“Mica ho censurato Brusca su Berlusconi. Ho fatto come il Tg4”

Giuseppe Carboni, 57 anni, direttore del Tg1 gradito al governo di Giuseppe Conte, è un giornalista serio che ha fatto 16 anni di precariato prima di essere assunto in Rai. Negli Anni Ottanta faceva compagnia con la sua voce rotonda in radio ai nottambuli spiegando i pezzi di U2 e Rolling Stones su Raistereonotte. Negli Anni Novanta passa in tv e intervista tra l’altro Vasco Rossi per Pegaso del Tg2. Dopo l’assunzione e un passaggio alla Rai di Bolzano (certificato di non raccomandazione) nel 1996 viene finalmente notato da un direttore. Clemente J. Mimum, nominato in era Berlusconi, che sposta Carboni al servizio interni: “Fui messo al politico. Volevano gente nuova”, ha raccontato a La Stampa. Il direttore che lo promuove caporedattore è Marcello Masi, gradito a tutti soprattutto all’Udc e poi sostituito nel 2016 da Ida Colucci, che Masi sposerà nel 2018.

Proprio Masi involontariamente fa la fortuna di Carboni quando lo incarica di seguire Beppe Grillo e il M5S nel 2013. Da novembre Carboni è il direttore dell’ammiraglia dell’informazione Rai.

Nelle ere precedenti eravamo abituati a notizie scomode sul fronte dei presunti rapporti mafia-politica ignorate dal Tg1. La notizia è che anche il Tg1 dell’era gialloverde evita di infilarsi in queste strade pericolose. Il Tg1 ha registrato con le sue telecamere martedì scorso le immagini di una parte molto delicata dell’audizione del collaboratore Giovanni Brusca al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Giovanni Brusca su sollecitazione del pm Stefano Luciani ha rievocato un incontro dell’estate del 1995 con il boss Matteo Messina Denaro, tuttora latitante. Mentre parlava di orologi, Matteo Messina Denaro avrebbe detto a Brusca che Giuseppe Graviano (boss di Brancaccio condannato per le stragi del 1992 e 1993) avrebbe visto un orologio prezioso del valore di 500 milioni di lire “al polso di Silvio Berlusconi in un incontro a quattr’occhi (…) non lo aveva visto su una rivista”. Matteo raccontava a Brusca, secondo quest’ultimo: “Giuseppe Graviano gli ha visto un orologio a Berlusca, come lo chiamavano loro”. Perché il direttore Carboni ha deciso di non trasmettere questo spezzone video del processo (disponibile da ieri sera sul sito del Fatto)? Ecco la risposta.

“Perché è una notizia vecchia non c’era nessun intento censorio, tu stai registrando questa intervista, non è questo il modo”.

Vorrei una posizione virgolettata del direttore del Tg1. Mi spieghi perché non avete mostrato quel video?

Noi abbiamo sempre riportato quello che diceva Brusca.

Direttore mi dispiace ma quando noi (dopo che La Stampa l’aveva relegata in un trafiletto, Ndr) abbiamo dato la notizia del verbale di Brusca il 17 dicembre del 2018, i Tg Rai non mi pare che l’abbiano riportata. Comunque ora Brusca ha ripetuto quel racconto (de relato e tutto da riscontrare, ndr) su un incontro di Berlusconi con Graviano in aula davanti alle telecamere del Tg1. Vorrei solo sapere se il Tg1 mostrerà agli italiani quel video

Non ho nessun pezzo su Brusca in scaletta alle 17 e 21, in questo momento, ma non è questo il modo di approcciare questa questione. E il Tg2 lo ha mostrato?

Il Tg2 non c’era

Ma scusa il Tg4 cosa ha fatto?

Non c’erano le telecamere del Tg4 in aula c’era solo la Rai e la mia, perché sto girando un documentario. Poi se mi chiedi perché Rete 4 non la mostra io ti rispondo che è ovvio: Berlusconi è l’editore.

