Conte, Di Maio e Toninelli: “Scelte collegiali”

“Si è trattato di decisioni collegiali” giurano il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e il vicepremier Luigi Di Maio. “Le azioni poste in essere dal ministro dell’Interno attuano un indirizzo politico istituzionale che il governo da me presieduto ha sempre coerentemente condiviso” insiste il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Lo scudo offerto al ministro dell’Interno e vicepremier leghista, accusato di sequestro aggravato per la gestione ad agosto dei migranti trattenuti a bordo della Nave Diciotti, pare massimo.

Le sette paginette vergate da Toninelli e Di Maio, che il capo del Carroccio ha chiesto di allegare alla sua memoria, sono state acquisite dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Nonostante le proteste di Pietro Grasso di LeU, che di fronte all’autodenuncia dei membri del governo contenuta nei documenti, ha chiesto, inutilmente, che ne fossero messi al corrente i giudici del Tribunale dei ministri di Catania. Che, come noto, accusano il solo Salvini per la mancata autorizzazione allo sbarco dei migranti della Diciotti tra il 20 e il 25 agosto scorsi.

Per la verità, all’epoca dei fatti contestati, fu lo stesso capo della Lega a rivendicare la sua responsabilità piena nella gestione della Nave Diciotti. Che ora, anche nella memoria presentata a Palazzo Madama, vuole intestare all’intera compagine governativa. E sarà forse per questo che nelle 16 pagine di controdeduzioni alle accuse formulate dai magistrati di Catania, non ha allegato le sue dichiarazioni sul no allo sbarco che pure tanto consenso gli avevano fruttato presso la pubblica opinione. Il “Capitano”, infatti, in quei giorni di calura estiva, le aveva cantate un po’ a tutti: al presidente della Camera nonché maggiorente dei 5 Stelle Roberto Fico, perché si ostinava a fare pressing per una soluzione rapida della vicenda. “Che ognuno si occupasse del suo lavoro” lo aveva liquidato Salvini, Che poi si era rivolto in malo modo a Sergio Mattarella e a Giuseppe Conte, sospettati a un certo punto di voler cedere alle pressioni facendo sbarcare i migranti prima che l’Ue facesse la sua parte.

“Io non do’ alcuna autorizzazione allo sbarco. Se vuole farlo il presidente della Repubblica, lo faccia; se vuole farlo il presidente del Consiglio, lo faccia. Ma lo fanno senza il consenso del vicepresidente del Consiglio e del ministro dell’Interno”, aveva detto Salvini il 22 agosto, ovviamente via Facebook. Per poi proseguire con un aut aut: “O cambiate Paese o cambiate ministro”. E che dire delle sue dichiarazioni al Tg5 del giorno successivo? “Io voglio rispettare quello che ho promesso agli italiani: mi piacerebbe che gli alleati facessero lo stesso”, aveva chiosato facendo trapelare una certa insoddisfazione per l’atteggiamento dei compagni di avventura governativa. Esattamente come era avvenuto poche settimane prima, il 12 luglio, quando il premier s’era dovuto sfilare dalla linea della durezza imposta da Salvini, sempre su ordine di Mattarella, che aveva “invitato” Conte, e per suo tramite il governo, a smetterla e a far sbarcare immediatamente i migranti a bordo della Diciotti, che quella volta era ancorata nel porto di Trapani.

Certo, da Di Maio non era mancato il sostegno all’alleato leghista, nonostante i toni. “Se Salvini abbia esagerato non me ne frega niente: la cosa più importante di questa storia è che alla fine con l’intervento del presidente della Repubblica si è sbloccata la situazione” aveva detto il capo politico del M5S, che era parso felice di potersi lasciare alle spalle quel momentaccio, risolto solo grazie a Mattarella.

Del ruolo del Quirinale nelle memorie di Salvini, Toninelli, Di Maio e Conte non c’è traccia. Né dei consigli dei ministri dove sarebbero state condivise o riviste le decisioni sulla Diciotti. Mentre puntigliosamente viene ricordato l’articolo 13 del contratto di governo rubricato “rimpatri e stop al business”. Forse un po’ poco in punto di diritto.

