Chissà quante volte papà Andrea gli avrà raccontato della propria gavetta: prima cantante da piano bar, poi l’incontro chiave con Zucchero, infine il “do” di Pavarotti. Passo indietro: Adelmo Fornaciari va a casa del tenorissimo per convincerlo a partecipare con una parte lirica in Miserere: Big Luciano nicchia, e l’altro, per impietosirlo, butta nel camino acceso la cassetta con il provino, interpretato proprio da Bocelli Sr, all’epoca buona canna per locali versiliani e nulla più. Alla fine Pavarotti si decide (quella distrutta dal fuoco non era l’unica copia del nastro, era un trucco di Zucchero), ma la performance di Andrea non passa inosservata agli addetti ai lavori. E venne il giorno di Sanremo, 25 anni fa. L’altra sera la consegna rituale del “chiodo” di quell’esordio all’Ariston, il passaggio di consegne tra il babbo e il figliolo. Un pennellone con la faccia da modello (ha posato per un servizio fotografico con Jennifer Lopez) che nel tempo di un duetto familiare all’Ariston ha conquistato i social, con le ragazze a sospirare per lui, e le loro mamme a sognare il matrimonio perfetto. Genealogia italiana a 360 gradi: il successo mondiale dei Bocelli e il sogno della gente comune. Matteo non nasconde di essere agevolato dalla nascita, ha già duettato con il padre al Madison Square Garden, studia al conservatorio, ha vinto un cammeo nel disco con cui Andrea ha sbancato le classifiche globali. Non canta malissimo, il bel giovanotto. Chissà se è disposto anche lui a farsi il mazzo al piano bar.
Non è tra i big, ma i suoi brani sono pugni in viso
Uno spettro sul palco dell’Ariston. Non è ufficialmente in gara, ma è come se. Un clandestino, un antagonista, un nonsisacosa con il cappuccio e la felpa, buttato su un banco, stravaccato, pervaso dal mal di vivere della generazione degli anni Dieci. Si chiama Tarek Iurcich, è italiano, anzi romano, ma non ditelo a Salvini, perché potrebbe eccepire qualcosa sul padre croato e la madre egiziana. Si fa chiamare Rancore e anche lui, come Achille Lauro, viene dal Tufello, dove il rap cresce e monta per estirpare la gramigna che i ragazzi di periferia sentono dentro l’anima. Non è ufficialmente in gara e vai a capire perché, forse una questione di tempistiche sull’iscrizione al Festival del brano di Daniele Silvestri, Argentovivo, che peraltro vede Rancore come coautore, anche se il suo cognome viene misteriosamente storpiato in Lurcich. Sembra inafferrabile, ’sto ragazzo, come si conviene a uno spettro in scena che quando tocca a lui spacca tutto, un intervento poderoso su una Canzone con la C maiuscola, il trentenne Rancore e il cinquantenne Silvestri che rendono del tutto credibile la storia di un sedicenne afflitto da un disagio che gli adulti comprendono poco o niente. Se volete scoprire Tarek ascoltate il suo album Musica per bambini, o pezzi con titoli che sono tutto un programma: Depressissimo, Ipocondria. Le donne? Ce ne è uno dei primi tempi che si intitola S.M.S.. (Sei Molto Stronza). Arrivano come cazzotti in faccia, perché quando un freestyler parla di cose diverse dai Rolex fa male, male davvero.
