Migrante del Togo assiderato sulla ss94 del Monginevro

Un migrante di 29 anni, proveniente dal Togo, Derman Tamimou, è stato ritrovato assiderato ieri mattina in provincia di Torino sulla strada statale 94 del colle del Monginevro. Stava cercando di varcare il confine fra Italia e Francia. Era in un grave stato di ipotermia, è morto all’ospedale di Briancon in Francia. La Procura di Gap ha aperto un fascicolo per “omicidio involontario”. A notarlo intorno alle tre di notte, semisepolto dalla neve ai margini della strada, è stato un camionista. Le abbondanti nevicate dei giorni scorsi rendono ancora più inaccessibili sentieri e stradine della zona e hanno complicato ulteriormente l’attraversamento della frontiera per i migranti.

Si tratta del primo cadavere trovato quest’anno sul confine italo-francese dell’Alta Val Susa, l’anno scorso erano stati rinvenuti tre corpi, l’ultimo a fine maggio. In quell’occasione a Claviere (Torino) un centinaio di persone tra gli attivisti “No borders” e tra chi è impegnato da mesi nel soccorso dei migranti alle frontiere, si erano riunite per protestare. Per i manifestanti la “responsabilità di queste morti è di chi ha militarizzata le montagne, a partire dalla polizia francese”.

Cyril Théréau centravanti a luci rosse: il video hard sul web “scatena” la tifoseria

Cyril Théréau, calciatore francese del Cagliari, è l’autore di un video hard da ieri molto popolare su WhatsApp. L’attaccante ha ripreso tutto con lo smartphone, col sapore tipico dei filmini amatoriali. Un uomo e una donna fanno l’amore, e Cyril Théréau è entusiasta di riprenderli senza mostrare i loro volti. Il suo viso invece si vede bene. Il calciatore gira il telefono verso se stesso a mo’ di selfie, per chiarire che è tutta opera sua, e incita silenzioso i due amanti. Il video dura circa un minuto e 20, l’amplesso è ripetitivo e tradizionale: lei sopra, lui sotto, su un letto in una stanza spoglia. L’ex viola assiste a petto nudo esultando come il tipico gesto della mano esibito dopo i suoi gol, ma dovrà attendere per gioire sotto una curva. L’avventura al Cagliari è cominciata malissimo, per il trentaseienne francese: stiramento muscolare al debutto, lunedì scorso, nella sconfitta 0-1 contro l’Atalanta. Ora è fermo ai box, e s’intrattiene come può. La coppia del video non sembra accorgersi del “regista” nella stanza. Impossibile capire se i due siano i protagonisti consapevoli di un porno, oppure amanti carpiti nell’intimità. Nessuno può sapere quando e dove è avvenuta la scena hard. Magari il calciatore giocava ancora con la Fiorentina. Intanto, su Twitter si è scatenato il dibattito tra le tifoserie per svelare l’arcano: “Io però adesso voglio sapere chi è il compagno di merende di #Thereau… Il nuovo compagno Joao Pedro o il video risale ai tempi della viola e quindi Lafont?”, si chiede un utente. Un altro rincara: “A sto punto dica chi sono quei due, ci si diverte a Cagliari devo dire eh”. Qualcuno invece nota affinità tra il calciatore e il regista pornografico: “Diffuso in rete il video di un uomo e una donna che fanno sesso ripresi da Théréau. Partiva in panchina anche lì”. Mistero sull’identità di chi ha diffuso il video: di sicuro sui social proveranno a svelarlo. In attesa del ritorno in campo di Cyril, e dell’accoglienza che le curve gli riserveranno.

“Avevo voglia di picchiare qualcuno, poi ho sparato senza motivo a quel ragazzo”