Morra voleva far processare Salvini, invece processano lui

Il primo round porta la data di mercoledì mattina. Quando ha visto arrivare Nicola Morra davanti alla buvette del Senato, il gruppo di colleghi della Giunta per le autorizzazioni di palazzo Madama lo ha affrontato a muso duro: “Ci hai fatto passare per traditori!”, lo hanno attaccato, convinti (a torto) che i retroscena sull’assemblea di martedì mattina – quelli che hanno fatto titolare al Fatto “Mezzo M5S parla come B.” – fossero farina del suo sacco.

Non ci stanno, loro che sono avvocati e professori, a finire nel calderone di chi pensa di salvare Matteo Salvini dal processo solo per opportunità politica. Dicono che il loro è stato un contributo “alto, giuridico” e che non doveva finire svilito così. Ma se fino a quarantotto ore fa la questione era rimasta nelle discussioni tra “tecnici”, ieri la faccenda si è fatta politica. E quando Morra (“Ancora! Visto che avevamo ragione?!”), sempre al Fatto, ha deciso di tirare l’affondo sul “dna” del Movimento, è venuto giù tutto.

L’unico a parlare in chiaro, va detto, è Mario Giarrusso. Ma lo fa davanti alle telecamere de La7 e per di più a nome dei membri della Giunta, visto che è il loro capogruppo. Contro Morra ha parole di fuoco: “Capisco che chi è laureato in Filosofia ed è digiuno di diritto non distingua l’articolo 68 della Costituzione dall’articolo 96 – dice Giarrusso – Io sono un avvocato e riesco bene a capire la differenza, dobbiamo avere la capacità di spiegarlo, come hanno fatto Conte e Di Maio. Poi ognuno si prende la responsabilità delle cose che dice”.

In estrema sintesi, per chi se lo fosse perso, sulle pagine del nostro giornale Morra ha sostenuto che “chi è nel palazzo non può godere di un trattamento differente” e che “la magistratura non può essere considerata un plotone di esecuzione”. La sua linea, condivisa con una pattuglia non troppo folta di parlamentari, è per il Sì al Tribunale dei ministri, che chiede l’autorizzazione per mandare a giudizio il ministro dell’Interno. Una tesi che si scontra con la riflessione, decisamente più diffusa all’interno del M5S, secondo cui il caso Diciotti è un unicum e dunque non può essere paragonato a quelle immunità a cui i Cinque Stelle hanno sempre detto “no”.

Così, ieri, quello a finire sotto processo è stato proprio Morra. “Ha detto quelle cose? Quindi si dimette dall’Antimafia?”. Il pensiero è binario, ma assai comune tra i parlamentari del Movimento: dell’humus grillino a cui si è richiamato il senatore calabrese, è rimasta di certo la collera contro “le poltrone”, mai sopita, neanche adesso che ci siedono loro.

Dunque, la carica di presidente di una delle commissioni parlamentari più prestigiose diventa l’arma da brandire contro chi ha detto cose che, ad essere sinceri, un tempo sarebbero state quasi derubricate a banalità. E poi non sono mancate, nel Movimento, le voci di chi ha voluto ricordare che Morra è deluso perché non è passata la nomina di Marcello Minenna alla Consob, di cui lui era sostenitore. E nemmeno quelle di chi considera l’intervista di Morra un attacco alla leadership di Luigi Di Maio. E ancora quelle di chi sostiene che se Morra avesse davvero ritenuto così grave il “sequestro di persona” commesso da Salvini con la Diciotti, avrebbe potuto parlare allora, ad agosto: “Ma non l’ha fatto perché stava facendo la guerra a Giarrusso (il suo sfidante interno, ndr) per la presidenza dell’Antimafia e non si voleva azzoppare”. C’è anche chi lo difende, sia chiaro. Ma sono pochi, molto pochi. E non si fanno sentire.