Periferia, spaccio, carcere. Ora il pezzo che sorprende
Oltre i confini del Tufello, storica borgata capitolina. Lauro è cresciuto alla Bufalotta, Roma è una distanza quasi imprendibile, laggiù. Il rapper ha provato ad afferrare la città dal confine estremo, ma la sua arma era solo la droga. Tutti i coetanei si facevano, lui ha mollato la scuola e ha cominciato a spacciare. Due mesi di galera, una legnata sul corpo e sull’anima di quelle che rischi di non uscirne più. L’ha salvato la musica. Lauro De Marinis, finito in una breve di cronaca nera, si è scelto un nome d’arte da intrigo internazionale: la nave da crociera assaltata dai palestinesi, l’ebreo americano Klinghoffer buttato a mare, Craxi che resiste a Washington, il braccio di ferro di Sigonella. Troppa storia, per ribattezzare un techno-rapper che rivendica l’invenzione dello stile “samba trap”. Con il suo produttore Boss Doms, Achille Lauro ha condiviso mille avventure, compreso il giro del mondo per il reality Pechino Express: ha provato a reinventare un suono contemporaneo, urbano e tribale, cazzaro e sintetico, maliziosamente ambiguo e antimachista. Poi viene a Sanremo e ti spara un rock’n’roll che ti fa pensare più a un Vasco in sedicesimo che al rivale di Sferaebbasta. Achille cita nel testo Elvis, Hendrix, Axl Rose, Miami Vice e perfino l’ex laziale Paul Gascoigne. Iconografia da figurine poco rare, doppioni da scambiare. E un titolo, Rolls Royce, che è uno spot di quelli proibiti dal regolamento sanremese, o quasi. E con Frankie Hi Nrg che lo accusa di plagio perché sarebbe troppo simile a 1979 degli Smashing Pumpikins. Occhio però, perché se mette la marcia giusta, Achille potrebbe scappare via fino al traguardo.
Un predestinato: già due dischi di platino e l’Olimpico a giugno
Un altro figlio della Roma esterna, uno di quelli che deve macinare chilometri, magari con bus che non passano mai, per arrivare fino in centro. Dove c’è il conservatorio di Santa Cecilia. Aveva otto anni, Niccolò, quando solfeggiava e studiava musica nel “tempio” di Trastevere, pensando che un giorno, forse, avrebbe fatto il cantautore. Come il “fratello maggiore” Fabrizio Moro, tutti e due di San Basilio, il quartiere che se lo decifri e lo rispetti ti accoglie, altrimenti sono problemi seri. Niccolò Moriconi, alias Ultimo, ha capito presto che anche da casa sua poteva cercare ispirazione e verità per scrivere pezzi che non paressero prefabbricati, uccisi nella culla dell’ispirazione dai diktat dei discografici e dei talent. Forte dell’esempio di Moro, anche Niccolò ha difeso con tutte le sue forze la propria identità artistica. Un anno fa stravinceva il contest sanremese delle Nuove Proposte, e il suo Ballo delle incertezze ha superato 40 milioni di visualizzazioni su YouTube, conquistando pure il doppio platino delle vendite Ultimo de che? Una tournée già trionfale, e il 4 luglio sarà il più giovane tra i big della nostra musica a esibirsi in uno stadio: l’Olimpico. Mamma Roma lo proteggerà anche lì, come è giusto che sia per un talento come lui, su cui è lecito scommettere per il futuro. E anche per Sanremo, viste le quote che lo danno per favorito. Faccia gli scongiuri, Ultimo, e si guardi le spalle da Irama. Andrà come andrà.
La musica non è finita, restano screzi e pernacchie
Troppa musica, poco spettacolo: con 24 canzoni in gara è inevitabile. È la prima spiegazione della sensazione di noia che accompagna il debutto di Sanremo numero 69. Perché dietro ai sorrisi di circostanza sono tutti tesissimi? Non basta puntare il dito contro certi tic autorali (ci potevano risparmiare il bis della famiglia Addams e pure il numero sulla punteggiatura con fraseggio di pernacchie), non basta osservare che Bisio e Raffaele sono due artisti troppo simili (anche se lui ha una lunga esperienza da presentatore) e insieme si elidono. Sanremo è uno strano posto: in scena va il cazzeggio, dietro le quinte c’è la politica. E dipende quanto è disposta a sorridere di sé: that’s the question. La satira era scomparsa da Sanremo, quest’anno la pervicacia con cui si vuol affermare che è vivissima, qualche sospetto lo fa sorgere. Per dire, la prima sera Bisio fa un monologo sui migranti: è sempre Salvini che detta l’agenda, ma chissà se a questo ci hanno pensato (casualità: il vicepremier fa sapere da L’Aquila di canticchiare Questo piccolo grande amore per essere politicamente corretto e Baglioni la canta anche in puntata). La seconda canta La lega dell’amore con Michelle Hunziker, vecchio (e profetico) brano di Elio: “Non faremmo differenza tra nord e sud. Noi saremo i nuovi Robin Hood della nazione”. Il protagonista è sempre Matteo.