“Urlavano e ridevano” mentre Manuel Bortuzzo veniva soccorso dopo essere stato raggiunto da un proiettile che non gli avrebbe più permesso di camminare. Il decreto di fermo emesso dalla Procura di Roma nei confronti di Daniel Bazzano e Lorenzo Marinelli, accusati di aver sparato alla giovane promessa del nuoto, ripercorre le fasi dell’indagine che mercoledì scorso ha condotto i due indagati a costituirsi in Questura, dove sono stati fermati con l’accusa di tentato omicidio premeditato e porto abusivo di armi. “Mi hanno sparato”, urlava sabato notte Manuel mentre la fidanzata sedicenne provava a soccorrerlo sul marciapiede antistante l’Irish pub O’Connel di piazza Eschilo, nel quartiere romano dell’Axa. Poco prima, all’interno del locale era scoppiata una rissa durante la quale Lorenzo Marinelli, a suo dire, sarebbe stato minacciato: “Ti vengo a prendere a casa”. Un affronto che il ragazzo, classe 1994 con precedenti per spaccio e rapina, non avrebbe accettato. Quindi in compagnia dell’amico sarebbe andato ad Acilia. “Avevo abbandonato lì l’Sh”, ha detto agli inquirenti aggiungendo di aver preso l’arma che era seppellita vicino lo scooter “già da tempo poiché da me rinvenuta circa un paio di mesi fa”. Davanti ai pm ha cercato di discolpare l’amico: “Daniel non sapeva nulla dell’arma”. E ha raccontato di aver avuto un forte impulso: “Volevo andare a picchiare qualcuno”. Poi ha narrato il momento in cui ha provato a uccidere Manuel: “Ho esploso questi colpi in direzione di un ragazzo che ho visto muoversi – ha detto –. In realtà non vi era alcun motivo”. E ancora i motivi che lo hanno portato a costituirsi: “Quel ragazzo deve avere giustizia”. Una versione ritenuta inattendibile. Del resto gli indagati non ricordano le ragioni e i partecipanti alla rissa, non spiegano dove sono stati negli ultimi giorni e forniscono improbabili versioni sul ritrovamento dell’arma. Se sono stati identificati infatti è solo grazie a una giovane testimone. E adesso gli inquirenti hanno chiesto che l’arresto venga convalidato, anche per quei “contatti con ambienti criminosi in grado di offrire loro protezione”.

Sgomberato “Asilo occupato” Sei accusati di terrorismo e scontro interno tra i 5 Stelle

Il blitz della polizia è scattato all’alba a Torino. Alcuni hanno cercato di resistere, altri sono saliti sul tetto. Alla fine, però, uno dei centri sociali della città, “L’Asilo occupato”, è stato sgomberato mentre sei anarchici sono stati arrestati dalla Digos. Secondo gli investigatori i sei sono responsabili di ventuno episodi qualificati come “attentati”, come l’invio di plichi esplosivi (di cui uno all’Ambasciata di Francia a Roma) e come i sei ordigni piazzati davanti gli uffici postali di Torino, Bologna e Genova, tutti “manufatti” in grado di provocare danni e ferite. Le ipotesi di reato sono associazione sovversiva, istigazione a delinquere e detenzione, fabbricazione e porto di ordigni esplosivi. “È un’operazione esemplare e importante sia dal punto di vista investigativo sia per l’ordine pubblico della città – ha spiegato il questore Francesco Messina -. Il gruppo esercitava un atteggiamento di controllo del territorio e condizionava la vita del borgo”.

“Giustizia è fatta, centro sociale sgomberato e delinquenti in galera”, ha twittato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Il Movimento 5 Stelle si spacca. Chiara Appendino ha ringraziato le forze dell’ordine, gesto che non è piaciuto ad alcuni consiglieri M5s: “I toni trionfalistici con cui la sindaca ha accolto lo sgombero dell’Asilo Occupato non mi appartengono”, ha detto Damiano Carretto che le chiede di “sollecitare le forze dell’ordine nel combattere le vere piaghe sociali di quell’area: spaccio e criminalità organizzata”. Seguono questa linea le sue colleghe Daniela Albano e Maura Paoli. In disaccordo con loro il senatore Alberto Airola: “Ho sempre stimato chi si rimbocca le maniche per la comunità e alcuni centri sociali funzionano davvero in questo senso. Non è certo il caso dell’Asilo occupato di via Alessandria” che veniva usato “come base per contestare, dare asilo a spacciatori e imbrattare il quartiere con scritte sui muri e atteggiamenti aggressivi”.

Tiziana Cantone non ha insegnato nulla Un audio (in diretta radio) il nuovo caso

Un messaggio vocale hot che ovviamente doveva restare intimo è stato invece diffuso dal destinatario agli amici. In poco tempo il vocale “rubato” è finito sui gruppi Whatsapp di migliaia di italiani. Non solo, Lo Zoo di 105, una delle trasmissioni radiofoniche più ascoltate d’Italia, ha avuto la geniale idea (come se il caso di Tiziana Cantone non fosse mai esistito) di campionare il file accompagnandolo a diverse canzoni. Risultato: la diffusione dell’audio si è moltiplicata. Per l’autrice, rintracciata, si sono così aperte le porte dell’inferno.

