Padre Dall’Oglio “scudo” del Califfo, i curdi negano

La speranza che padre Paolo Dall’Oglio sia ancora vivo, prigioniero dell’Isis nel sud-est della Siria al confine con l’Iraq dove resiste l’ultima sacca dello Stato Islamico, è tramontata nel giro di mezza giornata. Lo scoop diffuso ieri dal Times di Londra secondo cui il gesuita italiano rapito nel 2013 mentre si trovava a Raqqa, sarebbe, assieme al giornalista inglese John Cantlie, oggetto di una trattativa tra l’Isis e la milizia curdo siriana delle Unità di Protezione Popolare,Ypg – a capo delle Syrian Democratic Forces ancora impegnate a combattere contro l’ultimo gruppo rimasto in Siria del Califfo Al Baghdadi – è stato smentito. Il portavoce dello Ypg, Gabriel Kino, ha spiegato al Fatto: “La notizia è infondata e non ci sono scambi in vista tra prigionieri dell’Isis e quelli catturati da noi, Le ultime notizie del religioso risalgono a 4 anni fa”. Anche il portavoce delle Forze democratiche siriane (Sdf, l’alleanza militare curdo araba sostenuta dagli Stati Uniti) Mustafa Ali, raggiunto telefonicamente dall’Ansa, ha negato questo scenario: “Le forze curdo-siriane non stanno negoziando alcuna resa dell’Isis nel sud-est della Siria, ma continuano a combattere sul fronte”.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha smentito la notizia secondo cui sarebbe in corso una trattativa per la liberazione di padre Dall’Oglio e del giornalista britannico in cambio di un salvacondotto verso una zona sicura per i restanti miliziani dello Stato Islamico e i loro familiari. Anche gli attivisti dell’Osservatorio ricordano che le ultime notizie del religioso risalgono al 2015 quando avevano ottenuto informazioni da un ex membro dell’Isis, che aveva sostenuto di aver visto con i propri occhi il gesuita italiano in un carcere controllato dal battaglione uzbeko del gruppo jihadista a ovest della città di al-Tabqah nella periferia di Raqqa.

“Spero che sia vivo e che stia bene ma è davvero difficile credere a questa notizia”, ha commentato con l’agenzia Aki-Adnkronos International l’attivista Hussam Eesa, fondatore del gruppo Raqqa viene massacrata silenziosamente, per poi aggiungere che gli spazi di operatività dell’Isis in Siria sono ormai ridottissimi: “Non c’è spazio per le famiglie dei jihadisti, come possono allora avere degli ostaggi?”.

Secondo il Times c’è anche una donna prigioniera dell’Isis. Si tratterebbe di un’infermiera della Croce Rossa dalla Nuova Zelanda. Nell’articolo del giornale britannico vengono citate fonti curde anonime. Queste hanno riferito all’autore di avere catturato alcuni miliziani dell’Isis mentre tentavano di fuggire dall’assedio della città di Foqani Baghuz. Durante gli interrogatori i prigionieri avrebbero confessato che i tre occidentali sono ancora nelle mani dell’Isis. Il Times però ha anche sottolineato che le informazioni sugli ostaggi potrebbe essere solo una tattica negoziale dato che 500 membri dell’Isis, tra cui numerosi foreign fighters, stanno provando a patteggiare con i curdi la loro fuoriuscita verso un’area del deserto controllata da alleati ll’Isis al di là dell’Eufrate. L’altro ieri il governo britannico aveva fatto sapere che Cantlie potrebbe essere ancora vivo e nelle mani dei jihadisti: il viceministro della Sicurezza britannico Ben Wallace ne aveva parlato con la stampa, senza fornire ulteriori dettagli. “Queste sono le figure ideali per Isis da usare nella loro negoziazione per un corridoio sicuro di fuga”, ha detto un funzionario curdo ribadendo di non avere nessuna prova. Il Vaticano non commenta e si associa alle parole di speranza del nunzio in Siria, il cardinale Mario Zenari, che ha detto che sul sequestro del gesuita nulla è da escludere. Anche il ministero degli Esteri italiano non si sbottona: “Manteniamo il riserbo ma possiamo dire che l’Italia non ha mai lasciato indietro nessuno e ha sempre seguito ogni caso con la massima attenzione”, assicura il sottosegretario Guglielmo Picchi.

Aiuti umanitari ancora fermi alla frontiera con la Colombia

Più che le armi, per risolvere la crisi del Venezuela è necessario il dialogo. Lo ha detto ieri l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, ieri a Montevideo all’apertura dell’incontro del gruppo di contatto internazionale: “L’obiettivo di questo gruppo di contatto non è imporre processi o soluzioni ai venezuelani. È chiaro che la soluzione alla crisi deve arrivare dal popolo del Venezuela. L’obiettivo non è neppure stabilire una negoziazione diretta, ma crediamo che un’iniziativa internazionale sia importante per accompagnare una uscita pacifica e democratica dall’attuale crisi, attraverso elezioni presidenziali libere, trasparenti e credibili”. All’iniziativa prendono parte rappresentanti di Regno Unito, Germania, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Francia e Svezia assieme a quelli di altri cinque Paesi dell’America Latina: Bolivia, Messico, Costa Rica, Uruguay ed Ecuador.

Resta il problema degli aiuti umanitari bloccati alla frontiera: “Facciamo appello a tutte le autorità perché ascoltino la voce del popolo, che sta chiedendo l’arrivo degli aiuti e la necessità di un cambiamento” ha detto mons. Mario del Valle Moronta Rodríguez, vescovo di San Cristóbal, il cui territorio si trova proprio al confine con la Colombia. Si tratta della diocesi immediatamente interessata all’arrivo degli aiuti internazionali che sono giunti in questi giorni al centro allestito in Colombia, nella città di Cúcuta, posta proprio alla frontiera con il Venezuela. Gli aiuti dovrebbero passare per il nuovo ponte internazionale di Tienditas, pronto da anni e mai inaugurato. Ma l’esercito venezuelano ha sistemato alcuni container e rimorchi come blocchi.