Anche in un interludio di pessimo gusto in cui Bisio mette alla berlina in mondovisione due haters (che speriamo vivamente non siano persone reali), leggendo i loro (orrendi) tweet: razzisti e ignoranti. Ma, signora mia, il popolo è ignorante. E per educarlo si può anche sputtanarlo con nome e cognome davanti a die
Baglioni due sere su due sono praticamente tre indizi, comincia prendendo dal suo repertorio titoli double face: “Via” (“Voglio andar via”) e “Noi no”. E con il direttore di RaiUno De Santis scherza sull’ipotesi di essere cacciato: l’hashtag è #Claudiostaisereno. Sempre a proposito di politica (quella politicante) Bisio, chiamato in causa da Michele Anzaldi (Pd, commissione di Vigilanza Rai) sulle presunte trattative politiche, risponde: “Non c’è stata nessuna pressione diretta, anche se avvertivo la tensione intorno”. Poi visto che il ministro dell’Interno ha scritto sui social di non sentirsi amato all’Ariston, esagera: “Conosco Salvini, è una persona molto spiritosa. Ci siamo conosciuti a Porta a Porta in occasione dell’uscita di Benvenuti al Sud . Si dimostrò una persona intelligente, rise tantissimo, lanciò il film che poi avrebbe incassato 30 milioni di euro. Matteo è molto carino”. Poi in conferenza stampa comincia un minuetto sull’assenza di censura preventiva, chi legge cosa (nessuno visiona i testi), per carità massima libertà. E va bene: allora perché tutta questa agitazione? L’impressione è che il tema del conflitto d’interessi agiti i protagonisti della pantomima più di quanto le dichiarazioni della direttrice De Santis facciano intendere. Si cercano coincidenze in questo senso più di quanto si vada a caccia di plagi (che pure tengono banco: Achille Lauro con la sua Rolls Royce che somiglia a una canzone degli Smashing Pumpkins; Ultimo il cui brano ricorderebbe Che giorno è di Masini). Vi è piaciuto lo sketch del quartetto Cetra? Si dice che la Friends and Partners di Salzano lavori a una serata per la prima rete in ricordo del gruppo. Ma forse è un po’ troppo: la Rai pentaleghista sarebbe disposta a chiudere un occhio, non tutti e due. Certo non aiuta la campagna di Striscia la notizia che ieri ha consegnato alla direttrice il Tapiro per aver sdoganato il conflitto d’interessi con le disinvolte dichiarazioni sulle “contiguità”.
Ci sono poi gli ascolti che vanno bene ma non benissimo: la stringata nota Rai annuncia in mattinata il “grande successo della prima serata”. Il tono è un po’ da Istituto Luce e nello iato tra armonia ostentata e realtà si capisce cosa non sta funzionando in questo Baglioni bis. Rispetto all’anno scorso gli ascolti sono calati, ma i vertici Rai sono compatti nelle dichiarazioni trionfali. Martedì la puntata è stata vista da 10 milioni di telespettatori con il 49,5% di share, nel 2018 erano 11 milioni e 600 mila con il 52,1% di share. Non si può sempre superare se stessi, si dirà. Ed è vero. C’è un ma, e lo spiega Dagospia: il paragone tra le due edizioni non è esatto perché quest’anno gli autori hanno deciso di scorporare una anteprima di 26 minuti, a partire dalle 20.47 (l’anno scorso non era stato fatto perché il Festival era iniziato con Fiorello). Il calo sarebbe quindi più sostanzioso: non due punti abbondanti, ma più di quattro. Ultima notizia: Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi erano previste, ma non verranno perché pare non abbiano voluto partecipare a un numero con Virginia Raffaele.