Protagonista del caso è una ragazza catanese, che solo diversi giorni dopo la diffusione dell’audio sulle note dei Queen, ha scoperto l’accaduto tramite un amico che le ha fatto ascoltare l’audio finito in un gruppo Whatsapp. E ormai non c’era nulla da fare.

La morbosità di molti ha infatti fatto il resto: chi ha scoperto l’identità della donna ne ha subito svelato nome e cognome condividendo anche le foto postate da lei sui social e dando il via a un passaparola che ha costretto la giovane catanese a cancellarsi da Facebook e Instagram, ma il messaggio vocale che aveva inviato a un ragazzo che frequentava continua comunque a girare. A pagarne le conseguenze è lei che in lacrime – in un’altra nota vocale incredibilmente anch’essa diventata di dominio pubblico – spiega a un’amica come la sua vita sia distrutta: “Colui che ha diffuso l’audio – dice in lacrime in dialetto – ha detto che lo ha inviato per scherzo nel gruppo dei suoi amici. Da questo gruppo è arrivato in un altro e in un altro ancora, tanto che io stessa l’ho ricevuto da un’altra persona. All’inizio pensavo fosse uno scherzo ma adesso quel messaggio vocale mi sta segnando la vita – continua piangendo –. Qualcosa devo fare con questa persona. Questo è cyberbullismo”. Il caso è diventato infatti molto più di uno scherzo e per certi versi ricorda la storia di Tiziana Cantone, la ragazza di Napoli suicidatasi nell’ottobre 2016 perché perseguitata da un video hard, ampiamente diffuso in rete, che la vedeva protagonista.

A chiedere alla sfortunata protagonista di questo oltraggio di affrontare la situazione e denunciare chi ha violato la privacy diffondendo un audio che doveva rimanere privato, è lo scrittore catanese Ottavio Cappellani che dalle pagine del quotidiano La Sicilia in due lettere a lei indirizzate scrive: “Cara ragazza, oggi, purtroppo, come saprai, sono usciti nuovi audio e nuove foto. Benissimo. Sono animali. Ma non fanno altro che confermarmi la tua immensa statura di donna vera rispetto a questi quattro scimuniti. Hai due bellissime strade di fronte a te: o denunciare (e ti consiglio comunque di farlo) oppure sfruttare la situazione, questi quattro scemi ti hanno fatto diventare una star”. Oggi però il messaggio audio continua a vagare in rete come un treno impossibile da fermare.

I 5 deputati ex grillini: “Ricostituire il Corpo Forestale dello Stato”

La proposta di legge,in sé, è molto semplice: ricostituire il Corpo forestale dello Stato, sciolto dalla legge Madia e disperso ormai in mille rivoli, dalla Guardia di Finanza alla polizia, dai Vigili del fuoco a, soprattutto, l’Arma dei carabinieri. E sono proprio questi mille rivoli il motivo per cui – se la proposta è semplice e persino sensata visti i risultati quanto a prevenzione e sicurezza del territorio, per non parlare delle maggiori spese – la sua realizzazione rischia di essere impossibile. Il disegno di legge è stato presentato ieri in una conferenza stampa alla Camera e porta la firma di cinque ex grillini, oggi tutti nel Gruppo Misto (Benedetti, Caiata, Tasso, Vitiello e Cecconi): il M5S, come la Lega d’altronde, si schierò duramente contro lo scioglimento della Forestale, ma oggi difficilmente potrà tornare indietro rispetto a una “riforma” già portata a compimento. “La dispersione delle competenze dell’ormai disciolto Corpo forestale dimostra quanto questo fosse un asset fondamentale, non solo per l’ambiente, ma per la sicurezza pubblica”, ha sostenuto Andrea Cecconi.

