Terza indagine degli Intrigue, una famiglia di spioni

Il mistero viaggia sempre per posta; se poi la missiva è Un lettera rosso sangue conviene prepararsi al peggio: così si apre il terzo capitolo della saga noir, firmata da Pierdomenico Baccalario e Alessandro Gatti (dai 9 anni in su), sulla famiglia di spie Intrigue, al secolo i coniugi Veena e Laszlo, il fido maggiordomo Thibaut e i tre figli, Zelda, Marcus e Imogen.

Mentre i primi due erano protagonisti di Un enigma blu zaffiro e Un imbroglio nero petrolio, toccherà alla terza, la sorella maggiore, decrittare l’ultimo enigma, grazie alla sua intelligenza matematica, al suo talento pittorico e alla sua vocazione… da popstar. Il mandante – della lettera, e quindi del rompicapo – è un certo Mister Riddles, anonimo e beffardo, che invita l’intera famiglia a un soggiorno in Provenza, sfidandola a risolvere “il mistero entro la mezzanotte. Altrimenti…”.

Gli Intrigue non sono però gli unici ospiti della villa francese; altre spie sono state convocate: il signor Tripp, il primo a sparire inspiegabilmente, Walker, Bell e l’agente Pernychovskaya, “tutti ottimi spettatori e ottimi sospettati”, che hanno pure una cosa in comune… La serata sembra apparecchiata per una macabra “cena con delitto”, in stile “Dieci piccoli indiani” della Christie, ma l’intrigo si scioglie senza spargimenti di sangue, anzi persino con qualche risata.

 

Una lettera rosso sangue

P. Baccalario e A. Gatti

Pagine: 160 Prezzo: 12,9 Editore Il battello a vapore

Il Barocco “indicibile” dell’Umbria

Nessuno come Severo Sarduy ha saputo investigare l’essenza primigenia del barocco. Nel suo illuminante saggio dal titolo Barroco (alla portoghese, dal nome di una perla imperfetta), lo scrittore cubano naturalizzato francese – amico di Foucault, Lacan e Barthes – spiega come all’interno del movimento culturale che ha investito l’Europa del Seicento vibri “uno spazio simbolico”, o meglio “uno spazio cosmologico”, in cui coesistono la figura del cerchio elaborata da Galileo a quella dell’ellisse pensata da Keplero.

Per comprendere le parole di Sarduy, l’estremizzazione da un confine all’altro, da un limite all’altro, del Barocco basta ammirare la mostra Luce Figura Paesaggio – Capolavori del Seicento in Umbria, a cura di Cristina Galassi, nel Complesso monumentale di San Pietro a Perugia.

Le 60 opere presenti si muovono in perfetto bilico tra la monumentalità del cerchio e la classicità dell’ellisse. Da un lato Pietro Berrettini detto Pietro da Cortona fonde il gusto barocco della fastosità delle figure con la levità classicista di un colore più sobrio, e collega le figure divine con uno sfondo bucolico ombroso e sinistro; caratteristiche che riscontriamo anche in San Francesco in estasi sorretto da due angeli e Paesaggio con Gesù Bambino, San Giovannino e gli angeli di Pietro Montanini in cui una natura maestosa avvolge le figure sacre, come pure in Sansone atterra le colonne del tempio di François Perrier, il quale unisce la grandiosità delle architetture alla narrazione mitologica. Fa loro eco, “la pulitezza formale” (così suggerisce la curatrice Galassi) di Gian Domenico Cerrini detto il Cavalier Perugino in Vergine con Bambino, come pure in San Giovanni Battista, Sacra famiglia con Stant’Anna e San Giovannino e Carità romana in cui il pittore perugino impegna soggetti che risplendono in panneggi agitati, in movimento grazie all’uso di colori squillanti. Accanto a lui Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato, e “la purezza indicibile” di Giuditta con la testa di Oloferne o di Santa Barbara, in cui la santa è raffigurata mentre con gli occhi al cielo scruta una presenza divina.

Conclude il viaggio nel Seicento la scuola caravaggesca, la cui lezione di profondo realismo sta tutta nelle gote già imporporate di voglia di Paolo e Francesca di Artemisia Gentileschi; nell’abbraccio ipnotico che allaccia i due giovani, la pittora racconta vivissimamente la vertigine tra esitazione e desiderio dell’amore sensuale.