Pompeo non ce la fa a reggere il gioco a Donald e confessa: “L’Isis non è sconfitto”
Neppure il fedelissimo Mike Pompeo, Segretario di Stato per grazia ricevuta da Donald Trump, riesce a mantenersi allineato e coperto dietro il magnate presidente, che sbandiera la sconfitta dell’Isis per giustificare gli annunci di ritiro delle truppe dalla Siria e – parziale – dall’Afghanistan. “Contro l’autoproclamato Califfato sono stati fatti molti progressi, ma il sedicente Stato islamico resta una pericolosa minaccia in Siria e in Iraq”, riconosce Pompeo, aprendo l’incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi della coalizione anti-Isis (sono 79, c’è pure l’Italia). Pompeo sprona la coalizione a “sconfiggere in modo permanente” i miliziani integralisti, così che non abbiano più rifugio sicuro, neanche in Afghanistan. L’obiettivo della riunione è “discutere la prossima fase della campagna in Iraq e in Siria, che – dice il Dipartimento di Stato – si concentrerà sull’impedire una rinascita dell’Isis durante la stabilizzazione” dei due Paesi. Come ciò si concili con gli annunci di ritiro di Trump, se lo chiede anche il Congresso Usa: martedì, un voto del Senato, a maggioranza repubblicana, diffidava l’Amministrazione dal ritirare le truppe dalla Siria e dall’Afghanistan in modo precipitoso e chiedeva che la sconfitta di al Qaida e Isis fosse prima “certificata”.
Pompeo propone cambi di strategia, batte cassa ai partner per la stabilizzazione, li invita a farsi carico dei foreign fighters. Ma non s’azzarda a dire: “Andiamocene, è finita”.
“Un posto speciale all’inferno per i Brexiter”
Londra
“Mi sono chiesto come possa essere il posto speciale all’inferno per quelli che hanno promosso la Brexit senza uno straccio di piano su come portarla avanti in sicurezza”.
Bruxelles, ieri pomeriggio. Alla conclusione dell’incontro con il primo ministro della Repubblica irlandese Leo Varadkar, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk infrange ogni protocollo diplomatico e dà voce alla sua frustrazione per la gigantesca grana internazionale che è diventata Brexit. Osservazione incendiaria ma corretta: nel 2016 i protagonisti della campagna per il Leave, come Boris Johnson e Nigel Farage, hanno evitato di chiarire il loro piano per Brexit, poi hanno lasciato l’impossibile missione a Theresa May, boicottandola a ogni occasione, e il risultato sono stati due anni e mezzo di guerre intestine per capire che direzione prendere.
Solo che un commento così complica ulteriormente i rapporti fra le Ue e Londra. Immediata e furibonda la reazione britannica, con la leader dei Comuni Andrea Leadsom che definisce la dichiarazione, reiterata in un tweet, “inaccettabile e vergognosa”, Farage che promette: “Dopo la Brexit ci libereremo di bulletti non eletti e arroganti, sarà come essere in paradiso” e anche Downing Street costretta a una replica piccata “Penso che Tusk dovrebbe chiedersi se questo sia un linguaggio utile”.
Tempismo perfetto, insomma, visto che oggi Theresa May sarà a Bruxelles per incontrare proprio Tusk e il presidente della Commissione Ue Juncker, a cui dovrebbe portare una soluzione concreta per uscire dall’impasse, dopo che il Parlamento britannico, il 29 gennaio, le ha dato mandato di riaprire l’accordo di recesso già approvato dai capi di stato europei e sostituire la backstop irlandese con qualcosa di non meglio definito. La May è reduce da due giorni in Irlanda del Nord, in cui ha tentato di rassicurare forze politiche e settori produttivi promettendo che un confine fisico fra le due Irlande non tornerà, ma non fornendo a nessuno chiare indicazioni sul come. “Spero che domani avremo la possibilità di sentire dal primo ministro May un suggerimento realistico su come porre fine all’impasse” ha continuato Tusk. Ha aggiunto di credere che una soluzione si possa ancora trovare, ma intanto lui e Varadkar hanno discusso dei preparativi per un mancato accordo. Scarsissima la fiducia che gli incontri di oggi sblocchino lo stallo. Il prossimo snodo è il 14 febbraio, quando il parlamento britannico dovrà votare sugli esiti della missione a Bruxelles.