Anche la Caritas spinge affinché si apra un corridoio umanitario per portare aiuti alla popolazione, iniziativa che Maduro invece legge come un tentativo di preparare un intervento militare contro di lui.

“Anche i Gilet gialli possono far parte di The Movement”

Èl’uomo di Bannon in Europa, “direttore esecutivo”, precisa lui, di The Movement, la “cosa” sovranista che nasce dall’incontro tra populisti del Vecchio continente e l’esperienza politica dell’ex stratega di Donald Trump.

Mischaël Modrikamen, 52 anni, avvocato, non piace a tutti così come il suo movimento. L’alleanza euroscettica di cui fanno parte sia il partito di Le Pen che quello di Salvini, ha preso apertamente le distanze, forse temendo un’invasione di campo.

Il legale belga però va avanti. Ha appena incassato l’adesione del figlio del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, e prepara il primo meeting di leader sovranisti e populisti per il mese di marzo (“ma non posso ancora rivelare ancora chi ci sarà”). Con il pensiero rivolto alle elezioni europee di maggio e un possibile exploit delle forze euroscettiche.

Mettere insieme i sovranisti, che per definizione vogliono meno Europa e più potere agli Stati: non le sembra una grande contraddizione?

Ma i problemi che abbiamo sono gli stessi. Partiamo da un dato: tutti noi sovranisti e populisti siamo i rappresentanti dell’uomo della strada. Al tempo stesso siamo tutti sotto attacco. Abbiamo non solo l’opposizione di tutti media mainstream ma anche della giustizia e dell’Amministrazione degli Stati che ci mettono continuamente i bastoni tra le ruote. Come i nostri avversari sono uniti globalmente, chiedendo l’istituzione di un governo mondiale, e predicano le frontiere aperte, così noi dobbiamo essere uniti da un’agenda opposta a quella dei progressisti.

Come definirebbe The Movement?

Il primo club di leader populisti a livello non solo europeo ma mondiale. Mi piace chiamarlo un’internazionale dei popoli. Riunisce tutti quelli che concordano su una serie di valori: più sovranità per gli Stati, rispetto delle frontiere, contrasto all’immigrazione eccessiva e opposizione all’Islam radicale.

Quindi non è un partito. Ma a livello operativo, come agisce The Movement?

Ci opponiamo alla visione globalista che ha prodotto le istituzioni internazionali, dall’Onu all’Unione europea. Noi sovranisti siamo finora dispersi nei nostri Paesi. Invece bisogna sostenersi a vicenda. Lo possiamo fare attraverso delle assemblee strategiche, o su temi sociali.

I soci di questo club da lei diretto hanno in programma la distruzione dell’Unione europea?

Vogliamo un’Europa radicalmente diversa, che abbia competenze limitate e che sia realmente democratica. Attualmente l’Ue prende circa l’80% del potere, lasciando solo il 20% alle nazioni. Questo rapporto si dovrebbe invertire, con il 20% a Bruxelles, restituendo così la sovranità alle nazioni europee. L’Europa potrebbe magari mantenere competenza sulla sicurezza esterna e le frontiere. Sono sicuro che in un’Europa con un bilancio di poteri invertito come quello che ho descritto, un eventuale presidente eletto dal popolo sarebbe sovranista: l’Europa è matura per il suo Trump.

Lei conosce Matteo Salvini?

Con Steve Bannon lo abbiamo incontrato a Roma lo scorso autunno e spero che sarà al nostro summit di marzo. Ammiro molto Salvini: è la dimostrazione che il populismo può essere anche d’azione e può fare molto contro l’immigrazione irregolare.

Che idea si è fatto del M5S?

So che in Italia state sperimentando l’unione tra populismo di destra e di sinistra, anche se il M5S non viene da una cultura tradizionale della sinistra, contrariamente a Mélenchon in Francia, ad esempio.

Saprà anche che gli esponenti pentastellati hanno avuto un incontro con uno dei leader dei Gilet gialli. Come giudica la rivolta in corso in Francia contro il presidente Macron?

Ogni Paese ha la sua espressione specifica del populismo, e i Gilet sono quello che i Tea Party sono stati per il Partito Repubblicano negli Usa. Se volessero aderire a The Movement, perché no? L’unico problema è che la cosa mi sembra difficile perché si tratta di un movimento non organizzato e privo di un leader che li rappresenti.

Il sindacato torna in piazza: la notizia è buona per tutti

Si possono fare tutti i distinguo che si vogliono, ma che il sindacato torni a manifestare è una buona notizia. Perché scendere in piazza, protestare, scioperare se è il caso, e poi ottenere risultati è esattamente il mestiere del sindacato. Se c’è un appunto che si può fare al sindacalismo confederale è di averlo fatto a volte poco, a volte male, a volte in chiave pregiudiziale: cioè per decisione politica, contro la destra e, poi, di fronte a politiche analoghe, graziando la sinistra al governo. L’assenza di iniziativa efficace contro la “riforma Fornero” parla chiaro.

Se c’è, però, una cosa che non si può rimproverare alla Cgil e alla Uil – la Cisl si sfilò – è quella di non aver manifestato quando al governo c’era il Pd. La manifestazione nazionale del 25 ottobre 2014 e poi lo sciopero generale del 12 dicembre segnarono un punto di svolta in particolare per il sindacato “rosso” che, rompendo il cordone ombelicale con il partito di riferimento, all’epoca guidato da Matteo Renzi, imboccò allora la strada che ha portato alla segreteria di Maurizio Landini. Se ha scioperato contro il Pd la Cgil può benissimo manifestare contro il governo Lega-M5S.