 

Luce Figura Paesaggio

San Pietro, Perugia, fino al 30 giugno

La filosofia stana tutte le apparenze

La totalità si esprime nell’immediatezza. Nulla che possa essere già conosciuto può farsi ri-conoscere e solo l’espressione, dunque – l’istante nell’immediato, la freccia che scocca dall’arco di un dio – avvia il fondamento della sapienza. L’immediatezza è nell’espressione, è l’oralità pre-alfabetica della misteriosa origine del logos ed è l’insegnamento di Giorgio Colli (Torino, 16 gennaio 1917, San Domenico di Fiesole, 6 gennaio 1979). Filosofo, traduttore dell’Organon di Aristotele e della Critica della Ragion Pura di Immanuel Kant, nonché – consegnandosi alla memoria del mondo intero – curatore con l’allievo Mazzino Montinari dell’edizione critica delle Opere di Friedrich Nietzsche, Colli torna oggi per tramite degli atti di un convegno (Trame nascoste) cui hanno preso parte i suoi autorevoli allievi e studiosi tra i quali Franco Volpi, Carlo Sini, Sossio Giametta e Ferruccio Masini.

Il nostro più grande patrimonio è la filosofia alla radice della quale c’è la stupefacente sapienza greca. La conoscenza, sempre rivolta al discorso – che è lo scorrere delle parole – è coincisa con la vecchia poesia cui Platone con l’invenzione del dialogo ha offerto la navicella per sopravvivere al naufragio (magnifico l’intervento di Sini) verso un mondo nuovo che non sa saziarsi, assoggettati a Socrate, il demoniaco, “colui che ragiona troppo, che pensa troppo, che parla troppo (sebbene sia capace, come si sa, di misteriosi silenzi)”. Giorgio Colli – un profondo conoscitore del mondo greco e, conseguentemente, di Nietzsche – dalla nettezza dell’autenticità rischiara l’oscurità che s’avvolge intorno al dominio delle apparenze e della fallace rappresentazione.

Una rigorosa autenticità teoretica – “il logos autentico non riconosce come suo oggetto l’agire” – che porta a negare qualunque predominio del politico sulla conoscenza che prescinde, come si legge nella relazione di Enrico Piergiacomi, “dall’utilità e cerca al suo posto qualcosa di più essenziale”. L’autore del Dopo Nietzsche fa propria la sentenza Physis kriptesthai philei, ovvero “la natura ama nascondersi” e da qui rinnova la propria fedeltà (lo annota Giuliano Campioni) a “una superiore sfera originaria cui si lega il sapiente per poi riportare la verità agli uomini”. La contemplazione gioiosa dell’esistenza, pur con tutto il suo dolore, è amministrata da Dioniso. Sofocle descrive il dio come il “custode del transito delle parole notturne” e lo sconfinare nella sacralità di soggetti puri, quali sono i filosofi, nell’elaborazione teoretica di Colli rimanda alla perfetta politicità degli oggetti puri, in un agone che “suscita e porta a pieno sviluppo quanto di meglio e di eccellente v’è nella natura dell’uomo”. Un volume prezioso e anche di elegante fattura è Trame nascoste. Due giornate di studi su Giorgio Colli a cento anni dalla nascita. Il libro, con Appunti filosofici 1947 e altri scritti dello stesso Colli, raccoglie l’esito di un convegno a cura di Clemente Tafuri e David Beronio tenuto a Genova il 13 e 14 aprile 2017 nell’ambito di Testimonianze ricerca azioni, un appuntamento del Teatro Akropolis e, siccome risalendo a Dioniso l’approdo è il teatro, una segnalazione a parte la merita, tra le relazioni, quella di Marco Martinelli, drammaturgo, regista e filologo.

Trame nascoste

AA. VV.