Il Pg: “Censura per Woodcock, ammonimento per la Carrano”

Henry John Woodcock deve essere condannato alla censura dalla disciplinare del Csm. Lo ha chiesto ieri, alla fine della requisitoria, il sostituto pg della Cassazione Mario Fresa che contesta al pm napoletano e alla collega Celeste Carrano condotte scorrette durante l’inchiesta Consip. Per la Carrano è stata chiesta la sanzione più lieve, l’ammonimento. Se i giudici dovessero accogliere la richiesta, la carriera di Woodcock sarebbe azzoppata: nella prassi le toghe condannate a una censura (perdita di anzianità e radiazione sono più gravi) vengono quasi automaticamente escluse dai posti direttivi. Entrambi i pm sono accusati della mancata iscrizione nel registro degli indagati dell’ex consigliere di Palazzo Chigi Filippo Vannoni, ascoltato nel dicembre 2016, invece, come testimone, senza difensore: andava indagato, ha detto Fresa, tanto è vero che una nota inviata dal procuratore di Roma Pignatone (su richiesta del Pg) dice che l’iscrizione nella Capitale, avvenuta due mesi dopo, fu decisa senza elementi nuovi rispetto a quelli di Napoli. La richiesta di pena più lieve per Carrano è dovuta al convincimento di Fresa che l’atteggiamento della pm durante la deposizione di Vannoni fu “passivo”. La dignità del teste fu lesa da Woodcock e dai militari della pg, a cominciare dal capitano Scafarto, che a questo processo “non sono stati credibili”.

Il solo Woodcock è pure incolpato, per un articolo di Liana Milella su Repubblica, di grave scorrettezza nei confronti dell’ex procuratore facente funzioni di Napoli, Nunzio Fragliasso e dei pm romani che hanno ereditato l’inchiesta che ha messo sotto accusa, tra gli altri, l’ex ministro Lotti e Tiziano Renzi. Prima delle requisitoria, Woodcock ha rilasciato dichiarazioni spontanee: “Ho fatto della lealtà un valore assoluto della mia vita” e “quel colloquio con Milella (pubblicato ad aprile 2017, ndr) era una chiacchiera con un’amica che conosco da vent’anni. Ci lasciammo con la sua promessa solenne che non avrebbe scritto. Fu un tradimento”. E ancora: “Senza la mia ammissione che feci al procuratore Fragliasso per onestà, questa accusa non ci sarebbe stata” perché nell’articolo erano riportate le sue frasi come de relato. Nessuna scorrettezza neppure verso i pm romani: “Con Paolo Ielo ci fu condivisione”. E nessuna vessazione, come denunciato da Vannoni: “Vivo questo mestiere con responsabilità, non come esercizio di potere. Ho sempre immaginato il senso di angoscia che prova l’estraneo che entra nel Palazzo di giustizia. La scelta di non indagarlo, fu basata su considerazioni sostanziali e formali”. Non per il Pg: “È stato scelto il soggetto più debole per farlo parlare”. Addirittura, ipotizza che il nome di Matteo Renzi, mai indagato, non fu fatto spontaneamente da Vannoni, come hanno detto tutti gli inquirenti: “Impossibile che sia venuto fuori senza una domanda”. Sentenza il 18 febbraio.

Sentenze pilotate al CdS. “Ha un pacchetto da dieci”

“Vinti c’ha un pacchetto di dieci cose là, capito? Perchè quando va a fare qualche operazione… non è che va a fare l’operazione… questi sono per la cosa di Romeo… va là… questi sono per te… no?… Poi negozia dieci cose”. Così, il 16 gennaio 2016, l’ex parlamentare Italo Bocchino parlava con l’imprenditore campano Alfredo Romeo dell’avvocato Stefano Vinti. Era un’intercettazione captata nell’ambito dell’indagine Consip, poi confluita in un’altra inchiesta della procura di Roma che riguarda un giro di sentenze comprate al Consiglio di Stato come pure nei tribunali amministrativi. Romeo e Bocchino sono estranei a queste vicende, ma dopo le parole dell’ex parlamentare si è concretizzata l’accusa della Procura di Roma che ha iscritto nel registro degli indagati l’avvocato Vinti per corruzione in atti giudiziari: i pm Paolo Ielo e Stefano Rocco Fava lo accusano di essersi accordato con l’avvocato Piero Amara per corrompere l’ex giudice del Consiglio di Stato Nicola Russo. È scritto nel capo di imputazione: “Russo per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio (…) riceveva da Vinti – che agiva in accordo (…) con Amara – per sè e per il padre utilità”. Come la nomina del padre a presidente del collegio arbitrale che doveva decidere sulla vicenda Sti-Antas.