Non c’era nessun intento censorio. Altrimenti non avrei mandato la telecamera.

Quando hai inviato la telecamera non potevi sapere che Brusca avrebbe parlato di Berlusconi.

Ma la notizia era stata già data

Sì ma solo dal Fatto. La Rai non l’ha mai ripresa. Brusca dice per la prima volta questa cosa in aula a un pm e a un Tribunale perché il Tg1, che ha le immagini, non le trasmette?

Va bene, io ora devo andare buona serata.

Borse in rosso dopo stime Ue. Tria:“Solo una battuta d’arresto”

La frenatadel Pil è “una battuta d’arresto, più che una vera recessione”. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria, nel corso di una movimentata informativa nell’Aula della Camera, ha tentato così di rassicurare parlamentari, risparmiatori, imprenditori. Coadiuvato anche dalla difesa del premier Giuseppe Conte: “Confermiamo le nostre valutazioni, recupereremo questa fase di rallentamento”. Parole che non hanno rassicurato la Borsa: Milano ieri ha chiuso in calo del 2,59% e lo spread ha toccato quota 283 punti, ai massimi da due mesi, risentendo delle previsioni poco rassicuranti dell’Ue. Il commissario agli affari economici Pierre Moscovoci non ha usato molte parole per commentare il dato del Pil: “I fatti parlano. Non sembra che l’espansione keynesiana prevista si stia materializzando in modo forte, malgrado un miglioramento della situazione finanziaria e dello spread. E credo che su questo si dovrebbe riflettere”. D’accordo il collega Valdis Dombrovskis che spiega come in Italia si stiano materializzando gli effetti delle incertezza politiche, e ricorda al governo che servono “politiche responsabili per sostenere stabilità, fiducia e investimenti”.

“La lotta al crimine economico non porta voti”

“Contrastare il crimine economico non porta voti, per cui tutti i governi ignorano o fanno finta di ignorare questo problema”. Parola di Francesco Greco, procuratore capo di Milano e magistrato impegnato da anni nella caccia ai pesci grossi della corruzione dell’evasione fiscale. In una lunga intervista a Fq MillenniuM, il mensile del Fatto diretto da Peter Gomez, in edicola da domani, il procuratore fa il punto sull’Italia del “nero” – a cui sono dedicati inchieste e approfondimenti del mensile – dalle tangenti ai crimini societari fino alle gigantesche somme sottratte al fisco dai big di Internet e del lusso.

Proprio la Procura di Milano, con diverse inchieste concluse con patteggiamenti o risarcimenti record al Fisco, ha permesso allo Stato di recuperare oltre un miliardo di euro di imposte da Google, Amazon, Apple, Paypal, Prada, Armani… Le cifre in ballo sono stratosferiche, ce n’è abbastanza per lasciare il segno in una manovra finanziaria. Eppure, al contrario, è minima la consapevolezza da parte della politica e dell’opinione pubblica di quanto sia importante stanare e colpire i colletti bianchi: “I danni individuali e sociali enormi e che colpiscono tutti non sono avvertiti direttamente e dunque non cresce nelle persone la consapevolezza di essere vittime”, spiega Greco, che fra l’altro ha coordinato le indagini che hanno portato alla condanna per corruzione, a sette anni e sei mesi in appello, di un altro big, questa volta della politica: Roberto Formigoni, già “celeste” governatore della Regione Lombardia.

In un convegno del 2015 lei disse che se lo Stato recuperasse le somme frutto di corruzione, evasione fiscale e riciclaggio, “tutti gli italiani potrebbero andare alle Maldive”. È cambiato qualcosa da allora?

La criminalità degli affari è una delle cause del declino del Paese e soprattutto delle disuguaglianze sociali. Basta scorrere il recente rapporto Oxfam che dimostra l’andamento della forbice tra ricchi e poveri e ragionare sul sommerso per rendersi conto dell’origine dei problemi: l’evasione fiscale. Del resto, le cifre lo dimostrano: tre scudi fiscali e due voluntary disclosure hanno fatto emergere una cifra impressionante di capitali clandestini, per lo più utili sottratti a tassazione.