Pagine: 726

Prezzo: 35

Editore:
Akropolis Libri

Il giallo ai tempi del populismo: il cattivo è razzista e manipola le masse

Morire in Paradiso, o quasi, con il cielo a “pochi” metri. Nel roseto più alto del mondo, in Val Gardena. La vittima è Anne Rose Werfel, austriaca nemmeno trentenne: tagli alla gola e occhi ancora aperti, precipitata da una torre di avvistamento. L’ispettore capo Lukas Moroder, in servizio a Bolzano, è uno sorta di Yeti cinquantenne tornato nei luoghi d’origine dopo un doloroso vissuto a Roma. Con lui c’è un poliziotto napoletano, Ciro Esposito: “Ispettò l’ultimo cadavere ritrovato era quello di un soldato acciso durante la Grande Guerra, complice lo scioglimento dei ghiacci. Il primo ritrovamento significativo dopo il vecchio Ötzi, l’uomo del Similaun”. Giusto per comprendere la fragile relazione, lassù, tra il delitto e il territorio. Ma Moroder, omonimo del grande Giorgio pioniere della musica elettronica, di cui è grande cultore, forse non aspetta altro. Una vera indagine come ai vecchi tempi. La sua squadra è completata da un romano, Massimo Proietti, e soprattutto da Helga Schneider, magnifica amazzone teutonica segretamente innamorata di lui.

Nato per gioco, La confraternita della rosa nera è il primo giallo di Riccardo De Palo, firma del Messaggero. Un mistero d’alta quota tra Alto Adige, Austria e Foresta Nera tedesca, dove gli omicidi hanno tinte nerissime e gotiche, che risaltano ancora di più tra i panorami fatti di montagne e laghi. La trama è complottista: l’antica setta dei Rosacroce usa un gioco di ruolo, il Blue Whale (gioco dei suicidi) per sacrificare giovani donne. L’obiettivo è scegliere i leader populisti del futuro, per “la presa del potere”. Un complotto per formare le élite sovraniste, che rovescia la vulgata sulle oligarchie anti-populiste.

 

La confraternita della rosa nera

Riccardo De Palo

Pagine: 153

Prezzo: 16,50

Editore: Marsilio

L’omosessualità è “Fuorigioco”

Il calcio è una delle maggiori fonti di battute con doppi sensi tra uomini, la metafora è semplice, la risata diventa risatina di complice accusa; il metro del machismo si nasconde dietro a “palla”, “fallo”, “prendi”, “dai”, “molla”, “stringi”, e tutti gli altri termini che offrono la sponda per demarcare un confine, ma guai a parlare di omosessualità dentro al rettangolo verde: il tabù dei tabù. Il “gioco” crollerebbe. E si finirebbe in Fuorigioco (The pass), il bel dramma portato in scena al Piccolo Eliseo di Roma, con protagonisti due giovani promesse del calcio (Edoardo Purgatori e Miguel Gobbo Diaz), la notte prima del debutto in Champions: quelle ore si tramutano in un confronto con se stessi, le proprie (in)certezze, speranze, sogni, desideri, paure di affrontare l’ignoto dentro di sé. Quella notte è il confine, è il compromesso con la vita successiva, fino a quando l’ignoto si presenta davanti ai due e decide di ribaltare i ruoli anche attraverso una imprevedibile lei (interpretata da Giorgia Salari) e un cameriere incappato nella dinamica (Gianluca Macrì).

Buona la regia, calibrati i dialoghi (mai banali, ma neanche troppo complessi vista l’età dei protagonisti-calciatori), attori a proprio agio, tanto da non dover relegare il dramma a mero esercizio di denuncia, perché funziona oltre il giusto messaggio sociale.

Roma, Piccolo Eliseo, fino al 17 febbraio

Fuorigioco

Di John Donnelly Regia di Maurizio Mario Pepe

Alessandro Gassmann ora rincorre i dinosauri

Gianni Amelio inizierà a girare in primavera in Tunisia Hammamet, un film incentrato sugli ultimi due anni di vita di Bettino Craxi prodotto da Pepito Produzioni e Rai Cinema e interpretato da Pierfrancesco Favino nel ruolo del protagonista oltre che da Claudia Gerini, Renato Carpentieri e Omero Antonutti.

A 15 anni dal film Passato prossimo Paola Cortellesi tornerà a essere diretta da Maria Sole Tognazzi in una serie Sky prodotta da Cattleya ambientata a Genova e dedicata al personaggio letterario di Petra Delicado, l’ispettore della polizia di Barcellona in cui convivono durezza e morbidezza, determinazione e ideali democratici reso celebre dai libri della scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett e da 13 puntate andate in onda su Telecinco a fine anni 90 con Ana Belén protagonista.