Mineo, chiude il Cara ieri i primi cinquanta trasferimenti

Il centro d’accoglienza per i richiedenti asilo (CARA) più grande d’Europa chiude i battenti. La struttura di Mineo, che ha ospitato picchi di 4 mila migranti contemporaneamente, era nata come “Residence degli Aranci” riservata ai militari americani di base a Sigonella. Nel 2011 diventa la casa dei migranti, per volere dell’allora ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni. Negli ultimi otto anni, è stato al centro di inchieste giudiziarie per la gestione degli appalti, oltre alle rivolte e proteste dei migranti, per il sovraffollamento e le condizioni di vita. Il ministro Salvini ha deciso di chiuderlo entro l’anno, trasferendo i migranti nei centri d’accoglienza straordinaria (CAS). Ieri i primi 50, tutti uomini e senza vincoli familiari, sono stati spostati a Ragusa, Siracusa e Trapani. A differenza di Castelnuovo di Porto, a Mineo non ci sono stati scontri e proteste. “Centocinquanta persone, dal primo ottobre a oggi, volontariamente hanno abbandonato il centro – spiega Francesco Magnano direttore del Cara –, i 1200 ospiti attuali potrebbero essere distribuiti in altri 12 piccoli centri senza dover interrompere il processo d’accoglienza”.

I pm: “Nessun reato, i 117 sono morti perché non c’erano navi”

Per i pm romani né la Guardia Costiera né la Marina Militare hanno commesso alcuna omissione di atti d’ufficio il 18 gennaio scorso durante le operazioni di soccorso di un gommone a 50 miglia a nord-est di Tripoli. È il primo naufragio del 2019, quando morirono 117 persone. Un elicottero della Nave Duilio della Marina militare ne salvò tre.

Sulle modalità di intervento, la Procura di Agrigento aveva aperto un’inchiesta, poi trasferita a Roma per competenza. Il fascicolo è rimasto contro ignoti e ieri è arrivata la richiesta di archiviazione: “L’evento era fuori dalla zona Sar di competenza italiana – scrivono i magistrati – e il primo Mrcc che ha ricevuto la notizia era quello della Libia, anche perchè nessuna chiamata di soccorso è pervenuta alle autorità italiane direttamente da un telefono satellitare il 18 gennaio”. In altre parole la responsabilità, dal punto di vista legale, è dei libici. Resta una domanda: si poteva intervenire più celermente?

Prima dell’intervento della nave Duilio – che era a 108 miglia di distanza – quando intorno alle 13 inizia il naufragio, in quella zona ci sono due navi più vicine. A circa 30 miglia si trovava il mercantile battente bandiera liberiana Cordula Jacob che interverrà molte ore dopo. Quel pomeriggio non interviene neanche la nave Lipari della Marina Militare ormeggiata davanti Tripoli. Le regole di ingaggio stabilite nel decreto missioni legittimano solo il supporto tecnico-logistico a Marina e Guardia Costiera libica. E così è toccato intervenire alla più lontana Duilio.

Nelle indagini della procura di Roma è stata ricostruita, ora dopo ora, la storia del naufragio. È il 17 gennaio quando 127 persone, di cui due bambini di un mese e uno di un anno, lasciano Gas Garbulli, a sud-est di Tripoli. Dopo un mese di detenzione ognuno ha pagato fino a 800 euro per il viaggio in mare. Dopo 15 minuti di viaggio in mare il trafficante lascia il gommone a un migrante del Sud Sudan con in mano una bussola e un telefono satellitare. Lo spazio è poco e molti viaggiano di notte a cavallo dei tubolari del gommone, che deve andare piano con il mare calmo. Alle 12 del giorno successivo, a 48 miglia dalla costa libica, però il mare si agita. Le onde sono alte e lunghe. In poco tempo i tubolari si sgonfiano lentamente. Iniziano ad affondare. Il senegalese tenta di chiamare i soccorsi ma un’onda più forte fa volare il satellitare in mare. I migranti sono terrorizzati e cercano di salvarsi spostandosi nella parte più gonfia. Lentamente molti scivolano in acqua.