Non c’è secondo lei un impatto negativo di questi provvedimenti? Quando vengono adottati, molti addetti ai lavori sottolineano come finiscano per premiare i “furbi”, incentivandoli a continuare a evadere in futuro.

I condoni (che purtroppo caratterizzano un po’ tutti gli Stati) dovrebbero essere accompagnati da misure restrittive per il futuro. In Italia, invece, questo non viene mai fatto, per cui diventano un premio agli evasori, ai più furbi rispetto a coloro che pagano regolarmente le tasse. Sulla voluntary disclosure, il ragionamento è diverso: si favorisce il rientro di capitali che altrimenti sfuggirebbero, con un obbligo di documentazione che permette fra l’altro la costituzione di una banca dati utilizzata ampiamente da guardia di finanza, Agenzia delle Entrate e Procure.

Quali fenomeni vede in crescita o in declino?

Stiamo assistendo a una sorta di “Mani Pulite” internazionale che dimostra come al colonialismo si è sostituita la prassi di finanziare regimi dittatoriali con la corruzione, affamando intere popolazioni, spesso costrette così a emigrare per fame.

Lo Stato fa abbastanza per recuperare le somme dovute e non pagate?

Come dimostrano i dati di Equitalia (circa 600 miliardi di non riscosso tra i quali anche le pene pecuniarie e le spese di giustizia…) ma anche dei cosiddetti “Non performing loan” (circa 340 miliardi di crediti inesigibili), il grande problema italiano è la riscossione. Non funziona e determina un gap di sistema che allontana anche gli investimenti. L’unica soluzione trovata dai governi sono i condoni. Ma ovviamente, al di là del giudizio etico, non basta.

Il sistema Italia è un malato ancora in convalescenza

Il dato era atteso: l’Italia nel 2019 crescerà solo dello 0,2%, ben al di sotto dell’1,3% dell’Eurozona. A stimarlo è la Commissione europea, che nelle sue previsioni di inverno lima di un punto il dato indicato lo scorso autunno, portandolo al di sotto dell’1% sul quale si è chiuso l’accordo con Bruxelles che ha evitato l’apertura di una procedura di infrazione. Cosa ci aspetta di qui in avanti non è affatto chiaro. Per il momento si parla solo di una recessione tecnica, ma se le condizioni esterne non dovessero migliorare – o dovessero precipitare per gli effetti della Brexit o di un altro choc imprevedibile – l’Italia si troverebbe a pagare il prezzo della sua debolezza.

Le analisi settoriali sull’inizio del 2019 indicano una congiuntura quantomeno ancora piatta. Per raggiungere l’obiettivo annuale di +1% di Pil previsto nella legge di Bilancio, occorrerebbe un ritmo di crescita di 0,8% in ciascuno dei restanti tre trimestri dell’anno. Nel primo trimestre dell’ormai lontano 2008, quando la crisi dei mutui subprime americani era già evidente, il Pil italiano raggiunse il suo massimo storico di 425,5 miliardi di euro (valori a prezzi 2010), con un aumento dell’1% rispetto all’ultimo trimestre del 2007. Anche l’occupazione raggiunse il suo picco con 25,2 milioni di occupati (unità di lavoro equivalenti a tempo pieno). Da allora sono trascorsi 11 anni, ma quei livelli sono ancora lontani, considerando che il quarto trimestre del 2018 si è chiuso a 402,8 miliardi di euro – il 5,3% in meno rispetto ad allora – e il numero di occupati a tempo pieno è ancora inferiore di 1,1 milioni di unità. Nel frattempo l’economia italiana ha subito tre recessioni, di cui l’ultima appena iniziata. La prima flessione durò dal secondo trimestre del 2008 fino a giugno del 2009, lasciando sul campo l’8% del prodotto e il 3,6% dell’occupazione. Per un paio d’anni sembrò che le cose si stessero riprendendo, ma subentrò la crisi dei debiti sovrani di alcuni Paesi della zona euro con in testa la Grecia, che fece sprofondare nuovamente la situazione. Questa volta il calo durò per sette trimestri consecutivi – dal terzo del 2011 al primo del 2013 – e costò il 5,2% del prodotto e il 3,7% dell’occupazione.