Alessandro Gassmann sta per interpretare con Isabella Ragonese e la spagnola Rossy De Palma, Mio fratello rincorre i dinosauri, trasposizione per il cinema del libro omonimo di Giacomo Mazzariol sceneggiata da Fabio Bonifacci e da Stefano Cipani per Paco Cinematografica e Neo Art Producciones. Da aprile in poi Gassmann reciterà anche nella serie tv Tutto un altro mondo – A testa alta diretta da Gianluca Maria Tavarelli per Publispei e Rai Fiction.

La sempre più contesa Keira Knightley, dopo essere stata una donna che prova ad aiutare un bambino senza casa in Berlin, I Love You, ha interpretato con Alexander Skarsgard e Jason Clarke l’imminente La conseguenza di James Kent, storia di passioni e tradimenti ambientata ad Amburgo nel 1946, e Misbehaviour di Philippa Lowthorpe incentrato sul boicottaggio di Miss Mondo in diretta tv organizzato a Londra nel 1970 dal Women’s Liberation Movement.

Una Berlinale di quote rosa e operette morali – 69ª edizione

Se il nemico è in casa, ed è un marito poliziotto che picchia moglie e figli, la salvezza va cercata altrove. Perché là fuori esistono degli sconosciuti che, altrettanto disperati, conoscono la pietas e la esprimono in gentilezza. Con il film in concorso The Kindness of Strangers della danese Lone Scherfig in apertura della 69esima Berlinale lo slogan voluto dal direttore artistico uscente Dieter Kosslick entra subito nel vivo: “Il privato è politica” e non ci sono più scuse per l’indifferenza. Saranno dunque gli ultimi a salvare i primi, anche mettendoli in galera quando serve, con buona pace di un vangelo che da due millenni lo va predicando.

Operetta morale di una correttezza ai limiti dell’imbarazzo – non ci sono vie di mezzo fra buoni e cattivi – quella proposta dalla regista di Copenhagen alla sua quinta Berlinale (fra i suoi precedenti Italian for Beginners, Wilbur Wants to Kill Himself, An Education…) fa prevalere il contenuto sulla forma, esibendo un richiamo alla redenzione che non lascia spazio ai dubbi, alle zone grigie di un’umanità felicemente peccatrice. D’altra parte l’emergenza di un ritorno ai valori solidali è già insita nel pronto soccorso dove lavora l’eroica infermiera Alice (Andrea Riseborough) che si divide fra le corsie e la parrocchia dove offre zuppe calde e gruppi di sostegno ad affamati, homeless ed emarginati nel cuore di una New York trumpista e glaciale. È qui e nel ristorante russo Winter Palace (scacco matto di Putin al collega americano!) che trovano rifugio gli “strangers” del film, al cui centro è la fuga della giovane Clara (Zoe Kazan) dal marito di cui sopra. Se la critica socio-politica è indiscutibilmente giusta, il cinema di cui si fa portavoce The Kindness of Strangers è fragile ma tant’è, Kosslick ha preferito il messaggio forte, chiaro e – non per ultimo – femminile.

Perché Berlinale 2019 si presenta anche come una gran kermesse in rosa: 7 (apertura inclusa) dei 17 titoli in concorso sono diretti da registe (il 50/50 sta avvicinandosi..), la presidenza della giuria affidata a Juliette Binoche e l’Orso d’oro alla carriera destinato alla grande attrice britannica Charlotte Rampling. E non solo. La maggioranza dei ruoli protagonisti dei titoli in selezione ufficiale è femminile: la speranza è che ogni legittimo sforzo di parità di gender sia accompagnato dalla qualità.

E l’Italia? È presente in uno squadrone di cinque film di cui il portabandiera (La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi dall’omonimo romanzo di Saviano) è in corsa per l’Orso d’oro mentre gli altri quattro si sfideranno fra Panorama e Panorama Dokumente. L’indiscutibile abbondanza in tricolore sembra l’anticamera di benvenuto al prossimo direttore artistico, il valdostano Carlo Chatrian, che assumerà la guida lasciata dal 71enne Kosslick con una 70esima Berlinale tutta da celebrare e in parte da (re)inventare.