Cosa accadeva nel frattempo nelle centrali operative di Roma e Tripoli? Agli atti c’è la cronologia delle comunicazioni. Alle 13.39 l’aereo da pattugliamento P72 del 41esimo Stormo di Sigonella dell’Aeronautica militare per primo avverte la Nave Lipari della Marina militare che c’è un gommone in mare. Otto minuti dopo la Nave Lipari “comunica alla sala operativa della Guardia Costiera libica che vi è un natante”. Alle 14.21 la notizia arriva a Roma. Scrivono i pm: “La centrale operativa del comando in capo della squadra navale della marina militare italiana comunicava telefonicamente a Mrcc Roma”. Da qui parte la telefonata alla Nave Lipari. Roma però non vuole la patata bollente e così chiama alle 14.37 la centrale operativa della guardia costiera libica “chiedendo conferma in merito all’assunzione del coordinamento delle operazioni”. Quella telefonata è la prova per i pm che coordinamento – e di conseguenza responsabilità – sono dei libici.

Ecco la telefonata:

Mrcc Roma: Quindi scusa signore ma tu assumi il coordinamento del Sar?

Libyan Cg: Si. Ti darò informazioni e presto, ok.

I libici però non sono in grado di soccorrere i migranti. Il capo centrale della Guardia Costiera libica “chiedeva la cortesia di contattare il vicecomandante in quanto lo stesso capo centrale aveva difficoltà a contattarlo col proprio cellulare”. Solo alle 15 e 51 la Centrale Operativa Libica riferiva a Roma che la motovedetta libica Gamines era uscita sì ma era pure dovuta rientrare a causa di un’avaria del motore. E sono già passate circa quattro ore dall’inizio del naufragio. Alle 15.51 quindi la centrale operativa libica alza finalmente bandiera bianca e contatta Roma per chiedere di “inviare un messaggio informativo della situazione di emergenza alle unità mercantili in transito”. Alle 16.01 parte il messaggio che arriva anche al mercantile Cordula Jacobs. I migranti continuano ad annegare finchè alle 16,45 la Nave Duilio della Marina Militare, invia un elicottero che riuscirà a salvare i tre superstiti che riescono a salire sulle zattere lanciate troppo lontano dall’aereo P72 italiano.

Sul posto solo a tarda notte arrivano anche la Cordula Jacob e la Sea Watch3.

“Esclusa ogni responsabilità penale di tutti i soggetti italiani intervenuti – scrivono i pm – appare esser stata determinante, purtroppo, la circostanza che il gommone sia affondato in un’area nella quale nel pomeriggio del 18 gennaio non vi erano mezzi navali nelle vicinanze e che l’assetto più vicino, la Cordula Jacob, abbia ritardato, in modo significativo, il proprio intervento”. Il cargo avrebbe perso tempo e soldi se avesse tirato su qualche naufrago e questo potrebbe spiegare la lentezza. Per lo Stato italiano la vicenda si chiude, resta aperto un filone di indagine per verificare le eventuali omissioni nell’intervento del mercantile.

Primo sì in Senato alla legge che taglia deputati e senatori

È passataieri in Senato la riforma costituzionale cara ai 5 Stelle che riduce il numero dei parlamentari: a favore, oltre ai grillini e alla Lega, hanno votato Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre contro si sono schierati contro Pd, Leu e il gruppo delle Autonomie. Si tratta del primo passo di un lungo processo, visto che le modifiche alla Carta richiedono ben due letture conformi da parte di Camera e Senato (è come se la legge venisse approvata due volte, la seconda con un procedimento più veloce però), ma più che sufficiente a far festeggiare Luigi Di Maio e i suoi. In sostanza, il ddl firmato dal ministro Riccardo Fraccaro riduce il numero dei senatori da 315 a 200 e dei deputati da 630 a 400. Il M5S ha festeggiato ieri il “taglio ai costi della politica” che è uno dei suoi mantra, mentre più defilata è rimasta la Lega (in Aula per il partito di Salvini ha parlato il solo Calderoli). Il gruppo del Pd, da parte sua, ha annunciato un nuovo ricorso alla Corte costituzionale contro l’iter di approvazione dopo che la Presidenza del Senato ha dichiarato inammissibili alcuni suoi emendamenti per “estraneità di materia”: i dem proponevano di trasformare il Senato in una Camera delle autonomie senza rapporto di fiducia col governo.