Trascorso poco più di un anno a fasi alterne, dal primo trimestre del 2015 il Pil – e con esso l’occupazione – ha ripreso a crescere per 14 trimestri consecutivi, anche se a un ritmo assai modesto. Negli ultimi due trimestri del 2018, a causa principalmente del rallentamento del commercio internazionale, l’economia italiana – ancora convalescente – ha avuto una nuova ricaduta. Negli ultimi 30 trimestri a partire dalla seconda metà del 2011, il Pil italiano è cresciuto meno di quello dell’Eurozona, che a giugno 2015 aveva recuperato i livelli pre-crisi e ora li sopravanza del 7,3% (il 9,9% escludendo l’Italia). I numeri della crisi italiana parlano chiaro e raccontano una difficoltà strutturale a mettere in moto il sistema economico. In termini di contributo alla variazione del Pil, la domanda interna al netto delle scorte negli ultimi 11 anni ha subìto una forte contrazione con un calo dell’1,9% dei consumi (1,4% quelli privati e 0,5% i pubblici) e del 4,2% degli investimenti, con la domanda estera netta in aumento di 1,6% (3,1% di esportazioni e 1,5% di importazioni. Tutt’altra musica nell’Eurozona, dove i consumi sono cresciuti del 4,9% (2,8% i privati e 2,1% i pubblici), gli investimenti sono diminuiti dello 0,5% e la domanda estera netta è aumentata del 2,7%.

Fca, utile 2018 al +3% ma crolla in Borsa per le stime sul 2019

Fiat Chrysler archivia il 2018 con risultati che definisce “da record” (il bilancio che comprende ancora Magneti Marelli, ceduta in agosto) con un utile netto di 3,6 miliardi di euro, in crescita del 3%, ma crolla in Borsa. Le previsioni per il 2019 – in particolare il margine operativo lordo stimato dall’azienda in 6,7 miliardi di euro – deludono gli analisti e il titolo chiude una giornata, che era già difficile prima dei conti, con un tonfo del 12,21% a 13,38 euro. Nella galassia del Lingotto soffrono anche la holding Exor (-4,73%), Ferrari (-2,55%) e Juventus (-2,18%). Bene invece Cnh Industrial (+1,21%), la società di veicoli commerciali. A penalizzare il titolo Fca è anche la debolezza del comparto auto, dopo le indicazioni negative sul 2019 dei grandi costruttori, General Motors, Daimler e Toyota. Anche in Italia la necessità di investire in nuove costose tecnologie per le auto elettriche preoccupa le aziende del settore, che vogliono “un confronto serrato” col governo. A Torino, intanto, prosegue il confronto tra l’azienda e i sindacati per il rinnovo del contratto di oltre 80.000 lavoratori di Fca, Cnh e Ferrari. “Da affrontare anche i capitoli relativi a sicurezza del lavoro e orario di lavoro”, spiegano Fim, Uilm, Fismic e Ugl.

Tav, ultima balla: falso che faccia sparire i camion dalle strade

Visto che le polemiche sul nuovo tunnel ferroviario della Val di Susa si sono trasformate nella solita gara di rutti con cui la nazione ama prendere le grandi decisioni, può essere utile fermarsi un attimo a guardare la realtà. Prendiamo l’autostrada Brebemi, la Brescia-Bergamo-Milano, che è lo spreco per antonomasia. L’autostrada dove non passa nessuno. Bene, ogni giorno la percorrono 6 mila mezzi pesanti, stando ai dati ufficiali di novembre 2018. Nel tunnel autostradale del Frejus, dipinto dai sostenitori del nuovo traforo ferroviario come l’inferno di asfalto intasato da un numero di tir capaci di inquinare tutto l’arco alpino, ogni giorno passano (dato ufficiale medio del 2018) 2.154 mezzi pesanti: un terzo del traffico della deserta Brebemi.