Scenario probabile: un nulla di fatto e, per puro buon senso, la richiesta di chiedere all’Unione europea qualche mese in più per uscire dal guado.
Anche perché, nel caso improbabile che i Comuni ratifichino un nuovo piano Brexit che al momento non esiste, non ci sono più i tempi tecnici per recepire la legislazione europea in quella britannica entro il 29 marzo.
Ora Trump spinge all’angolo i Dem: “Uniti siamo grandi”
Questa volta, Donald Trump ha davvero messo all’angolo i Democratici, costretti, in quanto forza d’opposizione, a parlare male del suo discorso sullo stato dell’Unione, che è invece piaciuto – magari perché il tono era più pacato del solito e le parole meno contundenti – alla maggioranza degli americani che lo hanno ascoltato.
La speaker della Camera Nancy Pelosi stronca l’appello all’unità del presidente: “Ci vorranno giorni per controllare tutte le falsità dette” da Trump, dice; “Invece di generare paura e inventarsi crisi al confine, dovrebbe firmare la legge per tenere aperta l’Amministrazione e trovare soluzioni per la sicurezza intelligenti”. In realtà, il New York Times e altri media Usa hanno subito sottoposto a fact-checking il discorso del presidente, constatando un sacco di affermazioni false o fuorvianti o esagerate, ma pure alcune affermazioni corrette sull’economia e in politica estera: quasi un inedito, per il magnate, che ci ha ormai abituati a non dirne una giusta. La novità di tono e contenuti è stata percepita e apprezzata dall’opinione pubblica: secondo sondaggi a caldo di Cbs e Cnn, tre americani su quattro di quanti l’hanno seguito approvano il discorso e oltre il 70% approvano le affermazioni sull’immigrazione, scandite dall’insistenza sulla costruzione del muro al confine con il Messico. A fronte di un’opinione pubblica schierata a fianco del magnate, c’è tutta la batteria degli aspiranti alla nomination democratica che fanno a gara a chi ne dice peggio. La senatrice Kamala Harris: “L’appello di Trump all’unità è traballante… Razzismo, omofobia, sessismo e antisemitismo sono reali in questo Paese e dobbiamo affrontarli”. Il senatore Cory Booker: “Il presidente per due anni ha cercato di dividere il Paese… Le sue azioni smentiscono le sue parole”. Chuck Schumer, leader dell’opposizione al Senato: “Il presidente invoca l’unità, ma non fa che dividere”. La giovanissima deputata di New York, Alexandria Ocasio-Cortez: “Un discorso imbarazzante, una notte inquietante per il nostro Paese… Voliamo senza pilota”. Il New Yorker, settimanale radical della Grande Mela, le dà ragione: “Un disastro di discorso”. Giudizi probabilmente condizionati da preconcetti, perché l’appello al dialogo e all’unità nazionale c’è stato, pur nel senso che gli altri devono stare a sentire e fare quel che dice lui, Trump. Il presidente chiede il muro e concede poco: offre terreni di intesa tutto sommato marginali e insiste sull’immigrazione e sulla volontà di innalzare la barriera al confine con il Messico, dove annuncia l’invio di altri 3750 militari per costruire, intanto, uno schermo umano, il magnate, però, non fa cenno all’eventuale ricorso all’emergenza nazionale, per reperire i fondi che il Congresso gli nega. In politica estera, difende le sue scelte: il ritiro delle truppe dall’Afghanistan (parziale) – i negoziati in corso con i talebani sono “costruttivi” – e dalla Siria – “Basta guerre senza fine” – ; l’abbandono del trattato sugli euromissili con la Russia – è pronto a un nuovo accordo, dove ci sia anche la Cina -; l’appoggio all’auto-proclamato presidente venezuelano Juan Guaidó – “sostengo la richiesta di libertà del popolo venezuelano” –. E conferma un secondo incontro con il leader nord-coreano Kim Jong-un in Vietnam a fine mese, il 27 e 28 – “senza di me, oggi saremmo in guerra” –.