Il colonialismo secondo Dibba e Di Maio e i baci di Salvini: “Manù matto e cinico”

Libia, migranti, Tav, economia, Gilet gialli. I rapporti tra il nuovo governo italiano e i cugini d’Oltralpe sono complicati per diverse ragioni, e lo sono stati dal principio. Emmanuel Macron è uno degli obiettivi privilegiati delle polemiche dei due vicepremier. Matteo Salvini ha un intero vocabolario di appellativi per il presidente francese: l’ha definito un “signorino che eccede in champagne” (22 giugno), “arrogante” (26 giugno), “matto” (27 giugno), “nuovo Napoleone” (2 luglio), “cinico” (5 luglio), “ipocrita” (30 agosto). Sono solo alcune delle dichiarazioni più colorite. Anche se il “Capitano” leghista non dimentica mai di citare gli interessi francesi in Libia e le conseguenze sulla stabilità del Paese, il tema tipico degli scontri tra Viminale ed Eliseo sono i migranti: “Il Paese più in torto con noi è la Francia – ha detto Salvini a giugno dopo lo sbarco negato alla nave ong Aquarius – che ha preso finora 640 immigrati, ma si era impegnato per 9610 persone. Emmanuel, visto che hai il cuore d’oro, domani ti daremo le generalità di 9mila migranti che ti eri impegnato a prendere”.

Il rapporto dei Cinque Stelle con Macron non è migliore. C’è la partita sull’alta velocità Torino-Lione e ci sono le ultime uscite della coppia Di Maio-Di Battista sul neocolonialismo francese in Africa e sui Gilet gialli. La prima mina è esplosa a fine gennaio: “Ci sono Paesi africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il franco delle colonie – ha detto Di Maio – e con quella moneta si finanzia il debito pubblico. Se la Francia non avesse le colonie africane sarebbe la 15esima forza economica mondiale. Invece è tra le prime grazie a quello che sta combinando in Africa”. Stessa tesi ripetuta da Di Battista in diretta tv (da Fabio Fazio a Che tempo che fa). L’ultima provocazione (per Macron e i suoi) è la trasferta transalpina di martedì dei leader del Movimento per incontrare alcuni dirigenti dei Gilet gialli. Di Maio l’ha festeggiata così, su Facebook: “Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi. Ripeto. Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi”.

Dalla “lebbra” al “vomito”: il crescendo dei “cugini” nella sfida con Palazzo Chigi

Le relazioni franco-italiane sono tese da diverso tempo. Anche prima dell’arrivo al governo di Lega e M5S. Nel marzo 2011 l’ambasciatore francese fu convocato dal governo Berlusconi nel quadro della scalata di Lactalis a Parmalat. Ma il declino dei rapporti di amicizia si intensifica dopo le elezioni di marzo 2018.

Il 12 giugno, qualche giorno dopo l’insediamento del governo Conte, Emmanuel Macron denuncia “il cinismo” e “l’irresponsabilità” del governo italiano a proposito del rifiuto di accogliere la nave Aquarius coi suoi 630 migranti a bordo. Il portavoce de La Republique en Marche, Gabriel Attal, dice che la posizione italiana “fa vomitare”. E così l’ambasciatore a Roma viene convocato e Salvini esige delle scuse.

In un crescendo continuo, il 21 giugno Macron, in un discorso a Quimper, in Bretagna, rincara la dose rivolgendosi ai populisti, soprattutto italiani: “Li vedi in aumento, come la lebbra, in tutta Europa, in Paesi in cui pensavamo fosse impossibile vederli riapparire. E fanno le peggiori provocazioni, e nessuno, nessuno è scandalizzato”. Un discorso da leader politico, evidentemente, più che da capo di Stato.

Il commissario europeo, Pierre Moscovici, già ministro delle Finanze francese, il 19 settembre confessa che “per la prima volta ho paura” davanti all’ondata populista che sta travolgendo l’Europa: “Non c’è Hitler, ma dei piccoli Mussolini”.

L’attacco successivo è di ottobre: una clip del governo francese invita i cittadini a votare per le elezioni europee scegliendo tra “unione o divisione” e mostrando come emblemi negativi Matteo Salvini e Viktor Orban. Salvini risponderà subito su Twitter: “Mi utilizzano come bersaglio, ma devono avere paura”. Il 7 gennaio, dopo la “lettera aperta ai Gilet gialli” da parte di Di Maio, la ministra agli Affari europei d’Oltralpe Nathalie Loiseau twitta serena: “La Francia si guarda bene dal dare lezioni all’Italia. Salvini e Di Maio imparino a fare pulizia in casa loro”.