Sette (buoni) motivi per dire che Sanremo è una ciofeca

Con una discreta supercazzola l’ufficio stampa del Festival di Sanremo ci fa sapere che “la seconda puntata ha il dato più alto tra le seconde puntate dopo la seconda puntata del 2013”. E fa venire in mente subito quel “Ho l’orgoglio di lasciare un giornale che ha ritrovato un’identità, la discesa delle copie si è dimezzata: era al 14 ora è sotto il 7” di Mario Calabresi nell’annunciare l’addio a Repubblica. Tranquilli, ho perso meno copie degli altri. Se in politica conta il tema “sicurezza”, a Sanremo conta il tema “rassicurazioni”. Tranquilli, gli ascolti vanno quasi bene come nel 2013. Tranquilli, questo Festival è una ciofeca, ma non diamo fastidio a nessuno. Tranquilli c’è un conduttore di sinistra con un autore di sinistra ma gli facciamo fare le pernacchie. Tranquilli c’è una comica di razza ma le facciamo fare il musical e la vestiamo come un’erede alla corona inglese anziché come l’erede della Marchesini, ma va tutto bene. Gli ascolti sono buoni, che problema c’è? E invece i problemi in questo Festival sono infiniti.

1) Non si capisce perché quest’anno, alla conduzione, ci sia stata l’epurazione dei conduttori. Claudio Baglioni e Virginia Raffaele non sono conduttori. Claudio Bisio si è ritagliato una parentesi a Zelig, ma è un attore. Al Prima Festival i conduttori sono due attori, al Dopofestival i conduttori sono due attori e quindi già abbiamo Rocco Papaleo, Simone Montedoro, Anna Ferzetti e Anna Foglietta, manca solo Anna Pannocchia e siamo in un film di Maccio Capatonda, più tal Melissa Marchetto per la quale si scomoda la stessa domanda che si scomoda per l’insalata che appare sulla tavola della vigilia di Natale: ma quella lì chi ce l’ha messa? Chissà perché, in compenso, una Vanessa Incontrada se ne deve stare a casa o sempre in Rai, ma a fare l’attrice. Bah.

2) C’è un problema di ruoli. Claudio Baglioni è un’ottima spalla, si fa dare del vecchio rincoglionito (che non è) da chiunque salga sul palco con un’autoironia commovente. Ma come conduttore meglio entrare bendati a TeleNorba e indicare qualcuno a caso. Claudio Bisio, noto per avere un ego la cui capitale è tutta l’Asia Centrale, non trova un’identità. Troppo poco Carlo Conti per rassicurare, troppo democristiano per essere di rottura, troppo primadonna per mettersi al servizio della Raffaele. Insieme non funzionano al punto dopo due sere mi è presa una violenta nostalgia dei video di coppia Giachetti/Ascani per le primarie del Pd.

3) Virginia Raffaele, a furia di imitare Belen, ha desiderato essere Belen per cinque giorni della sua vita. Sia chiaro, a Virginia Raffaele perdoneremmo pure la tessera di Forza Nuova, ma la sensazione è che lei di Sanremo potesse farne a meno. Tra tutte le maschere che sa indossare, cambiare, deformare, quella della conduttrice è quella meno riuscita. Non è la top model sconosciuta di cui commentare trucco e parrucco, non è il personaggio nazionalpopolare di cui mia nonna si ricorda il nome perché l’ha vista sulla copertina di Dipiù. Forse voleva togliere cerone e maschere di silicone per essere riconosciuta finalmente al bar, ma quello è destino di tanti. Nascere comici di razza è destino di pochi. Lo capirà.

4) Il Dopofestival, senza conduttori, senza idee, senza critici tv che non siano a libro paga della De Filippi è diventato una rottura di coglioni siderale. Ed è un peccato perché era la costola felice e dissacrante del lungo cerimoniale che la precede. Era pop, ora è il circoletto (aiutatemi a trovare un sinonimo di radical chic) del cinema fighetto italiano. Sembra incredibile ma è diventata più pop Sky con i Matano, le Pellegrini, i Fedez, le Maionchi, che la Rai con i Favino e le Anna Foglietta.

5) Se i cantanti italiani non vogliono più fare la gara per non trovarsi a competere con Pupo ed Emanuele Filiberto (e li capisco) non è che poi pur di averli a Sanremo li si possa promuovere a super ospiti. Se Mengoni e la Amoroso dicono no, chiami Lady Gaga e Rita Ora, non è che ri-etichetti i due italiani e li chiami “super ospiti” come fossero la carne nel banco frigo.