Dovrebbe bastare questo dato a chiudere ogni discussione. Tanto è già chiaro che l’analisi costi-benefici commissionata agli esperti guidati dall’economista Marco Ponti non servirà a niente. Prima ancora di leggerla hanno cominciato a massacrarla di critiche, la più forte delle quali è che siccome Ponti è da sempre contrario a quell’opera inutile i suoi calcoli non sono attendibili. Poco importa che l’analisi costi-benefici è una metodologia basata su standard scientifici internazionali messi a punto per spendere il denaro pubblico dove ce n’è più bisogno. Quindi conviene fare una cosa alla portata di tutti gli improvvisati esperti di trasporti: contare i camion che passano.

“Basta con i tir che inquinano!”. Gridano così, all’unisono, i militanti del nuovo partito ecologista-industrialista. Sotto il Frejus passano ben duemila camion al giorno, gridano inorriditi nuovi apostoli dell’ambientalismo come l’ex sindaco di Torino Piero Fassino e l’ex ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Il numero fa impressione, detto così. In realtà sono in media uno ogni 40 secondi. Sulla tangenziale di Torino di camion ne passano ogni giorno non duemila ma 80 mila, che però non preoccupano.

Non solo. Sulla autostrada Torino-Milano corrono ogni giorno (dato di novembre, mese non dei più trafficati) 13.500 mezzi pesanti, quasi dieci al minuto, uno ogni sei secondi. Il traffico è sei volte quello del traforo autostradale del Frejus. Perché quando si è costruito il Tav Milano-Torino non si è pensato di spostare un po’ di quei tir dalla gomma al ferro? Sulla autostrada A4 Milano-Brescia passano ogni giorno 17 mila camion, uno ogni cinque secondi. È l’autostrada così intasata che per sgorgarla non hanno costruito una ferrovia ad alta capacità, ma un’altra autostrada, la Brebemi. Nel frattempo stanno costruendo anche la ferrovia ad alta velocità Milano-Brescia-Padova, ma servirà solo per i passeggeri. E perché nella pianura Padana non si sente l’esigenza di togliere il traffico inquinante su strada e spostarlo sulla ferrovia come si vuol fare in Val di Susa? Perché nessuno invoca di togliere dalla gomma e mettere sul ferro i 7 camion al minuto dell’Autostrada del Sole?

La ragione è semplice: è una cosa impossibile. Impossibile in Veneto e in Lombardia come in Piemonte. Lo hanno sempre saputo. Infatti anche la Torino-Lione, come la Milano-Napoli e le altre linee ad alta velocità, è nata per i passeggeri, in un’epoca in cui si sognava un’Europa solcata dai treni veloci. Quando si è visto che non c’era abbastanza traffico passeggeri per giustificare l’opera, è stata inventata la storia delle merci da spostare sul ferro, per ragioni ambientali e perché l’autostrada si sarebbe presto intasata.

Il grande imbroglio è proprio questo: a parte che non c’è nessun intasamento, il traffico merci non può essere tolto dalla strada perché è per la gran parte di breve gittata. Se un mobilificio di Lissone deve consegnare la sua merce a Pavia, il camion farà i 70 chilometri di autostrada in un’ora. Come convincere il trasportatore a portare i mobili al più vicino scalo merci ferroviario per caricarlo su un treno che porterà il carico a uno scalo merci di Pavia dove un camion vuoto dovrà andare a prenderlo per portarlo a destinazione?