La Francia contro l’Italia. Tutta colpa dei Gilet gialli

Le relazioni diplomatiche tra Italia e Francia sono scese ieri al minimo storico dal 1940, al tempo della dichiarazione di guerra di Benito Mussolini.

Parigi ha infatti richiamato il suo ambasciatore in Italia “per consultazioni”: “Francia e Italia condividono un destino” si legge, e “insieme hanno lavorato per la pace”. Ma “da diverso tempo la Francia è oggetto di accuse ripetute”, “cosa che non ha precedenti dalla fine della guerra: avere disaccordi è una cosa, strumentalizzarli per fini elettorali è un’altra”. “Le ultime ingerenze costituiscono una provocazione supplementare e inaccettabile”. “La campagna per le Europee non può mai giustificare la mancanza di rispetto per qualsiasi popolo o per la sua democrazia”. A far infuriare Parigi è il viaggio compiuto dai leader del M5S, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, per incontrare i Gilet gialli.

In realtà le relazioni erano pessime già prima e, infatti, il 21 gennaio il governo francese aveva convocato la nostra ambasciatrice in Francia, Teresa Castaldo, dopo le frasi di Di Maio sul “franco africano”. “Quello è stato il primo passo” si commenta alla Farnesina, dove il ministro Enzo Moavero Milanesi è assente perché occupato a Montevideo sul Venezuela.

Il richiamo dell’ambasciatore è il “secondo passo”: inaspettato per l’Italia, ma grave. E infatti, come già in altre occasioni, scatta subito il “terzetto” che cerca di preservare la politica internazionale dell’Italia. Il ministro Moavero Milanesi ha subito emesso un comunicato per dire che “Francia e Italia sono nazioni alleate e profonda è l’amicizia fra i due popoli”. Ma soprattutto, con una presa di distanza da Di Maio e Salvini, “i rispettivi interessi e punti di vista, nonché il dibattito politico per le prossime elezioni per il Parlamento europeo, non possono incidere e non incideranno sulle solide relazioni che ci uniscono da decenni”. A ruota è intervenuto il premier, Giuseppe Conte, in visita in Libano, per ribadire che l’amicizia “non è in discussione” e insistendo sull’incontro “da capo politico” e non “istituzionale” di Di Maio con i Gilet gialli. Una conferma che il punto che ha scatenato la rottura di ieri è l’invasione di campo in Francia.

Ma è il capo dello Stato a far filtrare tutta la propria “preoccupazione per la situazione che si è creata” invitando a ristabilire “immediatamente” un clima di fiducia. Quindi ad attivare subito iniziative e gesti diplomatici distensivi.

Lega e M5S in parte ascoltano il messaggio. Anche se Matteo Salvini spiega di “avere problemi seri da risolvere” dichiara di essere disposto a incontrare Emmanuel Macron, il presidente francese, ma soprattutto il suo omologo francese la prossima settimana a Pescara. Anche Di Maio fa una analoga dichiarazione mentre Di Battista, che però non ha incarichi di governo, insiste nelle accuse ai “dirigenti francesi nella banche africane”.

Il richiamo dell’ambasciatore è servito a mettere in chiaro il “malumore” francese, spiega Nathalie Loiseau, ministra francese agli Affari europei. In realtà serve anche a richiedere come contropartita un “gesto” da parte italiana: qualcosa che appaia come una riparazione. Ma i 5Stelle ribadiscono che i rapporti con i Gilet gialli continueranno. E, nonostante gli scambi commerciali tra i due Paesi – 74 miliardi nel 2017, con un vantaggio per l’export italiano, e infatti le confindustrie dei due Paesi stendono un comunicato congiunto – il terremoto è destinato a durare. Almeno fino alle Europee.

Epuratori, epurate!