La condizione che si può chiedere ai sindacati – da parte dei lavoratori, non certo da parte del governo – è però che siano chiare le parole d’ordine e chiari gli obiettivi. Siamo in una fase in cui, infatti, è bene che le forze in campo siano limpide e trasparenti e giochino una partita che rimobiliti la società, faccia crescere la partecipazione e alimenti un dibattito sano. E questo è possibile se le rivendicazioni non siano generiche e urlate, ma facciano parte di un preciso disegno di cambiamento.

Ieri il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo (noto ai lettori per vicende che con il sindacato non hanno nulla a che fare) ha dichiarato che la manifestazione “non è contro il governo” ma si fa per “cambiare di più”. Affermazione solo in parte vera, perché sul terreno delle politiche migratorie Landini ha già dichiarato più volte che la Cgil intende opporsi apertamente alla strategia del ministro Matteo Salvini. Un comportamento logico per un sindacato che ha i riferimenti culturali e politici come la Cgil. Semmai, stupisce che non lo abbia fatto prima, almeno con la forza che ci sta mettendo Landini.

Se si manifesta per “chiedere di più”, allora, occorre ascoltare nei comizi e nelle piazze parole chiare sulle pensioni, sul salario, sull’orario di lavoro e anche sul reddito di cittadinanza. Se si contrasta quello proposto dall’attuale governo occorre spiegare bene cosa si chiede e capire se si appoggia la tesi “lavorista” che aggancia sempre e comunque un reddito al lavoro, purché sia, o se invece si considera, e come, con quali risorse, un sostegno sociale per chi il lavoro – vero e dignitoso – non lo trova.

Dal lato del governo, invece, sarebbe meglio dismettere quel nervosismo che in passato ha caratterizzato la premiership di Renzi. A un sindacato che manifesta, a dei lavoratori che sacrificano una giornata del loro tempo – a oggi si stimano almeno 100 mila partecipanti – non si dice che verranno in piazza “per un biglietto pagato e un pranzo offerto” come ha fatto l’europarlamentare M5S, Ignazio Corrao. Meglio approfittare di una occasione di dialettica sociale – di cui si sentiva la mancanza – per discutere nel merito dei temi, manifestare le proprie ragioni e, come sempre, giocarsela di fronte al mondo del lavoro. Chi ha interesse a migliorare davvero le condizioni di chi, per vivere, ha bisogno di lavorare, non può che ritrovarsi dalla stessa parte.

Il Tav è un buco travestito da piramide

Caro direttore, esistono livelli di simbolicità totemica così elevati, da condizionare la curvatura del cosmo mediatico. Nulla è più vero o falso, quando si parla della/del Tav. Un genere sicuro non esiste neppure per la piramide più grande di tutte, quella invisibile. Il Dio di tutti i talk show deve per forza sottomettersi a quello dell’avidità umana.Cara Enza, per trent’anni il motto del tradimento della sinistra è stato TINA, “There is no alternative”. Vogliamo ricominciare sostenendo che davvero a Conte (quello che bisbiglia alla Merkel) o a Di Maio (quello del condono di Ischia) non ci sia alternativa? L’alternativa si costruisce innanzitutto con la critica, le idee, le visioni alternative. Ho provato a spiegare perché il reddito gialloverde non cambia paradigma rispetto alle misure assistenziali degli ultimi governi. È migliore perché più ampia, ma non ha l’ambizione di costruire un’alternativa allo stato delle cose. Migliora il sistema, non è antisistema. Se benaltrismo vuol dire che ci vuole ben altro che un assistenzialismo succube del brutalismo fascistoide di Salvini per parlare di sinistra, allora sono benaltrista convinto.
La sinistra che oggi c’è, quella delle associazioni che combattono ogni giorno la povertà, propone un’altra cosa, un vero reddito di base fattibile anche subito (basterebbe tagliare un po’ di spesa militare, e introdurre una vera progressività fiscale, con patrimoniale). Servirebbe a co

Questo governo è importante perchè il valore in peso, spinta necessaria o potenziale inquinante, i costi in moneta e quelli sociali (delirio collettivo) dell’oggetto della contesa hanno superato la soglia dell’araba fenice: neppure costruita e già sorge dalle sue ceneri. In un clima come questo, l’umanità non ha mai saputo fermarsi: l’uomo, di fronte a una cazzata di dimensioni infinite, perde l’identità. Persone all’apparenza serie, che non comprerebbero neppure un gratta e vinci, sostengono che, se in gioco ci sono decine di miliardi, allora è la scommessa per il futuro che conta. Ma quale stima dei possibili benefici è mai possibile per un’opera di tale monumentalità? È come se qualcosa di superomistico ci dicesse: ehi ragazzi, questa è una piramide, portate rispetto! Non si fanno i conti sull’Expo oppure sul Mose, vergognatevi!!! Salvini, lo sceriffo, dice che si può rivedere il progetto (…), il governo non si spaccherà su una cosa del genere. Migliaia di passatelle invadono le piazze a Torino, come api pacchiane, sostenendo che essere “sì Tav” vuol dire credere nel progresso, nella crescita. Secondo me è inutile e costa più del reddito di cittadinanza, ma… cosa mi viene in mente! Come oso mettere sullo stesso piano un enorme, lunghissimo buco nella montagna, una piramide insomma, con una misura per riportare ai limiti della decenza la società? Una discussione sul/sulla Tav non si nega a nessuno ed è obbligatoria per tutti, cessi e salotti. Oramai il seme della discordia è nel mainstream e vengono coinvolti dotti, medici e sapienti di ogni provenienza sino a ottenere idiozie quasi perfette, staminali. Questo significa che l’opera non è più concepibile dalla mente e la mente non riguarda. Il suo potenziale distruttivo sull’ambiente e i suoi costi sono sviliti a quisquilie perché, parlando di piramidi, non è necessario che nulla abbia un senso. È un braccio di ferro fra tutti con tutti, perché nessuno sente che la questione lo riguarda per davvero, è solo la linea di separazione fra civiltà e caos, che cazzo ce ne frega. Il futuro non è la globalizzazione, la scomparsa del lavoro umano, l’intelligenza artificiale… no: buco sì e buco no. Forse perché è un linguaggio universale che ci unisce ad Adamo ed Eva, buco sì e buco no… No, su questo muro vale la pena di sbattere: se è possibile andare su Marte, è anche possibile sapere se ci sarà o meno un vantaggio: il/la Tav non dovrà rimanere un bluff non visto nelle mani di nessuno, vale la pena tornare all’età della pietra; perché non c’è neppure un millesimo di metafora in questa faccenda, è stramaledetta realtà.