6) Se si vuole avere un’idea precisa del problema della sinistra attuale, quello che sta accadendo sul palco di Sanremo è una discreta fotografia della situazione. Claudio Bisio, uno che viene da Avanguardia operaia, dal Leoncavallo, uno che ha Michele Serra come autore, usa quel palcoscenico per sketch con le pernacchie, per un balletto con la Hunziker, per cantare La vecchia fattoria. L’unico momento di dura contestazione, di resistenza politica è quello nei confronti di due pesci grossi nel panorama politico attuale: due hater di Twitter. Legge i loro tweet, fa la ramanzina e il governo trema. Poi arrivano Pio e Amedeo direttamente dai Villaggi Valtur e tirano stoccate a Salvini, Berlusconi, Celentano, Pier Silvio Berlusconi, Mina, Pippo Baudo e l’italiano evasore. Diventano eroi decorati al valor civile. Pio e Amedeo. Mentre Michele Serra prepara i prossimi sketch al vetriolo sul traffico nelle ore di punta e sulle madri che ti fanno mettere le pattine quando entri in casa.

7) E fu così che per il primo anno nella storia, le canzoni del Festival divennero l’ultimo dei problemi.

Un trio così vecchio che se fosse vivo. Claudio Villa sembrerebbe Iggy Pop

Mario Calabresi che se ne va, Fazio & Augias che giocano ai martiri. Son tempi duri per Repubblica e, conseguentemente, per la libertà (che come noto coincide con il Gruppo Espresso). Mancava solo Michele Serra, che sperava di attirare più attenzione col suo monologo (carino, ma moscio) scritto per Claudio Bisio. Invece è stato surclassato da Pio e Amedeo. Son lontani i tempi in cui Serra sbancava l’Ariston nel 1989 vergando i testi per Beppe Grillo. Ieri ho parlato delle canzoni migliori del Festival. E le peggiori? Per molti è Achille Lauro, in questi giorni a metà strada tra l’esaltazione a casaccio e la fucilazione preventiva. In realtà la sua canzone è meno orrida della sua media (infima) e una sua efficacia ce l’ha. Certo è emblematico come oggi possa sembrare “ribelle” uno che, per elemosinare un po’ di fama, sale sul palco più nazionalpopolare d’Italia (e questo può starci) oppure litiga a Pechino Express con Antonella Elia (e questo ci sta molto meno). Nei bassifondi della classifica ci sono gli “indipendenti di professione” tipo Motta, Ex-Otago e Zen Circus: è chiaro che sono molto meglio di Einar, ma è un po’ poco per gridare al miracolo. Ancor più per chi ricorda che, un tempo neanche troppo lontano, la scena “indie” voleva dire CSI, Afterhours, Marlene Kuntz, Scisma, Estra e mille altri. State però tranquilli: c’è di peggio. Tipo Il volo, un trio così musicalmente vecchio che se fosse ancora vivo Claudio Villa sembrerebbe Iggy Pop. Parafrasando l’epica pagina Facebook “Musicademmerda”, quando pensate di avere un lavoro frustrante ricordatevi sempre che c’è gente che sta peggio: c’è, per esempio, chi fa il fonico del Volo. O di Federica Carta e Shade, che cantano Senza farlo apposta: in tutti i sensi, però. Anna Tatangelo non pervenuta, come pure gli iper-evanescenti Irama, Einar, Nigiotti e Ghemon. Affascinante anche il reggae salentino dei Boombadash, che fa venire una voglia insopprimibile di bombardare a tappeto la Giamaica. Peraltro senza colpe.