Trump, inoltre, assicura che la sua Amministrazione “non distoglierà gli occhi dall’Iran”; ammonisce la Cina: “Basta rubarci lavoro e ricchezza”; garantisce che “l’America non sarà mai un Paese socialista”. E vanta i suoi successi: “Dopo due anni, siamo i numeri uno del Pianeta”. Si prende una “standing ovation” solo quando rende omaggio alle donne in Congresso – non sono mai state così numerose –: si alzano in piedi anche le democratiche, una grande macchia bianca, vestono il colore delle suffragette. Il clima politico è cambiato, con i democratici rinfrancati dal voto di midterm e pronti a evocare scenari di impeachment sul Russiagate, Trump chiede pacificazione: “Basta con stupide guerre politiche e indagini ridicole e di parte (quelle contro di lui, ndr). No a vendetta e a resistenza, bisogna scegliere la strada della grandezza”.
“Formazione e lavoro: così fermeremo l’emorragia”
“In Tunisia non ci sono solo galeotti e criminali. Per il resto non rispondo al ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, non ne ho bisogno”. Parola di Souad Abderrahim, 54 anni, dal 3 luglio primo sindaco donna della storia tunisina. Senza velo, è un pezzo portante di Ennahda, “Movimento della Rinascita”, il partito islamista guardato con scetticismo dagli ambienti progressisti tunisini. Dal suo sfarzoso ufficio sul tetto del palazzo del Comune che domina sulla città parla della piaga migratoria ai rapporti con l’Italia.
Sindaco, come pensate di combattere l’emorragia di giovani in fuga?
Con il lavoro, la formazione. Un inquadramento professionale per poi accompagnarli alla piena occupazione. Ci sono stati troppi morti in mare, vite di concittadini spezzate, questo deve finire.
Un’impresa facile?
No di certo, ma la storia ci darà ragione. Sono passati appena otto anni dalla cacciata di Ben Ali, siamo ancora in una fase di transizione.
Il grosso dei migranti arriva in Italia, che rapporti ha col nostro Paese?
Personalmente ottimi. Ai tunisini irregolari da voi dico di avere pazienza e di pensare al rientro qui, quando le condizioni saranno migliori.
Altri giovani hanno scelto la strada del jihadismo: vale lo stesso discorso?
Il peggio è passato. La sicurezza per noi è vitale e migliorerà.
Le banlieue, cosa intende fare al riguardo?
Abbiamo progetti culturali, il degrado si combatte così. Anche se non riusciremo a risolvere tutti i problemi della città, sarò sempre vicino a tutti i tunisini.
Punta alla candidatura futura di primo ministro?
Per ora penso a fare il sindaco. Poco prima dell’elezione mi avevano offerto un ruolo da ministro, ho rifiutato. Finito il mandato vedremo.
Disoccupati e sottopagati: l’esodo dei tunisini in Italia
Se in generale nel 2018 gli sbarchi sono calati, va registrato un aumento dei tunisini approdati in Italia. Dal Paese nordafricano di fronte alle nostre coste sono andati aumentando anche gli arrivi di persone titolari di passaporto tunisino. Fatto sta che da 880 nel 2015, i tunisini entrati nei confini italiani nel 2016 sono stati 1.207, 6.000 nel 2017 e 5 mila l’anno scorso. La lieve flessione del 2018 non modifica il trend.