Prendiamo un altro dato. Sull’autostrada A32 Torino-Bardonecchia, quella che porta all’imbocco del traforo del Frejus, passano ogni giorno 3.300 mezzi pesanti. Solo 2.154, come abbiamo visto, attraversano il tunnel che collega l’Italia alla Francia. Ciò significa che un terzo del traffico che inquina la Val di Susa è di interesse locale, non partecipa al grande flusso di merci che, stando ai nostri sognatori, attraverserebbe l’Europa da Kiev a Lisbona e viceversa. Infatti, anche ipotizzando che tutti i 2.154 camion al giorno che attraversano nei due sensi il confine con la Francia vengano da lontano, rimangono una piccola frazione dei 30 mila che si muovono sulla A4 e sulla A21 Torino-Piacenza. Ed è un’ulteriore conferma che indicare nella Val di Susa la strozzatura del traffico merci capace di compromettere il futuro dell’economia piemontese e italiana tutta è solo un’invenzione propagandistica del partito del cemento e dei tunnel.

Con un corollario addirittura grottesco. Guardate la cartina qui sopra. Con il nobile scopo di liberare dall’inquinamento di un camion ogni 40 secondi la Val di Susa, vogliono fermare i tir a Torino e caricarli su un treno. Il centro intermodale è a Orbassano. I camion provenienti da Milano (o forse da Kiev) con la A4, anziché tirare dritto verso Bardonecchia dovrebbero imboccare la tangenziale Torinese (già intasata, lo abbiamo visto, da 80 mila camion al giorno) e raggiungere Orbassano su strade ordinarie. Sottrai l’inquinamento dalle Alpi e lo aggiungi ai torinesi che tanto hanno l’aria buona e non aspettano altro.

 

Casellati inaugura il ciclo delle cene

Ormai è ufficiale: la mensa di Queen Elizabeth, al secolo Maria Elisabetta Alberti Casellati, apre per un ciclo di cene di gran classe. Come raccontato dal Fatto, mercoledì a palazzo Giustiniani, Queen Elizabeth ha concesso un pasto a corte alle senatrici di centrodestra. Siccome la coalizione è sfasciata, Fratelli d’Italia ha disertato e le leghiste hanno ricevuto l’ordine dal capogruppo Romeo, un uomo, di rifiutare l’invito. Il maestoso tavolo imbandito per decine di commensali s’è ridotto a un mesto raduno di Forza Italia. Assente Annamaria Bernini. Per stanare le polemiche, Queen Elizabeth s’è inventata – con notevole fantasia – un incontro settimanale per prepararsi all’otto marzo, festa della donna. Rimane l’impedimento della promiscuità parlamentare, per cui la prossima volta tocca alle senatrici di Lega ex Nord e Cinque Stelle, poi al centrosinistra fra Partito democratico, Liberi e Uguali e pezzetti di Gruppo misto. Non va esclusa una seconda tornata di cene al maschile in vista di San Giuseppe, festa del papà, con l’ipotesi concreta di poter gustare le zeppole sia fritte che al forno con crema pasticcera. La ciliegina, ovvio, è lei: Queen Elizabeth.

Da Catullo a Berlusconi: “L’arte di leccar natiche è la più antica di tutte”

La prevalenza dell’homo lingens. Da lingere, leccare in latino. La professione più antica del mondo, senza offesa per le altre, ovviamente.

L’uso della lingua è sempre volontario nell’uomo, a differenza di un cane che lo fa per necessità.

Un muscolo volontario, lei scrive.

Chiarisce la natura ontologica ed etica del lecchino.

Che non è un diminutivo. Lecco come sostantivo non esiste.

È un nome fortemente alterato, un finto vezzeggiativo. Secondo Musil, il lecchino nacque nel settimo giorno della Creazione, quando Dio non creò proprio nulla. Il lecchino rappresenta quel nulla in forma esistenziale.

Il professore Antimo Cesaro è un colto meridionale che insegna Filosofia Politica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. Nella scorsa legislatura gli è capitato in sorte di fare il deputato e il sottosegretario alla Cultura, con i civici di Mario Monti. Poi i montiani si sono dispersi e lui ha rifiutato di ricandidarsi. Dopo un lustro di praxis politica, è tornato alla teoria.

