione del 18 marzo, della giornata di commemorazione dei nostri morti, è stata “LA” commemorazione, quella reale, concreta, emozionante e rispettosa di quelle vittime.

Si è respirata la dignità e la compostezza dei familiari nel rendere onore ai propri cari ed è risultata palpabile la loro volontà di continuare, con coraggio, a combattere questa battaglia, al solo di far dichiarare la verità di quella che è stata la strage pandemica e che ha portato a tutti strazianti in ogni casa.

La commemorazione dei familiari delle vittime, da due anni ignorati nelle “celebrazioni” istituzionali ufficiali, ha reso evidente, incontrovertibile e incontestabile a tutte le grandi personalità “della società civile”, della società istituzionale e dei media, presenti in un numero molto consistente come ospiti d’onore accanto ed insieme ai familiari, la volontà costante di proseguire in questa battaglia di verità, ma anche di elaborare proposte concrete, per arrivare a scrivere la storia reale di quanto è successo e di quanto sta succedendo, purtroppo, ancora.

Forse, per la prima volta nella storia, la storia la stanno scrivendo coloro che apparentemente sono i vinti, con la certezza che i vinti potranno finalmente, con il supporto che c’è stato dimostrato anche venerdì sera dagli ospiti presenti, di avere anche ragione sull’omertà, sull’oblio e sull’indecenza, che fino ad oggi le istituzioni, che riteniamo responsabili di questa gestione fallimentare sanitaria pandemica, da due anni ci stanno opponendo.

A riprova della mancanza di rispetto verso i propri concittadini.

La semplicità che ha animato la serata di venerdì è una forza dirompente che di certo non potrà mai essere silenziata e che realizzerà concretamente quello che è l’obiettivo di tutta questa battaglia: la verità e la giustizia.

A dispetto dei proclami istituzionali di vicinanza alle famiglie delle vittime che, quasi ad ossimoro, nel rimanere confinati solo alle parole vuote, continuano a togliere dignità alle vittime ed a mancare di rispetto ai familiari.

Un ringraziamento speciale ai familiari che hanno organizzato questa serata emozionante e “piena”, ed agli ospiti presenti – Fatto compreso – che hanno onorato chi ci ha lasciato e chi ancora lotta per loro.

Covid, Pirellone vs familiari: “Cercano capri espiatori”

Dalla prima udienza sono passati nove mesi. Tutti attendevano solo che arrivasse la prossima, fissata per il 31 marzo, a Roma, davanti al giudice della sezione civile Mario Tanferna. Dieci giorni fa la sorpresa per il team legale che, per conto dei familiari delle vittime del Covid, ha intentato la maxi causa civile contro l’allora presidenza del Consiglio, il ministero della Salute e Regione Lombardia. Una “causa dalla portata storica – così preannunciata dagli avvocati coordinati da Consuelo Locati – essendo la prima volta che dei cittadini, oltre 600 familiari, si uniscono e chiamano a rispondere le istituzioni per quello che hanno fatto o, meglio non fatto, e per le conseguenze che abbiamo tristemente pagato per tali omissioni e violazioni di legge”. Bisogna arrivare alla fine delle cento pagine con cui il Pirellone – rappresentato dagli avvocati Piera Pujatti, Sabrina Gallonetto e Alessandra Zimmiti – si è costituito in giudizio “per contestare la fondatezza di tutte le domande formulate nei propri confronti”, e leggere la richiesta di “chiamare in causa, in garanzia, le proprie compagnie di assicurazione al fine di tenere indenne e manlevare la Regione Lombardia”. Tradotto, Fontana&C. mettono le mani avanti. A pagare, nel caso in cui l’amministrazione dovesse essere condannata a riconoscere delle forme di risarcimento ai familiari, saranno, “ciascuno secondo la propria quota, Generali Italia e Unipol Assicurazione in ragione della polizza per responsabilità civile verso terzi (…) e Lloyd’s Insurance Company in ragione della polizza per responsabilità civile patrimoniale”. La responsabilità civile della Regione è tutelata, e il bilancio dell’amministrazione pure (la richiesta di risarcimento danni, nella causa dei familiari, sfiora in totale i 160 milioni di euro).

“Era il 23 dicembre 2020 quando abbiamo depositato presso il Tribunale civile di Roma il nostro primo intervento, a nome di oltre 300 familiari. Oggi – spiega l’avvocata Consuelo Locati – siamo arrivati a rappresentarne il doppio. La chiamata in causa delle compagnie di assicurazione da parte di Regione Lombardia è un dato importante per noi. Perché, evidentemente, l’autoassoluzione proclamata in ogni pagina del documento prodotto non è forse così fondata, come si vuole far trasparire”. E, scorrendo le pagine dell’atto presentato dai legali del Pirellone, la linea di difesa è chiara. E ricalca in parte il “copione” della relazione di maggioranza sulla commissione d’inchiesta sul Covid-19. Un evento – la pandemia – “non previsto, né prevedibile”, e che “si sarebbe ugualmente verificato”, anche e nonostante “le azioni doverose che sarebbero state omesse”. I 35mila morti lombardi (secondo i dati ufficiali Istat almeno 59mila) non sarebbero in alcun modo imputabili alle condotte della Regione sulla mancata zona rossa della val Seriana, sul mancato aggiornamento del piano pandemico regionale o sul caos nella gestione dell’ospedale di Alzano lombardo. Semmai, “all’assenza di protocolli efficaci di cura” (colpa dei medici e degli scienziati), alla “trasmissibilità da parte dei soggetti contagiati ma sintomatici, confermata solo successivamente” (colpa dell’Oms). O, ancora, alla circolare del ministero della Salute del 27 gennaio 2020 che restrinse “il campo dei possibili casi sospetti solo a chi era stato in Cina”. O al governo, che sì adottò un provvedimento – la legge 13/2020 – che prevedeva “che le autorità competenti potessero adottare ogni misura di contenimento del virus, ma tali autorità erano non meglio identificate”. Da parte di Regione Lombardia, insomma, non c’è stata “alcuna responsabilità”.

Scopriamo infine, in barba alle tante inchieste giornalistiche e alle testimonianze, che l’ospedale di Alzano – che al 23 febbraio già contava almeno 100 positivi non diagnosticati, per il super consulente dei pm di Bergamo, il prof. Crisanti – “non è mai rimasto aperto”. Oibò. E non solo. Il paragone con quanto successe a Codogno, ovvero la chiusura del pronto soccorso dopo la scoperta del “caso zero”? “Errato”. Perchè – altra formidabile scoperta – “la chiusura di Codogno tra il 20 e il 21 febbraio 2020 non è stata determinata dalla necessità di limitare i contagi”, ma per “ragioni amministrativo/organizzative: per assenza di personale”.

“Da ultimo – cito testualmente – sia consentito fare riferimento alle parole dell’articolo di Francesco Palazzo (…) in Sistema penale (…): “L’uomo ha sempre avuto paura del male: del male criminale, così come del male naturale, della malattia, o, peggio, delle epidemie. Per placare tale ansia ha fatto sempre ricorso al meccanismo dell’imputazione del male a un soggetto responsabile (…). L’elaborazione della categoria della responsabilità cela un inconsapevole e irresistibile rito sacrificale del capro espiatorio. La civiltà giuridica s’incarica di tenere sotto controllo questa inconscia necessità…”. José Saramago scriveva che “è una vecchia abitudine dell’umanità passare accanto ai morti e non vederli”. Non vederli, è un conto. Insultarli, è un altro.