A Caracas è in ballo il futuro del mondo

Nella vicenda venezuelana dove i principali Paesi europei (ad eccezione del governo italiano nella sua versione 5Stelle – il muscolare Salvini, dopo tutte le sue smancerie con Putin, ha provveduto subito ad allinearsi ai voleri americani, ubi maior minor cessat) hanno preso partito per Guaidó, l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, sia pure ad interim, è a dir poco curiosa la posizione della Spagna, fra i più accesi sostenitori di Guaidó. Non più di un anno e mezzo fa il governo spagnolo, appellandosi alla Costituzione, come in Venezuela fa Maduro, ha messo in galera tutti i più rappresentativi esponenti indipendentisti, da Junqueras a Turull a Rull, e costretto all’esilio il loro leader, Puigdemont, nonostante l’indipendentismo catalano fosse uscito vincitore da un regolare referendum. Adesso la Spagna sostiene la legittimità di Guaidó, contro Maduro, nonostante il “giovane e bell’ingegnere” non abbia ricevuto legittimità da alcun referendum, ma solo da un appoggio popolare, la cui quantità e qualità è tutta da verificare, e soprattutto da quello internazionale a guida americana. In un certo senso il governo spagnolo, avallando la legittimità di Guaidó, ha preso partito contro le logiche giuridiche che gli avevano permesso di mettere in galera gli indipendentisti catalani.

I governi europei che appoggiano Guaidó non si rendono conto di scavarsi la fossa da soli. Con la stessa logica un leader dei ‘gilets jaunes’ potrebbe autoproclamarsi presidente della Francia delegittimando Macron. Io ho molta simpatia per i ‘gilets’, un movimento popolare spontaneo e apartitico, ma qui non si tratta di simpatie per questo o per quello, per i ‘gilets’ piuttosto che per Macron, per Guaidó invece che per Maduro, qui sono in gioco princìpi di diritto internazionale indisponibili: 1.Il diritto all’’autodeterminazione dei popoli’ sancito nel 1975 a Helsinki da quasi tutti i Paesi del mondo. 2.Il principio della ‘non ingerenza’ negli affari interni di uno Stato sovrano.

Per la verità è da almeno vent’anni che questi diritti e questi princìpi, volti a garantire un minimo di convivenza fra i vari Stati del mondo, vengono sistematicamente violati, soprattutto dagli americani, ma non solo. Si cominciò nel 1999 con l’aggressione americana alla Serbia in favore del Kosovo, terra serba da secoli, con l’appoggio e la complicità del governo D’Alema (gli aerei americani che andarono a bombardare per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado e che fecero 5.500 morti, partivano da Aviano). Si è proseguito nel 2003 con l’aggressione americana all’Iraq, contro la volontà dell’Onu, sotto l’ipocrito velo della Nato, un fantoccio nella piena disponibilità yankee. Nonostante contro quell’aggressione avesse tuonato Papa Wojtyla, vi parteciparono anche i cattolicissimi spagnoli sotto il governo del cattolicissimo Aznar. Ma con l’avvento al governo del socialista Zapatero, non lontanissimo per affinità elettive da quel chavismo di cui oggi Maduro è l’infelice erede, le truppe iberiche si ritirarono. Parteciparono invece gli italiani (governo Berlusconi) che non sapendo su cosa stavano mettendo i piedi subirono la tragedia di Nassiriya. È accaduto nel 2011 con la Libia di Gheddafi per iniziativa franco-americana, ma con l’appoggio del pur recalcitrante Berlusconi, quindi doppiamente colpevole.

I risultati delle violazioni dei cardini del diritto internazionale sono sotto gli occhi di tutti. In Kosovo si è registrata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, ed è tutto dire: dei 360 mila serbi che vi risiedevano ne sono rimasti solo 60 mila. Con la guerra a Saddam una metà dell’Iraq è stata gentilmente consegnata agli iraniani, senza che gli eredi di Khomeini abbiano dovuto sparare un solo colpo di kalashnikov. In Somalia gli Shabaab si sono alleati col Califfato, in Libia, dopo la defenestrazione di Gheddafi, la situazione è talmente caotica che persino i ‘mercanti di uomini’ debbono pagare una taglia all’Isis per poter fare il loro sporco mestiere. In Siria l’intervento americano contro Assad in favore dei rivoltosi ha incoraggiato la Russia a mettere le proprie mani armate nell’area e acceso gli appetiti delle potenze regionali della zona, dalla Turchia a Israele allo stesso Iran.