La Camera è stata un osservatorio magnifico per studiare l’arte del “leccar natiche”, come scriveva Catullo. Lingere culum, per la precisione.

Sì, ma io mi fermo volutamente alle soglie del Novecento, sine ira et studio. Ho voluto fare un piccolo trattato di antropologia culturale, scritto nei lunghi tempi morti di Montecitorio, mentre gli altri sonnecchiavano oppure giocavano con lo smartphone. E poi per la modernità c’è il suo direttore Travaglio con Slurp.

Siete complementari.

Certamente.

Però la drammatica eredità del Porcellum dilata la patologia del lecchino. Pensiamo a Berlusconi.

Quando un capo carismatico decide le liste procede per affiliazione e la lingua gioca un ruolo fondamentale. Gorgia di Lentini ne diede la definizione migliore a mio giudizio: “Artista della mendicità”.

C’è anche Dante che immerge Alessio Interminei da Lucca nel girone dei fraudolenti. “Vidi un col capo sì di merda lordo”. Immagine inequivocabile.

È la conseguenza dell’atto di mettere il capo nel deretano. Gli americani chiamano i lecchini brown-nose. Naso marrone.

Altra immagine chiara.

È il terzo tipo di bacio, che indica abiezione e depravazione morale. Era anche una pratica satanica e della stregoneria. Il lecchino è uno che vende l’anima.

L’osculum infame.

Baciare le terga.

Gli altri due baci?

Il primo, sulla bocca, indica un rapporto paritetico. Il baciamano è invece sottomissione.

Ad Afragola, nel napoletano, c’è stato un baciamano a Salvini, modello Gava d’antan, il vecchio boss dc.

Attenzione però, quel bacio è dettato dal bisogno e dalla povertà. Il lecchino di professione usa le masse per emergere, tanto più quando c’è molta confusione.


Lingere culum è tipico del populismo?

Non sto dicendo questo. Il lecchino è trasversale da sempre, attraversa tutti i regimi. Ma la proliferazione dei lecchini è un campanello d’allarme per la democrazia, significa che il popolo vuole seguire un capo, sceglie la servitù volontaria.

Addirittura.

È il formidabile Discours de la servitude volontaire di Étienne de La Boétie, l’uomo si acconcia alle peggiori dittature anzichè desiderare la libertà.

Quindi si rischia sempre.

Sono tempi di post-democrazia. I partiti non esistono più, ci sono i capi politici che fanno le liste dei buoni e dei cattivi.

Il lecchino è pura teoria politica, oltre che letteratura. Larcio Licinio, lei scrive, fu l’inventore della claque.

Questo è il lecchino imprenditoriale, che progetta il suo futuro. Si lecca oggi per incassare domani.

Adulatore, lacchè, ruffiano, cicisbeo. I sinonimi sono vari. Poi c’è il verbo strisciare. Nel suo libro c’è la traduzione del Saggio sull’arte di strisciare a uso dei cortigiani di Paul-Henri Thiry d’Holbach.

Il lecchino non è un quadrupede, abbiamo detto, ma può strisciare come un verme.

Sempre immagini efficaci, eh?

La mia è una rigorosa classificazione tassonomica.

Lei ha mai leccato?

Chi è senza leccaggio scagli la prima saliva.

Ha ceduto, allora.

Ma in politica ho rifiutato le lusinghe di vari partiti che volevano ricandidarmi. Sono un uomo verticale.

B. sempre più solo: cucinato a fuoco lento dagli “alleati”

Se photo opportunity doveva essere, è venuta assai sfocata. A più di un anno dall’ultimo incontro a tre in pubblico (una cena rabberciata ribattezzata “patto dell’arancino” prima delle Regionali siciliane), ieri Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono tornati a farsi vedere insieme.