A parlare del ruolo di Vinti, è l’avvocato Amara (già indagato per corruzione in atti giudiziari), che ai pm il 24 aprile 2018 rivela: “In un’occasione su richiesta dell’avvocato Vinti per far pervenire utilità economiche a Nicola Russo venne nominato il padre alla presidenza di un arbitrato. Vinti, che non so se abbia erogato al consigliere Russo somme di denaro, mi disse di aver ricevuto favori da Russo, in relazione a un contenzioso che riguardava Romeo”.

Per questo l’avvocato Vinti ieri è stato perquisito. Mentre, nell’ambito della stessa indagine, sono state emesse quattro ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari. Tra questi l’ex presidente del Consiglio di giustizia amministrativa siciliano Raffaele de Lipsis, l’ex consigliere della Corte dei Conti Luigi Pietro Maria Caruso, il giudice del Consiglio di Stato Nicola Russo e il deputato siciliano di Popolari e Autonomisti, Giuseppe Gennuso.

Gennuso era uscito sconfitto per una manciata di voti dalle elezioni del 2012 dell’Assemblea Regionale Siciliana. Fece ricorsi e appelli tra Tar e Consiglio di Stato. In quel contesto avrebbe corrotto “Raffaele Maria de Lipsis (…) versandogli somme di denaro non inferiori a 30 mila euro, con la mediazione di Piero Amara, Giuseppe Calafiore e Pietro Caruso”. È in quell’occasione che Amara e con un altro avvocato, Giuseppe Calafiore, stringono rapporti con l’ex magistrato contabile Caruso. Gli stessi che “si sono in seguito sviluppati nei contenziosi Open Land e Am Group”. Si parla di affari importanti: “Il nostro core business erano Open Land e Am Group”, racconta Amara il 23 aprile 2018. L’avvocato ricorda i fatti accaduti nel Natale 2014, quando era in corso la camera di consiglio della vicenda Open Land. “Il nostro tentativo fu di non quantificare i danni reali ma di implementarli”, spiega Amara. Del resto “Nel caso Open Land altro sono i 5/6 milioni che tutti ritenevano, di cui la Frontino (compagna di Calafiore, ndr) aveva diritto, altro è 24 milioni di euro che furono completamente inventati” da un consulente “amico”.

Per riuscire nell’intento venne organizzata una cena a casa di Amara: “C’erano Longo (pm siracusano arrestato lo scorso anno, ndr), Caruso e Calafiore…”. Il racconto è emblematico: “Caruso era a suo dire l’intermediario di De Lipsis (…). Calafiore era in grado di ottenere da Longo qualsiasi cosa nell’ottica di una funzione oramai comprata, mentre per me Longo era a disposizione a gettone. Caruso ci chiese 30 mila euro per De Lipsis per ottenere le nomine a noi gradite. Calafiore ne versò 20 mila a Caruso”. E così i tecnici “amici” vennero nominati e se non fosse stato per l’intervento della magistratura il sistema Amara avrebbe sottratto cifre importanti ai modesti bilanci del Comune di Siracusa.

Altro spaccato interessante riguarda il rapporto con Nicola Russo, lo stesso che come rivelato nel numero in edicola sabato del mensile del Fatto, Fq Millenium, ha più volte giudicato vicende che riguardavano aziende dei Gravina, nonostante il fratello fosse dipendente del gruppo. Ai pm Amara racconta: “Fu paradossalmente lui ad aprire il rapporto(…) quando si instaurano quel tipo di rapporti, un giudice che ti chiede un prestito, chiaramente in modo irresponsabile, tu lo dai perché comunque, tra virgolette, mantieni il rapporto col giudice”.