So per certo che la posizione a 5Stelle del governo italiano sta subendo fortissime pressioni, da Washington, da Bruxelles, dai Paesi sudamericani legati agli Usa, perché abbandoni la propria neutralità. Se credono nella validità delle proprie convinzioni i 5Stelle devono tener duro. Altrimenti daranno aggio ai loro avversari di ribadire quello che sempre, a torto o a ragione, dicono di loro: che promettono quello che non sono in grado di mantenere. Ma, in fondo, questa è una questione minore, tutta italiana. A Caracas si gioca qualcosa di un po’ più importante, il futuro del mondo moderno: se la forza del diritto deve cedere definitivamente al diritto della forza.

Mail Box

 

Il Pd preferirebbe le alleanze mostruose al dialogo con M5S

Esaminando il caso di crisi di governo post caduta del Salvimaio, Travaglio scrive: “A quel punto il Pd che fa? Appoggia un governissimo istituzionale con Lega, FI e frattaglie varie (in cui il M5S non entrerebbe mai?”. La mette come una delle ipotesi, ma non lo è. È già questa la risposta. Certo che lo farebbe. Lo ha già fatto nel recente passato e – grazie a questa stessa alleanza – ha alimentato politiche economiche e sociali aderenti in tutti ai diktat neoliberisti della Troika (Fmi, Bce e Commissione europea). La Troika c’è ancora. Il neoliberismo dell’austerity dei ceti subalterni e dell’assistenzialismo di banche e industria gode di ottima salute: non ha ricevuto la benché minima critica teorica da parte di quel partit(in)o. Pensavo di parlare con i miei amici che sono rimasti pidini (o che semplicemente odiano i 5S e non leggono il Fatto) della vostra alternativa. Poi ho desistito. Mi avrebbero detto quello che i candidati alla segreteria Pd stanno dicendo in questi mesi: quelle politiche andavano benissimo e le alleanze mostruose consociative che le hanno prodotte erano un male necessario. Perciò non contiamoci: il Pd non guarderà mai nemmeno in faccia i 5S.

Giampiero Brunelli

 

Per Di Maio è finito il tempo delle mediazioni con la Lega

Commetterebbero un grave errore i Cinque Stelle se pensassero di poter giungere a un compromesso con Salvini sulle due questioni in ballo: il sì o il no alla costruzione del Tav e il sì o il no all’autorizzazione a procedere contro Salvini o meglio contro l’intero governo, sul caso Diciotti. È finito il tempo delle mediazioni con la Lega, a meno di voler consacrare anzitempo Salvini come capo di un prossimo governo di centro-destra-destra che, con i chiari di luna economici ai quali andiamo incontro potrebbe non tardare a nascere. Può darsi che questo obiettivo Salvini lo raggiunga ugualmente, ma meglio stare all’opposizione con la schiena dritta e avendo conservato l’anima del Movimento che condannarsi all’irrilevanza o all’estinzione.

Vincenzo Bruno

 

Buste di plastica: fatta la legge, trovato l’inganno

Si fa un gran parlare di difesa dell’ambiente, però nei fatti l’ambiente con le parole non si difende. È in vigore da qualche anno una legge che dovrebbe mettere fine alle orrende borse di plastica non riciclabile. Nei market questa legge viene applicata con la distribuzione di sacchetti a “norma”, che però sono composti per il 60% di materiale riciclabile e del rimanente 40% di plastica non riciclabile. Mentre nei mercati continuano a fare la loro presenza in grande quantità le borse fuorilegge. Fatta la legge, fatto l’inganno. E l’ambiente continuerà ad essere sacrificato in nome del profitto e dell’incoscienza.

Fernanda Tancredi

 

Se le maestre picchiano, bisogna inasprire le pene

In caso di maltrattamenti e di violenze di alcune maestre sui bambini, sarebbe opportuno inasprire le pene e prevedere la detenzione in carcere per un lungo periodo. Se i casi si risolvono solo con un procedimento disciplinare e una sospensione o allontanamento dal lavoro, queste maestre non avranno un deterrente più incisivo per farle desistere.

Rossella Beccalossi

 

I fanatici hanno sempre prestato il fianco al nemico

Il numero del giornale di sabato scorso mi ha riportato alla mente il lontano 1998 e la caduta del governo Prodi.

Il fanatismo e la sua follia hanno sempre portato al disastro – sebbene il governo Conte in confronto sembri comunista, come ripete di continuo Berlusconi. Inoltre i fanatici hanno sempre fatto il gioco del nemico, il quale oggi con il processo a Salvini sta trasformando la nostra Repubblica democratica nella repubblica delle banane. Siamo in presenza di un golpe strisciante contro il governo, già tentato più volte con aiuti europei e internazionali.

Vincenzo Magi

 

Per un errore tecnico, è saltata una riga nell’articolo di ieri “La musica non è finita, restano scherzi e pernacchie” di Silvia Truzzi. La frase completa sarebbe stata: “E per educarlo si può anche sputtanarlo con nome e cognome davanti a dieci milioni di telespettatori”. Ce ne scusiamo con i lettori.

FQ

Reddito di cittadinanza Accontentarsi ora o pretendere un welfare universale?