Uno dei motivi per cui le autorità italiane sono preoccupate dall’aumento di arrivi di cittadini tunisini è la liberazione, avvenuta in seguito a due indulti, di migliaia di criminali dalle carceri del paese nordafricano dove sono tornati migliaia di foreign fighters dello Stato Islamico reduci dai campi di battaglia in Iraq, Siria e Libia. La Tunisia è la nazione da cui è partita la più grande ondata di jihadisti africani arruolatisi nell’Isis. I motivi di questa diffusa adesione alla “guerra santa” sono soprattutto di carattere economico. Nonostante la “rivoluzione dei gelsomini” del 2010 contro l’allora presidente-dittatore Ben Ali, la povertà non è regredita mentre la disoccupazione è rimasta altissima, così come la corruzione. Appena fuori da Tunisi, la capitale dove la situazione socio-economica è difficile ma non drammatica grazie alla ripresa (seppure ancora ampiamente insufficiente) del turismo, la desolazione è evidente. La mancanza di prospettive, specialmente per i giovani, è sempre più lampante mano a mano che si viaggia verso sud, al confine con Algeria e Libia. Ed è proprio da queste zone che è partita la maggior parte degli uomini e delle donne convinte a immolarsi per la causa jihadista dietro compenso, lauto per gli standard locali.
Mentre questi combattevano in Medio Oriente, l’economia tunisina non è migliorata. Non è un caso che il 26 dicembre scorso si fosse dato fuoco nella simbolica piazza dei Martiri della città di Kasserine – non lontano da Sidi Bouzid dove scoppiò la rivolta popolare dei gelsomini in seguito al gesto analogo di un ambulante, Mohamed Bouazizi – un giovane reporter disoccupato di Telvza tv, Abderrazak Zorgui, morto poche ore dopo. In un video postato su Facebook poco prima, il giornalista aveva spiegato le ragioni del suo drammatico gesto denunciando l’umiliante precarietà a cui era costretto e lanciando un appello ai disoccupati della regione a scendere in piazza per reclamare il loro diritto al lavoro e ad un futuro migliore. La disoccupazione è al 15 per cento ma quella giovanile sfiora il 35 per cento e basta fare un breve giro nelle strade di una qualsiasi città o villaggio per constatarlo: la maggior parte dei giovani uomini passa le proprie giornate a fumare il nargilè nei locali disadorni in attesa che venga sera. Le proteste seguite alla morte del giornalista precario però sono durate pochi giorni non solo a causa dei gas lacrimogeni e alle manganellate della polizia. La speranza sta lasciando il posto all’apatia. I problemi principali che invece riguardano la gente comune sono: i continui rincari anche sui beni di prima necessità a fronte di stipendi congelati, disoccupazione (soprattutto giovanile), corruzione, terrorismo e mancanza di prospettive di crescita. Sono 670 mila gli impiegati statali che subiranno il congelamento dei salari obbligato da un accordo tra il governo e il Fondo Monetario Internazionale, che ha concesso un programma di prestiti da 2,8 miliardi di dollari in cambio di riforme tese alla riduzione del grave deficit del Paese nordafricano. A peggiorare la situazione è intervenuta la nuova legge finanziaria che ha aumentato anche le tasse su telefonia, automobili e Internet. Anche il settore alimentare è stato colpito nonostante la promessa del governo di aumentare solo i prezzi dei prodotti di lusso.
La tensione che si respira nel paese è dovuta anche alle forti frizioni nella compagine governativa. Il presidente della Repubblica, Beji Caied Essebsi, è in contrasto con il premier Youssef Chahed, che guida un esecutivo di unità nazionale, i cui poteri (insieme a quelli del parlamento) sono indeboliti da una Costituzione che prevede un regime presidenziale misto. Nel suo discorso di fine anno, Essebsi ha confermato che si ricandiderà alle Presidenziali calendarizzate entro la fine dell’anno, senza data certa. E non fa ben sperare che lo stato di emergenza sia ancora in corso dopo l’entrata in vigore nel 2015. Il 3 gennaio scorso è stato prolungato dopo che due jihadisti si sono fatti saltare in aria.