Fassina lancia il suo movimento: “Siamo sovranisti di sinistra”

Sovranisti rossi avanzano. Se dalle parti della sinistra radicale si era già registrato un plauso al reddito di cittadinanza, pure il sovranismo conquista terreno. Assai diverso, però, da quello declinato da Salvini e Meloni. Stefano Fassina, deputato di LeU, ieri alla Camera ha presentato il “Manifesto per la sovranità costituzionale”, anticipo di un nascituro movimento politico che vuole porre il tema della rivendicazione delle sovranità nazionali intese come facoltà di ogni Stato, partendo dalla Costituzione, di opporsi alle politiche di Bruxelles. Intervento pubblico in economia, ridare dignità a lavoro e salari, far valere un’identità in opposizione al liberismo sfrenato dei mercati. Queste le parole d’ordine, senza escludere l’uscita dall’euro, extrema ratio per opporsi alle “dissennate polemiche monetarie” dell’Ue. “Con Salvini non c’entriamo nulla, lui è il nostro antagonista, il suo finto sovranismo è funzionale a questa Europa. Con i 5 Stelle, invece, l’interlocuzione è possibile”, spiega Fassina. Che recupera a sinistra la parola “patria” (“I partigiani morivano per amor di patria”, dice). E annuncia: “Vogliamo fare il partito che non c’è, sul modello di Podemos e Bernie Sanders”.

Chi scrive di PopVicenza e 007 rischia il carcere

A quasi 15 mesi dagli articoli sui conti dei servizi segreti nel gruppo Banca Popolare di Vicenza, pubblicati il 15 novembre 2017 sulla Verità e il 16 e 17 novembre seguenti sul Sole 24 Ore, dopo le perquisizioni e i sequestri dei propri archivi digitali, i giornalisti Francesco Bonazzi della Verità e Nicola Borzi, all’epoca al Sole 24 Ore e ora collaboratore del Fatto, scoprono di essere stati indagati per oltre un anno dalla Procura di Roma.

Gli avvocati di Bonazzi e Borzi, insieme a quello di una terza persona, hanno ricevuto nei giorni scorsi l’avviso di conclusione delle indagini firmato dal pm Sergio Colaiocco e dal procuratore aggiunto Francesco Caporale. Il reato contestato è rivelazione di segreto di Stato per aver ottenuto l’elenco dei pagamenti a personale di Dis, Aisi e Aise. Ora la procura potrebbe chiedere il rinvio a giudizio dei tre: in caso di condanna, la pena non può essere inferiore a cinque anni.

Borzi e Bonazzi avevano scritto dei conti correnti aperti nella filiale romana di via Bissolati di Banca Nuova, gruppo Popolare di Vicenza, dalla Presidenza del Consiglio e dai Servizi segreti. Si trattava di quasi 1.600 operazioni bancarie per oltre 642 milioni, effettuate dal 17 giugno 2009 al 25 gennaio 2013 tra il quarto governo Berlusconi e l’era Monti. Tra i beneficiari c’erano contabili del ministero dell’Interno, personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura, avvocati, dirigenti medici, vertici di autorità portuali, giovani autori e registi tv, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica e fumettisti vicini al mondo dei centri sociali, figure apicali dell’intelligence italiana, alti funzionari dei Servizi e delle forze dell’ordine, ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere ed ispettori della Polizia di Stato.

Il 17 novembre 2017 la Guardia di Finanza, su disposizione del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, aveva acquisito a Roma da Francesco Bonazzi de La Verità una chiavetta con i documenti richiesti. Anche Borzi aveva consegnato i documenti contenuti in una chiavetta, ma i Finanzieri avevano smontato il disco rigido del suo computer nella redazione del Sole 24 Ore a Milano sequestrandogli archivio, email, numeri di telefono. Una copia dell’archivio digitale era stata riconsegnata a Borzi solo il 31 gennaio 2018.

Basta il sospetto di una violazione di segreto d’ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti di chi ha pubblicato la notizia: è una pratica censurata dalla Cassazione e da norme e sentenze europee. Eppure accade sempre più spesso.

Proteste erano arrivate dalla Federazione Nazionale della Stampa e dall’Associazione lombarda dei giornalisti che avevano condiviso il comunicato del Comitato di Redazione del Sole 24 Ore: “Non è ammissibile che venga violato in questo modo il vincolo del segreto professionale che tutela la riservatezza delle fonti, cardine del lavoro giornalistico”.

Nei giorni successivi Nicola Borzi scriveva su Facebook “Il mio telefono è sotto controllo. I miei post su Fb sono filtrati e appaiono a distanza di minuti. La mia carta di credito privata venerdì sera è stata disattivata e riattivata solo sabato mattina. Il mio archivio digitale di 15 anni di lavoro mi è stato sequestrato”. Quindici mesi dopo, ora Borzi e Bonazzi scoprono di rischiare non meno di 5 anni di carcere per aver fatto il loro lavoro di giornalisti.