 

Tomaso Montanari non firmerebbe mai “patti col diavolo” come purtroppo hanno fatto e continuano a fare alcuni dei nostri intellettuali, diventando a volte imbarazzanti come quando vogliono Berlusconi “santo subito”, per questo ha tutta la mia stima. Riconosco molti meriti a Montanari e ritengo la sua indipendenza fuori discussione. Detto questo, come si può dare torto a Stefano Feltri (anche lui peraltro su posizioni critiche) quando parla della natura quasi “filosofica” dei rilievi fatti da Montanari a proposito del reddito di cittadinanza? Mi piacerebbe poter chiedere all’amico Tomaso come dovrei interpretare le sue riserve in un momento come quello che stiamo vivendo. La sua posizione un po’ “benaltrista” non rischia di confondersi con quelle pretestuose e strumentali che leggiamo e ascoltiamo continuamente? Sarebbe una gran cosa poter garantire un reddito universale e incondizionato, ma sono considerazioni che sembrano non voler tener conto della realtà dei fatti. A parte il poterselo permettere in un momento di crisi economica, quale forza politica sosterrebbe (insieme al M5S) un reddito universale incondizionato? Quella realtà litigiosa che ci si ostina a definire sinistra, ha fatto il Jobs act, si è dimostrata disposta ad allearsi con chiunque tranne che con i Cinque Stelle, ha votato contro il reddito di cittadinanza e l’Anticorruzione insieme a FI, e gli va benissimo anche il “vituperato” Salvini quando si tratta di difendere interessi politico-affaristici. In un momento in cui tutta la destra al governo parrebbe più che un’ipotesi, e non avendo al momento grandi alternative, non capisco questo atteggiamento nei confronti di una forza politica che (al di là di qualche contraddizione e qualche errore) è l’unica che ha mostrato una reale vicinanza nei confronti delle categorie più disagiate. Non sarebbe il caso, prima della filosofia, di apprezzare almeno l’impegno e vedere se questo reddito di cittadinanza funzionerà?

Enza Ferro

 

Cara Enza, per trent’anni il motto del tradimento della sinistra è stato TINA, “There is no alternative”. Vogliamo ricominciare sostenendo che davvero a Conte (quello che bisbiglia alla Merkel) o a Di Maio (quello del condono di Ischia) non ci sia alternativa? L’alternativa si costruisce innanzitutto con la critica, le idee, le visioni alternative. Ho provato a spiegare perché il reddito gialloverde non cambia paradigma rispetto alle misure assistenziali degli ultimi governi. È migliore perché più ampia, ma non ha l’ambizione di costruire un’alternativa allo stato delle cose. Migliora il sistema, non è antisistema. Se benaltrismo vuol dire che ci vuole ben altro che un assistenzialismo succube del brutalismo fascistoide di Salvini per parlare di sinistra, allora sono benaltrista convinto.

La sinistra che oggi c’è, quella delle associazioni che combattono ogni giorno la povertà, propone un’altra cosa, un vero reddito di base fattibile anche subito (basterebbe tagliare un po’ di spesa militare, e introdurre una vera progressività fiscale, con patrimoniale). Servirebbe a costruire una alternativa a questo “mercato del lavoro” (una espressione che significa che anche i lavoratori sono merce), non a renderlo solo più sopportabile. L’ideale (spesso tradito) dei 5 Stelle è la legalità: il mio è la giustizia, la giustizia sociale. Calamandrei diceva che nella Costituzione c’è una rivoluzione promessa: io ci credo ancora. La notte sarà lunga, ma per me continua ad avere senso cercare l’alba.

Tomaso Montanari

Torino, il “Pitbull” e gli hotel “love”: sembra Fruttero e Lucentini

“Oh mì mì, pòvra dòna”, Oh me, povera donna. Chissà se Chiara Appendino ha mai letto la battuta finale de La donna della domenica di Fruttero&Lucentini, e se quelle parole, pronunciate dalla protagonista femminile, Anna Carla Dosio, sono state anche le stesse che le sono venute alla mente (e sulle labbra) la sera di venerdì primo febbraio. Alle 20.15 in punto, quando un “lancio” dell’agenzia Ansa ha raccontato a tutti che il suo ex portavoce, Luca Pasquaretta, era accusato di “estorsione”, di un ricatto diremmo noi uscendo dall’italiano del Codice Penale, e che lei, la sindaca Cinquestelle di Torino, era la “parte lesa”: la vittima, appunto. Una vittima che però, spiegano i pm, è stata zitta.

Quante le differenze, tante, tra la cronaca vera di questi giorni sotto la Mole e la storia immaginata dai due intellettuali torinesi che, come ha scritto Ezio Mauro per la morte di Carlo Fruttero, “alle parole che coglievano e restituivano nei romanzi, sapevano aggiungere i gesti, le posture, il modo di vestire (Anna Carla era più torinese della realtà), un’arte borghese di perdere tempo, un esercizio piemontese di non svelare mai troppo di sé. Unito, tutto questo, a una fisiognomica implacabile e perfida, che condannava l’architetto Garrone prima ancora dell’arrivo del suo assassino per fracassargli la testa”. Ma anche quante analogie, al contrario, con i tic, i modi e i vizi privati e anche pubblici di quella Torino degli Anni Settanta, appena uscita dal boom economico, scossa prima dall’aver dato i natali al ’68 italiano e subito dopo dall’Autunno caldo, in attesa dei morti ammazzati del terrorismo e ancora tutta piegata agli orari e alle imposizioni della Fiat e dei suoi fabbriconi.

Come se un cordone ombelicale, delle maniere e dei costumi, mai tagliato e mai separabile, tenesse oggi ancora tutto legato, nel Palazzo di Città, nei salotti riservati come allora, nelle discoteche delle notti al Parco del Valentino, nel milieu del giornalismo precario che ruota attorno a una squadra di calcio e ai suoi potenti “padroni”, degli hotel “a ore” con le stanze “a tema”. La Torino che, proprio così, era venuta alla mente del commissario Santamaria una domenica mattina: “Altre città regalavano al primo venuto splendori e incantamenti, esaltanti proiezioni verso il passato o l’avvenire, febbrili pulsazioni, squisiti stimoli e diversivi; altre ancora offrivano riparo, consolazione, convivialità immediate. Ma per chi, come lui, preferiva vivere senza montarsi la testa, Torino, doveva riconoscerlo, era tagliata su misura. A nessuno, qui, era consentito farsi illusioni: ci si ritrovava sempre, secondo la feroce immagine dei nativi, al pian dii babi

, al livello dei rospi”.