Ci sia consentito un sommesso, ma pressante invito ai nuovi padroni del vapore giallo-verdi: siete vivamente pregati di censurare, epurare, esiliare, ostracizzare qualcuno. Magari non tutti i nemici veri o presunti, ma almeno un paio al mese sì. Sennò poi quelli che ogni giorno salgono sulle montagne contro le purghe di regime ci restano male. Tipo chi dava per certa la cacciata dall’Inps di Tito Boeri (che scade a metà mese) e il commissariamento dell’ente: Boeri è sempre lì a sparare sul governo e i commissari grillo-leghisti tardano ad arrivare. O chi annunciava l’allontanamento dell’ambasciatore italiano all’Unesco per far posto a Lino Banfi, salvo poi scoprire che l’ex commissario Lo Gatto sostituisce il defunto Folco Quilici in un ente inutile di 50 persone che non si è mai riunito. Si era molto puntato su Carlo Freccero, l’ex-neo-direttore di Rai2 additato dal Pd e dunque da Repubblica (o viceversa) come un ex epurato divenuto epuratore “sovranista” e messo lì da Toninelli per tappare la bocca a Luca e Paolo. Poi purtroppo s’è scoperto che i due comici continueranno a perculare Toninelli, ma anche Conte, Di Maio, Salvini &C., ogni domenica a Quelli che il calcio. Si sperava che i 30 mila euro di diritti pagati a Grillo per i suoi spettacoli extra-Rai citati nello speciale a lui dedicato fossero un finanziamento illecito al M5S; poi s’è scoperto che per la sua serata Benigni ha preso il quintuplo, e anche quella sconcezza è tramontata. Ora c’è Sanremo: quale migliore occasione per epurare quei comunisti di Baglioni, Bisio e Raffaele, rimpiazzandoli con tre bei sovranisti tipo Malgioglio, Cuccarini e Povia?

Niente da fare, almeno per quest’anno ci teniamo il trio Terza Internazionale, con l’aggiunta di Pio e Amedeo (Dio li benedica) e delle loro battute su Salvini, B. e Pd. Molte aspettative erano riposte nei casi di Fazio e Vespa, ma pare che anche loro resteranno dove sono con una sforbiciatina ai rispettivi contratti. Anche perché i terribili epuratori sovranisti non saprebbero chi metterci al posto (non bastasse la Maglie, leggete l’imbarazzante intervista al direttore del Tg1, di cui ci sfugge il nome, a pag. 9). Mercoledì pareva finalmente la volta buona: i giornaloni informavano che Raffaele Cantone lascia anzitempo l’Anac (scade fra un anno) per la guerra che gli avrebbe mosso il governo ladro (Conte&C. com’è noto non vedono l’ora di piazzare Previti all’Anticorruzione e Dell’Utri alla Procura nazionale Antimafia). Corriere: “Cantone si dimette: ‘Mi sentivo sopportato’”. Repubblica: “Cantone pronto a lasciare l’Anac. Pesano i rapporti col governo”.