Il Festival sotto l’ipnosi di Salvini (e della noia)

Dopo lungo meditare riusciamo finalmente a dare un significato all’espressione “sovranismo psichico”, evocata dall’ultimo rapporto Censis sull’Italia, che a prima vista ci era sembrata un po’ una cazzata ma non avevamo ancora visto il Festival. Tre giorni sono passati e possiamo dirlo: questo Sanremo 69 è un caso di ipnosi collettiva. Si parla di Matteo Salvini da mane a sera, dalla conferenza stampa del mattino al palco della puntata: è lui che detta l’agenda (e la scaletta) sia che lo si voglia adulare, sia che lo si voglia criticare. L’effetto di questa epidemia è un po’ comico, e non solo nei casi di servitù volontaria (un grande classico dei corridoi Rai). Quel che resta della satira si concentra su di lui: il monologo di Bisio la prima sera, che incrociava i versi delle canzoni di Baglioni con la questione degli sbarchi, era così gentile e sfumato che nemmeno i fedelissimi sono riusciti a definirlo attacco. La seconda puntata Michelle Hunziker e il medesimo Bisio hanno cantato una vecchia canzone di Rocco Tanica, La Lega dell’amore (esibizione che ha scomodato persin l’Ufficio legale della Rai, perché i vertici di Rete non erano sicuri che fosse in regola con la par condicio delle elezioni in Abruzzo. Poveri noi). E ancora il numero di Pio e Amedeo con Baglioni per metà era dedicato al vicepremier: “Claudio, nel tuo spettacolo di qualche tempo fa come ti chiamavi? Colonnello? Maresciallo? No, eri capitano coraggioso, come quello là. Nello spot di Sanremo eri vestito da vigile, con la divisa. Strizzi l’occhio. Dilla tutta, che così il Festival l’anno prossimo lo facciamo al 100%. Prima chi?”. “Prima gli italiani”.

Nel punto stampa al Roof, l’ombra del vicepremier aleggia in metà delle risposte, nell’altra metà Salvini è citato in chiaro. Affermazioni che innescano reazioni a strascico, come quando Bisio gli ha fatto la dichiarazione d’amore: “Matteo è spiritoso, Matteo è molto carino”. Bisio era molto nervoso, al debutto, avvertiva “le pressioni”. “Non volevo pestare merde”, ha detto spiegando perché in puntata aveva chiesto al “mondo Rai di chiudere le polemiche”. Un clima di tensione (e questo è innegabile), accusa il dem Anzaldi. “Basta rileggere le numerose dichiarazioni del ministro dell’Interno nelle ultime settimane, condite di avvertimenti più o meno velati, per capire perché Bisio si sia autocensurato”. Ieri il comico, per la seconda volta, ha letto i tweet degli haters (stavolta senza citare i cognomi, per fortuna). Hanno scoperto che nell’Internet la gente si comporta male. E siccome Salvini mercoledì sera ha postato un’immagine che lo ritraeva davanti alla tv dove campeggiavano Pio e Amedeo (con il commento “evviva #Sanremo”), ieri il povero Baglioni ha dovuto rispondere a una domanda sulla fine delle ostilità. Tra lui e Salvini: “Da parte mia non c’è mai stata alcuna guerra. Sono felice che ci sia un telespettatore così illustre che guarda il Festival”. Ovviamente il vicepremier, che non è per niente narciso, ha preso tutte queste palle al balzo: “Ieri mattina mi sono svegliato a Siena, sono andato a Terni poi a Roma e dopo all’Aquila. Arrivo in camera a mezzanotte, accendo la tv proprio mentre a Sanremo stavano parlando di chi? Di Salvini. Tra l’altro sono stonato come una campana”. L’ultimo comizio, ieri a Pescara, l’ha chiuso sulle note di note di Questo piccolo grande amore, annunciando anche che fa il tifo per i ragazzi abruzzesi del Volo (un uomo che non teme il kitsch).

Il presidente della Rai Foa, in partenza per la Riviera, loda gli ascolti (anche per la seconda serata sono in linea con quelli 2018) e invita (probabilmente invano) a non caricare troppo il Festival di significati altri: “Sanremo non è una tribuna politica. Tendiamo a politicizzare tutto ma ci sono momenti in cui la gente vuole semplicemente ascoltare le canzoni e divertirsi”.

E mentre infuria la polemica con tanto di ritiro dell’ambasciatore tra Italia e Francia a causa dell’incontro di Luigi Di Maio con una delegazione di Gilet gialli, altri Gilet gialli sono attesi a Sanremo nel pomeriggio di oggi “per dimostrare che il contatto tra Di Maio con la lista di Ingrid Levavasseur non è rappresentativo del movimento”, spiega su Facebook Maxime Nicolle, uno dei leader. Forse però qui si continuerà a parlare di Salvini. Non temono la noia. O è solo assenza di autonomia intellettuale?