Ecco, forse sta proprio qui, nel “livello dei rospi”, l’unica vera chiave per mettere assieme la città del 1972 con quella del 2019. Detto che questa volta, nella realtà, non c’è un omicidio e, per ora, neppure un colpevole: perché nella vita, vale la pena sottolinearlo, più che nei romanzi, conta ancora la presunzione di innocenza.

Nessuno in questi giorni ha ucciso l’architetto Garrone, ma a chi si dovrebbe mai pensare se non a lui, dovendo assegnare una parte (o anche solo il cascame di una parte) al “pitbull” dell’Appendino? Luca Pasquaretta, 42 anni, con un passato di press agent per concessionarie automobilistiche e corrispondente pagato a pezzo per il Messaggero ai tempi della Juventus del “sistema Moggi”. Su Youtube gira ancora un video del 2012 dove dichiara: “Quella del Napoli è una tifoseria di merda” (“Vuoi dire da troia?, chiese la signora Tabusso”. “Ma signora!, gridò Palmina, non è la maniera…”). Factotum per personaggi e vicende degne davvero del pian dii babi. Come quando faceva l’addetto stampa di “Torino Erotica”, il salone dove si poteva trovare il peggio di un gigantesco sexy shop e anche di qualcosa, racconta la leggenda, che rievocava le atmosfere di un bordello. Un po’ squadrato (la “fisiognomica implacabile e perfida”), ipocondriaco e dai modi spicci, cheap (diciamo così) quanto bastava quando doveva apostrofare e redarguire i giornalisti delle cronache cittadine, trasandato anche quando lo fotografavano accanto a un azzimato Luigi Di Maio in visita a Torino.

È vero: altra roba dal Garrone, che aveva casa e studio in centro e, al polso, portava “un Patek-Philippe d’oro appartenuto a suo padre”, che non era né un mitomane né un megalomane (“Chiara ha fatto così perché gliel’ho detto io”; “Ora sono al Mef in ticket con Laura Castelli e stiamo facendo assieme delle belle cose”: Pasquaretta dixit). Tutto torinese l’architetto immaginato da Fruttero&Lucentini; arrivato dalla Basilicata invece il quarantenne che aspirava a portare la voce di chi, una sera del giugno 2016, si era presa il municipio cacciando il “ragazzo rosso” Piero Fassino e gli uomini e le donne di quel “sistema Torino” davvero uguale alla borghesia subalpina de La Donna della domenica. “Sono la moglie di un capitalista figlio di capitalisti e nipote di capitalisti – dice Anna Carla – Sono piena di abitudini e pregiudizi borghesi e priva di ogni coscienza civile e politica”. Signore che anche adesso puoi incontrare, il lunedì mattina, a far colazione al Caffè Pepino in piazza Carignano o mentre entrano al Museo Egizio, in via Accademia Albertina.

C’è, però, a riportare ancora alle pagine dell’inchiesta del commissario Santamaria, la vicenda dei due hotel “Six Love” di corso Lanza e di viale Thovez, sulla precollina, le stesse strade nelle quali Dario Argento ha ambientato Profondo rosso. Posti dove prenotavi sul sito internet, arrivavi nel parcheggio interno con l’auto e salivi direttamente in stanza. “La sensualità si lega al piacere”. E che camere poi, e tutte a “tema”: dai 75 euro della “categoria economy” ai 200 di quella “top”, e nomi che un po’ facevano immaginare e un po’ ridere, come “Tanga” o, chissà perché, “Pietro Micca”. Li aveva inventati, gli hotel, un imprenditore della ristorazione, poi fallito: dopo, solo storie di riaperture e nuove chiusure. Ai tempi del loro lancio, invece, ecco ancora un giovanissimo Pasquaretta, reduce dai fasti della fiera del sesso, pronto a dare una mano per promuoverne la gestione.

E anche in questo caso, le analogie e le premonizioni di Fruttero&Lucentini sembrano essere riuscite a scavalcare 47 anni di storia all’ombra della Mole e i suoi segreti più intimi. “La carne è debole, disse al barbiere Garrone, tamburellando con le dita sulle ginocchia accavallate dove il settimanale erotico, aperto al paginone centrale a colori, si andava lentamente ricoprendo di capelli tagliati… L’architetto ebbe un sorriso caritatevole. Era un buon conoscitore di uomini, e capiva che a un povero diavolo come Salvatore quell’irraggiungibile mondo di seni, cosce, natiche nude, doveva dare alle testa, e fargli, in definitiva più male che bene. La pornografia era per liberi individui come lui, che non s’erano fregati col matrimonio, i figli, la routine dell’ufficio o della bottega, che avevano saputo restare aperti a tutte le esperienze, pronti a cogliere tutte le occasioni della vita…”.