Messaggero: “Cantone e le tensioni con il governo: verso l’addio all’Anac, torna in Procura”. Tutto nasce dalle domande che Cantone, dovendo a fine anno rimettere la toga, ha presentato al Csm per tre procure vacanti. Un fatto neutro: fra i lunghi concorsi e i tempi dell’eventuale presa di possesso, arriverebbe comodamente a fine mandato. Ma sotto, rivelano i nostri segugi, c’è ben altro. Il Corriere dà per cosa fatta le dimissioni e attribuisce al giudice frasi perentorie, definitive, fra virgolette: “Mi sono sentito sopportato e, siccome non sono un uomo per tutte le stagioni, ho meditato a lungo e poi ho capito che era arrivato il momento di tornare a fare il mio mestiere”. Repubblica insiste sui suoi rapporti “freddi” con i manigoldi giallo-verdi, “nulla a che vedere col feeling tra Cantone e il governo Renzi”. Il Messaggero conferma: “Scarsa sintonia con l’esecutivo giallo-verde e possibili modifiche che depotenzierebbero l’Authority” (quali, non è dato sapere). Basterebbe un colpo di telefono all’interessato per scoprire che è tutto falso. Purtroppo il malvezzo di verificare le notizie prima di scriverle è passato di moda. E quei boccaloni del Pd sono così entusiasti della prima vera epurazione da dare fiato alla bocca senza neppure controllare.
Matteo Renzi è in gramaglie: “Ringrazio Cantone per il lavoro svolto insieme (a chi?, ndr) per quattro anni”. “Per il governo dei condoni il problema è l’Anticorruzione”, tuona Maurizio Martina, già membro di un governo che di condoni ne fece una mezza dozzina, “noi invece siamo orgogliosi di aver lavorato con un servitore dello Stato come Cantone, lasciato solo dal governo della propaganda”. Il sindaco imputato Beppe Sala non ha dubbi: “Dietro dev’esserci una forma di malessere”. “Un gravissimo danno inferto da questo governo al Paese”, lacrima Walter Verini. Emanuele Fiano si unisce al cordoglio: “Una perdita grave per tutto il Paese, la cui responsabilità sta nel governo Conte”. Il povero Cantone, ignaro delle proprie dimissioni e della guerra del governo Conte contro di lui, smentisce tutto: “Non ho alcuna intenzione di dimettermi… Alcune ricostruzioni di stampa mi attribuiscono concetti fuorvianti e parole che non ho mai pronunciato… Ho presentato domanda al Csm per incarichi direttivi… Sapendo che i tempi del Csm non sarebbero stati brevi e l’esito niente affatto scontato, era mia intenzione informare quanto prima gli esponenti dell’esecutivo con cui più intensa è stata la collaborazione istituzionale in questi mesi”, cioè “il presidente del Consiglio, i ministri dell’Interno e della Giustizia, ai quali esporrò nei prossimi giorni le mie ragioni”. Ricapitolando: Cantone resta all’Anac; in questi mesi ha avuto una “collaborazione intensa” con Conte, Salvini e Bonafede; e le dimissioni contro il governo sono una fake news (infatti ieri Corriere, Repubblica e Messaggero spacciavano la smentita per una conferma). E vabbè, pazienza, anche questa è andata male. Però i giallo-verdi siano gentili: almeno un’epurazioncina, alla Resistenza contro il regime, dovrebbero proprio regalarla. Sennò poi le montagne si spopolano.

La scalata di Mahmood da “X Factor” al bar all’Ariston. Il migliore è Silvestri

Per ora il “Baglioni II” sembra una falsa partenza. Ascolti in calo, ritmo lento, prima ora con una fonica che neanche nei peggiori bar di Caracas, il pianista di Patty Pravo che scompare (in bagno?) proprio quando lei doveva suonare e le due spalle, Bisio e Raffaele, usate fuori ruolo e dunque a mezzo servizio. Quasi come avere Garrincha e schierarlo in porta. E la musica? Come spesso capita, la giuria demoscopica ha spedito nelle ultime posizioni i nomi più “strani”. Ne è nata la solita classifica sbilenca e surreale. Nella zona rossa, quella cioè dei bassifondi, si trova per esempio Mahmood, che è invece stata una delle sorprese più positive della prima serata. A X Factor, nel 2012, fu eliminato subito. Poteva smettere, invece si è reinventato barista. E nel frattempo ha continuato a scrivere, per sé e per gli altri (tipo Mengoni). La sua Soldi non farà la storia della musica, ma in questo Festival assurge a piccola perla. Paola Turci non la si scopre oggi, anche se non ha mai avuto tutto quel che meritava. L’ultimo ostacolo non ha la forza della canzone portata all’Ariston due anni fa, ma una Turci “normale” cammina comunque sopra a tanti. Arisa paga la sua costante quanto sincera aria svampita, ma la voce (e il talento) li ha. Chi grida al miracolo di fronte alle canzoni portate da Achille Lauro, Zen Circus e Motta è una persona fortunata, perché si accontenta di poco. Non è invece poco Simone Cristicchi, che forse è ormai portato a teatralizzare (quindi iper-drammatizzare) tutto a scapito della componente musicale, ma che ha una sensibilità rara. Ne è conferma Abbi cura di me. Il migliore – per distacco – si è rivelato Daniele Silvestri, e anche questa non è una novità. Daniele ha una carriera che vive di strappi e acuti, con accelerazioni spesso coincidenti proprio con le sue esibizioni a Sanremo. Argentovivo è di gran lunga la canzone migliore di Sanremo 2019. Potente, toccante, vibrante. Ad averne.