Conferenza stampa unitaria a Pescara, a sostegno del candidato di centrodestra alle elezioni di dopodomani in Abruzzo, Marco Marsilio, di Fratelli d’Italia, oriundo abruzzese, ovvero romano de Roma con avi di queste lande. Che è anche in testa nei sondaggi, tallonato però a vista dalla grillina Sara Marcozzi e dal dem Giovanni Legnini. L’attenzione era puntata, però, sulla politica nazionale, dove il centrodestra non esiste più e in pochissimi, anche all’interno di Forza Italia, ci credono ancora. A scanso di equivoci, Salvini mette subito le cose in chiaro. “La maggioranza di governo non è a rischio. Dove il centrodestra governa lo fa bene, ma il modello non è traslabile a livello nazionale. Faccio con orgoglio il ministro dell’Interno e intendo continuare per 5 anni”, afferma. Giusto per trasformare il sorriso di Berlusconi in una smorfia. “Il centrodestra è stato il recente passato, il presente e sono sicuro sarà anche il futuro. Quando torneremo insieme a Roma? Dovete chiederlo a Salvini…”, sospira l’ex Cav. Che ha mandato un messaggio anche dalle pagine del Corriere. “L’alleanza Lega-5 Stelle non può durare, non credo che il Carroccio voglia suicidarsi…”.

Il problema, però, è che il rapporto tra azzurri e padani è sempre più complicato. Anche a livello locale. In Piemonte, per esempio, Salvini non è convinto del candidato forzista Alberto Cirio e i suoi ragionano su un altro nome. Distanza rafforzata anche dai sondaggi. Uno interno al Carroccio, rivelato dalla Stampa, secondo cui la Lega da sola è al 30-32% ma se torna in coalizione col vecchio centrodestra scende al 25. Un altro, di Alessandra Ghisleri, secondo cui i lumbard crescono dell’1,5% al giorno e ora stanno quasi al 34. Numeri che fanno da calamita per molti forzisti, pronti ad abbandonare la baracca per saltare sul carro vincente. Per Berlusconi l’assedio agli azzurri è raddoppiato: prima c’era solo il fronte leghista, ora si è aperto anche quello con Giorgia Meloni. Anzi, “la signora Meloni”, come la chiama nell’intervista al Corriere. Segno di un’insofferenza profonda nei confronti dell’ex ministra della Gioventù che vuole un nuovo soggetto a destra e ha l’obiettivo di svuotare del tutto il partito azzurro. “Il centrodestra non potrà più ripresentarsi in futuro come l’abbiamo conosciuto. Noi stiamo lavorando per una sua ridefinizione”, ha ribadito pure ieri Giorgia, proprio davanti a B. E ai suoi Meloni non fa mistero di puntare, nel medio-breve, addirittura a superare Forza Italia. Insomma, ieri niente patto dell’arrosticino. Lo spiedino abruzzese, semmai, è andato di traverso a Silvio.

Lattanzi e il voto: “Il Parlamento fa valutazioni politiche”

Il presidentedella Corte costituzionale Giorgio Lattanzi parla del caso politico del momento, l’incriminazione di Salvini per il caso Diciotti, anche se, naturalmente, non fa riferimenti espliciti. Ma, in sostanza, dice che se anche il governo fa quadrato, questo non esclude che ci possa essere per tutti i ministri una contestazione di reato (in questo caso sarebbe sequestro di persona). A domanda dei giornalisti in merito ai reati ministeriali, spiega: “Un reato può essere commesso da una singola persona o da più persone, come da un singolo ministro, da più ministri o dall’intero governo”. Ancora: “In presenza di un reato ministeriale c’è un Tribunale dei ministri, quindi un organo collegiale che è garanzia. Questo Tribunale se ritiene che quel fatto che è stato denunciato costituisce un reato, rimette quel caso al Parlamento il quale deve valutare se questo reato è stato commesso nell’interesse dello Stato o nell’interesse pubblico. Quindi c’è una valutazione giuridica e una del Parlamento; i giudici fanno una valutazione giuridica e il Parlamento una politica”.