Di occasioni, invece, al futuro “portavoce” non ne sono mai capitate tante. Sino a quel fatidico 2016 e sino al “cerchio magico” della futura sindaca, la ragazza della Torino bene con laurea alla Bocconi e uno stage alla Juventus. Il gruppo chiuso (persino allo stesso M5S) che aveva preparato prima la candidatura, poi la campagna elettorale e infine, dopo la sorpresa del trionfo, la giunta e il programma. “L’eminenza grigia”, il dirigente comunale Paolo Giordana, deluso dal Pd e da Fassino e con tanta voglia di rivalsa (spazzato via, un anno fa, per un’inchiesta su un tentativo di far togliere una multa a un amico); lui (il “pitbull”); “l’avvocato”, Alberto Sacco. Il genero, quest’ultimo, di Carlo Callieri, il John Wayne della Fiat e della “Marcia dei Quarantamila” (anche quella una Torino poi raccontata da Fruttero&Lucentini in A che punto e la notte, l’altra avventura del commissario Santamaria) che, prima di diventare assessore al Commercio della giunta Appendino, aveva gestito assieme ad altri la discoteca “La Rotonda”, ricavata nei padiglioni di Torino Esposizioni (dove, ai tempi dell’Avvocato, si svolgeva il mitico Salone dell’Auto). Ancora una volta tutto finì poi con un fallimento e oggi nei locali abbandonati ci vanno i tossicodipendenti a “bucarsi”: quel breve lasso di tempo, però, bastò a Sacco per legarsi a Pasquaretta che lavorava nello stesso settore.

Sacco, Giordana: forse, a cercare ancora similitudini, Fruttero&Lucentini li avrebbero riassunti entrambi in un unico personaggio. L’antiquario Vollero che andava al Balon (il mercato delle pulci torinese di Porta Palazzo: indimenticabile la scena del film di Luigi Comencini del 1975, con Anna Carla Dosio-Jaqueline Bisset che passeggia tra i banchi) a comprare cornici da poco per quadri da vendere poi nella sua bottega, ma che aveva paura di essere riconosciuto da qualche cliente. “L’innocentissima verità era che lui al ‘Balùn’ non ci andava, quando ci andava, che in cerca di ‘mulure’. Non cioè propriamente di cornici, ma di vecchie modanature senza pretese, senza uno stile preciso, che opportunamente ritagliate servivano di onesta e provvisoria incorniciatura. Qualche volta la mulura s’intonava felicemente col quadro, e il cliente era lieto di tenerla; se no era libero di buttarla via”.

Il resto è la cronaca di queste ore. Pasquaretta, all’inizio dell’agosto 2018, deve lasciare l’incarico con l’Appendino (ma resta amico suo e del marito): due diverse inchieste lo accusano di peculato (per una modesta consulenza con il Salone del Libro) e di apertura di luoghi abusivi di spettacolo (il maxi-schermo allestito nel Parco Dora, la stessa notte della tragedia di piazza San Carlo). I carabinieri, però, continuano a intercettarlo e, tra settembre e dicembre, ascoltano le sue telefonate (soprattutto con l’assessore Sacco) durante le quali chiede aiuto per trovare uno stipendio. Pronunciando, sostengono i pm, le minacce più gravi per la sindaca e la sua giunta: “Se parlo io, faccio venire giù tutto”. Sempre per la procura, l’estorsione si sarebbe poi realizzata: le pressioni di Pasquaretta avrebbero portato prima a un accordo (poi caduto) per farne il portavoce della deputata europea dei Cinquestelle, Tiziana Beghin, e, infine, a un incarico legato alla viceministra dell’Economia, Laura Castelli (“Mandava solo i miei comunicati ai media torinesi, non è mai stato il mio portavoce, l’ho già destituito”).

Una storia davvero al “livello dei rospi” e con i rimandi alla Donna della domenica che potrebbero fermarsi anche qui. Se non fosse per Heidi Cassini, pornostar ed ex di Torino Erotica. Sulla pagina Facebook dell’Appendino ha scritto così: “Dovevi informati bene di chi ti stavi mettendo a fianco… Ora ci sei passata anche tu…”. È probabile che, anche in questa occasione, Anna Carla avrebbe mormorato: “Oh mì mì, pòvra dòna”. Nella realtà, però, la Procura ha deciso di convocare la Cassini per capire che cosa mai, di brutto, potrebbe accomunarla alla sindaca. Accadrà nei corridoi del Palazzo di Giustizia torinese. Come nel libro, quando in quelli della Questura sfilano le donne bloccate in una retata sulla collina, a loro volta vittime dei voyeur: “Ma poteva anche darsi che ne sapessero troppo per il loro stesso gusto: nel qual caso, nessuno sarebbe riuscito a farle parlare”. Heidi sembra invece promettere qualcosa di più.

La Franzoni torna libera: “La gente deve capire che non sono stata io”

Annamaria Franzoni ha finito di scontare, tra settembre e ottobre, con 3 mesi di anticipo, la condanna per l’uccisione del figlio di 3 anni Samuele (il 30 gennaio 2002) ed è tornata libera, per decisione del Tribunale di sorveglianza di Bologna. L’infanticidio più mediatizzato della storia della Repubblica aveva diviso per anni l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti e si era arrivati alla sentenza della Cassazione (il 21 maggio 2008) che stabiliva la pena a 16 anni di carcere (la prima condanna era stata a 24 anni). Dopo 6 anni nel carcere bolognese (Franzoni è nata nel Bolognese nel 1971) della Dozza, per poi ottenere gli arresti domiciliari nel giugno del 2014 (scontati nella casa familiare sull’Appennino bolognese, e non a Cogne, dove avvenne il delitto).

Ieri sono state raccolte le prime parole che la donna avrebbe consegnato alle persone che le sono vicine: “Da un lato sono contenta, dall’altro vorrei trovare la maniera di far capire alla gente che non sono stata io”. Franzoni si è sempre dichiarata innocente in tutte le interviste sui giornali e nelle trasmissioni tv. Ieri uno degli avvocati che la difese per un certo periodo, Carlo Taormina, si è attribuito il merito della sua libertà, ha riaffermato che non è lei l’assassina, ma ha detto che deve ancora ricevere il suo compenso.